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martedì 13 aprile 2010

Sacconi minaccia lo Statuto dei lavoratori. Tutti all'erta!

Di: Alessandro Squizzato

Da http://settoredemokratico.ilcannocchiale.it

Il ministro Sacconi torna alla carica. Ieri davanti alla platea di Confindustria ha pronunciato la sua dichiarazione di guerra contro i diritti dei lavoratori, la minaccia è netta: a partire da maggio vuole riscrivere lo Statuto dei lavoratori, entro 3 anni la completa sostituzione del testo.

L'idea di fondo di Sacconi non è altro che la più totale aderenza all'ideologia ultra-liberista che ha mosso Confindustria e la borghesia italiana nella trasformazione del lavoro degli ultimi 20 anni, in primis con la frammentazione contrattuale e precarizzazione a tutto campo.

Sintetizzo di seguito, per comodità dei lettori, i punti che secondo le prime indiscrezioni della stampa costituiranno le maggiori modifiche nel testo Sacconi:
1) Il già annunciato "arbitrato" tra azienda e lavoratore nelle cause di licenziamneto, che aggira l'articolo 18 e facilità i licenziamenti senza giusta causa.
2) La modifica della normativa sullo sciopero, che punta a "ridurre la conflittualità", ovvero niente meno che a disarmare lo strumento dello sciopero se non direttamente a limitarlo sino ad una abolizione di fatto
3) Modifica della contrattazione, tenendo solo alcuni parametri a livello nazionale e decentralizzando il resto su base territoriale o della singola azienda. Come si può facilmente immaginare questo produrrà lavoratori infinitamente più deboli, un aumento della precarietà e un rapido e generalizzato abbassamento dei salari.
4) In generale ancora meno vincoli e controlli sull'uso della flessibilità come strumento di precarizzazione del lavoro.

A tutto questo Sacconi ha aggiunto una minaccia altrettanto feroce, rispolverando un suo vecchio cavallo di battaglia: "Occorre lavorare anche sulla cultura dei giovani: bisogna aiutarli ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, anche il più umile, purché sia regolare. Solo così si potrà difendere la vera cultura del lavoro. Rivalutando il lavoro manuale, si potrà battere il nichilismo delle generazioni degli anni '70 che sono entrate nei mestieri dell'educazione, della magistratura e dell'editoria non tanto per occupare, come diceva Gramsci, le casematte del potere, quanto, come si dice a Roma, per infrattarsi, perché è sempre meglio che lavorare". (fonte Repubblica.it)

In questo ammasso di insulti e luoghi comuni che gridano vendetta emerge una visione chiara: bisogna cambiare la mentalità costruita con anni di lotte del movimento operaio che concepisce i lavoratori come persone prima che come forza lavoro.
Per Sacconi noi non dovremmo cercare di realizzarci come persone, facendo ciò che meglio ci si addice, ma dedicarci anima e corpo ai profetti della casta degli industriali: precari sottopagati per adattarci agli sbalzi del mercato, nei call center quando serve terziario, ai torni quando cresce l'industria.
Sacconi vorrebbe portarci ai tempi precedenti alle lotte di Di Vittorio, ci vorrebbe nuovamente chini e a capo scoperto davanti ai padroni.
Una società ancora più classista, in cui i pochi facoltosi e i loro figli saranno destinati ad essere "classe dirigente", mentre la massa di persone comuni dovrà adattarsi alle loro necessità.
Non è più possibile accettare in silenzio questo attacco ai nostri diritti fondamentali.

Se c'è così bisogno di lavoratori "umili" attendiamo il laureato in giurisprudenza e politico a vita Sacconi in catena di montaggio.
Nel frattempo lui ci troverà a riorganizzare e rafforzare la risposta contro il suo piano teppista, per ribadire che lo Statuto dei lavoratori non si tocca!

domenica 4 aprile 2010

Lega e potere: il grande balzo indietro

Di

Alessandro Squizzato



Lega Nord e potere, una dinamica che spaventava prima del voto e che solo a pochi giorni dalla manbassa del partito di Bossi si sta già rivelando nei suoi tratti più inquietanti.

Intendiamoci, la Lega il potere lo amministra già da anni, nelle province e nei comuni, con dei risvolti molto differenziati tra realtà e realtà.

Un partito che sa incarnare varie anime e ruoli della società veneta, dalle istanze dei padroncini della piccola impresa al ribellismo individualista e anarcoide così radicato nella pancia della campagna veneta.

I padroncini e i lavoratori, in una ideologia che li accomuna falsamente, giocando su individualismo e paternalismo padronale.

La Lega del "salto di qualità", del governo delle regioni fino ad avere quasi il timone del governo nazionale poteva scegliere di presentarsi con la sua faccia amministrativa, localista, efficientista con cui governa molti comuni – a volte meglio della vecchia DC, va detto – e con la quale copre le sue argomentazioni a favore del federalismo.

Invece ha scelto il cappuccio bianco e gli stendardi medievali del Ku Klux Klan. L'uscita,preparata, ben curata di Cota e Zaia sulla Ru486 unisce un richiamo ostentato all'estremismo religioso e una concezione totalitaria della gestione del potere. Con i loro capi alla guida dei palazzi della Regione i leghisti vogliono bivaccarci e ostentare il bottino, far capire a tutti che ora "si fa come dicono loro", che gli altri si devono adeguare. Una concezione del "senso comune", che tra proclami religiosi, "natale bianco" e corsi di dialetto per immigrati, fa pensare proprio al segregazionismo protestante bianco del sud degli Stati Uniti.

Stupirsi non è lecito certo, non stiamo parlando di un evento improvviso, la Lega la conosciamo da tempo eppure questa esplosione elettorale ha caratteristiche originali.

In parte è figlia di un partito che indubbiamente sa radicarsi, con qualità quasi "leniniste" dal punto di vista organizzativo, ma soprattutto è figlia dei tempi.

Molte volte abbiamo ripetuto tra di noi a sinistra che la risposta sociale alla crisi sul piano politico poteva essere di destra o di sinistra. Ebbene ancora in piena crisi al Nord questa risposta è stata decisamente di destra – anche a causa dell'assenza di una sinistra vera e credibile.

La risposta all'insicurezza sociale, alla sfiducia verso le classi dirigenti e verso la politica, alla precarietà del futuro è stata l'adozione da parte di grandi masse di popolazione delle risposte segregazioniste della Lega, la sua idea di conflitto orizzontale (tra povero e povero, disoccupato e disoccupato, italiano e immigrato), la sua concezione totalitaria della gestione del potere: risiede in questo il "grande balzo indietro". Nel vedere nella Lega il "cambiamento" e nel riconoscere che il cambiamento si fatta così.

Un balzo indietro nel livello di "civiltà" sociale e nel modo di intendere la politica.



Se persino un leghista "moderato" come Zaia assume questi panni la situazione è davvero seria.

Deve esserci una risposta; non solo sulla Ru486 e non solo delle donne ma che unisca a tutto ciò il contrasto dell'idea reazionaria di società della Lega e dell'ultieriore cristianizzazione forzata del welfare.

Una risposta non solo di laicità, ma di civiltà del Veneto che non sta con Zaia ma dalla parte dei diritti, del progresso e dell'integrazione.

Purtroppo ancora una volta si tratta di una battaglia di trincea, in difesa, per proteggere diritti – ancora incompleti - e un livello di civiltà raggiunto negli anni passati e ora sotto attacco.

Il fronte sia ampio, come un CLN, ma che la risposta sia altrettanto chiara, verso Zaia, la Lega ma anche verso le ingerenze del Vaticano e le patenti di legittimità di monsignor Fisichella e affini.

Al di là delle convenienze e degli opportunismi politici, in che società vogliamo vivere? In che direzione vogliamo andare, sulla linea del progresso, è tempo che tutti rispondano con chiarezza

domenica 21 marzo 2010

Castelfranco: requisire gli appartamenti tenuti sfitti da troppi anni? Si può fare

Di:
Alessandro Squizzato

Da http://castelfrancoasinistra.wordpress.com/
Tra le nostre proposte per queste elezioni comunali una suona particolarmente forte: la requisizione degli appartamenti sfitti da troppi anni e il loro utilizzo da parte del comune ad affitti popolari.
Estremisti? Pericolosi bolscevichi? Non direi proprio, visto chi ci ha preceduto.
Partiamo dai fatti: a Castelfranco il costo medio dell'affitto e della casa sono altissimi e da tempo molti giovani fuggono dalla città natale per rifugiarsi nei comuni vicini.
Questo produce un fenomeno che a Castelfranco va avanti da molti anni ed è l'altissima concentrazione di appartamenti tenuti sfitti, difficili da quantificare ma che sono sicuramente superiori al migliaio.
Perché il costo della casa, nonostante ci sia richiesta e a maggior ragione durante un peridodo di forte crisi economica, non si abbassa?
La casistica dice che in Italia spesso gli appartamenti tenuti sfitti da troppi anni senza alcun intervento nascondono speculazioni edilizie o puro e semplice congelamento di capitali. Una attività che danneggia tutta la città quando comporta lo svuotamento da parte dei giovani e l'alterazione dei prezzi di mercato.
Il fatto è che Castelfranco ha bisogno di case a basso prezzo oltre alle tradizionali case popolari: alloggi che dei giovani (e non solo i giovani) che devono affrontare il mercato del lavoro di oggi, con bassi salari e precarietà, possano permettersi. Questa situazione sta danneggiando tutti noi.
Requisire gli appartamenti sfitti non significa per forza "esproprio" ma semplicemente sbloccarli e destinarli all'uso sociale.
Impossibile? Assolutamente no, anzi già fatto da altre amministrazioni.
Il caso più significativo è quello del X Municipio di Roma, in cui nel 2006 il presidente Sandro Medici aveva requisito 15 appartamenti sfitti per assegnarlo a delle famiglie senza casa, oltretutto durante una "emergenza sfratti".
Un provvedimento che aveva procurato non poche ire, fino ad essere portato in tribunale.
Ebbene nel settembre 2007 la Cassazione ha sentneziato: le amministrazioni locali hanno la piena legittimità di requisire le case sfitte (qui un articolo in merito).
Tra i precedenti "illustri" ecco la sorpresa, il sindaco di Firenze democristiano (di ferro) Giorgio La Pira negli anni '60 affrontò la cosa in modo anche più deciso, requisendo numerosi appartamenti di privati per darli a famiglie sfrattate.
A Castelfranco l'emergenza casa esiste, sta causando problemi a tutta la crescita della città e il rapporto oscuro tra cementificazione selvaggia e crescita-zero (e anzi diminuzione) dei cittadini è una questione che non si può lasciare inevasa: abbiamo bisogno di questo provvedimento.

Alessandro Squizzato

sabato 20 marzo 2010

Un candidato sindaco di 26 anni e comunista!


Di: Alessandro Squizzato


http://www.fgci-veneto.it/index.php?option=com_content&task=view&id=429&Itemid=1
Da http://www.barricate.it


Un candidato sindaco di 26 anni e comunista!
Insomma un candidato sindaco della FGCI.
A Castelfranco Veneto, importante comune di poco più di 30.000 abitanti in provincia di Treviso, è in corso una sfida non da poco per la FGCI e per la Federazione della Sinistra.
Dopo 10 anni di governo di una lista civica "orgogliosamente" democristiana, in nome della tanto lodata "alternanza", tutte le forze politiche, di centro-destra e di centro-sinistra hanno dato vita a candidature ugualmente democristiane, di centro moderato. Un brutto effetto della politica paludata, dei sedicenti "professionisti" di partito che abbandonata la volontà di portare dei contenuti e degli ideali diversi da quelli dell'avversario, si misurano solo in una grande battaglia di marketing.


La Federazione della Sinistra, forte in città di un buon nucleo di compagni della FGCI, si presenta contro questo sistema per dare voce alla gente comune, che sta pagando il costo della crisi particolarmente feroce a Castelfranco, la voce degli operai della BERCO e della FERVET, quest'ultima occupata dagli operai, che rischiano di perdere il lavoro, la voce dei cittadini stanchi di una amministrazione che dà ascolto alle solite 10 famigie potenti e alle lobby di commercianti e banchieri.


La Federazione è un progetto politico diverso, migliore che non ha paura di rinnovare e portare cambiamento e che non si deve aggrappare a qualche burocrate fermo al posto di comando da decenni: siamo un gruppo giovane e lo facciamo vedere. Abbiamo candidato a sindaco Simone Marconato, compagno di 26 anni, lavoratore e membro attivo dell'esecutivo regionale della FGCI.
Simone è stato coordinatore regionale dell'Unione degli Studenti, senatore accademico all'università di Padova, rappresentante di facoltà ma nel frattempo ha sempre lavorato per pagarsi gli studi e ora è cuoco presso l'ospedale di Camposampiero (PD).
...Quindi un esempio di condotta che avevamo una gran voglia dare ai nostri avversari.


Questo esperimento, sotto lo slogan ricorrente di "Gente che lavora", parla di cassa integrati, giovani in cerca di casa, precari, licenziati, lavoratori comuni che tirano la carretta in piena crisi facendo gli strordinari e pagando le tasse. Una voce che mancava nella politica di professionisti, primari, avvocati e "figli di".
Un esperimento inoltre che ci sta permettendo di sperimentare un sacco di iniziative che replicheremo a livello nazionale, dai video inchiesta ai manifesti "shock", la formazione dei comunisti del XXI secolo parte anche da qui, dalla pratica quotidiana, dal supporto alle fabbriche occupate, dall'azione strada per strada. 



sabato 28 novembre 2009

Nuove forme di lotta dei lavoratori e il ruolo dei Comunisti.



Di Alessandro Squizzato

 La mattina del 18 novembre gli operai dello stabilimento FIAT di Termini Imerese hanno occupato il municipio e hanno simbolicamente eletto uno di loro “sindaco degli operai” per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla loro trattativa con l’azienda che prevede di chiudere la produzione automobilistica dell’impianto per il 2011 (link: http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/economia/fiat-10/operai-occupano-municipio/operai-occupano-municipio.html).
Lo stesso giorno gli operai della Yamaha invece, che presto saranno lasciati a casa senza uno straccio di ammortizzatore dalla multinazionale giapponese, hanno consegnato alla stampa un appello rivolto a Valentino Rossi, in quanto pilota di punta e simbolo della casa motociclistica: “Adesso aiutaci a salvare il nostro posto di lavoro”, sperando nel “potere dei media” (link: http://www.unita.it/news/economia/91397/caro_valentino_rossi_siamo_disperati_aiutaci_a_salvare_il_posto).
Ancora più recente il blitz degli operai dell’Alcoa di Cagliari con l’occupazione degli uffici e il “sequestro” de dirigenti pubblicizzato tramite l’invio di un video mms alle agenzie e ad una web tv. (link: http://www.pdcitv.it/video/2486/Alcoa-occupata-dirigenti-sequestrati-video-shock)
Ormai la casistica inizia ad essere importante: dalla protesta della gru della INNSE, passando per le decine di casi di operai sui tetti di fabbriche e aziende, alla “serrata dei manager”, i consigli comunali occupati, l’occupazione degli uffici dell’Eutelia di Roma (con l’inquietate caso di squadrismo messo in campo dall’ex a.d. Landi) e via elencando fino agli esempi di questi giorni.
Il vero via era stato dato dai “rapimenti simbolici” di manager effettuati in Francia, dopo quei casi lo storico del movimento operaio Eric Hobsbawm con la solita lucidità aveva posto una questione: è nata una nuova forma d’azione operaia? (link: http://settoredemokratico.ilcannocchiale.it/2009/09/26/hobsbawm_sulle_proteste_operai.html)
Pratiche che vanno analizzate prima di tutto in quanto determinate dai tempi, lo spiega bene il passaggio dello stesso Hobsbawm:

‘Al giorno d’oggi i sequestri dei manager sono un’altra forma d’azione. Non credo abbia alcun senso classificarla come ‘primitiva’ o ‘non primitiva’.Si tratta piuttosto di ricercare nuove modalità d’azione che siano efficaci. Devo aggiungere che queste nuove forme d’azione sono ampiamente determinate dalle circostanze. E noi oggi abbiamo delle nuove circostanze che non esistevano in passato perché sappiamo di vivere all’interno di una ‘società mediatica’. Riuscire a dare il massimo di pubblicità alla propria azione, nel breve termine, e trovare un nuovo modo per farlo è una maniera perfettamente razionale di manifestare il proprio punto di vista.’

Almeno nello studio e nella comprensione di quanto sta accadendo insomma credo vada messo da parte l’atteggiamento – decisamente snob – di chi si limita a stigmatizzare la natura non tradizionalmente “sindacale” di queste proteste, per quanto ciò costituisca un problema. Siamo di fronte ad una casistica che va capita e affrontata, a partire dalla presa d’atto della razionalità di fondo che muove delle persone che hanno come unico scopo la difesa delle proprie condizioni di vita, non certo l’estetica o la “rappresentazione del conflitto”.
Per una vera comprensione del fenomeno servono trattazioni ben più accurate e qualificate ma provo a lanciare alcuni spunti.
Le azioni fortemente dimostrative, mediatiche sono certo frutto del forte potere che hanno ormai i media nell’opinione e anche nella mobilitazione pubblica. Basti pensare alla differenza di numeri che stiamo vedendo in questi giorni tra il movimento universitario di un anno fa, raccolto e rilanciato da importanti testate della carta stampata come dai TG, e quello di questi giorni, abbandonato dagli stessi media.
Ma non credo che tutto si limiti alla preminenza del potere mediatico, entra pesantemente in gioco la chiusura o la restrizione, ormai fattiva, di molti canali di lotta e rappresentanza tradizionali.
L’espulsione della vertenzialità e della rappresentanza del lavoro salariato dal Parlamento, coincidente all’espulsione della sinistra e alla professione di a-classismo del PD.
La perdita di potere rappresentativo e di attendibilità dei comunisti e della sinistra.
L’indebolimento dell’efficacia delle vertenze sindacali, causata dalla linea di preclusione di Governo e Confindustria verso la CGIL e connessa a ciò la separazione con CISL e UIL che hanno scelto di fare altro rispetto al tradizionale ruolo sindacale.
E ancora, il lento logorarsi della tradizionale solidarietà operaia e la sempre più diffusa abitudine dei lavoratori di ogni azienda di pensare ai problemi del lavoro come a problemi individuali, al massimo dei lavoratori della stessa azienda. La frammentazione contrattuale che ha incentivato questa deriva, i contratti a termine e le nuova (nemmeno più tanto) figura del lavoratore precario, non sindacalizzato e difficilmente sindacalizzabile.

Il primo grande potere di queste forme di protesta l’abbiamo già visto in atto: l’emulazione. Sono passate poche settimane dal “rapimento” dei manager in Francia alle lotte di casa nostra; queste pratiche rimpallate da un TG a un quotidiano si sono diffuse e ormai salire sui tetti è divenuto un simbolo.
Basta questo? Ovviamente no.

Limitarsi a mettere all’indice i connotati “irrituali”, poco politici delle proteste mediatiche sarebbe stupido ma ciò non toglie che dei problemi ci sono, anche questi forse mutuati dal contesto presente di degenerazione qualitativa della democrazia.
Ad esempio la quasi scomparsa di una compattezza politica delle rivendicazioni e delle lotte, la dinamica populista che mette in relazione operai sull’orlo della disperazione che si rivolgono direttamente ai potenti di turno per avere aiuto. Nel caso della Yamaha persino a un “VIP” dello sport.
Questo non è sempre vero certo, spesso c’è la FIOM o altre categorie sindacali che organizzano, ma non si può certo dire che in tutto ciò la consapevolezza politica goda di buona salute.
Manca un collante politico, ideologico certo ma basterebbe anche solo una proposta alternativa di società, da portare con sé sui tetti o dentro un ufficio occupato.
Ma questo è compito della sinistra politica, questo sarebbe compito nostro.

Appunto: noi?
Quale può essere il nostro ruolo in questo contesto, come passare da spettatori – quando non ne siamo coinvolti in prima persona – a partecipi, se non promotori, della lotta di classe e dell’opposizione sociale?
A maggior ragione come giovani militanti, con l’ottica di costruire una sinistra di classe nuova e del presente.

Anche qui è opera ambiziosa dare una visione completa, mi limito ad alcuni stimoli.
Io credo che prima di tutto dovremmo imparare la lezione: vedere, capire e replicare. Anche nell’azione politica la componente mediatica è divenuta troppo importante, di pari passo alla frammentazione sociale che ha reso difficilissimo (soprattutto per i modesti numeri della sinistra) il lavoro sul campo, “porta a porta”. Al secondo (che resta imprescindibile) va quindi aggiunta meglio e di più la capacità di attirare l’attenzione, usare le regole dei media contro il sistema che li produce; la differenza tra la scenata e la rivendicazione la fa la nostra capacità di mettere la visibilità al servizio della lotta politica concreta.
I poteri economici possiedono il mezzo e le redazioni, a noi toccherà – metaforicamente e non – scalare qualche tetto.

In secondo luogo penso sia fondamentale approfondire il nostro ruolo all’interno delle vere e proprie proteste dei lavoratori.
Le nostre scelte politiche e organizzative quali la centralità del tema del lavoro, l'interpretazione della lotta come scontro di classe, la valorizzazione dei territori devono esprimersi nella necessità di intessere relazioni di solidarietà, vicinanza e sostegno con i lavoratori prima degli “eventi” mediatici.
Quindi essere presenti con la logistica ma anche con una proposta politica alternativa – legata alla proposta di una società alternativa – improntata sull’unità delle rivendicazioni dei lavoratori, da discutere con gli interessati e portata (dove siamo presenti) nelle istituzioni.
Ancora: un’opera di studio e messa a sistema. Se le proteste sono molte e specifiche, occorre osservarne il più possibile per trovare delle trame, per mettere in collegamento, per valorizzarne i punti di contatto e identità. Occorre insomma fare “inchiesta” nel suo significato originale, volta all’azione politica, ma commisurata al presente.

Due azioni, quella della proposta e quella dell’inchiesta, volte all’obbiettivo politico più ambizioso che la FGCI assieme ad altre organizzazioni vicine si è data: unire le lotte. In prima luogo quelle di tutti i tipi di lavoratori e quindi quelle dei lavoratori con quelle degli studenti e con – aggiungerei io – quelle dei cittadini per la qualità democratica del paese.

Alessandro Squizzato
responsabile nazionale Lavoro
FGCI


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