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lunedì 30 agosto 2010

Moldova/ Comunisti pongono termine a boicottaggio Parlamento


Roma, 27 ago. (Apcom-Nuova Europa) - Il Partito comunista della Moldova, all'opposizione nonostante sia la compagine di maggioranza relativa, ha annunciato di aver posto termine al suo boicottaggio dei lavori parlamentari. Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Interfax.
L'Esecutivo del Comitato centrale del partito "ha ordinato al gruppo parlamentare del Partito comunista della Moldova di riprendere la sua attiva partecipazione alle sessioni plenarie del Parlamento, per seguire in maniera stretta la situazione, per usare attivamente la tribuna parlamentare per informare la società moldava ed europea delle vergognose tendenze

1° Festa Nazionale della Federazione della Sinistra - Programma



In direzione ostinata e contraria

anticipazione del programma della festa


GIOVEDÌ 2 SETTEMBRE

ore 19.30:
Normal 0 14 Normal 0 14 Il fallimento di Alemannodibattito con A. Catarci (Pres. XI Municipio), P. Berdini (Urbanista), M. Causi(Deputato PD),  L. Mazzoli (Segretario Generale FP CGIL Lazio), R. Giulioli (Fed. della sinistra- Roma). Coordina M. Rosati (Esecutivo Fed. della sinistra-Roma).
ore 22.00: Fleur du Mal - concerto

VENERDÌ 3 SETTEMBRE

ore 18.00: Normal 0 14 Diritti, partecipazione, servizi, vivibilità: progettiamo insieme il Municipio III
ore 19.30: Normal 0 14 Fuochi di guerra in medi oriente. Il fallimento di Obama

domenica 2 maggio 2010

I comunisti eretici oscurati dal Pci


Avvenire

Quando, nel 1930, Amadeo Bordiga fu espulso dal Partito comunista d’Italia, gli stessi fascisti al potere – che già avevano inflitto a Bordiga un arresto e tre anni di confino – sulle prime non ci credettero: era il fondatore del partito, suo primo segretario, già direttore de "Il comunista", membro dell’esecutivo dell’Internazionale. Ma espulso, perché "eretico". I partiti comunisti, e quello italiano in particolare, sono stati spesso accostati in metafora a una Chiesa, con le loro liturgie, le loro gerarchie e soprattutto i loro dogmi.

Bordiga ne aveva infranti parecchi, nei convulsi anni della nascita del Partito comunista italiano – che coincidevano con la presa del potere da parte dei fascisti. Uno su tutti: aveva pubblicamente messo in discussione l’infallibilità del Capo. Durante il VII esecutivo dell’Internazionale, nel febbraio del 1926, aveva apostrofato Stalin in persona, accusandolo di anteporre l’interesse nazionale russo a quello del movimento comunista internazionale. Stalin lo fulminò invocando il "perdono divino" su Bordiga, che tuttavia evidentemente quello umano non riuscì a spuntarlo: espulso dal partito all’immediato scadere del suo confino, nel 1930 quando aveva addirittura osato difendere Trotsky – pure senza condividere le sue idee –, visse poi nel silenzio, in una sorta di esilio interno, fino alla morte, che lo colse nel 1970.

E, paradossalmente, quello di Bordiga è il caso più noto. Il ponderoso volume 
L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, ne allinea numerosi altri; quelli italiani, tutti accomunati dalla scelta antistalinista. Un peccato inespiabile, mezzo crimine ideologico mezza lesa maestà, che ha condannato i suoi sostenitori alla peggiore pena possibile per un pensatore: il silenzio intorno alle proprie opere.

Eccezion fatta per gli specialisti della storia del comunismo, per il pubblico – anche quello colto – il pensiero marxista italiano si esaurisce lungo la linea Gramsci-Togliatti-Berlinguer, esplicitamente e consapevolmente scelta dal partito anche a costo di forzature, omissioni e giochi di prestigio. Invece, all’elaborazione ideologica della sinistra italiana nella prima metà del Novecento contribuì un eterogeneo insieme di personalità autonome, indipendenti, anche audaci, ma che il comune non allineamento alle posizioni bolscevico-staliniste del partito condannò all’isolamento in vita e all’oblio dopo la morte.

Come il socialista Andrea Caffi, pioniere della lotta rivoluzionaria fin dalla sua partecipazione ai moti russi del 1905, poi critico della prim’ora all’autoritarismo dei bolscevichi di Lenin tanto da finire, nel 1920, prigioniero della Ceka alla Lubjanka; riparato a Parigi, fu tra i primi animatori dell’antifascismo di Giustizia e libertà fino a quando non ruppe anche con Carlo Rosselli. O come l’anarchico Camillo Berneri, che già nel 1915 aveva abbandonato il Partito socialista (che allora includeva ancora la componente comunista, staccatasi solo nel 1921) accusandolo di essersi fatto accecare da una fede assoluta nel mito rivoluzionario anche a costo di cedere ai compromessi del "gradualismo"; tra i pochi antifascisti italiani capaci, negli anni Trenta, di contestare coerentemente sia i totalitarismi di destra sia quelli di sinistra, finì ucciso dai miliziani stalinisti durante la Guerra civile spagnola. Ma anche come un comunista a tutto tondo come Angelo Tasca: fondatore con Gramsci, Togliatti e Terracini de "L’ordine nuovo", tra i promotori nel ’21 della scissione dei comunisti dal Partito socialista, membro del comitato centrale del Pci e rappresentante dell’Internazionale comunista, cadde in disgrazia nel 1929, quando entrò in contrasto con Stalin, che accusava essere il «liquidatore dello spirito e delle conquiste della Rivoluzione d’ottobre». Il dittatore sovietico e il comunista italiano si presero ripetutamente a male parole, e Tasca fu espulso dal partito.

«Eretico per predestinazione», come lui stesso si definiva, negli anni Trenta andò elaborando un proprio originale contributo al pensiero politico della sinistra, proponendo – scrive Daniela Muraca nel suo contributo su Tasca a 
L’età del comunismo sovietico – «il superamento delle gabbie ideologiche, concettuali e semantiche del modello marxista come un passaggio imprescindibile per una rifondazione del socialismo, operata sulla base di un umanesimo innervato dei valori della tradizione cristiana, sul rifiuto della teoria classista e sul recupero della considerazione dell’individuo in quanto persona».

Si avvicinò così all’abbazia di Poligny, cenacolo intellettuale e fucina dei "cattolici in ricerca" che gravitavano intorno a Paul Desjardins, e affinò via via la sua concezione "umanistica" del socialismo. Una concezione che aveva sempre meno punti in contatto con quella del Partito comunista che pure aveva contribuito a fondare, e del quale già negli anni Trenta denunciava con lucidità «i rapporti di subordinazione all’Urss». Nel dopoguerra fu il primo a smascherare la falsità del mito che il Pci ufficiale poneva alle sue origini, tutte fatte risalire al binomio Gramsci-Togliatti. E il partito non gliela perdonò: ci fu chi gli diede apertamente del fascista, e Tasca finì la sua carriera a fare il consulente – "esperto di comunismo" – per la Nato.

LE FIGURE

Amadeo Bordiga. Napoletano classe 1889, negli anni Dieci si segnalò per l’intransigente opposizione al clientelarismo meridionale prima e per il neutralismo poi. Membro del Psi dal ’10, dopo la Grande guerra fu a capo della frazione comunista, che nel Congresso di Livorno del ’21 guidò alla scissione. Primo segretario del Pci, ne fu espulso nel ’30 e si ritirò dalla politica attiva. Morì dimenticato nel ’70.
Andrea Caffi. Nato (nel 1887) e cresciuto a Pietroburgo, partecipò alla rivoluzione del 1905. Dopo la guerra si scontrò con il regime bolscevico. Esule prima a Roma e infine a Parigi, morì in solitudine nel ’55.
Camillo Berneri. Nato a Lodi nel 1897, militò nel Psi fino al ’15, quando entrò nel movimento anarchico. In trincea durante la guerra, inviato al confino nel ’19, nel ’36 si sposta in Spagna per contribuire alla Guerra civile. Fu ucciso dagli stalinisti a Barcellona nel ’37.
Ante Ciliga. Istriano di Marzana, Ciliga (1989-1992) fu segretario del Partito comunista croato. Inviato a Mosca come docente alla Scuola di partito, nel ’29 partecipa alla "rivolta" contro la politica jugoslava del Comintern. Deportato in Siberia, ripara a Parigi e, nel dopoguerra, a Roma, dove vive nell’indifferenza fino al ’90, quando torna in patria di nuovo indipendente.
Angelo Tasca. Nato nel 1892, cuneese, nel ’19 fondò "L’ordine nuovo" e nel ’21 aderì al Pci. A Mosca per l’Internazionale comunista nel ’28, nel ’29 si scontra con Stalin e viene espulso. A Parigi si avvicinò prima al "Monde" di Barbusse, poi all’abbazia di Poligny e ai socialisti francesi. Aderisce inizialmente a Vichy, salvo poi - disilluso - aiutare i partigiani francesi. Dopo la guerra abbandona la politica attiva; muore a Parigi nel ’60.
Bruno Rizzi. Mantovano di Poggio Rusco, classe 1901, dal Pci migrò negli anni Trenta verso il trotskismo. Contestatore sociale nel ’68 e in seguito vicino agli anarco-situazionisti, morì nel ’77.

Edoardo Castagna



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IL PARTITO COMUNISTA di Antonio Gramsci


Parte prima




Dopo il Sorel è divenuto luogo comune riferirsi alle primitive comunità cristiane per giudicare il movimento proletario moderno. Occorre subito dire che il Sorel non è in modo alcuno responsabile della grettezza e della rozzezza spirituale dei suoi ammiratori italiani, come Carlo Marx non è responsabile delle assurde pretese ideologiche dei “marxisti”. Sorel è, nel campo della ricerca storica, un “inventore”, egli non può essere imitato, egli non pone al servizio dei suoi aspiranti discepoli un metodo che possa sempre e da tutti applicarsi meccanicamente con risultati di scoperte intelligenti. Per il Sorel, come per la dottrina marxista, il cristianesimo rappresenta una rivoluzione nella pienezza del suo sviluppo, una rivoluzione cioè che è giunta alle sue estreme conseguenze, fino alla creazione di un nuovo ed originale sistema di rapporti morali, giuridici, filosofici, artistici; assumere questi risultati come schemi ideologici di “ogni” rivoluzione, ecco il rozzo e inintelligente tradimento della intuizione storica soreliana, la quale può dare solo origine a una serie di ricerche storiche sui “germi” di una civiltà proletaria che “devono” esistere, se è vero (come è vero per il Sorel) che la rivoluzione proletaria è immanente nel seno della società industriale moderna, e se è vero che anche da essa risulterà una regola di vita originale e un sistema di rapporti assolutamente nuovi, caratteristici della classe rivoluzionaria. Che significato può dunque avere l’affermazione che, a differenza dei primi cristiani, gli operai non sono casti, non sono temperati, non sono originali nel loro metodo di vita? A parte la generalizzazione dilettantesca, per cui gli “operai metallurgici torinesi” ti diventano un’accozzaglia di bruti, che ogni giorno mangiano un pollo arrosto, che ogni notte si ubriacano nei postriboli, che non amano la famiglia, che ricercano nel cinematografo e nell’imitazione scimmiesca delle abitudini borghesi la soddisfazione dei loro ideali di bellezza e di vita morale – a parte questa generalizzazione dilettantesca e puerile, l’affermazione non può affatto diventare presupposto di un giudizio storico: essa equivarrebbe, nell’ordine dell’intelligenza storica, a quest’altra: poiché i cristiani moderni mangiano polli, vanno a donne, si ubriacano, dicono falso testimonio, sono adulteri ecc. ecc., perciò è una leggenda che siano esistiti gli asceti, i martiri, i santi. Ogni fenomeno storico, insomma, deve essere studiato per i suoi caratteri peculiari, nel quadro della attualità reale, come sviluppo della “libertà” che si manifesta in finalità, in istituti, in forme che non possono essere assolutamente confuse e paragonate (altro che metaforicamente) con la finalità, gli istituti, le forme dei fenomeni storici passati. Ogni rivoluzione, la quale, come la cristiana e come la comunista, si attua e può solo attuarsi con un sommovimento delle più profonde e vaste masse popolari, non può che spezzare e distruggere tutto il sistema esistente di organizzazione sociale; chi può immaginare e prevedere le conseguenze immediate che provocherà l’apparizione nel campo della distruzione e della creazione storica delle sterminate moltitudini che oggi non hanno volontà e il potere? Esse, perché non hanno mai “voluto e potuto”, pretenderanno vedere materializzati in ogni atto pubblico e privato la volontà e il potere conquistato; esse troveranno misteriosamente ostile tutto l’esistente e vorranno distruggerlo dalle fondamenta; ma appunto per questa immensità della rivoluzione, per questo suo carattere di imprevedibilità e di sconfinata libertà, chi può arrischiare anche una sola ipotesi definitiva sui sentimenti, sulle passioni, sulle iniziative, sulle virtù che si foggeranno in una tale fucina incandescente? Ciò che oggi esiste, ciò che oggi noi vediamo, all’infuori della nostra volontà e della nostra forza di carattere, quali mutamenti potrà subire? Ogni giorno di una tale intensa vita non sarà una rivoluzione? Ogni mutamento nelle coscienze individuali, in quanto ottenuto simultaneamente per tutta l’ampiezza della massa popolare, non avrà risultati inimmaginabili?



Niente può essere preveduto, nell’ordine della vita morale e dei sentimenti, partendo dalle constatazioni attuali. Un solo sentimento, divenuto ormai costante, tale da caratterizzare la classe operaia, è dato oggi verificare: quello della solidarietà. Ma la intensità e la forza di questo sentimento possono essere solo valutate come sostegno della volontà di resistere e di sacrificarsi per un periodo di tempo che anche la scarsa capacità popolare di previsione storica riesce, con una certa approssimazione, a commisurare; esse non possono essere valutate, e quindi assunte come sostegno della volontà storica per il periodo della creazione rivoluzionaria e della fondazione della società nuova, quando sarà impossibile fissare ogni limite temporale nella resistenza e nel sacrificio, poiché il nemico da combattere e da vincere non sarà più fuori del proletariato, non sarà più una potenza fisica esterna limitata e controllabile, ma sarà nel proletariato stesso, nella sua ignoranza, nella sua pigrizia, nella sua massiccia impenetrabilità alle rapide intuizioni, quando la dialettica della lotta delle classi si sarà interiorizzata e in ogni coscienza l’uomo nuovo dovrà, in ogni atto, combattere il “borghese” agli agguati. Perciò il sindacato operaio, organismo che realizza e disciplina la solidarietà proletaria, non può essere motivo e base di previsioni per l’avvenire della civiltà; esso non contiene elementi di sviluppo per la libertà; esso è destinato a subire mutamenti radicali in conseguenza dello sviluppo generale: è determinato, non determinate.



Il movimento proletario, nella sua fase attuale, tende ad attuare una rivoluzione nell’organizzazione delle cose materiali e delle forze fisiche; i suoi tratti caratteristici non possono essere i sentimenti e le passioni diffuse nella massa e che sorreggono la volontà della massa; i tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono essere ricercati solo nel partito della classe operaia, nel Partito comunista, che esiste e si sviluppa in quanto è l’organizzazione disciplinata della volontà di fondare uno Stato, della volontà di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare.

Il Partito comunista è, nll’attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi tra i militanti per la Città di Dio e i militanti per la Città dell’Uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano delle catacombe. Anzi! Il fine ineffabile che il cristianesimo poneva ai suoi campioni è, per il suo mistero suggestivo, una giustificazione piena dell’eroismo, della sete di martirio, della santità; non è necessario [che] entrino in gioco le grandi forze umane del carattere e della volontà per suscitare lo spirito di sacrificio di chi crede al premio celeste e alla eterna beatitudine. L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo e dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera. Allo stesso modo Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht son più grandi dei più grandi santi di Cristo. Appunto perché il fine della loro milizia è concreto, umano, limitato, perciò i lottatori della classe operaia sono più grandi dei lottatori di Dio: le forze morali che sostengono la loro volontà sono tanto più misurate quanto più è definito il fine proposto alla volontà. Quale forza di espansione potranno mai acquistare i sentimenti dell’operaio, che, piegato sulla macchina, ripete per otto ore al giorno il gesto professionale, monotono come lo sgranamento del chiuso circolo di una coroncina di preghiera, quando egli sarà “dominatore”, quando sarà la misura dei valori sociali? Il fatto stesso che l’operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo? Questo miracolo dell’operaio che quotidianamente conquista la propria autonomia spirituale e la propria libertà di costruire nell’ordine delle idee, lottando contro la stanchezza, contro la noia, contro la monotonia del gesto che tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore, questo miracolo si organizza nel Partito comunista, nella volontà di lotta e di creazione rivoluzionaria che si esprime nel Partito comunista.

L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea; è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini. L’operaio tende a portare questo suo modo di essere in tutti gli ambienti della sua vita; si acconcia facilmente, da per tutto, all’ufficio di esecutore materiale, di “massa” guidata da una volontà estranea alla sua; è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse; vuol credere di poter ottenere senza un grande sforzo da parte sua e senza dover pensare troppo. Il Partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da “esecutore” diviene “iniziatore”, da “massa” diviene “capo” e “guida”, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Lo schiavo o l’artigiano del mondo classico “conosceva se stesso”, attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l’eguale, di essere il fratello, perché figlio di uno stesso padre; così l’operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a “scoprire” e a “inventare” modi di vita originali, dove collabora “volontariamente” alla attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore oltre che organizzato, dove sente di costituire un’avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare.

Il Partito comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria. Nessuna rivoluzione del passato ha conosciuto i partiti; essi sono nati dopo la rivoluzione borghese e si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare. Anche in questo campo si è verificata l’idea marxista che il capitalismo crea forze che poi non riesce a dominare. i partiti democratici servivano a indicare uomini politici di valore e a farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalle banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali. Il Partito comunista, sorgendo dalle ceneri dei partiti socialisti, ripudia le sue origini democratiche e parlamentari e rivela i suoi caratteri essenziali che sono originali nella storia: la rivoluzione russa è rivoluzione compiuta dagli uomini organizzati nel Partito comunista, che nel partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutti gli uomini.

( tratto da “L’Ordine Nuovo”, 4 settembre 1920, II, n. 15 e 9 ottobre 1920, II, n. 17)


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venerdì 23 aprile 2010

Comunismo, organizzazione, rivendicazioni: un'intervista che fa riflettere

Fabio Pugliese, torinese di trentacinque anni. Impegnato con la tecnologia, la sociologia ed il suo mestiere di educatore alla prese con adolescenti smarriti almeno quanto gli adulti. Un passato da comunista in cabina elettorale ed un presente vicino a Beppe Grillo. Lui è uno di quelli che in Piemonte ha fatto perdere la poltrona da governatore Mercedes Bresso ma che il giorno dopo le elezioni non si nascondeva.


Allora Fabio, quali sono le tue letture? Magari voti sbagliato perché hai una preparazione sbagliata, superficiale.

Nella mia biblioteca ci sono tutti i testi di Marx, della sinistra hegeliana, l’immancabile Chomsky nonché i libri prettamente cattocomunisti dell’Emi. Sono un educatore interculturale e una certa formazione mi serve. Non tralascio il sacro testo Ratman, creazione del geniale Ortolani.

Ma allora sei stato un compagno? E ora sei un compagno che sbaglia.

Fino a due anni fa ho votato convintamente Rifondazione. L’anno passato mi sono astenuto alle provinciali e lo scorso mese sono passato al Movimento Cinque Stelle.

Pentito visto che ha vinto Cota?

Assolutamente no. Anzi spero che questa batosta per la sinistra insegni qualcosa.

Cosa dovrebbe insegnare?

Primo: i comunisti devono ricominciare a fare i comunisti perché non si devono vergognare di fare i comunisti. Altrimenti tanto vale cambiare. Che senso ha avere quel simbolo e poi dire e agire altro? Mi sono stancato di vedere i comunisti che stanno dietro alla cultura dell’enterteinment televisivo. I comunisti sono quelli che mandano a quel paese la Ventura, o la De Filippi, personaggi che dovrebbero bollare per quello che sono: un pericolo. Portatori di un modello cultural-economico antitetico al nostro. In un contesto in cui dal ’91 in Italia l’indice di sperequazione sta aumentando sempre di più non è possibile pensare di continuare a difendere la classe media. E’ necessario intercettare le esigenze dei poveri sempre più poveri, senza vergognarsene. Esempio: la telefonia ed il mondo delle assicurazioni. Con la privatizzazione sono divenuti settori scadenti e costosi, anche perché la competizione non si è mai vista: la mano invisibile del mercato l’ho vista solo per farmi la rettoscopia a pagamento. Non esiste fare la battaglia per non far privatizzare l’acqua e dimenticarsi che la stessa battaglia deve essere fatta sulla telefonia. Il centro della proposta politica non deve essere più non perdere spazi ma recuperare quelli persi. La parole nazionalizzazione non deve essere più una parolaccia per i comunisti. Un esempio? La telefonia. Con la privatizzazione paghiamo il servizio più caro e più scadente d’Europa. Non c’è manutenzione della rete e si tratta di un settore strategico. Dobbiamo pretendere la nazionalizzazione.

E perché ti ha convinto la proposta del Movimento?

Qui dobbiamo introdurre l’elemento cambiamento di tecnologie. Premessa: tendenzialmente anche nel mondo dell’associazionismo il virtuale è considerato inferiore al reale. “Non scambio di opinioni o emozioni” e altri luoghi comuni. Ne mondo del movimento il virtuale rende possibile il reale attraverso la presenza nei social network e lo scambio di informazioni attraverso internet. Esempio: i comizi nel movimento erano disponibili in streaming. Quale sezione può garantire questo? Il giorno dopo era disponibile su facebook il processo decisionale che aveva portato alle candidature. La novità del movimento è che sfrutta al massimo le nuove tecnologie non abbandonando l’importanza dell’incontro politico. Rifondazione in questo momento semplicemente mi fa addormentare. Sia come contenuti che come metodo di comunicazione. Non è in grado di trasmettere passione, orgoglio, fiducia.

Il partito che hai votato è però a tratti superficiale, fatto di qualunquismi da bar...

Le istanze che porta avanti il movimento richiedono una serie di competenze che fanno della frequentazione una conditio sine qua non. E tu puoi essere nella conoscenza del reale solo grazie ad internet. E’ l’elemento nuovo e democraticizzante. La grande differenza tra la sezione di partito ed il filmato è che su youtube veicola moltitudini di punti di vista dai quali poi è possibile trarre un proposta condivisa ed originale.

Parliamo del merito del programma politico che hai scelto. Favorevole o contrario Tav?

Ovviamente contrario. Ma la contrarietà non nasce da una chiusura ideologica. Nasce da considerazioni analitiche. Il trasporto su rotaia è sempre stato osteggiato in Italia, ma è senza dubbio economicamente più vantaggioso. Il problema è che la Tav è una megaopera inutile e spaventosamente costosa, laddove, su quella tratta, i calcoli ci dicono che basterebbe un potenziamento della linea già esistente. Con buona pace di Impregilo e compagnia bella.

Inceneritori?

Anche qui contrario. La società degli inceneritori è una società destinata all’estinzione. Qui non si tratta solo di emissioni dannose, ma di cosa determina quelle emissioni. Ma ti pare che io debba rischiare un tumore perché milioni di italiani sono stati convinti da una demenziale pace- technology a cambiare il cellulare due volte all’anno? L’alternativa non sta solo nel riciclaggio, ma nella riduzione vera e propria dei consumi inutili. Utilizziamo tecnologie“energivore” e abbiamo consumi demenziali.

La Federazione della sinistra ha proposte molto impopolari, che sono costate l’ostracismo dei media, simili a quelle da te citate.

Ma si fermano appena hanno paura di perdere voti. Il movimento rompe i coglioni. Al movimento non interessano i voti ma le proposte. I comunisti hanno perso la loro vis-polemica dal punto di vista politico. Non parlano più di “padroni” ma di “imprenditori” . Ma che linguaggio è questo?

La tua è una adesione fideistica, dogmatica.

Io sono dispostissimo a rivotare Rifondazione. La forma di una aggregazione partito è probabilmente pagante sul lungo periodo rispetto al movimento pseudo anarchico. Ma adesso i comunisti non fanno manco più il partito. E non si può dire che sia per mancanza di forze. Rifondazione, seppur in crisi, è nettamente più organizzata e forte di un movimento appena nato. Avete un giornale, un sito, rappresentanti.... manca la voglia di fare casino. Proprio adesso che la crisi metterà in luce i nervi scoperti di questo paese.

Il tuo è un voto di protesta e basta. Non serve a niente e farà vincere Berlusconi per i prossimi vent’anni.

No è vero. Penso che sia una grossa proposta e proprio al sinistra non possa lasciarla cadere. Nella sostanza il movimento rende palese che nell’era di internet il cittadino vuole intervenire molto di più rispetto che nel passato. Nessun partito può permettersi di ignorare questo.

E Berlusconi?

Con la sinistra attuale può essere sconfitto solo dalla natura

* da Liberazione del 19 aprile

da L'ape Operaia
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Mezza canaja. Da prigione fascista a centro sociale

 «Mezza canaja», da prigione fascista a centro sociale
L’appuntamento è davanti alla stazione di Senigallia. Nicola Mancini, trent’anni, dottorando in scienze politiche all’Università di Catania, arriva in bicicletta, mezzo di trasporto assai usato da queste parti. Ma per andare nella nuova sede del centro sociale, a qualche chilometro di distanza, è preferibile usare l’auto. Il posto è verso la frazione di Scapezzano, bisogna inoltrarsi per circa un chilometro dalla statale. Una volta arrivati si può ammirare un panorama notevole, con il bleu del mare che si staglia all’orizzonte. Alle nostre spalle l’ex fabbrica Ragno, chiusa da venti anni, che cinque mesi fa i giovani del “Mezza Canaja” hanno individuato come la sede delle loro iniziative. Siamo alla terza occupazione in sei anni. Una vicenda nata proprio di questi tempi. Il nome del centro sociale si rifà a un detto popolare molto noto nelle Marche: «Sinigaglia, mezzo ebreo e mezza canaglia», battuta ben conosciuta da chi scrive per motivi evidenti. Nicola è il leader “storico” del centro, la cui storia ci sembra interessante soprattutto per chi a sinistra, in particolare dopo le ultime elezioni, ripete che «bisogna ripartire dai territori». E, in questo senso, l’esperienza del “Mezza Canaja” è particolarmente istruttiva. Una vicenda che affonda le radici negli anni prima e dopo le manifestazioni al G8 di Genova.
Il social forum e l’occupazione
«Anche qui – racconta Nicola – è nato un social forum, subito dopo i fatti del luglio 2001. Poi sulle sue ceneri la componente giovanile ha dato vita al collettivo “Il pane e le rose”». La nuova realtà incentra la sua attività su temi generali, verità e giustizia su Genova, l’opposizione al conflitto militare, prime riflessioni sulla questioni del reddito, ecc. «Ad un certo punto chiediamo al Comune uno spazio e ci viene risposto di metterci in fila. Lo facciamo per un anno ma, visto che non accade nulla, decidiamo di passare all’azione». L’opportunità la danno i carabinieri, naturalmente non volendo. Infatti Senigallia, nell’aprile del 2004, viene scelta come sede per la festa nazionale dell’Arma. È prevista la presenza delle massime cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica al ministro della Difesa. Quale migliore occasione per inaugurare un percorso di conflitto e partecipazione? «Decidemmo – continua Mancini – di fare una “incursione” e ci impadronimmo di un locale che stava proprio lungo il percorso, a venti metri dal corteo ufficiale. Nel cuore della “zona rossa” creata ad hoc per l’occasione. È da tenere presente che eravamo a pochi mesi dai fatti di Nassiriya, e proprio in quei giorni il nostro contingente si era macchiato di una strage di civili». La contestazione contro il militarismo che caratterizza la giornata ha una vasta eco. Nasce il centro sociale. I locali rimangono occupati per circa otto mesi, ma a sbloccare la situazione è un concerto. «Vista la situazione totalmente bloccata, decidiamo di organizzare un concerto con gli “Assalti frontali”. L’iniziativa riesce e riusciamo a portare milleduecento persone. Insomma un successone». La cosa scuote la fredda amministrazione comunale, che decide di aprire una trattativa, anche in considerazione che il posto occupato è pieno di amianto.
Così ai ragazzi del Mezza Canaja vengono assegnati i locali dell’ex Colonia Enel, sul lungomare. La proprietà è di una società immobiliare che ha intenzione di costruirci, ma, visto che per gli eventuali lavori di ristrutturazione ci vorranno alcuni anni, il Comune coglie l’occasione per togliersi la gatta da pelare e favorisce un accordo per un contratto di comodato d’uso gratuito. Il posto è centro dello spaccio cittadino e i primi tempi non sono certamente facili. «Noi abbiamo avuto il merito di ripulire un luogo e restituirlo alla città. Lì erano presenti due bande di spacciatori, una di magrebini e l’altra di anconetani. Ci sono stati scontri duri. Alla fine anche grazie al lavoro fatto con i migranti, in collaborazione con l’Ambasciata dei diritti (associazione regionale da tempo impegnata sul tema dei diritti dei migranti, ndr), e alla mediazione degli stessi immigrati, siamo riusciti a venire a capo del problema. Gli stessi spacciatori, alla fine, hanno riconosciuto la validità del nostro progetto e hanno lasciato il campo libero».
Da prigione fascista a...
Questa palazzina è poi diventata protagonista di uno scandalo del quale si sono occupati anche i giornali nazionali (compreso il manifesto). In sostanza un autorevole rappresentante della comunità ebraica senigalliese, Ettore Coen, ha scoperto che tra il 1943 e il 1944 la struttura funzionò da campo di prigionia per ebrei ed antifascisti. Questo mentre la proprietà e il Comune avevano concordato la realizzazione di un residence di lusso, una volta cacciato il centro sociale. L’ampia mobilitazione affinché fosse evitato l’abbattimento ha avuto risposta negativa dall’amministrazione che di fronte alla proposta che il luogo diventasse un “spazio della memoria”, ha preferito spalancare le porte al solito business. E l’ex colonia Enel è stata abbattuta pochi mesi fa. E il centro sociale? «Una volta scaduto l’anno il contratto – prosegue Nicola Mancini – ci è stato rinnovato ancora per sei mesi, finiti i quali è scattata una penale di 150 euro al giorno. La proprietà, anche per questioni di immagine, non ha mai voluto far intervenire la polizia, per cui alla fine con sulle spalle un debito così oneroso, arrivato a trecentomila euro, abbiamo dovuto lasciare liberi i locali in cambio della cancellazione del debito».
Fin qui la storia che vi abbiamo raccontata può sembrare simile a quella di altre esperienze del genere. Ma invece dietro la lunga vertenza con l’amministrazione comunale per il diritto ad uno spazio autogestito c’è un’attività che negli ultimi anni ha privilegiato il radicamento sociale, rispetto a logiche autoreferenziali che spesso contraddistingue esperienze del genere. Senigallia è una città di quarantasettemila abitanti. Il piano regolatore, risalente agli anni settanta, prevedeva una crescita fino a centomila, previsione che, per fortuna, non si è avverata, anche se in estate con i turisti, gli abitanti triplicano. Da sempre feudo della sinistra storica, fino a poco tempo fa si caratterizzava per un’economia incentrata sul classico turismo da riviera adriatica. Negli ultimi dieci anni, con la giunta targata Luana Angeloni, dirigente storico del “partito”, il cui marito è figlio di quel Franco Rodano autorevole dirigente nazionale del Pci, è subentrata una politica da piccola “città globale.
«L’esperienza di governo comunale targata Angeloni – dice Nicola – ha stravolto Senigallia. E non do solo un’accezione negativa al termine. La tradizionale economia è stata sostituita da un sistema incentrato sul terziario avanzato, invitando i privati ad investire nella città, con la falsa idea che offrendo loro lo spazio necessario, con il denaro fresco, la città si sarebbe arricchita». In realtà si è svenduto il territorio e a beneficiarne soni stati i soliti noti, anche se con un avvicendamento. «Si è creato un oligopolio, sovvertendo i tradizionali luoghi di potere, per cui all’Etra costruzioni, sono subentrati soggetti come la società che ha spianato la palazzina Ex Enel, o la Immobiliare Roma che è imparentata proprio con la famiglia Rodano, quella del sindaco». Insomma una città vetrina, dove ormai non si trova più un centimetro di proprietà pubblica, con un centro storico il cui piano di ristrutturazione, proposto da un nome autorevole come quello di Cervellati, sta portando all’espulsione dei vecchi inquilini. A tutto questo il Mezza Canaja si è opposto, con un lavoro capillare su vari fronti. In primis proprio sul tema della casa. «Sono state occupate delle abitazioni sfitte di proprietà della Curia. Inoltre abbiamo lavorato nei quartieri più a rischio di sfratti ottenendo per una decina di famiglie il blocco. Tra l’altro in realtà eterogenee, con la presenza di nazionalità diverse, abbiamo riscontrato una solidarietà inimmaginabile».
Le iniziative sociali
Altro fronte caldo quello della cosiddetta Complanare, una mega arteria che dovrà attraversare la città, contro la quale è attivo un comitato cittadino, il quale ha preso spunto dalla questione per promuovere iniziative cittadine sul tema del consumo del territorio, alle quali ha invitato municipi virtuosi e urbanisti di fama nazionale. Anche in questo caso al loro fianco ci sono stati i giovani del centro sociale insieme a Rifondazione uscita dalla giunta Angeloni proprio contro le politiche urbanistiche.
E veniamo alla questione degli immigrati e della sicurezza. «Il toro è stato preso per le corna. Infatti abbiamo fatto un lavoro specifico nei quartieri più a rischio, contestando l’introduzione delle telecamere e nello stesso tempo favorendo la regolarizzazione degli immigrati, cercando di favorire il loro inserimento nel mercato del lavoro, e sottraendo parecchi di loro allo spaccio. Inoltre di fronte a casi di soprusi e pestaggi da parte dei carabinieri, siamo arrivati a manifestare davanti alla caserma con forza fino ad ottenere il rilascio di chi era stato fermato senza valide motivazioni. Infine abbiamo promosso feste ed iniziative socializzanti nelle zone più degradate per far sì che le gente si riappropriasse dei luoghi dove vive».
La Lega arretra
E la Lega, in notevole crescita nelle Marche? Se alle europee a Senigallia aveva avuto più del 5%, risultato confermato alle recenti regionali (5,7), alle comunali di quindici giorni fa che dopo al regno della Angeloni hanno visto subentrare il suo delfino Mangialardi, senza bisogno del ballottaggio, i leghisti sono arretrati di circa due punti. C’è da dire che il voto di protesta gli è stato sottratto dal candidato di Rifondazione Roberto Mancini che, appoggiato da una lista civica e sorprendentemente dai rutelliani dell’Api, ha ottenuto un importante 12%, un riconoscimento sia al lavoro svolto dopo la rottura con il Pd che alla persona conosciuta e stimata da molti. Il partito di Bossi ha comunque eletto un consigliere comunale e la differenza con il risultato delle concomitanti regionali, per alcuni, è dato anche dalla pochezza di chi si è presentato.
Ma in questo ultimo anno la Lega a Senigallia ha avuto comunque vita dura. «Abbiamo sottratto loro il terreno iniziando dai simboli. Appena hanno iniziato a fare riferimento alle tradizioni, “a Sena Gallica”, alle nostre iniziative ci siamo presentati, oltre che con le nostre bandiere, anche con i colori della città, il rossoblu, il simbolo del comune, ecc. Inoltre ogni volta che hanno cercato di ritagliarsi uno spazio con banchetti al centro, siamo interventi circondandoli con i nostri striscioni, con volantini che denunciavano le loro politiche xenofobe, con la parola d’ordine “oscuriamo le parole e i volti dei razzisti”. Nulla di violento ma praticamente nessuno li vedeva. Fino ad arrivare alla contestazione di un loro raduno regionale difeso con cariche della polizia. Dovevano essere centinaia. Erano una trentina, chi li contestava duecento».
Insomma dalla città vetrina che ha conquistato attenzione dai mass media nazionali per il “Kater Raduno” e il Summer Jamborie (revival anni cinquanta), dove si sta svendendo il suolo pubblico a favore delle voraci società immobiliari, i giovani di un centro sociale, insieme ad altri soggetti civici e singole persone, cercano di affermare un punto di vista diverso, lavorando capillarmente nel territorio. Un esempio per la regione, e non solo.


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La libertà nasce dalla Resistenza

Di: Marica Guazzora



Siamo le Falci Rosse – Comuniste unite del PdCI-Fds di Torino, per chi non ci conosce ancora, siamo quelle che sfilano nei cortei sui diritti delle donne con lo striscione "Comuniste/i contro le violenza sulle donne" e abbiamo anche creato un gruppo su facebook.
Abbiamo pensato di sottolineare i valori della Resistenza preparando un copione e, improvvisandoci lettrici, diamo voce ai condannati a morte della Resistenza, ma non solo.
Ci presentiamo nel quartiere di San Salvario in Piazza Madama Cristina il 25 aprile alle ore 16 con "Ancora fischia il vento! Letture e musica della Resistenza."
Abbiamo scelto questo quartiere non a caso: questo non è considerato uno dei "salotti buoni" di Torino perché è un quartiere dove il macro-fenomeno delle migrazioni è più evidente, e noi che stiamo dalla parte degli ultimi, il giorno della Festa della Liberazione vogliamo stare con loro.
Ricordare e resistere sarà parlare di coloro che ogni giorno resistono con i propri corpi alla violenza, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza.
Per tutte le donne Resistenti .
Marica Guazzora

giovedì 22 aprile 2010

LAZIO - Documento politico Comitato Federale di Rieti su Regionali 2010

Il Comitato Federale del PdCI di Rieti, riunitosi in data 16 aprile, nel ringraziare i militanti per l’impegno profuso e gli elettori, esprime preoccupazione per la grave sconfitta alle elezioni regionali e per l’arretramento complessivo del centrosinistra, risultato negativo solo parzialmente attenuato dal consenso ottenuto dalla FdS di Rieti, che si conferma come terza forza della coalizione.

Esprime inoltre la solidarietà ai lavoratori della Ritel in lotta per la difesa del posto di lavoro, che in questo caso coincide anche con la difesa di uno degli ultimi presidi industriali della Provincia di Rieti, mettendo a disposizione degli stessi lavoratori le strutture del partito e le proprie rappresentanze istituzionali locali, provinciali e regionali a sostegno della legittima battaglia per il lavoro che stanno conducendo.

I comunisti reatini individuano tra le motivazioni della sconfitta una crisi economica che, nel colpire i lavoratori e le forze più deboli della società, li rende ulteriormente subalterni e li costringe a consegnare le proprie speranze ai poteri corporativi.

Crisi non solo lontana dalla soluzione ma che evidenzia, da un lato il limite oramai insuperabile del modello riformista basato sull’idea della redistribuzione di una ricchezza che invece è sempre più concentrata nelle mani del grande capitale e dall’altra le necessità di modelli sociali e produttivi alternativi, da misurare su un progetto di trasformazione e non più su quello della mera gestione, per quanto corretta.

Insomma una crisi che, secondo i comunisti, parla della necessità di sostituire la logica dei pareggi di bilancio per rimettere al centro i bisogni dei cittadini in una visione di un nuovo sviluppo sociale ed ecologicamente compatibile.

Dentro questo quadro si colloca la disillusione e il disinteresse popolari e, quindi, il forte astensionismo. Qui stanno anche le motivazioni dell’avanzata della Lega che prospetta politiche localistiche e corporative e che, sciaguratamente, rompe di fatto l’unità nazionale. A questo hanno condotto, da una parte l’illusione del PD di poter trasformare l’onnivoro capitalismo moderno in un modello capace di farsi carico anche dei bisogni di tutti e, dall’altra, i ritardi e le divisioni della sinistra comunista e di alternativa.

Per questo i comunisti di Rieti ritengono necessario aprire una nuova fase di riunificazione di tutti i comunisti in un solo partito dentro la più ampia formazione della Federazione della Sinistra, capace di costruire alleanze con tutte le forze democratiche per difendere l’unità d’Italia, la Costituzione e le Istituzioni democratiche e rilanciare l’azione delle amministrazioni locali, a partire da quella provinciale e disarticolare il blocco di potere della destra e avviare, con maggior coraggio, una stagione di rinnovamento sociale che veda i lavoratori come i protagonisti principali.

I comunisti reatini confermano di voler usare, come sempre, il consenso elettorale a garanzia degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, che significa al contempo garanzia della realizzazione del programma provinciale dello scorso anno, che può essere sicuramente migliorato, ma non modificato nei suoi aspetti sostanziali e intoccabili quali ad esempio gestione pubblica del servizio idrico e fondo di solidarietà per i cassintegrati.


Nessuna alleanza, neanche quella con l’UDC vale la cancellazione di simili, qualificanti obiettivi o la loro riduzione a “questioni di principio”.

Del resto sarebbe incomprensibile a tutti, salvo a chi intenda fare il gioco dell’avversario, la modifica peggiorativa di un programma che lo scorso anno ha permesso la vittoria alle provinciali e le cui concezioni avanzate hanno convinto i cittadini di Rieti e della provincia più di quanto, evidentemente, non li abbia convinti il programma posto alla base della proposta del centrosinistra a guida Bonino alle recenti regionali per il Lazio.

E’ del tutto evidente che, proprio per questo, il risultato delle Regionali dice a tutti dell’importanza dei ruoli e funzioni svolti dai comunisti, delle idee avanzate di cui siamo portatori e della necessità di un nostro coinvolgimento in funzioni di primissimo piano nell’ambito dell’amministrazione provinciale.

Rieti 20.04.2010 Comitato Federale PdCI di Rieti


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Meglio meno ma Meglio - 140° anniversario della nascita di Lenin

 
Per poter migliorare il nostro apparato statale, l'Ispezione operaia e contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta. Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare attenzione e serietà alla sua organizzazione e concentrare nell'Ispezione operaia e contadina materiale umano di qualità realmente moderna, cioè non inferiore ai migliori modelli dell'Europa occidentale. Certo, per una repubblica socialista questa condizione è troppo modesta, ma il primo lustro ci ha resi piuttosto diffidenti e scettici. E involontariamente siamo propensi a esserlo verso colore che troppo, e troppo alla leggera, blaterano, per esempio, sulla "cultura proletaria": per incominciare ci accontenteremmo della vera cultura borghese, ci basterebbe sbarazzarci dei tipi di cultura preborghese particolarmente odiosi, cioè della cultura burocratica, feudale, ecc. Nei problemi della cultura è soprattutto dannoso aver fretta e voler fare le cose in grande. Molti nostri giovani letterati e comunisti se lo dovrebbero ficcare bene in testa.
Così, riguardo all'apparato statale dobbiamo trarre dall'esperienza precedente la conclusione che sarebbe meglio andare più adagio.
Nell'apparato statale la situazione è a tal punto deplorevole, per non dire vergognosa, che dobbiamo innanzi tutto pensare seriamente al modo di combatterne i difetti, ricordando che questi difetti hanno le loro radici nel passato, che, sebbene abbattuto, non è stato superato, non è ancora una fase della cultura appartenente a un passato ormai remoto. Pongo qui il problema della cultura, proprio perché in questi problemi bisogna considerare come acquisito soltanto ciò che è entrato a far parte della cultura, della vita, ciò che è diventato un abito. E da noi si può dire che quanto di buono esiste nell'organizzazione sociale non è oggetto di profonda riflessione, non è compreso, sentito; è stato afferrato in fretta, non è stato messo alla prova e confermato dalla esperienza, non è stato consolidato, ecc. E non poteva certo essere altrimenti nel periodo della rivoluzione, e con un ritmo di sviluppo cosi vertiginoso che ci ha condotti in cinque anni dallo zarismo al regime sovietico.
Bisogna riflettere quando si è ancora in tempo. Bisogna compenetrarsi di salutare diffidenza verso ogni progresso troppo rapido, verso qualsiasi millanteria, ecc., bisogna pensare a controllare quei passi in avanti che proclamiamo ogni ora, che facciamo ogni minuto, e che poi ad ogni secondo si rivelano instabili, precari e non compresi. La cosa più nociva sarebbe qui la fretta. La cosa più nociva sarebbe partire dal presupposto che sappiamo pur qualcosa, oppure che disponiamo di un numero più o meno rilevante di elementi per costruire un apparato veramente nuovo che meriti veramente il nome di socialista, di sovietico, ecc.
Questo apparato da noi non esiste, e perfino gli elementi che abbiamo sono ridicolmente pochi; non dobbiamo dimenticare che per costruire questo apparato non bisogna risparmiare il tempo e che occorrono molti, moltissimi anni.
Di quali elementi disponiamo per costruire un tale apparato? Di due soltanto. In primo luogo, degli operai, impegnati nella lotta per il socialismo. Questi elementi non sono abbastanza istruiti. Essi vorrebbero darci un apparato migliore, ma non sanno come farlo, non possono farlo; non hanno finora potuto acquisire la cultura che è indispensabile per farlo. E la cultura è quel che occorre. L'irruenza, l'impeto, l'audacia o l'energia, o in generale qualità umane anche migliori non servono a nulla. In secondo luogo, gli uomini che sanno, che sono istruiti e che sanno insegnare, sono da noi, in confronto a tutti gli altri Stati, in numero piccolo sino al ridicolo.
E qui non bisogna dimenticare che siamo ancora troppo propensi a compensare (o a immaginare di poter compensare) questa mancanza di cognizioni con lo zelo, con la fretta, ecc.
Per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda (come da noi, e non v'è nessuna ragione di nasconderlo, accade molto spesso), affinché la scienza diventi realmente carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, affinché essa diventi in modo completo e reale parte integrante della nostra vita. In una parola, dobbiamo avanzare non le esigenze che avanza la borghesia dell'Europa occidentale, ma quelle che sono degne di un paese che si è posto il compito di divenire un paese socialista.
Conclusione di quanto è stato detto: noi dobbiamo far sì che l'ispezione operaia e contadina, che è uno strumento per il. miglioramento del nostro apparato, diventi un organismo veramente esemplare.
Per essere all'altezza del compito che le è affidato, l'Ispezione deve attenersi alla regola: misurare sette volte prima di tagliare.
Per costituire questo nuovo Commissariato del popolo è quindi necessario che effettivamente quanto vi è di meglio nel nostro regime sociale sia utilizzato con la massima cautela, riflessione e cognizione di causa.
E’ quindi necessario che i migliori elementi esistenti nel nostro regime sociale - cioè, innanzi tutto, gli operai d'avanguardia e, in secondo luogo, gli elementi veramente istruiti, per i quali si può essere certi che non prenderanno nessuna parola per oro colato e non ne pronunceranno nessuna contraria alla loro coscienza - non indietreggino di fronte a qualsiasi difficoltà, non abbiano paura di riconoscerla e di lottare per raggiungere il fine che si sono seriamente posti.
Da ormai cinque anni ci facciamo in quattro per migliorare il nostro apparato statale, ma è stato soltanto un dimenio inutile, che in cinque anni non ha dimostrato altro che di servire a nulla e di essere persino dannoso. Il dimenio ci dava l'impressione che si stesse lavorando, ma in realtà si ingorgavano i nostri uffici e i nostri cervelli.
Bisogna, infine, che le cose cambino.
Bisogna imporsi la regola: meglio pochi, ma buoni. Bisogna imporsi la regola: meglio avere un buon materiale umano fra due o anche fra tre anni piuttosto che lavorare affrettatamente, senza alcuna speranza di ottenerlo.
So che sarà difficile attenersi a questa regola e applicarla alla nostra realtà. So che la regola opposta si farà strada attraverso migliaia di fessure. So che sarà necessario resistere energicamente, che bisognerà dimostrare una diabolica tenacia e che il lavoro in questo campo, almeno per i primi anni, sarà diabolicamente ingrato; tuttavia sono convinto che solo mediante questo lavoro potremo raggiungere il nostro scopo e che solo dopo averlo raggiunto creeremo una repubblica veramente degna di essere chiamata sovietica, socialista, ecc. ecc.
Probabilmente molti lettori avranno trovato che le cifre da me riportate a mo' d'esempio nel mio articolo sono troppo piccole. Sono convinto che si possono citare molti calcoli per dimostrarlo. Ma credo che al di sopra di tutti questi e di qualsiasi altro calcolo dobbiamo porre una cosa sola: l'interesse che ha per noi una qualità realmente esemplare.
Penso che proprio ora sia infine giunto il momento in cui si deve lavorare con la massima serietà per migliorare il nostro apparato statale, il momento in cui l'aspetto più dannoso di questo lavoro sarebbe la fretta. E vorrei quindi mettere ben in guardia contro l'aumento di queste cifre. Al contrario, secondo me, bisogna essere particolarmente cauti con le cifre. Diciamolo pure: il Commissariato del popolo per l'Ispezione operaia e contadina non gode ora di nessun prestigio. Tutti sanno che non esistono organismi peggio organizzati dell'Ispezione operaia e contadina e che, nelle condizioni attuali, è inutile pretendere qualcosa da questo Commissariato del popolo. Dobbiamo fermamente ricordarcene, se realmente ci proponiamo di formare nel corso di alcuni anni un organismo che, in primo luogo, dev'essere esemplare e, in secondo luogo, deve ispirare a tutti la più assoluta fiducia e, infine, dimostrare a tutti che abbiamo veramente giustificato il lavoro di un così alto organismo qual è la Commissione centrale di controllo. A parer mio, dobbiamo senz'altro, irrevocabilmente, respingere tutte le norme generali sul numero degli impiegati. Dobbiamo scegliere gli impiegati dell'Ispezione operaia e contadina in maniera del tutto particolare e basandoci esclusivamente su un esame severissimo. A che varrebbe, infatti, creare un Commissariato del popolo che lavori alla bell'e meglio, che non ispiri la minima fiducia e la cui parola non goda nemmeno di un'ombra di prestigio? Ritengo che evitare tutto questo sia il nostro compito più importante nel corso del lavoro di riordinamento che ci proponiamo di fare.
Gli operai che facciamo partecipare al lavoro come membri della Commissione centrale di controllo devono essere irreprensibili come comunisti, e penso che bisognerà istruirli per lungo tempo per insegnar loro i metodi e gli obiettivi del loro lavoro. Inoltre un determinato numero di impiegati della segreteria, che dovranno essere messi alla prova tre volte prima di essere assunti, dovrà cooperare a questo lavoro. Infine, i quadri che, in via di eccezione, decideremo di nominare subito come funzionari dell'Ispezione operaia e contadina devono soddisfare alle seguenti condizioni:
  • in primo luogo, devono essere presentati da parecchi comunisti;
  • in secondo luogo, devono sostenere un esame per provare che conoscono il nostro apparato statale;
  • in terzo luogo, devono sostenere un esame per dimostrare che conoscono i principi della nostra teoria sull'apparato statale, le basi della scienza dell'amministrazione, del disbrigo delle pratiche, ecc.;
  • in quarto luogo, devono lavorare in stretto contatto coi membri della Commissione centrale di controllo e della loro segreteria, in modo da poter rispondere interamente del lavoro di tutto l'apparato.
So che questi requisiti presuppongono condizioni eccezionali e sono incline a temere che la maggioranza dei "pratici" dell'Ispezione operaia e contadina dichiarerà inattuabili queste esigenze o se ne farà beffe. Ma io chiedo a qualsiasi attuale dirigente dell'Ispezione operaia e contadina o a chiunque abbia a che fare con essa di rispondermi in coscienza: quale è l'utilità pratica di un Commissariato del popolo come l'Ispezione operaia e contadina? Credo che la domanda lo aiuterà a trovare il senso della misura. O non vale la pena di occuparsi di riorganizzare - come si è fatto tante volte - un'impresa così disperata come l'Ispezione operaia e contadina, oppure bisogna realmente porsi il compito di creare in maniera lenta, difficile, insolita, e non senza ripetuti controlli, un qualcosa di veramente esemplare, capace di infondere rispetto a tutti, e non solo perché i gradi e i titoli lo richiedono.
Se non ci si vuole armare di pazienza, se non si vuole dedicare a questo lavoro alcuni anni, è meglio non accingervisi neppure.
A parer mio, di tutti gli organismi che abbiamo già sfornato in questo campo - istituti superiori del lavoro e simili - bisogna sceglierne pochissimi, controllare se l'impostazione del lavoro è seria e continuare questo lavoro soltanto in modo che sia realmente all'altezza della scienza moderna e ci dia tutte le garanzie. E allora non sarà un'utopia sperare di ottenere nel corso di alcuni anni un organismo che sia in grado di adempiere il suo compito, di lavorare cioè sistematicamente, con perseveranza, al miglioramento del nostro apparato statale, avendo la fiducia della classe operaia, del Partito comunista russo e di tutta la popolazione della nostra repubblica.
Il lavoro preparatorio si potrebbe già cominciare fin d'ora. Se il Commissariato del popolo dell'Ispezione operaia e contadina fosse d'accordo col piano di questa riorganizzazione, potrebbe fin d'ora prendere i provvedimenti necessari per poter lavorare sistematicamente fino alla loro completa attuazione, senza fretta e senza rifiutarsi di rifare ciò che è già stato fatto una volta.
Qualsiasi decisione presa a metà sarebbe in questo caso estremamente dannosa. Ogni norma che stabilisse il numero dei funzionari dell'Ispezione operaia e contadina partendo da qualsiasi altra considerazione sarebbe in sostanza basata sulle vecchie considerazioni burocratiche, sugli antichi pregiudizi, su ciò che è già stato condannato e suscita lo scherno generale, ecc.
In sostanza, la questione si pone nei seguenti termini:
O dimostriamo ora di aver appreso seriamente qualcosa sull'edificazione dello Stato (dovremmo pure aver imparato qualcosa in cinque anni!), oppure dimostriamo di non essere maturi, e allora non vale la pena di accingersi all'opera.
Credo che con il materiale umano di cui disponiamo non peccheremmo di immodestia se supponessimo di aver imparato abbastanza per poter creare sistematicamente ed ex novo almeno un Commissariato del popolo. E’ vero che questo Commissariato del popolo deve da solo dare una fisionomia a tutto il nostro apparato statale.
Bisogna bandire un concorso per due o più manuali sull'organizzazione del lavoro in generale, e del lavoro amministrativo in particolare. Si può prendere come base il libro di Iermanski, benché egli, sia detto fra parentesi, si distingua per un'evidente simpatia per il menscevismo e sia incapace di compilare un manuale adatto per il potere sovietico. Inoltre si può prendere come base il recente libro di Kergentsev; infine possono essere utili alcuni testi già esistenti.
Bisogna mandare alcune persone preparate e coscienziose in Germania o in Inghilterra per raccogliere le pubblicazioni esistenti e per studiare questo problema. Dico in Inghilterra, nel caso in cui non sia possibile mandarle in America o nel Canadà.
Occorre nominare una commissione che prepari uno schema di programma di esami per coloro che vogliono entrare nell'Ispezione operaia e contadina, e anche per i candidati a membri della Commissione centrale di controllo.
Naturalmente, questi lavori e altri simili non intralceranno il lavoro né del commissario, né dei membri del collegio dell'Ispezione operaia e contadina, né del presidium della Commissione centrale di controllo.
Parallelamente bisognerà nominare una commissione che proceda alla scelta dei candidati a membri della Commissione centrale di controllo. Spero che per queste mansioni troveremo un numero più che sufficiente di candidati, sia fra gli impiegati esperti di tutte le amministrazioni che fra gli studenti delle nostre scuole sovietiche. Non credo sarebbe giusto escludere a priori l'una o l'altra categoria. Probabilmente dovremo dare la preferenza a una composizione eterogenea per questo organismo, che deve assommare in sé molte qualità e requisiti diversi, sicché la compilazione dell'elenco dei candidati richiederà un lavoro molto serio. Per esempio, non sarebbe soprattutto desiderabile che il nuovo Commissariato del popolo fosse composto di gente di un solo tipo, di funzionari, diciamo, o ne fossero esclusi uomini con qualità di agitatori, o altri il cui tratto caratteristico è la socievolezza o la capacità di penetrare in ambienti che funzionari di questo tipo abitualmente non frequentano, ecc.
Credo che esprimerò meglio il mio pensiero se paragonerò il mio progetto con le organizzazioni di tipo accademico. I membri della Commissione centrale di controllo dovranno, sotto la guida del loro presidium, studiare sistematicamente tutti gli incartamenti e i documenti dell'Ufficio politico. In pari tempo dovranno distribuire razionalmente il loro tempo fra le varie operazioni di controllo sul disbrigo degli affari nei nostri organismi, incominciando dai più piccoli per giungere fino ai massimi organismi statali. Infine farà parte del loro lavoro lo studio della teoria, cioè della teoria dell'organizzazione del lavoro a cui essi intendono dedicarsi e l'attività pratica sotto la guida di compagni anziani o di professori degli istituti superiori di organizzazione del lavoro.
Ma credo sarà loro assolutamente impossibili limitarsi a questo lavoro accademico. Essi dovranno al tempo stesso prepararsi ad un lavoro che non mi periterei di definire addestramento alla caccia, non dirò degli imbroglioni, ma di qualcosa di simile, e escogitare speciali accorgimenti per non rivelare le proprie mosse e tener segreti i propri metodi, ecc.
Negli organismi dell'Europa occidentale simili proposte susciterebbero uno sdegno inaudito, un sentimento di indignazione morale, ecc.; ma io spero che non siamo ancora burocratizzati a tal punto da essere così suscettibili. La Nep non ha ancora potuto conquistarsi un così grande rispetto che ci si possa scandalizzare al solo pensiero che qualcuno possa essere colto sul fatto. La Repubblica sovietica è stata creata da così poco tempo e vi si è ammonticchiato un tal mucchio di ciarpame di ogni genere che è poco probabile che a qualcuno venga in mente di scandalizzarsi al pensiero che si possa frugare in questo mucchio ricorrendo a qualche astuzia, mediante esplorazioni che talvolta devono risalire a origini abbastanza lontane o seguire vie traverse; e se a qualcuno venisse in mente di scandalizzarsi possiamo essere certi che gli rideremo tutti dietro di cuore.
La nostra nuova Ispezione operaia e contadina non sarà affetta, speriamo, da quel che i francesi chiamano pruderie, e che noi possiamo chiamare affettazione ridicola o ridicola presunzione, la quale torna a tutto vantaggio della nostra burocrazia - presa nel suo insieme - sia sovietica che di partito. Sia detto fra parentesi, la burocrazia esiste da noi non solo negli organismi sovietici, ma anche in quelli di partito.
Se più sopra ho scritto che dobbiamo studiare e ancora studiare negli istituti per l'organizzazione superiore del lavoro, ecc., ciò non vuol dire affatto che io intenda questo "studio" in maniera più o meno scolastica, o mi limiti a pensare a uno studio unicamente scolastico. Spero che nessun vero rivoluzionario sospetti che nello "studio" in questo caso non voglia comprendere qualche tiro semischerzoso, qualche astuzia, qualche tranello o qualcosa del genere. So che in uno Stato austero e serio dell'Europa occidentale quest'idea susciterebbe veramente orrore, e nessun funzionario per bene acconsentirebbe di metterlo in discussione. Ma io spero che non ci siamo ancora burocratizzati a tal punto, e che la discussione di questa idea susciterà in noi soltanto buon umore.
Perché infatti non unire l'utile al dilettevole? Perché non servirsi di un tiro scherzoso o semischerzoso per scoprire qualcosa di ridicolo, di dannoso, semiridicolo, semidannoso, ecc.?
Mi pare che se la nostra Ispezione operaia e contadina terrà conto di queste considerazioni ci guadagnerà non poco e che la lista dei casi nei quali la nostra Commissione centrale di controllo o i suoi colleghi dell'Ispezione operaia e contadina hanno raggiunto alcuni dei più brillanti successi sarà di molto arricchita grazie alle gesta dei nostri futuri "ispettori" e "controllori" in posti che non è decoroso ricordare in manuali austeri e rispettabili.
Come è possibili fondere organismi di partito con organismi sovietici? Non c'è qui qualcosa di inammissibile?
Pongo questa domanda non a nome mio, ma a nome di coloro a cui ho accennato sopra, quando ho detto che da noi esistono dei burocrati non solo negli organismi sovietici, ma anche in quelli di partito.
E perché mai non fonderli se gli interessi della causa lo esigono? Vi è forse qualcuno che non abbia avuto occasione di osservare che in un Commissariato del popolo come quello degli affari esteri questo è estremamente utile ed è stato praticato sin dall'inizio? L'Ufficio politico non discute forse da un punto di vista di partito una quantità di problemi piccoli e grandi circa le "mosse" da noi compiute in risposta alle "mosse" delle potenze estere, allo scopo di prevenirne, diciamo, le astuzie, per non dir di peggio? Questa fusione elastica di un organismo sovietico con un organismo di partito non è forse la sorgente della forza eccezionale della nostra politica? Penso che ciò che si è dimostrato utile, che si è affermato ed è ormai entrato nell'uso comune tanto da non sollevare più alcun dubbio, sarà almeno altrettanto opportuno (anzi credo sarà molto più opportuno) per tutto il nostro apparato statale. L'ispezione operaia e contadina dovrà appunto occuparsi di tutto il nostro apparato statale, e la sua attività dovrà toccare tutti - senza eccezione - gli organismi statali sia locali che centrali, commerciali o puramente burocratici, educativi o di archivio, teatrali, ecc., in una parola, tutti, senza la più piccola esclusione.
Perché dunque per un organismo con funzioni così ampie, il quale inoltre deve essere straordinariamente duttile nelle forme della sua attività, non ammettere un tipo particolare di fusione, cioè quella dell'organismo di controllo di partito con l'organismo di controllo sovietico?
Non vi vedrei nessuno ostacolo. Credo inoltre che tale fusione sia la sola garanzia per la riuscita del lavoro. Credo che tutti i dubbi in proposito possano spuntar fuori dagli angoli più polverosi del nostro apparato e che bisogna rispondere in un modo solo: con lo scherno.
Un altro dubbio: è opportuno unire lo studio con l'esercizio delle proprie funzioni? Mi pare che non solo sia opportuno, ma obbligatorio. In generale, nonostante il nostro atteggiamento rivoluzionario verso i princìpi sui quali poggiano gli ordinamenti degli Stati europei occidentali, noi siamo riusciti a lasciarci contagiare da tutta una serie dei più dannosi e ridicoli pregiudizi, e in parte il contagio ce l'hanno di proposito portato i nostri cari burocrati, i quali hanno intenzionalmente speculato sul fatto che sarebbero riusciti a far buona pesca nelle torbide acque di questi pregiudizi, e vi sono riusciti a tal punto che fra noi solo coloro che sono completamente ciechi non hanno visto come questa pesca era largamente praticata.
In tutti i campi delle relazioni sociali, economiche e politiche noi siamo "terribilmente" rivoluzionari. Ma quando si tratta di rispettare i gradi, di osservare le forme e i riti amministrativi, il nostro "rivoluzionarismo" è spesso sostituito dal più stantio tradizionalismo. In questo campo si può osservare spesso un fenomeno estremamente interessante: il grandioso balzo in avanti nella vita sociale si unisce ad una mostruosa timidezza di fronte ai più piccoli cambiamenti.
E ciò è comprensibile, perché i più audaci passi in avanti sono stati fatti su un terreno che da lungo tempo era riservato alla teoria, su un terreno che era stato coltivato principalmente e persino quasi esclusivamente in modo teorico. Il russo si sfogava in casa contro l'odiosa condizione di impiegatuccio, si sfogava con elucubrazioni teoriche estremamente ardite, e queste elucubrazioni teoriche estremamente ardite acquistavano quindi un carattere eccezionalmente unilaterale. Nel nostro paese vivevano l'una accanto all'altra, in buona armonia, l'audacia teorica nelle costruzioni generali e una sorprendente timidezza per la più insignificante delle riforme burocratiche. Una grandiosa rivoluzione agraria mondiale è stata elaborata con un'audacia sconosciuta in altri Stati, e in pari tempo mancava la fantasia per una riforma burocratica di infimo ordine; mancava la fantasia o la pazienza per applicare a questa riforma le tesi generali che davano risultati così "brillanti" quando erano applicate a questioni di carattere generale.
Perciò la nostra vita odierna unisce in sé, in misura sorprendente, i tratti dell'audacia più temeraria e della timidezza mentale di fronte ai cambiamenti più insignificanti.
Penso che non sia stato altrimenti in nessuna delle rivoluzioni realmente grandi, in quanto le rivoluzioni realmente grandi nascono dall'antagonismo tra il vecchio, tra la tendenza a rielaborare il vecchio e la più astratta aspirazione al nuovo, che deve essere talmente nuovo da non contenere in sé nemmeno un briciolo di antico.
E quanto più questa rivoluzione è repentina, tanto più a lungo dureranno tali contraddizioni.
Il tratto generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto l'industria capitalistica, ci siamo sforzati di distruggere dalle fondamenta gli istituti medioevali, la grande proprietà fondiaria, e al suo posto abbiamo creato la piccola e piccolissima proprietà dei contadini, che seguono il proletariato per la fiducia che hanno riposto nei risultati della sua opera rivoluzionaria. E’ tuttavia difficile reggersi su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti, perché la classe dei piccoli e piccolissimi contadini, specialmente durante la Nep, si mantiene per necessità economica a un livello estremamente basso di rendimento del lavoro. Inoltre, la situazione internazionale ha fatto sì che oggi la Russia è stata respinta indietro, e che, in generale, il rendimento del lavoro è ora considerevolmente inferiore a quello dell'anteguerra. Le potenze capitalistiche dell'Europa occidentale, in parte consapevolmente, in parte spontaneamente, hanno fatto tutto il possibile per respingerci indietro, per utilizzare gli elementi di guerra civile in Russia al fine di rovinare il più possibile il nostro paese. Appunto una soluzione simile della guerra imperialistica si presentava, naturalmente, come cosa che offriva considerevoli vantaggi: se non rovesceremo il regime rivoluzionario in Russia ne renderemo in ogni caso difficile lo sviluppo verso il socialismo. Cosi press'a poco ragionavano quelle potenze, e, secondo il loro modo di vedere, non potevano ragionare diversamente. Il risultato che hanno ottenuto è che il compito che si erano prefisso è stato risolto a metà. Non rovesciarono il nuovo regime creato dalla rivoluzione, ma non gli permisero di fare subito un passo in avanti tale da giustificare le previsioni dei socialisti e da permettergli di sviluppare con grandissima rapidità le forze produttive, di sviluppare tutte quelle possibilità, che messe assieme, avrebbero dato il socialismo, di dimostrare a tutti in modo evidente, lampante, che il socialismo racchiude in sé forze gigantesche e che l'umanità è ora passata in una nuova fase di sviluppo, che racchiude in sé possibilità magnifiche.
Il sistema delle relazioni internazionali ha preso oggi una forma che uno degli Stati europei - la Germania - è asservito agli Stati vincitori. Inoltre, parecchi Stati, tra i più vecchi dell'Occidente, avendo vinto la guerra, hanno avuto la possibilità di sfruttare la vittoria per fare alle loro classi oppresse diverse concessioni che, pur essendo poco importanti, ritardano il movimento rivoluzionario e creano una sembianza di "pace sociale".
Nello stesso tempo, una serie di paesi, Oriente, India, Cina, ecc., a causa appunto dell'ultima guerra imperialistica, sono stati definitivamente gettati fuori dai loro binari. Il loro sviluppo si è adeguato definitivamente allo sviluppo del capitalismo europeo. È incominciato in essi un fermento simile a quello che si ha in Europa. È ormai chiaro per il mondo intero che essi sono stati trascinati su una vita di sviluppo che non può non portare a una crisi del capitalismo mondiale nel suo insieme.
Ci troviamo così, nel momento attuale, davanti alla domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalistici dell'Europa occidentale non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo? Ed essi tuttavia non lo compiono come ci attendevamo. Essi lo compiono non attraverso una "maturazione" uniforme del socialismo, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni Stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo Stato vinto nella guerra imperialistica, unito allo sfruttamento di tutto l'Oriente. L'Oriente d'altra parte, è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialistica, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale.
Quale tattica prescrive dunque tale situazione per il nostro paese? Evidentemente la seguente: dobbiamo essere estremamente cauti per poter conservare il nostro potere operaio, per poter mantenere sotto la sua autorità e sotto la sua guida i nostri piccoli e piccolissimi contadini. Dalla nostra parte c'è il vantaggio che tutto il mondo sta già passando a un movimento da cui dovrà nascere la rivoluzione socialista mondiale. Ma vi è anche lo svantaggio che gli imperialisti sono riusciti a scindere tutto il mondo in due campi, e che inoltre questa scissione si complica per il fatto che la Germania, paese capitalistico effettivamente sviluppato e colto, incontra estreme difficoltà per rimettersi in piedi. Tutte le potenze capitalistiche del cosiddetto Occidente la beccano e non le permettono di rialzarsi. E d'altra parte tutto l'Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori sfruttati e ridotti all'estremo limite della sopportazione, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell'Europa occidentale.
Possiamo noi salvarci dall'incombente conflitto con questi Stati imperialistici? Possiamo noi sperare che gli antagonismi e i conflitti interni fra i floridi Stati imperialistici dell'Occidente e i floridi Stati imperialistici dell'Oriente ci diano un periodo di tregua per la seconda volta come ce l'hanno dato la prima volta, allorché la campagna della controrivoluzione dell'Europa occidentale, volta ad appoggiare la controrivoluzione russa, fallì a causa delle contraddizioni esistenti nel campo dei controrivoluzionari d'Occidente e d'Oriente, nel campo degli sfruttatori orientali e degli sfruttatori occidentali, nel campo del Giappone e dell'America?
A questa domanda, io penso, dobbiamo rispondere che la soluzione dipende qui da troppe circostanze, e che l'esito di tutta la lotta in generale può essere previsto solo considerando che, in fin dei conti, il capitalismo stesso educa e addestra alla lotta l'enorme maggioranza della popolazione del globo.
L'esito della lotta dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l'India, la Cina, ecc. costituiscono l'enorme maggioranza della popolazione. Ed è appunto questa maggioranza che negli ultimi anni, con una rapidità mai vista, è entrata in lotta per la propria liberazione, sicché in questo senso non può sorgere ombra di dubbio sul risultato finale della lotta mondiale. In questo senso la vittoria definitiva del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata.
Ma quel che c'interessa non è l'ineluttabilità della vittoria finale del socialismo. Ci interessa la tattica alla quale dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo, noi, potere sovietico della Russia, per impedire agli Stati controrivoluzionari dell'Europa occidentale di schiacciarci. Affinché ci sia possibile resistere sino al prossimo conflitto armato tra l'Occidente controrivoluzionario imperialistico e l'Oriente rivoluzionario e nazionalista, tra gli Stati più civili del mondo e gli Stati arretrati come quelli dell'Oriente, che peraltro costituiscono la maggioranza, è necessario che questa maggioranza faccia in tempo a diventare civile. Anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo, pur essendoci da noi le premesse politiche.
Dobbiamo attenerci a questa tattica oppure attuare per la nostra salvezza la politica seguente.
Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, godano della fiducia dei contadini e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero.
Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista ed il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato.
Non sarà questo il regno della grettezza contadina?
No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini, avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far sì che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l'elettrificazione, l'estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, ecc.
Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all'altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell'economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell'elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.
Ecco come nella mia mente lego il piano generale del nostro lavoro, della nostra politica, della nostra tattica, della nostra strategia con i compiti dell'ispezione operaia e contadina riorganizzata. Ecco che cosa, secondo me, giustifica le cure eccezionali, l'attenzione eccezionale che noi dobbiamo dedicare all'Ispezione operaia e contadina, ponendola su un piano eccezionalmente elevato, dandole un gruppo dirigente che abbia gli stessi diritti del Comitato centrale, ecc.
Ci giustifica il fatto che soltanto epurando al massimo il nostro apparato, riducendolo al massimo - il che è assolutamente necessario - saremo veramente in grado di resistere. Inoltre, saremo in grado di resistere non già restando al livello di un paese a piccola economia contadina, al livello di questa ristrettezza generale, ma a un livello che immancabilmente si eleverà fino alla grande industria meccanica.
Ecco quali sono gli altri compiti che vorrei affidare alla nostra Ispezione operaia e contadina. Ecco perché progetto la fusione di un autorevolissimo organismo dirigente del partito con un "semplice" Commissariato del popolo.
Lenin
2 marzo 1923

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