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martedì 15 dicembre 2009

Morte accidentale di Pinelli - verità e misteri narrati per chi non sa la storia di ieri


 
Gabriele Polo
Fonte: Il Manifesto, 17 gennaio 2009
17 gennaio 2009
Ci sono vicende di cui si è parlato talmente tanto da crederle «esaurite»; e che hanno segnato una generazione al punto da risultare estranee - o persino fastidiose - a chiunque non le abbia vissute in presa diretta. Di tutto ciò che ruota attorno alla morte di Giuseppe Pinelli - dalla strage di piazza Fontana all'uccisione del commissario Calabresi - supponiamo di conoscere tutto. Tutto, tranne una verità giudiziaria che sembra essere stata possibile solo per le sentenze che hanno condannato Bompressi, Pietrostefani e Sofri su indicazione di Leonardo Marino. In realtà il rischio è di aver dimenticato quasi tutto e di non riuscire più a comunicare alcunché a chi da quelle vicende non è stato attraversato.
Giuseppe Pinelli è morto la sera del 15 dicembre 1969, precipitando da una finestra del quarto piano della questura di Milano. In quel luogo vi era arrivato tre giorni prima, col suo motorino, per un «colloquio informale», presto diventato interrogatorio di ora in ora sempre più pressante. Da «persona informata» a indiziato cui viene negato il sonno, a corresponsabile della strage del 12 dicembre, quella che pose fine all'innocenza del movimento nato nel '68, quella che - secondo le autorità del tempo - « era del tutto coerente con lo spirito e la tradizione anarchica». Fu per «vendicare» il ferroviere anarchico (o «fare giustizia») che tre anni dopo Luigi Calabresi venne ucciso.
Tutto questo è noto e anche un ventenne di oggi lo sa (o può saperlo facilmente). Ciò che è andato un po' perso o che in molti non hanno mai saputo è il peso di queste vicende, il loro contesto, persino il senso delle parole spese allora. E un'infinita serie di «particolari» sulle inchieste svolte attorno alla morte di Pinelli che dicono moltissime cose sul rapporto tra i poteri in questo paese (quelli palesi - giudiziario, esecutivo, legislativo - e quelli occulti). E, forse rafforzano la convinzione che nessuna giustizia sia possibile in Italia quando di mezzo ci sono la politica e i suoi manovratori.
Con La notte che Pinelli (appena uscito in libreria, edito da Sellerio) Adriano Sofri affronta tutto questo. Non lo fa da una posizione comoda, rinchiuso com'è da più di un decennio in una condanna che lo considera il mandante dell'omicidio Calabresi; con tutto il mondo mediatico a soppesare - e usare - ogni sua parola per decretarne il pentimento o l'irriducibilità a seconda di quanto faccia comodo l'una o l'altra cosa nelle contingenze della politica. E con il peso del protagonista del tempo, che cerca di raccontare a chi «non sa la storia di ieri» ciò che fece e disse una generazione (e lui in essa).
Eppur lo deve fare: per Pinelli («Devo pagare un debito nei suoi confronti»), per se stesso («Sono corresponsabile delle parole scritte e dette allora su Calabresi»), per amore di verità («È agghiacciante rileggere le carte dei processi»). E per una ragazza di vent'anni, «eletta» rappresentante di una generazione tanto lontana da quei fatti quanto da essi condizionata.
A questa studentessa di giurisprudenza si rivolge per tutto il libro, in prima persona, perché raccontare a chi non sa (o sa pochissimo) serve anche a chi narra nella ricostruzione di eventi e interpretazioni. Come in una canzone del 1958, scritta da Calvino e musicata da Liberovici, un ex partigiano prova a narrare a una ragazza «dalle guance d'aurora» la sua vita all'età di vent'anni; quando «oltre il ponte in mano nemica», vedeva «l'altra riva, la vita».
La vita di Giuseppe Pinelli finì attraverso una finestra, perché la strage doveva essere anarchica, perché il mostro-Valpreda era pronto per essere sbattuto in prima pagina, perché la politica romana pretendeva i colpevoli e prescindere dai fatti. Se piazza Fontana è il peggior trauma della storia repubblicana, la morte di Pinelli ne è il corollario: i due misfatti aprono una scia giudiziaria nutrita di falsità, approssimazioni, meschinità, bassezze. Sono le famose «deviazioni» che diventano il culto di una classe dirigente crudele e violenta quanto cialtrona. E se i processi per la strage alla Banca dell'agricoltura si susseguono in un progressivo reciproco annullarsi, se la pista anarchica si sgonfia dopo qualche anno ed emerge la trama nera (impastata con quella di stato), le indagini e le udienze per la morte di Pinelli rivelano ricostruzioni contraddittorie e farsesche (Dario Fo ne trarrà la memorabile Morte accidentale di un anarchico), per approdare al consueto nulla di fatto. In cui l'unica certezza - una trama che si dispiega fino a oggi - è che le questure sono tra i luoghi meno sicuri per un cittadino italiano. Ma in cui si svela anche quel bassissimo profilo di una classe dirigente (quella che occupa il «ponte», quella oltre cui c'era la vita intravista dalla generazione del '68) per cui lo stato è principalmente un luogo d'interesse privato, un'entità tenuta in piedi da manovre di ogni tipo pur di garantire l'ordine e gli interessi costituiti. Anche violando le leggi dello stato.
Di esempi, nelle carte attraverso cui Sofri ricostruisce le inchieste sulla morte di Pinelli, se ne trovano fin troppi: bugie e rapporti paradossali, collusioni e veleni: un miscuglio che sarebbe persino ridicolo, non fosse agghiacciante. Così che la conclusione del libro è lapidaria. Alla domanda della ragazza, «Cosa pensi sia successo quella notte al quarto piano della questura?», Sofri risponde «Non lo so». Perché l'unica cosa che sa è che Pinelli non si è suicidato né è stato un «malore attivo» (che significhi poi non è riuscito a spiegarlo nemmeno l'inventore del termine) a «lanciarlo» nel vuoto. Perché conosce la verità politica di una morte da altrui provocata, ma non quella giuridica che deriva dalla ricostruzione dei fatti: tanto hanno fatto che è impossibile trovarla, la verità, nei processi «politici» dell'Italia dei «misteri». Questo ci fa intendere Sofri, parlando di Pinelli, ma - forse - anche di sé.
E qui comincia un altro libro dentro il libro. È quello sulle parole, sul loro significato che fa i conti col tempo, sul loro uso, cioè sulla comunicazione. È la parte che va oltre Pinelli, che narra come la sua morte ricadde sui ventenni di allora, che si misura con ciò che essi dissero e fecero. E, tra essi, l'autore, Adriano Sofri. È la parte che ci spinge verso l'omicidio Calabresi, in cui il commissario passa da essere il corresponsabile della morte di Pinelli alla vittima di un altro delitto politico. È la parte che giornalisti e politici più guardano con cattivo interesse, per «scrutare» e «usare» con modalità dovrebbero far riflettere sul degrado raggiunto da queste due professioni (che pur sull'uso delle parole si fondano).
Un giorno «pentito», un altro «irriducibile», questo si racconta di Adriano Sofri a proposito dell'omicidio Calabresi. E lui si arrabbia molto - come ha recentemente detto a Concita De Gregorio sull'Unità -, perché in fondo dice da anni la stessa cosa: che non è il mandante né il responsabile dell'omicidio Calabresi, che quello non fu un atto di terrorismo ma un assassinio politico, che si sente - invece - corresponsabile per le parole dette e scritte del clima di linciaggio in cui quell'omicidio maturò e avvenne. Corresponsabile, non pentito. Perché le parole hanno un peso ma non sono pallottole. Forse sono «pietre», probabilmente costruiscono cortocircuiti che producono misfatti, ma non ne sono la causa principale, perché pronunciate in un contesto preciso che contribuisce a farle nascere, in quel caso scagliate contro un opprimente coagulo di poteri. Di cui non si può ignorare l'invadenza fingendole «neutre» e «assolute». Come affermava nel 1998 Norberto Bobbio - citato da Sofri nel suo libro - a proposito dell'appello da lui firmato nel 1971 insieme a centinaia di intellettuali contro le mostruosità dell'inchiesta che ha finito per archiviare la morte di Giuseppe Pinelli, un testo in cui si denunciavano 'commissari torturatori, magistrati persecutori, giudici indegni': «Se tanti hanno firmato un appello che è indubbiamente una denuncia molto premente e violenta di quelle che sarebbero state le azioni di Calabresi, probabilmente a quel tempo c'erano delle ragioni per cui l'hanno fatto». E, poi: «Non ho nessuna difficoltà - proseguiva Bobbio - a chiedere scusa oggi del tono di quell'appello a coloro che hanno avuto ragione di sentirsene offesi, a cominciare dalla vedova Calabresi e dai suoi figli. Ciò non toglie che io continui oggi, come allora, a riconoscere nella strage di Piazza Fontana un episodio infame di cui dovrebbero chiedere scusa agli italiani non coloro che lo denunziarono e non furono ascoltati, ma i promotori, gli autori materiali e tutti coloro che hanno impedito sino a oggi di conoscere la verità».
Promotori, autori materiali e «soggetti impedenti» risultano a oggi ufficialmente ignoti. E ancor oggi qualcosa di vero - La notte che Pinelli lo conferma - sta solo in parole pronunciate nella furia del momento e nella speranza di oltrepassare quel «ponte in mano nemica».

Sempre da   reti invisibili riprendiamo:
UNA PAGINA NERA DELLA STORIA GIUDIZIARIA ITALIANA
Saverio Ferrari
30 novembre 2003 - Francesco "baro" Barilli

Morte accidentale di un anarchico.. era il 15 dicembre



In Morte accidentale di un anarchico, spettacolo di Dario Fo e Franca Rame sull'interrogatorio sulla strage di Piazza Fontana
Non potendo caricare tutti e 13 video, vi presentiamola presentazione di Jacopo Fo e  il prologo storico, che riteniamo essenziali conoscere. In fondo, il link per guardare tutto lo spettacolo via playlist

La presentazione e spiegazione di Jacopo Fo


La prima parte:


Il resto dello spettacolo è raggiungibile cliccando QUI

40 anni fa moriva il Compagno Pinelli, parla Pasquale Valitutti


È sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un caso esemplare
di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti. Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha mai cambiato la sua versione.
Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, 'sta cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze. 
Tu, da lì dentro, cosa sentivi?
Se parlavano normalmente, non sentivo niente. Venti minuti prima della mezzanotte è successo qualcosa. Ho sentito rumori, mobili che si spostavano, gente che parlava in modo concitato, senza riuscire a distinguere bene le parole. Non ho sentito urla, ma è successo qualcosa che non era accaduto durante gli altri interrogatori. Sentendo questi rumori, chiaramente vado in tensione. La porta della stanza dove mi trovavo era una porta a vetri che dava sul corridoio, da cui potevano controllare chi stava dentro. Da lì ho potuto vedere e ti posso assicurare che, dal momento in cui avevano portato Pino nella stanza dell’interrogatorio, non è più passato nessuno. In particolare in quell’ultimo quarto d’ora, assolutamente nessuno.
Quanti poliziotti c’erano nella stanza?
Dovevano essere sei: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e un altro.
Nessuno si è spostato. E Calabresi c’era sicuramente. Lo conoscevo bene, era il commissario, quello che comandava tutti; il più alto in grado presente. Quello che rompe il silenzio è un tonfo molto sordo, molto cupo. Il corpo di Pino che cade. La cosa veramente assurda è che nessuno ha reagito. Non ho più sentito nessun rumore. Nessuno ha urlato; come ho sentito il trambusto avrei sentito anche le urla. Ti puoi immaginare: sei in una stanza molto piccola, qualcuno si butta dalla finestra e nessuno urla?
Dopo il «tonfo» che accade?
Sono usciti dalla stanza e sono venuti da me, mi hanno bloccato ed è apparso Calabresi: «non capisco come possa essere successo, Valitutti; stavamo parlando tranquillamente con Pinelli di Valpreda, non capisco, all’improvviso si è buttato». L’ho detto subito al giudice nel primo interrogatorio, il 1 gennaio del ‘70, quando mi hanno chiamato a parlare con Caizzi.
C’è stato un processo, poi. Avranno cercato di smontare la tua versione...
Era il processo Calabresi-Lotta continua. Sono andato lì e gli avvocati mi han fatto tutte le domande e io ho raccontato tutto, come adesso. Importante: Calabresi era lì, con il suo avvocato e non mi hanno fatto neanche il controinterrogatorio. Non gli conveniva. Dal punto di vista giudiziario vuol dire che non potevano contestarmi niente e volevano farmi «scivolare via». Poi il presidente del tribunale ha disposto un sopralluogo in questura per capire cosa potevo aver visto veramente. Quando siamo andati lì, davanti alla porta a vetri era stato messo una grosso distributore di caffè e bibite. E il presidente mi ha detto: «con questa macchina davanti, lei poteva anche non vedere». Io gli ho risposto che la macchina non c’era; anzi, ho indicato sul linoleum del pavimento, sulla parete opposta, il segno che la macchina aveva lasciato. Mi ricordo la sua faccia. É rimasto costernato di fronte all’evidenza di un tentativo così maldestro di alterare la «scena del delitto».
Mai accusato di falsa testimonianza?
Mai. La cosa più singolare è che D’Ambrosio (Gerardo, ndr) non mi ha nemmeno
interrogato, quando ha fatto l’inchiesta sulla morte di Pinelli. Sono stato interrogato la prima volta dal pubblico ministero. Poi ho testimoniato al processo Calabresi-Lc. Quando poi Licia ha fatto denuncia per omicidio contro ignoti, D’Ambrosio ha fatto la sua inchiesta e non mi ha interrogato. Lui ha sentito soltanto i poliziotti, che non erano testimoni, ma sotto avviso di garanzia. E non ha sentito l’unico testimone che c’era. Quando glielo dicono pare che si arrabbi sempre. Ma è stato molto scorretto.
 


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