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martedì 20 aprile 2010

Padre Pezzotti e gli altri: trenta casi di preti pedofili che la Chiesa ha protetto.


Padre Pezzotti e gli altri: trenta casi di preti pedofili che la Chiesa ha protetto
pubblicato il 15 aprile 2010 alle 08:11 dallo stesso autore – torna alla home Spostare e trasferire per troncare e sopire: l’AP fa nomi e cognomi di sacerdoti inviati nelle missioni o mandati all’estero per evitare che finissero sotto processo.
La foto del bollettino della Chiesa cattolica lo mostra cinquant’anni dopo con il suo sorriso rugoso, quasi nudo, circondato da bambini tra le braccia e ai suoi piedi in Brasile, dove il reverendo Mario Pezzotti svolgeva la sua attività a fianco dei fanciulli e di supervisione nei confronti degli altri preti. Anche se era stato accusato di aver violentato Joe Callander nel Massachussets. E non è un caso isolato.
PROMOSSI PER MERITI SUL CAMPO – In una ricerca investigativa attraverso 21 paesi nei sei contenti, l’AP ha trovato trenta casi di preti accusati di abusi sessuali che sono stati trasferiti da un paese all’altro, riuscendo, in talune circostanze, a sfuggire alla legge che li inseguiva. Quasi tutti hanno avuto la chance di lavorare nuovamente con i bambini, alcuni di essi hanno continuato ad abusare di minori. Un prete che aveva ammesso violenze sui bambini a Los Angeles venne trasferito nelle Filippine, e i suoi superiori gli intimarono più volte di non rivelare a nessuno dov’era finito. Un altro, condannato per abusi sessuali in Canada e sfuggito alla legge, si trasferì in Francia dove, nel 2005, venne di nuovo condannato. Un altro ancora ha fatto la spola tra Irlanda e Inghilterra, nonostante fosse segnalato come pederasta e abusatore di bambini. Richard Sipe, ex monaco benedettino, lo dice chiaro e tondo: “Se uno dei nostri si mette nei guai e sta per scoppiare uno scandalo, la Chiesa lo sposta in giro per il mondo e lo invia nelle missioni all’estero. Qualsiasi cosa pur di evitare lo scandalo“. I rappresentanti della Chiesa si giustificano dicendo che in alcuni casi, i sacerdoti si sono spostati di loro iniziativa in un altro paese e la nuova parrocchia poteva non essere a conoscenza delle accuse. In altri casi, i funzionari della chiesa hanno detto di non credere alle accuse, o che il sacerdote aveva pagato e si era pentito per quanto fatto. Di fronte a Dio, forse. Di fronte alla legge sicuramente no.
VIOLENZA E CARITA’ – Callander aveva 14 anni quando fu violentato per tre volte da padre Pezzotti presso l’ormai chiuso Xaverian Missionary Faith High School ad Holliston nel 1959. La Chiesa ha pagato 175mila dollari di risarcimento nel 1993 per quanto accaduto, mentre altre due accuse di abusi provenienti da Boston nei confronti del prete non sono state mai chiarite. Nel frattempo lui è volato via in Brasile, dove ha portato il linguaggio della fede agli indiani Kayapo in Amazzonia: “Ho espiato e sono guarito nella giungla”, ha scritto Pezzotti alla sua vittima negli anni Novanta, “Con l’aiuto di Dio”. Don Pezzotti non ha ricevuto altre accuse in Brasile, anzi: quando è tornato in Italia, nel 2003, i brasiliani hanno chiesto a Roma di rimandarlo di nuovo tra di loro.
LUI FA L’INDIANO -Poi c’è un prete indiano, don Vijara Bhaskar Godugunuru, accusato negli Stati Uniti di aver molestato una teen-ager in Florida nel giugno 2006 si troverebbe in Italia. Lo afferma Jeff Anderson, l’avvocato di St. Paul in Minnesota che si sta occupando del caso. «L’appello della famiglia della ragazza a Papa Benedetto XVI è rimasto inascoltato», afferma Anderson in un comunicato. La madre della teen-ager scrisse nell’agosto di quello stesso anno al Santo Padre quando padre Godugunuru fu incriminato dell’aggressione alla figlia. Il prete si dichiarò colpevole e la Corte gli ordinò, nel febbraio 2007, di tornare in India. Don Godudunuru si troverebbe adesso in Toscana, dove lavorerebbe come vice-parroco nella chiesa del Ss. Nome di Maria in località Querce al Pino che fa capo alla diocesi di Montepulciano, Chiusi, Pienza. Lo studio legale di Anderson ha allegato al comunicato l’elenco dei preti in servizio alla diocesi italiana aggiornato al maggio 2009 in cui risulta il nome del sacerdote indiano. Secondo Anderson, la diocesi di Pensacola-Tallahassee in Florida inviò nel 2007 la documentazione relativa a don Godugunuru, compreso il rapporto dello sceriffo e la perizia dello psicologo, al Cardinale Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. La ragazza ha adesso fatto causa alla diocesi per corresponsabilità negli abusi. Secondo Anderson l’iter della vicenda “è tipico di come il Vaticano affronta i casi di abusi sessuali da parte del clero“. “Le prove prodotte non supportan l’accusa”, ha invece detto ad Ap Monsignor Rodolfo Cetoloni, vescovo della diocesi di Montepulciano, la settimana scorsa. La ragazza ha detto che padre Godugunuru si era appartato con lei e le aveva messo le dita nella vagina. Alla famiglia il Papa non ha mai risposto.

IL GESUITA BENEFATTORE – Clodoveo Piazza è un gesuita italiano che gestiva un ricovero per i senzatetto per bambini di strada e ha lavorato in Brasile per 30 anni. Nel 2005 ha ricevuto 600mila dollari dalla Banca per lo sviluppo nazionale del Brasile per istituire quattro impianti nella città nordorientale di Salvador.Lo scorso agosto, i pubblici ministeri hanno detto che almeno otto ragazzi e giovani si erano presentati a dire che erano stati abusati da piazza oppure di aver visto ragazzi stranieri ausati sessualmente. polizia brasiliana sta tentando di arrestarlo, ma Piazza ora lavora in Mozambico, secondo un periodico cattolico no profit, e la chiesa è giunta alla sua difesa.”I gesuiti italiani esprimono la loro solidarietà con il fratello e il padre Piazza“, recita una nota sul suo sito Web. Il gruppo aggiunge che “la calunnia contro i missionari sta diventando un gioco sempre più popolare“. I pubblici ministeri brasiliani dicono che Piazza, un brasiliano naturalizzato, ha rifiutato di rispondere alle accuse di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei bambini. Intervistato a Maputo, in Mozambico, questa settimana, Piazza ha detto le accuse contro di lui sono false e sono parte di una campagna per ricattarlo partita da “ambienti politici” brasiliano che non identifica. Ha detto che era stato prosciolto dalle accuse per due volte in Brasile, e che non vi è alcuna prova contro di lui. Ma i PM brasiliani ribadiscono che non c’è stato nessun proscioglimento e il suo caso è ancora aperto.
LA POSIZIONE DEL SEMINARISTA – Giuseppe Skelton era uno studente di 26 anni del seminario di San Giovanni a Detroit, Michigan, nel 1988, quando fu condannato per abusi sessuali con un ragazzo di 15 anni. Due decenni più tardi, vive nelle Filippine, dove è stato ordinato sacerdote e ora serve come vicario parrocchiale della parrocchia di San Vincenzo Ferrer nella remota città di Calape, secondo la diocesi. E’ anche diventato un cantante gospel molto popolare nel paese. L’arcidiocesi di Detroit, dopo aver appreso che Skelton era stato ordinato sacerdote, ha inviato una lettera sulla sua condanna alla diocesi di Tagbilaran all’inizio del 2003. Tumulak, l’ex vescovo, ha detto di non ricordare di aver ricevuto la lettera, e in ogni caso ormai è troppo tardi.
TRE CONDANNE E NON SENTIRLE – Il reverendo colombiano Enrique Diaz Jimenez è stato condannato per tre volte in tre paesi diversi. Si è dichiarato colpevole di aver abusato sessualmente di tre ragazzi, mentre era un sacerdote della chiesa di San Leo e la Chiesa dell’Addolorata di New York a metà degli anni 1980, e fu condannato nel mese di aprile 1991 a cinque anni e quattro mesi di libertà vigilata. Fu trasferito e riprese il lavoro come sacerdote in Venezuela, dove fu sospeso di nuovo nel 1996 per 20 anni dopo che 18 ragazzi lo hanno accusato di averlo molestato. Monsignor Francisco de Guruceaga, il vescovo che ha assunto Diaz in Venezuela, ha detto che non era chiaro a lui che il prete che era stato accusato di abusare di bambini. Diaz, ha detto De Guruceaga gli disse che aveva problemi con i rapporti con le donne, non di aver molestato bambini. Diaz è tornato in Colombia nel 1996 ed è stato accusato nel 2001 di aver molestato un ragazzo, dichiarandosi colpevole alla fine dell’anno.
UNA CURA SPECIALE – Il trasferimento dei sacerdoti è stato chiamato “la cura geografico”, secondo Terry Carter, vittima della Nuova Zelanda. La Carter ha vinto $ 32,000 a titolo di risarcimento dalla Società di Maria, che supervisiona la scuola cattolica del collegio di Wellington dove è stata abusata dal reverendo Allan Woodcock. Woodcock ha molestato almeno 11 ragazzi in quattro strutture della chiesa in Nuova Zelanda prima di essere inviato in Irlanda. E’ stato estradato in Nuova Zelanda nel 2004, si è dichiarato colpevole di 21 accuse di abusi sessuali ed è stato condannato a sette anni di carcere. E’ stato rilasciato sulla parola nel settembre 2009. “L’hanno portato fuori dalla Nuova Zelanda, dopo anni di illeciti in diverse posizioni“, dice la Carter. La Chiesa ribatte: “Egli è stato inviato in Irlanda per la psicoterapia intensiva. Non aveva il permesso di esercitare il suo ministero o di essere coinvolto con i giovani“. Woodcock è stato sospeso dal suo ministero nel 1987. E ’stato rimosso dal sacerdozio nel 2001.
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venerdì 16 aprile 2010

Abortire in Vaticano..


A volte anche i dubbi sono un lusso. Non ne ha avuti Alina, 34 anni, quando ha varcato la soglia della Farmacia Vaticana per abortire. Vaticana, sì, non è un errore: è andata proprio all'interno delle mura dei più fieri nemici dell'interruzione di gravidanza per procurarsi le pillole di cui aveva bisogno. Ha dato uno sguardo rapido all'ampio negozio, scelto la fila più breve e atteso con pazienza il suo turno.

Non c'è da avere dubbi quando hai un passaporto romeno in tasca, due o tre lavori - tutti clandestini - e una famiglia da mantenere, sorelle e nipoti compresi. E' una scelta tra vite. E Alina sa bene qual è la sua. E' arrivata a Roma quattro anni fa con il marito: in Romania non c'è lavoro. In Italia nemmeno ma, a sapersi accontentare e a non avere pretese di cittadinanza o contributi, qualcosa si può guadagnare, assicurano gli amici.

Lui viene subito preso da un piccolo costruttore a fabbricare cemento e riverniciare interni di case. Lei a pulire appartamenti, a volte anche uffici, i suoi preferiti: nessuno si sogna di protestare se il pavimento non è lucido di cera o se non toglie la polvere dietro i mobili ogni giorno.

Una vita da fantasmi, del tutto inesistenti. Eppure insieme riescono a mandare a casa anche mille euro al mese. Per la famiglia è la salvezza. Alina e il marito hanno due figli maschi di 10 e 8 anni. Con quei soldi vanno a scuola, si vestono, mangiano. Con gli stessi soldi vivono il nonno e la nonna, troppo anziani per lavorare, la sorella di Alina, i suoi due figli e il marito invalido.

Quando quest'inverno Alina ha capito di essere incinta ha pensato a loro. Non aveva scelta: portare avanti la gravidanza per un fantasma come lei vuol dire perdere tutto. Nessuno dà un lavoro in nero a una romena incinta, le si chiede di farsi un attimo da parte, partorire e poi ricominciare da capo a bussare alle porte per trovare altre case e uffici da pulire. Quanti mesi di stipendio persi? Sette, otto, dieci? E poi chi allatta il bambino? E se non lo allatta lei chi ha i soldi per comprare il latte? E alla fine perché fare ancora un figlio per disfarsene subito dopo e nemmeno vederlo crescere?

Una donna fantasma non ha un medico di famiglia e l'assistenza sanitaria soltanto se in pericolo di vita o in particolari casi. L'aborto dovrebbe essere compreso ma con i tempi che corrono presentarsi in ospedale e far emergere la propria vita è troppo rischioso. Meglio ascoltare i consigli di chi ne sa più di lei. Nel Lazio una donna su tre che abortisce è originaria dell'Est, molto spesso romena. Il metodo è sempre lo stesso, il fai-da-te: alcune pillole di un farmaco usato per curare l'ulcera gastrica e duodenale contengono prostaglandine, lo stesso principio della seconda pillola somministrata nel protocollo della Ru486, quello che provoca l'espulsione definitiva.

Le sudamericane ne sono fra le più grandi consumatrici, lo hanno ribattezzato l'aborto-express. Le cinesi lo usano in quantità industriali e ne arrivano casse intere nel nostro Paese nascoste tra altre merci. Tutte fanno finta di non sapere quanto è pericoloso prenderlo senza controllo. In Italia costa 13,90 euro e si vende in tutte le farmacie ma proprio per evitare abusi bisogna presentare una prescrizione di un medico di famiglia non ripetibile e nominale.

Alina non ha medico di famiglia, e non può sperare nella compassione di qualcuno. Ci sarebbe il mercato nero ma costa il doppio ed è meno sicura. Vai a fidarti di quello che ti vendono, una rom è morta a dicembre proprio dopo aver preso le pillole acquistate chissà come. La soluzione arriva un pomeriggio quando le sembra di non sapere più come fare. Può andare in Vaticano, dove nessuno immaginerebbe di doversi recare per interrompere la propria gravidanza, le assicurano. Le basterà presentare il passaporto subito oltre la porta Sant'Anna, far vedere di avere una prescrizione di un medico con un farmaco qualsiasi scritto sopra e non intestata a lei. A volte va bene anche un foglio bianco di uno studio medico. A volte nemmeno guardano questo foglio i dipendenti della Santa Sede. Al suo danno una rapida scorsa, le consegnano un pass e le indicano la strada per la farmacia.

A volte anche i dubbi sono un lusso. Alina sa che cosa significa assumere questo farmaco. Basta uno sbaglio minimo nelle dosi ed è spacciata. Pensa ai suoi figli, si fa il segno della croce e posa 14 euro sul bancone. Una farmacista dal capello liscio e lo sguardo lontano apre un cassetto, prende una scatola e gliela porta. "La prescrizione del medico? Può tenerla? E ecco il resto". Alina conta i soldi, pensa ad un errore, ma rispetto alle farmacie italiane in Vaticano l'aborto-express non solo è libero ma costa un euro e settanta centesimi in meno
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la bugia del cardinale

La messa del 29 gennaio 2006 nella chiesa di S. Francesco di Sales con padre Marco (con la barba, a sinistra) e il vescovo Luigi Moretti.

Il lungo e strettissimo viale Alessandrino a Roma taglia in due una delle periferie più abbandonate della capitale. Venendo dalla via Prenestina per chilometri non appare un solo angolo che possa richiamare i giovanissimi, che si trovano a scegliere tra i bar o le chiese. Sarà anche per questo che nella periferia estrema di Roma - tra la Casilina e la Prenestina - si concentrano due parrocchie, un seminario, una casa per religiosi venezuelani e un bel po' di altri edifici religiosi.
La parrocchia di San Francesco di Sales è un edificio moderno e gigantesco. Il suo parroco appartiene alla congregazione degli Oblati e qui è arrivato i primi giorni del gennaio 2006. C'è una data ufficiale, il giorno della celebrazione solenne, il 29 gennaio del 2006. Era una domenica importante per questa diocesi di periferia, la chiesa era piena, c'era il coro dei giovanissimi, le famiglie con l'abito buono in prima fila. C'era anche un pezzo importante, il vescovo gerente, monsignor Luigi Moretti. C'era il festeggiato, padre Giovanni Cannone, provinciale degli Oblati di San Francesco di Sales, destinato a dirigere questa parrocchia. «E c'era anche lui - racconta un giovane ragazzo, che in questa storia rimarrà anonimo - padre Marco Agostini, che distribuiva l'eucarestia e concelebrava». Un prete che in quella festa non doveva esserci.
E' questa la scena che smentirebbe un comunicato ufficiale del Vaticano, arrivato alle agenzie la scorsa settimana, firmato direttamente dal cardinale vicario di Roma. Marco Agostini - arrestato qualche mese dopo la celebrazione - era stato indicato quattro anni prima da un gruppo di una ventina di ragazzi come un pedofilo, l'uomo violento che li aveva molestati pesantemente per almeno sette anni, fin da quando erano poco più che bambini. Non doveva essere lì padre Marco, perché, secondo quanto ha riferito il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, era stato sospeso a divinis e allontanato. «Immediatamente» ha specificato il comunicato venuto dalla Santa sede.
Padre Marco Agostini è morto suicida nel 2006 pochi mesi dopo l'arresto, lasciando un biglietto mai divulgato. Nessuno ha mai messo in dubbio le accuse dei giovani, che frequentavano la sua parrocchia a Pomezia, vicino Roma, tanto che ancora oggi è in corso un processo penale contro un altro sacerdote per favoreggiamento. Il vero nodo, oggi, risiede nelle eventuali coperture, omissioni, insabbiamenti che, secondo le vittime, avrebbero garantito una impunità ecclesiastica al sacerdote accusato di molestie. «Il primo settembre del 2002 - racconta una delle vittime, il principale accusatore, che venne molestato per la prima volta quando era tredicenne - accompagnato da degli amici rilascia una testimonianza al vescovo di Albano, Agostino Vallini». Fu infatti l'attuale Cardinale vicario - all'epoca alla guida della diocesi di Albano - ad ascoltare il racconto crudele del ragazzo. «Rilasciai anche una dichiarazione - prosegue il racconto fatto nel 2004 davanti agli agenti della Questura di Roma - al responsabile del Tribunale Ecclesiastico don Felicetto Gabrielli». Dunque una denuncia interna alla chiesa, formalizzata davanti agli organi giurisdizionali previsti dal diritto canonico. «Don Felicetto mi chiese di tenere nascosta questa storia - spiega il ragazzo - dicendo di avere già altre deposizioni». Il problema è che dopo quasi nulla accadde. Padre Marco venne spostato ad Assisi, assegnato ad un ostello della sua congregazione, gli Oblati di San Francesco di Sales. Ma, secondo il racconto delle vittime, continuò a vedere molti ragazzi e a celebrare la messa. Cadrebbe, così, la versione ufficiale del Vaticano, arrivata la settimana scorsa, come smentita delle parole delle giovanissime vittime.
A supporto del racconto fatto dai ragazzi molestati in passato da padre Marco Agostini c'è anche un cd rom con le fotografie realizzate il 29 giugno 2006, durante la messa solenne di insediamento del parroco di San Francesco di Sales a Roma. Fotografie consegnate alla Questura durante le indagini, ma che i difensori non hanno ancora consultato, dove appare padre Marco concelebrando la messa. Ed è un punto fondamentale, visto che la causa civile contro la diocesi di Albano potrebbe essere la prossima mossa della parte civile, che si dovrà basare su l'eventuale comportamento omissivo della gerarchia ecclesiastica.
Non è un'accusa da poco per il cardinale Vallini. L'inchiesta della Polizia di Roma - poi sfociata in un'ordine di custodia cautelare emesso dal Gip del Tribunale di Velletri - non è nata da una denuncia dell'allora vescovo di Albano, che oggi siede su una delle poltrone cardinalizie più importanti. Anzi, ai ragazzi venne chiesto il silenzio. E la risposta che diede il cardinale Agostino Vallini agli investigatori che lo ascoltarono informalmente è sconcertante: «L'alto prelato - si legge in una informativa dell'agosto del 2004 - (...) non ha ritenuto opportuno notiziare l'autorità giudiziaria in quanto, ha precisato, i ragazzi che testimoniarono, nell'estate 2002 erano tutti maggiorenni». Vero, come è vero che gli episodi di abusi duravano da almeno sette anni, da quando «i ragazzi» avevano poco più di tredici anni.
C'è infine la questione - ancora poco chiara - dell'iter che ha seguito il processo ecclesiastico avviato dal cardinale Vallini. L'unico atto concreto venne demandato alla congregazione di appartenenza di padre Marco Agostini, gli Oblati, che lo inviarono in un ostello ad Assisi. Un passo assolutamente inutile, visto che - secondo quanto ricostruito anche dalla Polizia - continuò a vedere i ragazzi della sua parrocchia. Il vero atto, la riduzione allo stato laicale e l'espulsione dalla chiesa, non sarebbe mai avvenuto, almeno fino al gennaio del 2006. Che accadde, dunque, al fascicolo che arrivò in Vaticano. Seguì la strada che Ratzinger aveva indicato nel 2001, quella cioè della centralizzazione nel suo ufficio di tutti i processi ecclesiastici per pedofilia? Il silenzio venuto dopo il suicidio di padre Marco Agostini aveva chiuso il caso. E nel processo penale delle carte del Vaticano non c'è traccia


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giovedì 15 aprile 2010

L'omofobia del cardinale

Ma allora dovremmo non chiamare pedofilo un qualunque maschio dedito a stuprare ragazzine minorenni, dato che la pedofilia è legata a quell'altra "perversione" che è l'omosessualità? Il card. Bertone, che afferma questa ennesima castroneria, lo fa evidentemente in nome di quella "antropologia biblica" a cui spesso alludono i gerarchi cattolici, non sospettando nemmeno lontanamente che essa ha più o meno l'attendibilità della cosmologia contenuta nello stesso testo sacro e abbandonata anche dai più reazionari astronomi pontifici.
Del resto l'antropologia biblica non fornisce molti lumi su che cosa si debba definire in assoluto pedofilia: al catechismo ci hanno insegnato che la vergine Maria andò sposa a Giuseppe intorno ai tredici anni, era quello l'uso della società e dell'epoca, e le sue coetanee che si sposavano a quell'età non erano tutte benedette dallo Spirito Santo, concepivano e partorivano in modi meno soprannaturali. Forse non solo come "padre putativo", ma soprattutto perché non era omosessuale, anche oggi San Giuseppe sfuggirebbe all'accusa di essere pedofilo, vescovi e papi non lo denuncerebbero alle autorità civili, come del resto hanno continuato a fare per tanti anni conformemente ad autorevoli indicazioni del Santo Uffizio, anche ratzingeriano. Che anche l'età in cui si è ritenuti capaci di liberi rapporti sessuali sia un affare di cultura più che di natura non scandalizza nessuno, tranne coloro che continuano a credere che ci sia una "legge naturale" di cui sarebbero detentori il papa e i vescovi e che li autorizzerebbe a decidere in nome di Dio sull'aborto, la fecondazione assistita, l'eutanasia, il divorzio e magari su tutto ciò che le costituzioni moderne affidano alle leggi democraticamente scelte dai cittadini. Noi possiamo condannare la pedofilia perché viola una legge dello stato, se uno non riesce a resistere a pulsioni pedofile deve cercare di controllarsi, anche con l'aiuto della medicina, più o meno come chi sia compulsivamente esibizionista, o sadico, cleptomane ecc. Non sappiamo se in queste tendenze ci sia qualcosa di "naturalmente" deprecabile, salvo quando, come nel caso della pedofilia, implichino violenza sugli altri; e i bambini, come non fanno contratti e non votano, così non sono considerati capaci di scegliere liberamente se, come e con chi fare sesso. Chi li costringe a farlo fa loro violenza, anche se possiamo capire che non si senta un mostro il vecchio curato o il vecchio maestro che accarezza una giovane parrocchiana o un giovinetto suo discepolo. Se l'una o l'altro non hanno ancora l'età può anche non essere peccato, ma è un reato, e come tale va perseguito (con tutte le eventuali attenuanti del caso: professor Socrate, quanti anni ha il suo Alcibiade?).
Dunque, a parte le ubbie omofobe del card. Bertone e di tanti suoi confratelli (evidentemente l'omosessualità resta il vero nemico, perché è una cosa seria, ormai nessuno la considera una "malattia"; e anche perché se la trovano continuamente per casa), potremmo persino dar ragione a vescovi e papi quando cercano di risolvere la cosa "in famiglia", proprio come accade quando un genitore scopre che il figlio, o la figlia, è stato molestato dallo zio, spesso senza riportarne quei terribili traumi denunciati dagli avvocati americani per ottenere i risarcimenti che hanno mandato in rovina tante diocesi. E, diciamolo a rischio di essere fraintesi o anche maledetti, quanta della violenza connessa alla pedofilia dipende dallo stigma sociale che l'ha da ultimo sempre più duramente colpita? Il pedofilo che abusa del bambino nel bosco forse non lo ucciderebbe se non temesse di essere denunciato alla nonna e poi proposto da Calderoli per la castrazione chimica. Creare mostri non è mai servito a nulla. Sto chiedendo di premiarlo, invece? Certo che no. Solo, enunciando pensieri che vengono in mente anche a chi, senza essere pedofilo (con tutto il rispetto per il loro problema) è sanamente omosessuale; pensieri su cui tanti, preti, vescovi e no, forse farebbero bene a riflettere.



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Torino, 24 aprile 2010 - Manifestazione Nazionale "nessun patto sulle nostre vite"

Siamo donne e uomini di diverse realtà del movimento torinese che si sono ritrovate in seguito alla sottoscrizione del neopresidente alla Regione Piemonte Roberto Cota del cosiddetto “Patto per la vita e per la famiglia” e alle dichiarazioni da lui rilasciate immediatamente dopo le elezioni in merito alla pillola Ru486, all'aborto e al Pride.
Abbiamo deciso di incontrarci e unirci in assemblea per iniziare un percorso di mobilitazione e controinformazione, per dare una prima risposta politica immediata a Cota e al suo famigerato patto Lega - Vaticano.

Saremo in Piazza Castello a Torino sabato 24 aprile alle ore 15.30, ad un mese esatto dalla sottoscrizione del patto, per una manifestazione il più partecipata possibile.

Reagiamo a Cota punto per punto e proponiamo il nostro patto per le nostre vite!

Noi donne e uomini sottoscriviamo un patto per le nostre vite fondato sull'autodeterminazione e la libertà di scelta.
Vogliamo essere liber* di decidere come nascere, vivere e morire.
Vogliamo poter scegliere come costruire e gestire i nostri rapporti, le nostre relazioni, la nostra sessualità.

Se per Cota l'aborto è un crimine e la pillola Ru486 una banalizzazione perchè le donne devono sempre e in ogni caso soffrire, noi vogliamo che ogni donna possa decidere se e quando diventare madre e avere il diritto di essere assistita in strutture pubbliche e gratuite.
Rigettiamo qualsiasi ipotesi di presenza del Movimento per la vita, nei consultori, negli ospedali, nelle scuole.

Se per Cota la vita da tutelare è solo quella dell'embrione, noi invece pensiamo a tutte quelle vite non tutelate e lasciate sole, costrette ad affrontare la loro quotidianità senza reddito, lavoro, casa, diritti, servizi.
Pretendiamo di poter scegliere sui nostri corpi anche alla fine della nostra vita, senza accanimenti e strumentalizzazioni.

Se per Cota esiste solo la famiglia monogamica, eterosessuale e fondata sul matrimonio cattolico, noi consideriamo una ricchezza la pluralità di modi differenti di vivere e di amarsi.
Vogliamo vivere liberamente la nostra sessualità!

Se per Cota e la Lega i migranti sono solo criminali, prostitute, badanti o schiavi, per noi sono donne e uomini che come noi aspirano e hanno diritto ad un'esistenza migliore.
Respingiamo ogni forma di discriminazione volta a criminalizzare le/i migranti.

Contro un patto per la vita che ha sapore di morte!
Sabato 24 aprile ore 15.30
manifestazione in Piazza Castello a Torino


Assemblea “Nessun patto sulle nostre vite”
per adesioni e contatti: nessunpattosullenostrevite@gmail.com

da:Rete nazionale femminista


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mercoledì 14 aprile 2010

Bertone: «La pedofilia è da collegare all'omosessualità». L'Arcigay: «Falso, ignobile, antiscientifico»

Ci sarebbe quasi da rimpiangere Wojtyła che si affaccia a salutare dal balcone di Pinochet. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone durante la sua visita nel martoriato Cile ha trovato tempo di esternare alcune considerazioni su castità e pedofilia: «Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia, e invece molti altri hanno dimostrato - me lo hanno detto recentemente- che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia». Chi glielo ha detto? Quando, recentemente? Preoccupato di essere sorpassato a destra da personaggi come Cantalamessa e Babini (“il complotto giudaico” e via farneticando) Bertone prova a spararla grossa (e fasulla oltre che pericolosa). Difende il celibato dei preti e intanto inventa di sana pianta l'equazione pedofilia=omosessualità e tutte e due uguali a malattie. Un po' troppo. Se il celibato riguarda comunque gli affari interni del Vaticano, la diffusione di simili pregiudizi antiscientifici è qualcosa che riguarda tutti. Insorge naturalmente per prima l'Arcigay: «L'equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e anti-scientifica, è un'affermazione disonesta che colpisce la vita e la dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine innocenti».

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lunedì 12 aprile 2010

RU-486, tutto quello che non si dice del farmaco e sul ricovero

Le dichiarazioni dei due Governatori leghisti che hanno affermato di non voler consentire l’uso della pillola abortiva Ru486, come del resto le esternazioni di alcuni vescovi in loro appoggio, fanno parte della quota di sciocchezze che siamo ormai abituati ad attenderci dai dirigenti della Lega (e, purtroppo, anche da alcuni esponenti della Chiesa Cattolica), persone altrettanto improvvide quanto rapide nella ritrattazione, e non mi pare che meritino particolare attenzione, la legge non dà loro alcun potere del genere e l’elettorato leghista non merita dirigenti così poco assennati.

Di ben diverso rilievo è l’intervento del Consiglio Superiore di Sanità (Css), che ha approvato un documento inusuale (ad esempio, riporta complessivamente 170 voci bibliografiche che non sono mai citate nel testo e che contengono, diciamo per il 90%, opinioni completamente difformi dalle conclusioni del Css) che prevede il ricovero ordinario per tutte le donne che sceglieranno di abortire con il metodo farmacologico. Per capirci, si tratta di un tentativo di rendere poco applicabile l’aborto farmacologico costringendo le donne a un lungo, inutile e fastidioso soggiorno in Ospedale.

Non mi dispiacerebbe che il Consiglio Superiore di Sanità, che se non sbaglio non è organo di una Loggia Massonica ma, più modestamente, una Istituzione dello Stato, rinunciasse a vietare la diffusione dei verbali delle riunioni e dei documenti interni. Voci di corridoio (voci femminili di corridoio) riferiscono che il Presidente del Css ( Il professor Garaci, Presidente anche dell’Istituto Superiore di Sanità) ha inviato a tutti i membri una lettera nella quale chiedeva (esigeva?) che il documento fosse approvato all’unanimità; le stesse voci riferiscono che l’unanimità non c’è stata e che al contrario ci sono state voci di protesta. Basterebbe un po’ di trasparenza per evitare la diffusione di queste chiacchiere (calunnie?).

Ma parliamo dell’obbligo di ricovero ordinario, una scelta che certamente sarà causa di un contenzioso, almeno con alcune Regioni. La prima cosa da rilevare è che un ricovero ordinario non è necessario, la maggior parte dei Paesi che utilizzano l’Ru486 preferisce il ricovero in Day Hospital e molti altri non ricoverano e lasciano che tutto si svolga a domicilio. Ci sono esperienze amplissime che lo dimostrano e le stesse esperienze italiane lo confermano. Il secondo rilievo è che si tratta di un ricovero inutile, che viene proposto, almeno in teoria, per evitare possibili complicazioni senza tener conto del fatto che, se complicazioni si verificano, sono sempre molto tardive e si manifestano giorni dopo che il ricovero è finito.

Terza cosa, si tratta di una scelta in gran parte inapplicabile, la nostra Costituzione ci consente di rifiutare i ricoveri obbligatori, salvo casi che non hanno niente a che fare con questo. Poi è una scelta che va tutta a sfavore delle donne che, quando avranno deciso di firmare la cartella e di tornarsene a casa, cosa che faranno in molte, saranno veramente sole perché la responsabilità delle strutture sanitarie cesserà di esistere. E ancora, è una cosa che va contro il buonsenso clinico e l’esperienza dei medici, l’aborto farmacologico riproduce una situazione frequente nella patologia ostetrica spontanea, l’aborto interno, che nessun medico, nelle stesse iniziali settimane di gravidanza, si sognerebbe mai di ricoverare.

Andiamo avanti. La nostra Costituzione stabilisce l’esistenza di notevoli limiti per tutti i legislatori – e quindi sia per quelli statali che per quelli regionali – per tutto quanto ha a che fare con le modalità di cura e i trattamenti sanitari e non credo che possa essere il Ministro della Salute a poter intervenire nei problemi che riguardano la libertà professionale del medico e il rapporto tra costui e i suoi pazienti, anche tenuto conto del fatto che in questa materia esiste un unico possibile limite, che ha a che fare con la tutela della salute del cittadino-paziente. Ancora: la legge 194, che regolamenta le interruzioni volontarie della gravidanza,non fa mai riferimento a un ricovero ordinario, descrive la degenza come “eventuale”, consente l’esecuzione degli interventi chirurgici negli ambulatori (che non hanno possibilità di ricoverare pazienti).

La stessa legge lascia inoltre aperta una strada alla innovazione, quando affida alle Regioni il compito di promuovere l’impiego di tecniche più moderne e più rispettose della integrità fisica della donna (e questo è esattamente il caso). E ancora. Stiamo parlando di trattamenti che appartengono alla categoria dei livelli essenziali di assistenza, cioè di cure che ammettono l’intervento del Ministero solo per quanto riguarda l’idoneità delle strutture, non la modalità con la quale debbono essere erogate. E stiamo parlando del Css, che è autorizzato a dare pareri privi di conseguenze giuridiche specifiche. Insomma saranno le Regioni, molte delle quali hanno già istituito gruppi di esperti capaci di preparare specifiche linee guida, a decidere i comportamenti che sarà saggio adottare.

Elaborare linee guida generali basate sul desiderio di fare un dispetto alle donne e un favore al Vaticano non è solo sbagliato, è controproducente. Temo, per concludere, che molte brave persone si siano lasciare confondere da un libro recentemente pubblicato da due gentili signore, nel quale erano contenuti dati peculiari e altrettanto poco credibili sui drammi che potrebbero conseguire all’impiego del farmaco in questione. Il medesimo testo afferma che l’aborto farmacologico determinerà un aumento delle richieste di interruzione della gravidanza, affermazione lesiva della intelligenza delle nostre donne e comunque contraddetta dalle esperienze di tutto il mondo.

Secondo questo testo, infine, la totalità di coloro che sostengono che si tratta di un metodo con vantaggi e svantaggi ma che è comunque conveniente utilizzare anche nel nostro Paese, avrebbe venduto l’anima all’Industria Farmaceutica. Poiché personalmente nutro, per l’Industria Farmaceutica, la stessa fondamentale antipatia che provo per le due suddette signore, credo di poter essere assolto da questa accusa. E a proposito del libro in questione, userei una espressione cara agli spagnoli: corramos tupido velo, meglio lasciar perdere.
07 aprile 2010
di Carlo Flamigni

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domenica 11 aprile 2010

«Non rimosse pedofilo», c’è la firma di Ratzinger


I documenti arrivano direttamente dagli Stati uniti e parlano sin troppo chiaro. Nel 1985, Joseph Ratzinger - allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - si rifiutò di rimuovere dal suo ruolo «pastorale» Stephen Kiesle, un sacerdote californiano accusato di pedofilia. A dare la notizia è il Washington
Post che - riprendendo una notizia dell'Associated Press - cita una lettera del 1985, firmata da Ratzinger, in cui l’attuale papa esprimeva preoccupazione per gli eventuali effetti che la rimozione di un prete avrebbe avuto «per il bene
della chiesa universale».
La lettera fa parte di una lunga corrispondenza tra la Diocesi di Oakland e il Vaticano sull'opportunità di ridurre allo stato laicale padre Stephen Kiesle. Era il 1981 quando la diocesi californiana raccomandò la rimozione di Kiesle dal sacerdozio ma per quattro anni il caso non venne mai preso in considerazione dal Vaticano sino a quando - nel 1985, appunto - Ratzinger non decise di rispondere al vescovo di Oakland John Cummins: una lettera in latino «solo» per dire che gli argomenti per la rimozione di Kiesle sarebbero stati certo di «grande significato» ma che una tale azione - leggi la rimozione di un prete accusato di abusi sessuali nei confronti di minori - avrebbe dovuto richiedere
«attenta revisione e più tempo».
E’ per questo che l’allora cardinale Ratzinger avrebbe chiesto al povero Cummins di assistere Kiesle «con la maggior cura paterna possibile» in attesa della decisione avendo ben chiaro - comunque - che l’eventuale decisione di spretare Kiesle avrebbe dovuto tener conto «del bene della chiesa universale» e del «danno che questa dispensa avrebbe provocato all'interno della comunità dei fedeli, particolarmente in considerazione della sua giovane età».
Kiesle all'epoca aveva 38 anni. Il sacerdote aveva già avuto problemi con la giustizia: nel 1978 era stato condannato a tre anni di libertà vigilata per atti osceni su tre ragazzi nella canonica di una chiesa di San Francisco. Alla fine del periodo di libertà vigilata, il prete aveva chiesto di lasciare il sacerdozio e la diocesi californiana aveva inviato a Roma i documenti necessari per avviare la pratica. Kiesle è stato definitivamente spretato nel 1987.
«Il cardinale Ratzinger - ha dichiarato all'Ap Irwin Zalkin, uno degli avvocati che rappresenta le vittime di Kiesle - era più preoccupato di evitare lo scandalo che di proteggere i minori. Questo è un tema centrale».
Il Vaticano ha confermato all'Ap la firma di Ratzinger sulla lettera ma non ha voluto fare commenti sul contenuto. «L’ufficio stampa della Santa Sede - ha commentato il solito Padre Lombardi - non ritiene necessario rispondere a
ogni singolo documento preso fuori contesto che riguarda particolari situazioni legali. Non è strano che ci siano singoli documenti con la firma di Ratzinger».
Una difesa di basso tono che poco regge di fronte agli attacchi che ormai da tutto il mondo arrivano contro il pontefice. Fa di tutto padre Lombardi per creare una cintura di sicurezza intorno al suo pontefice - che ormai peraltro
chiama solo Ratzinger e non più «Sua Santità» - ma le argomentazioni reggono poco: certo il papa è pronto a incontrare le vittime degli abusi, vittime che non cercano compensi economici ma aiuto interiore, «un giudizio nella loro dolorosa
vicenda personale». Un Giudizio? Le vittime o il clero?
E’ in questo contesto - spiega ancora Federico Lombardi - che il pontefice ha scritto nella lettera agli irlandesi «di essere disponibile a nuovi incontri». La Chiesa deve «anzitutto continuare a cercare la verità e la pace per gli offesi.
Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro - a volte di diversi decenni - ma evidentemente ancora aperte. C'è qualcosa che va ancora capito veramente». I colpevoli di questi reati devono andare incontro a un doppio giudizio: penale e canonico. «Bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi Paesi». Anche quelli che, come Malta,
hanno stretto col Vaticano un patto di ferro. E dove le vittime degli abusi si sono date appuntamento per il prossimo fine settimana.


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mercoledì 7 aprile 2010

L’autogol del Papa


«Ma hanno perso la brocca?» mi chiede preoccupato un amico, cattolico praticante. È una domanda che molti credenti si pongono davanti alle uscite del Vaticano - sempre più scomposte e più autolesioniste - sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica.
Riepiloghiamo: mercoledì 31 marzo il più eminente esorcista vaticano, padre Gabriele Amorth, afferma a Mediaset News che sono stati «dettati dal demonio» gli attacchi contro il pontefice del New York Times - cioè di uno dei più prudenti e sussiegosi organi di stampa al mondo -, fornendo così un impareggiabile assist alla columnist di quel quotidiano, Maureen Dowd: il Vaticano «ha bisogno di un sessorcista più che di un esorcista». Il 2 aprile, nell’imponente decoro della Basilica di San Pietro, davanti a papa Benedetto XVI, nella sua omelia del venerdì santo padre Raniero Cantalamessa, compara l’attacco «violento e concentrico» contro la Chiesa e il papa agli «aspetti più vergognosi dell’antisemitismo»: si può immaginare la reazione di ebrei che vedono paragonare un odio razziale sfociato nello sterminio di 6 milioni di correligionari con una campagna contro abusatori di bambini. Il Vaticano ha poi cercato di correre ai ripari parlando di un’opinione personale di Cantalamessa, ma il predicatore della Curia non avrebbe mai sostenuto quella tesi se l’avesse ritenuta invisa al pontefice. Infine domenica 4, appena prima della messa pasquale, il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, in un augurio (senza precedenti nella liturgia cattolica) ha detto a Joseph Ratzinger: «È con lei il popolo di Dio, che non si lascia impressionare dal ’chiacchiericcio’ del momento». Il «chiacchiericcio» in questione è talmente «irrilevante» che appena la Chiesa cattolica tedesca ha istallato un numero verde per raccogliere
le denunce di molestie pedofile, il centralino è stato sommerso da più di 4.000 chiamate.
Mai si era vista una tale serie di autogol. Ma quel che più spaventa i cattolici è la glaciale indifferenza nei confronti delle vittime molestate. Prelati e cardinali
sono tutti impegnati a difendere l’onorabilità della Chiesa, la credibilità del clero, a salvare il papa dalle «maligne insinuazioni», ma mai che si senta - per lo meno a Roma - una parola di affetto, una briciola di simpatia, un partecipare, per quanto ritardato, al dolore di coloro che furono bambine e bambini o adolescenti quando erano abusati da persone adulte che avrebbero dovuto trasmettere la parola di Dio e invece... A reverendi e monsignori delle vittime degli abusi sembra non importare nulla.
Come mai? Si possono avanzare due ipotesi. La prima riguarda la civiltà della comunicazione di massa, alla cui creazione la cultura ecclesiastica è sempre
rimasta estranea e implicitamente ostile, col risultato di trovarsi disarmata, di non sapere proprio che pesci prendere. In fondo è la prima volta che la Chiesa si trova presa di mira, bersaglio dei mass-media di tutto il mondo. Ed è culturalmente impreparata a reagire.
Con eccezioni rarissime, nell’ultimo secolo il Vaticano non ha mai maneggiato
bene i mass-media: d’istinto, di pelle più che di ragione, solo Giovanni XXIII e
Giovanni Paolo II furono grandi comunicatori, e solo Joaquín Navarro Valls fu un buon Pr (public relations), prontamente cacciato da Benedetto XVI. Non c’è dubbio, la Chiesa avrebbe disperato bisogno di consulenti per gestire questa crisi.
Ma la crisi non è solo mediatica e neanche Navarro Valls potrebbe molto in questo frangente. Il problema infatti è più profondo: va molto al di là del celibato dei preti spesso addotto in questi giorni (i casi di pedofilia sono assai frequenti anche presso i pastori protestanti, pur sposati). Attiene alla concezione stessa del peccato e della sessualità nella Chiesa cattolica. Noi, e la nostra vituperata «liberazione sessuale», consideriamo la sessualità un’attitudine naturale e riteniamo il sesso fondamentalmente «buono». Anzi consideriamo che reprimerlo è nocivo. Proprio per questo, per noi c’è un abisso tra pedofilia e sesso consenziente: è il baratro che separa una libera scelta da un vero e proprio stupro, anche quando si presenta senza coercizione fisica,
in quanto imposto a chi non è in grado di argomentare e difendere il proprio dissenso.
Del tutto agli antipodi è la visione della gerarchia cattolica: per lei il sesso è fondamentalmente peccaminoso, solo (parzialmente) redento dalla funzione riproduttiva. Fare l’amore senza altro scopo che fare l’amore è sempre male, è un peccato mortale. L’amore con adolescenti o infanti è peccato forse un po’ più grave, ma non qualitativamente diverso: sempre alla dannazione eterna conduce. Come nella concezione puritana (compresa quella protestante), il sesso coi minori è solo una gradazione più fosca del demoniaco, nello stesso modo in cui anche l’omosessualità è un’aggravante «contronatura». Ecco perché la gerarchia cattolica letteralmente non capisce come mai la pedofilia ecclesiastica c’indigna tanto. Si spiega così la curiosa argomentazione del cardinal Ruini, secondo cui la pedofilia sarebbe stata istigata nei preti dalla «liberazione sessuale»: circondati dall’oscenità tentatrice dei media, delle carni discinte e svergognate per strada, i preti cadrebbero «in tentazione» (come dice Gabriele Almorth).
Ruini, e con lui tutta la gerarchia, non vede che è successo esattamente il contrario: la pedofilia è sempre esistita, ma prima, in una società puritana, era equiparata alle altre trasgressioni, alla masturbazione, al sesso extramatrimoniale, e perciò non faceva tanto scandalo: era coperta dalla stessa cappa d’ipocrisia e quindi abbuonata con la stessa indulgenza. La pedofilia è diventata uno scandalo insopportabile solo quando il velo dell’ipocrisia è stato sollevato, quando la sessualità è stata (in forme pur discutibili) liberata e quindi la pedofilia si è rivelata per quel che è: un abuso
ingiustificato e ingiustificabile. Solo a questo punto la pedofilia è diventata per la nostra civiltà il male assoluto, l’equivalente laico del demoniaco.
Per capirlo, la Chiesa di Roma dovrebbe compiere una rivoluzione, ribaltare l’atteggiamento verso la sessualità e - ancor più nel profondo - la corporeità. Ma se non lo fa, rischia di pagare un prezzo salatissimo: perché - parliamoci
chiaro - questo scandalo porta la crisi nel cuore della dottrina, mette in discussione il sacramento della confessione. Se la Chiesa deve denunciare alla magistratura il prete che confessa la propria pedofilia, allora la confessione
va gambe all’aria come sacramento; se invece non lo fa, la Chiesa viene schiantata come complice dei pedofili, che copre i misfatti dei suoi.
Il Vaticano si trova perciò in una posizione oggettivamente difficilissima. Ma non ne esce atteggiandosi a vittima di persecuzioni mediatiche: questa crisi è l’esito di secoli di divaricazione crescente tra la morale del comune sentire e la morale della dottrina. È inutile gridare ai complotti. Mentre è patetico, persino comico,
chiedere ai preti di «essere angeli», come ha fatto ieri Ratzinger.




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venerdì 26 marzo 2010

Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt: «Il Papa e Bertone lo coprirono». Sit-in contro Ratzinger


Il New York Times sferra un duro attacco al Papa: in una inchiesta di prima pagina il quotidiano americano accusa Benedetto XVI di aver insabbiato, quando era cardinale e capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, un clamoroso caso di molestie sessuali commesse da un sacerdote del Wisconsin su almeno 200 allievi di una scuola per sordi.

Le accuse del giornale sono state respinte in Vaticano come un «ignobile tentativo di colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori». Secondo il quotidiano i vertici della Santa Sede non intervennero per allontanare dal clero padre Lawrence Murphy, insegnante e poi preside della St. John's School for Deaf negli anni Sessanta e Settanta nonostante gli allerta ricevuti da alcuni vescovi tra cui l'ex arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland.

Nel 1996 Ratzinger non rispose a due lettere di Weakland che aveva giudicato il caso di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede perchè «sollecitazioni fatte in confessione erano probabilmente parte della vicenda». Otto mesi più tardi il numero due della Congregazione, l'attuale segretario di Stato vaticano Cardinale Tarcisio Bertone, istruì i vescovi del Wisconsin ad aprire un processo canonico segreto nei confronti del prete il cui esito sarebbe potuto essere il ritorno di Murphy allo stato laico. Bertone però - scrive il Times - fermò il processo dopo che Murphy fece appello personalmente a Ratzinger: «Voglio vivere il tempo che mi resta nella dignità del sacerdozio. Chiedo la sua assistenza in questa materia», aveva scritto il prete dicendosi pentito e in malferma salute e argomentando che la vicenda risaliva a due decenni prima ed era dunque caduta in prescrizione.

Weakland tentò un'ultima volta nel 1998 di convincere Bertone a completare il processo. «Le prove erano così complete e così vaste. Pensavo che dovesse perdere l'abito e che questa decisione avrebbe riportato serenità nella comunità dei sordi», ha detto al giornale l'ex arcivescovo.

I documenti del Times - una novantina di pagine - non contengono risposte da parte di Ratzinger. Nel dossier ci sono invece gli appunti di un assistente sociale esperto di disordini sessuali incaricato nel 1993 da Weakland di esaminare il sacerdote. La conclusione era stata che gli abusi avevano riguardato circa 200 ragazzi. Il prete non provava rimorsi. Inclusa tra i documenti è anche la denuncia di un alunno della scuola che ha testimoniato abusi nell'ufficio del sacerdote, nei bagni, nelle camerate, in macchina, in gita scolastica, perfino nella villetta della madre del prete dove Murphy aveva invitato alcuni ragazzi a passare l'estate: «In confessione mi chiedeva se 'giocavo con altri compagnì. Se rispondevo di si, ne voleva i nomi, così li molestava».

Padre Murphy è morto nel 1998 a 72 anni ancora sacerdote. Dopo aver lasciato nel 1974 la scuola per sordi, ha vagato per parrocchie, scuole e un carcere minorile senza alcuna restrizione ai contatti con bambini e teen-ager.

È la seconda volta in pochi giorni che il New York Times punta la prua contro Ratzinger per lo scandalo della pedofilia: la scorsa settimana il giornale aveva intervistato uno psichiatra tedesco secondo cui l'arcidiocesi di Monaco, guidata all'epoca dal futuro Papa, aveva ignorato avvertimenti scritti e orali lanciati nei primi anni Ottanta a proposito di Peter Hullerman, un prete accusato di pedofilia. Stavolta, secondo il Times, la corrispondenza interna tra i vescovi americani e il cardinale Ratzinger mostra che «la priorità numero uno era proteggere la Chiesa dallo scandalo».

Il giornale accompagna l'affondo di oggi con un editoriale intitolato "Il Papa e la Pedofilia" in cui afferma che «l'inchiesta sul caso Murphy illumina il tipo di comportamento che la Chiesa è pronta a scusare per evitare lo scandalo».

L'Osservatore Romano replica: "Sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun insabbiamento". Secondo il quotidiano della Santa Sede, la ricostruzione fatta della vicenda è «funzionale all'evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori».«Come si può facilmente dedurre anche leggendo la ricostruzione fatta dal New York Times, sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun insabbiamento». «E ciò viene confermato dalla documentazione che si accompagna all'articolo in questione, nella quale figura anche la lettera che padre Murphy scrisse nel 1998 all'allora cardinale Ratzinger chiedendo che il procedimento canonico venisse interrotto a causa del suo grave stato di salute». Bertone invitò comunque «l'ordinario di Milwaukee a esperire tutte le misure pastorali previste dal canone 1341 per ottenere la riparazione dello scandalo e il ristabilimento della giustizia». Finalità, queste ultime, secondo il giornale vaticano «che vengono indiscutibilmente ribadite dal Papa, come dimostra la recente Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda».

Padre Murphy, è detto in un comunicato del portavoce Vaticano Padre Lombardi citato dal New York Times, ha certamente abusato di bambini «particolarmente vulnerabili» e violato la legge. Si tratta di «un caso tragico», ha aggiunto.

Lombardi ha però sottolineato che il Vaticano è stato messo a conoscenza del caso solo nel 1996, anni dopo la fine delle indagini. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce ha risposto che «il diritto canonico non prevede punizioni automatiche». Ha quindi aggiunto che la precaria salute di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione.

Volantinaggio contro Ratzinger a San Pietro Un piccolo gruppo di vittime dei preti pedofilia ha improvvisato stamane una conferenza stampa in piazza Pio XII, adiacente a piazza San Pietro, per denunciare la copertura dei vescovi e del Vaticano degli abusi sessuali dei decenni passati. I quattro rappresentanti dello Snap - Survivors Network of those Abused by Priests - e i loro assistenti sono stati fermati dalla polizia che hanno chiesto i loro documenti e li hanno portati al vicino commissariato di Borgo

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giovedì 11 marzo 2010

Lo scandalo del sacro

Questo montante dilagare dello scandalo della pedofilia nel cuore della istituzione ecclesiastica cattolica a tutte le latitudini pone gravissimi problemi al senso di appartenenza ecclesiale in settori sempre più ampi del cattolicesimo mondiale. Il potere ecclesiastico, che per lunghi anni ha cercato colpevolmente di nascondere il fenomeno dietro una cortina di silenzio, sembra aver capito che il tempo dell'onnipotenza del mondo del sacro è ormai finito. L'abito talare, lo zuccotto rosso o la tiara papale non garantiscono più la immunità di fronte alla giustizia terrena. E il potere della informazione ha stracciato definitivamente il «velo del tempio» penetrando impudicamente nelle oscurità delle sacrestie, dei collegi cattolici, dei conventi, e perfino dei palazzi apostolici.
Di fronte a un quadro così complesso, che richiederebbe tanta saggezza, capacità di rinnovamento e lungimiranza, è sconcertante che i massimi vertici della gerarchia cattolica si attardino ancora nel riproporre i vecchi schemi della unicità-perennità della Chiesa e del centralismo-assolutismo del papato. E che continuino a guardare con sospetto a ciò che si muove alla base della Chiesa e a tentare ancora la via ormai anacronistica della repressione verso lo sviluppo del conciliarismo. «Ogni volta che nella Chiesa si affronta un periodo di declino - ha detto il papa ieri - si affaccia anche un utopismo spiritualistico», che porta alcuni a sognare la nascita di una «altra Chiesa». Una sorta di «utopismo anarchico», come quello ispirato nel Medioevo da Gioacchino da Fiore, si insinuò nel Concilio Vaticano II, ma «grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro hanno saputo difendere, con le novità del concilio, anche l'unicità della Chiesa».
Quello che il papa vede come un pericolo è da molti ormai considerato come l'unica possibilità di futuro per una fede cristiana liberata da dominio medioevale del sacro.
Gioacchino da Fiore, vissuto nella seconda metà del XII secolo, monaco del monastero cistercense di S.Giovanni in Fiore, nella Sila, si rese interprete delle attese delle classi umili del tempo. A cominciare dagli inizi del secondo millennio era avvenuta una grande trasformazione della società feudale: il declino del sistema di dipendenza della servitù della gleba e la nascita di comunità di villaggio dotate di autonomia e formate da contadini non più servi della gleba. Questo porta una nuova cultura, la cultura della cooperazione e della solidarietà. È in questo clima che il monaco cistercense Gioacchino da Fiore lancia l'annuncio della liberazione da tutti i poteri che in diversi modi dominano dall'alto e l'avvento di una società dello Spirito e dell'amore universale. Un annuncio che in diverso modo nutrirà tutte le rivoluzioni moderne, come ci dicono molti storici autorevoli. Tracce della profezia di Gioacchino da Fiore si ritrovano nel modernismo a cui guardava con simpatia papa Giovanni e nei movimenti della liberazione post-moderna come ad esempio nella riflessione di un Teillard De Chardin, nelle comunità di base e nella Teologia della liberazione.
Altro che utopismo anarchico. È il futuro che si delinea. Utopismo lontano dalla realtà appare piuttosto questa insistenza nel blindare la Chiesa nel bunker del sacro illudendosi che in tal modo essa possa sfuggire alle sfide della secolarizzazione. Gli orrori della pedofilia così come tutto il marcio che emerge dal buio degli spazi sacri non si può più affrontare con quell'assolutismo gerarchico che è la radice stessa dei mali della Chiesa. Occorre aprire porte e finestre allo Spirito che alimenta i «segni dei tempi».

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domenica 7 marzo 2010

Preti pedofili, il coro del fratello del papa

Le violenze subìte dai ragazzi del coro «I passeri del duomo di Ratisbona» sono solo un capitolo, il più recente ma certo non l'ultimo, in un'ondata di rivelazione sui maltrattamenti sessuali nelle istituzioni cattoliche tedesche: scuole, collegi, orfanatrofi, parrocchie. Si è cominciato a parlarne a fine gennaio, a proposito del Canisius di Berlino, rinomato collegio gesuita, e da allora settimana dopo settimana si sono aggiunte nuove denunce, da istituti dei salesiani e dei benedettini, dei salvatoriani e dei pallotini, dei maristi e delle caritatevoli sorelle di San Vincenzo da Paola. Parlare di singoli sviamenti è ormai impossibile: anche in Germania la dimensione strutturale della violenza sessuale sui minori è incontrovertibile. E strutturale è la tendenza della chiesa a rimuovere e a tacere, finché possibile.
C'è però una circostanza che ha fatto scattare una particolare attenzione dei media per i Regensburger Domspatzen, i passeri del duomo di Ratisbona. Tra il 1964 e il 1994 a dirigere il coro, in qualità di Kapellmeister del duomo, c'era il fratello del papa, Georg Ratzinger, ora 86enne e da tempo in pensione. Interpellato ieri dalla radio bavarese sugli abusi sessuali, Georg Ratzinger,ha cercato di scantonare - «non voglio dir niente su questo tema» - per poi aggiungere: «Non sono a conoscenza di nessun caso di abusi sessuali». E ha concluso con un «chiedetelo alla diocesi di Ratisbona».
È stato proprio il vescovo il primo a parlarne, in una lettera inviata ai genitori dei ragazzi. Il portavoce del vescovado ha spiegato che sono arrivate «diversetestimonianze» su maltrattamenti a sfondo sessuale negli anni tra il 1958 e il 1973. Responsabili degli abusi sarebbero stati due religiosi, entrambi morti nel 1984, dopo aver subìto condanne penali. Uno era insegnate di religione e vicedirettore della scuola frequentata dai coristi. L'altro direttore del collegio dove alloggiavano. Nei confronti del fratello del papa non ci sarebbe alcuna contestazione. Ma pare davvero strano che nei 29 anni in cui ha diretto il coro non si sia mai accorto delle angosce e dei traumi dei ragazzi, che ora, divenuti adulti, si rivolgono numerosi al vescovado per testimoniare.
I ragazzi del famosissimo coro, chiamati a tenere concerti in tutto il mondo, frequentano a Regensburg un proprio ginnasio musicale, cui è collegato l'internato teatro degli abusi. Per gli ospiti dell'internato l'affidamento a educatori religiosi è pressoché totale, su tutto l'arco della giornata.
Se per decenni era abitudine dei clerici non accorgersi mai di nulla, voltarsi dall'altra parte o chiudere tutti e due gli occhi, c'è però nella chiesa cattolica tedesca anche una nuova generazione di religiosi decisi a prendere il toro per le corna. Tra loro si può annoverare il rettore del Canisius-Kolleg di Berlino,
padre Klaus Mertes, che a gennaio si è rivolto per lettera a 500 ex allievi, per dire che aveva appreso di abusi negli anni '70 e '80 e per esortarli a contattare l'avvocatessa Ursula Raue per testimoniare su queste vicende. Klaus Mertes ha tenuto conferenze stampa e ha affrontato apertamente l'argomento anche in un'assemblea con gli allievi del liceo intitolato a Petrus Canisius, teologo del 16esimo secolo e massimo promotore dell'ordine dei gesuiti in Germania. Da qui è partita una valanga di rivelazioni di cui non si vede la fine.
La conferenza episcopale tedesca, riunita a Friburgo dal 23 al 25 febbraio, ha dovuto occuparsi dell'argomento. Il presidente, l'arcivescovo di Friburgo Robert Zollitsch, ha chiesto perdono alle vittime e ha promesso di «far luce sulla vicenda, senza false remore». Ha anche assicurato di parlarne col papa in occasione della sua prossima visita a Roma, in programma per il 12 marzo.
Le assicurazioni di Zollitsch non sono però affatto bastate alla ministra della giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, che il 22 febbraio ha mosso alla chiesa un monito severo. Intervistata dalla prima rete della tv pubblica Ard, la ministra disse di non avere l'impressione che «i responsabili della chiesa collaborino in modo costruttivo con gli uffici del pubblico ministero». Al centro della sua critica una direttiva varata nel 2002 dalla conferenza episcopale, che prevede indagini preliminari interne nei casi di abusi sessuali. La ministra ha ricordato che «la violenza sessuale a danno di minori è un delitto che va obbligatoriamente perseguito, e nessuno può arrogarsi di decidere se convenga o meno sporgere denuncia. È assurdo che si cerchi ancora di giustificare questa direttiva». La Germania non è l’Italia baciapile, ma anche per gli standard tedeschi la fermezza della ministra è del tutto insolita, e prova la gravità della crisi.
L'arcivesco Zollitsch ha perso le staffe, e il 23 febbraio ha lanciato un ultimatum,
invitando la ministra a «ritirare la sua critica spropositata» entro 24 ore. Il giorno dopo è stato lui a dover fare marcia indietro, dopo una telefonata con la cancelliera Merkel che, se lasciava dichiarare al suo portavoce di «aver piena fiducia nella volontà dei vescovi di affrontare la questione», la pensa esattamente come Leutheusser-Schnarrenberger: a occuparsi dei preti pedofili e violenti non devono essere comprensive commissioni vescovili ma pubblici ministeri.
E così giovedì 25 febbraio uno Zollitsch di nuovo mite dichiarava di considerare chiuso l'incidente. E ammetteva che alcuni punti della direttiva del 2002 potevano essere precisati: un apposito gruppo di lavoro è stato incaricato di presentare nuove formulazioni entro l'estate

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