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domenica 11 aprile 2010

Cavaliere allo specchio


Modello francese, ma con grande beneficio di inventario. Silvio Berlusconi, dopo il brevissimo incontro con Nicolas Sarkozy per il 28esimo vertice franco-italiano liquidato in non più di un’ora, si è dedicato a tracciare le grandi linee della riforma costituzionale che ha in testa per l’Italia. La Costituzione è sorpassata,ha detto in sostanza, perché il sistema «era nato dopo vent’anni di regime fascista», si trattava di «un sistema assembleare» che è «andato un po’ troppo in là», ma allora la cosa poteva spiegarsi per il timore di nuove derive autoritarie. La conseguenza è che oggi, per Berlusconi, la Costituzione italiana «dà troppo potere al parlamento e nessuno all’esecutivo». Ma adesso siamo «in un’epoca di decisioni tempestive ed efficaci», afferma. E già precisa che, tra queste, c’è il ritorno al nucleare, visto che «le centrali oggi sono assolutamente sicure»: la tecnologia sarà francese, la collaborazione sempre più stretta, è stato deciso ieri, anche se i particolari ancora non sono stati definiti.
Per Berlusconi, il modello francese va bene, «ma non tutto»: mentre in Francia, in occasione dell’ultima riforma costituzionale del luglio 2008, nessuno ha voluto mettere mano al sistema elettorale, che resta a suffragio universale a due turni, Berlusconi vuole un election day - presidenziale più legislativa - a un solo turno. Anche Sarkozy sogna questa riforma. Berlusconi lo esorta: «Se cambi qualcosa, dimmelo». Sarkozy vorrebbe imporre il turno unico alle regionali: con questo sistema, il 14 marzo scorso, avrebbe vinto dieci regioni, invece di perderne ventuno contro una. In Francia, su questo punto è guerra con l’opposizione, ma è chiaro che Sarkozy ha perso potere con la sconfitta.
La riforma istituzionale di Sarkozy del 2008 è stata presentata in Francia come una decisione per riequilibrare il troppo potere che era stato accumulato nelle mani del presidente, dopo l’introduzione del quinquennato (al posto dei sette anni di presidenza) e l’inversione della sequenza elettorale: ormai, in Francia prima c’è l’elezione presidenziale, seguita a ruota dalle legislative. Questo sistema permette di evitare con grande probabilità che si verifichino delle nuove coabitazioni, che avevano limitato i poteri sia di Mitterrand che di Chirac, quando i due presidenti erano stati costretti a nominare un primo ministro del campo opposto (ultimo è stato il socialista Lionel Jospin con Jacques Chirac all’Eliseo) perché l'opposizione aveva vinto le legislative. Con il quinquennato, il ruolo del primo ministro è diminuito e nel primo periodo di presidente Sarkozy è praticamente sparito. L’arrivo all’Eliseo di un iper-pesidente che si dichiarava tale, che mostrava i muscoli del «volontarismo» in politica, dove «basta volere per potere», aveva preoccupato non poco i francesi. La riforma di 47 articoli della Costituzione su 89 è stata fatta per rassicurare. Ma l’opposizione non ci ha creduto: la riforma è passata per un solo voto (quello del socialista Jack Lang, che non ha seguito le indicazioni del suo gruppo).
Il parlamento ha ottenuto un maggiore controllo dell’ordine del giorno delle due assemblee e la limitazione del ricorso al decreto-legge da parte del governo. Inoltre, c’è ormai l’obbligo di informare - ma senza che questa informazione sia seguita da un voto - le assemblee «entro tre giorni» dopo una decisione di impegno militare all’estero. Il presidente, però, ha rotto una tradizione repubblicana vecchia di 135 anni: ormai, può esprimersi di fronte al parlamento riunito. Nel 1873, era stata proibita la presenza fisica di un presidente in parlamento, per evitare derive populiste e troppa influenza sui deputati.
Quello che ancora manca nella riforma francese è la strutturazione di forti contro-poteri. Ma la riforma oggi rischia di trasformarsi in una trappola per Sarkozy, che da iperpresidente si sta trasformando in un perdente. La prima decisione presa dal governo dopo la sconfitta dell’Ump (il partito di maggioranza) alle regionali, è stato di mettere nel cassetto la carbon tax, peraltro presentata da Sarkozy solo qualche mese fa come una «svolta storica». I deputati dell’Ump non l’avevano mai voluta. Adesso, rischia di fare
la stessa fine la riforma della giustizia, contestata da tutto il mondo giudiziario, perché accentua la dipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo, con l’abolizione del giudice istruttore indipendente.
I deputati rialzano la testa, in questo periodo di debolezza dell’Eliseo. Chiedono ora anche di soprassedere alla prevista abolizione della pubblicità sulle televisioni pubbliche (ora limitata a dopo le ore 20), a causa di un costo troppo alto per le finanze pubbliche in rosso.



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sabato 10 aprile 2010

RIFORME: DILIBERTO, BERLUSCONI NON SA CONCEPIRE LA DEMOCRAZIA

 
 
"Modello francese senza doppio turno? Berlusconi battitore d'asta senza incanto dei sistemi istituzionali, in barba al Parlamento e a tutte le forze politiche".
Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, in una nota, polemizza con il Presidente del Consiglio sulle riforme.
"E' più forte di lui: il premier non sa concepire la democrazia senza guardare al proprio 'particulare'" afferma il leader dei Comunisti italiani.
"Continuiamo ad appellarci al Presidente Napolitano affinché nessuna riforma stravolga la Carta Costituzionale. Dopo la legge elettorale di Calderoli, nessun'altra 'porcata' può trovare ospitalità politica" conclude Diliberto.
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venerdì 9 aprile 2010

I rischi di regime dal patto di Arcore


Il presidenzialismo torna a tenere banco nel tanto celebrato clima nuovo del dopo elezioni. L'apertura di una ennesima stagione di riforme istituzionali sembra imminente dopo la cena di Arcore. Eppure, alla luce delle strategie politiche in campo, l'elezione diretta del capo dello Stato porta molti elementi di complicazione, e non solo tra chi già aveva disegnato il percorso di una fuoriuscita morbida dal pantano del ventennio berlusconiano. La virata brusca verso il regime presidenziale è un abile colpo di coda del cavaliere che così agita le acque e dichiara che la sua leggenda non si esaurisce affatto con la conclusione della legislatura.
Non è solo per mere esigenze di propaganda che Berlusconi ha enfatizzato il ruolo costituente dei gazebo per imporre, con il confuso moto della piazza, il regime presidenziale. È anche perché ha ben compreso che con l'ingresso in una integrale democrazia plebiscitaria sedotta dalla narrazione di un capo egli non solo può sopravvivere quasi indenne agli eventi ma persino aspirare a durare al potere fino al 2020.
Berlusconi percepisce che i suoi modi informali, le sue relazioni sospette, le sue irreversibili cadute di prestigio lo rendono del tutto indigesto all'establishment politico (non solo italiano). Restando immutata la forma di governo parlamentare, la sua carriera politica si appresterebbe quindi al capolinea. Dentro il sistema politico, il suo ruolo di governo è già esaurito e anche le sfornate di leggi ad personam, atte a preservare la immacolata fedina penale, gli servirebbero a poco. Per scongiurare la incombente deriva centrifuga del suo movimento, il cavaliere rilancia la prospettiva mitica della investitura popolare del leader come risposta ad una democrazia parlamentare acefala. Non vuole più solo un salvacondotto per godere tranquillamente i suoi infiniti beni, Berlusconi aspira a durare in sella ancora per altri dieci anni.
Due sono le condizioni per sopravvivere così a lungo al potere. In primo luogo, impedire con forza ogni revisione dell'attuale legge elettorale (che gli consente di nominare i deputati e quindi di controllarne i movimenti). E, in secondo luogo, accelerare le riforme istituzionali per impedire che sia il parlamento (anche quello nominato dai capi può regalare amare sorprese nel segreto dell'urna) ad eleggere l'inquilino del Quirinale. Affidando al popolo la scelta del capo, Berlusconi avrebbe modo di resuscitare il suo carisma dalle ceneri e proporsi di nuovo come il più accreditato leader proteso alla fatale conquista del Colle.
L'entrata in una integrale democrazia plebiscitaria, proprio per questo fosco scenario, non converrebbe però agli altri attori principali. Poco da guadagnarne avrebbe Fini, che pure per motivi ideologici è tra i politici quello più sensibile alle sirene del presidenzialismo. La scorciatoia imboccata da Berlusconi per afferrare lo scettro del comando lo terrebbe a lungo (troppo) ai margini, in attesa di una assai incerta successione (dovrebbe vedersela con «l'amico della Lega» anche per il posto, in prospettiva più marginale, di presidente del consiglio). Quindi Fini (a meno che sul presidenzialismo non si arrivi con una ampia convergenza con l'opposizione, con le opportune prove di bon ton con le cariche istituzionali) non si agiterà molto per favorire l'ascesa di un bonapartismo mediatico.
Nemmeno la Lega, ottenute le rassicurazioni di bandiera per alimentare il mito federalista, si darà molto da fare per una scelta istituzionale, come quella presidenzialista, che comunque penalizza una forza con radicamento solo micro-territoriale e ne elimina (o lo contiene) il potere di contrattazione. Per lucrare un elevato plusvalore come formazione di protesta che agita lo spauracchio di una disgregazione territoriale, il Carroccio dovrebbe garantire a Berlusconi una trionfale investitura come l'unica forza di coesione nazionale. Troppo rischioso per Bossi fare da sponda al cavaliere quale novello principe riunificatore. Anche Casini risponderà picche alle offerte di Berlusconi. Il leader centrista punta infatti a minare il bipolarismo e la sua strategia prevede Palazzo Chigi per sé e, per un leader prestigioso del Pd, il rifugio del Quirinale.
Proprio nel Pd si respirano però le maggiori incertezze. Un'ala è per il sindaco d'Italia o per il presidenzialismo alla francese e ciò la pone in perfetta sintonia con il disegno berlusconiano di un bipolarismo redivivo complice l'elezione diretta di un capo monocratico. Anche altre componenti non chiudono comunque all'ipotesi di scuola di un presidenzialismo. È chiaro però che, con una tale concessione di credito, si archivia per sempre la strategia sistemica di un Pd che opera come il regista di una nuova alleanza aperta al centro e alla sinistra sopravvissuta alla diaspora. Accettando il dialogo miope sulle riforme presidenzialiste, il Pd farebbe terra bruciata attorno a sé e senza ottenere alcun vantaggio nel medio periodo.
Con la sua provocatoria proposta di grande riforma, Berlusconi invece non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Con lo status quo invariato, egli potrebbe governare ma con la prospettiva, per lui ossessiva, di cedere il passo fra tre anni. Agitando la carta fumogena del presidenzialismo, il cavaliere potrebbe diventare il dominus osannato di un lungo ciclo politico. Con il trentennio berlusconiano alle porte, la carriera politica del cavaliere sarebbe molto allungata, ma la decadenza del paese languirebbe senza più rimedio.
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