Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta palestina. Mostra tutti i post
sabato 5 giugno 2010
giovedì 3 giugno 2010
lunedì 24 maggio 2010
lunedì 22 marzo 2010
Lo sgarbo e la viltà
Le ultime “trattative di pace” fra israeliani e palestinesi, sotto l’egida della Lega Araba e la mediazione statunitense, sono abortite prima di iniziare a causa dell’annuncio della crezione di 1600 nuove abitazioni per coloni ebrei a Gerusalemme est, ovvero in territorio palestinese, autorizzate dal governo di Israele. Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, si è imediatamente ritirato dai lavori. I principali organi di stampa hanno rilevato ed enfatizzato il grave, imperdonabile sgarbo commesso dai governanti israeliani nei confronti dell’amministrazione Usa, segnatamente nella persona del vice presidente Joe Biden. Il governo di Nethanyahu si è tempestivamente scusato con gli americani. La farsa diplomatica ormai è al di là del senso del ridicolo, il problema diventa lo sgarbo verso il grande alleato, invece l’ignobile vigliaccheria commessa contro il mite Abu Mazen diventa veniale così come passa per veniale l’oppressione di un intero popolo. L’ennesimo episodio di arroganza e di prepotenza di un governo colonialista contro i palestinesi diventa incidente diplomatico. Del resto cosa ci si può aspettare da politicanti reazionari e demagoghi a cui poco o niente interessa la pace con il popolo palestinese perché non hanno alcun interesse per quel popolo, non lo vedono, non sentono le sofferenze di una gente che tengono in prigione da oltre quarant’anni. Non migliore è la comunità internazionale, soprattutto quella occidentale, particolarmente latitante e imbelle, che tollera la sistematica perdurante violazione del diritto internazionale mentre starnazza a vanvera di diritti umani fingendo di non vedere ciò che è palese, ovvero che l’equazione ideologica: “occupazione-colonizzazion
Moni Ovadia
da L'Unità del 13 marzo 2010
Etichette:
in primo piano,
israele,
ovadia,
palestina,
politica,
resistenze
mercoledì 10 marzo 2010
Passi indietro sulla porta dell'inferno
La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.
Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
medio oriente,
obama,
palestina,
politica,
usa
domenica 14 febbraio 2010
L’occupazione trasforma – Seminario sulla questione palestinese organizzato dalla Federazione della Sinistra
È stato questo il bisogno che ha spinto i militanti dei partiti che compongono la Federazione della Sinistra e che hanno preso parte alla Gaza Freedom March a raccontare la propria esperienza attraverso un seminario di approfondimento della questione palestinese intitolato “L’occupazione trasforma” che si è svolto a Roma venerdì 5 febbraio.
Nonostante il maltempo e la scarsa copertura mediatica, la sala nei pressi di Piazza Vittorio, scelta per ospitare il seminario, si è assiepata di partecipanti che hanno potuto assistere alle molteplici relazioni in scaletta. E questo, oltre ad essere un importante segnale di controtendenza all’omologazione crescente e al disinteresse generale, è un modo concreto di costruire la stessa Federazione della Sinistra, dando quindi contenuti, idee e proposte di mobilitazione al bisogno di unità della sinistra che c’è nel nostro Paese. Ed un primo obiettivo di lavoro è stato individuato da Paolo Ferrero che, a nome della Federazione, ha dichiarato l’impegno ad aderire alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni. La campagna è stata lanciata dai palestinesi nel 2005 e sta prendendo piede in tutto il mondo con l’obiettivo non solo di colpire l’economia israeliana, ma soprattutto di intaccarne l’immagine e denunciare così la sua politica ai danni della popolazione palestinese. E la BDS è stata proprio uno dei temi trattati in una delle relazioni che ha visto Martina Pignatti – di Un ponte per… – descrivere all’assemblea sia lo spirito della campagna che le iniziative intraprese in Italia e in Europa.
Il seminario è iniziato con una introduzione di Francesco Francescaglia, responsabile esteri del Pdci e si è concluso con l’intervento di Fabio Amato, responsabile esteri del Prc, il quale ha insistito molto sulla necessità di costruire una nuova “narrazione” rispetto a quella edificata dai mass media e dalle politiche di destra di questo paese, lavorando per ricostruire quel nesso (scontato anche sono alcuni decenni fa) in base al quale l’impegno sulle tematiche internazionali e la stessa solidarietà internazionale erano percepite come fortemente intrecciate con le battaglie che i comunisti e la sinistra portavano avanti anche in Italia, mentre oggi è molto più difficile che questo nesso sia compreso.
I primi interventi sono stati di Maurizio Musolino, Loretta Mussi e Francesco Maringiò, tutti e tre partecipanti alla Gaza Freedom March a rappresentare le rispettive organizzazioni. E se Musolino ha fatto una vera e propria presentazione, con un’analisi della situazione a Gaza e dei cambiamenti nella società palestinese, Loretta Mussi ha raccontato l’esperienza della GFM e come sia nata l’esigenza di dar vita ad un seminario di quel tipo. Il progetto di fondo, infatti è quello di partire dalle varie organizzazioni, associazioni, comitati e realtà che lavorano con la Palestina e cercare di intrecciare tutti assieme un comune filo rosso affinché, pur nel rispetto delle diversità di opinioni, parole d’ordine, pratiche e storie, si possano mettere a risultate tutte le energie e lavorare su comuni progetti ed iniziative. Maringiò invece si è concentrato sulla politica egiziana in relazione alla situazione palestinese e all’atteggiamento avuto in occasione della GFM, portando quindi la propria testimonianza dei giorni della Marcia.
Le altre relazioni hanno toccato i temi della solidarietà militante (con un intervento di Marco Benevento del Forum Palestina), con la già citata campagna per la BDS, e con analisi specifiche della situazione sociale e politica palestinese. Bassam Saleh di Fatah Italia ha spiegato le ragioni della divisione della società e della politica palestinese in seguito al conflitto Hamas-Fatah, evidenziando invece il valore e l’ importanza dell’unità. Sergio Bassoli ci ha invece portato una testimonianza diretta dell’esperienza dei cooperanti, parlando anche di come è cambiata la vita e le condizioni di lavoro per i cooperanti che decidono di avviare operazioni di cooperazione e sviluppo con i villaggi palestinesi e le vessazioni e pressioni a cui sono soggetti da parte del governo d’Israele. Infine l’ultima relazione è stata tenuta da Patrizia Cecconi, presidentessa dell’Associazione degli Amici della Mezza Luna Rossa palestinese, la quale dopo aver fatto il quadro della situazione sanitaria, si è concentrata sugli effetti che la guerra d’Israele ha sulla vita della popolazione e sulle difficoltà accresciute a seguito dell’impiego di armi non convenzionali.
La positività dell’incontro, non solo la si è potuta registrare dalla soddisfazione dei partecipanti, che hanno potuto anche vedere una mostra fotografica realizzata da Salvatore Infantino, ma è stata evidenziata dal fatto che gli interventi, pur diversi tra loro, non hanno avuto un carattere solamente descrittivo o ripetitivo, ma hanno cercato di concentrarsi sui problemi, sulle difficoltà ma anche sull’urgenza di una forte iniziativa sulla vicenda palestinese. Del resto l’Italia, come si diceva, ha sempre avuto una vocazione al dialogo e alla solidarietà con quel popolo in lotta e sarebbe davvero un peccato lasciarsi blandire dal sogno berlusconiano e dalla sua idea di società. A perderci sarebbe non solo la causa palestinese, ma tutto il nostro futuro.
martedì 26 gennaio 2010
Made in Israel per i palestinesi
«Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».
Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall'Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell'economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari.
Spinti anche dall'urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell'Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi - che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo - che garantisce a Israele il controllo dell'economia dei Territori occupati.
«L'Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l'intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell'Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel».
E' una nuova Intifada palestinese contro l'occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell'Anp? E' difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l'Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali.
L'Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l'adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l'atteggiamento complessivo dell'Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell'occupazione», sostiene l'opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali.
A minare le fondamenta della campagna dell'Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell'Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge.
Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L'Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo - taglia corto Omar Barghuti - Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l'Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell'interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini».
da ilmanifesto
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
palestina,
politica,
repressione,
resistenze
domenica 17 gennaio 2010
Non c’è muro che tenga per bloccare fantasia e pacifismo
TERRITORI OCCUPATI. Dal 2005, ogni settimana, nel villaggio di Bil’in i palestinesi inventano dimostrazioni non violente. Il modello si sta diffondendo in molte cittadine e località, mettendo in crisi i metodi aggressivi dell’esercito israeliano.
Duro attacco al movimento pacifista. Per le simpatie internazionali che attrae, la resistenza palestinese non-violenta preoccupa le forze di sicurezza israeliane. In questi ultimi mesi, l’esercito e le forze dell’ordine israeliani hanno intensificato gli arresti. Dal 2005, il villaggio di Bil’in, ad ovest di Ramallah, organizza dimostrazioni pacifiche ogni settimana. Protestano contro il muro di separazione (dichiarato illegale nel parere espresso dalla Corte internazionale di giustizia nel 2004) e contro le colonie (illegittime per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite). Il villaggio, sei chilometri ad est della Green line, ha perso metà del suo territorio a causa dell’espansione delle colonie e del muro.
Da gennaio 2005 i residenti hanno costituito un comitato popolare. Ogni venerdì, uomini, donne e bambini manifestano davanti alla porta del muro che separa i 1.700 abitanti dalla loro terra. C’è chi s’incatena agli alberi di olivo e chi proietta con gli specchi slogan sui soldati israeliani. Una sera l’esercito di Tel Aviv ha reagito alla resistenza popolare di Bil’in invadendo il villaggio. Gli abitanti hanno così organizzato una partita di volley nel mezzo della strada principale, dimostrando il loro spirito creativo e pacifico. Per Mohammed Khatib, membro del comitato popolare di Bil’in, i manifestanti oscillano fra le 200 e le 3.000 persone. «Stranieri e locali - spiega Khatib - sono parte integrante della lotta». Per i più giovani, è un’occasione d’incontro con israeliani che non siano né soldati né coloni.
Il muro nato per separare i due popoli crea a Bil’in, ironia della sorte, nuovi legami. Nel villaggio si sono tenute quattro conferenze sulla resistenza non-violenta e l’occupazione. Tra i relatori: i nobel per la pace Desmond Tutu e Mairead Maguire e Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento europeo. La lotta popolare si è estesa con campagne di boicottaggio internazionale e azioni legali. Il villaggio sta facendo causa a due compagnie del Canada per il loro ruolo nella costruzione nel villaggio di nuovi insediamenti. Bil’in non è un caso isolato. Questo modo di proteste si è esteso ad altri villaggi, come Ni’lin, Ma’asara e Sheikh Jarrah, tanto che l’Autorità palestinese ha recentemente sostenuto la lotta. Israele nel frattempo sta lanciando una dura offensiva contro la resistenza pacifica.
Le forze armate israeliane dal giugno scorso entrano di notte e portano via gli abitanti dalle loro case. Nel villaggio di Bil’in, sono state arrestate più di trenta persone. Mohammed Khatib era uno di loro. Accusato, tra l’altro, di tirare pietre. I suoi avvocati hanno però dimostrato che la fotografia sulla quale si basava l’impianto accusatorio era stata scattata in un giorno in cui Khatib si trovava all’estero. Ma altri 14 abitanti di Bil’in tuttora sono detenuti. «I militari spesso ammanettano e bendano i detenuti, trascinandoli fuori dal villaggio per interrogarli - denuncia B’Tselem, il centro d’informazione per i diritti umani nei territori occupati -. Solo più tardi, vengono condotti nei luoghi di detenzione ufficiali».
Lo scopo è di mettere fine alle manifestazioni. Amira Hass, una giornalista di Haaretz, ha spiegato che la lotta popolare non violenta palestinese è pericolosa perché non può essere etichettata come terrorismo. Così le forze israeliane hanno intensificato la repressione. Jamal Juma, coordinatore della campagna di Stop the wall, è stato arrestato il 16 dicembre 2009 e rilasciato quasi un mese dopo. Contro di lui nessuna imputazione.
È stato arrestato in base alla legge militare che consente di trattenere le persone fino a 90 giorni anche in assenza di un capo di imputazione. Mohammed Othman, un altro attivista della stessa campagna, è stato invece rilasciato il 13 gennaio 2010. Trattenuto anche lui senza imputazione o processo. Abdallah Abu Rahma, membro del Comitato popolare contro il muro nel villaggio di Bil’in, è stato arrestato il 10 dicembre 2009. Stavolta le accuse erano tre: incitamento alla protesta, lancio di pietre e possesso di armi (vecchi proiettili e granate raccolte per esporle nel museo di Bil’in).
Abu Rahma è ancora in carcere. Mentre Ibrahim Amirah e Hassan Mousa, due componenti del Comitato del villaggio di Ni’lin, sono stati arrestati il 12 gennaio 2010 durante un raid notturno. Lo stesso giorno, Eva Nováková, responsabile comunicazione del Movimento di solidarietà internazionale (Ism) è stata catturata nell’area A, vicino al centro di Ramallah, perché il suo visto era scaduto. Secondo gli accordi d’Oslo, l’area A è sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità palestinese. Perciò è inusuale un’incursione del genere. Malgrado la repressione israeliana «la resistenza continua», promette Mohammed Khatib.
Etichette:
in primo piano,
pace,
palestina,
politica,
repressione,
resistenze
domenica 3 gennaio 2010
Marcia Gaza, pochi riescono a entrarare
GAZA - Erano arrivati al Cairo in 1500, da quarantadue nazioni diverse, per entrare nella Striscia di Gaza e manifestare pacificamente contro la chiusura e l'embargo imposti da Israele quando il movimento fondamentalista islamico Hamas ha preso il potere, nel 2007. Dopo difficili contrattazioni col governo egiziano - manifestazioni represse anche con la violenza e divisioni all'interno dello stesso gruppo - sono riusciti a entrare in 84. Tra questi, nessuno dei 140 italiani che ha aderito alla Gaza Freedom March.
A un anno dall'operazione israeliana Piombo Fuso, che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani, Gaza continua a restare isolata. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell'Unwra, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, nella seconda settimana di dicembre sono entrati a Gaza 615 camion carichi di cibo, prodotti agricoli e per l'igiene. Cifra che rappresenta solo il 26% dei 2.352 camion che entravano ogni settimana in media prima del 2007.
Le strade della capitale Gaza City sono state sostanzialmente ripulite, abbattuti alcuni degli edifici più pericolanti come il Parlamento e l'ala dell'ospedale Al Quds colpita col fosforo bianco. Ma le case distrutte, le macerie e in alcuni casi le tende restano lì. A Gaza continua a non entrare il cemento per ricostruire, se non attraverso i tunnel al confine con l'Egitto, quegli stessi che ora, con la costruzione di una profonda barriera sotterranea, il Cairo vorrebbe bloccare.
Secondo Israele, sono la via d'accesso per armi e munizioni, in realtà la principale valvola di sfogo per una popolazione che, per organizzazioni internazionali come Amnesty International, vive per l'80% al di sotto della soglia di povertà, in una situazione di "emergenza umanitaria". Ma l'emergenza a Gaza non è la conseguenza di Piombo fuso, piuttosto della chiusura dei confini imposta dal 2007. Questo il messaggio che i partecipanti alla Gaza Freedom March volevano lanciare al mondo, marciando fino al valico israeliano di Eretz.
Nessun italiano fra le 84 persone entrate. Alcuni dei nostri connazionali nei giorni scorsi sono rimasti coinvolti (due i feriti) nelle cariche della polizia egiziana. C'erano invece moltissimi americani, soprattutto legati all'associazione Code Pink che ha organizzato la marcia e ha contrattato con il governo egiziano, scatenando le ire degli altri partecipanti, l'entrata di un ristretto gruppo di persone.
"Gli egiziani - racconta Ariel Vegasen, delle Code Pink - hanno attuato un'azione repressiva intensa e molto dura che purtroppo ha creato tensione e spaccato il gruppo. Ma credo che fosse comunque necessario entrare". "Io ho accettato - le fa eco Angela Savin, californiana - perché sento la responsabilità di documentare e mostrare ulteriormente al mondo quello che succede qui dentro, anche se è davvero una delusione il fatto che siamo così pochi".
Pochi come i partecipanti alla marcia dentro Gaza: nemmeno cento persone, per nemmeno cento metri, dal check point di Hamas hanno sfilato fermandosi a diverse centinaia di metri da Eretz. Pochi anche i palestinesi che hanno partecipato alla marcia. "Vogliamo solidarizzare con gli internazionali e incoraggiarli a venire - racconta Saber Alza'aneen del Local initiative di Beit Hanoun - ma chiaro è l'intento di isolarci".
I partecipanti alla Gaza Freedom March hanno portato anche materiali sanitari, giochi per bambini e beni di prima necessità. Ancora in attesa di entrare invece il convoglio "Viva Palestina" del parlamentare britannico George Galloway, con il quale viaggiano quasi 700 protesi dell'anca per un valore commerciale di quasi 2 milioni di euro, raccolte dall'associazione genovese "Urgenza sanitaria" e destinate all'ospedale Al Awda di Jabalia. Ma anche per loro, per ora, i cancelli di Gaza restano chiusi.
A un anno dall'operazione israeliana Piombo Fuso, che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani, Gaza continua a restare isolata. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell'Unwra, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, nella seconda settimana di dicembre sono entrati a Gaza 615 camion carichi di cibo, prodotti agricoli e per l'igiene. Cifra che rappresenta solo il 26% dei 2.352 camion che entravano ogni settimana in media prima del 2007.
Le strade della capitale Gaza City sono state sostanzialmente ripulite, abbattuti alcuni degli edifici più pericolanti come il Parlamento e l'ala dell'ospedale Al Quds colpita col fosforo bianco. Ma le case distrutte, le macerie e in alcuni casi le tende restano lì. A Gaza continua a non entrare il cemento per ricostruire, se non attraverso i tunnel al confine con l'Egitto, quegli stessi che ora, con la costruzione di una profonda barriera sotterranea, il Cairo vorrebbe bloccare.
Secondo Israele, sono la via d'accesso per armi e munizioni, in realtà la principale valvola di sfogo per una popolazione che, per organizzazioni internazionali come Amnesty International, vive per l'80% al di sotto della soglia di povertà, in una situazione di "emergenza umanitaria". Ma l'emergenza a Gaza non è la conseguenza di Piombo fuso, piuttosto della chiusura dei confini imposta dal 2007. Questo il messaggio che i partecipanti alla Gaza Freedom March volevano lanciare al mondo, marciando fino al valico israeliano di Eretz.
Nessun italiano fra le 84 persone entrate. Alcuni dei nostri connazionali nei giorni scorsi sono rimasti coinvolti (due i feriti) nelle cariche della polizia egiziana. C'erano invece moltissimi americani, soprattutto legati all'associazione Code Pink che ha organizzato la marcia e ha contrattato con il governo egiziano, scatenando le ire degli altri partecipanti, l'entrata di un ristretto gruppo di persone.
"Gli egiziani - racconta Ariel Vegasen, delle Code Pink - hanno attuato un'azione repressiva intensa e molto dura che purtroppo ha creato tensione e spaccato il gruppo. Ma credo che fosse comunque necessario entrare". "Io ho accettato - le fa eco Angela Savin, californiana - perché sento la responsabilità di documentare e mostrare ulteriormente al mondo quello che succede qui dentro, anche se è davvero una delusione il fatto che siamo così pochi".
Pochi come i partecipanti alla marcia dentro Gaza: nemmeno cento persone, per nemmeno cento metri, dal check point di Hamas hanno sfilato fermandosi a diverse centinaia di metri da Eretz. Pochi anche i palestinesi che hanno partecipato alla marcia. "Vogliamo solidarizzare con gli internazionali e incoraggiarli a venire - racconta Saber Alza'aneen del Local initiative di Beit Hanoun - ma chiaro è l'intento di isolarci".
I partecipanti alla Gaza Freedom March hanno portato anche materiali sanitari, giochi per bambini e beni di prima necessità. Ancora in attesa di entrare invece il convoglio "Viva Palestina" del parlamentare britannico George Galloway, con il quale viaggiano quasi 700 protesi dell'anca per un valore commerciale di quasi 2 milioni di euro, raccolte dall'associazione genovese "Urgenza sanitaria" e destinate all'ospedale Al Awda di Jabalia. Ma anche per loro, per ora, i cancelli di Gaza restano chiusi.
Etichette:
guerra,
in primo piano,
pace,
palestina,
politica,
resistenze
sabato 2 gennaio 2010
Il Cairo, la polizia carica i pacifisti
Da Ilcorriere
Il Cairo, 31 dic. (Adnkronos/Ign) - Una donna, una ragazza e un uomo feriti negli scontri tra polizia e manifestanti della Gaza Freedom March davanti al museo Egizio. Mila Pernice del Forum Palestina: "Risposta violenta dalla polizia egiziana"
Il Cairo, 1 gen. (Ign) - Scontri al Cairo tra la polizia egiziana e i circa 400 pacifisti che da quattro giorni chiedono di raggiungere Rafah. La marcia della pace, la Gaza Freedom March, davanti al museo Egizio, è stata interrotta dall’intervento degli agenti egiziani che hanno cercato in tutti i modi di disperdere i manifestanti. Nel trambusto generale sono rimaste ferite dieci persone, tra cui tre italiani: due donne e un uomo.
"Era una manifestazione assolutamente pacifica", racconta a CNRmedia.com Mila Pernice di Forum Palestina. "Ci siamo presentati in piazza senza avere niente di minaccioso - continua - ma la risposta della polizia egiziana è stata di un'estrema violenza. Ci hanno diviso in due gruppi per poi riunirci sotto a un muro, trascinando violentemente tutto, tirando per i capelli le donne, avanzando e riducendo l'aria in cui eravamo costretti finché dopo alcune ore abbiamo deciso di lasciare il presidio". Alcuni italiani sono rimasti feriti. "Una donna si è sentita male - spiega Mila Pernice - è stata per circa quaranta minuti sdraiata per terra, per fortuna c'erano dei medici. Un'altra ragazza è stata colpita al volto da un pugno di un poliziotto, ha perso sangue. Un altro si è lussato il ginocchio. Tutto questo perché la risposta della polizia è stata violenta, non ha guardato in faccio nessuno, anche nei confronti di donne anziane che si sono sentite male non solo nella nostra delegazione ma anche nelle altre".
Etichette:
esteri,
in primo piano,
palestina,
politica,
resistenze
giovedì 31 dicembre 2009
Verso Gaza: la marcia apre il muro egiziano
Da IlManifesto
E’ il primo ma significativo successo della «Gaza Freedom March» in terra egiziana. L’intensificarsi delle manifestazioni al Cairo dei millequattrocento attivisti internazionali che intendono rompere il blocco israeliano (ed egiziano) della striscia di Gaza e l’attenzione crescente dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, hanno convinto le autorità egiziane a fare un passo indietro, dopo che per giorni avevano categoricamente escluso di poter aprire il valico di Rafah all’iniziativa in sostegno della popolazione palestinese.
Un centinaio di partecipanti alla marcia per Gaza, tra i quali due italiani, rappresentanti del Forum Palestina e di Action for Peace, questa mattina saranno autorizzati a partire per il Sinai e a raggiungere, con gli aiuti umanitari raccolti, la frontiera e ad entrare a Gaza. Ieri sera le delegazioni di quarantadue paesi erano impegnate a designare i loro rappresentanti.
Il via libera egiziano avviene ufficialmente nel quadro di una iniziativa dell’associazione umanitaria diretta da Susanne Mubarak, la first lady egiziana, alla quale si sono rivolte in modo particolare le donne dell’organizzazione americana Code Pink, promotrice della «Gaza Freedom March», e quelle delle altre associazioni pacifiste presenti in questi giorni al Cairo. Coinvolge inoltre
la Mezzaluna Rossa.
In questo modo il regime del presidente Hosni Mubarak ritiene di poter placare le proteste scatenate dopo aver negato l’ingresso a Gaza ai millequattrocento attivisti internazionali. «Si sbaglia» ha subito precisato una rappresentante della Gfm, che ha chiesto di rimanere anonima, «questa prima retromarcia delle autorità egiziane conferma che la nostra lotta è stata incisiva. Con mezzi pacifici, con raduni non violenti, abbiamo scalfito l’inflessibilità egiziana. Continueremo a batterci affinché tutta la Freedom March possa raggiungere il suo obiettivo di rompere l’assedio di Gaza e di portare aiuti e solidarietà umana e politica alla popolazione palestinese sotto embargo».
Le autorità egiziane e le forze di polizia, costrette a non poter far uso della forza contro gli attivisti internazionali giunti al Cairo, hanno avuto grossa difficoltà a contenere la protesta divenuta con il passare dei giorni sempre più diffusa ed organizzata. Ieri, anche per la concomitante visita in Egitto del premier israeliano Benyamin Netanyahu, i sit-in e raduni si sono moltiplicati. Alla sede delle Nazioni unite è continuato il presidio permanente di un gruppo di volontari internazionali che non si sono fatti intimidire dalle pressioni della polizia che lunedì ha cercato, togliendosi i guanti di velluto, di sgombrare i manifestanti. Gli agenti egiziani, in tenuta anti-sommossa, sono intervenuti ieri
mattina anche per allontanare un centinaio di attivisti statunitensi che avevano cercato di entrare nell’ambasciata Usa per contestare la politica filo-Israele dell’amministrazione americana. «Purtroppo abbiamo dovuto constatare che i nostri diplomatici non hanno esitato un minuto a chiamare le forze di sicurezza
egiziane per cacciare via dall’ambasciata tre dei nostri compagni che volevano solo consegnare un documento sulle conseguenze dell’operazione israeliana Piombo fuso sui civili palestinesi», ha spiegato l’attivista americana Gil Murphy.
Il raduno internazionale più ampio è avvenuto davanti alla sede del sindacato dei giornalisti egiziani ed è andato avanti per tutto il giorno. Centinaia di attivisti della Gfm, armati di striscioni con i colori della bandiera palestinese e urlando incessantemente slogan contro il blocco di Gaza, hanno colorato e animato via Ramses, una delle arterie centrali del Cairo. Tra i manifestanti,
tenuti sotto pressione da un massiccio schieramento di forze di polizia, c’erano anche i centoquaranta italiani di Action for Peace e del Forum Palestina. A segnalare la loro presenza, sottolineata dagli applausi degli altri attivisti e dei giornalisti egiziani, è stato il «Bella Ciao» che ha coperto i decibel del tristemente famoso traffico automobilistico della capitale egiziana.
Giungono ora anche notizie da El Arish. Sono una cinquantina i militanti internazionali che, sfuggiti al filtro dei posti di blocco della polizia, sono riusciti a raggiungere la cittadina del Sinai a pochi chilometri dalla striscia di Gaza. Tra di loro c’è una italiana, Katjuscia Mattu, originaria della provincia di Nuoro. Dal suo racconto e da quelli di altri attivisti emerge con chiarezza che le autorità egiziane hanno blindato il Sinai, per negare qualsiasi possibilità di riuscita alla Gaza Freedom March. «Qui ad el Arish» ha detto al manifesto Mattu «la polizia controlla ogni nostro passo, cerca di tenerci negli alberghi e di impedire qualsiasi contatto tra gli internazionali e la popolazione locale. I poliziotti dicono
ai bambini che siamo ammalati, che abbiamo l’Aids, e quindi devono tenersi a distanza dagli stranieri». Ciò nonostante gli attivisti della Gfm riescono ugualmente a tenere manifestazioni fuori e dentro la cittadina. «Cinque dei nostri sono persino riusciti a raggiungere la Rafah egiziana bordo di un taxi», ha raccontato l’attivista italiana «purtroppo sono stati individuati subito e
fermati. La polizia li ha trattenuti per un paio d’ore e poi li ha liberati». Rafah, ha concluso Mattu, appare come una caserma, presidiata da reparti di massima sicurezza.
E’ arduo trovare una giusitificazione a tale schieramento di forze organizzato per impedire il successo di iniziative di solidarietà con il popolo di Gaza. Solo le intimazioni giunte dagli Stati uniti e Israele possono aver spinto il rais Mubarak a dare ordini così tassativi e senza dubbio assurdi.
Un centinaio di partecipanti alla marcia per Gaza, tra i quali due italiani, rappresentanti del Forum Palestina e di Action for Peace, questa mattina saranno autorizzati a partire per il Sinai e a raggiungere, con gli aiuti umanitari raccolti, la frontiera e ad entrare a Gaza. Ieri sera le delegazioni di quarantadue paesi erano impegnate a designare i loro rappresentanti.
Il via libera egiziano avviene ufficialmente nel quadro di una iniziativa dell’associazione umanitaria diretta da Susanne Mubarak, la first lady egiziana, alla quale si sono rivolte in modo particolare le donne dell’organizzazione americana Code Pink, promotrice della «Gaza Freedom March», e quelle delle altre associazioni pacifiste presenti in questi giorni al Cairo. Coinvolge inoltre
la Mezzaluna Rossa.
In questo modo il regime del presidente Hosni Mubarak ritiene di poter placare le proteste scatenate dopo aver negato l’ingresso a Gaza ai millequattrocento attivisti internazionali. «Si sbaglia» ha subito precisato una rappresentante della Gfm, che ha chiesto di rimanere anonima, «questa prima retromarcia delle autorità egiziane conferma che la nostra lotta è stata incisiva. Con mezzi pacifici, con raduni non violenti, abbiamo scalfito l’inflessibilità egiziana. Continueremo a batterci affinché tutta la Freedom March possa raggiungere il suo obiettivo di rompere l’assedio di Gaza e di portare aiuti e solidarietà umana e politica alla popolazione palestinese sotto embargo».
Le autorità egiziane e le forze di polizia, costrette a non poter far uso della forza contro gli attivisti internazionali giunti al Cairo, hanno avuto grossa difficoltà a contenere la protesta divenuta con il passare dei giorni sempre più diffusa ed organizzata. Ieri, anche per la concomitante visita in Egitto del premier israeliano Benyamin Netanyahu, i sit-in e raduni si sono moltiplicati. Alla sede delle Nazioni unite è continuato il presidio permanente di un gruppo di volontari internazionali che non si sono fatti intimidire dalle pressioni della polizia che lunedì ha cercato, togliendosi i guanti di velluto, di sgombrare i manifestanti. Gli agenti egiziani, in tenuta anti-sommossa, sono intervenuti ieri
mattina anche per allontanare un centinaio di attivisti statunitensi che avevano cercato di entrare nell’ambasciata Usa per contestare la politica filo-Israele dell’amministrazione americana. «Purtroppo abbiamo dovuto constatare che i nostri diplomatici non hanno esitato un minuto a chiamare le forze di sicurezza
egiziane per cacciare via dall’ambasciata tre dei nostri compagni che volevano solo consegnare un documento sulle conseguenze dell’operazione israeliana Piombo fuso sui civili palestinesi», ha spiegato l’attivista americana Gil Murphy.
Il raduno internazionale più ampio è avvenuto davanti alla sede del sindacato dei giornalisti egiziani ed è andato avanti per tutto il giorno. Centinaia di attivisti della Gfm, armati di striscioni con i colori della bandiera palestinese e urlando incessantemente slogan contro il blocco di Gaza, hanno colorato e animato via Ramses, una delle arterie centrali del Cairo. Tra i manifestanti,
tenuti sotto pressione da un massiccio schieramento di forze di polizia, c’erano anche i centoquaranta italiani di Action for Peace e del Forum Palestina. A segnalare la loro presenza, sottolineata dagli applausi degli altri attivisti e dei giornalisti egiziani, è stato il «Bella Ciao» che ha coperto i decibel del tristemente famoso traffico automobilistico della capitale egiziana.
Giungono ora anche notizie da El Arish. Sono una cinquantina i militanti internazionali che, sfuggiti al filtro dei posti di blocco della polizia, sono riusciti a raggiungere la cittadina del Sinai a pochi chilometri dalla striscia di Gaza. Tra di loro c’è una italiana, Katjuscia Mattu, originaria della provincia di Nuoro. Dal suo racconto e da quelli di altri attivisti emerge con chiarezza che le autorità egiziane hanno blindato il Sinai, per negare qualsiasi possibilità di riuscita alla Gaza Freedom March. «Qui ad el Arish» ha detto al manifesto Mattu «la polizia controlla ogni nostro passo, cerca di tenerci negli alberghi e di impedire qualsiasi contatto tra gli internazionali e la popolazione locale. I poliziotti dicono
ai bambini che siamo ammalati, che abbiamo l’Aids, e quindi devono tenersi a distanza dagli stranieri». Ciò nonostante gli attivisti della Gfm riescono ugualmente a tenere manifestazioni fuori e dentro la cittadina. «Cinque dei nostri sono persino riusciti a raggiungere la Rafah egiziana bordo di un taxi», ha raccontato l’attivista italiana «purtroppo sono stati individuati subito e
fermati. La polizia li ha trattenuti per un paio d’ore e poi li ha liberati». Rafah, ha concluso Mattu, appare come una caserma, presidiata da reparti di massima sicurezza.
E’ arduo trovare una giusitificazione a tale schieramento di forze organizzato per impedire il successo di iniziative di solidarietà con il popolo di Gaza. Solo le intimazioni giunte dagli Stati uniti e Israele possono aver spinto il rais Mubarak a dare ordini così tassativi e senza dubbio assurdi.
Etichette:
gaza,
in primo piano,
palestina,
politica,
resistenze
mercoledì 30 dicembre 2009
Il muro di Rafah
Si scava, ma non solo, lungo i 12 km di frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza. Si scava e si prepara la ragnatela di tubi che dal Mediterraneo porterà l’acqua necessaria per allagare la fascia di territorio lungo la quale correrà la barriera di acciaio in costruzione da Tel al Sultan a Sarsuriya. La seconda fase dei lavori è ormai avviata, scrive il quotidiano egiziano indipendente al Masry al Youm che ha avuto la possibilità di raccogliere le testimonianze di beduini che vivono in quella zona. Le potenti scavatrici che per giorni hanno preparato la sede per la barriera di acciaio impenetrabile, a prova di bomba, sono state spostate nell’area di Salah Eddin, non lontano dal memoriale per il milite ignoto. In campo intanto scendono le associazioni ecologiste, per denunciare un progetto che non solo chiude una delle bombole d’ossigeno più importanti per la popolazione di Gaza ma che rischia anche di provocare danni all’ambiente. «Allagare con acqua salata i tunnel sotterranei esistenti, o almeno la maggior parte di essi, metterà a rischio le scarse riserve d’acqua dolce delle due Rafah», ha avvertito l’ambientalista palestinese Nizar Wahidi.
«Vogliamo sapere se questo progetto servirà a consolidare il pesante embargo che Israele attua contro i nostri fratelli palestinesi», ha protestato il deputato Abbas Abdel Aziz in una lettera aperta rivolta al premier Ahmed Nazif. Il deputato ha esortato le autorità del suo paese a non distruggere i tunnel con Gaza «perché sono fonte di sopravvivenza per la popolazione palestinese». Stasera i Comitati per la stampa libera e altre organizzazioni della sinistra egiziana terranno un sit-in al Cairo per protestare contro il «muro egiziano» che completerà l’accerchiamento di Gaza. Il regime di Hosni Mubarak da parte sua resta in silenzio di fronte alle critiche. Non ha ancora confermato i lavori in corso lungo la frontiera con Gaza eppure il progetto va avanti, senza soste, sull’onda delle pressioni americane (e israeliane), per mettere fine ai traffici sotterranei tra la Rafah palestinese e quella egiziana. Un movimento in profondità che non ha soltanto fatto entrare armi a Gaza, come proclama Israele, ma che ha anche assicurato il rifornimento di prodotti altrimenti introvabili nella Striscia stretta nella morsa del blocco israeliano. Mubarak non intende deludere in alcun modo Washington, cerca di riemergere come il principale alleato arabo degli Stati Uniti dopo il «freddo» degli anni della passata Amministrazione Bush, più aperta e disponibile (anche per gli interessi dell’ex presidente americano in campo petrolifero) nei confronti dell’Arabia saudita. L’Egitto vuole strappare a Riyadh il ruolo di «leadership» araba che ritiene suo. Senza dimenticare i finanziamenti al Cairo che Washington minaccia di revocare – 200 milioni di dollari in aiuti militari – se non verranno distrutti i tunnel con Gaza. Il Congresso ha stanziato 23 milioni di dollari per fornire all’Egitto tecnologie moderne e assistenza tecnica nella lotta «al traffico sotterraneo» che, secondo Israele, garantisce nuovi razzi e armi più sofisticate ad Hamas.
La barriera in costruzione non bloccherà tutti i tunnel, prevedono gli esperti egiziani e palestinesi ma certo limiterà drasticamente i traffici che hanno contribuito a tenere in vita Gaza in questi ultimi anni. «Il muro egiziano si aggiunge a quello israeliano in Cisgiordania e rappresenta un’altra punizione collettiva per la nostra popolazione», ha protestato il vice presidente del parlamento palestinese Ahmed Bahar (Hamas), convinto che il progetto sia la fase preliminare di un nuovo conflitto a Gaza. Qualche giorno fa Hamas ha organizzato a ridosso del confine una dimostrazione di protesta, annunciandone altre per i giorni seguenti. Ma a scuotere la testa non sono soltanto i palestinesi. I 1.000-1.200 tunnel esistenti lungo il confine hanno dato lavoro a centinaia di famiglie della Rafah egiziana e ai beduini del Sinai, impegnati a procurare le merci chieste da Gaza. Raggiunto telefonicamente dal manifesto, Khaled Gaala, un commerciante egiziano di Sheikh Zowayed, ha raccontato che prima e dopo l’offensiva israeliana «Piombo fuso» è stato impegnato notte e giorno a preparare merci di ogni tipo per i palestinesi. «Ci richiedono di tutto, cibo, pannolini per bambini, sapone, medicine – ha riferito – certo, abbiamo guadagnato bene fino ad oggi, ma tutto sommato credo di aver semplicemente fatto il mio lavoro che è quello di assicurare ai clienti, in questo caso i palestinesi, ciò di cui hanno bisogno. Il traffico sotterraneo ha anche contribuito ad abbassare i prezzi a Gaza, ad esempio quelli della carne e del carburante. Oggi un palestinese di Gaza compra la benzina al costo del Cairo e non di Israele». Al Aroubi è convinto che la barriera metterà fine a gran parte dei traffici. «E’ un progetto grosso, ho visto in azione macchinari enormi, molto potenti. I lavori finiranno presto», ha previsto il commerciante. La giustizia egiziana, intanto, ha cominciato a colpire i trafficanti. Secondo la stampa locale, 3mila persone sono state giudicate e condannate in absentia e, se catturate, dovranno scontare pene fino a tre anni di carcere. Temono la barriera anche gli abitanti del villaggio di Mahdeya dove grossisti e trafficanti hanno affittato, e talvolta anche costruito, magazzini per conservare le merci e il carburante destinati a Gaza. I tunnel sono l’unica fonte di reddito per tante famiglie di questo villaggio poverissimo, sperduto nel deserto e dimenticato dal governo. Quando il muro sarà completato soffriranno non solo i palestinesi di Gaza ma anche tanti egiziani del Sinai.
sabato 19 dicembre 2009
mercoledì 2 dicembre 2009
Per L'UE: Gerusalemme capitale di due stati. Irritazione di Israele
Da Rainews24
L'iniziativa europea potrebbe concretizzarsi già la prossima settimana. I ministri degli Esteri della Ue potrebbero chiedere in via ufficiale la divisione di Gerusalemme, capitale sia degli israeliani che dei palestinesi. Lo scrive l'edizione online del quotidiano israeliano Haaretz, citando una bozza di documento messo a punto dalla presidenza svedese di turno dell'Unione europea, che verrà sottoposta ai capi delle diplomazie dei Ventisette durante un summit di due giorni a Bruxelles il 7 e l'8 dicembre.
Secondo il giornale, il documento implica il riconoscimento europeo ad una futura proclamazione unilaterale dello Stato palestinese.
Secondo il giornale, il documento implica il riconoscimento europeo ad una futura proclamazione unilaterale dello Stato palestinese.
Contro questo passo Israele sta conducendo una intensa campagna diplomatica e impedire l'adozione della bozza diventa importante, ma diplomatici ben informati sulle deliberazioni Ue ritengono che ormai questo sia "virtualmente inevitabile", scrive Haaretz. Il documento esorta all'immediata ripresa dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi con l'obiettivo di arrivare "ad uno stato palestinese indipendente, democratico, autosufficiente, con un territorio contiguo, che comprenda Gaza e la Cisgiordania, con capitale a Gerusalemme est".
La bozza ricorda che l'Unione Europea "non ha mai riconosciuto l'annessione di Gerusalemme est" e afferma che per giungere ad una vera pace bisogna trovare una strada per giungere ad una Gerusaleme capitale di due Stati
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
palestina,
politica
martedì 24 novembre 2009
Pentagono immobiliare S.p.A.
*nell'immagine la situazione nel 2007 -
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza.
Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).
Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.
Etichette:
afghanistan,
esteri,
guerra,
in primo piano,
israele,
italia,
pace,
palestina,
usa
domenica 15 novembre 2009
Chiederemo all'Onu di riconoscere la Palestina
Da Rainews24
L'Autorità nazionale palestinese sta valutando la possibilità di proclamare unilateralmente lo stato palestinese e chiederne il riconoscimento all'Onu. Lo ha detto chiaro il capo negoziatore Saeb Erekat in un'intervista alla radio militare israeliana, sottolineando come la mossa sarebbe una risposta alla mancanza di passi avanti nel processo di pace in Medio Oriente.
"Non crediamo che Israele sia veramente interessato alla soluzione dei due stati" ha detto Erekat spiegando che al Consiglio di Sicurezza dell'Onu verrebbe chiesto di riconoscere uno stato palestinese con le frontiere del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. "Da 18 anni diciamo al nostro popolo che solo attraverso i negoziati di pace potremo arrivare a risultati concreti, ma sono passati 18 anni e non e' successo nulla" ha aggiunto Erekat, ricordando come gli israeliani continuino ad occupare territori palestinesi ed a costruire negli insediamenti.
Peres, no a ONU su Palestina da ANSA.it
Il capo dello stato israeliano Peres si oppone al progetto dell'Anp di ottenere dall'Onu il riconoscimento di uno stato palestinese. Nei confini antecedenti il conflitto del 1967, con Gerusalemme est come capitale.''E' impossibile costituire uno Stato senza un accordo di pace'' ha osservato Peres. Il negoziatore palestinese Erekat ha affermato che l'Anp ha gia' ottenuto il sostegno da parte dei paesi arabi e segnali positivi anche dalla Russia e dal segretario generale Onu,Ban Ki-moon
L'Autorità nazionale palestinese sta valutando la possibilità di proclamare unilateralmente lo stato palestinese e chiederne il riconoscimento all'Onu. Lo ha detto chiaro il capo negoziatore Saeb Erekat in un'intervista alla radio militare israeliana, sottolineando come la mossa sarebbe una risposta alla mancanza di passi avanti nel processo di pace in Medio Oriente.
"Non crediamo che Israele sia veramente interessato alla soluzione dei due stati" ha detto Erekat spiegando che al Consiglio di Sicurezza dell'Onu verrebbe chiesto di riconoscere uno stato palestinese con le frontiere del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. "Da 18 anni diciamo al nostro popolo che solo attraverso i negoziati di pace potremo arrivare a risultati concreti, ma sono passati 18 anni e non e' successo nulla" ha aggiunto Erekat, ricordando come gli israeliani continuino ad occupare territori palestinesi ed a costruire negli insediamenti.
******
Peres, no a ONU su Palestina da ANSA.it
Il capo dello stato israeliano Peres si oppone al progetto dell'Anp di ottenere dall'Onu il riconoscimento di uno stato palestinese. Nei confini antecedenti il conflitto del 1967, con Gerusalemme est come capitale.''E' impossibile costituire uno Stato senza un accordo di pace'' ha osservato Peres. Il negoziatore palestinese Erekat ha affermato che l'Anp ha gia' ottenuto il sostegno da parte dei paesi arabi e segnali positivi anche dalla Russia e dal segretario generale Onu,Ban Ki-moon
La diplomazia israeliana sotto scacco
Di Gian Carlo Caprino - da Clarissa.it -
Per Israele, dopo anni e anni, sembra sgretolarsi l'impunità di fatto di cui questo Stato ha goduto, in sede internazionale, per la sua politica avventurista e per quanto commesso dal 1982 ai nostri giorni sia in Libano che nei Territori occupati.
Ha cominciato l'AIEA, il 18 settembre scorso, approvando per la prima volta un documento che censura il possesso illegale di testate atomiche (mai ufficialmente dichiarate, ma stimate nell'ordine delle centinaia) da parte dello Stato ebraico, invitandolo perentoriamente a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare ed a sottoporsi ai controlli periodici da parte della stessa AIEA.
I rapporti con la Turchia poi, fino a pochi mesi fa alleato di ferro di Israele, stanno precipitando; infatti il primo ministro turco Erdogan, dopo aver aspramente criticato Israele per sua operazione "piombo fuso" contro Gaza tenutasi a cavallo tra il 2008 e il 2009, ha parlato apertamente di "crimini" di guerra da parte israeliana e ha cancellato le manovre congiunte tra l'aviazione israeliana e quella turca nell'ambito delle esercitazioni NATO che si sono tenute in Turchia.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.
Mahamud Abbas (alias Abu Mazen) ha recentemente manifestato la volontà di non ripresentarsi alle elezioni di gennaio per la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese, amareggiato per lo stallo dei negoziati. Il governo israeliano si è grandemente allarmato per questa decisione, poiché Abu Mazen è stato, finora, l'unico ad accettare il negoziato con gli occupanti senza porre precondizioni e, soprattutto, senza porre limiti di tempo al raggiungimento di un accordo qualsivoglia, tanto da destare ragionevoli sospetti, nel mondo musulmano, che egli sia uno strumento in mano a Washington e Tel Aviv, piuttosto che colui che dovrebbe difendere gli interessi di coloro che subiscono da più di 40 anni un'occupazione militare da parte di uno Stato straniero. La possibilità che venga eletto qualcuno che voglia negoziare risolutamente e con traguardi precisi preoccupa molto Tel Aviv, tanto che Shimon Peres (Presidente della repubblica) ha pubblicamente invitato Abu Mazen a rivedere le sue posizioni.
Ma la minaccia più grave, per la diplomazia israeliana, sembra oggi provenire dall'ONU. L'assemblea plenaria ha infatti approvato, il 5 novembre, una risoluzione (con 119 "sì", 8 "no" e 44 astenuti) che "invita" il governo israeliano a istituire, entro 3 mesi, una commissione "credibile ed indipendente" che indaghi su "eventuali" crimini di guerra e di crimini contro l'umanità commessi durante l' operazione "piombo fuso" che ha provocato, a Gaza, circa 1400 morti (quasi tutti civili) per causa dell'esercito israeliano.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La risoluzione deriva dal recepimento, da parte dell'Assemblea generale, del rapporto Goldstone (dal nome del giudice sudafricano che ha presieduto una apposita commissione istituita dal Consiglio dei diritti umani della stessa ONU); essa prevede altresì la trasmissione del rapporto Goldstone al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell'Aia.
A questo punto la grana passa nelle mani di Barack Onbama e del TPI.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Il TPI, dal canto suo, che ha sempre dormito sonni profondi nei confronti delle malefatte israeliane compiute negli ultimi decenni, non potrà più ignorare la questione delle stragi di Gaza, data l'autorevolezza (la segreteria ONU) da cui proviene l'invito ad esaminare il rapporto Goldstone; se ne dovesse scaturire una formula assolutoria per Israele, questo tribunale perderebbe ogni residuo di credibilità, già fortemente compromessa.
Un'epoca sembra finita per Israele: quella dell'impunità e della incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante (equivale ad una scomunica laica) di "antisemitismo".
Sarà veramente così?
Sarà veramente così?
Etichette:
esteri,
guerra,
in primo piano,
israele,
pace,
palestina,
resistenze
mercoledì 11 novembre 2009
Yasser Arafat: "L'ulivo e il fucile" a 5 anni dalla morte.
Oggi noi de il Comunista Quotidiano vogliamo ricordarlo pubblicando stralci del suo memorabile discorso all'Onu del '74 e dedicandogli la testata del nostro blog.
[...]
Le radici della questione palestinese risalgono agli ultimi anni del XIX secolo, in altre parole a quella che oggi chiamiamo `l'epoca del colonialismo e degli insediamenti'. Proprio in quel periodo nacque il sionismo come programma, con l'obiettivo di portare a termine la conquista della Palestina da parte degli immigrati europei, esattamente come i colonizzatori occuparono, e invasero a mano armata gran parte dell'Africa. È lo stesso periodo in cui, irrompendo fuori dall'Occidente, il colonialismo si diffuse nelle regioni più remote di Africa, Asia e America Latina, costruendo colonie, sfruttando, opprimendo e saccheggiando crudelmente i popoli di questi tre continenti. Quel periodo continua ancora oggi. Si possono individuare le prove lampanti di questa riprovevole presenza nel razzismo praticato in Sud Africa come in Palestina.
Così come il colonialismo e i suoi demagoghi hanno esaltato le conquiste, i saccheggi e gli innumerevoli attacchi contro i nativi dell'Africa, in nome di una missione `civilizzatrice e modernizzante', così, ondate di migranti sionisti hanno mascherato i loro propositi nella conquista della Palestina. Allo stesso modo in cui il colonialismo come sistema, e i colonizzatori come suo strumento, hanno usato la religione, il colore, la razza e la lingua per giustificare lo sfruttamento dell'Africa e la sua crudele sottomissione mediante il terrore e la discriminazione, sono stati usati gli stessi metodi per usurpare la Palestina e cacciare il suo popolo dalla patria nazionale.
Allo stesso modo in cui il colonialismo ha usato senza scrupoli i miseri, i poveri, gli sfruttati come semplice materia inerte con cui costruire e portare a termine l'occupazione da parte dei coloni, allo stesso modo gli ebrei europei oppressi e in difficoltà sono stati usati per gli interessi dell'imperialismo mondiale e della leadership sionista. Gli ebrei europei sono stati trasformati negli strumenti dell'aggressione; sono diventati gli elementi di un'occupazione colonizzatrice profondamente affine alla discriminazione razziale.
La teologia sionista è stata usata contro il nostro popolo palestinese: lo scopo era non solo insediarsi mediante un'occupazione di coloni in stile occidentale, ma anche separare gli ebrei dalle loro diverse terre natie e perciò estraniarli dai loro paesi. Il sionismo è un'ideologia imperialista, colonialista, razzista; è profondamente reazionario e discriminatorio; ha codici retrogradi, affini all'antisemitismo ed è, a conti fatti, un'altra faccia della stessa medaglia. Poiché, quando si propone che coloro che aderiscono alla fede ebraica, a prescindere dal paese di residenza, non debbano giurare fedeltà alla nazione in cui risiedono né vivere in una relazione equa con gli altri cittadini non ebrei, quando ciò viene proposto, sentiamo che viene proposto l'antisemitismo. Quando si propone che l'unica soluzione al problema ebraico è che gli ebrei devono alienarsi dalle comunità o nazioni di cui hanno fatto storicamente parte, quando si propone che gli ebrei risolvano la questione ebraica emigrando e insediandosi con la forza nella terra di un altro popolo, quando ciò accade, questo corrisponde esattamente alla stessa posizione che gli antisemiti sostengono contro gli ebrei.
Così, ad esempio, possiamo capire lo stretto legame tra Rhodes a che ha promosso l'occupazione dei coloni nell'Africa sudorientale, e Herzl b con i suoi progetti di insediamento di coloni in Palestina. Dopo aver ottenuto da Rhodes una certificazione di buona condotta per l'occupazione dei coloni, Herzl si rivolse al governo britannico presentando questo certificato, e sperando così di ottenere una decisione formale a sostegno della politica sionista. In cambio, i sionisti promisero alla Gran Bretagna una base imperialista sul suolo palestinese, per tutelare gli interessi imperiali in uno dei suoi punti strategici.
Così il movimento sionista si alleò direttamente con il colonialismo mondiale per un'incursione comune sulla nostra terra. Permettetemi ora di esporre una serie di verità storiche su questa alleanza.
L'invasione ebraica della Palestina cominciò nel 1881. Prima che arrivasse la prima vasta ondata di immigranti, la Palestina aveva una popolazione di mezzo milione di abitanti, la maggior parte musulmani o cristiani, e gli ebrei erano solo 20.000. Ogni settore della popolazione godeva della tolleranza religiosa caratteristica della nostra civiltà.
Allora la Palestina era una terra verdeggiante, principalmente abitata da un popolo arabo intento a costruire la propria vita e ad arricchire in modo dinamico la propria autonoma cultura. Tra il 1882 e il 1917, il movimento sionista installò circa 50.000 ebrei europei nella nostra terra. A questo scopo, fece ricorso all'astuzia e all'inganno per insediarsi fra noi. Facendo firmare alla Gran Bretagna la Dichiarazione Balfour c, rivelò ancora una volta l'alleanza tra il sionismo e l'imperialismo. Inoltre, promettendo al movimento sionista ciò che non era suo, la Gran Bretagna dimostrò quanto fosse arrogante la legge imperialista. Quando fu costituita, la Lega delle Nazioni d abbandonò il nostro popolo arabo, e gli impegni e le promesse di Wilson e si risolsero nel nulla. Sotto la maschera del Mandato, l'imperialismo britannico ci fu imposto direttamente e crudelmente. Il mandato emesso dalla Lega delle Nazioni permetteva agli invasori sionisti di consolidare le loro conquiste nella nostra terra natia. Sulla scia della Dichiarazione Balfour e per un periodo di trent' anni, il movimento sionista riuscì, in collaborazione con il suo alleato imperialista, a insediare altri ebrei europei nella nostra terra, usurpando i possedimenti degli arabi palestinesi. Nel 1947 gli ebrei erano ormai 600.000, e possedevano circa il 6% della terra palestinese coltivabile. Questo dato è da confrontare con quello della popolazione palestinese, che all'epoca contava 1.250.000 abitanti.
Come risultato della collusione tra il potere del Mandato e il movimento sionista e con il sostegno di alcuni paesi, questa Assemblea generale approvò, all'inizio della sua storia, una Raccomandazione per la spartizione della nostra terra palestinese. Questo avvenne in un'atmosfera inquinata da azioni torbide e forti pressioni. Con la spartizione, questa Assemblea generale fece ciò che non aveva il diritto di fare, dividendo una terra indivisibile. Quando respingemmo quella decisione, eravamo nella stessa posizione della madre naturale che rifiutò di lasciare che il Re Salomone tagliasse il figlio a metà, mentre la falsa madre lo reclamava per sé acconsentendo allo smembramento f. Per di più, benché la Risoluzione sulla spartizione avesse concesso agli insediamenti dei coloni il 54% della terra palestinese, la loro insoddisfazione li portò a scatenare una guerra del terrore contro la popolazione araba civile. Occuparono l'81% dell'area totale della Palestina, sradicando un milione di arabi. Occuparono 524 città e villaggi arabi, distruggendone 385, in un processo che portò alla loro totale cancellazione. Subito dopo costruirono i loro insediamenti e le colonie sulle rovine delle nostre fattorie e dei nostri boschi.
Sono queste le radici della questione palestinese. La sua origine non risiede in nessun conflitto tra due religioni o due nazionalismi. E non è neppure un conflitto di frontiera tra Stati vicini. È la causa di un popolo privato della sua patria, disperso e sradicato, che vive principalmente in esilio e nei campi profughi.
Col sostegno dei poteri imperialisti e colonialisti, questa entità è riuscita a farsi accettare come un membro delle Nazioni Unite. È poi riuscito a far cancellare dall'agenda delle Nazioni Unite la Questione Palestinese e a ingannare l'opinione pubblica presentando la nostra causa come un problema di profughi bisognosi della carità di benefattori ingenui e inefficienti, o di insediarsi in una terra che non era loro. Non ancora soddisfatta, questa entità razzista, fondata sul pensiero imperialista-colonialista, è diventata essa stessa una base dell'imperialismo e un arsenale d'armi. Ciò le ha permesso di arrogarsi il diritto di sottomettere il popolo arabo e di perpetrare un'aggressione contro di esso, per soddisfare le proprie ambizioni di ulteriore espansione sulla terra palestinese e gli altri territori arabi. Oltre ai molteplici casi di aggressioni commesse da questa entità contro gli Stati arabi, ha lanciato due guerre su vasta scala, nel 1956 e nel 1967, mettendo in pericolo la pace e la sicurezza mondiali.
Dopo un attacco sionista nel giugno 1967, il nemico occupò il Sinai egiziano fino al Canale di Suez. E occupò le alture del Golan in Siria, oltre all'intero territorio palestinese a ovest del Giordano. Questi sviluppi hanno portato alla formazione nella nostra regione di ciò che ora è noto come `il problema mediorientale'. La situazione si è aggravata per la fermezza del nemico nel mantenere l'occupazione illegale e consolidarla, istituendo così l'avamposto per un attacco dell'imperialismo mondiale contro il nostro paese arabo. Tutte le decisioni del Consiglio di Sicurezza e gli appelli all'opinione pubblica mondiale per il ritiro dai territori occupati nel giugno 1967 sono stati ignorati. Nonostante tutti gli sforzi pacifici sul piano internazionale, il nemico non è stato distolto dalla sua politica espansionistica. L'unica alternativa possibile per i nostri paesi arabi, in particolare Egitto e Siria, era compiere sforzi estremi per prepararsi energicamente a resistere a questa barbara invasione armata, per liberare i territori arabi e ripristinare i diritti del popolo palestinese, dopo il fallimento di ogni altro possibile mezzo pacifico.
In queste circostanze, nell'ottobre del 1973 scoppiò la Quarta guerra, che persuase il nemico sionista del fallimento della sua politica di occupazione e di espansione e della sua fiducia nella potenza militare. Nonostante ciò, i leader dell'entità sionista non hanno tratto assolutamente nessuna lezione dalla loro esperienza. Si stanno preparando a una quinta guerra, ricorrendo ancora una volta al linguaggio della superiorità militare, dell'aggressione, del terrorismo, della sottomissione e, alla fine, sempre alla guerra nei loro rapporti con gli arabi.
È molto doloroso per il nostro popolo assistere alla diffusione del mito secondo cui la sua terra era un deserto finché non fu resa florida dalla mano del colono straniero; che era una terra senza un popolo, e che l'entità colonialista non avrebbe causato nessun danno a nessun essere umano. Non è così: queste menzogne devono essere smascherate da questa tribuna, poiché il mondo deve sapere che la Palestina era la culla delle più antiche culture e civiltà. Per migliaia di anni, il suo popolo arabo era dedito all'agricoltura e alla edilizia, a diffondere la cultura in tutto il territorio, costituendo un esempio nella pratica religiosa, assolvendo la funzione di fedele guardiano dei luoghi sacri di tutte le religioni. In quanto figlio di Gerusalemme, faccio tesoro per me e per il mio popolo di splendide memorie e vivide immagini della fratellanza religiosa che era il segno distintivo della nostra Città Santa prima che soccombesse alla catastrofe.
Il nostro popolo ha continuato a perseguire questa politica illuminata fino all'istituzione dello Stato d'Israele e alla propria dispersione. Ciò non lo ha distolto dal perseguire il suo ruolo umanitario sul suolo palestinese. E neppure permetterà che la sua terra diventi una rampa di lancio per l'aggressione, né un campo razzista fondato sulla distruzione della civiltà, delle culture, del progresso e della pace. Il nostro popolo non può che preservare l'eredità dei suoi antenati nel resistere agli invasori, nel perseguire il compito privilegiato di difendere la sua terra natia, la sua nazionalità araba, la sua cultura e civiltà, e nel salvaguardare la culla delle religione monoteiste.
[...]
Vanno ricordate, sia pur brevemente, alcune posizioni israeliane: il loro appoggio all'Organizzazione dell'Armata segreta (Oas) in Algeria g,il sostegno ai colonialisti insediatisi in Africa - in Angola, Congo, Mozambico, Zimbabwe, Tanzania e Sudafrica - e il sostegno al Vietnam del Sud contro la rivoluzione vietnamita. Si può inoltre citare l'assiduo supporto di Israele agli imperialisti e ai razzisti in tutto il mondo, la sua posizione ostruzionista nel Comitato dei Ventiquattro h, il suo rifiuto di votare a favore dell'indipendenza degli Stati africani, e la sua opposizione alle richieste di molti paesi asiatici, africani e latinoamericani, e di molti altri Stati, alla conferenza su materie prime, popolazione, Legge del Mare, e alimentazione. Tutti questi fatti offrono ulteriori prove della natura del nemico che ha usurpato la nostra terra, e giustificano la battaglia onorevole che stiamo muovendo contro di lui. Mentre noi difendiamo una visione del futuro, il nostro nemico alimenta i miti del passato.
Il nemico che abbiamo davanti è riuscito persino a suscitare ampie ostilità anche nei confronti degli stessi ebrei, dato che nell'entità sionista esiste un razzismo connaturato contro gli ebrei orientali. Mentre noi condanniamo a gran voce i massacri degli ebrei per mano dei nazisti, la leadership sionista è sembrata allora più interessata a poterli sfruttare al meglio per realizzare i propri obiettivi di immigrazione in Palestina. Se l'immigrazione degli ebrei in Palestina avesse avuto l'obiettivo di farli vivere al nostro fianco, godendo degli stessi diritti e garantendo gli stessi doveri, avremmo aperto loro le nostre porte, per quanto la capacità di accoglienza della nostra terra lo permetteva. Questo è accaduto, ad esempio, con le migliaia di armeni e circassi che ancora vivono tra noi nell'uguaglianza come fratelli e concittadini. Ma l'obiettivo di questa immigrazione è quello di usurpare la nostra patria, disperdere il nostro popolo, e farci diventare cittadini di seconda categoria. Questa è una richiesta assolutamente inconcepibile, cui non possiamo acconsentire né piegarci. Perciò, sin dall'inizio, la nostra rivoluzione non è stata mossa da fattori razziali né religiosi. Il suo obiettivo non è mai stato l'ebreo, come persona, ma il sionismo razzista e l'aggressione manifesta. In questo senso, la nostra è anche una rivoluzione per l'ebreo, anche come essere umano. Stiamo combattendo perché ebrei, cristiani e musulmani possano vivere nell'uguaglianza, godendo degli stessi diritti e assumendosi gli stessi doveri, lontano dalla discriminazione razziale o religiosa.
Noi distinguiamo tra giudaismo e sionismo. Pur mantenendo ferma la nostra opposizione al movimento sionista colonialista, rispettiamo la fede ebraica. Oggi, quasi un secolo dopo l'ascesa del movimento sionista, vorremmo mettere in guardia dal crescente pericolo che esso rappresenta per gli ebrei di tutto il mondo, per il nostro popolo arabo e per la pace e la sicurezza mondiali. Perché il sionismo incoraggia gli ebrei a emigrare dai loro paesi natii e concede loro una nazionalità creata artificialmente. I sionisti continuano a perpetrare attività terroristiche nonostante si siano dimostrate inefficaci. Il fenomeno della continua emigrazione da Israele, destinato a crescere come roccaforte del colonialismo e del razzismo nel declino del mondo, è un esempio dell'inevitabile fallimento di queste attività.
Sollecitiamo i popoli e i governi mondiali a mantenere fermezza contro il programma sionista di incoraggiare gli ebrei del mondo a emigrare dai loro paesi e a usurpare la nostra terra. Li sollecitiamo ad opporsi altrettanto fermamente a ogni discriminazione per religione, razza, o colore della pelle.
Perché il popolo palestinese dovrebbe pagare il prezzo di una tale discriminazione nel mondo? Perché il nostro popolo deve essere responsabile dei problemi dell'immigrazione ebraica, che esistono solo nei pensieri di alcune persone? Perché coloro che sostengono questi problemi non aprono i loro paesi, che possono assorbire e aiutare questi immigrati? Chi ci chiama terroristi vuole impedire che l'opinione pubblica conosca la verità su di noi e veda la giustizia sui nostri volti. Cerca di mascherare il terrorismo e la tirannia dei suoi atti, e la nostra posizione di autodifesa.
La differenza tra il rivoluzionario e il terrorista risiede nella ragione per cui combatte. Poiché chiunque sostenga una giusta causa e si batta per la libertà e la liberazione della propria terra dagli invasori, dagli occupanti e dai colonialisti, non può essere chiamato terrorista, altrimenti il popolo americano nella sua lotta di liberazione dai colonialisti britannici sarebbe stato terrorista; la resistenza europea contro il nazismo sarebbe stata terrorista, la lotta dei popoli asiatici, africani e latinoamericani sarebbe stata terrorismo, e molte delle persone presenti oggi in questa Assemblea sarebbero considerate terroristi. La nostra è una lotta giusta e opportuna consacrata dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Perché coloro che combattono contro le giuste cause, che muovono guerra per occupare, colonizzare e opprimere un altro popolo, questi sono i terroristi. Queste sono le persone le cui azioni vanno condannate, che devono essere chiamati criminali: poiché la legittimità della causa determina il diritto alla lotta.
Il terrorismo sionista che è stato scatenato contro il popolo palestinese per espellerlo dal suo paese e usurpare la sua terra è registrato nei nostri documenti ufficiali. Migliaia di persone del nostro popolo sono state uccise nei loro villaggi e città; decine di migliaia di altre sono state costrette col fucile puntato a lasciare le loro case e le terre dei loro padri. Più volte i nostri bimbi, donne e anziani sono stati cacciati e hanno dovuto vagabondare nel deserto e scalare montagne senza cibo né acqua. Chiunque abbia assistito alla catastrofe abbattutasi nel 1948 sugli abitanti di migliaia di villaggi e città, a Gerusalemme, Jaffa, Lydda, Ramle e in Galilea; chiunque sia stato testimone di quella catastrofe non potrà mai dimenticare quell'esperienza, anche se la congiura del silenzio è riuscita a occultare quegli orrori e a nascondere le tracce di 385 villaggi e città palestinesi che allora furono distrutti e cancellati dalla mappa. La distruzione di 19.000 case negli ultimi sette anni, che equivale alla totale distruzione di altri 200 villaggi palestinesi, e il gran numero di persone mutilate per il trattamento subito nelle prigioni israeliane, non possono essere occultati.
Questo terrorismo è nutrito dall'odio e quest'odio è stato rivolto persino contro l'albero d'ulivo del mio paese, che è stato un simbolo superbo e ricorda loro gli abitanti originari della terra, un simbolo vivente del fatto che la terra è palestinese. Perciò hanno cercato di distruggerlo. Come si può commentare l'affermazione di Golda Meir, che ha espresso la propria inquietudine sul fatto che «ogni giorno nascano bambini palestinesi». Essi vedono nel bambino palestinese, nell'albero palestinese, un nemico da sterminare. Per decine di anni i sionisti hanno perseguitato i leader culturali, politici, sociali e artistici del nostro popolo, terrorizzandoli e assassinandoli. Hanno derubato la nostra eredità culturale, le tradizioni del nostro popolo e hanno preteso di espropriarcene. Il loro terrorismo ha raggiunto persino i nostri luoghi sacri, la nostra amata e pacifica Gerusalemme. Hanno tentato di de-arabizzarla e di farle perdere il suo carattere musulmano e cristiano scacciando i suoi abitanti e annettendola.
Devo menzionare la distruzione della Moschea di al-Aqsa i e il deturpamento di molti monumenti di carattere storico e religioso. Gerusalemme, con la sua storia religiosa e i suoi valori spirituali, è una testimonianza per il futuro. È la prova della nostra presenza eterna, della nostra civiltà, dei nostri valori umani. Non è un caso che sotto i suoi cieli siano nate le tre religioni monoteiste e che sotto quel cielo queste tre religioni risplendano per illuminare il genere umano, per esprimere le pene e le speranze dell'umanità, e per tracciare il cammino del futuro con le sue speranze.
Quei pochi arabi palestinesi che non furono sradicati dai sionisti nel 1948 sono attualmente profughi nella loro stessa terra. La legge israeliana li tratta come cittadini di seconda categoria - e anche di terza categoria, visto che i cittadini di seconda categoria sono gli ebrei orientali - e li ha sottoposti a ogni forma di discriminazione razziale e di terrorismo dopo la confisca delle loro terre e proprietà. Sono state vittime di sanguinosi massacri come quello di Kfar Kassim l, sono stati espulsi dai loro villaggi ed è stato negato loro il diritto al rientro, come nel caso degli abitanti di Rait e Kfar-Birim. Per ventisei anni, il nostro popolo ha vissuto sotto la legge marziale e gli è la sua libertà di movimento è stata delegata all'autorizzazione del governatore militare israeliano, e questo proprio negli anni in cui lo Stato di Israele promulgava una legge che concedeva la cittadinanza a ogni ebreo di ogni parte del mondo che avesse voluto emigrare nella nostra terra natia. E ancora, un'altra legge israeliana stabilì che i palestinesi che non fossero presenti nei loro villaggi e città al momento dell'occupazione non avevano il diritto alla cittadinanza israeliana.
Il curriculum dei governanti israeliani è pieno di atti di terrore perpetrati verso chi tra noi è rimasto sotto l'occupazione del Sinai e delle alture del Golan. I bombardamenti criminali della scuola di Bahr-al-Bakar e la fabbrica di Abou Zaabal, sono solo due di questi incancellabili atti di terrorismo. La totale distruzione della città siriana di Kuneitra m è un altro esempio tangibile del terrorismo sistematico. Se si dovessero catalogare gli atti del terrorismo sionista nel Libano meridionale, la loro efferatezza sconvolgerebbe persino i più incalliti: raids, bombardamenti, tattica della terra bruciata, distruzione di migliaia di case, espulsione dei civili e sequestro dei cittadini libanesi. Ciò costituisce chiaramente una violazione della sovranità libanese e serve a preparare la deviazione delle acque del fiume Litani n.
È forse necessario ricordare a questa Assemblea le numerose Risoluzioni adottate, in cui si condannano le aggressioni israeliane commesse contro i paesi arabi, le violazioni da parte degli israeliani dei diritti umani e degli articoli delle Convenzioni di Ginevra, come anche le risoluzioni relative all'annessione della città di Gerusalemme e al ripristino del suo precedente status?
L'unica valutazione per questi atti è che sono atti di barbarie e terrorismo. Eppure, i razzisti e i colonialisti sionisti hanno ancora il coraggio di descrivere la giusta lotta del nostro popolo come terrorista. Può esistere una più lampante distorsione della realtà? Noi chiediamo a chi ha usurpato la nostra terra, a chi sta commettendo azioni criminali di terrorismo contro il nostro popolo e praticando la discriminazione razziale in modo ancora più esteso dei razzisti in Sudafrica, noi gli chiediamo di tenere conto della Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che prevede l'esclusione per un anno dalle Nazioni Unite del governo del Sudafrica. Questo è il destino inevitabile di ogni paese razzista che adotti la legge della giungla, usurpi la terra di altri e persista nell'oppressione.
Negli ultimi trent'anni, il nostro popolo ha dovuto combattere contro l'occupazione britannica e l'invasione sionista, che avevano, entrambe, l'obiettivo dichiarato di usurpare la nostra terra per far fallire questo progetto, perché la nostra terra natia rimanesse nostra sono state animate sei grandi rivolte e decine di ribellioni popolari. In questo processo sono morti più di 30.000 martiri, l'equivalente, in proporzione, di sei milioni di americani.
Quando la maggioranza del popolo palestinese è stata sradicata dalla sua terra nel 1948, la lotta palestinese per l'autodeterminazione è proseguita nelle condizioni più difficili. Abbiamo tentato ogni mezzo possibile per continuare la nostra battaglia politica per i nostri diritti nazionali, ma senza nessun sostegno. Nel frattempo abbiamo dovuto combattere per la pura sopravvivenza. Anche in esilio abbiamo educato i nostri figli. E tutto questo per cercare di sopravvivere.
Il popolo palestinese ha prodotto migliaia di fisici, giuristi, insegnanti e scienziati che hanno partecipato attivamente allo sviluppo dei paesi arabi confinanti con la loro terra usurpata; hanno usato il loro reddito per aiutare i giovani e gli anziani del nostro popolo rimasti nei campi profughi. Hanno educato i loro fratelli e sorelle, aiutato i genitori e avuto cura dei loro figli. Per tutto il tempo, il palestinese ha sognato di rientrare nella sua terra. Non è svanita né la sua fedeltà verso la Palestina né la sua determinazione al rientro; nessuno ha potuto convincerlo a rinunciare all'identità palestinese né ad abbandonare la terra natia. Il passare del tempo non gli ha tolto la memoria, come alcuni avevano sperato. Quando il nostro popolo ha perso la fiducia nella comunità internazionale, che ha continuato ad ignorare i suoi diritti, e quando è stato ormai chiaro che i palestinesi non avrebbero recuperato un solo millimetro della Palestina con i soli mezzi politici, il nostro popolo non ha avuto altra scelta che ricorrere alla lotta armata. In quella lotta ha investito le proprie risorse materiali e umane. Abbiamo affrontato con coraggio le azioni più immorali del terrorismo israeliano, volte a deviare e ad arrestare la nostra lotta.
Negli ultimi dieci anni della nostra battaglia, migliaia di martiri, e ancor più feriti, mutilati e incarcerati, sono stati offerti in sacrificio; e tutto nello sforzo di resistere alla minaccia incombente dell'annientamento, di riacquistare il nostro diritto all'autodeterminazione e il nostro diritto indiscutibile al rientro nella nostra terra natia. Con grande dignità e il più ammirevole spirito rivoluzionario, il nostro popolo palestinese non si è perso d'animo nelle prigioni e nei campi di concentramento israeliani, o quando ha dovuto affrontare ogni sorta di persecuzione e intimidazione. Combatte solo per esistere e continua a lottare per preservare l'impronta araba della sua terra. Così resiste all'oppressione, alla tirannia e al terrorismo nelle loro forme più spregevoli.
È dalla lotta popolare armata che infine sono emerse la nostra leadership politica e le nostre istituzioni nazionali, un movimento di liberazione nazionale - che riunisce tutte le correnti e le organizzazioni palestinesi e le loro risorse - si è materializzato nell'Organizzazione per la liberazione della Palestina.
Grazie al nostro movimento militante di liberazione nazionale per la Palestina, la lotta del nostro popolo è maturata ed è cresciuta tanto da fondere la battaglia politica e sociale insieme alla lotta armata. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina è stato un fattore essenziale per creare una nuova mentalità palestinese, capace di delineare il futuro della nostra Palestina e che non si accontenta di mobilitare i palestinesi per le sfide del presente.
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina può dirsi fiera di portare avanti un gran numero di attività culturali ed educative, anche mentre è impegnata nella lotta armata, e in un momento in cui ha dovuto subire gli attacchi furiosi e vili del terrorismo sionista. Abbiamo creato istituti per la ricerca scientifica, lo sviluppo agricolo e lo Stato sociale, nonché centri per il recupero della nostra eredità culturale e la salvaguardia delle nostre tradizioni popolari. Molti poeti, artisti e scrittori palestinesi hanno arricchito la cultura araba in particolare, e la cultura del mondo in generale. La loro opera profondamente umana ha guadagnato l'ammirazione di chiunque l'abbia conosciuta. Al contrario, il nostro nemico ha distrutto sistematicamente la nostra cultura diffondendo ideologie razziste e imperialiste, e in genere tutto ciò che impedisse il progresso, la giustizia, la democrazia e la pace.
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina ha conquistato la sua legittimità grazie ai sacrifici connessi al suo ruolo d'avanguardia, e per la dedizione della sua leadership nella lotta. Questa legittimità le è stata conferita dal popolo palestinese, che l'ha scelta per condurre la battaglia seguendo le sue direttive. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina ha anche conquistato legittimità riuscendo a rappresentare ogni fazione, unione o gruppo, ogni singolo talento palestinese, sia nel Consiglio nazionale sia nelle istituzioni del popolo. Questa legittimità è stata rafforzata ulteriormente dal sostegno dell'intera nazione araba, ed è stata consacrata nel corso dell'ultima conferenza del Summit arabo, che ha ribadito il diritto dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, nella sua veste di unica rappresentante del popolo palestinese, di istituire uno Stato nazionale indipendente su tutto il territorio palestinese liberato. Inoltre, la legittimazione dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina si è consolidata grazie al sostegno fraterno dei movimenti e dei paesi amici che hanno le stesse idee e si sono schierati al nostro fianco, incoraggiandoci e aiutandoci nella lotta per affermare i nostri diritti nazionali.
[...]
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina rappresenta il nostro popolo palestinese, in modo legittimo ed esclusivo. Per questo, l'Olp esprime i desideri e le speranze del suo popolo. E per questo, porta alla vostra presenza questi suoi sinceri desideri e speranze, sollecitandovi a non sottrarvi alla importantissima responsabilità storica verso la nostra giusta causa.
Per molti anni, il nostro popolo è stato sottoposto alle devastazioni della guerra, della distruzione e della dispersione. Ha pagato con il sangue dei suoi figli, e questo non potrà mai essere riparato. Ha portato su di sé, come nessun altro popolo prima d'ora, il fardello dell'occupazione, della diaspora, dell'espulsione e del terrore senza tregua. Eppure ciò non ha spinto il nostro popolo al rancore e allo spirito di vendetta; non ci ha portato a introiettare il razzismo dei nostri nemici. E non abbiamo perso i metodi schietti che distinguono gli amici dai nemici. Poiché deploriamo tutti i crimini commessi contro gli ebrei, deploriamo anche la profonda discriminazione che hanno subito a causa del loro destino.
Sono un ribelle e la mia causa è la libertà. So bene che un tempo molte delle persone oggi qui presenti erano esattamente nella stessa condizione di resistenza in cui mi trovo io adesso e contro la quale devo lottare. Voi avete dovuto in passato trasformare i sogni in realtà mediante la vostra lotta. Perciò adesso dovete condividere il mio sogno. Credo sia proprio questa la ragione che oggi posso richiamare per chiedervi di aiutarci perché insieme possiamo far sbocciare il nostro sogno in una luminosa realtà, il nostro sogno comune per un futuro di pace nella terra sacra della Palestina.
Davanti a un tribunale militare israeliano, l'ebreo rivoluzionario Ahud Adif disse: «Non sono un terrorista; credo che su questa terra debba esistere uno Stato democratico». Adif languisce oggi in una prigione sionista insieme a chi ha le sue stesse idee. A lui e ai suoi colleghi mando i miei auguri più sinceri.
E davanti allo stesso tribunale c'è oggi un coraggioso principe della chiesa, il vescovo Cappucci o. Levando le dita nel segno della vittoria, lo stesso usato dai nostri combattenti per la libertà, ha detto: «Ecco cosa ho fatto, ho fatto sì che tutti gli uomini possano vivere in pace su questa terra di pace». Questo splendido sacerdote seguirà certamente lo stesso triste destino riservato ad Adif. A lui mandiamo i nostri saluti e auguri.
Perché allora non dovrei sognare e sperare? La rivoluzione non è forse trasformare i sogni e le speranze in realtà? E allora lavoriamo insieme perché il mio sogno possa realizzarsi, perché io possa fare ritorno con il mio popolo dall'esilio sulla terra di Palestina, per vivere fianco a fianco con questo combattente ebreo per la libertà e i suoi compagni, con questo prete arabo e i suoi fratelli, in uno Stato democratico in cui cristiani, ebrei e musulmani vivano nella giustizia, l'uguaglianza, la fraternità e il progresso.
Non è forse un nobile sogno, degno della lotta mia come di tutti coloro che amano la libertà in ogni parte del mondo? Poiché il tratto più straordinario di questo sogno è che sia palestinese, un sogno che viene dalla terra della pace, la terra del martirio e dell'eroismo, e anche la terra della storia.
Dobbiamo ricordare che gli ebrei dell'Europa e degli Stati Uniti sono stati riconosciuti come i capi delle battaglie per la secolarizzazione e la separazione tra Chiesa e Stato. Sappiamo anche che essi hanno combattuto contro la discriminazione religiosa. Come possono continuare a sostenere questo paese, che ha una politica più fanatica, discriminatoria e chiusa di ogni altro?
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, affermo davanti a voi che quando parliamo delle nostre comuni speranze per la Palestina di domani, parliamo anche di tutti gli ebrei che vivono oggi in Palestina, che hanno scelto di vivere con noi in pace e senza discriminazioni. Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, faccio appello agli ebrei perché respingano una per una tutte le promesse illusorie fatte loro dall'ideologia sionista e dalla leadership israeliana. Stanno offrendo agli ebrei un perpetuo spargimento di sangue, guerre infinite e una schiavitù permanente. Noi invitiamo gli ebrei a strapparsi dal loro isolamento morale per aprirsi alla più aperta realtà della libera scelta, lontana dagli attuali sforzi della loro leadership per alimentare in loro il complesso di Masada p. Offriamo loro la soluzione più generosa, di poter vivere insieme in una cornice di pace giusta sulla nostra Palestina democratica.
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, annuncio qui che non vogliamo che si sparga una sola goccia del sangue di arabi o ebrei; che non proviamo alcun desiderio di continuare questo stillicidio, che terminerà una volta raggiunta una pace giusta, basata sui diritti, le speranze e le aspirazioni del nostro popolo.
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, mi appello a voi perché accompagniate il nostro popolo nella sua lotta per ottenere il diritto all'autodeterminazione. Questo diritto è consacrato dalla Carta delle Nazioni Unite ed è stato più volte ribadito nelle Risoluzioni adottate solennemente da questa Organizzazione sin dalla stesura della Carta. Mi appello a voi, inoltre, perché collaboriate al rientro del nostro popolo nella sua terra natia da un esilio forzato impostogli con le armi, con la tirannia e l'oppressione, così che possiamo riconquistare la nostra proprietà, la nostra terra, e vivere così nella nostra patria nazionale, libera e sovrana, godendo di tutti i privilegi della nazionalità. Solo allora potremo riversare tutte le nostre risorse nella grande corrente della civilizzazione umana. Solo allora la nostra creatività palestinese potrà essere convogliata al servizio dell'umanità. Solo allora la nostra Gerusalemme riacquisterà il suo ruolo storico di pacifico santuario di tutte le religioni. Mi appello a voi affinché permettiate che il nostro popolo istituisca la sovranità nazionale indipendente sulla sua terra.
Oggi sono venuto portando un ramoscello d'ulivo e il fucile di un combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello d'ulivo mi cada di mano. Ripeto: non lasciate che il ramoscello d'ulivo mi cada di mano.
Iscriviti a:
Post (Atom)









