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sabato 17 aprile 2010

Se Fini manda a casa Berlusconi...


di Fulvio Lo Cicero
Riunito nel pomeriggio l’ufficio di Presidenza del Pdl. Fini auspica un chiarimento ma intanto procede alla conta fra i fedelissimi. Una maggioranza allo sbando, sempre più incapace di governare. Berlusconi: "Invito Fini a desistere"
ROMA – Silvio Berlusconi, a conclusione della riunione di vertice del Pdl, ha lanciato un appello al Presidente della Camera affinché desista dal suo proposito di costituire un gruppo parlamentare autonomo. Probabilmente si tratta di un'ultima chance di pacificazione lanciata dal co-fondatore del partito.
Il pranzo andato storto
Un premier sordo alle analisi finiane, quasi distratto. La versione di Gianfranco Fini mostra un Berlusconi completamente inadatto a comprendere la questione politica che agita il Pdl. «Io gli parlavo delle questioni e lui mi rispondeva con le frasi che aveva usato al comizio di piazza San Giovanni...» ha ripetuto ai suoi fedelissimi l’ex leader di Alleanza Nazionale. Fini ieri si è rivolto a brutto muso al reuccio di Arcore:  «Tu, Silvio, hai abdicato al tuo ruolo. E io sono stato condannato alla marginalizzazione. La Lega ti ricatta. L’economia è in mano a Tremonti. Il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato». Un’accusa infamante ma che non stupisce, perché i metodi di Berlusconi sono quelli: la politica è commercio, scambio di utilità. Viene solo da chiedersi come è possibile che un politico “puro” come il Presidente della Camera non se ne sia accorto prima di qualche persona fosse il co-fondatore del Pdl, rinunciando a sciogliere la sua formazione politica per non finire a cuocere nella stessa pentola, con il premier che mescola la zuppa e Umberto Bossi che attizza il fuoco. Un errore madornale, sul quale forse adesso Fini rimugina, nel momento in cui è necessario contare la propria truppa e assistere ad altre fuoriuscite, ad altri “fedelissimi” che tagliano la corda attratti dall’oro del ducetto.
Un clima pesante
Alle 16 si riunisce l’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli. Il clima è teso. Il premier cerca di minimizzare la situazione, parlando di “piccoli problemi”. Ma non devono essere veramente tali se Umberto Bossi confida: «Non ho certezze, ma temo che la cosa non si rimetterà a posto. In caso di rottura ci sono le elezioni». Berlusconi afferma di fronte allo stato maggiore del suo partito: «Ho tentato di convincere Fini, ma lui vuole fare i gruppi separati», come a rimarcare l’ineluttabilità della situazione. Berlusconi, aprendo la riunione, ha anche smentito recisamente di essere un “ostaggio” della Lega Nord e di Bossi.
Proprio in queste ore fervono i conteggi. I finiani stanno vedendo chi, della vecchia Alleanza Nazionale, sta dalla loro parte ed è disposto a rischiare posto e carriera per dare fiducia al Presidente della Camera. Ma i vecchi maggiorenti si sono già schierati con Berlusconi. Uno di essi, Altero Matteoli, ha dichiarato al “Corriere della sera”: «Non aderirò mai a scissioni. Il Pdl ho contribuito a fondarlo e mi ci trovo bene». Una sconfessione in piena regola del suo antico leader. I calcoli già fatti dai finiani parlano di 40-45 deputati e 15-18 senatori pronti a formare un gruppo autonomo, Pdl-Italia, sull’esempio di quello formatosi all’Ars (l’Assemblea regionale siciliana), dove però, proprio per questo, la situazione risulta ingovernabile. Se poi si considera che l’attuale maggioranza alla Camera dei deputati è di 340 deputati, il numero dei fuoriusciti finiani (che comunque sosterrebbero il Governo ma a corrente alternata, cioè in ragione di ciò che si va a votare) diventerebbe una lama infilata nel fianco di Berlusconi, già oggi afflitto dalle numerose assenze nei banchi della sua maggioranza parlamentare durante il voto di importanti provvedimenti. In definitiva, la costituzione di gruppi autonomi potrebbe preludere ad una crisi e ad elezioni anticipate.
La situazione, però, appare molto fluida con continui aggiornamenti sui nomi che seguirebbero il Presidente della Camera nella formazione di un gruppo parlamentare autonomo. Intanto, fa da pompiere il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che dichiara: «Come sempre ribadisco che il Pdl deve rimanere unito, rispettando i ruoli, quello di Berlusconi e quello di Fini. Quello che non solo auspico ma su cui cercherò di adoperami è fare in modo che ci sia un dialogo costruttivo per giungere a una soluzione dei problemi che sono stati posti al pranzo di ieri».
Una maggioranza sfilacciata
Se si pensa che tutta la campagna elettorale della destra nella primavera del 2008 fu interamente giocata sulle divisioni del centro-sinistra e che il premier Silvio Berlusconi propagò l’ennesima immagine falsa di una coalizione compatta attorno al suo leader naturale, viene quasi da ridere. Al confronto, le divisioni della maggioranza prodiana sembrano un gioco di società. In realtà, quello che agita la destra italiana è uno scossone profondo quanto le divisioni sempre esistite e la forza d’imperio del magnate di Arcore invece di assorbire (come succedeva, con metodo democratico, nella vecchia DC) finisce per rafforzarne gli effetti. Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani nota come «sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Le divisioni non fanno, in altri termini, che accentuare una radicale incapacità di governo che la finta leadership berlusconiana non riesce, oramai, nemmeno più a nascondere. Figuriamoci se in questo clima sarà mai possibile predisporre riforme costituzionali della portata annunciata sia da Bossi, sia dal premier stesso.
Filippo Rossi, in un’analisi che oggi appare sulla rivista on line di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini, sottolinea come si tratti di «una differenza tra due modi di pensare la politica. Di agire in politica. Una differenza tra chi, almeno così sembra, considera il potere una cosa privata, fine a se stessa, senza ideali, senza contenuti, senza obiettivi, e chi lo considera al servizio dei cittadini, al servizio del paese. Una differenza tra chi cerca di dare un senso a quelle parole e chi, invece, le utilizza solo come vuota retorica». Come possano governare insieme Berlusconi e Fini qualcuno dovrebbe pure spiegarcelo.


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venerdì 16 aprile 2010

Dopo la minaccia di Fini in Parlamento la conta dei fedelissimi, i numeri ci sono


ROMA - Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Andrea Ronchi, Flavia Perina, Roberto Menia, Giulia Bongiorno, Enzo Raisi, Amedeo Laboccetta, Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Alessandro Ruben. Sono alcuni dei "finiani" di stretta osservanza che, immediatamente dopo il teso vertice tra Berlusconi e Fini  si sono riuniti nello studio del presidente della Camera.

Sul tappeto c'è l'ipotesi di creare gruppi autonomi dei deputati e senatori fedeli a Fini e in dissenso con la linea maggioritaria del Pdl nei due rami del Parlamento. I numeri minimi per costituire gruppo sono di venti deputati alla Camera e dieci senatori a Palazzo Madama. E stando alla conta che in queste ore i finiani vanno svolgendo, si può toccare la soglia.

Alla Camera, tra gli esponenti della vecchia Alleanza Nazionale di sicuro rito finiano si possono enumerare Donato Lamorte, Francesco Proietti, Angela Napoli, Silvano Moffa, Riccardo Migliori, Mirko Tremaglia, Basilio Catanoso, Giuseppe Scalia, Antonino Lo Presti. Ai quali vanno aggiunti i "nuovi finiani" come Gianfranco Paglia o Fabio Granata. Aggiungendo questi deputati agli altri oggi riunitisi nello studio di Fini a Montecitorio, il numero minimo di venti componenti è superato.

Al Senato, per fare gruppo servono dieci senatori. E come finiani possono essere reclutati Pasquale Viespoli, Filippo Berselli, Luigi Ramponi, Pierfrancesco Gamba, Laura Allegrini, Antonino Caruso, Giuseppe Valentino, Mario Baldassarri, Domenico Gramazio, Domenico Benedetti Valentini, Vincenzo Nespoli. Anche al Senato la soglia dei dieci è superata. Per la nuova componente parlamentare, i finiani hanno già in mente un nome: si chiamerebbe "Pdl-Italia". Secondo fonti finiane, i deputati che vi aderirebbero sarebbero 50 e 18 i senatori.

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Fini, aria di rottura con Berlusconi


«Pronto a fare gruppi autonomi». «Se lo fai lasci la guida della Camera»

Aria pesantissima, a un passo dalla rottura nel vertice tra il premier Silvio Berlusconi ed il presidente della Camera Gianfranco Fini. Quest'ultimo - riferiscono fonti di maggioranza - ha esplicitamente detto che è pronto a costituire suoi gruppi autonomi in Parlamento, accusando governo e Pdl di andare a traino della Lega. Il premier Berlusconi - riferiscono le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione. L'incontro tra i due leader si è svolto oggi a pranzo a Montecitorio, dopo essere stato più volte rinviato e soprattutto dopo che il premier aveva già visto Umberto Bossi 8che ha commentato: «Il vertice? L'abbiamo già fatto a palazzo Chigi»). Il faccia a faccia è durato due ore e al termine nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni, segnale chiaro che le cose erano andate male. «Ho mangiato benissimo», si è limitato a commentare sorridente Berlusconi lasciando lo studio di Fini al termine del pranzo. Ai cronisti che insistevano per sapere come fosse andato l'atteso incontro, il premier ha detto senza perdere il sorriso: «Non mi pronuncio». Il Cavaliere era accompagnato dal sottosegretario alla presidenza Gianni Letta e dal consigliere Sistino Giacomoni.

L'ultimatum di Fini «Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi», ha raccontato una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. Secondo la fonte «non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore». In queste ore Fini ha riunito gli uomini a lui più vicini. Nello studio della terza carica dello Stato sono giunti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia. Alla riunione in corso nello studio del presidente della Camera sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore  del 'Secolo d'Italià anch'essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina.

«Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro». Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. «Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo», ha spiegato durante la riunione con i suoi. Il primo passo è 'Pdl Italià, ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un 'partito della nazionè che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. «Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese». Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perchè - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. «Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...».

La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. È consapevole della posizione delicata che occupa: «Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese». Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia... Tante le richieste dell'ex leader di An. Lo scoglio più grande è appunto il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede un azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà e la convocazione degli organi. «Questa situazione va avanti da troppo tempo, non ci sto più», è sbottato il presidente della Camera con il premier, «non è possibile che tu mi faccia vedere la bozza delle riforme come se fossi l'ultimo dei deputati». Fini, dunque, ha chiesto una discontinuità suil metodo e sui contenuti della politica del Pdl, Berlusconi ha preso tempo. «Vedremo cosa risponde, ma dobbiamo essere pronti a tutto», ha sostenuto l'ex leader di An.


Schifani: se divisi si va al voto
Sulla crisi nel Pdl interviene il presidente del Senato Schifani:  «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze ove necessarie». Schifani sottolinea che questo «è un concetto che già ho ribadito in epoca non sospetta» e lo ripeto perchè «leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi da quelli del Pdl». Replica il finiano Bocchino: «Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza. Val la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al Presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori».


La replica del Cavaliere «Rifletti bene su questa decisione di dar vita a gruppi autonomi perchè se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera». Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono fonti della maggioranza, avrebbe replicato così al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel corso del pranzo a Montecitorio avrebbe ventilato l'ipotesi di dar vita a gruppi autonomi. All'avvertimento del cavaliere, stando alle stesse fonti, Fini si sarebbe riservato di comunicare una decisione entro la prossima settimana.

«Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al Presidente Berlusconi». È quanto afferma Gianfranco Fini in una nota dopo il colloquio con Silvio Berlusconi.  Ora Berlusconi «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».

Fonti del Pdl spiegano poi che «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi. Fini è ovviamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune e che, su invito del presidente Berlusconi, si è riservato di comunicare la prossima settimana. Sempre fonti della maggioranza riferiscono che il presidente  Berlusconi  non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera. Ma Bocchino conferma la sostanza dell'incontro:  «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti», ha detto. Il vicecapogruppo del pdl, rispondendo ad una domanda, ha poi detto che l'ipotesi di una eventuale crisi di governo «è da escludere categoricamente».

La reazione dei coordinatori Pdl «Le recenti elezioni regionali e amministrative hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, un traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito. Da queste inoppugnabili considerazioni nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, al termine del vertice a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi.


Le opposizioni  «Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle tensioni interne al Pdl tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono», conclude Bersani.

«Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio è. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani». È il commento alla notizia sulla possibile formazione di gruppi autonomi da parte dei deputati finiani rilasciato dal leader Idv Antonio Di Pietro ai microfoni del Tg3.


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martedì 13 aprile 2010

RIFORME - DILIBERTO: "FINI? REGOLE O SONO CONDIVISE O SONO ARBITRII"


Le regole o sono condivise oppure sono arbitrii. Fini dovrebbe saperlo bene. Procedere a riforme costituzionali e istiuzionali significa, innanzitutto, che le forze politiche, parlamentari e non, concordino collegialmente sulle effettiva necessità di farle.E' condizione, questa, di opportunità ed indispensabilità. Quando, invece, questo comune sentire politico viene a mancare vuol dire che non si possono fare. Se poi la maggioranza, come sostiene Fini, pensa di poterle fare, infischiandosene dell'opposizione, significa solo violentare la politica". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.
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domenica 14 marzo 2010

Falso allarme bomba sull'aereo di Silvio, l'aereo con Fini rischia collisione...

Una comunicazione radio sospetta sulle frequenze dei servizi di terra  Berlusconi rinvia la partenza. Negativi tutti i controlli"Una bomba sull'aereo di B..." e a Ciampino scatta l'allarme bomba

Di Pietro: "Il premier ne avrà parlato con Minzolini" La Russa: "Queste cose nascono da un clima d'odio" 

ROMA - Falso allarme bomba via radio sull'aereo di Berlusconi: la notizia è stata comunicata da Palazzo Chigi durante la manifestazione dell'opposizione.

Alle ore 09.30 circa è stata ascoltata una comunicazione radio su una frequenza di servizio dell'aeroporto di Ciampino, che annunciava la presenza di una bomba a bordo dell'aereo del Presidente del Consiglio dei Ministri. Sulla frequenza non protetta dei servizi di terra, la frase testuale ascoltata anche dal comandante dell'aeroporto è stata questa: "Una bomba sull'aereo di B...". Immediati sono scattati i controlli. Avvertito Gianni Letta e la scorta del premier, che ha rinviato la sua partenza da Palazzo Grazioli verso lo scalo romano.

Il velivolo in quel momento era predisposto per effettuare, nel corso della mattinata, il trasporto del Capo del Governo da Roma a Milano. E' stato portato in un hangar e ispezionato da carabinieri e artificieri. Bonificata tutta l'area limitrofa. I controlli subito scattati hanno consentito di escludere la presenza di qualsiasi ordigno; sono in corso indagini per rintracciare la provenienza della comunicazione.

Il Presidente, poco prima delle ore 13.30, è giunto a Milano utilizzando un vettore diverso. Per sicurezza, sono stati consegnati al comandante del secondo aereo diversi piani di volo, affinché fosse segreta la destinazione finale, almeno fino al decollo. Sul secondo aereo anche i bagagli del premier, anche questi sottoposti ad accertamenti.

Caustico il leader dell'Idv Di Pietro: "Una notizia falsa, diffusa per coprire la manifestazione. Berlusconi ne avrà parlato con Minzolini...". E Bersani ha detto solo: "Quanti ne avremo, quanti ne avremo...". Critico inceve il ministro della Difesa, La Russa: ""Un allarme è sempre tale, non è mai falso. E queste cose, per fortuna senza conseguenze, nascono da un clima di odio"
 

L'aereo di Stato stava dirigendosi ad Amman, in Giordania, dove il presidente della Camera ha partecipato all'Assemblea parlamentare euromediterranea

Attimi di paura sull'aereo di Fini pilota evita collisione in volo L'altro velivolo non era stato dalla torre di controllo e questo ha causato una virata di emergenza con alcuni passeggeri che sono caduti a terra


Attimi di paura sull'aereo di Fini  pilota evita collisione in volo
AMMAN - Attimi di terrore sull'aereo del presidente della Camera Gianfranco Fini mentre raggiungeva Amman, dove ha partecipato alla conferenza dell'Assemblea parlamentare euro-mediterranea. Nei cieli della Siria il pilota ha evitato - con una manovra di emergenza - la collisione con un altro velivolo. All'improvviso l'aereo ha compiuto una virata spostandosi verso l'alto creando qualche momento di trambusto a bordo.

È successo questa mattina, poco prima delle 8 ore italiane, mentre l'Airbus del 31mo Stormo stava sorvolando i cieli della Siria ed aveva già iniziato la fase di pre-atterraggio all'aeroporto di Amman, il comandante ha dovuto effettuare una manovra di emergenza per evitare una possibile collisione in volo con un altro velivolo, che si trovava sulla stessa rotta ma in fase di decollo e che non era stato segnalato dalla torre di controllo.

La manovra improvvisa, che ha fatto riprendere bruscamente quota all'Airbus sul quale viaggiava Fini, ha sorpreso i passeggeri - giornalisti e delegazione al seguito del Presidente della Camera -, alcuni dei quali in quel momento si trovavano in piedi lungo il corridoio e il forte sobbalzo subito dall'aereo ha causato la caduta a terra di due cronisti, uno dei quali ha riportato una forte contusione alla gamba destra. Dopo qualche attimo di smarrimento dei passeggeri, sul volo di Stato è tornata la calma e l'Airbus è atterrato senza ulteriori disagi o problemi all'aeroporto di Amman. Il presidente della Camera ha partecipato ai lavori dell'Apem e poi è rientrato a Roma con lo stesso aereo.
 


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lunedì 8 marzo 2010

Riciclaggio, Mokbel e la rete di protezione con due poliziotti come autisti

ROMA (7 marzo) - Non c’era solo la criminalità organizzata, il riciclaggio di milioni e il traffico di diamante, nella rutilante carriera criminale di Gennaro Mokbel. Ma anche la protezione di due ”angeli custodi” di eccezione: due agenti di polizia che venivano stipendiati mensilmente per fargli da autisti. E’ quello che emerge dalle nuove carte dell’inchiesta sulla maxifrode di Sparkle e Fastweb, che sono state depositate nei giorni scorsi. Uno di loro era in servizio al commissariato Vescovio, l’altro al servizio scorte.

Le forze dell’ordine. C’è un intero capitolo dedicato ai rapporti tra l’organizzazione e le forze dell’ordine. Perché Gennaro Mokbel, considerato la mente dell’organizzazione, aveva notizie sulle indagini in corso che lo riguardavano. Oltre a Luca Berriola, il maggiore della Finanza che secondo uno degli indagati puntava al rientro dall’estero di un capitale di 8 milioni di euro, c’è il ruolo di Fabrizio Magi, in servizio presso la Direzione investigativa Antimafia di Roma e finito in manette: avrebbe fatto pressioni sul socio di Mokbel per ottenere denaro. Poi ci sono i due agenti, Fabrizio Soprano e Mirko Pontelini «pagati mensilmente dall’organizzazione per svolgere l’attività di autisti a Gennaro Mokbel e di vigilanza in una gioielleria» dei Parioli, in via Chelini, riconducibile allo stesso indagato. Secondo gli accertamenti i due poliziotti sono stati utilizzati anche per effettuare un viaggio a Milano dove l’organizzazione ha incontrato il finanziere svizzero Paolo Prinzi. E i sospetti si addensano anche su Rino Di Carlo, maresciallo della Finanza in servizio presso il nucleo Tributario di Roma. Al di là delle responsabilità un fatto è chiaro. Dalle intercettazioni ambientali salta fuori che l’organizzazione era informata di tutto. Il 20 luglio 2007, Mokbel dice al suo socio: «No a te t’hanno stralciato...perché ci...siamo delle persone molto grosse». E qualche giorno dopo: «Ce stanno cinquantacinque indagati...sessantadue utenze sotto controllo, compresa quella di mia suocera e del gioielliere». Così venivano attivate false utenze, una intestata anche a ”Paolino Paperino”.

Criminalità organizzata: «Il problema della Germania è che per metà sono calabresi...e sono tutti parenti dei figli... della famiglia. Per cui tocca fare un accordo». E’ il 14 marzo 2008, quando Mokbel parla al telefono con l’oramai ex senatore Nicola Di Girolamo. Eletto nel collegio Europa con schede mai votate ma compilate e fotografate nel consolato italiano di Bruxelles. Avrebbe contato sul clan della ’ndrangheta Arena. Agli atti dell’inchiesta anche l’intercettazione dell’imprenditore calabrese Franco Pugliese vicino ai clan con l’elenco delle persone che sarebbero andate in Germania a votare.

I rapporti con la politica. Nella candidatura di Di Girolamo nelle fila del Pdl, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo fondamentale il deputato di An Marco Zacchera, raggiunto attraverso la mediazione di Stefano Andrini. Ed è lo stesso Andrini a riferire a Di Girolamo che Fini ha sciolto subito la riserva su di lui «Questo per me è il migliore candidato che c’abbiamo» avrebbe detto Fini. Dopo l’elezione però Mokbel è irritato con Di Girolamo che non si è congratulato con i suoi collaboratori per il successo: «Io la gente mia non l’accanno mai - gli dice - io oggi potevo essere senatore, sono andato a discutere con Fabio Tajani per Fabio Arigoni e a piscià Gianni Sammarco per l’orco (Sergio Placidi ndr)».

Il progetto. Nel 2007 Mokbel, vicino all’estrema destra, è in piena attività per organizzare di un nuovo soggetto politico: l’alleanza federalista. Il 5 giugno sarà inaugurata la sede di viale Parioli e Mokbel ha invitato Lando Buzzanca. Della presenza dell’attore non c’è alcun riscontro agli atti dell’indagine. Ma, mentre il capo prepara, i suoi collaboratori sono a un comizio e aspettano l’arrivo di Berlusconi sul palco. Secondo le parole di Mokbel il «partito è praticamente una richiesta fatta da Brancher» (deputato delle Lega ndr) «il braccio destro di Berlusconi e Tremonti».

Intanto, merito alle dichiarazioni degli indagati a proposito degli incontri avvenuti in Finmeccanica, i vertici dell’azienda smentiscono che componenti dell’organizzazione, finita sott’inchiesta, siano mai stati ricevuti nella sede di Finmeccanica.

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domenica 7 marzo 2010

Varato il salvaliste, l'opposizione in rivolta. Di Pietro: impeachment per Napolitano. Il Pd: inaccettabile. Formigoni riammesso dal Tar


L'opposizione scende in strada contro il decreto legge varato ieri dal governo per superare l'impasse delle liste elettorali di Lazio e Lombardia, mentre il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro chiede l'«impeachment» del capo dello Stato per aver firmato il provvedimento. E, poche ore dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del contestatissimo decreto, il Tar della Lombardia riammette il listino di Formigoni, che si era presentato con oltre 500 firme non valide. Lunedì la pronuncia del Tar del Lazio sulla lista Pdl di Roma.

«Il collegio ha accolto la richiesta di sospensiva emanando un provvedimento che sospende quello della Corte d'Appello riservandosi nell'ordinanza di fare una sentenza breve a giorni», ha detto un funzionario del Tar lombardo. La camera di consiglio straordinaria si è riunita stamani alle 9:30, dopo la presentazione di due ricorsi contro l'esclusione della lista dalla corsa elettorale. Il listino era stato bocciato nei giorni scorsi dalla corte d'appello di Milano a causa di irregolarità nella raccolta delle firme.

Nessun ritiro dalla competizione elettorale da parte del centro sinistra «perchè con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani commentando oggi a Genova l'ipotesi che qualche componente del centro sinistra possa ritirarsi dalle elezioni. «Capisco la scossa e il turbamento - ha detto Bersani -, soprattutto nella situazione del Lazio perchè la soluzione trovata è incredibile, tre volte incredibile. Detto questo, con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Le parole di Bersani sono una risposta alle fibrillazioni radicali, che stanno pensando di ritirarsi dalla competizione elettorale. Durante il sit-in al Pantheon di oggi pomeriggio, la Bonino ha lasciato intendere che potrebbe gettare la spugna. «Ci dobbiamo chiedere: è questo il Paese che vogliamo? Dobbiamo essere forti, ma non fare come se nulla fosse accaduto - ha aggiunto la Bonino - So bene che verrò derisa ed in parte vilipesa, facciano pure. Ma, se non ora, quando potremo dire che con i ladri e con i bari non si gioca? Vogliamo vivere - ha concluso - in un Paese democratico in cui tutti siano garantiti dal diritto»

Berlusconi: deluso dal Pd Il premier ha accolto con molto favore la lettera con cui napolitano motiva la sua firma al decreto. premier, che con Napolitano ha un rapporto da tempo fatto di alti e bassi come ha dimostrato lo scontro avuto nel faccia a faccia di giovedì sera, con chi gli ha parlato si è detto convinto che in questo caso il capo dello Stato abbia dimostrato grande correttezza e un comportamento davvero 'super partes'. A dimostrazione Berlusconi cita proprio il fatto che la scelta di approvare un decreto che è meramente interpretativo sia arrivata dopo il netto no del Colle a un provvedimento che riaprisse la proroga dei termini per la presentazione delle liste. Ma è soprattutto contro il Pd che il Cavaliere punta il dito, dicendosi «deluso» per l'ennesima volta dal partito di Pier Luigi Bersani che «sa soltanto dire no e inseguire Di Pietro». Berlusconi - viene spiegato - si sarebbe detto convinto che questa scelta dei democratici gli si ritorcerà contro in campagna elettorale perché - sarebbe stato il ragionamento - la maggioranza avrà buon gioco a sottolineare come sappiano difendere le istituzioni e il capo dello Stato solo quando non va contro i loro interessi.

Bersani: andremo fino alla Consulta «A partire da oggi faremo una mobilitazione anche nelle sedi giurisdizionali, i Tar sono ancora aperti, faremo una mobilitazione mi auguro fino alla Corte Costituzionale, dice il leader Pd Bersani. La giunta della regione Lazio solleverà davanti alla Corte costituzionale un conflitto di competenza con il governo per il decreto salva-liste, che lederebbe le attribuzioni della Regione. Lo ha annunciato Esterino Montino, vice presidente della giunta, alla manifestazione del centrosinistra in piazza del Pantheon.«Stamattina come Regione - ha detto Montino - abbiamo messo al lavoro un gruppo di giuristi per verificare gli estremi di un ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione con il governo». A giudizio di Montino il decreto del governo «non è solo interpretativo, ma è anche innovativo». «In base alla sentenza della Corte costituzionale del 2004 - ha proseguito - la Regione è l'unica istituzione competente per le elezioni regionali, che determinano i termini e le modalità di presentazione delle liste; e infatti dopo quella sentenza la regione varò una propria legge». «Domani - ha quindi annunciato Montino - ho convocato una seduta straordinaria della giunta alle ore 19, per approvare una proposta di delibera con cui dare mandato ai legali per adire alla Corte costituzionale». Montino ha quindi annunciato che la Regione si è costituita anche presso il Tar, dove verrà annunciata la decisione di aver sollevato il conflitto di competenza. Montino ha riferito di aver sentito Emma Bonino un'ora fa e di averla trovata d'accordo su questa decisione.

Franceschini e Finocchiaro: in Parlamento saremo duri
Il decreto interpretativo sulle regionali è un «gravissimo precedente» che avrà «conseguenze» sull'atteggiamento parlamentare del Partito democratico. Lo hanno scritto i presidenti dei guppi Pd di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, in una lettera inviata ai presidenti dei due rami del Parlamento, Gianfranco Fini e Renato Schifani. «Signori presidenti, è nostra opinione che il decreto legge ieri approvato dal governo in materia elettorale rappresenti un gravissimo precedente nella storia repubblicana -si legge-. È evidente che questo atto avrà immediate conseguenze». In concreto, dal Partito democratico si parla senza metafore di «blocco dell'attività parlamentare». Il primo passo sarà, alla Camera, l'iscrizione a parlare di numerosi deputati nella discussione sull'Agenzia per i beni sequestrati alla mafia in calendario lunedì. Stesso discorso per il voto finale sulla conversione del decreto sugli Enti locali, per non parlare dello stesso decreto 'interpretativò sulle regionali il cui iter prenderà il via proprio da Montecitorio. A finire sotto la "tagliola" del blocco del Pd, invece, al Senato sarà primo tra tutti il legittimo impedimento, atteso a palazzo Madama da martedì prossimo. Bersani ha convocato per domani sera alle 20.30 il coordinamento politico alla sede del partito in via Sant'Andrea delle Fratte: in quella sede lo stato maggiore dei democratici discuterà su come proseguire la battaglia contro il decreto dentro e fuori il Parlamento.

In  piazza il 13 marzo
Il decreto salva-liste «è un vero e proprio condono, un provvedimento che serve solo a occultare gli errori e le divisioni, a sanare il vero e proprio pasticcio combinato da una destra che pensa di vincere calpestando le regole». Per questo il Pd «e l'intero centrosinistra moltiplicheranno le iniziative elettorali per questo fine settimana». Manifestazioni si sono tenute già oggi a Roma, Milano, Torino, Bologna. Ma l'appuntamento clou organizzato dalle forze del centrosinistra è per sabato 13 marzo, con una grande manifestazione per dire no al «trucco» del Pdl.

Questo pomeriggio, alla manifestazione al Pantheon a Roma, oltre a Emma Bonino sono scesi in piazza molti big del Pd, tra cui D'Alema e Franceschini. La Bonino ha definito il decreto «uno schiaffo in faccia e un'umiliazione ai cittadini onesti, comunque abbiamo votato. Un atto demoralizzante di chi opera per la legalità, magistrati in testa».   «Il paese - ha proseguito Bonino - può capire cosa sta capitando; si sta facendo di tutti per trasformare l'Italia in una larva, in una forma senza contenuto. Oggi lo dico a voi tutti - ha detto la candidata rivolgendosi alla folla - non porsi il problema della democrazia sarebbe imprudente e irresponsabile».  Vendola ha telefonato a Bersani, assicurando la presenza in piazza il 13 marzo di Sinistra e libertà e chiedendo di allargare la protesta anche alle nuove norme che aggirano l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Al suo arrivo in piazza del Pantheon, D'Alema ha ricevuto molti applausi e qualche fischio. Al suo arrivo parte subito una selva di fischi, presto soffocata dagli applausi della piazza dove ci sono le bandiere di tutti i partiti del centrosinistra. Quindi due manifestanti lo avvicinano "minacciosi". Appartengono ai viola. Uno sventola il quotidiano «Il fatto» e urla all'esponente del Pd: «Via i furbetti del quartierino!». L'altro prima provoca D'Alema chiedendogli: «Che sei venuto a fare?». quindi lo incalza sempre più da vicino: «Non credi di avere responsabilità su quello che accade?». D'Alema alza il sopracciglio e risponde secco, neppure ascoltato dall'interlocutore: «Niente affatto». Più forti anche delle sue parole sono le grida dei manifestanti che lo difendono e ai contestatori dicono: «Ma fatela finita! andate a piazza Farnese (dove ieri ha manifestato il Pdl, ndr), quella è la vostra piazza...».

Popolo viola: domani a piazza Navona
Dopo le proteste di oggi, il popolo viola ha lanciato un tam tam per l'appuntamento di domani alle 15 a piazza Navona.  «Noi cittadini», si legge in una nota, «rivendichiamo un Paese in cui l'incompetenza e l'illegalità trovino la sanzione prevista dalla legge».

Già stamane gli esponenti del Popolo viola hanno manifestato in piazza Montecitorio per «chiedere spiegazioni al presidente della Repubblica e agli esponenti del governo sulle ragioni del decreto legge “salvaliste”. Dopo essersi sdraiati a terra davanti al Quirinale inscenando questa notte «il funerale della democrazia», i manifestanti del Popolo viola, muniti di sciarpe, magliette e bandiere, rigorosamente  viola, hanno chiesto a gran voce il rispetto delle regole contestando  il decreto che arriva a poche settimane dal voto.  «Presidente non abbiamo capito», si legge sui dei cartelli viola esposti dai manifestanti davanti alla sede del Parlamento. «Non capiamo e per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di spiegarci perchè lo abbia firmato», dicono i manifestanti, che hanno diffuso l'invito alla manifestazione anche via sms e Facebook, chiedendo di inviare una mail al Quirinale.

Di Pietro contro il Quirinale: polemiche. Antonio Di Pietro contesta duramente le firma messa dal Capo dello Stato al decreto salvaliste. «Ieri sera appena ho saputo che Napolitano aveva firmato la legge salva Pdl, che permette a chi ha violato la legge di essere riammesso alla competizione elettorale, ho pensato tra me e me, come già è avvenuto per le altre leggi ad personam, che il presidente della Repubblica si era comportato da Ponzio Pilato, lavandosene le mani», dice il leader Idv. «Poi, stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l'arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta. Allora c'è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l'impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni. Lo dico con tutto il rispetto per la sua funzione ma anche con il dovere che spetta ad una forza politica presente in parlamento che deve salvaguardare la democrazia».

Il Pd prende nettamente la distanze da Di Pietro, con numerosi big che invitano a non tirare in ballo il Capo dello Stato. «Lasciamo fuori il Presidente Napolitano. Non è il suo mestiere entrare nel merito dei decreti. Il governo ha la responsabilità di questo decreto. È a lui che bisogna rivolgersi», dice Bersani. Sulla stessa linea D'Alema:  è il Governo che porta la «responsabilità politica» del decreto 'salvalistè, il capo dello Stato ha compiuto solo un atto «istituzionale» firmando il provvedimento e le polemiche vanno indirizzate verso la maggioranza. «Nel nostro ordinamento il capo dello Stato non fa decreti, non ha la responsabilità politica dei decreti che firma, la firma è un atto istituzionale: quindi non vedo motivo di fare polemiche con il presidente della Repubblica». «Questo decreto - aggiunge D'Alema - è stato voluto e scritto dal Governo, che ne porta l'intera responsabilità politica. È nei confronti del Governo, naturalmente, che deve esercitarsi la nostra critica e la nostra opposizione». E Veltroni: «Di fronte all'enorme gravità di questo decreto di esclusiva responsabilità della destra, la cosa più sbagliata che si possa fare, una follia, è attaccare il capo dello stato . Ma dall'Idv anche il moderato capogruppo Donadi, che spesso aveva preso le distanze dagli attacchi di Di Pietro al Colle, stavolta rincara la dose:  «Il comportamento di Napolitano è simile a quello di Vittorio Emanuele III che non ebbe il coraggio di impedire la Marcia su Roma e chinò la testa. Ieri notte il presidente della Repubblica ha chinato la testa».

«La posizione dell'onorevole Di Pietro è francamente incomprensibile e comunque inaccettabile», dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini. «Evidentemente l'onorevole Di Pietro non sa o finge di non sapere che il Capo dello Stato che firma un decreto lo fa unicamente se quel decreto ha i necessari profili di costituzionalità», aggiunge Fini. «Il Capo dello Stato non entra mai nel merito del provvedimento d'urgenza varato dal governo - spiega Fini - quindi invocare addirittura l'impeachment significa perdere una buona occasione per tacere o comunque per studiare in modo più approfondito la Costituzione». In difesa del Capo dello Stato interviene anche il presidente del Senato Schifani.

«Napolitano ogni giorno che passa, vicenda dopo vicenda si dimostra un ottimo presidente della Repubblica»: lo ha detto il leader della Lega, Umberto Bossi, commentando l'ipotesi di impeachment ventilata dal leader di Idv Antonio Di Pietro dopo la firma del capo dello Stato al dl 'salvalistè. «Di Pietro non ha niente da fare. Sta sempre a sognare quella roba lì. Il capo dello Stato è stato molto equilibrato», ha aggiunto il leader del Carroccio.

Fini:  decreto è il male minore - «La via del decreto è  la scelta del male minore», ha detto Fini, spiegando che si tratta della scelta del male minore in virtù «di tutto quello che è stato detto e che si sarebbe verificato in mancanza di una interpretazione autentica della legge,  garantendo a tutti la possibilità di partecipare e agli elettori il  diritto-dovere di pronunciarsi in ragione di quello che è il  programma e di quelli che sono i comportamenti che hanno contraddistinto le parti».

Sel: noi esclusi in Lombardia ma non useremo nuove norme. «Sono indignato. sono indignato con il presidente del consiglio per i suoi trucchi elettorali, ma lo confesso con amarezza, sono indignato anche per la firma del capo dello stato. quando c'è bisogno di dire no nel merito e sulle procedure, occorre dire no»., dice Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra ecologia libertà (sel), intervenendo al sit in del popolo viola in piazza montecitorio. «In queste ore -ha proseguito- è in gioco la democrazia: le leggi, le norme si fanno alla luce del sole, non nelle ore più buie ed oscure. In Lombardia -ha detto ancora fava- la lista di Sinistra ecologia libertà non è stata ammessa in alcune provincie. e noi non intendiamo utilizzare questo decreto per sanare la nostra situazione: le regole si rispettano, e non riconosciamo un decreto che legalizza l'illegalità»
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venerdì 13 novembre 2009

Fini umiliato. Berlusconi candida Cosentino in Campania.



da Dazebao.org  |  Ancora un colpo per Gianfranco Fini assestato da Berlusconi. Il  sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl  della Campania, Nicola Cosentino, per il quale pende la richiesta di arresto per consorso esterno in associazione mafiosa,  ha reso noto che "mantiene la candidatura" a presidente della Regione. L'annuncio dopo un incontro a Palazzo Grazioli con Berlusconi che - dice Cosentino - " ha preso atto di questa posizione" e gli ha espresso "la più ampia solidarietà".

Una smentita, uno schiaffo in faccia per il presidente della Camera che proprio ieri aveva sostenuto che il sotosegretario non sarebbe stato candidato e che anche Berlusconi aveva espresso identica posizione. Cosentino sarebbe rimasto sotto se non fosse stato presentato ma, assicurava Fini, non sarebbe stato presente alle elezioni regionali di  marzo. Dagli  ambienti del presidente della Camera si faceva circolare la notizia che l'intesa fra Fini e Berlusconi sulla esclusione del  sottosegtretario dalle liste elettorali   faceva parte dell'accordo che ha portato al disegno di legge che evita al premier di essere processato.

Parlando dell'incontro con Berlusconi  chiarisce. "Gli ho spiegato le ragioni del territorio, non possono essere i procuratori  a decidere l'evoluzione democratica. Sulla mia candidatura c'è un largo consenso" e "non faccio un passo indietro". 
 Il sottosegretario ha illustrato la situazione al premier, ma lui "conosceva un po' le carte processuali".  Berlusconi ha preso atto della decisione di 
Cosentino di andare avanti e - spiega il sottosegretario "non saranno brevissimi i tempi per la scelta delle candidature". "Berlusconi - assicura - non mi ha chiesto di fare un passo indietro". 
Riferendosi  alle posizioni sostenuteda Gianfranco Fini ha detto: " E' giusto che lo faccia, ma lui deve tenere conto anche delle richieste che vengono dal territorio"

"La mia candidatura - afferma Cosentino - non nasce dal nulla, ma è espressione dell'intera regione 
Campania. Mantengo questa candidatura  perché è ancora forte e nasce dal territorio. Qualsiasi scelta diversa dovrà tenere conto delle indicazioni del territorio" E la destra fa muro attorno a Cosentino e spara palle infuocate contro il magistrati napoletani.  Trenta senatori del Pdl hanno presentato un'interrogazione urgente al ministro dellaGiustizia sollevando, così come aveva  fatto un gruppo di deputati della Camera qualche giorno fa, il problema "del clima di preoccupante conflittualità che regna presso la procura della Repubblica di Napoli". "I senatori  hanno chiesto  un'ispezione urgente alla Procura di Napoli avanzando pesanti accuse  sulla gestione di quell'ufficio.Hanno chiesto addirittura di conoscere  se" i criteri di assegnazione dei fascicoli giudiziari garantiscano l'equidistanza e l'indipendenza dei magistrati che procedono alle indagini". Insomma da accusatori i magistrati che hanno la sola colpa di esercitare  la loro funzione, di battersi contro la camorra, di mettere a nudo il torbidoi intreccio fra criminalità e certa politica t diventano per i parlamentari della maggioranza , per la corte berlusoniana, degli accusati. La riprova del potere che  in Campania come in Sicilia, in Calabria, ma anche in Lombardia, nelle regioni del Nord, hanno i clan camorristi mafiosi.

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