Visualizzazione post con etichetta israele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta israele. Mostra tutti i post
sabato 5 giugno 2010
giovedì 3 giugno 2010
lunedì 22 marzo 2010
Lo sgarbo e la viltà
Le ultime “trattative di pace” fra israeliani e palestinesi, sotto l’egida della Lega Araba e la mediazione statunitense, sono abortite prima di iniziare a causa dell’annuncio della crezione di 1600 nuove abitazioni per coloni ebrei a Gerusalemme est, ovvero in territorio palestinese, autorizzate dal governo di Israele. Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, si è imediatamente ritirato dai lavori. I principali organi di stampa hanno rilevato ed enfatizzato il grave, imperdonabile sgarbo commesso dai governanti israeliani nei confronti dell’amministrazione Usa, segnatamente nella persona del vice presidente Joe Biden. Il governo di Nethanyahu si è tempestivamente scusato con gli americani. La farsa diplomatica ormai è al di là del senso del ridicolo, il problema diventa lo sgarbo verso il grande alleato, invece l’ignobile vigliaccheria commessa contro il mite Abu Mazen diventa veniale così come passa per veniale l’oppressione di un intero popolo. L’ennesimo episodio di arroganza e di prepotenza di un governo colonialista contro i palestinesi diventa incidente diplomatico. Del resto cosa ci si può aspettare da politicanti reazionari e demagoghi a cui poco o niente interessa la pace con il popolo palestinese perché non hanno alcun interesse per quel popolo, non lo vedono, non sentono le sofferenze di una gente che tengono in prigione da oltre quarant’anni. Non migliore è la comunità internazionale, soprattutto quella occidentale, particolarmente latitante e imbelle, che tollera la sistematica perdurante violazione del diritto internazionale mentre starnazza a vanvera di diritti umani fingendo di non vedere ciò che è palese, ovvero che l’equazione ideologica: “occupazione-colonizzazion
Moni Ovadia
da L'Unità del 13 marzo 2010
Etichette:
in primo piano,
israele,
ovadia,
palestina,
politica,
resistenze
mercoledì 10 marzo 2010
Passi indietro sulla porta dell'inferno
La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.
Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
medio oriente,
obama,
palestina,
politica,
usa
mercoledì 24 febbraio 2010
Israele, governo accusato di razzismo nei confronti della comunità etiope
Un movimento femminista denuncia la somministrazione di pericolosi farmaci contraccettivi
Da peace reporter
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed.
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
politica,
razzismo
giovedì 4 febbraio 2010
Berlusconi mediatore con gaffes su Muro e Gaza
GERUSALEMME (Reuters) - Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha concluso oggi il suo viaggio durato tre giorni in Israele e a Betlemme nel corso del quale ha cercato di rilanciare il dialogo e i negoziati di pace fra le due parti, rimanendo però inascoltato.
In occasione delle due conferenze di stampa congiunte sia il premier israeliano Benjamin Netanyahu sia il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, hanno affermato di essere sì aperti a un rilancio dei negoziati senza però accettare l'esplicita offerta presentata da Berlusconi di un rilancio delle trattative, magari con una tappa ad Erice, in Sicilia.
La giornata è stata segnata anche da due frasi che hanno fatto discutere: la prima pronunciata alla Knesset quando ha definito "giusta" la reazione scatenata da Israele a Gaza un anno fa. Nel pomeriggio poi a Betlemme, rispondendo a un giornalista Rai che gli chiedeva le impressioni alla vista del muro di cemento che circonda Betlemme, ha detto di non averlo visto mentre passava perché distratto dalla lettura.
IL TENTATIVO DI MEDIAZIONE
"Oggi pomeriggio mi rivolgerò, con un appello che viene dal cuore, al presidente Abbas affinché torni al tavolo del negoziato e consegni alla storia un accordo per la pace e lo sviluppo economico del suo popolo, della sua terra, dando vita così a quello Stato Palestinese che la comunità internazionale attende", ha detto stamattina Berlusconi alla Knesset.
"Se potesse essere utile, l'Italia sarebbe felice di mettere a disposizione Erice", ha ripetuto Berlusconi in più occasioni.
Da parte sua Netanyahu, nella conferenza stampa congiunta di ieri, aveva detto: "Abbiamo la voglia e il modo per arrivare alla pace", e indicando poi il tendone sotto cui si trovavano, "La cosa più semplice è entrare in questa tenda o qualsiasi altra tenda che può essere sede di colloqui di pace, ma la chiave è entrare nella tenda".
Anche Abu Mazen non si è sbilanciato, ringraziando Berlusconi, ma restando fermo sulla questione degli insediamenti, definiti "illegittimi"
"Ringraziamo il presidente Berlusconi per l'attenzione constante al problema palestinese e la necessità di raggiungere un accordo per due stati che rappresenta un fatto importante per tutta le regione. Noi abbiamo avuto colloqui e parlato della situazione attuale nei territori occupati e fatto presente il pericolo degli insediamenti. Siamo sempre positivi per raggiungere la pace", ha detto.
BERLUSCONI NON NOTA MURO BETLEMME, "PIOMBO FUSO" FU GIUSTO
Nel corso della visita il presidente del Consiglio, dicevamo, è però scivolato in due occasioni.
"Devo deluderla perché non me ne sono accorto, stavo mettendo in ordine le mie idee su cosa avrei detto al presidente e me ne scuso", ha detto Berlusconi rispondendo a un cronista che gli domandava che impressione gli avesse fatto il muro che attorno a Betlemme divide gli israeliani dai palestinesi e che il presidente ha attraversato per raggiungere la cittadina, dove si è incontrato per circa quaranta minuti con Abu Mazen.
La mattina, nel corso dell'intervento alla Knesset Berlusconi aveva definito "giusta" - un aggettivo aggiunto a braccio rispetto al discorso scritto - la reazione di Israele al lancio dei missili da parte di Hamas che un anno fa era poi sfociata nell'operazione Piombo fuso, durante la quale persero la vita circa 1.400 palestinesi.
CERCANDO UN EQUILIBRIO, BLOCCO INSEDIAMENTI E SANZIONI IRAN
Berlusconi ha cercato per tutto il viaggio di avere una posizione di equilibrio tra le due parti, da un lato chiedendo il blocco degli insediamenti israeliani, "ostacolo alla pace", dall'altro insistendo sulla necessità dell'unione della comunità internazionale per contrastare il programma nucleare iraniano tramite sanzioni efficaci.
"La politica israeliana degli insediamenti può rappresentare un ostacolo alla pace. Voglio dire al popolo e al governo israeliani, da amico, con il cuore in mano, che perseverare con questa politica sarebbe un errore", ha detto alla viglia della sua visita in un'intervista rilasciata al quotidiano liberal israeliano Haaretz.
Quanto al piano del nucleare dell'Iran, "non si possono ammettere cedimenti: occorre ricercare la più ampia intesa a livello internazionale per impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano", ha detto Berlusconi. "La via da percorrere è quella del controllo multilaterale sugli sviluppi militari del programma nucleare iraniano, quella del negoziato risoluto, quella delle sanzioni efficaci.
Per quel che riguarda l'Iran, il Cavaliere ha ieri annunciato che l'Eni si è ritirata dalla terza fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin, notizia però smentita stamane dall'Iran.
Sul fronte personale, Berlusconi è uscito rafforzato nel suo rapporto con Israele da questa visita.
Netanyahu lo ha chiamato più volte "il più caro amico di Israele al mondo", un "leader coraggioso" e amato dagli israeliani.
"Gli incontri sono stati fruttuosi, tutti mi hanno caricato di grandi responsabilità e spero di poter essere utile", ha detto il premier al termine del viaggio, visitando la Basilica della Natività.
da reuters
da reuters
Etichette:
berlusconi,
gaza,
in primo piano,
israele,
politica
martedì 26 gennaio 2010
Made in Israel per i palestinesi
«Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».
Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall'Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell'economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari.
Spinti anche dall'urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell'Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi - che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo - che garantisce a Israele il controllo dell'economia dei Territori occupati.
«L'Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l'intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell'Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel».
E' una nuova Intifada palestinese contro l'occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell'Anp? E' difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l'Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali.
L'Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l'adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l'atteggiamento complessivo dell'Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell'occupazione», sostiene l'opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali.
A minare le fondamenta della campagna dell'Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell'Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge.
Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L'Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo - taglia corto Omar Barghuti - Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l'Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell'interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini».
da ilmanifesto
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
palestina,
politica,
repressione,
resistenze
lunedì 25 gennaio 2010
Israele nega al ministro belga l'ingresso a Gaza
GAZA - E questa volta ogni maschera è caduta, da parte di Israele. Tutte le balle raccontate dal governo di Tel Aviv e dai mass-media amici sulla convivenza con i palestinesi sono crollate miseramente, quando il Ministro belga per lo Sviluppo Internazionale Charles Michel ha chiesto ad Israele di entrare a Gaza. La richiesta è stata necessaria perchè gli accessi per Gaza (che in teoria dovrebbe essere territorio autonomo, ndr) sono tutti stati chiusi e sprangati dagli israeliani. Ma la risposta degli israeliani è stata ferma: non se ne parla neanche, perchè - come ha detto il vice capo della diplomazia israeliana Danny Aylon - una visita ufficiale darebbe legittimità al governo di Hamas. E quando il Ministro Michel ha fatto presente che il Belgio ha approvato due progetti di aiuto per i palestinesi, Aylon ha replicato che non sono attuabili, perchè qualsiasi aiuto veicolato per quella zona verrebbe usato dai terroristi. La risposta del Ministro Michel è stata affidata ad un comunicato stampa: "Non è normale che l'accesso a Gaza venga negato a un ministro il cui Paese conduce progetti lì".
In realtà la risposta di Aylon è la testimonianza delle intenzioni di Israele: con la scusa che qualsiasi aiuto umanitario verrebbe utilizzato dai "terroristi" di Hamas, ogni afflusso di cibo, acqua, medicine è interrotto. In questa maniera si condannano a morte oltre un milione di persone, nell'indifferenza più totale del mondo occidentale. Tra un anno o due ad Israele basterà mandare qualche ruspa per scavare un po' di fosse comuni ed avranno a disposizione migliaia di chilometri quadrati senza neanche dover combattere
da julienews
In realtà la risposta di Aylon è la testimonianza delle intenzioni di Israele: con la scusa che qualsiasi aiuto umanitario verrebbe utilizzato dai "terroristi" di Hamas, ogni afflusso di cibo, acqua, medicine è interrotto. In questa maniera si condannano a morte oltre un milione di persone, nell'indifferenza più totale del mondo occidentale. Tra un anno o due ad Israele basterà mandare qualche ruspa per scavare un po' di fosse comuni ed avranno a disposizione migliaia di chilometri quadrati senza neanche dover combattere
da julienews
Etichette:
gaza,
in primo piano,
israele,
politica,
repressione,
resistenze
mercoledì 2 dicembre 2009
Per L'UE: Gerusalemme capitale di due stati. Irritazione di Israele
Da Rainews24
L'iniziativa europea potrebbe concretizzarsi già la prossima settimana. I ministri degli Esteri della Ue potrebbero chiedere in via ufficiale la divisione di Gerusalemme, capitale sia degli israeliani che dei palestinesi. Lo scrive l'edizione online del quotidiano israeliano Haaretz, citando una bozza di documento messo a punto dalla presidenza svedese di turno dell'Unione europea, che verrà sottoposta ai capi delle diplomazie dei Ventisette durante un summit di due giorni a Bruxelles il 7 e l'8 dicembre.
Secondo il giornale, il documento implica il riconoscimento europeo ad una futura proclamazione unilaterale dello Stato palestinese.
Secondo il giornale, il documento implica il riconoscimento europeo ad una futura proclamazione unilaterale dello Stato palestinese.
Contro questo passo Israele sta conducendo una intensa campagna diplomatica e impedire l'adozione della bozza diventa importante, ma diplomatici ben informati sulle deliberazioni Ue ritengono che ormai questo sia "virtualmente inevitabile", scrive Haaretz. Il documento esorta all'immediata ripresa dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi con l'obiettivo di arrivare "ad uno stato palestinese indipendente, democratico, autosufficiente, con un territorio contiguo, che comprenda Gaza e la Cisgiordania, con capitale a Gerusalemme est".
La bozza ricorda che l'Unione Europea "non ha mai riconosciuto l'annessione di Gerusalemme est" e afferma che per giungere ad una vera pace bisogna trovare una strada per giungere ad una Gerusaleme capitale di due Stati
Etichette:
esteri,
in primo piano,
israele,
palestina,
politica
martedì 24 novembre 2009
Pentagono immobiliare S.p.A.
*nell'immagine la situazione nel 2007 -
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza.
Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).
Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.
Etichette:
afghanistan,
esteri,
guerra,
in primo piano,
israele,
italia,
pace,
palestina,
usa
domenica 15 novembre 2009
Chiederemo all'Onu di riconoscere la Palestina
Da Rainews24
L'Autorità nazionale palestinese sta valutando la possibilità di proclamare unilateralmente lo stato palestinese e chiederne il riconoscimento all'Onu. Lo ha detto chiaro il capo negoziatore Saeb Erekat in un'intervista alla radio militare israeliana, sottolineando come la mossa sarebbe una risposta alla mancanza di passi avanti nel processo di pace in Medio Oriente.
"Non crediamo che Israele sia veramente interessato alla soluzione dei due stati" ha detto Erekat spiegando che al Consiglio di Sicurezza dell'Onu verrebbe chiesto di riconoscere uno stato palestinese con le frontiere del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. "Da 18 anni diciamo al nostro popolo che solo attraverso i negoziati di pace potremo arrivare a risultati concreti, ma sono passati 18 anni e non e' successo nulla" ha aggiunto Erekat, ricordando come gli israeliani continuino ad occupare territori palestinesi ed a costruire negli insediamenti.
Peres, no a ONU su Palestina da ANSA.it
Il capo dello stato israeliano Peres si oppone al progetto dell'Anp di ottenere dall'Onu il riconoscimento di uno stato palestinese. Nei confini antecedenti il conflitto del 1967, con Gerusalemme est come capitale.''E' impossibile costituire uno Stato senza un accordo di pace'' ha osservato Peres. Il negoziatore palestinese Erekat ha affermato che l'Anp ha gia' ottenuto il sostegno da parte dei paesi arabi e segnali positivi anche dalla Russia e dal segretario generale Onu,Ban Ki-moon
L'Autorità nazionale palestinese sta valutando la possibilità di proclamare unilateralmente lo stato palestinese e chiederne il riconoscimento all'Onu. Lo ha detto chiaro il capo negoziatore Saeb Erekat in un'intervista alla radio militare israeliana, sottolineando come la mossa sarebbe una risposta alla mancanza di passi avanti nel processo di pace in Medio Oriente.
"Non crediamo che Israele sia veramente interessato alla soluzione dei due stati" ha detto Erekat spiegando che al Consiglio di Sicurezza dell'Onu verrebbe chiesto di riconoscere uno stato palestinese con le frontiere del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. "Da 18 anni diciamo al nostro popolo che solo attraverso i negoziati di pace potremo arrivare a risultati concreti, ma sono passati 18 anni e non e' successo nulla" ha aggiunto Erekat, ricordando come gli israeliani continuino ad occupare territori palestinesi ed a costruire negli insediamenti.
******
Peres, no a ONU su Palestina da ANSA.it
Il capo dello stato israeliano Peres si oppone al progetto dell'Anp di ottenere dall'Onu il riconoscimento di uno stato palestinese. Nei confini antecedenti il conflitto del 1967, con Gerusalemme est come capitale.''E' impossibile costituire uno Stato senza un accordo di pace'' ha osservato Peres. Il negoziatore palestinese Erekat ha affermato che l'Anp ha gia' ottenuto il sostegno da parte dei paesi arabi e segnali positivi anche dalla Russia e dal segretario generale Onu,Ban Ki-moon
La diplomazia israeliana sotto scacco
Di Gian Carlo Caprino - da Clarissa.it -
Per Israele, dopo anni e anni, sembra sgretolarsi l'impunità di fatto di cui questo Stato ha goduto, in sede internazionale, per la sua politica avventurista e per quanto commesso dal 1982 ai nostri giorni sia in Libano che nei Territori occupati.
Ha cominciato l'AIEA, il 18 settembre scorso, approvando per la prima volta un documento che censura il possesso illegale di testate atomiche (mai ufficialmente dichiarate, ma stimate nell'ordine delle centinaia) da parte dello Stato ebraico, invitandolo perentoriamente a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare ed a sottoporsi ai controlli periodici da parte della stessa AIEA.
I rapporti con la Turchia poi, fino a pochi mesi fa alleato di ferro di Israele, stanno precipitando; infatti il primo ministro turco Erdogan, dopo aver aspramente criticato Israele per sua operazione "piombo fuso" contro Gaza tenutasi a cavallo tra il 2008 e il 2009, ha parlato apertamente di "crimini" di guerra da parte israeliana e ha cancellato le manovre congiunte tra l'aviazione israeliana e quella turca nell'ambito delle esercitazioni NATO che si sono tenute in Turchia.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.
Mahamud Abbas (alias Abu Mazen) ha recentemente manifestato la volontà di non ripresentarsi alle elezioni di gennaio per la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese, amareggiato per lo stallo dei negoziati. Il governo israeliano si è grandemente allarmato per questa decisione, poiché Abu Mazen è stato, finora, l'unico ad accettare il negoziato con gli occupanti senza porre precondizioni e, soprattutto, senza porre limiti di tempo al raggiungimento di un accordo qualsivoglia, tanto da destare ragionevoli sospetti, nel mondo musulmano, che egli sia uno strumento in mano a Washington e Tel Aviv, piuttosto che colui che dovrebbe difendere gli interessi di coloro che subiscono da più di 40 anni un'occupazione militare da parte di uno Stato straniero. La possibilità che venga eletto qualcuno che voglia negoziare risolutamente e con traguardi precisi preoccupa molto Tel Aviv, tanto che Shimon Peres (Presidente della repubblica) ha pubblicamente invitato Abu Mazen a rivedere le sue posizioni.
Ma la minaccia più grave, per la diplomazia israeliana, sembra oggi provenire dall'ONU. L'assemblea plenaria ha infatti approvato, il 5 novembre, una risoluzione (con 119 "sì", 8 "no" e 44 astenuti) che "invita" il governo israeliano a istituire, entro 3 mesi, una commissione "credibile ed indipendente" che indaghi su "eventuali" crimini di guerra e di crimini contro l'umanità commessi durante l' operazione "piombo fuso" che ha provocato, a Gaza, circa 1400 morti (quasi tutti civili) per causa dell'esercito israeliano.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La risoluzione deriva dal recepimento, da parte dell'Assemblea generale, del rapporto Goldstone (dal nome del giudice sudafricano che ha presieduto una apposita commissione istituita dal Consiglio dei diritti umani della stessa ONU); essa prevede altresì la trasmissione del rapporto Goldstone al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell'Aia.
A questo punto la grana passa nelle mani di Barack Onbama e del TPI.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Il TPI, dal canto suo, che ha sempre dormito sonni profondi nei confronti delle malefatte israeliane compiute negli ultimi decenni, non potrà più ignorare la questione delle stragi di Gaza, data l'autorevolezza (la segreteria ONU) da cui proviene l'invito ad esaminare il rapporto Goldstone; se ne dovesse scaturire una formula assolutoria per Israele, questo tribunale perderebbe ogni residuo di credibilità, già fortemente compromessa.
Un'epoca sembra finita per Israele: quella dell'impunità e della incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante (equivale ad una scomunica laica) di "antisemitismo".
Sarà veramente così?
Sarà veramente così?
Etichette:
esteri,
guerra,
in primo piano,
israele,
pace,
palestina,
resistenze
Iscriviti a:
Post (Atom)








