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martedì 18 maggio 2010

BERNI ALIMENTARI: IL NUOVO PIANO INDUSTRIALE È LA CHIUSURA!

Un altro giorno di lotte per i lavoratori della Berni di Piacenza. L’azienda di Gragnano (comune in provincia della città emiliana) è in procinto di chiudere, e da quasi una settimana i lavoratori che stanno perdendo il posto si stanno mobilitando con scioperi e presidi. Martedì mattina un nutrito gruppo di dipendenti si è radunato sotto gli uffici della Provincia per far sentire la loro voce di vittime sacrificali. Negli uffici dell’amministrazione erano infatti riuniti i dirigenti della cooperativa Copador (che da agosto 2007 gestisce l’azienda alimentare) per risolvere la questione.
  Gli operai si sentono presi in giro dopo che la Copador si era impegnata ad utilizzare i fondi della Regione per risollevare la fabbrica, reinvestendo nella produzione. «I fondi regionali sembrano spariti, – affermano in coro gli operai – in fabbrica non si è visto nemmeno un euro di investimento, tant’è che a fine anno la fabbrica chiuderà per mancanza di guadagno..proprio come doveva succedere già un anno e mezzo fa». Chi protesta chiede semplicemente il rispetto degli accordi presi con sindacati ed istituzioni, dal Comune di Gragnano alla Province fino al Presidente Errani. «La cordata piacentina aveva come progetto principale quello della filiera corta e della continuità del piano industriale precedente – continuano a spiegare durante il presidio – ed invece ora vogliono, o almeno così dicono, trasferirci tutti e 57 a Collecchio».
  Proprio il trasferimento è l’incognita più grande. Oltre al fatto che per ora ci sono soltanto parole da parte della dirigenza, se la Berni fosse trasferita a Parma a perderci non sarebbero solo i lavoratori, costretti ad essere pendolari disagiati, ma anche il territorio piacentino: «in questo modo Piacenza perderà uno dei marchi più importanti dell’industria alimentare e in più anche l’economia di Gragnano ci rimetterà». L’ultima rivendicazione degli operai è rivolta ai partiti che «in un primo momento si sono impegnati per l’azienda assieme alla Copador e ora, che i nodi vengono al pettine, sono spariti di nuovo nel silenzio; evidentemente sapevano…e ora ci lasciano soli nel pantano che ci hanno spinto». Al loro fianco si sono esposti solo i sindacati e anche Rifondazione che, per voce del segretario regionale Mainardi, assicura «il pieno sostegno alla protesta con la presentazione di diverse interpellanze ad ogni livello istituzionale compresa la giunta regionale di Errani». 
  Andrea Tagliaferri

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domenica 2 maggio 2010

Primo maggio, una festa amara

Da una parte la crisi economica senza precedenti e la disoccupazione dilagante, dall’altra l’attacco ai diritti. Insomma, c’è davvero poco da stare allegri
di Paolo Serventi Longhi
Primo maggio 2010, Festa del lavoro. C’è proprio poco da festeggiare. La ricorrenza cade quest’anno nel mezzo di una crisi con pochi precedenti nella storia recente. I diversi paesi del Nord e del Sud del mondo, chi più chi meno, devono fare i conti con una crisi economica e finanziaria che sta trascinando i suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle libertà, le tutele e i diritti di chi manda avanti l’economica mondiale: le lavoratrici e i lavoratori. E non è finita, le avvisaglie di ripresa in alcuni paesi e in qualche settore sono contraddette dalla paura che le difficoltà economiche, il lievitare della spesa pubblica, la fragilità del sistema finanziario determinino nuove condizioni di grave instabilità.

Da noi in Italia è un Primo maggio amaro, segnato dall’aumento della disoccupazione, dell’utilizzo della cassa integrazione, della mobilità, dalla riduzione dei redditi da lavoro e da pensione, dall’attacco ai diritti e alle tutele sociali faticosamente conquistate in decenni di battaglie sindacali. Come dimostra l’andamento del tutto insoddisfacente del dibattito parlamentare sul ddl che modifica le norme del processo e del diritto del lavoro. La Cgil ha confermato le manifestazioni, i sit in, i presidi organizzati in questi giorni in molte città e davanti alla Camera dei deputati, anche perché le modifiche proposte dal governo e dalla maggioranza non alleggeriscono la portata devastante del provvedimento soprattutto per i nuovi assunti, costretti ad accettare un arbitrato per qualunque controversia di lavoro eccetto, pare, il licenziamento.

In sostanza, viene confermato l’impianto previsto nello sciagurato “avviso comune”, firmato da Cisl, Uil e imprese, davanti al ministro Sacconi. Con un’enfatizzazione del ruolo degli enti bilaterali che va molto al di là della natura esclusivamente “di servizio” che questi debbono avere, come dice la Cgil. Ne parleremo ancora, seguendo con attenzione l’iter del provvedimento. Comunque, buon Primo maggio, cari lettori.

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in sei regioni il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%

Nel 2009 in sei Regioni il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni è risultato superiore al 30%: in Sardegna è al 44,7%, in Sicilia al 38,5%, in Basilicata al 38,3%, in Campania al 38,1%, in Puglia al 32,6%, in Calabria al 31,8% e nel Lazio al 30,6%. Sul versante opposto le Regioni con la disoccupazione più bassa sono la Toscana con il 17,8%, la Valle d'Aosta con il 17,5%, il Veneto con il 14,4% e il Trentino-Alto Adige con il 10,1%.
A scattare la fotografia sulla disoccupazione giovanile è la Confartigianato nelle elaborazioni flash appena pubblicate e che vede il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) arrivato a marzo 2010 al picco del 27,7%, 2,9 punti percentuali in più rispetto ad un anno prima. Se si prende a riferimento il tasso di occupazione, in otto regioni si riscontra un tasso inferiore al 20%: i valori più bassi in Campania (12,9%), seguita dalla Calabria (13,4%), la Basilicata (13,6%), la Sicilia (14,2%), la Sardegna (15,5%), il Molise (17,7%), l'Abruzzo e la Puglia (18,4%).
I tassi di occupazione più alti Confartigianato li registria in Valle d'Aosta con il 27,8%, in Emilia-Romagna con il 28,1%, in Lombardia con il 28,8%, in Veneto con il 30,2% e in Trentino-Alto Adige con 34,2%. La più bassa occupazione dei giovani tra 15 e 24 anni in Campania con il 12,9%, in Calabria con il 13,4%, Basilicata con 13,6%, Sicilia con 14,2% e Sardegna con il 15,5%. In una valutazione su più larga scala, prendendo cioé in esame la classifica del tasso di occupazione delle 271 regioni europee (e riferita al 2008), tra le ultime dieci regioni europee per tasso di occupazione 15-24 anni, ben quattro sono italiane: Campania, Basilicata, Sicilia e Calabria. Peggio di Sicilia e Calabria fanno solo le tre ex colonie francesi oltremare della Martinica, della Guyana francese e di Guadalupa.
TASSO DI ABBANDONO SCOLASTICO: il valore più elevato si riscontra, questa volta, al nord: a Bolzano il tasso di abbandono è del 17,4%, seguito dalla Sicilia con il 15,7%, dalla Sardegna con il 15,2% dalla Campania con il 13,9% e dalla Liguria con il 12,3%. Il più basso abbandono scolastico lo riscontriamo nelle Marche con il 7,8%, nel Veneto con il 7,5%, nel Molise con il 6,9%, in Friuli Venezia Giulia con 6,5% e in Umbria con il 5,0%.
LAVORO IRREGOLARE: bassa attività e bassa occupazione associata ad un elevato abbandono scolastico possono essere segnalatori di attività del mercato del lavoro parallelo costituito dal 'sommerso'. Con riferimento al 2007, la quota di unità di lavoro irregolari sul totale è dell'11,8% in media nazionale, con un valore del Mezzogiorno che è più che doppio rispetto alle due ripartizioni del Nord. Il valore del tasso di irregolarità del lavoro più alto è quello della Calabria (27,3%), seguita a distanza da Molise (19,4%), dalla Basilicata 19,0%) e dalla Sicilia e Sardegna (entrambe con 18,8%). Sul versante opposto, la maggiore regolarità del mercato del lavoro la riscontriamo in Toscana e Veneto (8,6%), Bolzano e Lombardia (8,4%) e infine Emilia Romagna (8,1%).
Per Confartigianato, "uno strumento come l'apprendistato può aiutare l'economia italiana a colmare il gigantesco gap rispetto al resto d'Europa per quanto riguarda le condizioni del mercato del lavoro giovanile. Il contratto di apprendistato può facilitare sia l'accesso al mercato del lavoro da parte dei giovani, sia a favorire quella formazione in azienda che diventa indispensabile per ridurre la discordanza tra domanda e offerta rilevata sul nostro mercato dl lavoro. Va infatti evidenziato - conclude Confartigiato - che a fronte di una difficoltà di reperimento di personale non stagionale nell'artigianato del 25,1% nel 2009, si osserva che in ben otto regioni la difficoltà di reperimento supera il 30%".

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Asbestosi Fincantieri colpevole

Dopo più cinque anni dalla prima udienza, si è concluso ieri, presso la prima sezione penale del Tribunale di Palermo, il primo storico processo che ha messo sotto accusa gli ex vertici Fincantieri succedutisi nel periodo di tempo che va dal 1979 al 1997. L'accusa era di omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime per non aver rispettato le normative a tutela dei lavoratori e per aver omesso le più elementari misure di prevenzione, finalizzate ad evitare l'inalazione di polveri e fibre di amianto, che la legge imponeva sin dal 1956. Nello specifico, gli ex dirigenti erano accusati di aver provocato la morte di 37 ex operai a causa di asbestosi e mesotelioma pleurico, patologie amianto correlate, e di aver provocato lesioni a 24 lavoratori attualmente affetti dalle stesse patologie.
La richiesta dei pm Carlo Marzella ed Emanuele Ravaglioli era stata la condanna dei tre imputati a complessivi 23 anni di carcere. Il giudice, Gianfranco Criscione, ha condannato per omicidio colposo plurimo Luciano Lemetti, Giuseppe Cortesi e Antonino Cipponeri, rispettivamente a, sette anni e sei mesi, sei anni e tre anni di reclusione, pene condonate per tutti a tre anni per effetto dell'indulto. Condanne che riguardano però solo 29 decessi, per gli altri il fatto non sussiste o il reato è caduto in prescrizione. Nella la lista dei morti anche un nome femminile. Si tratta di Calogera Gulino, la moglie di un operaio, morto anche lui dopo essere andato in pensione, deceduta a 49 anni dopo una diagnosi di mesotelioma pleurico. La donna si sarebbe ammalata lavando la tuta del marito intrisa di sottilissime polveri di amianto.
Gli imputati, come sempre assenti in aula, sono stati inoltre condannati a risarcimenti milionari nei confronti dell'Inail, di Legambiente, dell'Associazione esposti amianto, di Medicina democratica, della Fiom-Cgil, della Camera del lavoro metropolitana, parti civili nel processo. La sentenza ha, inoltre, stabilito il diritto al risarcimento del danno alle parti civili costituite, in tutto una cinquantina tra dipendenti ammalati ed eredi degli operai deceduti, rinviando la quantificazione del danno al giudice civile ma condannando, comunque, gli imputati a dare provvisionali immediatamente esecutive per centinaia di migliaia di euro alle parti danneggiate. Niente da fare invece per gli ex lavoratori ammalati, per molti l'accusa di lesioni contestata agli imputati si è estinta per prescrizione.
Il giudice, infine, ha dichiarato non doversi procedere per Giuseppe Scrima e Salvatore Grignano, ex legali rappresentanti di due ditte dell'indotto, la Blascoat e la Cooperativa Rinascita Picchettini, per intervenuta prescrizione delle accuse di lesioni gravissime.
Mentre si conclude il primo storico processo per le morti da amianto numerose denunce continuano ad arrivare in Procura. Altri due processi sono già in fase dibattimentale e stanno per concludersi le indagini che daranno il via ad almeno altri due nuovi processi. Processi importanti che continueranno a mettere sotto accusa il colosso delle costruzioni navali, la più grande realtà industriale di Palermo e che faranno luce sulla strage silenziosa provocata da quella che ormai è conosciuta come la «fibra killer», dal minerale utilizzato in passato in maniera massiccia nella cantieristica navale sia per le sue ottime capacità isolanti che per il suo basso costo, e che Fincantieri ha utilizzato almeno fino alla metà degli anni ottanta
Intanto, mentre ieri mattina il giudice in aula leggeva il dispositivo di sentenza, gli operai palermitani bloccavano l'ingresso dei Cantieri per protestare contro l'improvvisa messa in cassa integrazione di una cinquantina di loro colleghi. Pare che agli operai la notizia sia stata comunicata ieri mattina all'arrivo sul posto di lavoro senza nessun preavviso.



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venerdì 30 aprile 2010

La Mappa della Crisi

TUTTA LA MAPPA.
Italtel
Isi ex Electrolux
Ratio Consulta
Salami di Modena
Steton
Carrefour (Gs e Diperdì)
Somaschini
New Age
Teleperformance
Tecnol
Chinook
Villeroy e Boch
Esa-Gv
Ladurner
Incanto
Piaggio Aero Industries
Italcementi
Fini compressori
La partenopea
Bialetti
Keller
Cantieri Baglietto
Weissenfels Traction
Lavori socialmente utili
Eaton di Monfalcone
Geomeccanica
Raimondi Gru
Srs
Linari Enzo
Phonemedia
Otefal Sail ex Ila
Villa Alba
Nuova Scaini
Geomag-Plastwood
Gruppo Fantini Scianatico
Lares e Metalli preziosi
Basell
Comar
Rockwool
Cnh
Domenico Russo & Figli
Istamp
Co.Solution
Scm
Europlastica
Badoni Costa Meccanica
Finmek
Nca
Videocon
Playtex
Galvanotecnica & P.M.
Telecom
Pumex
Veritas
Sidel
Kme-ex Europa Metalli
National Security
Cantieri navali Baglietto
Emicom ex Alnuatel
Multimedia Planet
Caimi 2 di Monsano
It Holding
Electrolux
Leader Pumps
Ferrovie dello Stato
Cecconi
Comune
Mariella Burani fashion
Cooperativa irrigua Jato
Teleperfomance
Oerlikon Graziano
Agile ex Eutelia
Terex
Industria ricostruzione pneumatici
Alenia Aeronautica
Smith International di Baustelle
Fini pasta fresca e tortellini di Modena
Novaceta
Sitma Machinery
Solagrital
Omsa
Ages
Ilva
Gruppo creditizio Delta
Emilceramica
Cartiera Verde
Istituto di vigilanza Veritas
Nardi elettrodomestici
Tiscali
Fincantieri
Aci service
Global Business
Raf
Sicmi
Acs
Eutelia
La Martella mobili

Da Repubblica
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Chi lo dice che gli invisibili non fanno ascolti?

Chi lo dice che gli invisibili non fanno ascolti? Ieri a Brontolo, di mattina, quasi 500mila telespettatori per la crisi del Polo Chimico di Terni e per la Videocon di Anagni. Più di 6500 lavoratori a casa


Giovedì mattina, ore 11,25, RaiTre. Comincia Brontolo, la trasmissione condotta da Oliviero Beha. La puntata è dedicata al Primo Maggio ma il titolo parla chiaro: "C'era una volta il primo maggio. Il lavoro rende occupati?" Nello studio 2 della DEAR c'è un pubblico particolare. Due rappresentanze dei lavori della Videocon di Anagni (1300 licenziamenti) e i rappresentanti della Basèll-Lyondell di Terni. Un'azienda chimica, quest'ultima.  Con loro un Giuslavorista, Giampiero Falasca, e un ospite che di I Maggio ne ha visti davvero tanti: Massimo Rendina, partigiano e Presidente dell'Anpi Roma e Lazio.
La situazione della Videocon è tragica. I dipendenti sono con Cassa integrazione in deroga ma da due mesi non prendono più lo stipendio. Hanno occupato strade ed autostrade ma non è servito a nulla. Per la Basèll - Lyondell, azienda non in crisi, si chiude per delocalizzare. La multinazionale proprietaria - americana - vuole chiudere l'impianto ternano nonostante l'ultimo anno abbia prodotto 8 milioni e mezzo di euro di utili. La chiusura della Basèll significa la morte del Polo Chimico di Terni.  A casa, tra diretto e indotto, 1400 persone. Insieme a loro le filiali Basèll di Ferrara e Brindisi, insieme al centro di ricerche di Milano. Complessivamente 5000 dipendenti. Brontolo fa un viaggio nella crisi, in un orario difficile, quello della mattina di un giovedì. Eppure arrivano i dati di ascolto il giorno dopo e si scopre che con il 7,91% la puntata viene vista da più di 420mila telespettatori. Solitamente, a quest'ora, anche in altre puntate di Brontolo, gli spettatori medi sono intorno ai 300mila.

Il lavoro che non c'è, la crisi evidente del nonstro Paese, le ragioni di chi perde il lavoro meritano di essere viste e conosciute. Per questo è importante dare visibilità agli invisibili. Serve a loro e serve anche al Paese.

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martedì 27 aprile 2010

A dirotto per l’art.18. Mobilitazioni e appelli contro il colpo di Statuto


Roma, 4 mar. 2010 – L’aula del senato ha approvato ieri sera in via definitiva il disegno di legge sul lavoro, che aggira e smantella di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori attraverso l’introduzione di norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. La legge è stata approvata con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Il provvedimento contiene fra l’altro norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l’apprendistato e le controversie sul lavoro.
“Il voto del senato è una vera e propria controriforma che mina radicalmente i diritti del lavoro – attacca il portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero – Si tratta dell’abrogazione di fatto e surrettizia dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in difesa del quale nel corso di questi anni tanta parte delle classi lavoratrici e del paese si è impegnata per arginare gli attacchi sempre più ignobili e spudorati da parte della destra berlusconiana”.
Per questo la Federazione della Sinistra si rivolge “alle forze politiche democratiche, alle organizzazioni sociali, alle forze dell’associazionismo, al mondo della cultura, alle energie intellettuali e della società civile”, invitando tutti a “far partire subito la mobilitazione per contrastare questo scempio dei diritti del lavoro”.
La nuova norma varata dall’aula di palazzo Madama limita la competenza del giudice e privilegia il canale dell’arbitrato e della conciliazione per tutte le controversie di lavoro, tra cui quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso. Due le possibilità previste per ricorrere all’arbitrato in funzione della risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e lavoratore.  La prima, virtualmente più sicura, è attraverso i contratti collettivi nell’ambito di cui le parti possono stabilire i limiti in cui l’arbitrato può essere esercitato. Se però le parti falliscono nel trovare un accordo, può intervenire il ministro per decreto. La seconda possibilità è che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all’arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all’arbitrato secondo equità: ciò implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge, quindi diritti come l’articolo 18, le retribuzioni o le ferie.  Tale accordo può essere stabilito anche nel corso del rapporto di lavoro. Una norma che devasta di fatto l’articolo 18 e pone brutalmente i lavoratori in una condizione soggiogata e ricattabile.
Tra le altre nequizie introdotte dalla nuova legge: la possibilità di assolvere l’ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso l’apprendistato in azienda secondo quanto stabilito d’intesa tra regioni, ministero del lavoro e dell’istruzione e “sentite le parti sociali”. Il governo è infine delegato ad adottare, entro 3 mesi, regole sul pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in attività usuranti.
Gongolante, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, ricorda che l’intervento faceva parte della versione originaria della legge Biagi: “Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l’articolo 18 dello Statuto non è stato minimamente toccato – sostiene Sacconi – La polemica dei soliti noti su un testo di legge alla quarta lettura in parlamento, dopo due anni di esame, è l’ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale”. Secondo il ministro, invece, “il lavoratore avrà la possibilità in più di ricorrere all’arbitrato e il tutto sarà regolato da contratti collettivi. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma, punto”.
Sacconi si riferisce alle obiezioni alquanto blande di Cisl e Uil, da sempre propense riguardo all’idea di “affidare questa materia alle parti sociali” e maldisposte verso gli interventi della politica, come fa notare il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Cui fa pronta eco il leader della leader Luigi Angeletti, giudicando quella del governo “un’alternativa ragionevole” e concordando con la Cisl circa il fatto che “questo tema, così come i temi del mercato del lavoro, devono essere oggetto prima di confronto e discussione con i sindacati e le associazioni di impresa, che sanno trovare soluzioni più efficaci del parlamento”.
“Col voto del senato si è scritta una brutta pagina per i lavoratori italiani – risponde la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro – Si è aperta la strada alla manomissione dell’art.18: è un ulteriore attacco al diritto del lavoro”. Il Pd, d’altro canto, anziché sollevare lo scudo dell’ostruzionismo, ha concesso il proprio lasciapassare all’accelerazione dell’inter di approvazione della legge, perseguita a maggior ragione e in tutta fretta dalla maggioranza dopo che su Repubblica di ieri (mercoledì 3 marzo) alcuni politici, sindacali e giuristi avevano lanciato l’allarme sul blitz tentato in senato dalla destra.
Duro il commento della Cgil. “Questo disegno di legge opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano – osserva il segretario generale Guglielmo Epifani – Porta sostanzialmente a una forma di arbitrato obbligatorio, che farebbe saltare le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori di poter adire a queste scelte”. In altre parole defrauda i lavoratori dell’articolo 18. “In questo modo naturalmente si rende il lavoratore più debole – continua Epifani – Se lo si fa addirittura nel momento del suo ingresso nel lavoro, lo si segna per tutta la vita”.
Contro la nuova norma Epifani annuncia che “in ogni caso la Cgil farà ricorso, se ve ne sono le condizioni di legittimità costituzionale”. Intanto la Federazione della sinistra si rivolge a tutte le forze democratiche e invita tutti i cittadini a mobilitarsi fin da subito per far sentire la voce della civiltà e del diritto contro questo ennesimo scempio operato dalla destra: per chiedere al presidente Giorgio Napolitano di non firmare questa norma incostituzionale; per costruire un movimento democratico e partecipativo in difesa delle libertà e i diritti individuali e collettivi; per realizzare il referendum abrogativo della legge.
Cosimo Rossi


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venerdì 23 aprile 2010

FIAT: Fiom, resta inaccettabile la chiusura di Termini


Rinaldini: "Nel piano novità positive, ma incomprensibile la decisione sullo stabilimento". Propone assemblee unitarie nei prossimi giorni
“Il piano industriale presentato dall’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, contiene indubbi elementi di novità a partire dall’obbiettivo di produrre nel nostro Paese 1.400.000 automobili nel 2014. Prendiamo quindi atto positivamente della sostanziale modifica di quanto previsto in precedenza dall’azienda”. Lo dichiara oggi (22 aprile) Il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini.

“Nello stesso tempo – dice -, rimane invece incomprensibile e inaccettabile la scelta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, tanto più a fronte di una ipotesi di crescita della produzione totale di automobili. Non condividiamo piani industriali che prevedano la chiusura di un intero stabilimento e il licenziamento di tutti i suoi dipendenti”.

“L’incremento della produzione è previsto dall’azienda a partire dal secondo semestre del 2011, ovvero dallo stesso periodo in cui dovrebbe avere inizio la nuova attività dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Va sottolineato che per il 2010, e per il primo semestre 2011, si accentua il calo della produzione, con una previsione di caduta del mercato dell’auto del 10% in Europa e del 18% in Italia. Questo significa che i prossimi mesi saranno segnati da un esteso e diffuso ricorso alla cassa integrazione per gran parte degli stabilimenti Fiat e dell’intera filiera dell’auto”.

“Ci troviamo quindi di fronte,  a una situazione di vera emergenza sociale. Si tratta di un problema che chiama in causa il governo e la Fiat sia per l’ estensione della durata della cassa integrazione, che per i livelli e le forme dell’integrazione al reddito. Inoltre, nulla è stato specificato sull’insieme della filiera produttiva  dell’auto e sulle conseguenti ricadute occupazionali che dovranno essere oggetto di uno specifico incontro. In generale, e in particolare per lo stabilimento di Pomigliano, la Fiat ha posto ai sindacati una serie di condizioni relative alle modalità di impiego dei lavoratori”.

“La Fiom è disponibile
alla trattativa che, in quanto tale, non prevede la firma  apposta dai sindacati in calce a testi scritti sotto dettatura. Nulla impedisce alla Fiat di procedere nei suoi piani di investimento. Per quanto ci riguarda, il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori interessati agli accordi è vincolante rispetto ai nostri comportamenti. Proponiamo alle altre organizzazioni sindacali – conclude - dei metalmeccanici di promuovere nei prossimi giorni assemblee unitarie allo scopo di informare direttamente  i lavoratori di quanto è stato detto ieri dalla Fiat”.

Università alla paralisi

Arrivano giorni oscuri per l’università. Se i ricercatori si asterranno dalla didattica, verrà a mancare un buon terzo dell’offerta formativa (il che non è solo un problema quantitativo). Non ci sono i soldi per contratti sostitutivi, anche se sono pagati una miseria, ed è assai dubbio che i professori si sobbarchino la didattica fin qui assicurata dai ricercatori. Ma c’è un altro problema: verranno a mancare i requisiti minimi di legge per l’esistenza dei corsi di I e II livello. L’università potrebbe trovarsi, dal prossimo autunno, nella paralisi.
Ma è la situazione strutturale, di lungo periodo, a essere veramente preoccupante. La Corte dei conti ha rilevato il fallimento delle lauree brevi (moltiplicazione dei corsi, stabilità degli abbandoni, inevitabile declino della qualità, spesa assorbita in modo schiacciante dal personale).
A ciò si aggiunga la scarsa competitività (espressa dal bassissimo posto dei nostri atenei nelle classifiche internazionali), l’antica questione dei fuori corso (una specialità tutta italiana) e il sub-finanziamento della ricerca. Quello 0,8 del Pil speso in formazione superiore (e quasi tutto a carico del settore pubblico)
fotografa impietosamente la realtà italiana: noi spendiamo percentualmente il 40% in meno della media europea, il che vuol dire, anche tenendo conto della spesa per studente, la metà delle risorse impegnate dai paesi più sviluppati.
Ciò che la Corte non può valutare è il senso di sfascio e frustrazione che circola tra i docenti; ormai, i parametri imperanti in qualsiasi atto o iniziativa sono astrattamente quantitativi: limiti di bilancio, requisiti minimi, punti docente, restrizioni sull’uso del telefono e delle fotocopie…
E questa impotenza è sommersa da una coltre di decreti e regolamenti che
pretendono di fissare, in un linguaggio standard, ereditato dal burocratese
europeo tradotto in gergo italico-ministeriale, come valutare qualsiasi obiettivo culturale, scientifico o formativo. La verità è semplicemente questa: soldi per la ricerca non ce ne sono; e, quanto alla didattica, basti sapere che dei mille studenti che esamino ogni anno, ottocento non li vedrò mai, ombre che si materializzano in una tesina o in un compito in classe, un rito didattico vacuo che, in queste condizioni, umilia me e loro.
Rispetto a questa realtà, i contenuti del Ddl Gelmini non sono nemmeno acqua fresca, ma un sigillo finale messo a un’agonia iniziata all’epoca di Berlinguer, quando si sono gettate le basi per trasformare l’università in una specie di Cepu, con la mitologia vetero-aziendalistica dei debiti e dei crediti; quando si sono create le premesse per moltiplicare i corsi e le cattedre, senza intaccare in nulla, e anzi aumentando, il potere dei gruppi accademici nazionali di controllare il reclutamento. I bizzarri criteri di composizione delle commissioni di concorso inventati dall’attuale ministro (estrazione + votazione et similia) non mutano in niente la pratica secolare della cooptazione guidata.
La riforma della cosiddetta governance aumenta il potere dei rettori e dei consigli di amministrazione, facendo del senato accademico un comitato
di consulenza.
Mescola le carte, ingrandendo i dipartimenti e unificando le facoltà deboli in enti dai contorni vaghi (mentre le facoltà forti, come ingegneria e medicina, aumentano il loro peso specifico): così, il potere dei professori-manager si accresce, soprattutto in una fase in cui le risorse diminuiscono. Quanto ai privati nei consigli di amministrazione, si spalanca la strada all’ingresso incontrollato e, se i rettori vorranno, maggioritario di interessi estranei al fine dell’università, e in cambio di nulla. Marcegaglia docet.
Il Pd si è finalmente occupato di università. Ma a giudicare dal documento reso pubblico ieri, non si va al di là di richieste puramente rituali, e ovviamente inascoltate, come aumentare il finanziamento e portarlo alla media europea. Per il resto, bisognerebbe che l’attuale opposizione si interrogasse sul modo in cui ha gestito l’università quando governava. E quindi sull’idea liberista di università e ricerca che ha contribuito a imporre al paese.


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giovedì 22 aprile 2010

Governo battuto sul ddl lavoro

Governo battuto in commissione Lavoro della Camera: l'unico emendamento presentato dall'esecutivo al ddl lavoro, rinviato alle Camere dal Capo dello Stato, e relativo all'articolo 20 sulla esposizione all'amianto dei lavoratori a bordo delle navi di Stato, è stato infatti respinto.

Via libera anche della commissione Lavoro della Camera al pacchetto di emendamenti presentati da Giuliano Cazzola, relatore del ddl lavoro (il provvedimento rinviato alle Camere dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) e una proposta presentata dalla Lega. In particolare le proposte di modifica puntano a andare nella direzione indicata dal Capo dello Stato.

Queste le modifiche che hanno ottenuto il via libera:

NO PER LICENZIAMENTO. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro e davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell'organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

ARBITRATO DI EQUITÀ. Sarà possibile «nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento» e, questo il paletto in più che introduce la versione Cazzola: «dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari».

SOLO SE TERMINATO PERIODO PROVA. La clausola compromissoria può essere pattuita e sottoscritta concluso il periodo di prova, ove previsto, ovvero trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La commisisone ha approvato l'emendamento di Massimiliano Fedriga (Lega) che, rispetto alla versione di Cazzola, puntava a individuare una qualche tutela anche per i precari che generalmente non hanno nei loro contratti periodi di prova.

RESTA SALVO APPELLO AL TRIBUNALE. Per quanto riguarda le controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, si potrà ricorrere al Tribunale che decide in unico grado. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Trascorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal Tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell'arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto.
da Unita 

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Una vittoria che parla a tutto il Paese

Finalmente è arrivata la sentenza che i lavoratori di Agile/ex-Eutelia aspettano dal 23 dicembre scorso, da quando cioè il giudice Norelli si è pronunciato per la prima volta sulla richiesta di insolvenza. L’azienda è da ieri mattina dichiarata insolvente dal Tribunale fallimentare di Roma con conseguente estromissione della proprietà dalla gestione aziendale. Temevamo fortemente che l’azienda venisse ammessa al concordato preventivo, anche se ciò che era stato presentato la mattina del 31 marzo scorso al tribunale fallimentare di Roma era inammissibile. L’azienda aveva presentato infatti un concordato ristrutturatorio con un progetto di affitto di lavoratori e attività ad un’azienda con un capitale sociale di appena 10.000 euro, iscritta alla Camera di Commercio la mattina stessa, e finanziato da una società di Agrigento sotto osservazione per riciclaggio di denaro.
Non ci siamo mai arresi, dal giorno in cui Eutelia ci ha ceduti ad Agile esclusivamente per scaricare i costi prodotti dalla speculazione finanziaria e ripulire i propri bilanci fallimentari e fraudolenti. Abbiamo vissuto nella nostra azienda per sei mesi, giorno e notte, festivi e feriali, cercando di ostacolare in tutti i modi il progetto che Eutelia ed Agile avevano architettato. Sei mesi di vertenza durissima, con manifestazioni e presidi giorno e notte anche nelle piazze di Roma. Incontri istituzionali troppo spesso deludenti, mesi e mesi senza alcuna forma di sostegno al reddito. Ma eravamo convinti di essere nel giusto e questo ci ha consentito di non arrenderci. La nostra vittoria è una vittoria di principio: non potevamo permettere che passasse al Paese il messaggio che dei malfattori potessero scaricare costi sulla collettività e privatizzare i loro loschi profitti calpestando i diritti e la dignità dei lavoratori. Spesso ci siamo trovati troppo soli dal punto di vista istituzionale e politico ma siamo andati avanti cercando di coinvolgere nella nostra vertenza altri lavoratori, e la società civile. La risposta per quanto riguarda la solidarietà è stata sorprendente anche economicamente: la gente ha sostenuto noi e la nostra lotta.
Comincia ora un nuovo percorso che non può più trovare altre giustificazioni. Va immediatamente convocato, così come promesso dal sottosegretario Letta, un tavolo istituzionale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che veda coinvolti tutti i soggetti, industriali e istituzionali, in grado di rilanciare l’azienda e utilizzare le professionalità esistenti, le esperienze importanti maturate in società come Edisontel, Olivetti e Bull.
Ci auguriamo che la nostra vertenza, che ha finalmente conquistato un atto di giustizia, possa essere considerato un patrimonio da tutte le lavoratrici e i lavoratori impegnati in battaglie di ripristino della legalità e in difesa di diritti troppo spesso calpestati per facili profitti. Ci auguriamo, ancora, che la giustizia completi il suo corso perseguendo i responsabili di questa colossale speculazione.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno sofferto e gioito insieme a noi. Continuate a sostenerci.
Le lavoratrici e i lavoratori di Agile/ex-Eutelia

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mercoledì 21 aprile 2010

Crisi. via a scioperi in Grecia, oggi colloqui con Ue e Fmi


Scatta oggi lo sciopero di 48 ore contro il piano di austerità del Governo, indetto dal sindacato comunista Pame e a cui si sono aggiunti i medici che si asterranno dal lavoro anche domani contestando una riduzione dei fondi agli ospedali pubblici. Aderendo allo sciopero convocato dal Pame, operatori portuali e tecnici bloccano stamani gli accessi al porto del Pireo impedendo l'attività commerciale. I lavoratori sfidano così la decisione di un tribunale che ha dichiarato illegale la protesta.
Hanno invece sospeso la loro astensione di 48 ore gli assistenti di volo per non creare ulteriori disagi nei trasporti già compromessi dalle ceneri vulcaniche.
Alle proteste di oggi si aggiungerà domani quella di 24 ore dei dipendenti pubblici affiliati al sindacato Adedy, che non si trasformerà però in sciopero generale in quanto l'altra grande confederazione del settore privato, Gsee, non vi ha aderito malgrado gli inviti. Gsee, che pure critica le misure di austerità, ha chiesto una riunione al governo, tra il 23 e il 26 aprile, facendo dipendere da questa un eventuale sciopero.
Le proteste coincidono con i colloqui, rinviati a causa dell'emergenza islandese e che dovrebbero partire oggi, della missione Ue-Fmi con cui Atene vuol definire le condizioni finanziarie ed economiche per un eventuale aiuto. Ieri il ministro delle Finanze, Giorgio Papaconstantinou, ha avvertito che «non necessariamente le trattative culmineranno con un accordo», e ha detto che il governo non introdurrà nuove misure di austerity nel 2010.


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lunedì 19 aprile 2010

La Fiom riparte dal contratto

I metalmeccanici chiudono il congresso e si preparano alla battaglia del 2011, quando scatterà il rinnovo del contratto in regime di accordo separato. Rinaldini: posizioni diverse ma uniti contro l’intesa di un anno fa
di P.A., A.P., G.S.
foto di Attilio Cristini (immagini di di Attilio Cristini)
Si sono registrate posizioni diverse sul “merito” delle questioni di natura sindacale ma rimane forte l’unità negoziale della Fiom che determina l’unità stessa dell’organizzazione e la gestione unitaria. E’ il segretario generale uscente - ma riproposto dalla segreteria nazionale della Cgil - della Fiom, Gianni Rinaldini, a fare sintesi nel corso del suo intervento conclusivo al XXV Congresso nazionale della categoria dei metalmeccanici, dopo tre giorni di dibattito.

Speciale Congresso

Nel rapporto con la Confederazione, anche alla luce dell’intervento di ieri di Epifani, rimangono strutturali differenze sulla contrattazione e sull’idea che la Cgil abbia o meno una strategia di contrasto all’accordo separato. Ragioni per le quali per Rinaldini si è arrivati alla formulazione di due mozioni contrapposte con quest’ultimo firmatario della mozione di minoranza. Il leader della Fiom ha chiesto “un ripensamento dell’azione per capire dove andare” e chiarezza da parte della Cgil sui temi della democrazia, tema sul quale la categoria si sta mobilitando con la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare su questi temi.

Ma ovviamente al centro delle differenze rimane il modello contrattuale e la strategia di contrasto messa in campo a livello confederale.” Di fronte a un accordo sul sistema contrattuale separato - ha detto Rinaldini -, mai registrato nell’intera storia repubblicana del nostro paese, il tipo di mobilitazione non è stato all’altezza della dimensione della partita che stiamo giocando”. La previsione di Rinaldini, condivisa dalla platea, è che nel 2011, l’anno in cui scadrà il contatto dei metalmeccanici ante accordo separato, tutta la vicenda contrattuale graverà sulle spalle della vertenza dei metalmeccanici in attesa del 2013, l’anno in cui scadrà il periodo di prova della riforma contrattuale. Per questo le iniziative messe in campo dalla Fiom devono cominciare a guardare da subito a quella data non limitandosi al solo referendum sulla piattaforma per il rinnovo contrattuale ma costruendo quest’ultima insieme ai lavoratori stessi. Uno stare in campo quello della Fiom perché la partita sul modello contrattuale non entrerà nel vivo nel 2013 ma è adesso, a cominciare dal prossimo mese - così come ha annunciato il ministro del Lavoro - con lo “scardinamento dei diritti del lavoro con la presentazione dello Statuto dei Lavori”. Quindi ancora una volta “no alla logica della riduzione del danno” ma al lavoro e alla lotta perché “conflitto e democrazia non sono cose contrapposte”. Grandi applausi per un commosso Rinaldini, giunto al suo ultimo congresso come leader della Fiom.

La Fiom ha chiuso divisa il suo congresso. Nonostante vari tentativi di ricucitura e nonostante l’intervento di Epifani. Alla fine, dopo una notte concitata di riunioni, incontri, telefonate incrociate, sono stati presentati due documenti: uno della maggioranza che fa capo al segretario Gianni Rinaldini e uno presentato da Fausto Durante, capofila della minoranza epifaniana interna alla Fiom, un’area che, a partire dal congresso del 2004, è cresciuta in modo consistente (dal 18 al 27%). Su 749 aventi diritto al voto, hanno preso parte alla votazione 694 delegati. Il documento presentato da Rinaldini ha riportato 458 voti. Il documento presentato da Durante ha riportato 236 voti. Per l’elezione del Comitato centrale alla fine le due aree hanno trovato l’accordo sulla presentazione di una lista unica che si basa sugli equilibri politici che si sono determinati. Dal punto di vista confederale, rimane dunque tutto aperto il problema della mediazione rinviato al congresso nazionale della Cgil.

Il dibattito della giornata
“Mi chiedo come possiamo ricostruire l’unità sindacale senza la democrazia. Perché l’unità è un dritto delle lavoratrici e dei lavoratori, non di Cgil, Cisl e Uil”. Dal palco del congresso nazionale Fiom Cgil di Montesilvano (PS), il segretario nazionale Maurizio Landini lancia un appello ad agire subito per “riconquistare subito il contratto nazionale, senza attendere la verifica del 2013”. Secondo Landini, è la democrazia il terreno su cui bisogna ricostruire un’unità sindacale che parta dai lavoratori, i quali “devono potersi sentire cittadini anche in fabbrica”. “I diritti che oggi sono messi in discussione ha continuato il dirigente sindacale - sono diritti conquistati con la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori, anche a costo della loro vita”. Landini fa l’esempio dello Statuto dei Lavoratori, che “è stato prima conquistato nelle fabbriche, poi è diventato legge in Parlamento”.

“L’attacco ai diritti che vediamo perpetrarsi in queste settimane – ricorda il sindacalista - era già scritto nel Libro Bianco di Maroni del 2001. Il tentativo di modificare l’articolo 18 è stato bloccato grazie all’opposizione della Cgil e della Fiom”. Oggi, invece, secondo Landini, “si parla solo di ricorso alla Corte Costituzionale: noto una leggera differenza di strategia”. Il problema, quindi, non è “cosa faremo nel 2013, quando ci sarà la verifica del modello contrattuale separato”, ma cosa fa il sindacato oggi “per riconquistare il contratto nazionale. La contrattazione o è una mediazione di interessi, o non è. Oggi rischia di essere solo un’adesione alle posizioni degli altri.” Tutta la Cgil, spiega Landini, dovrebbe saper mettere al centro del dibattito un disegno industriale che guardi ad un nuovo modello di sviluppo e che sappia affrontare la questione della ridistribuzione dei redditi, “siamo davanti - dice Landini - al fatto che tutta la Cgil si dovrebbe porre il problema di pensare non semplicemente alla difesa di quello che oggi c’è, ma agire per mettere in campo un’idea diversa di cambiamento ripartendo dal basso e dal concetto di responsabilità sociale”.

Da qui, l’iniziativa di legge popolare sulla democrazia e sulla rappresentanza. “Guardando alla nostra organizzazione – afferma - giudico un elemento di responsabilità trovare una posizione unitaria sulla contrattazione, con l’obiettivo che porti un contributo alla discussione in Cgil. Giudico un errore la scelta fatta dalla Confederazione di disarticolare l’accordo separato sul modello contrattuale a livello di categoria. Mentre la Cgil avrebbe dovuto chiedere la sospensione dell’intesa, il blocco dei licenziamenti e un accordo di transizione. Altrimenti facciamo il ‘Sindacato delle Libertà’ che alla fine rischierà di mettere in dubbio la nostra natura confederale.” “Noi oggi abbiamo l’obiettivo della riconquista del contratto nazionale - conclude Landini - fino ad oggi abbiamo deciso, tutti assieme, che per noi è valido il contratto nazionale, che gli altri accordi non si firmano ed abbiamo aperto una campagna di contrattazione nazionale, mentre era in corso il dibattito congressuale di tutta la Cgil, penso che siamo nella condizione di poter confermare che c’è un’unità negoziale della Fiom, con una scelta molto precisa, che è quella di presentare la piattaforma nel 2011. Oggi è a rischio la democrazia nel Paese e nei posti di lavoro. Dobbiamo agire subito perché, per questa partita, non c’è il secondo tempo”.

Nel suo intervento, il capo della minoranza Fausto Durante ha invece affermato che la strategia assunta dalla Cgil per smontare l’accordo separato sulla riforma del modello contrattuale è chiara ed è ingeneroso - così come si è registrato in molti interventi - “sostenere che la Cgil furbescamente voglia rientrare in quell’accordo”. Durante rivendica la decisione assunta dalla Fiom di respingere “il ricatto di Confindustria e Federmeccanica e il contratto truffa per i metalmeccanici”. Punto sul quale “l’unità non sarà messa in discussione”. Ma la domanda che pone alla platea congressuale, “la domanda che sento crescere nei luoghi di lavoro”, è cosa farà adesso la Fiom. Secondo il dirigente sindacale, “i ricorsi messi in campo, la raccolta di firme sulla legge di iniziativa popolare, vanno bene ma non sono sufficienti”. Ed è il congresso per Durante a dover indicare “una chiara condotta che dobbiamo assumere sul contratto collettivo nazionale di lavoro”.

“Io considero il no della Fiom all’accordo un pezzo dell’iniziativa e della strategia decisa dalla Cgil per smontare l’accordo separato sul modello contrattuale”, ha affermato nel precisare: “Non ritengo che la Fiom abbia sbagliato così come non ritengo sbagliate le scelte delle altre categorie di rinnovare i contratti rispettando i vincoli decisi dalla Cgil per contrastare l’accordo separato”. Contratti, quelli sottoscritti dalle altre categorie, “con luci e ombre - ha rilevato Durante - come ha riconosciuto Epifani e quando alcune soluzioni non sono apparse sufficienti o adeguate, come per i chimici, la Cgil si è espressa con la chiarezza necessaria”.

Quanto al risultato raggiunto da Durante nella fase congressuale, il segretario nazionale ha lamentato il mancato tentativo di arrivare a una sintesi delle diverse posizioni anche perché, dentro la Fiom, “più di un quarto degli iscritti ha votato il primo documento e il non riconoscere, il non menzionare, il non citare questo dato della realtà, e non farlo fin dall’avvio, rappresenta una volontà chiara - ha concluso -: non pervenire a una sintesi tra noi”. 

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mafia, disoccupazione, razzismo, ecco l'Italia divorata dai "mostri"


«Ci sono momenti in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio, nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa, una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione - Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario, trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio. Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi pagare comunque».

Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.

Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore».

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domenica 18 aprile 2010

Giornata di mobilitazione per la sicurezza sul lavoro: il Prc aderisce


Rifondazione Comunista aderisce all'appello lanciato dalla Rdb Energia per una giornata di mobilitazione cittadina per la sicurezza sul lavoro. Il Prc sottolinea che su un tema come questo, considerati gli ultimi gravi incidenti a Torre Nord, ma non solo, tutte le rappresentanze sindacali, ma anche tutti i partiti del centro sinistra, devono ritrovarsi uniti nella organizzazione e nella adesione all'iniziativa.
"Proponiamo - si legge in una nota della segreteria del Prc - che la giornata cittadina di mobilitazione per la sicurezza sul lavoro si svolga tra il 25 aprile ed il Primo maggio, due date importanti della nostra storia. Il Primo maggio, la festa del lavoro, ci ricorda il mondo e ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà del Paese in cui viviamo".


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