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mercoledì 10 marzo 2010

Report e conclusioni del forum su organizzazione e partito dei comunisti nell'Italia del XXI° Secolo


Si è svolto sabato 27 febbraio a Roma il forum nazionale promosso dalla Rete dei Comunisti su organizzazione e partito come questione impellente per i comunisti nell’Italia del XXI° Secolo. Il primo dato che ha colpito è stata la partecipazione, decisamente superiore alle aspettative.

Il dibattito è stato aperto dalla relazione introduttiva del compagno Mauro Casadio che ha sintetizzato le questioni contenute nel documento di convocazione distribuito sia in rete sia stampato (a disposizione per chi le volesse ricevere). Per la relazione introduttiva clicca suwww.contropiano.org.

Prima di aprire il dibattito con i compagni delle varie organizzazioni e collettivi, è intervenuto brevemente l’ambasciatore di Cuba in Italia Rodney Lopez Clemente, portando il saluto del Partito Comunista Cubano all’incontro, sottolineando le ottime e storiche relazioni con la Rete dei Comunisti e cogliendo l’occasione per denunciare l’ennesima campagna di demonizzazione di Cuba che stavolta ha preso a pretesto la morte di un detenuto.

Al dibattito sono intervenuti il compagno Fausto Sorini (redazione de L’Ernesto), Annalisa Maule (collettivo Antiper), Marco Rizzo (Comunisti-Sinistra Popolare); Fabio Nobile (ufficio politico del PdCI), Nando Simeone (Sinistra Critica), Aldo Romaro (collettivo de Il Pane e il Rose), Gualtiero Alunni (Comunisti Uniti).

Alla ripresa dei lavori dopo la pausa è stato letta la lettera inviata appositamente per questo incontro da due compagni del Partito Socialista Olandese (Matt Delahay e Jakob Wedemijer) che hanno ricostruito – anche criticamente – il percorso che ha visto questo partito di origine maoista arrivare fino al 17% dei voti e diventare il terzo partito politico in Olanda. E’ poi intervenuto il compagno Sven Tarp del Partito Comunista Danese che ha portato un interessantissimo contributo su partito di massa e partito di quadri confermando che tale questione – indicata nel documento di convocazione del forum - è in discussione anche in altri partiti comunisti europei (dal Belgio alla Francia). Con l’intervento del compagno Salvatore Ferraro di Unità Comunista si sono conclusi gli interventi programmati ed è stato dato spazio ad alcuni compagni che avevano richiesto di poter intervenire (Ursella, De Marchis, Mazzone). All’incontro non ha partecipato il segretario del PRC Paolo Ferrero - che era previsto e confermato tra i relatori – per sopraggiunti impegni non rinviabili.

Le conclusioni sono state tirate dal compagno Sergio Cararo che ha replicato ad alcune osservazioni presentate nel dibattito e indicato come questo primo forum su partito e organizzazione dei comunisti prelude ad un processo di confronto che la Rete dei Comunisti intende aprire già dalle prossime settimane con tutte le compagne e i compagni, già organizzati in strutture o meno, che ravvedono come il corto circuito tra crisi capitalista e crisi politica della sinistra storicamente conosciuta nel nostro paese, portino questo confronto su un piano di priorità non più rinviabile.

La discussione del forum di sabato è stata decisamente positiva. Anche se non tutti gli interventi sono entrati nel merito dei problemi posti dal documento di convocazione e sono state segnalate alcune divergenze sulle scelte contingenti (dal confronto aperto dalla RdC con la Federazione della Sinistra all’atteggiamento sulle prossima scadenza elettorale), l’atteggiamento è stato largamente disponibile ad individuare uno spazio comune per il confronto tra le varie realtà emerse dalla polverizzazione e dalla crisi del movimento comunista nel nostro paese (e dall’esaurimento dell’esperienza storica del PCI prima e del PRC poi). Indubbiamente c’è da lavorare molto per individuare i nodi irrisolti sul piano teorico e storico ed anche per sperimentare forme innovative di organizzazione e protagonismo dei comunisti dentro il conflitto sociale in atto dentro la crisi sistemica del capitalismo, un fattore questo che in Italia si configura nella dimensione di un capitalismo arretrato (una “borghesia senza capitalismo” è scritto sull’ultimo numero di Contropiano) che è profondamente innervato con la struttura sociale del paese.

La Rete dei Comunisti continua ad essere convinta sull’importanza della costruzione di un intellettuale collettivo che rimetta mano ai nodi strategici e lavori ed affianchi reciprocamente i militanti già impegnati sul piano sociale, sindacale, internazionalista, culturale.

A breve saranno disponibili, oltre al documento, alla relazione introduttiva e alla relazione conclusiva, anche i vari contributi che sono stati portati alla discussione del 27 febbraio.

Le conclusioni di Sergio Cararo al forum su organizzazione e partito

Innanzitutto vorremmo segnalare alle compagne e ai compagni che dopo tanto tempo in questo dibattito si è parlato di organizzazione e di partito dei comunisti e non si è parlato di elezioni. E’ una discontinuità interessante rispetto ad abitudini ormai consolidate.

In secondo luogo vorremmo sottolineare come il merito di aver aperto questa discussione su organizzazione e partito dei comunisti nell’Italia del XXI° Secolo, non sia tanto merito della Rete dei Comunisti quanto un effetto della situazione, una situazione caratterizzata da due fattori strettamente intrecciati tra loro come la crisi capitalistica e la crisi dei partiti della sinistra storicamente esistiti nel nostro paese.

Il nesso tra questi due fattori ha obiettivamente (oltre che soggettivamente ) spinto in avanti le esigenze di confronto tra tante compagne e compagni organizzati o meno.

La terza questione è che era immaginabile che oggi il dibattito sarebbe stato quantomeno articolato, un dibattito che riflette la polverizzazione delle esperienze dei comunisti in Italia alla luce dell’esaurimento delle esperienze storiche del PCI prima e di Rifondazione Comunista poi.

Per paradosso, proprio in questa realtà troviamo conferma della nostra tesi secondo cui il piano sociale resta ancora più avanzato di quello politico. Infatti mentre i comunisti aumentano la loro polverizzazione in varie strutture, i sindacati di base procedono verso l’unificazione e la ricomposizione delle loro esperienze. Questo è un processo che a nostro avviso va aiutato, affiancato e per certi versi emulato anche sul piano politico.

Il documento che abbiamo elaborato e proposto come base di discussione su organizzazione e partito dei comunisti, è un passaggio tesi a riporre in avanti le questioni con cui dobbiamo fare i conti.

Il 31 ottobre scorso abbiamo posto con un incontro pubblico simile a questo forum, la questione della rappresentanza politica e del suo rapporto con il blocco sociale antagonista. Lo abbiamo fatto non per aderire alla Federazione della Sinistra – come erroneamente ritengono i compagni di Antiper nel loro contributo – ma perché abbiamo voluto riaffermare anche nel confronto con i partiti che hanno dato vita alla FdS, che è finito il tempo in cui potevano limitarsi a dire che nelle nostre esperienze ci sono buone analisi o bravi organizzatori sociali e sindacali ma “la politica è un’altra cosa”, che la politica è fatta di alleanze, scadenze elettorali etc. Questo schema su cui si è retta la funzione della sinistra e dei partiti comunisti in Italia fino ad oggi - e che però li ha portati alle difficoltà di oggi – non regge più. Sarebbe sbagliato pensare che PRC e PdCI non sono cambiati e che non è possibile discutere con loro, sono cambiati eccome, anzi è stata propria la realtà a cambiarli ed a porli in una condizione inimmaginabile fino a soli due anni fa. Questo dato è ormai evidente e lo è anche a migliaia di compagni che a questi partiti hanno fatto o fanno ancora riferimento e con questi compagni occorre discutere e confrontarsi.

Il compagno Sorini de L’Ernesto, questa mattina sollevava un problema reale, quello dell’autofinanziamento senza il quale diventa difficile fare politica. Su questo vorremmo sottolineare due cose, la prima è un paradosso. In questi anni le forze filo-USA o filosioniste come i radicali ci hanno accusato di essere finanziati da Cuba o dai paesi arabi a causa della nostra attività di solidarietà con la rivoluzione cubana o con la resistenza palestinese, libanese etc. Il paradosso è che in questi anni gli abbiamo risposto sistematicamente che siamo stati noi in qualche modo e con la solidarietà popolare e militante a finanziare Cuba o i palestinesi affinché resistessero alle pressioni e all’aggressività dell’imperialismo e non il contrario.

La seconda questione è che se il problema dell’autofinanziamento diventa quello principale, quello che guida le scelte sul piano politico, si ritorna a quel pragmatismo senza identità, in cui il mezzo sopravanza il fine. E’ lo stesso rischio che si corre pensando che la costruzione del partito dei comunisti sia oggi il fine principale da raggiungere e non più lo strumento utile per raggiungere l’obiettivo della trasformazione politica e sociale del sistema.

Infine l’ultima questione che vorremmo segnalare in queste conclusioni è la lotta politica e culturale che dobbiamo cominciare a condurre tra i compagni contro lo scetticismo. Lo scetticismo è una corrente filosofica antica, ma nei tempi più recenti è diventato un atteggiamento che la stessa borghesia alimenta tra le nostre file indicandolo come un indicatore di maturità. Il compagno Aldo Romaro (Il Pane e le Rose) diceva giustamente che se alla trasformazione sociale del sistema non ci credono più nemmeno i comunisti, come fanno ad essere credibili tra i lavoratori, i settori popolari, i giovani, gli scienziati o gli intellettuali e a coinvolgerli nella lotta per il cambiamento politico e sociale?

Non solo. Molto spesso davanti a nuove ipotesi politiche, a proposte che cercano di invertire la tendenza alla sconfitta o alla liquidazione, viene alimentato uno scetticismo di principio contro “i partitini”, i “sindacatini”. Ma poi stiamo verificando come i grandi partiti o i grandi sindacati o non esistono più o sono diventati delle gabbie che depotenziano e imbrigliano i settori più combattivi di lavoratori e di delegati. Se dentro questa crisi è possibile solo ripartire da piccole strutture di quadri ma con forti legami di massa, chi non vuole abbandonare la partita e arrendersi deve poter partire da quello che c’è e dalle potenzialità e progettualità che indicano per il futuro.

Sbaglia chi pensa che l’idea del partito di quadri sia una giustificazione per una concezione minoritaria della funzione dei comunisti. Al contrario, abbiamo cercato di spiegare più chiaramente possibile che il nesso tra un partito di quadri e la sua funzione di massa è inscindibile.

Qui si sta aprendo una fase storica. C’è la crisi di sistema del capitalismo, cresce la competizione globale e crescono i pericoli di guerra. Dentro questo scenario la questione di come si organizzano e di quale funzione debbano e possono svolgere i comunisti non è più un problema accademico ma un terreno di progetto sul quale intendiamo confrontarci a fondo, nel merito e senza sconti con tutti i compagni nei prossimi mesi.



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domenica 14 febbraio 2010

Alessandro Vaia, una lezione che non muore


 di Fausto Sorini, su Liberazione del 14 gennaio 2010
Tremila battute sono poche per ricordare Alessandro Vaia nel 19° anniversario della sua morte (12 febbraio 1991). Ma probabilmente lui apprezzerebbe questa “costrizione” alla sinteticità e si opporrebbe ad ogni dilatazione di spazi: lui che detestava ogni vacua prolissità.

Fu una grande scuola, di militanza e di vita, per un bel gruppo di quadri che erano poco più che trentenni negli anni '80; che si formarono nella lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI, organizzati soprattutto attorno alla rivista Interstampa, di cui egli fu uno dei fondatori e la cui funzione di lotta e formazione considerò sempre centrale, anche rispetto a talune ambiguità della direzione cossuttiana che poi, negli ultimi anni, si sono manifestate in tutto il loro liquidazionismo.

Oggi quei quadri (molti di essi) rivestono ruoli di direzione nel PRC e nel PdCI, e in buona parte sembrano non aver smarrito l'essenza politica e ideologica di quella formazione leninista e gramsciana che – per Vaia – era l'opposto di ogni settarismo o scolastica ripetizione di formule fuori dal tempo e dallo spazio, ma anche di ogni opportunistico e pragmatico ripiegamento adattativo allo “spirito dei tempi”, privo di basi strategiche, ideologiche e di integrazione col movimento comunista nella sua dimensione internazionale (o, peggio, di ogni patetico carrierismo fine a se stesso).

Non tutti sanno chi era Vaia, e ancor più in tempi di revisionismo imperante, vale la pena di leggere e rileggere il suo libro Da galeotto a generale, edito da Teti, con prefazione di Luigi Longo..

Nato a Milano nel 1907, si iscrive al PCd'I nel '25 e l'anno dopo entra in clandestinità. Arrestato nel '28, resta in carcere per 5 anni, poi emigra in Francia. Nel '35 è alla scuola leninista di Mosca, politica e militare. Da lì, nel '37, viene inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventa Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45° Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro riesce a fuggire e rientra in Italia nel '44. Nel marzo '45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l'insurrezione del 25 aprile.

Dirigente del PCI, membro del CC, subirà dopo il '56 – in nome del “rinnovamento” - l'epurazione  della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC, parteciperà da protagonista di primo piano alla lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI: con la fondazione della Editrice Aurora (1978), della rivista Interstampa (1981) e, successivamente, del Centro culturale Concetto Marchesi.

Sicuramente Brecht lo avrebbe collocato tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Insieme lo ricordiamo, con indelebile commozione, coi figli Franco e Vladimiro, e con la sua compagna Stellina, che fu il grande amore della sua vita. Ancora parleremo di lui, perchè tante cose da lui abbiamo ancora da imparare.



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sabato 13 febbraio 2010

Comunisti Uniti e la lettera aperta di alcuni compagni dell'Ernesto e del PdCI

Di: Comunisti Uniti



CU 2.0 e la lettera aperta di alcuni compagni dell'Ernesto e del PdCI



L'Ernesto, un'area politica interna al PRC nella quale alcuni degli aderenti a Comunisti Uniti 2.0 si riconoscono, e diversi compagni del PdCI, hanno diffuso in rete una lettera aperta nella quale - nel riaffermare le ragioni che hanno portato alla fondazione dell'Associazione Marx XXI - si denuncia in sostanza un atteggiamento genericamente definito "basista", "purista" e "bordighista" presente in alcune settori della militanza comunista interna ed esterna ai due partiti principali e si prende posizione sul tema delle alleanze alle prossime regionali. Questa lettera è stata interpretata da qualcuno anche come una risposta al rilancio dell'appello originario "Comunisti e Comuniste cominciamo da noi", che sta raccogliendo centinaia di adesioni dentro e fuori PRC e PdCI.

Approfittiamo quindi di questa iniziativa del PdCI e dell'Ernesto tentando di portare la discussione su un piano costruttivo e sul quale sia possibile un confronto tra posizioni diverse, entrando nel merito solo di alcune cose che ci sembrano più significative.

Diciamo subito che non ci sentiamo chiamati in causa da quel che si dice nella lettera. Certamente nella foga di molti compagni verso le organizzazioni politiche "ufficiali" c'è anche la rabbia e la delusione di chi si è impegnato in buona fede, a lungo e con dedizione in un proprio partito e lo ha visto pian piano ridursi in uno stato critico spesso comatoso: un po' di sfiducia è dunque legittima e sarebbe necessario uno sforzo volto a capirne le ragioni piuttosto che a tentare di esorcizzarla tout court. Da parte nostra, nell'appello CU2 abbiamo evitato accuratamente ogni mitologia o strumentalità "basista". Nella lettera aperta per il rilancio dell'unità dei comunisti CU2, infatti, i compagni sono invitati esplicitamente a lavorare insieme unitariamente anche rimanendo nei partiti, se lo ritengono opportuno. Sebbene noi siamo fortemente critici verso la Federazione della Sinistra e non riteniamo che questa abbia delle prospettive reali, rispettiamo chi opera all'interno di essa e dei partiti che la compongono ("Non chiediamo perciò a nessuno di uscire da questi partiti o da altre organizzazioni, coordinamenti o federazioni"). Questi partiti, o le loro aree interne, vengono dunque riconosciute in quanto tali, compresi i loro organismi dirigenti con la loro autorità, tanto più che molti di noi ancora militano in essi. Di essi e dei loro organismi dirigenti, però, si vorrebbe anche sollecitare un rinnovamento e un'apertura, in collegamento con la vasta diaspora comunista, attraverso la collaborazione con quei compagni che da essi sono usciti da tempo o che non ci sono mai stati, proprio per affrontare la degenerazione di quel "rapporto dirigenti-diretti" (compresi i meccanismi di selezione dei quadri) di cui parla anche la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del Pdci. A questo allude il nostro invito alla"apertura di sedi di dibattito e di iniziativa" e alla messa in discussione dei "meccanismi di funzionamento" dei partiti stessi e per questo ci rivolgiamo ai singoli compagni e alle singole compagne di qualunque appartenenza comunista. Riteniamo infatti che, di fronte alla crisi pesantissima del movimento comunista nel nostro paese, nessuno possa oggi autoassolversi e ritenersi autosufficiente: né all'interno di PRC e PdCI né all'esterno di essi. Crediamo che questa sia una prospettiva alla quale gli stessi partiti, e in primo luogo il PdCI, dovrebbero guardare non con ostilità ma con interesse, visto che versano innegabilmente in una crisi di militanza piuttosto grave.

Sul PdCI il nostro appello non lancia nessun anatema, come non lo fa verso nessun altra organizzazione, partito o associazione dell'attuale arcipelago comunista, oggi ancor più frammentato del periodo in cui era uscito l'appello nell'aprile 2008 (basti pensare alle successive separazioni nel PdCI e nella vecchia terza mozione congressuale del PRC). Semmai, c'è stata in qualcuno dei firmatari di CU2 nei mesi passati un'aspettativa molto grande nei confronti del PdCI. Un'aspettativa che oggi però fa i conti con le lentezze del processo e che proprio per questo a volte si esprime in maniera reattiva. Oltretutto questo sentimento reattivo interno a aree del PRC e al PdCI avviene principalmente non "contro" questo o quell'apparato, ma soprattutto di fronte a una crisi capitalistica e ad un attacco padronale pesantissimo su scala internazionale che vede il ruolo dei comunisti ridotto ad opzione collaterale e subalterna alle logiche tutte interne alle compatibil ità di sistema. Bisogna comprendere che tale sentimento va assolutamente coniugato e non contrapposto con le medesime aspettative che si sono create all'esterno dei due partiti comunisti che oggi hanno fatto la scelta della Federazione della Sinistra. Un compito difficile e di cui non conosciamo i tempi di risoluzione, ma al quale non ci possiamo sottrarre se vogliamo veramente riaprire la strada verso un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati, radicato nella classe ed efficace nella lotta politica.

Proprio per questo, l'appello CU2 sostiene a chiare lettere che "non serve allora un ennesimo partitino ma è necessario andare tutti insieme verso la ricostruzione di un solo Partito" e che i Comunisti Uniti si coordinano per "sostenere" - e non certo per guidare, come erroneamente si lascia trasparire – "il progetto strategico dell'unità dei comunisti": un progetto del quale di fatto l'Ernesto e il PdCI, se ci credono, possono essere due componenti importanti e che nessuno ha mai preso pregiudizialmente di mira. Questo è lo spirito - del tutto costruttivo - con cui abbiamo promosso CU2.

Dobbiamo dire anche, tuttavia, che parlare di necessità di alleanze di governo locale e nazionale senza quest'approccio strategico, senza il tentativo di dotarsi di un programma minimo di classe attorno al quale farle e senza una reale analisi della natura di classe delle forze politiche interne alla logica bipolare/bipartitica attuale è oggi altamente rischioso.

Su tale questione, che noi avevamo messo in primo piano insieme a quella del partito e della linea sindacale nel rilanciare l'appello, riprendevamo non a caso quanto era scritto nel primo testo del 17 aprile 2008 e attualizzavamo quelle riflessioni a questa fase, proprio come la stessa lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI chiede di fare.

In linea di principio, in questa lettera si dicono infatti delle cose del tutto condivisibili per chi ha una formazione politica comunista. Tuttavia, proprio per mantenersi fedeli alla concretezza che essa evoca, sappiamo che questi sono principi che vanno anche inquadrati storicamente e che vanno utilizzati con onestà intellettuale, altrimenti rischiano di essere la legittimazione ideologica dotta di una prassi molto meno nobile, come è spesso avvenuto. E questa storicizzazione va fatta a nostro avviso a due livelli.

1) Al primo livello, questi principi vanno inquadrati nella storia delle formazioni politiche delle quali alcuni di noi fanno o facevamo parte. Il principio per cui gli accordi si fanno se convengono al partito, se ce ne sono le condizioni, se ci rafforzano ecc. ecc. è stato infatti utilizzato sistematicamente come argomentazione per sedare gli animi dei più riottosi ad ogni appuntamento elettorale dal 1991 sino ad oggi, a volte in maniera comprensibile altre meno. Il problema è allora, come dice questa lettera, quello di valutare se l'alleanza concretamente "consente il rafforzamento e l'avanzata delle forze comuniste... o se ne favorisce invece l'arretramento e l'indebolimento". A nostro avviso - ma anche per molti compagni dentro PRC e PdCI - il calcolo dei vantaggi e degli svantaggi e l'analisi della natura e degli obiettivi di classe dei potenziali alleati, e non il pregiudizio ideologico, indica oggi decisamente nella seconda direzione: in questo moment o le alleanze, rendendo indistinguibile la proposta politica dei comunisti da quella del PD, ci fanno apparire subalterni ad un partito con una posizione prevalentemente liberaldemocratica e profondamente in crisi. Nella migliore delle ipotesi questo ci rende invisibili, ci indebolisce e ci fa apparire inutili proprio alla classe. Una semplice variante politica che risulta funzionale alle forze moderate e socialdemocratiche solo se serve loro per raggiungere una maggioranza e per sostenere le politiche liberiste coprendole "a sinistra"..

La nostra non è dunque una fuga dalla politica nella declamazione "purista" ma un contributo per rilanciare l'autonomia di classe dei comunisti e la loro indipendenza politica. Il tentativo di garantire una resistenza più efficace e di individuare alcune condizioni che oggi sono molto lontane, ma che un domani potranno aiutarci a costruire una prospettiva di uscita dal capitalismo, tanto più che esso si trova in una profonda crisi alla quale non corrisponde un'alternativa strategica. Giocare meglio le nostre carte (sempre mantenendo un'accorta flessibilità tattica) e offrire un profilo di autonomia e anche di alternatività, facilita oltretutto il dialogo con i nostri ceti sociali di riferimento e può contribuire a frenare un'emorragia di consenso e credibilità che riguarda tutto il movimento comunista.

Il risultato elettorale, riteniamo, sia sempre la verifica, intermedia o finale, di un lavoro politico nelle contraddizioni di classe e non il contrario..

Le alleanze alle regionali, però, preludono pressoché inevitabilmente ad una corresponsabilità di governo locale, essendo in questo tipo di amministrative per lo più esclusa l'eventualità di un'alleanza che sia solo elettorale e che non comporti l'ingresso o il sostegno a giunte poco presentabili, come quelle che si configurano nella grande maggioranza delle regioni. Dati i rapporti di forza attuali, difficilmente nelle giunte si riuscirebbe ad incidere (e in effetti, nella maggioranza dei casi, non ci si riusciva molto nemmeno quando i numeri erano diversi). Al contrario, si sarebbe obbligati a condividere scelte di politica locale - pensiamo soprattutto alle privatizzazioni dei servizi pubblici, alle devastazioni urbanistiche, alle esternalizzazione - che dovrebbero andare contro i nostri programmi e i nostri intendimenti e che, soprattutto, metterebbero tutti i comunisti di nuovo in contraddizione con quei contenuti sulla base dei quali si è tentato di costruir e quel poco di legami di massa che ancora rimangono (pensiamo a cosa può accadere a Roma con il sostegno a una Bonino liberista, antisindacale e filoisraeliana).

Cosa conviene alle coalizioni che si richiamano al comunismo oggi in questo momento? Prendere un assessore e recidere questi legami oppure avere un assessore in meno e rafforzarli? Che le due cose possano stare insieme in questo momento è molto difficile. E a questo punto andrebbe approfondito anche il contesto economico-produttivo in cui ci muoviamo e andrebbero indagati gli spazi politici reali che l'acuirsi di questa crisi capitalistica strutturale lascia ai comunisti.

Data la fragilità ideologica dei quadri dirigenti comunisti e di quelli istituzionali, poi, è più facile oggi che questa corresponsabilizzazione contribuisca ad un ulteriore aggravamento della degenerazione dei meccanismi di funzionamento dei partiti e di selezione dei gruppi dirigenti. In linea teorica c'è, ovviamente, la possibilità che gli istituzionali tengano la linea giusta. Questo però, come sappiamo, comporterebbe fibrillazioni sulle Giunte esponendosi ancora una volta alle solite accuse di scarsa affidabilità con conseguenze negative di un tipo diverso. Ci si legherebbe da soli un cappio al collo, il cui nodo sarebbe nelle mani degli amministratori del PD e, peggio, anche dell'UDC.

Tra l'altro, non si può nascondere la testa sotto la sabbia e non ascoltare le critiche sempre più forti di chi anche all'interno delle aree comuniste presenti nella Federazione della Sinistra condivide questa impostazione.. Non è tutto liquidabile come mero "populismo" il mal di pancia che su questi punti si sta largamente esprimendo nel Lazio come in Calabria, in Basilicata come in Sardegna, in Toscana come in Liguria e Piemonte.

Per inciso questo nostro giudizio, per cui - in sintesi – l'emorragia elettorale ci faceva e ci fa perdere consenso a sinistra a causa dell'eccessivo "governismo", era esplicitamente espresso nella stessa mozione sostenuta dall'Ernesto e dalle altre aree della Terza Mozione all'ultimo congresso del PRC: "la nostra crisi", si diceva in quella mozione, "è anche il risultato finale della politica di due anni del governo Prodi, del conseguente crollo di fiducia dell'elettorato popolare e di sinistra. A ciò ha contribuito, obiettivamente, la scelta, assunta tre anni fa, della linea di alleanza organica col centro-sinistra (prima la Gad e poi l'Unione) e di partecipazione al governo Prodi, senza aver conquistato significativi punti programmatici e men che meno una impostazione generale alternativa al neoliberismo e alla guerra e soprattutto senza che vi fossero nella società rapporti di forza tali da determinare un'inversione di rotta". Così come que sti concetti erano espressi anche nell'appello Comunisti Uniti dell'aprile 2008, condiviso (e questo è un punto che viene sottovalutato) con vasti settori di militanti e quadri delle lotte esterni a PRC e PdCI: la sconfitta nasce dalla "delusione estesa e profonda del popolo della sinistra e dei movimenti per la politica del governo Prodi e l´emergere in settori dell´Arcobaleno di una prospettiva di liquidazione dell´autonomia politica, teorica e organizzativa dei comunisti in una nuova formazione non comunista, non anticapitalista, orientata verso posizioni e culture neo-riformiste. Una formazione che non avrebbe alcuna valenza alternativa e sarebbe subalterna al progetto moderato del Partito Democratico e ad una logica di alternanza di sistema".

Se non c'era "bordighismo" né infantilismo nella mozione dell'Ernesto e nell'appello CU1, insomma, non ci sono nemmeno nell'appello CU2 che ne ricalca le argomentazioni. Anche perché, come cercheremo di dire più sotto appena dopo il punto 2, il problema è in realtà secondo noi un altro.

2) Il secondo livello di storicizzazione è più complesso e vogliamo qui solo accennarvi. Il principio a cui fa riferimento la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI, così come molti altri principi ai quali spesso ci richiamiamo, sono stati espressi in una fase nella quale, con tutti gli arretramenti, le sconfitte e le difficoltà del caso, il movimento comunista internazionale nel suo complesso stava attraversando un percorso di potente crescita ed ascesa, parallelamente all'ascesa delle classi subalterne in Occidente e all'avanzata della società di massa così come all'avvio delle lotte di decolonizzazione. Non si trattava ovviamente di un percorso lineare e scontato e sappiamo bene che ci sono state fratture imponenti come le guerre mondiali o i fascismi. Possiamo però retrospettivamente concepire quella macrofase, che si apre con il 1848, come una fase di avanzata, sebbene contraddittoria.

In quel contesto era a nostro avviso oggettivamente più facile maneggiare la tattica e anche affrontare la questione delle alleanze, perché la spinta del movimento complessivo, le dinamiche di "fusione", con l'entusiasmo e le motivazioni che sapevano suscitare, ma soprattutto la preparazione ideologica dei quadri e dei militanti e il riconoscimento che questi avevano da parte dei ceti sociali di riferimento, aiutava le singole forze politiche comuniste a essere elemento dirigente o comunque a "governare" i processi nei quali si impegnavano. Dunque c'erano maggiori probabilità che quel tipo di linea politica trovasse conferma nella prassi. Oggi ci troviamo invece in una fase di ritirata strategica nella quale il movimento complessivo è, almeno in Occidente, sulla difensiva e non ha legami con ciò che avviene al di fuori dell'Occidente, i quadri sono quelli che sono e la nostra credibilità è pari pressoché a zero. E' più probabile, allora, che nel tenta tivo "ambizioso" di governare questi processi si venga piuttosto governati da essi.

Quando si riflette sui principi che guidano la linea politica, allora, crediamo che si dovrebbe fare anche questo sforzo di contestualizzazione. Se in passato, sulla spinta del movimento complessivo, c'erano maggiori margini di manovra anche in presenza di rapporti di forza sfavorevoli e le alleanze potevano essere utilizzate e forzate per migliorare questi rapporti di forza, oggi è possibile che le cose stiano diversamente e che dunque i principi enunciati in passato vadano commisurati anche con quanto è avvenuto nel frattempo. E' legittimo questo dubbio? Noi pensiamo di sì..

Ma il problema vero, come anticipavamo, è un altro. Il problema, cioè, non è soltanto quello di discutere tra noi quale sia in linea di principio ed in astratto l'atteggiamento dei comunisti di fronte alle alleanze e alle elezioni. E' una questione sulla quale ci sono intere biblioteche e una semplice rassegna delle indicazioni presenti nella nostra tradizione non è sufficiente senza quel doppio sforzo di contestualizzazione al quale abbiamo accennato.
Il problema è anche molto più terra terra: nello specifico di queste elezioni regionali ci sono le condizioni per fare le alleanze oppure no? Conviene davvero sul piano tattico? Posta l'esigenza di ottenere una rappresentanza istituzionale, esiste una contraddizione tra la strada che si sceglie per ottenerla e l'esigenza altrettanto importante di riconquistare un minimo di credibilità nei confronti dei soggetti sociali di riferimento (ovviamente non strumentalmente per poi tornare al punto di partenza)? Fino a che punto è legittimo, per partiti gracili, con i quadri amministrativi e con l'esperienza istituzionale che tutti conosciamo, sostenere che comunque è fondamentale avere delle forme di finanziamento di tipo elettorale e che perciò si è "obbligati" alle alleanze? Insieme a quella economica, non si rischia la cancellazione totale della propria indipendenza politica e culturale? Se anche questo potesse essere efficace nel breve periodo, non c'è il risc hio che nei tempi medio-lunghi gli svantaggi si dimostrino superiori ai vantaggi, come è avvenuto sinora?

E' un criterio sacrosanto: le alleanze si fanno o non si fanno sulla base di una valutazione delle condizioni politiche e dell'utilità che il partito (quando ce n'è uno) ne trarrà. E queste alleanze si fanno attorno a un programma minimo mirato a costruire e rafforzare un blocco sociale che si opponga al capitalismo e, in prospettiva, costruisca la base per la trasformazione sociale.

Tutti noi ci ricordiamo benissimo, però, che nell'esperienza di questi partiti comunisti tale valutazione delle condizioni non ha mai - o forse: quasi mai - risposto a criteri oggettivi ma che i criteri sono stati quasi sempre così vaghi e indefiniti da poter essere forzati a favore degli accordi.. E di accordi che spesso erano stati già fatti e rispetto ai quali l'enunciazione dei principi valeva come giustificazione preventiva.

Infine, questa parte dei compagni dell'Ernesto e del PdCI invitano ad avere uno sguardo dialettico sulla Federazione della Sinistra e a distinguere in essa gli elementi positivi da quelli negativi. E' un invito che accogliamo, pur mantenendo il nostro giudizio complessivo critico sulla Federazione chiaramente enunciato nel nostro rilancio. Da parte nostra, invitiamo al tempo stesso quei compagni e tutti gli altri ad avere uno sguardo altrettanto dialettico su CU2.

Comunisti Uniti è o può essere - e per quanto ci riguarda vuole essere - anche il tentativo di dare un senso costruttivo al dissenso e spinta all'organizzazione. E cioè di aiutare i compagni più delusi a rimanere legati a quel processo di ricomposizione che tutti noi speriamo di vedere partire prima possibile, ma su basi avanzate e non di mero ritorno a posizioni anche unitarie ma subalterne e fallimentari. E persino di mantenerli legati anche a quei partiti - o a quelle aree - che di questo processo, come tutti sappiano, possono essere componenti importanti, incanalandone politicamente le insofferenze verso il terreno della lotta unitaria ed evitando ulteriori defezioni.

Presenteremo un ragionamento più articolato in una prossima analisi della fase complessiva, che speriamo di pubblicare presto. Detto questo, auguriamo ogni successo all'Associazione Marx XXI - della quale la lettera di questi compagni dell'Ernesto e del PdCI parla e della quale noi avevamo già riconosciuto delle potenzialità nel testo integrale dell'appello CU2, tant'è che alcuni di noi vi entreranno - e ribadiamo la nostra disponibilità al dialogo e alla collaborazione, nel rispetto reciproco e nella consapevolezza che tutti i differenti percorsi oggi in campo, dentro e fuori PRC e PdCI, se basati sulla condivisione di pochi ma chiari paletti dell'unità e dell'autonomia dei comunisti, non sono alternativi ma potrebbero essere persino complementari.


Stefano G. Azzarà, docente filosofia Università Urbino
Andrea Fioretti, assemblea dei lavoratori autoconvocati Roma
Gualtiero Alunni, Resp. Naz. Trasporti e membro del CPN PRC
Mao Calliano, direzione naz.le PdCI e segr. prov.le Federazione di Torino

La lettera di alcuni compagni de L'Ernesto e del PdCI è presente alla pagina: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=19080

La lettera aperta per il rilancio del progetto dei Comunisti Uniti è consultabile sul sito: http://www.comunistiuniti.it/

Per dare la propria adesione scrivere alla casella: adesioni@comunistiuniti.it



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martedì 12 gennaio 2010

Sette riflessioni e proposte per i Comunisti: Costituente Comunista subito!

Di:


Andrea Musacci



1)Innanzitutto, MARX21°. Esiste il rischio che diventi una 'mera' associazione culturale, senza una seria struttura organizzativa, ed un chiaro progetto politico autonomo e concreto. Il punto però positivissimo che tutti eludono è il fatto che sia un progetto - oltre che fondamentale in quanto importanza ed urgenza, e questo tutti lo riconoscono - fondato principalmente da l'Ernesto e dal PdCI, vale a dire dalle due forze comuniste (nonostante tutto) d'avanguardia nel nostro Paese.

2)Non penso che i gruppi di Comunisti Uniti siano oasi felici e ben strutturate rispetto ai due partiti e alle potenzialità di MARX21°. Sono, ad esempio, in molte zone controllate da quel gruppuscolo che risponde al nome di 'comunisti-sinistra popolare', i quali per riunire i comunisti in Italia si sono ... divisi dai Comunisti Italiani...!!! Non nego, comunque, che in altre realtà siano più efficaci e composti dalle varie anime dell'arcipelago comunista, però mi sembra che dopo l'abbandono - sbagliato - del PdCI e di parte de l'Ernesto di questo progetto, esso non sia più in grado di rappresentare la 'Casa Comune dei Comunisti'.

3)Quindi, se prima avevamo i comunisti dispersi in due partitini e in qualche rete e associazione, ora a queste si sono aggiunte strutture/reti col chiaro intento di riunire la diaspora, ma che in realtà si son rilevate tutte incapaci di riunire e di fare egemonia, e quindi in tanti casi sono diventate nient'altro che sigle in più al fianco di PRC e PdCI, e magari a volte pure meno unificanti degli stessi...

4)Da qui, la ancora maggiore confusione: PRC, PdCI, CU, MARX21°, rete dei comunisti ecc.ecc.
Allora, è sì necessario ripensare un'organizzazione unitaria ripartendo dai territori, ma come? MARX21° non è sufficiente, certo, però oggettivamente è il luogo dove si può riunificare in maniera maggiore la diaspora. Questo se ci sarà l'impegno forte oltre dei militanti de l'Ernesto, soprattutto di tutti quelli del PdCI o di compagni senza tessere. A tutt'oggi quale altro appello o gruppo è riuscito a riunificare con un'identità così forte e un'autorevolezza del genere tanti compagni/e?

5)Chiaramente la mia speranza è che MARX21°, dopo essere stata lanciata da alcuni dirigenti e intellettuali, si strutturi nei territori grazie all'unione di intellettuali acacdemici, quadri operai, studenti, militanti dei due partiti, dirigenti locali, sindacalisti, comunisti senza tessera. Non sarebbe già un ottimo ri-inizio di riunificazione? Alcuni circoli sono già nati, tanti altri nasceranno tra gennaio e febbraio. E' importante che tutti insieme lavorino per questo progetto, evitando così al tempo stesso che esso ponga in secondo piano l'aspetto politico/organizzativo.

6)Tutto ciò non toglie l'errore del PdCI di rimanere alla coda dei ferreriani e dei socialdemocratici dentro la Federazione della Sinistra. Spero che dopo le elezioni di marzo - e la batosta che prenderemo in molte regioni - si accelleri, con MARX21° il processo costituente dei comunisti in Italia.
I dirigenti del PdCI troveranno, finalmente, il coraggio di fare questo passo decisivo?

7)Il PdCI potrebbe lanciare un congresso straordinario costituente del Nuovo Partito dei Comunisti Italiani, in modo tale da far entrare tanti compagni/e senza tessera, l'Ernesto, parte di Essere Comunisti, e di compagni ora in Comunisti Uniti.

Questo porterebbe: - il PRC a diventare una cloaca di movimentisti, opportunisti, trotzkisti e socialdemocratici, e a fondersi con Sinistra e Libertà.

- ad assegnare a MARX21° - il quale in questi mesi comunque creerebbe il terreno per questa fase costituente - il necessario, urgente e assolutamente fondamentale compito di divenire centro studi e scuola per quadri e militanti di questo nuovo Partito.

http://andremusa.wordpress.com

sabato 12 dicembre 2009

Appuntamenti: E' ufficiale, si inaugura a Roma Marx XXI



La crisi dei partiti comunisti e della sinistra in Italia affonda le sue ragioni, oltre che dagli sconvolgimenti storici dell'89, anche in una vera e propria scissione tra la teoria e la prassi politica che ha prodotto, nel corso di almeno un decennio precedente a quegli eventi, la sottovalutazione e l'abbandono sia del pensiero di Marx e delle sue categorie di interpretazione della realtà, sia di gran parte del patrimonio e delle successive acquisizioni teoriche e politiche del socialismo e del comunismo.

L'Associazione MARX21° nasce dall'esigenza di favorire il processo di unità e autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia, nella convinzione che esso non possa essere rinviato ulteriormente nè che possa avanzare solo con la pur giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera ma solo con una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto mondiale (dal documento politico dell'associazione)

L'Associazione si pone come scopo di produrre elaborazioni, studi e programmi che, sul piano teorico e culturale, costituiscano le basi per il lavoro politico teso alla riunificazione, in Italia, delle forze che si richiamano al marxismo e al comunistmo, nel quadro di un confronto con il complesso delle tendenze culturali e politiche, anticapitaliste, progressive e democratiche a livello nazionale ed internazionale (art.3 dello Statuto)

L'appuntamento per l'inaugurazione è per il 19 dicembre a Roma,
c/o Centro Congressi Cavour, Via Cavour 50/A

A vent'anni dall'89
RIPENSARE IL COMUNISMO
NEL VENTUNESIMO SECOLO

Interventi e contributi di:

Luigi CANCERINI -  Andrea CATONE -  Oliviero DILIBERTO - Manlio DINUCCI - Vladimiro GIACCHE' - Fosco GIANNINI - Domenico LOSURDO - Guido OLDRINI - Paola PELLEGRINI - Massimo RENDINA - Bruno STERI - Nicolas TERTULIAN - Mario TORELLI - Mario VEGETTI - Luigi VINCI

Ambasciatori di: CINA - CUBA - VENEZUELA - VIETNAM


Saluti di intellettuali marxisti e dirgenti dei partiti comunisti internazionali 
 
***
 
La redazione de Il Comunista quotidiano, ringrazia la Redazione de L'Ernesto per il materiale e la collaborazione ed invita tutti i compagni alla partecipazione e alla diffusione dell'evento.
Noi ci saremo, voi?

venerdì 11 dicembre 2009

Marx21°



 Leggendo la risposta di Francesco Francescaglia (resp. Esteri PdCI) alla proposta di Jacopo Venier (Resp. Comunicazione PdCI) "Il semplice difficile a farsi", ci siamo imbattuti in una frase: "con l’associazione Marx21° che nascerà il prossimo 19 dicembre"
In redazione ci siamo chiesti cosa fosse e ci siamo informati.
Bene, pare che il famoso laboratorio di idee e di ricerca di stampo marxista, nominato dal segretario Oliviero Diliberto (PdCI) in varie occasioni, comprese le assemblee di luglio e del 5 dicembre ultimo scorso, vedrà la luce.
Pertanto, nasce in Italia, Marx21°, un'associazione di studio,  ricerca, innovazione ed elaborazione di idee, che vedrà al suo interno, intellettuali, studiosi e politici di area, tra cui compagni del PdCI e del PRC Ernesto e area Grassi, nonché di nomi del calibro di Vladimiro Giacché.
Altro non abbiamo saputo, qualcos'altro l'abbiamo trovato, ma nel dubbio aspettiamo insieme le novità.

giovedì 5 novembre 2009

Gli USA e la NATO - In Afghanistan rischiano ormai una sconfitta strategica




Che gli Stati Uniti non avrebbero vinto la guerra in Afghanistan lo si poteva intuire sin dai primi giorni dei bombardamenti sul paese a ottobre del 2001. In quei giorni infatti un alto ufficiale statunitense commentava i pesanti bombardamenti a tappeto sui siti dei taliban affermando: “Li lasceremo con solo quello che hanno addosso”. In quella frase, un pò proterva e un po’ imprudente, emergeva subito l’incapacità dell’apparato militare USA di concepire i costi, le caratteristiche e gli imprevisti di un conflitto asimmetrico come quello che stavano scatenando in Afghanistan. Il generale statunitense, dando dimostrazione della supponenza di chi ritiene di avere supremazia della forza, ignorava completamente che gli afgani sono molto spesso abituati a vivere tutta la vita con “solo quello che hanno addosso” e che come loro sono centinaia di milioni nel terzo mondo (i vietnamiti trenta anni fa, i somali negli anni Novanta, etc.) le persone che sopravvivono con enormi difficoltà, ma con altrettanta dignità, anche senza i comfort dell’american way of life. Non solo. I militari e la leadership USA mostravano di non aver studiato e compreso le negative lezioni sul campo afgano subite dai britannici nell’Ottocento e dai sovietici nel Novecento.

Oggi gli Stati Uniti di Obama e i loro alleati della NATO (tra cui l’Italia) sono consapevoli che stanno perdendo la guerra in Afghanistan e che, nella migliore delle ipotesi, potranno rimanere impantanati sul territorio per anni e anni senza sbloccare la situazione.

In un conflitto asimmetrico, il radicamento tra la popolazione, la conoscenza del territorio e soprattutto le motivazioni dei combattenti, alla lunga fanno la differenza sull’esito del conflitto stesso.

L’amministrazione USA ritiene di affrontare questa sconfitta sul campo aumentando il numero di soldati sul fronte, incentivando i bombardamenti aerei (che producono però moltissime vittime civili) e affiancando all’apparato di occupazione militare un apparato di occupazione civile fondato su quattro fattori: le Ong, la cooptazione di pezzi di popolazione e signori della guerra contro i taleban, investimenti economici più massicci nelle infrastrutture, creazione di un nuovo senso comune di emancipazione in settori della popolazione insofferenti alle persecuzioni religiose dei talebani e alle arretratezze del sistema tribale (1).

Per paradosso, se sostituiamo alle Ong, l’allora PDPA (Partito Democratico del Popolo Afgano) e le sue strutture sindacali, culturali e sociali collaterali, era lo stesso tentativo messo in piedi dall’Urss nell’intervento in Afghanistan conclusosi nel 1989. Anche in quel caso le strutture politiche e civili si erano assunte l’onere della modernizzazione del paese e dell’emancipazione di settori popolazione a partire dalle donne, dalla scuola, dai servizi civili (producendo risultati positivi oggi inimmaginabili). Anche ai tempi dell’intervento sovietico si era cercato di cooptare alcuni signori della guerra all’interno della Loya Jirgah (la Grande Assemblea) in funzione di separazione e contrasto con i gruppi islamici afgani sostenuti dal Pakistan, dagli USA e dall’Arabia Saudita che si opponevano alla presenza dei militari sovietici. I risultati ci dicono che quella strada fu un fallimento, anche se occorre ammettere che il governo di Najibullah (l’ultimo presidente filo sovietico che godeva di una base di consenso assai superiore a quella oggi di Karzai) resistette fino al 1992 nonostante il ritiro dei sovietici nel 1989.

Rispetto ai dati forniti in tabella, la presenza militare USA sta di nuovo crescendo, ma se in Afghanistan si sono rotti i denti centinaia di migliaia di militari sovietici, che disponevano di una minima ma organizzata base di consenso interno, come possono pensare alcune decine di migliaia di militari USA e NATO di vincere la guerra afgana? Come possono pensare di alimentare un governo fantoccio e screditato come quello di Karzai? E come possono pensare di sostituirlo con un altro esponente della micro-borghesia urbana di Kabul distante anni luce dall’Afghanistan profondo e sostanzialmente ribelle agli stranieri e ai loro simili? La guerra afgana per gli USA e la NATO è perduta, il rischio è che la consapevolezza di questa sconfitta possa produrre ancora migliaia di morti tra gli afgani e i militari stranieri prima che i governi accettino la strada della ritirata.

Ma se questa appare la strada più ovvia, occorre tenere conto di alcune variabili che possono per un verso allungare l’agonia e dall’altro estenderla in un conflitto di più ampie proporzioni.

La prima variabile è che il fallimento del primo intervento strategico della NATO, secondo i nuovi criteri varati nel rinnovo del Trattato nel 1999, farebbe “perdere la faccia” a uno degli ultimi strumenti di concertazione tra le potenze occidentali. Il fallimento della missione afgana certificherebbe la fine della NATO. Di questo sono consapevoli e terrorizzati sia gli USA che i governi europei più filo-atlantici. La crisi della NATO sarebbe la fine definitiva di quello che Brzezinski ha definito il “nostro strumento principale per interferire negli affari europei” (2).

La crisi della NATO, segnerebbe dunque l’affrancamento definitivo del polo imperialista europeo dall’ingerenza USA, contribuendo così a quella ridefinizione della mappa dei rapporti di forza mondiali che si va delineando sempre più chiaramente a scapito dell’egemonia globale statunitense.

Il rischio dell’estensione regionale della guerra

La seconda variabile è relativa propria alla consapevolezza degli Stati Uniti di questo cambiamento della mappa dei rapporti di forza mondiali. Perdere in Afghanistan significherebbe perdere il Grande Gioco geopolitico sull’Asia Centrale, ossia condividere l’amara sorte toccata all’Impero britannico un secolo prima. Nasce da qui la tentazione niente affatto nascosta di allargare il conflitto al Pakistan per cercare di non perdere posizioni e soprattutto la partita.

“Lo scopo principale degli Stati Uniti dev’essere quello di distruggere, smantellare e sconfiggere al-Qaida e i suoi santuari in Pakistan e prevenire il suo rientro in Afghanistan e Pakistan” ha detto il presidente statunitense Obama il 27 marzo scorso. E’ interessante su questo il commento del direttore di Limes, Lucio Caracciolo secondo cui: “Otto anni di combattimenti non sono bastati agli americani per sconfiggere la piovra jihadista responsabile dell’11 settembre. Quasi il doppio del tempo impiegato dalla nascente superpotenza per vincere le due guerre mondiali, con i decisivi interventi del 1917-18 e del 1941-45. A meno di non considerare Bin Laden più potente degli imperi di Germania e Giappone, occorrerà ammettere che qualcosa non torna”. In primo luogo, è escluso che qualsiasi potenza straniera possa assumere direttamente il controllo dell’”Afpak” (Afghanistan-Pakistan, NdR). Obama lo sa bene – sostiene ancora Caracciolo - Per questo punta sull’”afghanizzazione” del conflitto. Ma la sua priorità è il Pakistan: qui è costretto a servirsi dei poco affidabili capi militari in quanto unico potere effettivo, deputato a impedire che l’arsenale atomico finisca ai terroristi. Opzioni sensate, sulla carta. Sul terreno è un po’ diverso: in Afghanistan manca lo Stato, mentre ciò che ancora funziona di quello pakistano – Forze armate e intelligence – ha inventato i taliban e continua a utilizzarli come affiliati nel braccio di ferro con l’India” (3).

Il fallimento della politica USA nell’Afpak, è piuttosto evidente agli occhi di molti osservatori, anche di quelli più bendisposti. Emblematica l’analisi avanzata da uno sito specializzato di problemi strategici (Equilibri.net) in cui l’autore, Federico Tomasone, ricostruisce l’effettiva situazione sul campo e l’evoluzione del ruolo dei Taleban non solo in Afghanistan ma anche in Pakistan: “Le grossolane campagne condotte dal governo di Islamabad su pressione statunitense, le tradizionali inimicizie fra il Governo pachistano e le popolazioni locali, sommato alla forte presenza di jihadisti hanno stretto attorno ai Taliban un vasto fronte nella regione. Da ospiti i taliban si sono quindi trasformati in leader nella regione ed esercitano un potere crescente nel Nord del Pakistan. L’influenza talebana va inoltre a consolidare quel sentimento di comunanza pasthun tesa a rivedere le spartizioni territoriali fatte a tavolino dagli inglesi nell’800” (4).

L’amministrazione USA è dunque ben consapevole di essersi impantanata nel mattatoio afgano e di correre il rischio di estendere sia il pantano che il mattatoio al vicino Pakistan, un paese che però è dotatato di armi nucleari e che – tra l’altro - non ha affatto gradito il recente accordo nucleare-strategico tra gli USA e la nemica India. A nessuno sfugge poi come la stessa crisi iraniana, se dovesse precipitare con un attacco militare israeliano o statunitense contro i siti nucleari iraniani, la cosa avrebbe immediate e pesanti ripercussioni non solo in Medio Oriente ma anche in Asia Centrale , in Afghanistan e in Pakistan.

La “zelante” posizione dell’Italia nella guerra afgana

La linea seguita dall’attuale governo italiano (Berlusconi) sul fronte della guerra afghana, è sostanzialmente in continuità con quella seguita dal governo precedente (Prodi). La politica estera è infatti il terreno sul quale la logica bipartizan agisce in modo ancora più implacabile che su altre questioni. Nessuno infatti mette in discussione la subalternità dell’Italia alla NATO e alle sue proiezioni politico-militari nei vari teatri di crisi, tra questi l’Afghanistan. Soprattutto il Partito Atlantico (storicamente e strutturalmente bipartizan), comprende bene come una sconfitta in Afghanistan metterebbe in crisi definitivamente la NATO e la storica subalternità ad essa dell’Italia.

Nel corso del mandato del governo Berlusconi ci sarà da aspettarsi diversi colpi di scena. Da una parte – in caso di nuove, numerose e prevedibili perdite italiane - potrebbero ripetersi le sortite di Bossi e della Lega sul ritorno a casa dei militari perché questo corrisponde ad un vasto sentimento popolare favorevole al ritiro delle truppe; dall’altra il governo italiano non può che accentuare il suo impegno politico e militare sul fronte afgano (e sulla nuova base USA a Vicenza) perché deve “tranquillizzare gli USA” rispetto alle avventure spericolate e alle relazioni pericolose di Berlusconi con la Russia, la Libia e la Turchia sulla questione dei gasdotti indipendenti dai tracciati strategici definiti dagli USA, delle fonti di approvvigionamento energetico e delle incursioni diplomatiche “autonome” nello scenario eurasiatico (vedi la crisi in Georgia).

A tutto questo si è aggiunta la polemica sollevata dal quotidiano conservatore inglese “The Times” (e dall’ambasciata USA in Italia) sulle mazzette che gli apparati statali italiani avrebbero distribuito ai signori della guerra e ai talebani per non esporre al fuoco i soldati presenti sul fronte afgano. Una pratica non certo nuova nelle missioni militari italiane. E’ sufficiente pensare al Libano nel 1982 e nel 2006 ma anche in Iraq dopo l’attentato di Nassirya. Una pratica che però non metterà a lungo al riparo i militari italiani dall’escalation bellica sul campo provocata dalle incursioni militari degli altri contingenti della NATO e da quello USA.

L’Italia, prima con Prodi ed oggi con Berlusconi, sposa sostanzialmente la tesi dell’offensiva militare-civile che prevede l’arruolamento delle Ong e delle organizzazioni umanitarie negli obiettivi strategici dell’apparato militare, nell’aumentare i finanziamenti in loco (sia in mazzette che in infrastrutture) e nel rilanciare periodicamente la Conferenza internazionale di pace in cui però manca ancora il convitato di pietra : i talebani. In ogni caso oggi permane un forte blocco politico bipartizan che non intende ritirare le truppe dall’Afghanistan e guarda con terrore ad una messa in discussione dell’alleanza subalterna con la NATO e gli USA. Contro questo blocco atlantico e guerrafondaio, qualsiasi ipotesi politica della sinistra italiana dovrà fare i suoi conti (5).

Appuntamenti e contraddizioni per il movimento contro la guerra

Se il quadro che ci troveremo davanti nella guerra afgana è quello descritto, il compito del movimento della guerra e delle forze politiche che ne condividono responsabilità e obiettivi, è piuttosto chiaro: il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan sia come sottrazione dell’Italia dalla guerra sia come elemento di accentuazione della crisi della NATO e della subalternità del nostro paese nella NATO. La decisione del Patto Contro la Guerra (la rete No War attiva ormai da due anni) di rilanciare la mobilitazione per il ritiro dei soldati e il taglio alle spese militari in occasione del 4 novembre (Giornata delle Forze Armate), mette apertamente in conflitto la cultura militarista e revanscista di cui il governo di destra vuole impregnare la società con le ragioni di chi – in modi e con accentuazioni diverse – si oppone alla guerra ma anche al neocolonialismo italiano.

Sulla guerra in Afghanistan ci troviamo nella condizione invidiabile di poter rappresentare l’opinione della maggioranza della popolazione che in questi anni – sistematicamente e ripetutamente – ha detto di essere contraria alla missione e favorevole al ritiro delle truppe. Assistiamo cioè ad una contraddizione evidente tra la maggioranza parlamentare (a favore della guerra afgana) e la maggioranza sociale (contraria). E’ quantomeno incredibile che non si sia riusciti a rendere esplicita e incisiva questa contraddizione.

E’ per questo che non possiamo però nasconderci come in tale contraddizione e nella funzione che possono svolgervi i partiti comunisti e della sinistra rimanga un pesantissimo convitato di pietra. Il ripetuto voto a favore della missione militare in Afghanistan durante il governo Prodi, è stato e rimane uno strappo tra i partiti della sinistra e il loro popolo che non si è affatto ricucito. Al contrario la timidezza con cui la nuova segreteria del PRC e il PdCI accennano “all’errore” commesso nel luglio del 2006 e poi nel 2007, manca ancora della severità e della ponderatezza di una autocritica degna di questo nome e capace di segnare con chiarezza un doveroso “mai più”. Non sarebbero sgradite delle pubbliche scuse ai senatori Rossi e Turigliatto, ma soprattutto non sarebbe sbagliato trovare il coraggio di guardare negli occhi quel popolo antimilitarista (da Gino Strada a padre Zanotelli, dai compagni delle varie reti antimilitariste ai pacifisti) che nel luglio del 2006 gremì il centro congressi “Frentani” per sostenere i senatori che avevano annunciato il loro voto contrario al decreto sulla missione in Afghanistan e che non furono conseguenti. Quella rottura – resa poi clamorosa dalla manifestazione del 9 giugno 2007 contro la visita di Bush a Roma – ha segnato come uno spartiacque la crisi della sinistra nel nostro paese ed ha minato anche la credibilità dei partiti comunisti verso il loro blocco di riferimento accentuando un disorientamento ed uno scetticismo con cui tuttora si sta facendo i conti.

Infine, ma non per importanza, non possiamo nasconderci che ci sono anche altre responsabilità nella difficoltà del movimento No War in Italia a riconquistare nel suo complesso la credibilità di cui c’è bisogno per intercettare, rappresentare e trasformare in azione politica la maggioranza sociale del paese favorevole al ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Ci riferiamo ad esempio al movimento contro la base militare Dal Molin a Vicenza, un movimento che ha avuto inizialmente e giustamente la capacità di fare del No alla base un elemento di mobilitazione popolare e nazionale ma che poi ha scelto coscientemente di fare del Dal Molin una vertenza locale allontanando tutti coloro che non condividevano la conversione in “questione territoriale” di una battaglia che riguardava e riguarda tutto il paese. Una scelta che si è rivelata perdente da tutti i punti di vista e che ha indebolito il movimento No War in uno dei fronti – quello delle basi militari – nei quali invece c’erano tutte le condizioni per un movimento di massa importante, anche in caso di sconfitta.

Si tratta quindi si sostituire alla “cultura dell’evento” la logica del radicamento e dell’organizzazione stabile dell’iniziativa No War nel nostro paese e alla cultura del pacifismo eurocentrista una visione aggiornata dell’antimperialismo. Un cambio di passo e di mentalità in cui c’è urgente bisogno nell’epoca in cui la guerra è tornata ad essere una opzione possibile e incombente dello scenario politico e internazionale in cui agiamo.

* Rete dei Comunisti.

Note:

(1) Intervista al generale USA Gorge Joulwan, su La Stampa del 7 ottobre 2009
(2) Brzezinski in “La Grande Scacchiera”, edizioni Rizzoli, 1997
(3) “L’Italia in Afghanistan. La Strategia per uscire” su La Repubblica del 18 settembre 2009
(4) “Afghanistan. Geografia del contropotere talebano” in Equilibri.net. , 13 aprile 2007
(5) Indicativo su questo è il lungo editoriale di Scalfari su “La Repubblica” del 20 settembre 2009” Come e perché restare a Kabul”


(questo articolo uscirà sul prossimo numero della rivista L'Ernesto)






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