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giovedì 29 aprile 2010

Apre domani l'Expo di Shangai, la Cina mostra la sua forza


SHANGHAI, 29 aprile (Reuters) - L'Esposizione Universale di Shanghai che apre domani i battenti è solo l'ultima bizzarria del Partito comunista cinese in fatto di spesa pubblica, e sottolinea anche la volontà di mostrare il proprio potere anche attraverso le manifestazioni più spettacolari.
Il governo cinese ha speso miliardi di dollari per l'Expo, i media locali parlano di circa 58 miliardi, comprese le infrastrutture, per trasformare un'area più vasta di Monaco in un gigantesco sito espositivo.
Un'imbarcata di leader stranieri parteciperanno alla cerimonia di apertura -- tra loro, il presidente Nicolas Sarkozy e quello russo Dmitry Medvedev -- che potrebbe rivaleggiare per grandezza e costi con le Olimpiadi di Pechino del 2008.
Per l'Italia -- che ospietrà l'Expo a Milano nel 2015 -- ci sarà la ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Tutto ciò per un evento che negli ultimi anni ha avuto minore attenzione internazionale e che di solito viene utilizzato per promuoversi da città e regioni meno importanti, come è stato il caso della spagnola Saragozza e la giapponese Aichi.
Ma per i cinesi, oggi un miliardo e 300 milioni, che stanno alimentando un'economia destinata presto a scalzare quella del Giappone come la seconda al mondo, l'ostentazione dell'Expo sarà un altro segno del potere e del prestigio della leadership comunista.
"Un obiettivo che il governo cinese spera di ottenere ospitando grandi spettacoli come questi è di riqualificare la Cina come un paese forte e moderno, dissipando qualunque immagina di 'malato dell'Asia'", dice Jeffrey Wasserstrom, professore di Storia all'Università della California.
"Questi spettacoli aiutano a distrarre le persone da altre preoccupazioni, e funzionano anche come stimolo, dato che la costruzione e la distruzione necessarie per realizzarli danno lavoro a molta gente".
Pechino ha sorpreso il mondo in occasione delle Olimpiadi di due anni fa, un evento ricordato tanto per il gran numero di atleti cinesi che si sono guadagnati la medaglia d'oro quanto per le impressionanti cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi.   Continua...


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sabato 24 aprile 2010

Cina:Xinjiang, silurato leader comunista

(ANSA) - PECHINO, 24 APR - Il governo cinese ha licenziato Wang Lequan, il capo del Partito Comunista nella regione nordoccidentale del Xinjiang. Nel luglio scorso, nel Xinjiang, quasi 200 persone sono state uccise in scontri interetnici. La notizia del licenziamento di Wang, che ha governato il Xinjiang con pugno di ferro dal 1994, e' stata data oggi dall' agenzia Nuova Cina, che non ne ha spiegato le ragioni. Al suo posto e' stato insediato Zhang Chunxian.

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mercoledì 3 marzo 2010

Governo e partito comunista tracciano la via cinese alla green economy


da greenreport.it - LIVORNO. La Commissione di Stato per lo sviluppo e la riforma ha confermato che il Consiglio degli affari di Stato (il governo cinese) prenderà iniziative concrete per sviluppare un'economia a basso tasso di carbonio «dopo essersi impegnato a ridurre considerevolmente il suo tasso di utilizzo e di emissione di carbonio durante la Conferenza di Copenhagen nel 2009».
La Commissione di Stato per lo sviluppo e la riforma, in un rapporto alla undicesima Assemblea popolare nazionale (Apn, il Parlamento cinese) ha spiegato che «La Cina includerà i suoi obiettivi a basso tasso di carbonio nel suo XII Piano quinquennale per lo sviluppo economico nazionale (2011-2015), al fine di edificare una società del risparmio energetico ed ecologica».
Secondo il documento il governo di Pechino avvierà una serie di iniziative tecnologiche e di misure fiscali «per promuovere l'utilizzo delle energie non-fossili e rinnovabili, come l'energia eolica, solare, biologica, geotermica e nucleare, con l'obiettivo di aumentare la loro proporzione nel consumo energetico primario dal 9,9% a fine 2009 a circa il 15% nel 2020».
La Commissione ha anche deciso di stilare un inventario delle emissioni di gas serra «per costruire un sistema di controllo e di verifica destinato e ridurre le emissioni di carbonio», di «limitare la costruzione di impianti ridondanti e di industrie in sovra-produzione, quali quelle dell'acciaio, del cemento e dell'alluminio, e di sviluppare un utilizzo efficiente dell'energia e la protezione dell'ambiente».
Il governo cinese ha infine confermato il gigantesco Piano di trasferimento delle industrie dalle ricche ed avanzate regioni della costa orientale verso il centro e l'occidente del Paese. Nel novembre 2009 il Consiglio degli affari di Stato aveva annunciato che la Cina avrebbe ridotto l'intensità delle sue emissioni di CO2 per punto di Pil dal 40 al 45% entro il 2020 rispetto a quelle del 2005.
Ieri Jia Quilin, il presidente del Comitato nazionale della Conferenza consultiva politica del popolo Cinese, ha chiesto ai consiglieri politici del Partito Comunista «di prendere coscienza della loro pesante responsabilità e di essere pronti a fornire dei consigli utili perché il Paese possa lottare efficacemente contro il cambiamento climatico».
Il problema della Cina si chiama carbone e già a fine gennaio il Consiglio di Stato aveva già preso il toro perle corna avvertendo l'amministrazione dello Shanxi, la principale provincia carbonifera della Cina, ad adottare tecnologie ad basso consumo di carbone. Il governo aveva inviato il ministro Liu Yandong nello Shanxi per svolgere una breve inchiesta dalla quale è emerso che «la provincia deve sviluppare, nell'industria carbonifera, maggiori sforzi per sviluppare delle tecnologie rispettose dell'ambiente e che risparmino energia, quali le tecnologie di liquefazione e di gassificazione del carbone. Lo Shanxi deve applicare maggiori tecnologie a bassa emissione di carbonio nel settore industriale, nell'infrastrutture e nei trasporti. La provincia dovrà anche sviluppare delle tecnologie di produzione di energia pulita, come delle centrali solari o eoliche, favorendo anche lo sviluppo del risparmio energetico e di veicoli che consumano nuove energie. Grazie all'applicazione armoniosa delle tecnologie a basso tenore di carbonio, la provincia potrebbe trasformare il suo sviluppo economico in un modello ad alta efficienza energetica ed a basse emissioni di carbonio».
Un altro progetto pilota sul quale il governo centrale di Pechino sembra puntare molto è quello per la costruzione della città modello di Lingang a bassi consumi di CO2, che sorgerà vicino a Jiangyin nella provincia di Jiangsu. Per la sua progettazione è già stato firmato un accordo con le imprese tedesche Dekra e I.Design Engineering Architect Holding Group (I.Dea).
In realtà si tratta di una città satellite di Jiangyin, un ampliamento del popoloso quartiere di Shengang, che dovrebbe essere realizzata in tempi record (dai 3 ai 5 anni), con un'estensione di 2,63km2, ed alla quale è stato affibbiato l'inquietante nome di "Nuovo Mondo di Lingang" che ricorda tanto il libro di fantascienza di Aldous Huxley e la sua società disumanizzata.


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mercoledì 9 dicembre 2009

Cina 2022: lo scenario per il futuro segretario




In questi giorni è partita la corsa alla successione di Hu Jintao alla segreteria del Partito Comunista Cinese. Quantomeno singolare, almeno per gli occidentali, è la tempistica. 
Non si tratta infatti di puntare alla segreteria che verrà messa in discussione nel 2012, tantomeno a quella del 2017. Il congresso per il quale si cominciano a delineare i giochi è addirittura quello del 2022!
Per i due precedenti l’erede designato dell’attuale Presidente della Repubblica sarà certamente il suo vice Xi Jinping, che già da qualche anno segue da vicino le vicende del segretario. Si tratta quindi di iniziare a programmare chi succederà a Xi Jinping quando, terminato il secondo mandato, non potrà più candidarsi. 
L’occasione per scommettere su alcuni nomi è quella delle nomine a segretari provinciali del partito. 
In parte già avvenute, in parte ancora da annunciare, il nome che più di altri ha destato curiosità è stato quello di Hu Chunhua. Si tratta di un uomo di 46 anni che dopo molto tempo passato a ricoprire incarichi minori ha ottenuto la scorsa settimana la nomina a segretario del partito per la provincia della Mongolia interna. E’ una delle cariche locali di maggior rilievo, ma soprattutto è un posto che già ricoprì circa venti anni fa Hu Jintao. Protetto di quest’ultimo, sembra dunque ripercorrere le sue orme: prima di essere nominato capo di tale provincia fu anche a capo dei giovani comunisti.
L’attuale presidente della Repubblica sembra d’altronde avere imparato la lezione che nel 2007 gli impartì il suo rivale nonché predecessore Jiang Zemin. Già senza un ruolo ufficiale nel partito da cinque anni, Zemin riuscì tuttavia a piazzare un suo fedelissimo nel prestigioso ruolo di vicesegretario del partito: Xi Jiping, l’attuale vice di Hu Jintao. 
C’è da essere certi che il Presidente Cinese si guarderà bene dagli errori del passato.

Autore: Alessandro Fonti

tratto da http://www.irispress.it

lunedì 9 novembre 2009

Intervista a Diliberto di ritorno dalla Cina

da pdci.it | IL DIRITTO E LA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO NELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE
Intervista a Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, di ritorno da Pechino. 
A cura di Andrea Catone


Sei di ritorno dalla Cina, con cui da diversi anni collabori alla stesura del codice civile, pubblicando tra l’altro articoli su riviste giuridiche cinesi. La Cina – hai dichiarato al telegiornale - scrive oggi il codice civile guardando al Diritto Romano e non al modello anglosassone, una scelta favorita dalla traduzione in cinese venti anni fa, dei principali testi di diritto romano. Quali sono le ragioni di questa scelta, quali le sue implicazioni?
Tutto è incominciato più di vent’anni fa. Un collega dell’università di Roma, professore come me di Diritto romano, Sandro Schipani, ha avuto un’intuizione straordinaria. Era il 1988. La Repubblica Popolare Cinese aveva intrapreso la strada delle riforme economiche e Schipani immaginò che, aprendosi al mercato, la Cina avrebbe presto avuto necessità di dotarsi di regole del diritto civile (contratti, obbligazioni, regolamentazione degli assetti proprietari, etc.). Così, Schipani ha incominciato – inizialmente da solo – ad avviare contatti con le università cinesi ed in particolare con la principale di esse, l’Università Cinese di Scienze Politiche e Giurisprudenza (CUPL) di Pechino. Firmò, era il 1988, un primo protocollo d’intesa per avviare la collaborazione scientifica tra le università (Roma Tor Vergata, allora, poi si unirà anche La Sapienza, e Pechino, appunto), anche per via di una circostanza fortunata. Il decano dell’università cinese, Jiang Ping, aveva a suo tempo studiato a Mosca, ove si insegnava come materia fondamentale il diritto romano (insegnamento prima abolito, poi reintrodotto per volere di Stalin: e la persistenza dell’importanza di esso in Russia è data, per esempio, dalla circostanza che il presidente Medvedev è proprio docente di diritto romano). Per cui, il medesimo Jiang Ping aveva intuito l’utilità di quel diritto per la costruzione del nuovo diritto civile cinese. Da allora, questa intesa ha prodotto in primo luogo la pubblicazione in cinese delle fonti giuridiche romane (ormai sono 40 volumi), poi è incominciata la formazione a Roma di giovani giuristi cinesi che hanno imparato l’italiano (e il latino!) e il diritto romano. Poi, la collaborazione ha preso strade straordinariamente produttive. Mi verrebbe da dire, senza esagerazione, storiche.
Ma è necessaria una precisazione iniziale: perché è ancora utile il diritto romano, apparentemente un diritto del passato? In fondo, l’esperienza storica del diritto romano si è esaurita con la fine dell’impero romano. Ma l’eredità di quel diritto, viceversa, è ancora ben presente nel mondo.

Ciò che è rimasto, evidentemente, non è il diritto romano storicamente esistito – estinto come tutte le altre esperienze di sistemi politici, istituzionali e sociali conclusi –, bensì ciò che del diritto romano ha continuato a vivere nei diversi ordinamenti europei e extraeuropei (moltissimi) che gli sono tributari: un sistema, una somma di categorie (e di lessico giuridico) comuni, criteri metodologici che – tutto ciò rinnovandosi nel tempo e nello spazio – ancora sono, a loro modo, vigenti. Impiego quest’ultimo termine con cautela e prudenza. Ma non ne trovo altro che renda meglio il concetto. Dalla fine dell’esperienza storica del diritto romano (formalmente, dal 476 d.C. in Occidente e dal 565 d. C. in Oriente: morte di Giustiniano I; o, se si vuole, dal 1453, presa di Costantinopoli), quel diritto ha continuato a permeare di sé – cosa notissima – tutti gli ordinamenti dell’Europa continentale, dal Portogallo sino alla Russia, e poi, partendo dal vecchio Continente, tutta l’esperienza giuridica dell’America Latina. Ha continuato a vivere in Paesi con ordinamenti istituzionali e regimi politici tra loro diversissimi (regni, repubbliche, principati, liberi comuni, regno della Chiesa, dittature del proletariato e ordinamenti borghesi, regimi reazionari e liberali: si potrebbe continuare). Certo, ognuno di questi Paesi ha modificato, soppresso, aggiunto, "piegato" gli istituti romanistici alle diverse e contingenti esigenze del tempo, della realtà geografica, della politica. Ma la base, le istituzioni, cioè i fondamenti di esso, sono rimaste inalterate nella loro sostanza di fondo. Come la lingua latina (in un ambito geografico tuttavia assai più ristretto) ha dato vita a tante diverse lingue neolatine, che, attraverso la comune matrice, possono tra loro comprendersi senza soverchio sforzo, così il diritto romano ha consentito la nascita di diversi diritti "neoromani", fondati – come detto – su comuni sistemi (l’impianto complessivo), su categorie pressoché identiche, su un linguaggio comprensibile all’interno del medesimo impianto, su una scienza giuridica fondata su tecniche giurisprudenziali di interpretazione del testo similari in ogni latitudine. Ma, rispetto alla lingua latina, con uno spettro geo-politico amplissimo.
Tutto ciò ha vinto la prova dei secoli perché è ancora parte viva di ciò che applicano, come diritto vigente, milioni e milioni di donne e di uomini nel mondo. Ma è diventato – ed è – ancora parte viva, proprio per la capacità di quel diritto, storicamente "estinto", di essere adattato, metastoricamente, grazie ad una sua straordinaria duttilità, a situazioni e ordinamenti diversissimi da quelli che lo avevano a suo tempo determinato. Ogni generazione di giuristi nelle diverse parti del mondo – per circa millecinquecento anni – ha costruito e ricostruito le proprie istituzioni di diritto romano, utili all’attualità del pensiero giuridico, splendidamente atemporali, capaci di sfidare i secoli, di rinnovarsi, di essere applicate ai contesti più diversi. Immutabili e al contempo cangianti.
La Cina ha scelto, dunque, di adottare quel sistema. L’ha scelto dopo una discussione – svoltasi all’inizio degli anni ’90 – molto accesa nei gruppi dirigenti dello Stato e tra i giuristi. L’alternativa era quella di adottare un modello di tipo anglosassone, la cosiddetta common law, il diritto che dalla Gran Bretagna è divenuto il diritto anche degli Usa. Il diritto – semplifico evidentemente molto – del nuovo Impero statunitense. Al termine di questa discussione, molto partecipata, libera, appassionata, in Cina ha prevalso la scelta del sistema romanistico. Risultato straordinario, questo: possibile perché, appunto, nel frattempo si erano prodotti quei primi risultati (fondamentale l’accesso linguistico ai testi, grazie alle traduzioni in cinese che nel frattempo Schipani aveva avviato). Così, si è tenuto a Pechino nel 1994 il primo congresso internazionale sul diritto romano e la codificazione del diritto civile in Cina. Poi, nel 1999 (io ero Ministro della Giustizia in Italia), tenemmo a Pechino il secondo congresso, con i crismi dell’ufficialità, aperto proprio dai due Ministri della Giustizia (italiano e cinese) ed iniziò anche un rapporto istituzionale fra i due Paesi: la circostanza che io fossi ministro, ma anche docente di diritto romano e anche comunista, rappresentava evidentemente anch’essa intrinsecamente una garanzia. Era nel frattempo incominciata, per gradi, la promulgazione del codice civile cinese (prima i contratti, ora anche i diritti reali: proprietà, usufrutto, rapporti tra vicini) che seguiva in misura perfino superiore all’Italia appunto il sistema del diritto romano. Sono seguiti successivamente anche altri incontri di lavoro (nel 2005 e oggi quello appena concluso, nell’ottobre 2009) e la collaborazione è proseguita proficuamente: 5000 giovani studiosi cinesi ogni anni vengono in Europa (e la gran parte in Italia) ad apprendere il diritto per poi riapplicarlo in Cina con le specificità del loro ordinamento politico, economico ed istituzionale, nonché coniugandolo con le loro millenarie tradizioni. Sono sorti anche dottorati di ricerca comuni (italiano e cinese), che rilasciano titoli congiunti e molti giovani italiani studiano in Cina. Esistono oggi circa 120 università cinesi nelle quali è insegnato anche il diritto romano e presso l’università capostipite, a Pechino, è stato fondato un centro di studio permanente del medesimo diritto romano e di quello italiano, con relativa biblioteca specializzata. I lavori scientifici miei e di molti di noi sono regolarmente ospitati presso le riviste giuridiche cinesi.
Diciamo, concludendo questa inevitabilmente lunga esposizione, che abbiamo contribuito a costruire un piccolo (ma credo rilevante) pezzo di storia. Abbiamo infatti partecipato ad un’iniziativa politica, ma anche culturale, che rimarrà nel tempo: la promulgazione del codice civile del più grande Paese del mondo, che si avvia ad essere la principale potenza planetaria. Io sono molto orgoglioso di aver preso parte al progetto, ne sono grato a Schipani che mi ha coinvolto ed ai colleghi (e compagni) cinesi che me ne hanno dato l’opportunità. Da studioso, ma anche da dirigente comunista.

È di grandissima rilevanza per i comunisti comprendere il modo in cui si pone oggi la questione del rapporto tra Diritto e Stato di transizione al socialismo, quale si presenta oggi la Repubblica Popolare Cinese: e cioè del modo in cui il codice civile e l’impalcatura giuridica complessiva possono "riflettere" la fase attuale dei rapporti sociali di produzione, che vedono la presenza di un settore pubblico, che svolge le funzioni di indirizzo generale dell’economia, e di un ampio settore privato. È stata affrontata - e come? - tale questione nei convegni giuridici cui hai partecipato? Vi è un dibattito sulle riviste giuridiche sulle fonti cui ispirare la stesura del Codice civile? Come il Partito Comunista Cinese la collega alla propria visione di transizione ad una società socialista e come la innesta in essa? In che modo cioè il nuovo codice civile cinese "fissa" il diritto di una società di transizione verso il socialismo, e quali sono quindi le differenze rispetto al "diritto borghese" delle società capitalistiche?
Il diritto cinese tiene ovviamente in conto – nel suo fondarsi sul modello romanistico – la peculiarità della società e dello Stato socialista. Né potrebbe essere diversamente. Un esempio eloquente. La proprietà privata esiste ed è tutelata dalla legge. Ma essa corrisponde molto più all’originale modello romano che a quello dei codici civili europei, come quello italiano. Questi ultimi, infatti, sono codici "borghesi" per eccellenza, figli della rivoluzione francese e del codice napoleonico del 1804, nel quale la proprietà privata è il perno del sistema. La proprietà privata è in esso assoluta e inviolabile. L’art. 544 del codice civile napoleonico afferma che la proprietà è il diritto "de jouir et de disposer des choses de la manière la plus absolue, pourvu qu’on n’en fasse pas un usage prohibé par les lois ou par les réglements". Tale definizione è a sua volta ripresa, pressoché alla lettera, dal codice civile italiano del 1865 (art. 436: "diritto di godere e disporre delle cose nella maniera più assoluta, purché non se ne faccia un uso vietato dalle leggi o dai regolamenti"); mentre nel codice civile italiano del 1942, anche se appare modificato il tenore letterale, si avvertono ancora echi piuttosto espliciti: infatti, pur essendo venuta meno la categoria dell’assolutezza del disporre, il diritto di proprietà è pur sempre connotato dalla pienezza e dall’esclusività ("diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico"). Tutto ciò non è romano: i concetti di inviolabilità e assolutezza nascono infatti dalla coincidenza tra la nozione di libertà borghese e quella di proprietà privata tipica delle concezioni anch’esse borghesi (cosiddetto "egoismo proprietario"). Ancora. Nei codici civili europei – contrariamente a ciò che leggiamo nelle Costituzioni, ben più avanzate socialmente dei codici stessi, anche perché successive ad essi – la proprietà privata è riconosciuta quale diritto naturale dell’uomo. Si tratterebbe cioè – in tali concezioni – di un diritto innato, preesistente alle codificazioni, che dunque si limitano a riconoscerlo e ovviamente a tutelarlo.
Nella legislazione cinese, invece, tutto ciò manca. Giustamente. Intanto, coesistono forme di proprietà diverse tra loro: quella statale (riservata ai beni più rilevanti), quella collettiva (ad esempio, quella delle comunità locali, dei villaggi, etc.), quella privata. Ad esempio, la terra è tutta dello Stato, che può darla in concessione. Era così, per grandi linee, nel diritto romano e i cinesi hanno aderito a quella impostazione, non certo a quella dei codici civili dell’occidente. Ancora. Il concetto di assolutezza e quello dell’inviolabilità della proprietà privata letteralmente (e giustamente) non esistono. La proprietà privata medesima non è riconosciuta, ma semplicemente tutelata, al pari degli altri diritti. Mi sono occupato proprio di questi profili nel corso degli ultimi anni, dal 2005 ad oggi: e sono ben lieto che il legislatore cinese abbia aderito a questa impostazione. D’altro canto, la proprietà privata in quanto tale – se accompagnata dalla presenza, appunto, di una proprietà statale forte e a forme di controllo, indirizzo, possibilità di esproprio da parte dello Stato, come previsto proprio dalle leggi cinesi appena promulgate – non è certo in contraddizione con un sistema socialista. Quanta ignoranza in Italia, su questi temi! Si pensa comunemente che in Cina abbiano accettato l’idea occidentale della proprietà: ed è il contrario!

Nella tua recente visita nella Repubblica Popolare Cinese hai avuto modo di incontrare – in qualità di segretario politico del Pdci - alcuni dirigenti del Partito Comunista Cinese. Avete affrontato il tema della transizione cinese al socialismo, che implica uno scontro tra vecchio e nuovo, tra capitalismo e socialismo? Come il Partito Comunista Cinese si sta muovendo per superare i grandi problemi sociali e le contraddizioni che lo sviluppo accelerato dell’economia, con la rilevante presenza del settore privato, pone: sviluppo diseguale tra aree, contraddizione città-campagna (dove vive ancora la maggior parte della popolazione cinese), crescita delle diseguaglianze sociali, disoccupazione?
È da tempo che ho (ed abbiamo, come Pdci) intensi e fraterni rapporti con il Partito Comunista Cinese. È un partito che ha di fronte immani questioni da affrontare. Ed anche in quest’ultima visita ho avuto l’onore di incontrare il responsabile esteri del partito cinese e i compagni del dipartimento esteri. Incontri impegnativi, lunghi, molto cordiali ed anche assai franchi. Dal 1949 ad oggi – si è celebrato il 60° della Rivoluzione, come tutti sappiamo – sono stati compiuti enormi passi avanti. Dopo una prima fase, circa trentennale, di ricerca, di sperimentazione, anche con errori, peraltro esplicitamente riconosciuti, dagli anni ’80 in avanti la linea che persegue il Partito Comunista Cinese è chiara e lineare: restare saldamente ancorati ad un’impostazione marxista e socialista, ma al contempo accogliere dell’Occidente quanto può essere utile allo sviluppo del Paese. Una linea di pragmatismo, nella saldezza dei convincimenti teorici. Su questo non vi sono incertezze. Nel mondo globalizzato, la Cina ha scelto di aprire al mercato, nell’idea che l’accrescimento progressivo del benessere e la circolazione dei capitali favorisse lo sviluppo e una distribuzione di risorse più larga che nel passato. Nel corso di due decenni circa di mia frequentazione della Cina Popolare ho potuto constatare che ciò è vero: e non parlo solo della capitale, Pechino, ma di vaste aree che ho avuto modo di visitare di persona. Il benessere si sta espandendo. Le differenze sociali e territoriali progressivamente vanno diminuendo. Con problemi ancora aperti, certo: ma un miliardo e trecento milioni di persone pongono questioni che noi neppure possiamo immaginare. Le disuguaglianze tra zone del Paese permangono: e il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese lo ha ben chiaro, ma enormi passi avanti sono stati fatti e si procede speditamente in quella direzione.
Ad esempio, il Partito ha ben presente il problema del rapporto tra sviluppo e ambiente. Da qualche anno, Pechino è molto, ma molto meno inquinata del passato. Nella valutazione del Pil cinese (cosa che certo non si fa in Italia) si tiene conto dell’impatto ambientale delle industrie.

La Repubblica Popolare Cinese ha compiuto passi da gigante e festeggia il suo 60° compleanno con nuovi successi: di fronte alla grande crisi mondiale, il paese risponde con grande forza e continua a crescere a ritmo accelerato. Essa è ormai una grande potenza mondiale, con un peso oggettivo crescente nella politica internazionale. Quali sono le linee guida della politica estera cinese oggi? Come si pone rispetto ai "paesi in via di sviluppo", in particolare dell’Africa, in cui vi è una crescente presenza economica della Repubblica Popolare Cinese?
La Cina è stato il primo paese del mondo che, pur colpito come tutti dalla crisi economica e finanziaria mondiale, l’ha superata: l’economia è già ripartita, quanti avevano perduto il posto di lavoro lo stanno già recuperando: tra l’altro, l’Expo del prossimo anno a Shanghai ha fatto da volano all’industria, ma complessivamente l’economia cinese è di nuovo tumultuosamente ripartita.
Parallelamente, la Cina si sta imponendo come primo partner dei paesi in via di sviluppo, ad iniziare dall’Africa: non si tratta solo di una presenza economica, come comunemente si pensa in Italia. Certo, molti sono gli aiuti e gli accordi di cooperazione economica (e dopo secoli di saccheggio coloniale e neocoloniale da parte dell’Europa e poi degli Usa è comunque un fatto straordinariamente importante). Ma la Cina sta costruendo rapporti con i Paesi in via di sviluppo improntati anche alla collaborazione istituzionale e culturale: moltissimi sono i programmi formativi. Ho personalmente soggiornato, proprio pochi giorni fa, nell’edificio che ospita a Pechino i giovani che, soprattutto dal Continente africano, studiano in Cina: costruiscono, in altre parole, i gruppi dirigenti del domani per quei Paesi. Una politica che non esito a definire lungimirante.

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