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mercoledì 10 febbraio 2010

nel nome del padre

Quando una battaglia antimafia è condotta con il contributo decisivo della testimonianza di Ciancimino jr è meglio essere molto prudenti. Soprattutto perché l'impressione che si può trarre dalle dichiarazioni che il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo sta facendo nel corso del processo al generale Mori è che a parlare sia soprattutto il padre, attraverso i ricordi del figlio. A un certo punto addirittura Massimo Ciancimino ha provato a tenere fuori dalla responsabilità del sacco di Palermo don Vito, che invece com'è noto ne è stato il principale protagonista.
Così a proposito della nascita di Forza Italia che Ciancimino ricostruisce come il frutto di una trattativa tra lo stato e la mafia viene da dire che sicuramente la genesi del partito berlusconiano è stata una vicenda ben più complessa. Che ha avuto a che fare con la scomposizione delle vecchie forze di governo, in rotta per le inchieste di mani pulite, e con la ricomposizione di parte di quelle forze attorno a un progetto che possiamo sbrigativamente chiamare di modernizzazione in chiave efficentista. Non c'è dubbio che, specialmente nel Mezzogiorno, quelle forze avevano in buona parte già incorporato la mafia e che dunque Cosa nostra è entrata si potrebbe dire naturalmente dentro il progetto di Silvio Berlusconi. Attribuire quindi la nascita di Forza Italia alla realizzazione di un patto con la mafia mi pare assai riduttivo, sostenere invece che la mafia abbia partecipato a quell'impresa seguendola da vicino e persino costituendone un pezzo importante è un'ipotesi più che plausibile. Indimenticabile e chiarissimo il risultato delle elezioni politiche del 2001 quando il Popolo della libertà vinse in Sicilia 61 seggi a 0.
Al di là delle semplificazioni, dunque, fa male il ministro Alfano a definire le parole di Massimo Ciancimino «agguato al governo» e appare addirittura goffo nel sostenere che «mai abbiamo avuto la sensazione che Forza Italia possa aver avuto collegamenti con la mafia» solo ricordando che uno dei suoi fondatori, in Sicilia e nel resto d'Italia, Marcello Dell'Utri, è stato condannato in primo grado per concorso esterno a Cosa nostra. Si tratta del resto dello stesso ministro che in queste ore ha annunciato un decreto legge per riportare la competenza dei processi di mafia ai tribunali per sterilizzare una sentenza della Cassazione che dopo la legge Cirielli (votata dal centrodestra) rischia altrimenti di annullare molti processi ai boss mafiosi. Peccato che sempre Alfano abbia presentato in parlamento un progetto di legge di riforma della procedura penale dove si torna ad attribuire, così come ha sentenziato la Cassazione, la competenza dei processi per associazione mafiosa alle corti d'assise.

lunedì 7 dicembre 2009

La mafia non esiste ma anche sì


E si gridava “Fuori la mafia dallo stato.” Quale mafia? La mafia non esiste, disse un giorno il tizio più colluso degli ultimi 150 anni. Dopo venne un altro signore, che si chiamava lunardi. Era un imprenditore, uno di quelli che aveva le macchine per fare le gallerie. Lo fecero ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Venne l’epoca così delle gallerie, delle montagne da perforare, del territorio da violentare. Lui lo sapeva che la mafia c’era, infatti un giorno ebbe a dire che “con la mafia bisognava conviverci.”Anche il tizio colluso dovette ricredersi: la mafia – forse – esiste. Ma solo un po’ e non è poi così male. Aveva anche provato a spiegarlo al suo popolo, quello diverso dal nostro, stando seduto davanti a una delle sue telecamere: aveva detto che in fondo gli ambientalisti erano peggiori dei mafiosi. Erano loro i veri criminali, perché col loro no, impedivano lo sviluppo del paese, mentre i mafiosi almeno lasciavano lavorare.

Purtroppo però, la storia è difficile da mandare a memoria perché non la sia apprende più dai libri di testo. Ormai la storia si chiama fiction, e te la racconta la televisione, riveduta e corretta a seconda di chi dà l’ordine di erudire il telespettatore. Quando qualcuno si azzarda a “farla” la storia, e qualche altro si affanna a scriverla, ecco che parte la macchina della propaganda, a sbanchettare, camuffare, correggere e censurare.

Spatuzza testimonia a un processo contro un senatore della Repubblica? No. Spatuzza sputtana l’Italia, e per forza di cose, se credi a Spatuzza sei un anti italiano. E non basta. Se fai parte di quel popolo libero, che non appartiene al tizio della cupola del consiglio, e decidi di andare in piazza per gridare tutta la tua rabbia rischiando di godere di cinque minuti di visibilità, la macchina della propaganda si fa più audace e decisa, così che, mentre tu sei là, e ancora cerchi di orientarti in mezzo a una calca che ti sorprende, la televisione annuncia che due mafiosi di grosso calibro sono appena stati arrestati, e che ormai la guerra alla mafia – che forse esiste o forse no – è quasi vinta. Così, anziché sentirsi maggiormente oltraggiati, supponendo che questi bastardi da tempo lasciassero liberi due mafiosi, tenendoli al sicuro come jolly da calare in una partita di carte, in tanti elaboreranno il risultato dell’equazione: “Visto? La più bella risposta alle calunnie.”

E mentre sei ancora là, sempre schiacciato dalla folla, e cerchi un piccolo spazio libero per fermarti, godere della vista e riposare un momento prima di continuare, la propaganda vola a Torino, perché il super treno, super veloce sta per fare il suo primo viaggio, recando a bordo il padrino e i suoi picciotti anche padani. Tagli di nastri, strette di mano. Tanti applausi, qualche fischio. Qualche? E allora che sia. Se vi piace la storia per immagini, e non avete voglia di leggerla, andate a studiarla su You tube.


Rita Pani (APOLIDE)


Video-dichiarazione del pentito Spatuzza






venerdì 4 dicembre 2009

Spatuzza chiama in causa Silvio




La deposizione dell'ex killer di Cosa Nostra al processo Dell'Utri. Racconta le stragi del '93 e afferma: “Grazie a lui ci siamo messi il paese tra le mani”. Dell’Utri: “La mafia vuol fare cadere il governo”. Berlusconi: “Solo assurdità”
“Ci garantisce quello di Canale 5”. Con questa frase l'ex affiliato di Cosa Nostra, Gaspare Spatuzza, ha introdotto oggi (4 dicembre) il passaggio sul presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A Torino è stato il giorno della sua deposizione nel processo d’appello al senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’intervento, già annunciato da tempo, sono state ricostruite le dinamiche delle stragi di mafia del 1993. Il "collaboratore" della giustizia e pluriomicida Spatuzza ha fatto i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, come referenti della mafia nelle istituzioni. In particolare, sulla nascita della sua attività imprenditoriale e sul periodo dell'ingresso in politica.

Spatuzza, affiliato alla famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo, era killer della cosca alle dipendenze dei fratelli Graviano. Il collaboratore di giustizia ha riferito: “Giuseppe Graviano mi fece il nome di Berlusconi e mi disse che grazie a lui e al compaesano nostro (Marcello Dell’Utri, ndr) ci eravamo messi il paese tra le mani. Graviano mi disse che avevamo ottenuto tutto – ha aggiunto - e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro ‘crasti’ socialisti, che avevano preso i voti dell'88 e '89 e poi ci avevano fatto la guerra”. Il colloquio sarebbe avvenuto nel 1994, in un bar di via Veneto a Roma, prima dell’attentato fallito allo stadio Olimpico contro i carabinieri. “I timori di parlare di Berlusconi erano e sono tanti”, ha rivelato, tornando sull’argomento in risposta alle domande della difesa: “Ho deciso di togliere gli omissis sulle stragi del '92 e '93, dopo l'ammissione al programma pentiti. Prima di quella data, ai pm non parlai mai dei nomi dell’interlocutore politico dei Graviano”. La prima volta ne ha parlato nel giugno di quest’anno.

In generale, nell’aula bunker è stata rievocata tutta la stagione delle stragi. Dagli anni ’80 al 2000, ha esordito Spatuzza, “ho fatto parte di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa Nostra”. Nel 1987, ha raccontato, il boss “mi disse di sostenere i candidati socialisti alle elezioni, all’epoca il capolista era Claudio Martelli”. Ma poi, a quanto riferito, l’organizzazione mafiosa non era soddisfatta del loro atteggiamento politico. Le stragi di Capaci e via d’Amelio “sono stragi che ci appartengono, mentre l’attentato di Firenze non ci appartiene”. Allo stadio Olimpico, invece, la criminalità organizzata voleva colpire i carabinieri “con un attentato in stile talebani”, ma all’ultimo momento “il telecomando non funzionò”. Nel 1991 il “colonnello” di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, era a Roma per compiere tre omicidi: Giovanni Falcone, Maurizio Costanzo e proprio Claudio Martelli, che dovevano essere uccisi “con armi leggere”.

Gaspare Spatuzza è in carcere per sette stragi e circa quaranta omicidi. Lo ha ricordato lui stesso rispondendo alla difesa.

Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere l’11 dicembre 2004.

Il processo continua l’11 dicembre a Palermo con i fratelli Graviano in videoconferenza.

Dell’Utri, la mafia vuole far cadere il governo
Un’udienza – attesa da tempo – che si è svolta in un clima di tensione. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel fuorionda di pochi giorni fa aveva parlato delle affermazioni di Spatuzza come “una bomba atomica”. E Marcello Dell’Utri, che era oggi in aula, prima del dibattimento si è fermato a parlare con i cronisti: “Spatuzza ha interesse a buttare giù il governo che gli lotta contro – ha detto -, non è un pentito dell'antimafia, ma della mafia. Sono tranquillo ma assisto ad uno spettacolo incredibile”. Poi la difesa ha chiesto di revocare la deposizione del pentito. L’ammissione è stata contestata sollevando un’eccezione di legittimità costituzionale, respinta dai giudici dopo una breve seduta in camera di consiglio.

A quanto riferiscono fonti di agenzia, anche Berlusconi si sarebbe soffermato sulla questione, nel corso del Cdm: “Sono accuse che si commentano da sole – avrebbe detto -, in Italia non c’è nessuno disposto a credere a questa assurdità. Sono cose che fanno soltanto ridere”.

Bersani, spetta ai giudici valutare
Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, si è limitato a commentare: “Tocca ai giudici valutare le dichiarazioni di un pentito, non c’è altro da aggiungere”.

Sinistra, Berlusconi si dimetta subito
Per la sinistra radicale Berlusconi deve dimettersi subito. Lo ha detto Orazio Licandro, membro della segreteria del Pdci e componente della Commissione Antimafia: sono dichiarazioni “di una gravità inaudita, che costringono a una nuova lettura della transizione politica italiana. A prescindere da ogni altra considerazione, Berlusconi non può restare un minuto di più a Palazzo Chigi”. La stessa richiesta arriva dai Verdi attraverso il presidente, Angelo Bonelli: “Chiediamo che Berlusconi si dimetta immediatamente e si difenda nei processi come un qualsiasi altro cittadino”. Infine per l’eurodeputato dell’Idv, Luigi De Magistris, non è vero che l'esecutivo combatte la criminalità: “Non sta in piedi il tentativo di depotenziare la forza del processo Dell’Utri facendo riferimento alla presunta lotta al crimine, perché questa lotta non esiste”.

lunedì 30 novembre 2009

De Magistris: Mafia Dell'Utri non può essere solo esterno




Roma. "Se il coinvolgimento di un politico o di un imprenditore con le associazioni mafiose non è di tipo occasionale, bensì un contributo causale di un certo rilievo non si può più parlare di concorso esterno ma di una partecipazione attiva al delitto che fa riferimento al 416bis".
Lo ha detto Luigi de Magistris, parlamentare europeo dell'Italia dei Valori, alla trasmissione Klauscondicio condotta da Klaus Davi, commentando le ultime rivelazioni dei pentiti sui presunti coinvolgimenti del senatore Marcello Dell'Utri nell'attività della cosca dei Brancaccio. "Detto questo, vorrei ribadire - dice - che le inchieste le fa la magistratura e i pm sono gli unici titolati a dare giudizi di valore sugli sviluppi di una inchiesta. Osservo tuttavia che Dell'Utri è stato già condannato a 9 anni in primo grado per concorso in fatti relativi al 416 bis, quindi non parliamo di sospetti e illazioni. Se le indagini dovessero dimostrare un rapporto organico fra dell'Utri in qualità di rappresentante di Forza Italia e la galassia mafiosa, non c'é dubbio che non si tratterebbe di un coinvolgimento 'esterno'' "Mai come in questo periodo - ha aggiunto De Magistris - abbiamo le condizioni ideali per raggiungere una verità processuale importante perché più procure della Repubblica stanno lavorando con magistrati di acclarata onesta. Quindi, lasciamoli lavorare in tutte le direzioni investigative anche in quella di presunti rapporti fra dell'Utri e la ndrangheta. C'é ansia di giustizia e verità". "Non ho dubbi che con la frase 'Mangano e' un eroé Dell'Utri intendeva lanciare un messaggio al pubblico giovane, vale a dire 'Viva la Mafia'. Lo stesso dicasi per Berlusconi quando dice che strozzerebbe gli ideatori della Piovra, intende la stessa cosa. Comunque Dell'Utri non è mai stato 'scaricato' da Berlusconi", ha concluso De Magistris


sabato 28 novembre 2009

Silvio e i soldi degli inizi, l'asso nella manica dei Gaviano



Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".
"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).

Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.

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