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venerdì 5 febbraio 2010

FERRERO: A Gaza fu massacro di civili, Berlusconi si vergogni delle sue parole

A Gaza, con l’operazione “Piombo fuso”, l’esercito israeliano non ha effettuato nessuna “giusta reazione”, ma un terribile massacro di civili, circa 1500, uomini e donne indifesi,e cioè un crimine di guerra, come hanno stabilito anche le Nazioni Unite.
Le dichiarazioni rese oggi dal premier Berlusconi, durante la sua visita in Israele, su quella vicenda sono dunque false e vergognose.
Berlusconi, invece di straparlare su fatti così tragici che evidentemente non conosce, vada a visitare Gaza, cos’ si potrà rendere conto di persona delle terribili e inumane condizioni in cui vivono i cittadini palestinesi, a causa di un embargo crudele e disumano.
La verità è che il premier italiano, invece di lavorare per favorire il processo di pace tra israeliani e palestinesi, fa l’incendiario e appoggia un governo come quello attuale israeliano, oltranzista e di estrema destra, uno dei veri ostacoli a un vero processo di pace in Medio Oriente.

giovedì 4 febbraio 2010

Berlusconi mediatore con gaffes su Muro e Gaza

GERUSALEMME (Reuters) - Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha concluso oggi il suo viaggio durato tre giorni in Israele e a Betlemme nel corso del quale ha cercato di rilanciare il dialogo e i negoziati di pace fra le due parti, rimanendo però inascoltato.

In occasione delle due conferenze di stampa congiunte sia il premier israeliano Benjamin Netanyahu sia il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, hanno affermato di essere sì aperti a un rilancio dei negoziati senza però accettare l'esplicita offerta presentata da Berlusconi di un rilancio delle trattative, magari con una tappa ad Erice, in Sicilia.

La giornata è stata segnata anche da due frasi che hanno fatto discutere: la prima pronunciata alla Knesset quando ha definito "giusta" la reazione scatenata da Israele a Gaza un anno fa. Nel pomeriggio poi a Betlemme, rispondendo a un giornalista Rai che gli chiedeva le impressioni alla vista del muro di cemento che circonda Betlemme, ha detto di non averlo visto mentre passava perché distratto dalla lettura.

IL TENTATIVO DI MEDIAZIONE

"Oggi pomeriggio mi rivolgerò, con un appello che viene dal cuore, al presidente Abbas affinché torni al tavolo del negoziato e consegni alla storia un accordo per la pace e lo sviluppo economico del suo popolo, della sua terra, dando vita così a quello Stato Palestinese che la comunità internazionale attende", ha detto stamattina Berlusconi alla Knesset.

"Se potesse essere utile, l'Italia sarebbe felice di mettere a disposizione Erice", ha ripetuto Berlusconi in più occasioni.

Da parte sua Netanyahu, nella conferenza stampa congiunta di ieri, aveva detto: "Abbiamo la voglia e il modo per arrivare alla pace", e indicando poi il tendone sotto cui si trovavano, "La cosa più semplice è entrare in questa tenda o qualsiasi altra tenda che può essere sede di colloqui di pace, ma la chiave è entrare nella tenda".


Anche Abu Mazen non si è sbilanciato, ringraziando Berlusconi, ma restando fermo sulla questione degli insediamenti, definiti "illegittimi" 
"Ringraziamo il presidente Berlusconi per l'attenzione constante al problema palestinese e la necessità di raggiungere un accordo per due stati che rappresenta un fatto importante per tutta le regione. Noi abbiamo avuto colloqui e parlato della situazione attuale nei territori occupati e fatto presente il pericolo degli insediamenti. Siamo sempre positivi per raggiungere la pace", ha detto.

BERLUSCONI NON NOTA MURO BETLEMME, "PIOMBO FUSO" FU GIUSTO

Nel corso della visita il presidente del Consiglio, dicevamo, è però scivolato in due occasioni.

"Devo deluderla perché non me ne sono accorto, stavo mettendo in ordine le mie idee su cosa avrei detto al presidente e me ne scuso", ha detto Berlusconi rispondendo a un cronista che gli domandava che impressione gli avesse fatto il muro che attorno a Betlemme divide gli israeliani dai palestinesi e che il presidente ha attraversato per raggiungere la cittadina, dove si è incontrato per circa quaranta minuti con Abu Mazen.

La mattina, nel corso dell'intervento alla Knesset Berlusconi aveva definito "giusta" - un aggettivo aggiunto a braccio rispetto al discorso scritto - la reazione di Israele al lancio dei missili da parte di Hamas che un anno fa era poi sfociata nell'operazione Piombo fuso, durante la quale persero la vita circa 1.400 palestinesi.

CERCANDO UN EQUILIBRIO, BLOCCO INSEDIAMENTI E SANZIONI IRAN

Berlusconi ha cercato per tutto il viaggio di avere una posizione di equilibrio tra le due parti, da un lato chiedendo il blocco degli insediamenti israeliani, "ostacolo alla pace", dall'altro insistendo sulla necessità dell'unione della comunità internazionale per contrastare il programma nucleare iraniano tramite sanzioni efficaci.

"La politica israeliana degli insediamenti può rappresentare un ostacolo alla pace. Voglio dire al popolo e al governo israeliani, da amico, con il cuore in mano, che perseverare con questa politica sarebbe un errore", ha detto alla viglia della sua visita in un'intervista rilasciata al quotidiano liberal israeliano Haaretz.

Quanto al piano del nucleare dell'Iran, "non si possono ammettere cedimenti: occorre ricercare la più ampia intesa a livello internazionale per impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano", ha detto Berlusconi. "La via da percorrere è quella del controllo multilaterale sugli sviluppi militari del programma nucleare iraniano, quella del negoziato risoluto, quella delle sanzioni efficaci. 
Per quel che riguarda l'Iran, il Cavaliere ha ieri annunciato che l'Eni si è ritirata dalla terza fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin, notizia però smentita stamane dall'Iran.

Sul fronte personale, Berlusconi è uscito rafforzato nel suo rapporto con Israele da questa visita.

Netanyahu lo ha chiamato più volte "il più caro amico di Israele al mondo", un "leader coraggioso" e amato dagli israeliani.

"Gli incontri sono stati fruttuosi, tutti mi hanno caricato di grandi responsabilità e spero di poter essere utile", ha detto il premier al termine del viaggio, visitando la Basilica della Natività.
da reuters

lunedì 25 gennaio 2010

Israele nega al ministro belga l'ingresso a Gaza



GAZA - E questa volta ogni maschera è caduta, da parte di Israele. Tutte le balle raccontate dal governo di Tel Aviv e dai mass-media amici sulla convivenza con i palestinesi sono crollate miseramente, quando il Ministro belga per lo Sviluppo Internazionale Charles Michel ha chiesto ad Israele di entrare a Gaza. La richiesta è stata necessaria perchè gli accessi per Gaza (che in teoria dovrebbe essere territorio autonomo, ndr) sono tutti stati chiusi e sprangati dagli israeliani. Ma la risposta degli israeliani è stata ferma: non se ne parla neanche, perchè - come ha detto il vice capo della diplomazia israeliana Danny Aylon - una visita ufficiale darebbe legittimità al governo di Hamas. E quando il Ministro Michel ha fatto presente che il Belgio ha approvato due progetti di aiuto per i palestinesi, Aylon ha replicato che non sono attuabili, perchè qualsiasi aiuto veicolato per quella zona verrebbe usato dai terroristi. La risposta del Ministro Michel è stata affidata ad un comunicato stampa: "Non è normale che l'accesso a Gaza venga negato a un ministro il cui Paese conduce progetti lì".
In realtà la risposta di Aylon è la testimonianza delle intenzioni di Israele: con la scusa che qualsiasi aiuto umanitario verrebbe utilizzato dai "terroristi" di Hamas, ogni afflusso di cibo, acqua, medicine è interrotto. In questa maniera si condannano a morte oltre un milione di persone, nell'indifferenza più totale del mondo occidentale. Tra un anno o due ad Israele basterà mandare qualche ruspa per scavare un po' di fosse comuni ed avranno a disposizione migliaia di chilometri quadrati senza neanche dover combattere


da julienews

giovedì 31 dicembre 2009

Verso Gaza: la marcia apre il muro egiziano




E’ il primo ma significativo successo della «Gaza Freedom March» in terra egiziana. L’intensificarsi delle manifestazioni al Cairo dei millequattrocento attivisti internazionali che intendono rompere il blocco israeliano (ed egiziano) della striscia di Gaza e l’attenzione crescente dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, hanno convinto le autorità egiziane a fare un passo indietro, dopo che per giorni avevano categoricamente escluso di poter aprire il valico di Rafah all’iniziativa in sostegno della popolazione palestinese.
Un centinaio di partecipanti alla marcia per Gaza, tra i quali due italiani, rappresentanti del Forum Palestina e di Action for Peace, questa mattina saranno autorizzati a partire per il Sinai e a raggiungere, con gli aiuti umanitari raccolti, la frontiera e ad entrare a Gaza. Ieri sera le delegazioni di quarantadue paesi erano impegnate a designare i loro rappresentanti.
Il via libera egiziano avviene ufficialmente nel quadro di una iniziativa dell’associazione umanitaria diretta da Susanne Mubarak, la first lady egiziana, alla quale si sono rivolte in modo particolare le donne dell’organizzazione americana Code Pink, promotrice della «Gaza Freedom March», e quelle delle altre associazioni pacifiste presenti in questi giorni al Cairo. Coinvolge inoltre
la Mezzaluna Rossa.
In questo modo il regime del presidente Hosni Mubarak ritiene di poter placare le proteste scatenate dopo aver negato l’ingresso a Gaza ai millequattrocento attivisti internazionali. «Si sbaglia» ha subito precisato una rappresentante della Gfm, che ha chiesto di rimanere anonima, «questa prima retromarcia delle autorità egiziane conferma che la nostra lotta è stata incisiva. Con mezzi pacifici, con raduni non violenti, abbiamo scalfito l’inflessibilità egiziana.  Continueremo a batterci affinché tutta la Freedom March possa raggiungere il suo obiettivo di rompere l’assedio di Gaza e di portare aiuti e solidarietà umana e politica alla popolazione palestinese sotto embargo».
Le autorità egiziane e le forze di polizia, costrette a non poter far uso della forza contro gli attivisti internazionali giunti al Cairo, hanno avuto grossa difficoltà a contenere la protesta divenuta con il passare dei giorni sempre più diffusa ed organizzata. Ieri, anche per la concomitante visita in Egitto del premier israeliano Benyamin Netanyahu, i sit-in e raduni si sono moltiplicati. Alla sede delle Nazioni unite è continuato il presidio permanente di un gruppo di volontari internazionali che non si sono fatti intimidire dalle pressioni della polizia che lunedì ha cercato, togliendosi i guanti di velluto, di sgombrare i manifestanti. Gli agenti egiziani, in tenuta anti-sommossa, sono intervenuti ieri
mattina anche per allontanare un centinaio di attivisti statunitensi che avevano cercato di entrare nell’ambasciata Usa per contestare la politica filo-Israele dell’amministrazione americana. «Purtroppo abbiamo dovuto constatare che i nostri diplomatici non hanno esitato un minuto a chiamare le forze di sicurezza
egiziane per cacciare via dall’ambasciata tre dei nostri compagni che volevano solo consegnare un documento sulle conseguenze dell’operazione israeliana Piombo fuso sui civili palestinesi», ha spiegato l’attivista americana Gil Murphy.
Il raduno internazionale più ampio è avvenuto davanti alla sede del sindacato dei giornalisti egiziani ed è andato avanti per tutto il giorno. Centinaia di attivisti della Gfm, armati di striscioni con i colori della bandiera palestinese e urlando incessantemente slogan contro il blocco di Gaza, hanno colorato e animato via Ramses, una delle arterie centrali del Cairo. Tra i manifestanti,
tenuti sotto pressione da un massiccio schieramento di forze di polizia, c’erano anche i centoquaranta italiani di Action for Peace e del Forum Palestina. A segnalare la loro presenza, sottolineata dagli applausi degli altri attivisti e dei giornalisti egiziani, è stato il «Bella Ciao» che ha coperto i decibel del tristemente famoso traffico automobilistico della capitale egiziana.
Giungono ora anche notizie da El Arish. Sono una cinquantina i militanti internazionali che, sfuggiti al filtro dei posti di blocco della polizia, sono riusciti a raggiungere la cittadina del Sinai a pochi chilometri dalla striscia di Gaza. Tra di loro c’è una italiana, Katjuscia Mattu, originaria della provincia di Nuoro. Dal suo racconto e da quelli di altri attivisti emerge con chiarezza che le autorità egiziane hanno blindato il Sinai, per negare qualsiasi possibilità di riuscita alla Gaza Freedom March. «Qui ad el Arish» ha detto al manifesto Mattu «la polizia controlla ogni nostro passo, cerca di tenerci negli alberghi e di impedire qualsiasi contatto tra gli internazionali e la popolazione locale. I poliziotti dicono
ai bambini che siamo ammalati, che abbiamo l’Aids, e quindi devono tenersi a distanza dagli stranieri». Ciò nonostante gli attivisti della Gfm riescono ugualmente a tenere manifestazioni fuori e dentro la cittadina. «Cinque dei nostri sono persino riusciti a raggiungere la Rafah egiziana bordo di un taxi», ha raccontato l’attivista italiana «purtroppo sono stati individuati subito e
fermati. La polizia li ha trattenuti per un paio d’ore e poi li ha liberati». Rafah, ha concluso Mattu, appare come una caserma, presidiata da reparti di massima sicurezza.
E’ arduo trovare una giusitificazione a tale schieramento di forze organizzato per impedire il successo di iniziative di solidarietà con il  popolo di Gaza. Solo le intimazioni giunte dagli Stati uniti e Israele possono aver spinto il rais Mubarak a dare ordini così tassativi e senza dubbio assurdi.



martedì 29 dicembre 2009

Freedom March - PDCI: "Sequestrati autobus pacifisti al Cairo,Frattini intervenga" Intervento telefonico dal Cairo




Sequestrati dalla polizia egiziana gli autobus dei pacifisti italiani al Cairo per impedire loro di passare il valico di Rafah e partecipare alla 'Fredom March' a Gaza, per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. I nostri connazionali al momento sono riusciti a raggiungere l'ambasciata italiana.
La situazione è molto tesa e grave. Consideriamo questo atteggiamento lesivo del diritto inalienabile dei partecipanti di raggiungere Gaza. Chiediamo l'intervento del Ministro Frattini e del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi affinchè il governo egiziano, che con l'Italia ha da anni amichevoli rapporti, consenta il passaggio dei manifestanti senza frapporre ostacoli all'ingresso dei nostri connazionali dal valico di Rafah". E' quanto denuncia Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI - Federazione della sinistra.


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