
L'opposizione scende in strada contro il decreto legge varato ieri dal governo per superare l'impasse delle liste elettorali di Lazio e Lombardia, mentre il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro chiede l'«impeachment» del capo dello Stato per aver firmato il provvedimento. E, poche ore dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del contestatissimo decreto, il Tar della Lombardia riammette il listino di Formigoni, che si era presentato con oltre 500 firme non valide. Lunedì la pronuncia del Tar del Lazio sulla lista Pdl di Roma.
«Il collegio ha accolto la richiesta di sospensiva emanando un provvedimento che sospende quello della Corte d'Appello riservandosi nell'ordinanza di fare una sentenza breve a giorni», ha detto un funzionario del Tar lombardo. La camera di consiglio straordinaria si è riunita stamani alle 9:30, dopo la presentazione di due ricorsi contro l'esclusione della lista dalla corsa elettorale. Il listino era stato bocciato nei giorni scorsi dalla corte d'appello di Milano a causa di irregolarità nella raccolta delle firme.
Nessun ritiro dalla competizione elettorale da parte del centro sinistra «perchè con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani commentando oggi a Genova l'ipotesi che qualche componente del centro sinistra possa ritirarsi dalle elezioni. «Capisco la scossa e il turbamento - ha detto Bersani -, soprattutto nella situazione del Lazio perchè la soluzione trovata è incredibile, tre volte incredibile. Detto questo, con l'Aventino non abbiamo mai risolto niente». Le parole di Bersani sono una risposta alle fibrillazioni radicali, che stanno pensando di ritirarsi dalla competizione elettorale. Durante il sit-in al Pantheon di oggi pomeriggio, la Bonino ha lasciato intendere che potrebbe gettare la spugna. «Ci dobbiamo chiedere: è questo il Paese che vogliamo? Dobbiamo essere forti, ma non fare come se nulla fosse accaduto - ha aggiunto la Bonino - So bene che verrò derisa ed in parte vilipesa, facciano pure. Ma, se non ora, quando potremo dire che con i ladri e con i bari non si gioca? Vogliamo vivere - ha concluso - in un Paese democratico in cui tutti siano garantiti dal diritto»
Berlusconi: deluso dal Pd Il premier ha accolto con molto favore la lettera con cui napolitano motiva la sua firma al decreto. premier, che con Napolitano ha un rapporto da tempo fatto di alti e bassi come ha dimostrato lo scontro avuto nel faccia a faccia di giovedì sera, con chi gli ha parlato si è detto convinto che in questo caso il capo dello Stato abbia dimostrato grande correttezza e un comportamento davvero 'super partes'. A dimostrazione Berlusconi cita proprio il fatto che la scelta di approvare un decreto che è meramente interpretativo sia arrivata dopo il netto no del Colle a un provvedimento che riaprisse la proroga dei termini per la presentazione delle liste. Ma è soprattutto contro il Pd che il Cavaliere punta il dito, dicendosi «deluso» per l'ennesima volta dal partito di Pier Luigi Bersani che «sa soltanto dire no e inseguire Di Pietro». Berlusconi - viene spiegato - si sarebbe detto convinto che questa scelta dei democratici gli si ritorcerà contro in campagna elettorale perché - sarebbe stato il ragionamento - la maggioranza avrà buon gioco a sottolineare come sappiano difendere le istituzioni e il capo dello Stato solo quando non va contro i loro interessi.
Bersani: andremo fino alla Consulta «A partire da oggi faremo una mobilitazione anche nelle sedi giurisdizionali, i Tar sono ancora aperti, faremo una mobilitazione mi auguro fino alla Corte Costituzionale, dice il leader Pd Bersani. La giunta della regione Lazio solleverà davanti alla Corte costituzionale un conflitto di competenza con il governo per il decreto salva-liste, che lederebbe le attribuzioni della Regione. Lo ha annunciato Esterino Montino, vice presidente della giunta, alla manifestazione del centrosinistra in piazza del Pantheon.«Stamattina come Regione - ha detto Montino - abbiamo messo al lavoro un gruppo di giuristi per verificare gli estremi di un ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione con il governo». A giudizio di Montino il decreto del governo «non è solo interpretativo, ma è anche innovativo». «In base alla sentenza della Corte costituzionale del 2004 - ha proseguito - la Regione è l'unica istituzione competente per le elezioni regionali, che determinano i termini e le modalità di presentazione delle liste; e infatti dopo quella sentenza la regione varò una propria legge». «Domani - ha quindi annunciato Montino - ho convocato una seduta straordinaria della giunta alle ore 19, per approvare una proposta di delibera con cui dare mandato ai legali per adire alla Corte costituzionale». Montino ha quindi annunciato che la Regione si è costituita anche presso il Tar, dove verrà annunciata la decisione di aver sollevato il conflitto di competenza. Montino ha riferito di aver sentito Emma Bonino un'ora fa e di averla trovata d'accordo su questa decisione.
Franceschini e Finocchiaro: in Parlamento saremo duri Il decreto interpretativo sulle regionali è un «gravissimo precedente» che avrà «conseguenze» sull'atteggiamento parlamentare del Partito democratico. Lo hanno scritto i presidenti dei guppi Pd di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, in una lettera inviata ai presidenti dei due rami del Parlamento, Gianfranco Fini e Renato Schifani. «Signori presidenti, è nostra opinione che il decreto legge ieri approvato dal governo in materia elettorale rappresenti un gravissimo precedente nella storia repubblicana -si legge-. È evidente che questo atto avrà immediate conseguenze». In concreto, dal Partito democratico si parla senza metafore di «blocco dell'attività parlamentare». Il primo passo sarà, alla Camera, l'iscrizione a parlare di numerosi deputati nella discussione sull'Agenzia per i beni sequestrati alla mafia in calendario lunedì. Stesso discorso per il voto finale sulla conversione del decreto sugli Enti locali, per non parlare dello stesso decreto 'interpretativò sulle regionali il cui iter prenderà il via proprio da Montecitorio. A finire sotto la "tagliola" del blocco del Pd, invece, al Senato sarà primo tra tutti il legittimo impedimento, atteso a palazzo Madama da martedì prossimo. Bersani ha convocato per domani sera alle 20.30 il coordinamento politico alla sede del partito in via Sant'Andrea delle Fratte: in quella sede lo stato maggiore dei democratici discuterà su come proseguire la battaglia contro il decreto dentro e fuori il Parlamento.
In piazza il 13 marzo Il decreto salva-liste «è un vero e proprio condono, un provvedimento che serve solo a occultare gli errori e le divisioni, a sanare il vero e proprio pasticcio combinato da una destra che pensa di vincere calpestando le regole». Per questo il Pd «e l'intero centrosinistra moltiplicheranno le iniziative elettorali per questo fine settimana». Manifestazioni si sono tenute già oggi a Roma, Milano, Torino, Bologna. Ma l'appuntamento clou organizzato dalle forze del centrosinistra è per sabato 13 marzo, con una grande manifestazione per dire no al «trucco» del Pdl.
Questo pomeriggio, alla manifestazione al Pantheon a Roma, oltre a Emma Bonino sono scesi in piazza molti big del Pd, tra cui D'Alema e Franceschini. La Bonino ha definito il decreto «uno schiaffo in faccia e un'umiliazione ai cittadini onesti, comunque abbiamo votato. Un atto demoralizzante di chi opera per la legalità, magistrati in testa». «Il paese - ha proseguito Bonino - può capire cosa sta capitando; si sta facendo di tutti per trasformare l'Italia in una larva, in una forma senza contenuto. Oggi lo dico a voi tutti - ha detto la candidata rivolgendosi alla folla - non porsi il problema della democrazia sarebbe imprudente e irresponsabile». Vendola ha telefonato a Bersani, assicurando la presenza in piazza il 13 marzo di Sinistra e libertà e chiedendo di allargare la protesta anche alle nuove norme che aggirano l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Al suo arrivo in piazza del Pantheon, D'Alema ha ricevuto molti applausi e qualche fischio. Al suo arrivo parte subito una selva di fischi, presto soffocata dagli applausi della piazza dove ci sono le bandiere di tutti i partiti del centrosinistra. Quindi due manifestanti lo avvicinano "minacciosi". Appartengono ai viola. Uno sventola il quotidiano «Il fatto» e urla all'esponente del Pd: «Via i furbetti del quartierino!». L'altro prima provoca D'Alema chiedendogli: «Che sei venuto a fare?». quindi lo incalza sempre più da vicino: «Non credi di avere responsabilità su quello che accade?». D'Alema alza il sopracciglio e risponde secco, neppure ascoltato dall'interlocutore: «Niente affatto». Più forti anche delle sue parole sono le grida dei manifestanti che lo difendono e ai contestatori dicono: «Ma fatela finita! andate a piazza Farnese (dove ieri ha manifestato il Pdl, ndr), quella è la vostra piazza...».
Popolo viola: domani a piazza Navona Dopo le proteste di oggi, il popolo viola ha lanciato un tam tam per l'appuntamento di domani alle 15 a piazza Navona. «Noi cittadini», si legge in una nota, «rivendichiamo un Paese in cui l'incompetenza e l'illegalità trovino la sanzione prevista dalla legge».
Già stamane gli esponenti del Popolo viola hanno manifestato in piazza Montecitorio per «chiedere spiegazioni al presidente della Repubblica e agli esponenti del governo sulle ragioni del decreto legge “salvaliste”. Dopo essersi sdraiati a terra davanti al Quirinale inscenando questa notte «il funerale della democrazia», i manifestanti del Popolo viola, muniti di sciarpe, magliette e bandiere, rigorosamente viola, hanno chiesto a gran voce il rispetto delle regole contestando il decreto che arriva a poche settimane dal voto. «Presidente non abbiamo capito», si legge sui dei cartelli viola esposti dai manifestanti davanti alla sede del Parlamento. «Non capiamo e per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di spiegarci perchè lo abbia firmato», dicono i manifestanti, che hanno diffuso l'invito alla manifestazione anche via sms e Facebook, chiedendo di inviare una mail al Quirinale.
Di Pietro contro il Quirinale: polemiche. Antonio Di Pietro contesta duramente le firma messa dal Capo dello Stato al decreto salvaliste. «Ieri sera appena ho saputo che Napolitano aveva firmato la legge salva Pdl, che permette a chi ha violato la legge di essere riammesso alla competizione elettorale, ho pensato tra me e me, come già è avvenuto per le altre leggi ad personam, che il presidente della Repubblica si era comportato da Ponzio Pilato, lavandosene le mani», dice il leader Idv. «Poi, stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l'arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta. Allora c'è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l'impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni. Lo dico con tutto il rispetto per la sua funzione ma anche con il dovere che spetta ad una forza politica presente in parlamento che deve salvaguardare la democrazia».
Il Pd prende nettamente la distanze da Di Pietro, con numerosi big che invitano a non tirare in ballo il Capo dello Stato. «Lasciamo fuori il Presidente Napolitano. Non è il suo mestiere entrare nel merito dei decreti. Il governo ha la responsabilità di questo decreto. È a lui che bisogna rivolgersi», dice Bersani. Sulla stessa linea D'Alema: è il Governo che porta la «responsabilità politica» del decreto 'salvalistè, il capo dello Stato ha compiuto solo un atto «istituzionale» firmando il provvedimento e le polemiche vanno indirizzate verso la maggioranza. «Nel nostro ordinamento il capo dello Stato non fa decreti, non ha la responsabilità politica dei decreti che firma, la firma è un atto istituzionale: quindi non vedo motivo di fare polemiche con il presidente della Repubblica». «Questo decreto - aggiunge D'Alema - è stato voluto e scritto dal Governo, che ne porta l'intera responsabilità politica. È nei confronti del Governo, naturalmente, che deve esercitarsi la nostra critica e la nostra opposizione». E Veltroni: «Di fronte all'enorme gravità di questo decreto di esclusiva responsabilità della destra, la cosa più sbagliata che si possa fare, una follia, è attaccare il capo dello stato . Ma dall'Idv anche il moderato capogruppo Donadi, che spesso aveva preso le distanze dagli attacchi di Di Pietro al Colle, stavolta rincara la dose: «Il comportamento di Napolitano è simile a quello di Vittorio Emanuele III che non ebbe il coraggio di impedire la Marcia su Roma e chinò la testa. Ieri notte il presidente della Repubblica ha chinato la testa».
«La posizione dell'onorevole Di Pietro è francamente incomprensibile e comunque inaccettabile», dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini. «Evidentemente l'onorevole Di Pietro non sa o finge di non sapere che il Capo dello Stato che firma un decreto lo fa unicamente se quel decreto ha i necessari profili di costituzionalità», aggiunge Fini. «Il Capo dello Stato non entra mai nel merito del provvedimento d'urgenza varato dal governo - spiega Fini - quindi invocare addirittura l'impeachment significa perdere una buona occasione per tacere o comunque per studiare in modo più approfondito la Costituzione». In difesa del Capo dello Stato interviene anche il presidente del Senato Schifani.
«Napolitano ogni giorno che passa, vicenda dopo vicenda si dimostra un ottimo presidente della Repubblica»: lo ha detto il leader della Lega, Umberto Bossi, commentando l'ipotesi di impeachment ventilata dal leader di Idv Antonio Di Pietro dopo la firma del capo dello Stato al dl 'salvalistè. «Di Pietro non ha niente da fare. Sta sempre a sognare quella roba lì. Il capo dello Stato è stato molto equilibrato», ha aggiunto il leader del Carroccio.
Fini: decreto è il male minore - «La via del decreto è la scelta del male minore», ha detto Fini, spiegando che si tratta della scelta del male minore in virtù «di tutto quello che è stato detto e che si sarebbe verificato in mancanza di una interpretazione autentica della legge, garantendo a tutti la possibilità di partecipare e agli elettori il diritto-dovere di pronunciarsi in ragione di quello che è il programma e di quelli che sono i comportamenti che hanno contraddistinto le parti».
Sel: noi esclusi in Lombardia ma non useremo nuove norme. «Sono indignato. sono indignato con il presidente del consiglio per i suoi trucchi elettorali, ma lo confesso con amarezza, sono indignato anche per la firma del capo dello stato. quando c'è bisogno di dire no nel merito e sulle procedure, occorre dire no»., dice Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra ecologia libertà (sel), intervenendo al sit in del popolo viola in piazza montecitorio. «In queste ore -ha proseguito- è in gioco la democrazia: le leggi, le norme si fanno alla luce del sole, non nelle ore più buie ed oscure. In Lombardia -ha detto ancora fava- la lista di Sinistra ecologia libertà non è stata ammessa in alcune provincie. e noi non intendiamo utilizzare questo decreto per sanare la nostra situazione: le regole si rispettano, e non riconosciamo un decreto che legalizza l'illegalità»