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martedì 1 giugno 2010
martedì 25 maggio 2010
domenica 23 maggio 2010
venerdì 21 maggio 2010
mercoledì 19 maggio 2010
Social CQ [#128] I criminali della finanza capitalista e le collusioni con i governi conservatori europei
martedì 18 maggio 2010
BERNI ALIMENTARI: IL NUOVO PIANO INDUSTRIALE È LA CHIUSURA!
Un altro giorno di lotte per i lavoratori della Berni di Piacenza. L’azienda di Gragnano (comune in provincia della città emiliana) è in procinto di chiudere, e da quasi una settimana i lavoratori che stanno perdendo il posto si stanno mobilitando con scioperi e presidi. Martedì mattina un nutrito gruppo di dipendenti si è radunato sotto gli uffici della Provincia per far sentire la loro voce di vittime sacrificali. Negli uffici dell’amministrazione erano infatti riuniti i dirigenti della cooperativa Copador (che da agosto 2007 gestisce l’azienda alimentare) per risolvere la questione.
Gli operai si sentono presi in giro dopo che la Copador si era impegnata ad utilizzare i fondi della Regione per risollevare la fabbrica, reinvestendo nella produzione. «I fondi regionali sembrano spariti, – affermano in coro gli operai – in fabbrica non si è visto nemmeno un euro di investimento, tant’è che a fine anno la fabbrica chiuderà per mancanza di guadagno..proprio come doveva succedere già un anno e mezzo fa». Chi protesta chiede semplicemente il rispetto degli accordi presi con sindacati ed istituzioni, dal Comune di Gragnano alla Province fino al Presidente Errani. «La cordata piacentina aveva come progetto principale quello della filiera corta e della continuità del piano industriale precedente – continuano a spiegare durante il presidio – ed invece ora vogliono, o almeno così dicono, trasferirci tutti e 57 a Collecchio».
Proprio il trasferimento è l’incognita più grande. Oltre al fatto che per ora ci sono soltanto parole da parte della dirigenza, se la Berni fosse trasferita a Parma a perderci non sarebbero solo i lavoratori, costretti ad essere pendolari disagiati, ma anche il territorio piacentino: «in questo modo Piacenza perderà uno dei marchi più importanti dell’industria alimentare e in più anche l’economia di Gragnano ci rimetterà». L’ultima rivendicazione degli operai è rivolta ai partiti che «in un primo momento si sono impegnati per l’azienda assieme alla Copador e ora, che i nodi vengono al pettine, sono spariti di nuovo nel silenzio; evidentemente sapevano…e ora ci lasciano soli nel pantano che ci hanno spinto». Al loro fianco si sono esposti solo i sindacati e anche Rifondazione che, per voce del segretario regionale Mainardi, assicura «il pieno sostegno alla protesta con la presentazione di diverse interpellanze ad ogni livello istituzionale compresa la giunta regionale di Errani».
Andrea Tagliaferri
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domenica 2 maggio 2010
Primo maggio, una festa amara
Da una parte la crisi economica senza precedenti e la disoccupazione dilagante, dall’altra l’attacco ai diritti. Insomma, c’è davvero poco da stare allegri
di Paolo Serventi Longhi
Primo maggio 2010, Festa del lavoro. C’è proprio poco da festeggiare. La ricorrenza cade quest’anno nel mezzo di una crisi con pochi precedenti nella storia recente. I diversi paesi del Nord e del Sud del mondo, chi più chi meno, devono fare i conti con una crisi economica e finanziaria che sta trascinando i suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle libertà, le tutele e i diritti di chi manda avanti l’economica mondiale: le lavoratrici e i lavoratori. E non è finita, le avvisaglie di ripresa in alcuni paesi e in qualche settore sono contraddette dalla paura che le difficoltà economiche, il lievitare della spesa pubblica, la fragilità del sistema finanziario determinino nuove condizioni di grave instabilità.
Da noi in Italia è un Primo maggio amaro, segnato dall’aumento della disoccupazione, dell’utilizzo della cassa integrazione, della mobilità, dalla riduzione dei redditi da lavoro e da pensione, dall’attacco ai diritti e alle tutele sociali faticosamente conquistate in decenni di battaglie sindacali. Come dimostra l’andamento del tutto insoddisfacente del dibattito parlamentare sul ddl che modifica le norme del processo e del diritto del lavoro. La Cgil ha confermato le manifestazioni, i sit in, i presidi organizzati in questi giorni in molte città e davanti alla Camera dei deputati, anche perché le modifiche proposte dal governo e dalla maggioranza non alleggeriscono la portata devastante del provvedimento soprattutto per i nuovi assunti, costretti ad accettare un arbitrato per qualunque controversia di lavoro eccetto, pare, il licenziamento.
In sostanza, viene confermato l’impianto previsto nello sciagurato “avviso comune”, firmato da Cisl, Uil e imprese, davanti al ministro Sacconi. Con un’enfatizzazione del ruolo degli enti bilaterali che va molto al di là della natura esclusivamente “di servizio” che questi debbono avere, come dice la Cgil. Ne parleremo ancora, seguendo con attenzione l’iter del provvedimento. Comunque, buon Primo maggio, cari lettori.
Da noi in Italia è un Primo maggio amaro, segnato dall’aumento della disoccupazione, dell’utilizzo della cassa integrazione, della mobilità, dalla riduzione dei redditi da lavoro e da pensione, dall’attacco ai diritti e alle tutele sociali faticosamente conquistate in decenni di battaglie sindacali. Come dimostra l’andamento del tutto insoddisfacente del dibattito parlamentare sul ddl che modifica le norme del processo e del diritto del lavoro. La Cgil ha confermato le manifestazioni, i sit in, i presidi organizzati in questi giorni in molte città e davanti alla Camera dei deputati, anche perché le modifiche proposte dal governo e dalla maggioranza non alleggeriscono la portata devastante del provvedimento soprattutto per i nuovi assunti, costretti ad accettare un arbitrato per qualunque controversia di lavoro eccetto, pare, il licenziamento.
In sostanza, viene confermato l’impianto previsto nello sciagurato “avviso comune”, firmato da Cisl, Uil e imprese, davanti al ministro Sacconi. Con un’enfatizzazione del ruolo degli enti bilaterali che va molto al di là della natura esclusivamente “di servizio” che questi debbono avere, come dice la Cgil. Ne parleremo ancora, seguendo con attenzione l’iter del provvedimento. Comunque, buon Primo maggio, cari lettori.
in sei regioni il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%
Nel 2009 in sei Regioni il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è risultato superiore al 30%: in Sardegna è al 44,7%, in Sicilia al 38,5%, in Basilicata al 38,3%, in Campania al 38,1%, in Puglia al 32,6%, in Calabria al 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Sul versante opposto le Regioni con la disoccupazione più bassa sono la Toscana con il 17,8%, la Valle d'Aosta con il 17,5%, il Veneto con il 14,4% e il Trentino-Alto Adige con il 10,1%.
A scattare la fotografia sulla disoccupazione giovanile è la Confartigianato nelle elaborazioni flash appena pubblicate e che vede il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) arrivato a marzo 2010 al picco del 27,7%, 2,9 punti percentuali in più rispetto ad un anno prima. Se si prende a riferimento il tasso di occupazione, in otto regioni si riscontra un tasso inferiore al 20%: i valori più bassi in Campania (12,9%), seguita dalla Calabria (13,4%), la Basilicata (13,6%), la Sicilia (14,2%), la Sardegna (15,5%), il Molise (17,7%), l'Abruzzo e la Puglia (18,4%).
I tassi di occupazione più alti Confartigianato li registria in Valle d'Aosta con il 27,8%, in Emilia-Romagna con il 28,1%, in Lombardia con il 28,8%, in Veneto con il 30,2% e in Trentino-Alto Adige con 34,2%. La più bassa occupazione dei giovani tra 15 e 24 anni in Campania con il 12,9%, in Calabria con il 13,4%, Basilicata con 13,6%, Sicilia con 14,2% e Sardegna con il 15,5%. In una valutazione su più larga scala, prendendo cioé in esame la classifica del tasso di occupazione delle 271 regioni europee (e riferita al 2008), tra le ultime dieci regioni europee per tasso di occupazione 15-24 anni, ben quattro sono italiane: Campania, Basilicata, Sicilia e Calabria. Peggio di Sicilia e Calabria fanno solo le tre ex colonie francesi oltremare della Martinica, della Guyana francese e di Guadalupa.
TASSO DI ABBANDONO SCOLASTICO: il valore più elevato si riscontra, questa volta, al nord: a Bolzano il tasso di abbandono è del 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%. Il più basso abbandono scolastico lo riscontriamo nelle Marche con il 7,8%, nel Veneto con il 7,5%, nel Molise con il 6,9%, in Friuli Venezia Giulia con 6,5% e in Umbria con il 5,0%.
LAVORO IRREGOLARE: bassa attività e bassa occupazione associata ad un elevato abbandono scolastico possono essere segnalatori di attività del mercato del lavoro parallelo costituito dal 'sommerso'. Con riferimento al 2007, la quota di unità di lavoro irregolari sul totale è dell'11,8% in media nazionale, con un valore del Mezzogiorno che è più che doppio rispetto alle due ripartizioni del Nord. Il valore del tasso di irregolarità del lavoro più alto è quello della Calabria (27,3%), seguita a distanza da Molise (19,4%), dalla Basilicata 19,0%) e dalla Sicilia e Sardegna (entrambe con 18,8%). Sul versante opposto, la maggiore regolarità del mercato del lavoro la riscontriamo in Toscana e Veneto (8,6%), Bolzano e Lombardia (8,4%) e infine Emilia Romagna (8,1%).
Per Confartigianato, "uno strumento come l'apprendistato può aiutare l'economia italiana a colmare il gigantesco gap rispetto al resto d'Europa per quanto riguarda le condizioni del mercato del lavoro giovanile. Il contratto di apprendistato può facilitare sia l'accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani, sia a favorire quella formazione in azienda che diventa indispensabile per ridurre la discordanza tra domanda e offerta rilevata sul nostro mercato dl lavoro. Va infatti evidenziato - conclude Confartigiato - che a fronte di una difficoltà di reperimento di personale non stagionale nell'artigianato del 25,1% nel 2009, si osserva che in ben otto regioni la difficoltà di reperimento supera il 30%".
venerdì 30 aprile 2010
La Mappa della Crisi
Da Repubblica
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Il bilancio nero di Alemanno
Il Comune di Roma è in bancarotta. La città sopravvive a se stessa, sempre più affannata, e comincia a scricchiolare nei suoi snodi più delicati, quei servizi sociali che permettono a tanta povera gente di tirare il fiato mese dopo mese. Né, d’altra parte, s’intravedono slanci espansivi, investimenti per opere pubbliche o sviluppi dell’impresa privata, insomma una qualche prospettiva economica; anzi, anche da queste parti, crescono i disoccupati (in queste ore
si annunciano due-tremila licenziamenti Telecom) e di nuove occasioni di lavoro neanche a parlarne.
Se la grande crisi industriale di fine secolo aveva tutto sommato graziato Roma, perché città storicamente terziaria e dunque manchevole di grandi manifatture, oggi sembra appassire anche quel disordinato, effimero rigoglio di attività nei servizi, nella cultura, nel commercio che negli anni scorsi l’aveva economicamente protetta.
Un impoverimento generalizzato, tanto acuto quanto rapido. Coinciso non proprio casualmente con il cambio politico del Campidoglio. Un processo che forse già affiorava in precedenza, durante il secondo mandato di Veltroni, ma che Alemanno non ha saputo né cogliere né, tanto meno, contrastare. Ha preferito buttarla in caciara, sbraitando contro la sinistra che aveva svuotato le casse comunali. Ma poi non ha saputo né risanare né indebitarsi. Si è fatto commissariare e ha tirato a campare con l’elemosina di Berlusconi, una specie di mancia al croupier.
E oggi Roma non ha un bilancio (per la prima volta nella sua storia) e neanche ci sono le condizioni finanziarie per raggruzzolarne uno finto. Gli amministratori capitolini sembrano smarriti, girano a vuoto tra gli uffici e cominciano a negarsi perfino al telefono: non hanno la minima idea su come andare avanti. Forse il governo lascerà cadere qualche spicciolo, se non altro per premiare la languida
fedeltà del sindaco, ma più probabilmente arriverà un nuovo commissario. A sancire il definitivo fallimento della capitale.
Complimenti ad Alemanno. In due anni ha trascinato Roma al tracollo. Sono finiti i soldi per l’assistenza indiretta, quei sussidi che aiutano le categorie sociali deboli e svantaggiate; non si aprono le nuove scuole perché non si possono comprare banchi e lavagne né assumere gli insegnanti; si tagliano i contributi per i soggiorni estivi degli anziani; si riduce il servizio di trasporto scolastico; si annullano i centri ricreativi estivi per l’infanzia; non si finanziano i progetti sociali a sostegno dei disabili e degli anziani fragili, centri diurni, case famiglia,
poli d’integrazione; non si fa più manutenzione nelle scuole e negli immobili
comunali; non si possono accogliere i minori che i tribunali affidano all’amministrazione locale; non si curano più le aree verdi; si eliminano completamente i progetti culturali e sportivi nei quartieri e nelle periferie.
Non c’è un euro neanche per comprare i fiori da portare ai funerali delle due ragazze morte a Ventotene.
I bandi per opere pubbliche e lavori di manutenzione erano stati 304 nel 2007 e l’anno scorso sono crollati a 74. In compenso si moltiplicano le assegnazioni
dirette, senza alcun controllo e spesso affidate alle stesse aziende, mentre i pochi appalti pubblici vengono affidati con ribassi d’asta insostenibili, intorno
al 60%, roba da sabbia bagnata invece di asfalto, il tutto lavorato in nero. Così come, sul versante delle politiche sociali, si elargiscono buoni e sussidi direttamente a singoli beneficiari: una progressiva privatizzazione dell’assistenza camuffata da ridicole campagne propagandistiche tipo bimbo-bello nonno-felice famiglia-gaudiosa.
E nei diciannove Municipi romani si scarica la protesta degli esclusi, sempre più aspra e disperata, carne viva e dolente che bussa vanamente alle porte degli
impiegati, dei consiglieri, degli assessori. Un vero e proprio assedio sociale. Ogni giorno è una croce. La ragazza madre che non riceve più il sussidio, il
dirigente scolastico che chiede di aggiustare il tetto della scuola o di derattizzare le aule perché ci sono più topi che alunni, l’anziano che desidera andare qualche giorno in vacanza, la figlia del malato di Sla che non può rinunciare al sostegno domiciliare, il cittadino che si lamenta delle buche sulle strade, la famiglia che senza l’integrazione al canone d’affitto rischia lo sfratto.
Bisogni inevasi, ricacciati indietro, respinti e negati. Non c’è il bilancio comunale e non è più possibile salvaguardare la condizione materiale di tanti e tante.
Ignorando o dimenticando che si tratta di diritti inviolabili che per legge devono essere tutelati e sostenuti. È un massacro sociale la cui proporzione cresce di
giorno in giorno.
E pensare che con le giunte precedenti a Roma si era consolidato un sistema di welfare niente male, per alcuni aspetti perfino più avanzato di quelli «storici», emiliani, toscani e umbri. Grazie alla sua complessità, la metropoli capitolina era stata costretta a misurarsi con una domanda da sempre trascurata e già di per sé estesissima, ma anche con realtà inedite, non previste dal tradizionale schema assistenziale. Ed era riuscita a confezionare una rete di servizi abbastanza ampia, e qua e là con punte di eccellenza, proprio laddove cercava di intercettare i nuovi bisogni che affioravano dalle grandi trasformazioni sociali.
Le nuove figure, le nuove famiglie, i migranti, e poi la fascia dell’adolescenza sfuggente e refrattaria, e poi il grande e disarticolato mondo del lavoro sempre più precarizzato, le tante solitudini urbane di giovani e vecchi, di soggetti indefiniti e indefinibili. Uno sforzo enorme. Che infatti è costato non poco e
ha finito per accumularsi in un sensibile debito pubblico. Ed è soprattutto qui l’origine del deficit comunale.
Del resto, è ormai risaputo che i trasferimenti finanziari agli enti locali non siano più sufficienti. Da anni si tagliano progressivamente i bilanci di Regioni, Province e Comuni perché considerati sprechi, e questo restringe selvaggiamente l’offerta di servizi. Servizi via via privatizzati ma non per questo meno costosi.
Anzi. L’illusione di risparmiare esternalizzando, vendendo e svendendo, si è rilevata desolatamente ingannevole. E infatti ci si indebita per fronteggiare
le necessità. Tutte le città del mondo sono costrette a farlo, da New York a Londra, da Milano a Palermo.
Oppure, si va con il cappello in mano dalle imprese immobiliari per ottenere servizi in cambio di volumetrie. È il modello dell’urbanistica contrattata, attraverso cui si scambiano concessioni edilizie con strade, scuole, mercati, trasporti, impianti sportivi, ecc. Tante palazzine, tanto credito pubblico: per realizzare ciò che le amministrazioni dovrebbero obbligatoriamente fare ma non fanno per mancanza di soldi. Il risultato è gravoso e devastante: densificazioni
edilizie, consumo di territorio, danni ambientali, congestioni urbane. E anche tanti e tanti profitti.
Ma a ben guardare a Roma neanche queste pratiche sbrigative trovano spazio. In Campidoglio non riescono nemmeno a negoziare con i palazzinari. Non usano il piano regolatore, che è peraltro piuttosto generoso, né lo modificano scegliendo altre strade. Annunciano che faranno questo e quello, prevalentemente robaccia scadente, ma in realtà puntano sulla solita commistione tra grandi eventi e grandi appalti, dai Mondiali di nuoto alla Formula uno alle Olimpiadi. Una paccottiglia affaristica che neanche le solenni conferenze all’Auditorium riescono a nobilitare.
In questi due anni Roma ha vivacchiato nella mediocrità. Ma adesso comincia a soffrire davvero. Ha il respiro corto e non vede il domani. Con la sua ottusa
demagogia, con la sua palese inconcludenza, con le sue furbizie d’accatto il sindaco Alemanno sta consumando una grande responsabilità. O non capisce o fa finta di non capire, nega tutto e ridacchia imbarazzato. In realtà, sta danneggiando seriamente la città. E la città non tarderà a rinfacciarglielo.
Chi lo dice che gli invisibili non fanno ascolti?
Chi lo dice che gli invisibili non fanno ascolti? Ieri a Brontolo, di mattina, quasi 500mila telespettatori per la crisi del Polo Chimico di Terni e per la Videocon di Anagni. Più di 6500 lavoratori a casa
Giovedì mattina, ore 11,25, RaiTre. Comincia Brontolo, la trasmissione condotta da Oliviero Beha. La puntata è dedicata al Primo Maggio ma il titolo parla chiaro: "C'era una volta il primo maggio. Il lavoro rende occupati?" Nello studio 2 della DEAR c'è un pubblico particolare. Due rappresentanze dei lavori della Videocon di Anagni (1300 licenziamenti) e i rappresentanti della Basèll-Lyondell di Terni. Un'azienda chimica, quest'ultima. Con loro un Giuslavorista, Giampiero Falasca, e un ospite che di I Maggio ne ha visti davvero tanti: Massimo Rendina, partigiano e Presidente dell'Anpi Roma e Lazio.
La situazione della Videocon è tragica. I dipendenti sono con Cassa integrazione in deroga ma da due mesi non prendono più lo stipendio. Hanno occupato strade ed autostrade ma non è servito a nulla. Per la Basèll - Lyondell, azienda non in crisi, si chiude per delocalizzare. La multinazionale proprietaria - americana - vuole chiudere l'impianto ternano nonostante l'ultimo anno abbia prodotto 8 milioni e mezzo di euro di utili. La chiusura della Basèll significa la morte del Polo Chimico di Terni. A casa, tra diretto e indotto, 1400 persone. Insieme a loro le filiali Basèll di Ferrara e Brindisi, insieme al centro di ricerche di Milano. Complessivamente 5000 dipendenti. Brontolo fa un viaggio nella crisi, in un orario difficile, quello della mattina di un giovedì. Eppure arrivano i dati di ascolto il giorno dopo e si scopre che con il 7,91% la puntata viene vista da più di 420mila telespettatori. Solitamente, a quest'ora, anche in altre puntate di Brontolo, gli spettatori medi sono intorno ai 300mila.
Il lavoro che non c'è, la crisi evidente del nonstro Paese, le ragioni di chi perde il lavoro meritano di essere viste e conosciute. Per questo è importante dare visibilità agli invisibili. Serve a loro e serve anche al Paese.
Il lavoro che non c'è, la crisi evidente del nonstro Paese, le ragioni di chi perde il lavoro meritano di essere viste e conosciute. Per questo è importante dare visibilità agli invisibili. Serve a loro e serve anche al Paese.
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sabato 24 aprile 2010
Grecia, sindacati annunciano nuove mobilitazioni
ATENE - I sindacati greci hanno annunciato "un'escalation delle proteste" dopo la decisione del governo di ricorrere agli aiuti Ue-Fmi, mentre la stampa, citando le parole di ieri del premier Giorgio Papandreou, scrive della "Nuova Odissea" che aspetta il paese. La confederazione del settore pubblico, Adedy, dopo lo sciopero del 22 aprile insieme al sindacato comunista Pame, il quarto contro i tagli alla spesa pubblica, ha annunciato una manifestazione per il 27 aprile "contro il nuovo barbaro attacco ai diritti dei lavoratori" e "le impopolari misure imposte dal governo, dall'Ue e dal Fmi".
Anche il grande sindacato del settore privato, Gsee, che non aveva aderito all'ultimo sciopero, definisce "estremamente negativa e dolorosa" la decisione del governo di chiedere l'intervento del Fmi ed esprime l'intenzione di "difendere i diritti dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati" su cui pende la nuova minaccia "neoliberista". Gsee, secondo fonti vicine al sindacato, sarebbe intenzionato a dichiarare uno sciopero all'inizio di maggio qualora i prossimi negoziati con il governo non andassero in porto. Protesta cui potrebbe aderire anche Adedy trasformandola in un altro sciopero generale dopo quello dell'11 marzo. "La paura dei lavoratori e dei pensionati" di fronte all'entrata in campo del Fmi, viene sbandierata stamane dalla stampa di destra secondo cui il ricorso al meccanismo di sostegno è "una resa incondizionata".
Il quotidiano conservatore Kathimerini parla di "atterraggio forzato" da parte del premier Giorgio Papandreou, rimasto solo ma deciso al timone del paese avendo contro tutta l'opposizione oltre ai sindacati, senza contare malumori nel suo stesso partito. Il quotidiano del partito comunista Rizospastis parla di "rovina e sacrifici senza fine", mentre la stampa socialista non lesina qualche dubbio sui risultati concreti della richiesta di aiuti e, citando il premier titola "La Nuova Odissea dei Greci".
venerdì 23 aprile 2010
FIAT: Fiom, resta inaccettabile la chiusura di Termini
Rinaldini: "Nel piano novità positive, ma incomprensibile la decisione sullo stabilimento". Propone assemblee unitarie nei prossimi giorni
“Il piano industriale presentato dall’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, contiene indubbi elementi di novità a partire dall’obbiettivo di produrre nel nostro Paese 1.400.000 automobili nel 2014. Prendiamo quindi atto positivamente della sostanziale modifica di quanto previsto in precedenza dall’azienda”. Lo dichiara oggi (22 aprile) Il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini.
“Nello stesso tempo – dice -, rimane invece incomprensibile e inaccettabile la scelta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, tanto più a fronte di una ipotesi di crescita della produzione totale di automobili. Non condividiamo piani industriali che prevedano la chiusura di un intero stabilimento e il licenziamento di tutti i suoi dipendenti”.
“L’incremento della produzione è previsto dall’azienda a partire dal secondo semestre del 2011, ovvero dallo stesso periodo in cui dovrebbe avere inizio la nuova attività dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Va sottolineato che per il 2010, e per il primo semestre 2011, si accentua il calo della produzione, con una previsione di caduta del mercato dell’auto del 10% in Europa e del 18% in Italia. Questo significa che i prossimi mesi saranno segnati da un esteso e diffuso ricorso alla cassa integrazione per gran parte degli stabilimenti Fiat e dell’intera filiera dell’auto”.
“Ci troviamo quindi di fronte, a una situazione di vera emergenza sociale. Si tratta di un problema che chiama in causa il governo e la Fiat sia per l’ estensione della durata della cassa integrazione, che per i livelli e le forme dell’integrazione al reddito. Inoltre, nulla è stato specificato sull’insieme della filiera produttiva dell’auto e sulle conseguenti ricadute occupazionali che dovranno essere oggetto di uno specifico incontro. In generale, e in particolare per lo stabilimento di Pomigliano, la Fiat ha posto ai sindacati una serie di condizioni relative alle modalità di impiego dei lavoratori”.
“La Fiom è disponibile alla trattativa che, in quanto tale, non prevede la firma apposta dai sindacati in calce a testi scritti sotto dettatura. Nulla impedisce alla Fiat di procedere nei suoi piani di investimento. Per quanto ci riguarda, il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori interessati agli accordi è vincolante rispetto ai nostri comportamenti. Proponiamo alle altre organizzazioni sindacali – conclude - dei metalmeccanici di promuovere nei prossimi giorni assemblee unitarie allo scopo di informare direttamente i lavoratori di quanto è stato detto ieri dalla Fiat”.
“Nello stesso tempo – dice -, rimane invece incomprensibile e inaccettabile la scelta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, tanto più a fronte di una ipotesi di crescita della produzione totale di automobili. Non condividiamo piani industriali che prevedano la chiusura di un intero stabilimento e il licenziamento di tutti i suoi dipendenti”.
“L’incremento della produzione è previsto dall’azienda a partire dal secondo semestre del 2011, ovvero dallo stesso periodo in cui dovrebbe avere inizio la nuova attività dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Va sottolineato che per il 2010, e per il primo semestre 2011, si accentua il calo della produzione, con una previsione di caduta del mercato dell’auto del 10% in Europa e del 18% in Italia. Questo significa che i prossimi mesi saranno segnati da un esteso e diffuso ricorso alla cassa integrazione per gran parte degli stabilimenti Fiat e dell’intera filiera dell’auto”.
“Ci troviamo quindi di fronte, a una situazione di vera emergenza sociale. Si tratta di un problema che chiama in causa il governo e la Fiat sia per l’ estensione della durata della cassa integrazione, che per i livelli e le forme dell’integrazione al reddito. Inoltre, nulla è stato specificato sull’insieme della filiera produttiva dell’auto e sulle conseguenti ricadute occupazionali che dovranno essere oggetto di uno specifico incontro. In generale, e in particolare per lo stabilimento di Pomigliano, la Fiat ha posto ai sindacati una serie di condizioni relative alle modalità di impiego dei lavoratori”.
“La Fiom è disponibile alla trattativa che, in quanto tale, non prevede la firma apposta dai sindacati in calce a testi scritti sotto dettatura. Nulla impedisce alla Fiat di procedere nei suoi piani di investimento. Per quanto ci riguarda, il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori interessati agli accordi è vincolante rispetto ai nostri comportamenti. Proponiamo alle altre organizzazioni sindacali – conclude - dei metalmeccanici di promuovere nei prossimi giorni assemblee unitarie allo scopo di informare direttamente i lavoratori di quanto è stato detto ieri dalla Fiat”.
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Università alla paralisi
Arrivano giorni oscuri per l’università. Se i ricercatori si asterranno dalla didattica, verrà a mancare un buon terzo dell’offerta formativa (il che non è solo un problema quantitativo). Non ci sono i soldi per contratti sostitutivi, anche se sono pagati una miseria, ed è assai dubbio che i professori si sobbarchino la didattica fin qui assicurata dai ricercatori. Ma c’è un altro problema: verranno a mancare i requisiti minimi di legge per l’esistenza dei corsi di I e II livello. L’università potrebbe trovarsi, dal prossimo autunno, nella paralisi.
Ma è la situazione strutturale, di lungo periodo, a essere veramente preoccupante. La Corte dei conti ha rilevato il fallimento delle lauree brevi (moltiplicazione dei corsi, stabilità degli abbandoni, inevitabile declino della qualità, spesa assorbita in modo schiacciante dal personale).
A ciò si aggiunga la scarsa competitività (espressa dal bassissimo posto dei nostri atenei nelle classifiche internazionali), l’antica questione dei fuori corso (una specialità tutta italiana) e il sub-finanziamento della ricerca. Quello 0,8 del Pil speso in formazione superiore (e quasi tutto a carico del settore pubblico)
fotografa impietosamente la realtà italiana: noi spendiamo percentualmente il 40% in meno della media europea, il che vuol dire, anche tenendo conto della spesa per studente, la metà delle risorse impegnate dai paesi più sviluppati.
Ciò che la Corte non può valutare è il senso di sfascio e frustrazione che circola tra i docenti; ormai, i parametri imperanti in qualsiasi atto o iniziativa sono astrattamente quantitativi: limiti di bilancio, requisiti minimi, punti docente, restrizioni sull’uso del telefono e delle fotocopie…
E questa impotenza è sommersa da una coltre di decreti e regolamenti che
pretendono di fissare, in un linguaggio standard, ereditato dal burocratese
europeo tradotto in gergo italico-ministeriale, come valutare qualsiasi obiettivo culturale, scientifico o formativo. La verità è semplicemente questa: soldi per la ricerca non ce ne sono; e, quanto alla didattica, basti sapere che dei mille studenti che esamino ogni anno, ottocento non li vedrò mai, ombre che si materializzano in una tesina o in un compito in classe, un rito didattico vacuo che, in queste condizioni, umilia me e loro.
Rispetto a questa realtà, i contenuti del Ddl Gelmini non sono nemmeno acqua fresca, ma un sigillo finale messo a un’agonia iniziata all’epoca di Berlinguer, quando si sono gettate le basi per trasformare l’università in una specie di Cepu, con la mitologia vetero-aziendalistica dei debiti e dei crediti; quando si sono create le premesse per moltiplicare i corsi e le cattedre, senza intaccare in nulla, e anzi aumentando, il potere dei gruppi accademici nazionali di controllare il reclutamento. I bizzarri criteri di composizione delle commissioni di concorso inventati dall’attuale ministro (estrazione + votazione et similia) non mutano in niente la pratica secolare della cooptazione guidata.
La riforma della cosiddetta governance aumenta il potere dei rettori e dei consigli di amministrazione, facendo del senato accademico un comitato
di consulenza.
Mescola le carte, ingrandendo i dipartimenti e unificando le facoltà deboli in enti dai contorni vaghi (mentre le facoltà forti, come ingegneria e medicina, aumentano il loro peso specifico): così, il potere dei professori-manager si accresce, soprattutto in una fase in cui le risorse diminuiscono. Quanto ai privati nei consigli di amministrazione, si spalanca la strada all’ingresso incontrollato e, se i rettori vorranno, maggioritario di interessi estranei al fine dell’università, e in cambio di nulla. Marcegaglia docet.
Il Pd si è finalmente occupato di università. Ma a giudicare dal documento reso pubblico ieri, non si va al di là di richieste puramente rituali, e ovviamente inascoltate, come aumentare il finanziamento e portarlo alla media europea. Per il resto, bisognerebbe che l’attuale opposizione si interrogasse sul modo in cui ha gestito l’università quando governava. E quindi sull’idea liberista di università e ricerca che ha contribuito a imporre al paese.
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giovedì 22 aprile 2010
Una vittoria che parla a tutto il Paese
Finalmente è arrivata la sentenza che i lavoratori di Agile/ex-Eutelia aspettano dal 23 dicembre scorso, da quando cioè il giudice Norelli si è pronunciato per la prima volta sulla richiesta di insolvenza. L’azienda è da ieri mattina dichiarata insolvente dal Tribunale fallimentare di Roma con conseguente estromissione della proprietà dalla gestione aziendale. Temevamo fortemente che l’azienda venisse ammessa al concordato preventivo, anche se ciò che era stato presentato la mattina del 31 marzo scorso al tribunale fallimentare di Roma era inammissibile. L’azienda aveva presentato infatti un concordato ristrutturatorio con un progetto di affitto di lavoratori e attività ad un’azienda con un capitale sociale di appena 10.000 euro, iscritta alla Camera di Commercio la mattina stessa, e finanziato da una società di Agrigento sotto osservazione per riciclaggio di denaro.
Non ci siamo mai arresi, dal giorno in cui Eutelia ci ha ceduti ad Agile esclusivamente per scaricare i costi prodotti dalla speculazione finanziaria e ripulire i propri bilanci fallimentari e fraudolenti. Abbiamo vissuto nella nostra azienda per sei mesi, giorno e notte, festivi e feriali, cercando di ostacolare in tutti i modi il progetto che Eutelia ed Agile avevano architettato. Sei mesi di vertenza durissima, con manifestazioni e presidi giorno e notte anche nelle piazze di Roma. Incontri istituzionali troppo spesso deludenti, mesi e mesi senza alcuna forma di sostegno al reddito. Ma eravamo convinti di essere nel giusto e questo ci ha consentito di non arrenderci. La nostra vittoria è una vittoria di principio: non potevamo permettere che passasse al Paese il messaggio che dei malfattori potessero scaricare costi sulla collettività e privatizzare i loro loschi profitti calpestando i diritti e la dignità dei lavoratori. Spesso ci siamo trovati troppo soli dal punto di vista istituzionale e politico ma siamo andati avanti cercando di coinvolgere nella nostra vertenza altri lavoratori, e la società civile. La risposta per quanto riguarda la solidarietà è stata sorprendente anche economicamente: la gente ha sostenuto noi e la nostra lotta.
Comincia ora un nuovo percorso che non può più trovare altre giustificazioni. Va immediatamente convocato, così come promesso dal sottosegretario Letta, un tavolo istituzionale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che veda coinvolti tutti i soggetti, industriali e istituzionali, in grado di rilanciare l’azienda e utilizzare le professionalità esistenti, le esperienze importanti maturate in società come Edisontel, Olivetti e Bull.
Ci auguriamo che la nostra vertenza, che ha finalmente conquistato un atto di giustizia, possa essere considerato un patrimonio da tutte le lavoratrici e i lavoratori impegnati in battaglie di ripristino della legalità e in difesa di diritti troppo spesso calpestati per facili profitti. Ci auguriamo, ancora, che la giustizia completi il suo corso perseguendo i responsabili di questa colossale speculazione.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno sofferto e gioito insieme a noi. Continuate a sostenerci.
Le lavoratrici e i lavoratori di Agile/ex-Eutelia Non ci siamo mai arresi, dal giorno in cui Eutelia ci ha ceduti ad Agile esclusivamente per scaricare i costi prodotti dalla speculazione finanziaria e ripulire i propri bilanci fallimentari e fraudolenti. Abbiamo vissuto nella nostra azienda per sei mesi, giorno e notte, festivi e feriali, cercando di ostacolare in tutti i modi il progetto che Eutelia ed Agile avevano architettato. Sei mesi di vertenza durissima, con manifestazioni e presidi giorno e notte anche nelle piazze di Roma. Incontri istituzionali troppo spesso deludenti, mesi e mesi senza alcuna forma di sostegno al reddito. Ma eravamo convinti di essere nel giusto e questo ci ha consentito di non arrenderci. La nostra vittoria è una vittoria di principio: non potevamo permettere che passasse al Paese il messaggio che dei malfattori potessero scaricare costi sulla collettività e privatizzare i loro loschi profitti calpestando i diritti e la dignità dei lavoratori. Spesso ci siamo trovati troppo soli dal punto di vista istituzionale e politico ma siamo andati avanti cercando di coinvolgere nella nostra vertenza altri lavoratori, e la società civile. La risposta per quanto riguarda la solidarietà è stata sorprendente anche economicamente: la gente ha sostenuto noi e la nostra lotta.
Comincia ora un nuovo percorso che non può più trovare altre giustificazioni. Va immediatamente convocato, così come promesso dal sottosegretario Letta, un tavolo istituzionale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che veda coinvolti tutti i soggetti, industriali e istituzionali, in grado di rilanciare l’azienda e utilizzare le professionalità esistenti, le esperienze importanti maturate in società come Edisontel, Olivetti e Bull.
Ci auguriamo che la nostra vertenza, che ha finalmente conquistato un atto di giustizia, possa essere considerato un patrimonio da tutte le lavoratrici e i lavoratori impegnati in battaglie di ripristino della legalità e in difesa di diritti troppo spesso calpestati per facili profitti. Ci auguriamo, ancora, che la giustizia completi il suo corso perseguendo i responsabili di questa colossale speculazione.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno sofferto e gioito insieme a noi. Continuate a sostenerci.
mercoledì 21 aprile 2010
Crisi. via a scioperi in Grecia, oggi colloqui con Ue e Fmi
Scatta oggi lo sciopero di 48 ore contro il piano di austerità del Governo, indetto dal sindacato comunista Pame e a cui si sono aggiunti i medici che si asterranno dal lavoro anche domani contestando una riduzione dei fondi agli ospedali pubblici. Aderendo allo sciopero convocato dal Pame, operatori portuali e tecnici bloccano stamani gli accessi al porto del Pireo impedendo l'attività commerciale. I lavoratori sfidano così la decisione di un tribunale che ha dichiarato illegale la protesta.
Hanno invece sospeso la loro astensione di 48 ore gli assistenti di volo per non creare ulteriori disagi nei trasporti già compromessi dalle ceneri vulcaniche.
Alle proteste di oggi si aggiungerà domani quella di 24 ore dei dipendenti pubblici affiliati al sindacato Adedy, che non si trasformerà però in sciopero generale in quanto l'altra grande confederazione del settore privato, Gsee, non vi ha aderito malgrado gli inviti. Gsee, che pure critica le misure di austerità, ha chiesto una riunione al governo, tra il 23 e il 26 aprile, facendo dipendere da questa un eventuale sciopero.
Le proteste coincidono con i colloqui, rinviati a causa dell'emergenza islandese e che dovrebbero partire oggi, della missione Ue-Fmi con cui Atene vuol definire le condizioni finanziarie ed economiche per un eventuale aiuto. Ieri il ministro delle Finanze, Giorgio Papaconstantinou, ha avvertito che «non necessariamente le trattative culmineranno con un accordo», e ha detto che il governo non introdurrà nuove misure di austerity nel 2010.
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lunedì 19 aprile 2010
mafia, disoccupazione, razzismo, ecco l'Italia divorata dai "mostri"
«Ci sono momenti in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio, nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa, una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione - Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario, trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio. Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi pagare comunque».
Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.
Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore».
Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.
Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore».
domenica 18 aprile 2010
"Maledetta mail": cassaintegrato 2.0
[riceviamo e pubblichiamo]
Ciao a tutti.
Dopo i 28 della settimana scorsa, giovedì altri 25 colleghi dell’Italtel di Carini (e tanti altri nelle sedi di Milano e Roma, in tutto 340 nelle due “passate”) hanno ricevuto “la maledetta mail”:
Da notare i “distinti saluti”… poco mancava e ci scrivevano “cordiali”!
Non ho nulla da aggiungere alla mail di un collega che riporto in coda: come se l’avessi scritta io.
E il bello (pardon) è che non si sa ancora se sia finita, o solo rimandata…
A Carini, davanti all’azienda, da venerdì pomeriggio è stato istituito un presidio permanente dei lavoratori, cassintegrati e non.
Saluti arrabbiati (ovviamente non con voi, che avete la pazienza di leggermi)
FilippoSeguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed
venerdì 16 aprile 2010
Una vita di lotta e sofferenza nel mondo del lavoro
Riportiamo l'intervista al nostro grande compagno Massimo Bottaro, pubblicata sul numero di aprile del giornale Nichelino Città.Una vita di lotta e sofferenza nel mondo del lavoro.
Massimo Bottaro, operaio Fiat
La "cassa" è anche un problema pscologico.
In aggiunta ai guai economici
Dietro i problemi legati alla cassa integrazione, spesso si nascondono anche complesse situazioni sociali e personali. Ne parla Massimo Bottaro, 54 anni, in Fiat dal 2000, reparto presse e costruzione stampi.
"Sono in cassa integrazione a "zero ore" dal 2009 e, inoltre, conosco bene la situazione dal punto di vista sindacale." Bottaro è Rsu (rappresentante sindacale) della Fiom e, se da un lato vive le angosce e i problemi di chi lavora una settimana su tre, dall'altro sperimenta, ogni giorno, le lotte, la fatica e la coerenza di chi non molla.
"La posizione del sindacato, in tempi di crisi come questa, è molto delicata. Occorre stare vicino ai lavoratori senza creare inutili illusioni guardando la realtà." Carenza di lavoro o cassa integrazione portano anche problemi ben più profondi e pesanti della semplice mancanza di soldi.
"La cassa colpisce sul piano familiare e morale, a casa crescono i litigi, ci si sente demotivati e quasi si prova vergogna davanti a figli e moglie. I divorzi sono tanti e la cassa può arrivare anche a uccidere: un mio collega di 48 anni, a inizio 2010 si è impiccato. Purtroppo non è il solo: si è calcolato che tra il 1980 e il 1985, gli anni della precedente crisi, i casi di suicidio furono quasi 300."
Quando non si arriva a casa estremi, pericoli come la depressione sono comunque in agguato: "si diventa apatici senza voglia di mettersi in gioco, si perde ogni entusiasmo, è incredibile come la carenza di lavoro logori."
Bottaro racconta quel che vede, la sua vita è diversa: "lo devo ammettere: la mia via di fuga è stato l'impegno sindacale. Mi manca poco alla pensione e ho una moglie geniale che mi aiuta a far quadrare i conti. I problemi ci sono, ma fare sindacato mi permette di restare attivo e di mantenere alta la passione."
Fonte: Nichelino città -aprile 2010-
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