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sabato 10 aprile 2010

Renata premia il dalemiano Velardi

Un ex comunista al servizio d’una post-aennina. L’ennesimo valzer di Claudio Velardi (nella foto) lo porterà a svolgere il ruolo di consulente strategico per la neo governatrice della Regione Lazio, Renata Polverini, come anticipa il sito Primaonline.it. L’esperto di comunicazione politica, considerato un dalemiano doc, s’è confermato in campagna elettorale un asso nella manica per l’ex sindacalista Ugl, riuscita a superare Emma Bonino a suon di consensi. Per il tandem degli opposti Velardi-Polverini, tuttavia, comincia ora la sfida più complicata: gestire il rapporto coi cittadini mentre si è al comando e affermarsi negli equilibri interni della stessa maggioranza di centrodestra.

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domenica 4 aprile 2010

Orsù compagni della capitale

Non è una consolazione, semmai un conforto. Rilevare che nella sconfitta di Emma Bonino nel Lazio il voto romano si stagli nella sua nitidezza algebrica, è la conferma di ciò che tutti sanno, Alemanno compreso: in città c'è una sensibile prevalenza democratica, ostile se non antagonista alla destra che la governa. Un dato politico che restituisce al centrosinistra, ancora una volta, la responsabilità dei suoi errori. Ora che Rutelli gira al largo, Veltroni è in castigo e Bertinotti studia, chi è rimasto a Roma a battersi e dannarsi ha una ragione in più per prendersela con chi ha consegnato il Campidoglio a un sindaco con la croce celtica al collo.
Quel che agevolmente ha ottenuto la candidata radicale, staccare di nove punti Renata Polverini in città, e che, in minor misura, riuscì anche a Nicola Zingaretti, dà la misura di quanto scellerata sia stata la scelta politica del centrosinistra alle elezioni comunali di due anni fa. Due anni che sembrano trascorsi invano, se siamo qui a commentare un'altra sconfitta. Dove tuttavia si segnalano non tanto i limiti di una candidatura improvvisata ma accolta in assenza di alternative, quanto la rovinosa disgregazione dell'assetto territoriale dei partiti. Un assetto sempre più rarefatto via via che ci si allontana dalla città, e che non riesce più a dialogare con un elettorato culturalmente e geograficamente periferico. La Regione Lazio è andata perduta proprio qui, in questa vistosa divaricazione. Tra una città che ancora si segnala per tenuta sociale e cultura civile e una provincia che la politica non sa più presidiare, sempre più disancorata e lasciata ai margini, incollerita e rancorosa, oppure indifesa e dunque incline a semplificare. Una contraddizione antica che oggi prepotentemente si ripropone nella sua avvilente modernità, come notava Michele Serra ieri su Repubblica. A Roma, ma anche a Torino e perfino a Napoli: la metropoli tradita dai territori.
Non è l'unica ragione della sconfitta, ma certo la quantità di voti di destra a Frosinone o a Viterbo o nei Castelli romani è impressionante, assolutamente inedita. E stride con l'alto numero di preferenze di alcuni candidati del perdente Pd: a testimoniare quanto questo partito (e gli altri) sia soltanto un insieme di consociazioni che si occupano di convogliare voti individuali e non più di proporsi come un ambito collettivo che si connota per la sua offerta politica. E sull'inconsistenza del Pd, sulle sue ormai croniche divisioni, si concentra il risentimento critico della Bonino. A cui non è mai sfuggita la freddezza con cui in settori del partito sia stata accettata la sua candidatura. Ce l'ha in particolare con D'Alema che pur di allearsi con l'Udc sarebbe stato disposto ad affossare Vendola in Puglia, oltreché sperare che il Lazio andasse a Renata Polverini, appunto per dimostrare la necessità di quell'alleanza. Sarà anche cinicamente così, e non ci si stupirebbe. Ma in questa vicenda, più dei sospetti e dei veleni, è illuminante l'entusiasmo con cui Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha salutato la vittoria della destra nel Lazio. Più di D'Alema e più di Casini, a spostare voti e risultato finale c'è riuscito forse monsignor Bagnasco con il suo richiamo a non votare chi sostiene l'aborto.
Forse è per questo che Emma Bonino ha perso elettoralmente ma ha vinto politicamente. Con il suo incedere schivo e misurato, con quel rifuggire da una campagna elettorale comiziante ed esibita, ha raccolto consenso e considerazione indicando la strada su cui transitare per recuperare credibilità politica. È successo soprattutto a Roma, dove è riuscita a raccogliere quella domanda politica che i partiti non sono più in grado di intercettare, ad accogliere quel sentimento appassionato e critico, quell'insieme di intelligenze sociali: tutto ciò che sarà necessario per rimuovere Alemanno dal Campidoglio. Ma questo patrimonio non è sempre disponibile: ha bisogno di riconoscersi in un progetto innanzitutto liberato dal politicismo. In cui si intreccino proposte politiche e pratiche sociali, si valorizzino le esperienze locali e i modelli di governo territoriali.
Lo capiranno i partiti del centrosinistra romano? Capiranno che le confraternite di oligarchie in permanente e reciproco contrasto diventano impedienti di ogni possibile sviluppo positivo. Capiranno che devono mettersi finalmente in discussione e smetterla con le loro grottesche liturgie autoconservatrici? A occhio, non sembra: continuano in queste ore a cincischiare con le loro guerricciole.
Forse qualcuno dovrebbe dirgli che i partiti hanno sì bisogno della politica, ma la politica non sempre ha bisogno dei partiti.
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sabato 27 febbraio 2010

D'Alema alla London School of Economics: la legge sul conflitto d'interessi non avrebbe fermato Berlusconi


Era venuto alla prestigiosa London School of Economics per parlare della sinistra europea di fronte alle sfide del nuovo millennio ma gli studenti volevano sapere dell'Italia. Così, dopo un discorso d'una decina di cartelle sull'eredità dei valori socialdemocratici, Massimo D'alema s'è rimboccato le maniche e ha risposto una ad una alle domande provocatorie della platea per niente intimidita dal personaggio: l'opposizione latitante a Berlusconi, la gerontocrazia del partito democratico, la legge sul conflitto d'interessi mancata dal governo Prodi. Tra gli studenti di economia e scienze politiche s'erano mescolati, agguerritissimi, diversi militanti del Popolo Viola armati di volantini e telecamere per filmare e su postare YouTube lo sperato imbarazzo dell'avversario.
"Chi pensa che la legge sul conflitto d'interessi non sia stata approvata a causa della Bicamerale sbaglia" sibila D'Alema in inglese, ricordando quella volta che il Financial Times sottolineò maliziosamente le sue carenze nella lingua di Shakespeare. Inerzia? Tutt'altro: "Nell’aprile 1998 nel pieno dei lavori della Commissione la Camera approvò la legge ma poi, a causa dell’ostruzionismo dell'opposizione e dei problemi del passaggio al Senato, la leadership del centrosinistra decise che c’erano altre priorità». Il giorno precedente agli iscritti del PD Londra radunati all'University Women's Club per un meeting a porte chiuse aveva raccontato qualche retroscena: "Un giorno chiesi a Letta cosa avrebbero fatto se avessimo approvato la legge e lui rispose che erano pronti, un minuto dopo Berlusconi sarebbe andato in tv annunciando che donava le sue televisioni ai figli perchè i comunisti l'avevano espropriato". Insomma, sarebbe cambiato poco: "Berlusconi avrebbe vinto le elezioni con un milioni di voti in più".
D'Alema risponde quasi a tutti, seccato ma puntuale, anche quando il tono degli interlocutori si fa aggressivo. Una ragazza con i capelli mori e ricci gli chiede conto della sua carriera politica "fallimentare" e lamenta la mancanza di spazio per i giovani nella politica italiana controllata dai "vecchi". Lui sorride senza divertirsi: "Non sono venuto a discutere della mia carriera, abbiamo vinto due elezioni e sono stato primo ministro, mi sembra un discreto successo". La questione anagrafica, quella sì lo solletica: "In politica ci sono giovani e vecchi, io comunque ho sei anni meno di Gordon Brown". E pazienza che il premier inglese sia nato nel 1951, due anni dopo di lui: tra lo charme immortale di D'Alema e la caduta libera del tartassato Brown il paragone è pressoché impossibile.
Alla fine le polemiche si perdono negli applausi, almeno fin quando non rimbalzeranno su internet. D'ALema avrebbe voluto parlare d'Europa ma va bene così. Duri i ragazzi della London School of Economics, onorevole? "Mah..."
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giovedì 4 febbraio 2010

legittimo impedimento, botta e risposta Cicchitto D'alema


(ASCA) - Roma, 3 feb - Botta e risposta tra il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, e Massimo D'Alema, prima della votazione finale sul legittimo impedimento.

Ha iniziato Cicchitto quando, nella sua dichiarazione di voto, si e' rivolto a D'Alema. ''Lei ha meno bisogno di avvocati di Berlusconi - ha detto - sia per un diverso atteggiamento nei suoi confronti di molti magistrati, a partire dal pm Di Pietro, sia perche' nel passato lei si e' potuto avvalere dell'immunita', che vale a livello del parlamento europeo e in quella sede c'e' stato il voto a favore dei parlamentari del centrodestra che non sono garantisti a senso unico come lei''.

La replica di D'Alema e' giunta subito dopo. ''Primo, non mi sono mai avvalso di alcuna immunita'. La magistratura milanese, come e' noto - ha spiegato D'Alema - aveva fatto richiesta di utilizzare intercettazioni in un procedimento contro terza persona e il parlamento europeo ha rifiutato tale autorizzazione''. Quindi il discorso sull'immunita' ''non esiste''. ''Secondo, sono stato indagato per 8 anni alla Procura della Repubblica di Venezia ad opera del giudice Nordio. In questo periodo sono stato Presidente del Consiglio. Sono stato indagato, ho risposto alle domande del giudice, l'ho incontrato pur essendo segretario del maggior partito di governo e pure Presidente del Consiglio. Dopo 8 anni sono stato prosciolto senza alcuna legge di protezione.

Questi sono i fatti - ha concluso D'Alema - poi il dibattito si sviluppi, ma la deformazione colunniosa dei fatti non aiuta la civilta' del dibattito''.

lsa/sam/bra

lunedì 25 gennaio 2010

D’Alema: hanno lavorato contro di me


Dietro le quinte - La Puglia croce e delizia dell’esponente pd. Domani la probabile nomina al Copasir

L’amarezza dell’ex premier: è come se una squadra tifasse per gli avversari

ROMA — «Già so quello che scriveranno ora i giornali, che ho perso io, ce n’erano alcuni soprattutto che non aspettavano altro, che hanno sferrato un’offensiva ostile nei miei confronti. Ma anche nella politica c’è chi ha lavorato contro di me». Sul calar della sera Massimo D’Alema è alle prese con un risultato che non gli fa male, ma malissimo. Uno strappo nella tela che ha tessuto per stringere dei rapporti con l’Udc. Ma la popolarità di Vendola l’ha avuta vinta. Gli elettori del centrosinistra pugliese hanno ritenuto che questo governatore valesse più del progetto politico accarezzato da D’Alema. E così è accaduto, come ha ammesso lo stesso ex premier, che un pezzo del Pd abbia votato per Nichi: «È come se una squadra tifasse per la squadra avversaria». Ma è successo. Eppure l’ex premier è convinto di aver fatto quello che andava fatto. Il che lo ha portato a buttarsi in questa avventura pugliese pur sapendo che rischiava di perderci la faccia. Vendola lo ha accusato di far da «balia» a Boccia. E, naturalmente, D’Alema ha negato.
Ma in quell’affermazione del governatore pugliese c’è un fondo innegabile di verità. Perché se D’Alema non fosse andato in Puglia il risultato del candidato del Pd sarebbe stato ben peggiore. Del resto, D’Alema aveva capito che le primarie non si potevano non fare. Principalmente per due motivi. Primo, «perché una parte del nostro popolo le voleva e negargliele sarebbe stato come consentire a Vendola di avere una sfera di influenza su una fetta del nostro elettorato ». Secondo, «le primarie sono l’unico modo perché il Pd possa appoggiare Vendola alle elezioni regionali, perché è il candidato che è uscito vincente da una consultazione condivisa, in cui ognuno si è impegnato a sostenere il vincitore ». La Puglia, croce e delizia, dell’ex premier. Lì, in un ristorante di Gallipoli, tra un pescetto e l’altro, ha convinto Buttiglione a prender parte al ribaltone che fece cadere Berlusconi nel ’94. Lì ha vinto quando ha deciso, nel 2001, di rinunciare all’ombrello del proporzionale, al contrario di quanto avevano fatto tutti gli altri leader, e di sfidare Alfredo Mantovano, sostenuto dal Cavaliere. Azzardo altissimo: se avesse perso, sarebbe rimasto a casa, altro che Parlamento. E quindi ancora lì in questi giorni si è messo a far politica come un militante qualunque. E ad un certo punto, preso dall’entusiasmo, si è lasciato andare ad una confidenza ad altissimo rischio: «Io non ho mai perso un’elezione, non ho mai perso un congresso… Aspettiamo di vedere come va a finire e poi ne riparliamo».
Confidenza, quando si dicono gli scherzi della politica, consegnata allo stesso giornalista a cui, nel 2000, aveva detto, a proposito delle elezioni regionali dopo le quali sarebbe stato costretto alle dimissioni: «Vinciamo 10 a 5, e se siamo fortunati 11 a 4». Andò a finire come andò a finire. Ma D’Alema non per questo si arrese. Né lo fa ora, per quanto non nasconda di essere sotto botta e ammetta di non aver capito appieno quel che stava accadendo in Puglia. Domani, salvo sorprese per lui molto amare, verrà eletto presidente del Copasir. Non una poltronissima, è vero, occupata prima di lui da Francesco Rutelli ed Enzo Bianco. Ma è da quella postazione, in cui per dovere d’ufficio D’Alema dovrà vedere spesso il sottosegretario Gianni Letta, che l’ex premier può tentare un’altra avventura ancora: cercare di essere il terminale del centrosinistra nel confronto tra maggioranza e opposizione. A meno che non decida di ritirarsi dall’agone. Almeno per un po’.

DICONO SIA ROMANISTA

Di


sassicaia molotov
Ecco, manco una vittoria contro la Juventus a Torino è riuscito a godersi. (iltafferugliointeriore)



domenica 17 gennaio 2010

La risfida di Puglia



Se Massimo D'Alema voleva toccare con mano la popolarità di Vendola a Bari gli sarà bastato, forse, l'applauso a scena aperta del Petruzzelli all'arrivo del presidente uscente in prima fila con l'ex ministro degli esteri, Giorgio Napolitano e Gianni Letta per festeggiare l'intitolazione dell'università pugliese ad Aldo Moro. Una standing ovation di compassati professori universitari, ricercatori, studenti. Un consenso personale che si riflette sui 6x3 che tappezzano la città: «Difendi la Puglia migliore», niente facce, niente simboli di partito. Solo lo slogan su sfondo rosso e una firma: «la fabbrica di Nichi».
Dopo la cena di giovedì con il sindaco di Bari Emiliano, D'Alema ha convocato ieri pomeriggio alla vigilia della delicatissima assemblea regionale di oggi una riunione di oltre tre ore per un confronto preventivo con la minoranza «franceschiniana». Insieme a lui Sergio Blasi e Nicola Latorre. La candidatura di Francesco Boccia alle primarie è l'ultimo asso nella manica della «Volpe del tavoliere». Ripetere pari pari la sfida del 2005. Ma per evitare la sconfitta stavolta D'Alema spera ancora nell'aiuto della cavalleria. Cioè nell'appoggio non ufficiale nei gazebo dell'Udc e magari dell'Idv a favore del suo candidato.
Quella di Boccia contro Vendola «è una morte annunciata - commenta a latere il consigliere regionale della minoranza Roberto Carbone - candidarlo in queste condizioni è ingeneroso nei suoi confronti». Tre ore a porte chiuse non bastano insomma a convincere tutti gli stati maggiori ad accettare di dividere l'elettorato di centrosinistra. Perché allo stato Boccia non ha il consenso nemmeno di tutto il Pd. Anzi. Su 126 delegati, 38 fanno riferimento a Emiliano e 25 a Franceschini.
Sul territorio l'umore è nero. A Bari e altrove è già partita la rivolta dei circoli contro la «colonizzazione» romana. Perfino nella storica sezione di Bari centro - dove sono iscritti, tra gli altri, Beppe Vacca e lo stesso Latorre - la base non ci sta: «Se D'Alema non capisce più nulla della Puglia venga da noi che glielo spieghiamo per bene», si sfoga uno dei dirigenti.
La «primavera» del 2005 è lontana. Ma tra primarie vere, personalità locali popolari e forti (nel bene e nel male) come Emiliano e Vendola, la Puglia democratica vive davvero il tormentone sul suo candidato come un sopruso.
Dopo il mezzo passo indietro di giovedì, Boccia entra alla riunione con D'Alema rilanciando la sfida: «Sono disponibile a candidarmi alle primarie se non cambia la coalizione». La faccia non è del vincitore. E a chi gli ricorda che l'Udc è indisponibile alle primarie, Boccia risponde: «La partecipazione dell'Udc non è una cosa indifferente, è importante». D'Alema infatti sta provando a suo modo a ritessere la trama del centrosinistra puntando innanzitutto su Casini. I centristi ufficialmente stanno alla finestra: «Non possiamo sciogliere noi nodi che altri hanno aggrovigliato - confida un dirigente vicino al leader centrista - se Boccia accetta questa sfida rischiosissima delle primarie avrà al massimo il nostro silenzio-assenso». La scommessa dalemiana, se c'è, è tutta qui.
Perché a Roma, intanto, Berlusconi non va tanto per il sottile e convoca a palazzo Grazioli Adriana Poli Bortone, la popolare leader leccese di «Io Sud». Poli è indigesta a tutti i ras locali del Pdl: Fitto, Mantovano, forzisti locali. Ma è l'unica candidata che può davvero ipotecare la regione. E se Berlusconi decide di puntare proprio su di lei all'Udc non resterebbe che consegnarsi alla destra a braccia alzate. Casini da ago della bilancia diventerebbe al massimo un portatore d'acqua. Per questo, ragionano i dalemiani, ai centristi conviene favorire Boccia più o meno segretamente. Su Vendola, infatti, il veto dell'Udc «è assoluto». «Boccia non si boccia ma sboccerà», confessa Casini da Roma. Perso per perso meglio eliminare la sinistra «radicale» di Vendola e portare fino in fondo l'Opa sul Pd.
Nichi Vendola osserva a distanza le decisioni del Pd sul suo sfidante. La sua campagna per le primarie-lampo (il 24 o al più tardi il 31 gennaio) è già pronta. Sa che la conta preventiva dei delegati chiesta da Boccia è fallita miseramente. Anche Michele Emiliano avrebbe fatto capire a D'Alema che forse è meglio che sia il Pd a incoronare Vendola senza uscire sconfitto da una conta sanguinosa. Si cerca di tenere i toni bassi, di «salvaguardare l'unità del partito», come si diceva una volta. «Ma se Boccia perde alle primarie - si sfoga un dirigente franceschiniano - come facciamo poi a dire che non ha perso il Pd? Io posso pure sostenerlo lealmente ma il mio voto vale uno». I gazebo, insomma, non sono pilotabili. A decidere saranno i pugliesi democratici. E forse se perdono loro e la Puglia va a destra, a D'Alema e ai centristi impegnati nel «grande gioco» nazionale, alla fine importa poco.

Da IlManifesto

lunedì 21 dicembre 2009

L'eterna bicamerale


DI Asor Rosa da Il Manifesto

Quando qualche tempo fa scrissi e pubblicai su queste colonne un articolo intitolato Il golpe bianco (5 dicembre), non mi sarei aspettato che di lì a qualche giorno (10 dicembre) il Cavaliere sarebbe volato in soccorso delle mie tesi con le sue clamorose esternazioni al Congresso del Ppe, che sembravano fatte apposta per convalidarle e renderle definitive: ripeto, definitive.
Siamo usciti allora dal clima provvisorio di (presunta) isteria e di (patologica) rabbia: i tre elementi fondatori della strategia berlusconiana, - la denegazione del prestigio, dell'autorevolezza e della funzione di garanzia delle massime cariche dello Stato (Presidenza della Repubblica e Corte costituzionale), lo scardinamento dell'autonomia del potere giudiziario e la revisione del dettato costituzionale in vista di un proprio illimitato e sconfinato nel tempo potere personale, - venivano ormai sotto tutti gli occhi di tutti, il «golpe bianco» prendeva la sua forma finale, per giunta di fronte ad una platea europea, cosa che anch'essa finora non era mai avvenuta (il fatto che non ci siano state reazioni visibili costituisce di per sé un avallo importante alla strategia in quella sede chiaramente delineata).
Questo è avvenuto negli ultimi quindici giorni in Italia e su questo occorre tornare a riflettere, riflettere, riflettere. Insomma, il ragionamento è davvero elementare: se in Italia c'è «lo stato di eccezione» (E. Mauro, La Repubblica, 11 dicembre), la strada da battere è una; se non c'è, è un'altra. Questo è il punto: se sia in atto oppure no in Italia un processo strisciante di natura eversiva, che scende dall'alto, risponde a un disegno preciso (non sussultorio, non puramente difensivo) e si avvale per ora, con estrema durezza, di tutti gli strumenti istituzionali attualmente disponibili. E' ovvio che, in base alle risposte, se ne dipanino due possibili (e ampiamente contrapposte) risposte politiche. Le risposte politiche, e le conseguenti iniziative, invece sembrano arrivare senza che il punto nella sua essenza sia minimamente affrontato. Il massimo che si ottiene è che vengano avvistate, - e qualche volta persino denunciate, - le singole eccezioni alla regola. Ma non si vede, o non si vuole vedere, la trama che le unisce organicamente l'una all'altra, cioè non si vede, per tornare a noi, lo «stato d'eccezione». E questa rimozione (in molti casi voluta) mi sembra di per sé una terribile debolezza. CONTINUA|PAGINA10
Lo strillo di Pier Ferdinando Casini dopo le ultime esternazioni, - «se vuole trasformare la repubblica in una monarchia, faremo fronte comune, e ci saranno delle sorprese», - forse dettato da emotività (ma vivaddio, in casi del genere), poteva essere l'inizio di un discorso, anche dalle ridotte ricadute pratiche sul momento, ma significativo politicamente e idealmente. Invece niente.
In questa davvero eccezionale segmentazione dell'analisi dei singoli fenomeni dalla causa vera che li determina, oltre a vasti settori dei media e dell'informazione, sarebbe vano tentare di celare che si distingue l'attuale gruppo dirigente del Pd. Tutto ciò meriterebbe un lungo ragionamento a parte, me ne rendo conto, ma ne accenno per la parte che riguarda più direttamente questo discorso. Se non c'è lo «stato di eccezione» e se di conseguenza viene scartato lo sforzo più intenso allo scopo di creare un vasto schieramento onde fronteggiarlo, - allora cosa c'è?
Lo dice, a piccoli tocchi e a prudenti dinieghi, l'attuale segretario Bersani, ma lo dice, come al solito con grande decisione e chiarezza, Massimo D'Alema, in una illuminante intervista al Corriere della Sera (17 dicembre). Agli «opposti populismi», - quello di Berlusconi e quello, ca va sans dire, di Tonino Di Pietro, - va contrapposto secondo lui il disegno serio e responsabile di un grande partito riformista, il quale, scrive D'Alema, deve avere «il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l'accusa (va detto che, comunque, la lingua batte dove il dente duole) di voler fare inciuci». Lo scopo è quello, niente di meno!, «di rifondare il sistema politico e questo è l'unico spazio in cui il Pd può agire, tra gli opposti populismi».
Ma come si fa a pensare che si possa ragionare di riforme con la canea urlante di turibolanti e di corifei che costituisce la corte dell'Uno? Si può benissimo: «interloquendo con quelle componenti riformiste presenti anche nel centrodestra». Ad esempio? Ma è ovvio, come non pensarci: uno che anche nelle opposte, «violente strumentalizzazioni» di questi giorni, fa «considerazioni molto (apprezzare l'intensificazione) ragionevoli», e cioè, of course, Gianni Letta. E Berlusconi (di cui peraltro Gianni Letta è un fedelissimo grand commis)? E il suo disegno eversivo? Non si sa, o, a quanto sembra, non importa.
Dunque la risposta allo «stato d'eccezione», sul quale beninteso D'Alema non spende neanche una parola, né per negarlo né per denunciarlo, è l'«eterna bicamerale», perché non esiste altra parola per definire questa singolare risposta alla crisi verticale del paese.
Sarebbe più ragionevole dire che, se al populismo berlusconiano non si contrappone, e per giunta con qualche fortuna, null'altro che il populismo dipietrista (per quanto, a dir la verità, anche della nutritissima piazza antiberlusconiana non si fa cenno, ed è, occorre dirlo, un silenzio sprezzante, come si conviene ad un adoratore del «politico puro»), la responsabilità sarà se mai proprio del Pd, che non riesce a elaborare una risposta politico-sociale a tale crisi, che appaia più persuasiva di quella del dipietrismo, e al contrario s'infila nel vicolo cieco delle «riforme condivise», nel nome del supremo interesse del paese.
O non l'abbiamo già vista questa storia? Prima di entrare nel merito di una risposta alternativa e possibile, che è la cosa che c'interessa di più, e che cercheremo di fare più avanti, avanziamo alcune facili previsioni. La proposta di una nuova bicamerale con Berlusconi è dirompente: per chi la fa, naturalmente. Bersani potrebbe rapidamente giocarcisi il posto.
Il «populismo» dipietrista risulterebbe agli occhi di un numero sempre più grande di cittadini l'unica opposizione possibile. E il Pd, se non m'inganno, andrebbe a spaccarsi lungo una linea trasversale che taglia tutte le forze che lo compongono.
Siccome a me sembrerebbero tutt'e tre conseguenze non auspicabili, spero che il gruppo dirigente Pd ci ripensi.

martedì 1 dicembre 2009

PD - Bersani scrive e D'Alema cancella



da Aprileonline.info 

Pubblichiamo questo articolo come spunto di riflessione.

L'allargamento dell'alleanza in Puglia era un obiettivo condiviso da tutti, o quasi. Ma lavorare ad un allargamento è un conto. Strisciare ai piedi dell'UDC un altro. Vendola ha fatto di tutto per permettere che l'alleanza si allargasse. L'Udc non ha fatto altro che chiudergli la porta in faccia. Di fronte a questo, andare avanti per la propria strada è il minimo, per chi abbia un minimo di dignità



Nei mesi che hanno preceduto le Primarie, era tutto un refrain: "se vince Bersani, sarà un PD diverso". "Sarà un PD spostato più a Sinistra, che avrà la Sinistra come primo interlocutore". E via di seguito, con tante parole al vento per convincere chi nel PD di Veltroni-Franceschini non si era riconosciuto, o ne era deluso (un numero crescente, guardando alle ultime Europee), che questa era la volta buona, che valeva la pena di buttarsi su Bersani, e così via. Ed anche se i più accorti avvertivano, "nessun Bersani ci salverà", pur dandogli comunque un'apertura di credito, la processione verso il "nuovo PD di Bersani" procedeva inarrestata, ancor più dopo la sua elezione.

Oggi quanto accaduto in Puglia ci dimostra, purtroppo, che è cambiato ben poco. Che Bersani voglia fare delle alleanze, aprendo anche alla sua Sinistra, è vero. D'altronde, dopo l'ubriacatura di "autosufficienza" veltroniana, nemmeno Franceschini era più contrario a questo. Che si sia "spostato a Sinistra avendo la Sinistra come primo interlocutore", è clamorosamente smentito.
Nella linea politica del PD, nelle sue proposte programmatiche, è cambiato ben poco (checchè ne dica Rutelli, evidentemente in cerca di visibilità personale dopo la sberla alle Amministrative di Roma). Proposte particolarmente nuove, rispetto alla precedente Segreteria, non se ne vedono. Nella sua collocazione internazionale e nei suoi rapporti con le Parti Sociali, assolutamente nulla, almeno rispetto a Franceschini (con Veltroni forse era un po' peggio). Ma quanto agli "interlocutori", peggio che andar di notte!


L'allargamento dell'alleanza in Puglia era un obiettivo condiviso da tutti, o quasi. Ma lavorare ad un allargamento è un conto. Strisciare ai piedi dell'UDC un altro. Vendola ha fatto di tutto per permettere che l'alleanza si allargasse. Ha sostenuto convintamente gli apparentamenti alle Amministrative. E' stato disponibile ad allargare la Giunta sin da luglio. Ha dato massima disponibilità a tutte le forze politiche per discutere delle proposte programmatiche per i prossimi 5 anni. E' stato, ed è tutt'ora, anche disponibile alle Primarie, se qualcuno ritenesse ci siano nomi migliori del suo. L'UDC non ha fatto altro che chiudergli la porta in faccia.
Di fronte a questo, andare avanti per la propria strada è il minimo, per chi abbia un minimo di dignità.


Non si tratta di una persona che ha preso la stizza di candidarsi. Si tratta del Governatore uscente. Ha diritto a giocarsi la partita. Quantomeno alle Primarie! Di questo, con qualche malumore, sembrava essersi convinta la stessa Segreteria Regionale del PD, che non più tardi di una settimana fa comunicava "sosterremo Vendola". Si, come no.
E' bastato un intervento di D'Alema (evidentemente il vero Segretario del PD, altro che Bersani) per capovolgere la situazione (almeno così pare, a leggere tutti i giornali. Poi dall'interno del PD giungono mille voci contrastanti, che a sentirle tutte si diventa matti). La priorità? Allearsi con Casini. E chi se ne importa del resto. Del fatto che l'UDC non ha mostrato nessuna disponibilità ad un dialogo vero, nessun rispetto verso un interlocutore, il Centro-Sinistra pugliese, che ha una sua leadership, e che per giunta è disposto a metterla in gioco (a condizione di far decidere il Popolo), e che nelle sue argomentazioni mostra un'ipocrisia che sarebbe esilarante se non fosse tragica ("chi ha rappresentato una stagione politica non può rappresentarne un'altra", dice Buttiglione a proposito del fatto che Vendola ha guidato il "vecchio Centro-Sinistra". Ma nei ballottaggi di Bari e Taranto, quando hanno appoggiato il Sindaco ed il Presidente della Provincia uscenti, non la pensavano così). Né del fatto che scaricare Vendola significherebbe dar ragione, di fatto, al PDL, che avrebbe poi gioco facilissimo a giocarsi la cosa in campagna elettorale, sostenendo (a questo punto neanche così a torto) che il Centro-Sinistra pugliese s'è bocciato da solo. Soprattutto, chi se ne importa del fatto che così si distrugge una delle più belle esperienze politiche degli ultimi anni (ma forse questo a qualcuno neanche dispiace?). Tutto a dispetto della stessa base del PD, che ha mostrato tutt'altra opinione, ma che evidentemente, a Primarie chiuse, non conta più nulla.


Non si pensi, da parte di chi non vive in Puglia, che questa sia una vicenda locale. Non è per nulla così. E non solo perché Vendola è, di fatto, il leader di Sinistra Ecologia e Libertà. Qui è in gioco la dignità politica della Sinistra, tutta. E' questo che viene calpestato, in Puglia, dal PD di D'Alema. Che ha dimostrato quanto e come non concepisca nessun rispetto, nessuna dignità politica, per noi. Oltre che per la stessa base del suo Partito.
E meno male che erano cambiati.

venerdì 27 novembre 2009

Puglia: D'Alema mette in campo Emiliano contro Vendola





Non abbiamo capito molto, lo confessiamo, dalle ultime acrobatiche idee partorite dalla mente inesauribile di Massimo D'Alema. Sembra che la sua missione vera sia di distruggere, contemporaneamente, Michele Emiliano e Nichi Vendola. Il centro sinistra partiva avvantaggiato, sia pur un poco strattonato, per quest'imminente tornata elettorale. Il Pd, come è ovvio, sta dando il meglio di sè nel farsi e non farsi partito, nel farsi in realtà dominare dalle correnti interne e dai capibastone che a parole dicono di voler cambiare la politica, ma nei fatti non mollano e non molleranno mai.
Il centro destra, basito ancora dallo strappo poli-bortoniano e dal malcelato disprezzo dell'UDC (democristianamente suddivisi fra alleanze al nord e corteggiamenti al sud) aveva candidato il suo Carneade. Di fronte alle giuste rimostranze di chi lamentava la popolarità e l'esperienza politica, pari a zero o quasi, del candidato Dambruoso (bravissima persona, peraltro), preparava i panni caldi e le aspirine per il dopo elezioni, rassegnato alla seconda sconfitta di fila. E si dava da fare ad individuare un candidato di riserva: dopo il no accortissimo di Marco Iacobini, ecco che spunta Nicola de Bartolomeo,forse erroneamnete considerato dai destri uomo per tutte le stagoni e tutti gli schieramenti.
Il centro sinistra, intanto, si avviava abbastanza quietamente a ricandidare Nichi Vendola, uscito un po' ammaccato dalle polemiche seguite alle sue, diciamo così, piccole disattenzioni in fatto di questione morale e sanità. E, soprattutto, all'operazione Tedesco "salvato" in Senato grazie alla promozione di Paolo De Castro al parlamento europeo. Sembrava fatta,anche perchè a dare una mano "anticomunista" a Vendola, ci avrebbe pensato Michele Emiliano, sicuro di diventare segretario regionale del Pd: ricordate che non aderì a nessuna delle mozioni nazionali del suo stesso partito, proprio per avere mano libera sul regionale.
Ma non è andata così: Sergio Blasi, il salentino dall'eloquio un po' spento, è stato eletto segretario regionale. Emiliano si è dunque visto azzoppare il consenso e, di conseguenza, si è indebolita la sua sponsorizzazione di Nichi Vendola. A mescolare le acque hanno dato un grande contributo i dipietristi, almeno a parole insoddisfatti di Vendola soprattutto per le questioni legate alla Sanità e alla nomina di certi assessori. Di fatto, il centro sinistra si è dissolto: ai "tavoli" di maggioranza, comunisti e rifondaroli sono pressochè invisibili, Sinistra e LIbertà non sa se diventerà mai un partito. In compenso Vendola per primo non nasconde di voler "allargare" all'UDC (e alla Poli Bortone? forse no) in nome di un'alleanza per il Sud, in netto contrasto con un governo sostanzialmente post fascista e razzista grazie alla Lega Nord, ingrovigliato in un gigantesco conflitto di interessi, con un premier che ormai comanda il parlamento a bacchetta.
Le certezze si dissolvono, Vendola è costretto ad autocandidarsi e lo annuncia prima alla stampa per poi correggere il tiro durante la sua famosa Fabbrica in Fiera, quando lancia l'idea delle primarie. Invita a tutta voce l'Udc e l'Italia dei Valori, ricorda il consenso popolare che lo portò a sfidare vittoriosamente prima Francesco Boccia, appunto alle primarie. E poi Raffaele Fitto, alle regionali.  Fu anche abbastanza semplice per lui, Nichi, dopo quasi vent'anni di regime berlusconiano, farsi prendere la mano e dire "il popolo mi vuole".
Ma tutto questo oggi cambia di nuovo: dopo il rifiuto anche piuttosto piccato dell'UDC e il giudizio sospeso dell'IDV ecco che a sparigliare la mano (già abbastanza problematica di suo) arriva Massimo D'Alema che, forte ormai della segreteria nazionale DS (Bersani si sa è cosa sua), cala l'asso di Briscola e lancia l'idea (il che nel pd di oggi è un ordine) di schierare Emiliano contro Vendola alle primarie. Manco fossimo ad un duello di gladiatori per cui, mal che vada, ammazza due mosche con un colpo solo. Infatti, comunque vada la faccenda, i due sono bruciati per sempre in politica.
Atteso che Michele Emiliano avrebbe già dichiarato che mai e poi mai verrà meno al suo patto di alleanza e sostegno con Nichi Vendola, ci chiediamo: ma che cosa vuole da noi pugliesi Massimo D'Alema? La Puglia era un magnifico laboratorio politico: stavamo dimostrando al mondo come si riesce a sopravvivere al Berlusconismo senza troppo imitarlo. Le scorse elezioni amministrative furono una magnifica esplosione di coordinamento e alleanza, di politica vecchia e nuova, di emilab e di comizi, di politica porta a porta ed elaborazioni classiche.
Ora tutto questo va probabilmente dove vanno tre quarti degli uomini politici, indipendentemente dal credo, dall'ideologia, dal colore e anche dal quoziente intellettivo. A puttane.
Un solo, umile avvertimento: Michele Emiliano è il sindaco di Bari. Ha preso impegni serissimi con tutti quelli che hanno votato per lui e anche con quelli che gli hanno votato contro. Sarebbe un tradimento senza perdonovederlo concorrere alle primarie e, in caso di vittoria, allo scranno più alto della giunta regionale. Nichi Vendola, ed è il secondo umile avvertimento, a questo punto farebbe bene a entrare nel Pd senza perdere altro tempo con Sinistra e Libertà, che sta cadendo a pezzi ogni giorno di più.
Infine: se di alleanze e programmi si deve parlare, se di sud e meridione si deve parlare, bè allora assicuriamoci che almeno Cuffaro ed altri dello stesso tipo e calibro non abbiano rinnovato la tessera dell'UDC. E abbiamo il coraggio di dire che, in fondo a questo tunnel, forse c'è solo un affare da diversi svariati miliardi di euro: la vendita a Caltagirone, suocero di Pierferdinando Casini, dell'acquedotto pugliese che tutti dicono di volere pubblico.

lunedì 23 novembre 2009

Cena D'Alema-Lombardo. Petrucci, Pdci: "No ad accordi innaturali"

“Non vorremmo che fra qualche giorno sentissimo parlare di patto dell’orata”.

E’ il commento ironico di Salvatore Petrucci, segretario regionale dei Comunisti italiani, alla notizia che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, ha invitato a cena Massimo D'Alema, “ex presidente del Consiglio e uomo di punta del Partito democratico”. Il riferimento è alla pietanza servita ai due esponenti politici in un noto ristorante palermitano.
“Come troppo di frequente è accaduto nella storia – aggiunge Petrucci -, la Sicilia è laboratorio di accordi innaturali, di strane convergenze, di patti apparentemente fantasiosi. Sullo sfondo, però, immanenti, gli affari, il consolidamento di rendite politico-affaristiche, la costruzione di ceti burocratici quali sentinelle e strumenti del potere. I problemi dell’Isola, quando vengono affrontati, sono risolti secondo la convenienza dei potentati, spesso al limite di una formale legalità, non secondo le esigenze della gente”.
Secondo il segretario del Pdci siciliano, invece, “la realtà è ben diversa: tutto sembra franare e portare rovina. Occorre una svolta vera che le manovre in atto nel Pd e nel centrodestra non possono realizzare. Qualunque patto dell’orata sarebbe una pietanza indigesta per i Siciliani. La nuova dirigenza del Pd e il suo gruppo parlamentare all'Ars diano un seppur minimo segnale: presentino subito la mozione di sfiducia all'assessore Armao, il cui conflitto di interessi appare visibile anche ai ciechi”.

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