Visualizzazione post con etichetta laicità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta laicità. Mostra tutti i post

venerdì 16 aprile 2010

Abortire in Vaticano..


A volte anche i dubbi sono un lusso. Non ne ha avuti Alina, 34 anni, quando ha varcato la soglia della Farmacia Vaticana per abortire. Vaticana, sì, non è un errore: è andata proprio all'interno delle mura dei più fieri nemici dell'interruzione di gravidanza per procurarsi le pillole di cui aveva bisogno. Ha dato uno sguardo rapido all'ampio negozio, scelto la fila più breve e atteso con pazienza il suo turno.

Non c'è da avere dubbi quando hai un passaporto romeno in tasca, due o tre lavori - tutti clandestini - e una famiglia da mantenere, sorelle e nipoti compresi. E' una scelta tra vite. E Alina sa bene qual è la sua. E' arrivata a Roma quattro anni fa con il marito: in Romania non c'è lavoro. In Italia nemmeno ma, a sapersi accontentare e a non avere pretese di cittadinanza o contributi, qualcosa si può guadagnare, assicurano gli amici.

Lui viene subito preso da un piccolo costruttore a fabbricare cemento e riverniciare interni di case. Lei a pulire appartamenti, a volte anche uffici, i suoi preferiti: nessuno si sogna di protestare se il pavimento non è lucido di cera o se non toglie la polvere dietro i mobili ogni giorno.

Una vita da fantasmi, del tutto inesistenti. Eppure insieme riescono a mandare a casa anche mille euro al mese. Per la famiglia è la salvezza. Alina e il marito hanno due figli maschi di 10 e 8 anni. Con quei soldi vanno a scuola, si vestono, mangiano. Con gli stessi soldi vivono il nonno e la nonna, troppo anziani per lavorare, la sorella di Alina, i suoi due figli e il marito invalido.

Quando quest'inverno Alina ha capito di essere incinta ha pensato a loro. Non aveva scelta: portare avanti la gravidanza per un fantasma come lei vuol dire perdere tutto. Nessuno dà un lavoro in nero a una romena incinta, le si chiede di farsi un attimo da parte, partorire e poi ricominciare da capo a bussare alle porte per trovare altre case e uffici da pulire. Quanti mesi di stipendio persi? Sette, otto, dieci? E poi chi allatta il bambino? E se non lo allatta lei chi ha i soldi per comprare il latte? E alla fine perché fare ancora un figlio per disfarsene subito dopo e nemmeno vederlo crescere?

Una donna fantasma non ha un medico di famiglia e l'assistenza sanitaria soltanto se in pericolo di vita o in particolari casi. L'aborto dovrebbe essere compreso ma con i tempi che corrono presentarsi in ospedale e far emergere la propria vita è troppo rischioso. Meglio ascoltare i consigli di chi ne sa più di lei. Nel Lazio una donna su tre che abortisce è originaria dell'Est, molto spesso romena. Il metodo è sempre lo stesso, il fai-da-te: alcune pillole di un farmaco usato per curare l'ulcera gastrica e duodenale contengono prostaglandine, lo stesso principio della seconda pillola somministrata nel protocollo della Ru486, quello che provoca l'espulsione definitiva.

Le sudamericane ne sono fra le più grandi consumatrici, lo hanno ribattezzato l'aborto-express. Le cinesi lo usano in quantità industriali e ne arrivano casse intere nel nostro Paese nascoste tra altre merci. Tutte fanno finta di non sapere quanto è pericoloso prenderlo senza controllo. In Italia costa 13,90 euro e si vende in tutte le farmacie ma proprio per evitare abusi bisogna presentare una prescrizione di un medico di famiglia non ripetibile e nominale.

Alina non ha medico di famiglia, e non può sperare nella compassione di qualcuno. Ci sarebbe il mercato nero ma costa il doppio ed è meno sicura. Vai a fidarti di quello che ti vendono, una rom è morta a dicembre proprio dopo aver preso le pillole acquistate chissà come. La soluzione arriva un pomeriggio quando le sembra di non sapere più come fare. Può andare in Vaticano, dove nessuno immaginerebbe di doversi recare per interrompere la propria gravidanza, le assicurano. Le basterà presentare il passaporto subito oltre la porta Sant'Anna, far vedere di avere una prescrizione di un medico con un farmaco qualsiasi scritto sopra e non intestata a lei. A volte va bene anche un foglio bianco di uno studio medico. A volte nemmeno guardano questo foglio i dipendenti della Santa Sede. Al suo danno una rapida scorsa, le consegnano un pass e le indicano la strada per la farmacia.

A volte anche i dubbi sono un lusso. Alina sa che cosa significa assumere questo farmaco. Basta uno sbaglio minimo nelle dosi ed è spacciata. Pensa ai suoi figli, si fa il segno della croce e posa 14 euro sul bancone. Una farmacista dal capello liscio e lo sguardo lontano apre un cassetto, prende una scatola e gliela porta. "La prescrizione del medico? Può tenerla? E ecco il resto". Alina conta i soldi, pensa ad un errore, ma rispetto alle farmacie italiane in Vaticano l'aborto-express non solo è libero ma costa un euro e settanta centesimi in meno
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 14 aprile 2010

Bertone: «La pedofilia è da collegare all'omosessualità». L'Arcigay: «Falso, ignobile, antiscientifico»

Ci sarebbe quasi da rimpiangere Wojtyła che si affaccia a salutare dal balcone di Pinochet. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone durante la sua visita nel martoriato Cile ha trovato tempo di esternare alcune considerazioni su castità e pedofilia: «Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia, e invece molti altri hanno dimostrato - me lo hanno detto recentemente- che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia». Chi glielo ha detto? Quando, recentemente? Preoccupato di essere sorpassato a destra da personaggi come Cantalamessa e Babini (“il complotto giudaico” e via farneticando) Bertone prova a spararla grossa (e fasulla oltre che pericolosa). Difende il celibato dei preti e intanto inventa di sana pianta l'equazione pedofilia=omosessualità e tutte e due uguali a malattie. Un po' troppo. Se il celibato riguarda comunque gli affari interni del Vaticano, la diffusione di simili pregiudizi antiscientifici è qualcosa che riguarda tutti. Insorge naturalmente per prima l'Arcigay: «L'equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e anti-scientifica, è un'affermazione disonesta che colpisce la vita e la dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine innocenti».

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 7 aprile 2010

L’autogol del Papa


«Ma hanno perso la brocca?» mi chiede preoccupato un amico, cattolico praticante. È una domanda che molti credenti si pongono davanti alle uscite del Vaticano - sempre più scomposte e più autolesioniste - sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica.
Riepiloghiamo: mercoledì 31 marzo il più eminente esorcista vaticano, padre Gabriele Amorth, afferma a Mediaset News che sono stati «dettati dal demonio» gli attacchi contro il pontefice del New York Times - cioè di uno dei più prudenti e sussiegosi organi di stampa al mondo -, fornendo così un impareggiabile assist alla columnist di quel quotidiano, Maureen Dowd: il Vaticano «ha bisogno di un sessorcista più che di un esorcista». Il 2 aprile, nell’imponente decoro della Basilica di San Pietro, davanti a papa Benedetto XVI, nella sua omelia del venerdì santo padre Raniero Cantalamessa, compara l’attacco «violento e concentrico» contro la Chiesa e il papa agli «aspetti più vergognosi dell’antisemitismo»: si può immaginare la reazione di ebrei che vedono paragonare un odio razziale sfociato nello sterminio di 6 milioni di correligionari con una campagna contro abusatori di bambini. Il Vaticano ha poi cercato di correre ai ripari parlando di un’opinione personale di Cantalamessa, ma il predicatore della Curia non avrebbe mai sostenuto quella tesi se l’avesse ritenuta invisa al pontefice. Infine domenica 4, appena prima della messa pasquale, il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, in un augurio (senza precedenti nella liturgia cattolica) ha detto a Joseph Ratzinger: «È con lei il popolo di Dio, che non si lascia impressionare dal ’chiacchiericcio’ del momento». Il «chiacchiericcio» in questione è talmente «irrilevante» che appena la Chiesa cattolica tedesca ha istallato un numero verde per raccogliere
le denunce di molestie pedofile, il centralino è stato sommerso da più di 4.000 chiamate.
Mai si era vista una tale serie di autogol. Ma quel che più spaventa i cattolici è la glaciale indifferenza nei confronti delle vittime molestate. Prelati e cardinali
sono tutti impegnati a difendere l’onorabilità della Chiesa, la credibilità del clero, a salvare il papa dalle «maligne insinuazioni», ma mai che si senta - per lo meno a Roma - una parola di affetto, una briciola di simpatia, un partecipare, per quanto ritardato, al dolore di coloro che furono bambine e bambini o adolescenti quando erano abusati da persone adulte che avrebbero dovuto trasmettere la parola di Dio e invece... A reverendi e monsignori delle vittime degli abusi sembra non importare nulla.
Come mai? Si possono avanzare due ipotesi. La prima riguarda la civiltà della comunicazione di massa, alla cui creazione la cultura ecclesiastica è sempre
rimasta estranea e implicitamente ostile, col risultato di trovarsi disarmata, di non sapere proprio che pesci prendere. In fondo è la prima volta che la Chiesa si trova presa di mira, bersaglio dei mass-media di tutto il mondo. Ed è culturalmente impreparata a reagire.
Con eccezioni rarissime, nell’ultimo secolo il Vaticano non ha mai maneggiato
bene i mass-media: d’istinto, di pelle più che di ragione, solo Giovanni XXIII e
Giovanni Paolo II furono grandi comunicatori, e solo Joaquín Navarro Valls fu un buon Pr (public relations), prontamente cacciato da Benedetto XVI. Non c’è dubbio, la Chiesa avrebbe disperato bisogno di consulenti per gestire questa crisi.
Ma la crisi non è solo mediatica e neanche Navarro Valls potrebbe molto in questo frangente. Il problema infatti è più profondo: va molto al di là del celibato dei preti spesso addotto in questi giorni (i casi di pedofilia sono assai frequenti anche presso i pastori protestanti, pur sposati). Attiene alla concezione stessa del peccato e della sessualità nella Chiesa cattolica. Noi, e la nostra vituperata «liberazione sessuale», consideriamo la sessualità un’attitudine naturale e riteniamo il sesso fondamentalmente «buono». Anzi consideriamo che reprimerlo è nocivo. Proprio per questo, per noi c’è un abisso tra pedofilia e sesso consenziente: è il baratro che separa una libera scelta da un vero e proprio stupro, anche quando si presenta senza coercizione fisica,
in quanto imposto a chi non è in grado di argomentare e difendere il proprio dissenso.
Del tutto agli antipodi è la visione della gerarchia cattolica: per lei il sesso è fondamentalmente peccaminoso, solo (parzialmente) redento dalla funzione riproduttiva. Fare l’amore senza altro scopo che fare l’amore è sempre male, è un peccato mortale. L’amore con adolescenti o infanti è peccato forse un po’ più grave, ma non qualitativamente diverso: sempre alla dannazione eterna conduce. Come nella concezione puritana (compresa quella protestante), il sesso coi minori è solo una gradazione più fosca del demoniaco, nello stesso modo in cui anche l’omosessualità è un’aggravante «contronatura». Ecco perché la gerarchia cattolica letteralmente non capisce come mai la pedofilia ecclesiastica c’indigna tanto. Si spiega così la curiosa argomentazione del cardinal Ruini, secondo cui la pedofilia sarebbe stata istigata nei preti dalla «liberazione sessuale»: circondati dall’oscenità tentatrice dei media, delle carni discinte e svergognate per strada, i preti cadrebbero «in tentazione» (come dice Gabriele Almorth).
Ruini, e con lui tutta la gerarchia, non vede che è successo esattamente il contrario: la pedofilia è sempre esistita, ma prima, in una società puritana, era equiparata alle altre trasgressioni, alla masturbazione, al sesso extramatrimoniale, e perciò non faceva tanto scandalo: era coperta dalla stessa cappa d’ipocrisia e quindi abbuonata con la stessa indulgenza. La pedofilia è diventata uno scandalo insopportabile solo quando il velo dell’ipocrisia è stato sollevato, quando la sessualità è stata (in forme pur discutibili) liberata e quindi la pedofilia si è rivelata per quel che è: un abuso
ingiustificato e ingiustificabile. Solo a questo punto la pedofilia è diventata per la nostra civiltà il male assoluto, l’equivalente laico del demoniaco.
Per capirlo, la Chiesa di Roma dovrebbe compiere una rivoluzione, ribaltare l’atteggiamento verso la sessualità e - ancor più nel profondo - la corporeità. Ma se non lo fa, rischia di pagare un prezzo salatissimo: perché - parliamoci
chiaro - questo scandalo porta la crisi nel cuore della dottrina, mette in discussione il sacramento della confessione. Se la Chiesa deve denunciare alla magistratura il prete che confessa la propria pedofilia, allora la confessione
va gambe all’aria come sacramento; se invece non lo fa, la Chiesa viene schiantata come complice dei pedofili, che copre i misfatti dei suoi.
Il Vaticano si trova perciò in una posizione oggettivamente difficilissima. Ma non ne esce atteggiandosi a vittima di persecuzioni mediatiche: questa crisi è l’esito di secoli di divaricazione crescente tra la morale del comune sentire e la morale della dottrina. È inutile gridare ai complotti. Mentre è patetico, persino comico,
chiedere ai preti di «essere angeli», come ha fatto ieri Ratzinger.




Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 28 marzo 2010

Hack I ricercatori facciano disobbedienza civile


Contro i veti sui temi di ricerca piu' delicati, come quello delle staminali embrionali, servirebbe una 'disobbedienza civile' da parte dei ricercatori. Lo ha affermato l'astrofisica Margherita Hack a margine del convegno 'La ricerca pubblica come bene comune' che si e' tenuto oggi a Roma.
'La ricerca deve essere libera mentre i veti che vengono posti, come quelli del Vaticano sulle staminali embrionali ad esempio, sono delittuosi, mentre all'estero queste ricerche continuano e un giorno scopriranno terapie che salveranno vite. Ci vorrebbe una disobbedienza civile da parte dei ricercatori'.
Secondo l'astrofisica sono questi veti a creare il clima di sfiducia nei confronti della scienza: 'E' l'incultura che porta poi agli atteggiamenti irrazionali come quelli nei confronti degli Ogm o delle stesse ricerche sulle staminali'.
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 14 marzo 2010

Festa della donna, una vittoria arriva dalla Polonia


“Non si può definire omicida la donna che abortisce”. Lo ha stabilito il 5 marzo 2010 il tribunale polacco dando ragione ad Alicja Tysiąc, la donna che ha avuto il coraggio di portare alla corte di Strasburgo quello che in Polonia per molti è ancora un tabù: l’aborto.

Ho conosciuto Alicja Tysiąc a fine maggio del 2008, in occasione del convegno Feministes pour une Europe laique, ospitato alla “Casa internazionale delle donne”. Rimasi colpita da questa giovane donna polacca, che raccontava con gentilezza la sofferenza della decisione di voler abortire (senza esserci riuscita) per non compromettere ulteriormente la sua vista, già irrimediabilmente segnata da una retinopatia progressiva, che le precedenti due gravidanze avevano accelerato.

Raccontava la sua vicenda Alicja in polacco e la voce del traduttore non poteva rendere la sua angoscia, quando ripeteva che quel figlio che era comunque nato lei lo amava, lo adorava.

Quel bambino aveva otto anni quando l’episcopato polacco aveva dato la stura alla violenta campagna contro la sua mamma, definendola “potenziale assassina” e dalle pagine del Gość Niedzielny, settimanale dell'arcidiocesi di Katovice, faceva vedere le foto con tanto di nome e cognome dei bambini di Alicja. Otto anni sono pochi per poter capire come stanno veramente le cose, ma sono abbastanza per essere vittima dei malevoli.

Suo figlio non era lì, ma Alicja lo rassicurava comunque. E ripetendole il suo amore, rassicurava anche se stessa.

Alicja nel 2000 è incinta per la terza volta e vuole abortire, ma le serve il certificato medico. In Polonia l'interruzione volontaria della gravidanza è consentita nei casi di violenza carnale, malformazione congenita o rischio per la salute della madre. E’ il caso suo quest’ultimo. Cerca un oculista che lo attesti. Di visita in visita sono già tre gli oftalmologi a cui si rivolge, ma nessuno è disposto a dichiarare il pericolo per la sua salute. Finalmente un quarto medico lo certifica, sottolineando anche che per la signora Tysiąc il nuovo parto significherebbe un terzo cesareo. Alicja ha adesso il pezzo di carta richiesto e si presenta in clinica per abortire. Ma il ginecologo strappa quel certificato e decreta: «non vi sono controindicazioni per interrompere la gravidanza», che viene portata a termine. Due mesi dopo dal parto Alicja è portata d'urgenza in ospedale. Diagnosi: distaccamento della retina all'occhio sinistro ed emorragia oculare al destro. Ormai è quasi cieca. Le verrà riconosciuta l'invalidità per questo.

Nel 2001 Alicja Tysiąc denuncia il ginecologo che le aveva strappato il certificato medico. Inizia l'iter giudiziario. I magistrati chiedono una perizia. l'Accademia Medica di Bialystok incaricata, dichiara che «il deterioramento della vista è da attribuire al corso naturale del suo stato di salute». Il caso viene così archiviato. Anche la procure regionali e distrettuali a cui si appella le danno torto. A questo punto Alicja denuncia all'ordine dei medici i dottori che le hanno negato il diritto di scegliere di abortire: «sono venuti meno ai loro obblighi nei confronti del paziente».

Il suo caso è già famoso in Europa e anche in Polonia se ne parla.

Sostenuta dalla femministe polacche, Alicja Tysiąc si appella alla Corte Europea dei Diritti Umani. E Strasburgo Il 20 marzo del 2007 condanna il governo polacco ad una multa di 25.000 euro per aver impedito con la sua restrittiva legge sull'aborto, il diritto di scelta della signora Tysiąc. A questo punto inizia nei suoi confronti la furiosa campagna diffamatoria. Il Gość Niedzielny dell'arcidiocesi di Katovice, l’accusa di «perseguitare il suo paese per averle impedito di abortire», la paragona ai criminali nazisti e sottolinea che «l’aborto comporta l’uccisione di bambini innocenti e la madre che abortisce compie un omicidio».

Alicja denuncia il giornale cattolico al tribunale locale. Il 23 settembre 2009 arriva la sentenza. Il giornale Gość Niedzielny deve versare 10.000 euro di compensazione ad Alicja Tysiąc e chiederle pubbliche scuse dalle sue pagine. I vescovi hanno però deciso di ricorrere in appello, sostenendo che loro intento non era offendere la signora, ma lottare per la tutela dei bambini non nati.

Il 5 marzo 2010 la Corte di appello di Katovice ha ribadito la condanna del settimanale cattolico polacco Gość Niedzielny e dell'arcidiocesi a cui fa capo.

«Questo verdetto ci fa vedere come la lobby pro aborto cerchi di introdurre di nascosto in Polonia l’aborto su richiesta», ha detto mons. Jozef Kloch, portavoce dell’episcopato polacco commentando il verdetto della Corte di appello.

Ma sulla strada dei diritti umani qualcosa si è mossa finalmente anche in Polonia.


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 24 febbraio 2010

Curia, si arriva a tremila proprietà grazie alle fondazioni

La Lercaro possiede 120 unità fra negozi e magazzini, la Gesù divino operaio arriva a 140. Fra le parrocchie più "ricche" quella dedicata ai santi Savino e Silvestro, in zona Corticella: 65 proprietà
di Eleonora Capelli
La galassia immobiliare della Chiesa a Bologna si espande al moltiplicarsi di fondazioni, istituti e congregazioni, fino a sfiorare le tremila unità. Solo la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro, ente autonomo, ha un patrimonio di 120 tra case, negozi e magazzini, mentre la Fondazione Gesù Divino Operaio conta più di 140 tra appartamenti, box, posti auto, tettoie. L´opera diocesana per la conservazione e preservazione della fede ha 95 proprietà, mentre i frati minori ne raccolgono più di cinquanta. Un fiume che si divide in mille rivoli, tra parrocchie, enti, fraternità e istituti.

Le proprietà delle parrocchie in gran parte sono state raccolte dall´Istituto diocesano per il sostentamento del clero che raccoglie oltre 370 immobili solo sotto le Due Torri. Case e negozi che, dati in affitto o messi all´asta, si trasformano in risorse per dare uno stipendio ai sacerdoti. Ma poi ogni parrocchia ha conservato qualche casa o qualche negozio, al di là delle strutture sportive e degli oratori. In una classifica bolognese dei santi più ricchi, al primo posto si piazzano Savino e Silvestro. La parrocchia a loro intitolata, a Corticella, raccoglie 65 locali di ogni genere, e supera quella di San Paolo di Ravone, in via Andrea Costa, ferma a quota 39. Le proprietà delle altre parrocchie restano nell´ordine di qualche decina, come quella dedicata ai santi Gregorio e Siro, che ne ha 15, come la chiesa dedicata a Bartolomeo e Gaetano. Solo San Giovanni in Monte svetta a quota 27.

Un po´ sopra il livello di capillare diffusione del territorio, l´Arcidiocesi che si vede intestate 64 proprietà, prima della chiesa di san Petronio che ne ha 41 e il Collegio missionario per le missioni dei sacerdoti del sacro cuore di Gesù che ne ha 43. Un capitolo a parte è quello dei seminari: a Bologna oltre a quello arcivescovile che ha 32 locali, tutti nell´area di San Michele in Bosco, c´è anche la presenza importante di quello faentino. Al seminario vescovile di Faenza sono infatti intestati 47 locali in via Calindri, tra cui alcuni negozi e una ricevitoria del lotto. 



da repubblica

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed.

lunedì 15 febbraio 2010

Video, Hack: "Il disegno intelligente? E' una bischerata!"

Alteredo intervista l'astronoma da battaglia: "Il disegno intelligente? E' una bischerata!"

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed.

domenica 31 gennaio 2010

Il PD propone il Crocifisso in aula per legge


di Francesca Barca
La querelle sul crocefisso, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo del 3 novembre scorso, continua a questionare l’identità italiana prima, europea poi. L’ultima soluzione: una proposta di legge del Partito Democratico per “legalizzare” la presenza del crocefisso nelle aule.


La querelle sul crocefisso, dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo del 3 novembre scorso, continua a questionare l’identità italiana prima, europea poi. Franco Frattini si è recato, il 26 gennaio, al Consiglio d’Europa a Strasburgo (del quale la Cedu è emanazione) per rivendicare la necessità delle “radici cristiane” nel Trattato di Lisbona. Il Ministro degli Esteri ha auspicato fortemente che il ricorso del Governo italiano alla Cedu venga accolto per “difendere un sentimento profondissimo del popolo italiano, un principio fondamentale che tocca l’identità del Paese”. A rendere evidente questa necessità c’è un progetto di legge, presentato al Senato il 18 dicembre 2009 scorso, firmato niente popò di meno che da undici senatori del Pd: Stefano Ceccanti, Vannino Chiti, Franca Chiaromonte, Mauro Del Vecchio, Roberto Di Giovan Paolo, Paolo Giarretta, Giuseppe Lumia, Alberto Maritati, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini e Tiziano Treu. Rifacendosi a due ordinamenti locali (uno in Baviera e uno in Castiglia), esortano il Parlamento alle "sue responsabilità” e a legiferare finalmente sulla questione del crocefisso. Sulla sua presenza o meno nelle scuole e nei luoghi pubblici in generale c’è, infatti, un “vuoto giuridico” che risale agli anni Venti: era stato dichiarato obbligatorio dal Ministro Rocco nel 1924, dichiarato parte degli arredi scolastici obbligatori negli anni Sessanta da parte del Ministero dell’Istruzione ma, con il Concordato del 1984 – con il quale la religione cattolica non è più considerata “di Stato” – le vecchie leggi non sono state né abrogate, né rafforzate. La Corte Costituzionale, in ultimo, con una sentenza del 2004, ritiene di non potersi pronunciare sulla questione perché “non competente”. Cristo e la Costituzione
Per i Senatori del Pd è necessario colmare questo vuoto in modo da chiudere una questione che fa dibattere da anni. A sostegno delle loro tesi si rifanno al pensiero di Augusto Barbera, professore di Diritto Costituzionale a Bologna, Ministro (per quattro giorni) nel Governo Ciampi e deputato eletto nelle liste del Pci prima e del Pds poi. Secondo Barbera “adottando tale lettura la Corte [Europea] è venuta meno ai “margini di apprezzamento statale” nell’applicazione della Convenzione europea; vale a dire è venuta meno a quell’orientamento giurisprudenziale che è solita seguire al fine di leggere le norme della Convenzione europea dei diritti rispettando il più possibile le tradizioni costituzionali nazionali”. La Cedu, quindi, ha violato la “giurisdizione” nazionale, ispirandosi a orientamenti, come quello turco o francese, troppo lontani dal modello italiano; a questo si aggiunge, secondo Barbera, la diretta discendenza dell’illuminismo e del costituzionalismo da Gesù di Nazaret: “A me sembra riduttivo ritenere la Croce solo un simbolo di identità nazionale. È molto di più. Anche per chi non ha il dono della Fede (…)non può ignorare che Gesù di Nazaret è comunque un figlio di uomo (“Figlio dell’Uomo”), grande protagonista della storia dell’umanità. (…) Il sacrificio di Cristo, “di Gesù, ebreo di Galilea”, ha alimentato movimenti religiosi su cui si fondano non solo i valori più profondi dell’Europa ma gli stessi valori del costituzionalismo liberaldemocratico”. (qui l’articolo completo di Barbera)
Con le seguenti premesse la proposta di legge è la seguente:

1) In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso.
2) Se l’affissione del crocifisso è contestata per motivi religiosi o di coscienza dal soggetto che ha diritto all’istruzione, ovvero dai suoi genitori, il dirigente scolastico, sulla base del princìpio di autonomia scolastica, nel rispetto dei princìpi di tutela della privacy e di non discriminazione nonché tenendo conto delle caratteristiche della comunità scolastica, cerca un accordo in tempi brevi, anche attraverso l’esposizione di ulteriori simboli religiosi.
3) Qualora non venga raggiunto alcun accordo ai sensi del comma 2, nel rispetto dei princìpi di cui al medesimo comma 2, il dirigente scolastico adotta, previo parere del consiglio di circolo o di istituto, una soluzione che operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e di coscienza di tutti gli alunni della classe coinvolti e che realizzi il più ampio consenso possibile.
Religione e cultura sovrapposte quindi. E alla base il principio secondo il quale la croce smette di essere (solo) un simbolo religioso per assurgere a simbolo culturale di una nazione. La croce come il tricolore quindi? In Italia pare che stia prendendo questa connotazione. Sul Il Giornale del 10 gennaio scorso Marcello Veneziani parlava degli italiani come di un “grande popolo in un piccolo Stato, una nazione con una grande personalità e una piccolo-media statura”, tanta “italianità”, ma molto poca “Italia”. A dispetto di un’identità nazionale che pare debole, perché non consolidata, ci rivolgiamo al crocefisso invece che al tricolore. E ne facciamo una legge, arrabbattando, all’ultimo e di fronte a un’Europa che chiede sempre di più, un’identità che ha odore di sagrestia invece che di Costituzione.

Su Peacelink un appello per sostenere la sentenza della Cedu.


L’autore fa parte del collettivo Europa451

http://www.agoravox.it/Il-PD-propone-il-Crocifisso-in

giovedì 21 gennaio 2010

Case popolari, graduatorie aperte alle coppie di fatto



Il consiglio comunale accoglie una proposta di Rc. Punti anche a chi denuncia affitti in nero

VENEZIA - Accogliendo una proposta di Rifondazione Comunista il consiglio comunale di Venezia ha stabilito di aprire le graduatorie delle case popolari anche alle coppie di fatto, omosessuali compresi. «Le migliorie apportate grazie a Rc - specifica Sebastiano Bonzio, capogruppo di Rifondazione nell’assemblea comunale veneziana - sono socialmente rilevanti anche sul piano della giustizia civile. Si equiparano cioè le famiglie unite da vincolo di matrimonio e le cosiddette coppie di fatto che, come per le "famiglie vere" riceveranno punti in graduatoria esibendo la certificazione dell’anagrafe comunale che attesti che l’avvio della loro coabitazione».
Soddisfatto Bonzio anche sulla decisione di assegnare punti a coloro che denunceranno affitti in nero: «Non si aspira a dar vita ad una società di delatori - dice il consigliere - ma è ferma intenzione stimolare nei proprietari, armando la mano dell’inquilino con questa nuova possibilità, comportamenti virtuosi, rispettosi dei diritti degli inquilini e della fiscalità generale».

sabato 9 gennaio 2010

Dal cattolicissimo Portogallo, il Sì ai Matrimoni gay



(ANSA) LISBONA - Il cattolicissimo Portogallo attualmente a guida socialista ha compiuto il primo passo per legalizzare i matrimoni gay, come già avvenuto sotto varie forme in diversi altri paesi europei. Col dichiarato intento di compensare la comunità omosessuale per i "decenni di ingiustizie" patite, il parlamento portoghese ha approvato in prima lettura una legge in loro favore ma ha respinto un'apertura sulle adozioni di bambini da parte di coppie dello stesso sesso.
Il disegno di legge dell'esecutivo è stato perorato in aula dal premier, il socialista José Socrates, ed è stato poi approvato coi voti di tutti i partiti della maggioranza di sinistra nonostante i 'no' delle formazioni di destra. Socrates ha spiegato di voler "porre rimedio a decenni d'ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali": e a questo proposito il premier ha ricordato che "fino al 1982", quindi ancora ben dopo la fine della cinquantennale dittatura militare terminata nel 1974, "il Portogallo viveva nella situazione assurda e ributtante di considerare l'omosessualità un reato perseguito per legge".
In Portogallo una legge riconosce dal 2001 le unioni di fatto, indipendentemente dal loro sesso. E sebbene la strada pare segnata, a Lisbona ci vorranno però altri tre passaggi istituzionali prima che il Portogallo entri nel novero dei paesi che sotto varie forme riconoscono i matrimoni gay e lesbici (fra gli altri, in diversa misura, Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia, la confinante e cattolicissima Spagna, ma anche Canada e alcuni Stati degli Usa). Il testo infatti deve essere sottoposto ancora ad un vaglio in commissione, ad un voto definitivo del parlamento e alla sofferta promulgazione da parte del capo dello Stato, il cattolico ed esponente di destra Anibal Cavaco Silva.
Questo primo sì del parlamento era un atto dovuto visto che la legalizzazione del matrimonio omosessuale era inserita nel programma elettorale del partito socialista, vincitore delle legislative del settembre scorso. Senza appoggio del partito erano invece le proposte avanzate dall'estrema sinistra e dai Verdi in favore delle adozioni da parte di coppie gay ma bocciate oggi dall'assemblea. Si tratta di una "questione differente" rispetto al matrimonio, ha sottolineato Socrates nel respingerle: "l'adozione non è un diritto della coppia, è un diritto del bambino". Il voto odierno è stato comunque accolto con urla di gioia da diverse decine di omosessuali radunatisi sulla piazza del parlamento stappando bottiglie di spumante e affettando una torta nuziale.

sabato 19 dicembre 2009

Come impugnare l'ordinanza sul crocefisso






Alcuni Sindaci stanno emanando ordinanze per multare chi -doverosamente- si adegua alla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in cui e' stata sancita la rimozione dei crocifissi dalle aule scolastiche. Indipendentemente dal merito di detta sentenza, queste ordinanze costituiscono una chiara violazione della legge su cui dicono di basarsi. Il cosiddetto 'pacchetto sicurezza' (che nel 2008 ha modificato il Testo Unico delle leggi sugli ordinamenti enti locali - T.U.EE.LL.) consente al Sindaco, in veste di Ufficiale del Governo, di adottare provvedimenti anche contingibili ed urgenti, ma solo "al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana". A noi non sembra che l'ordine di esposizione o di non rimozione di un simbolo religioso da un edificio -pubblico o privato che sia- si possa ritenere a tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana; di conseguenza tali ordinanze sarebbero viziate da incompetenza.
Per questo l'Aduc, rappresentata dall'avv. Osvaldo Pettene, ha già impugnato una ordinanza del genere emanata dal Sindaco del Comune di San Bonifacio (Verona).
Invitiamo tutti i cittadini che hanno a cuore lo Stato di diritto a fare altrettanto.
Se il vostro Comune ha emanato una simile ordinanza, e' sufficiente compilare il modulo che linkiamo qui sotto e inviarlo per raccomandata a/r al Prefetto competente per territorio e al proprio Sindaco entro 30 giorni dall'emanazione dell'ordinanza. A ciascun ricorso è necessario allegare copia dell'ordinanza impugnata e un bollo di Euro 14,62.
Vi chiediamo anche di inviare una copia per conoscenza all'Aduc

venerdì 18 dicembre 2009

Partito di Dio. Mastromauro firma l'ordinanza antilaici



“Il Crocifisso deve rimanere”. Il sindaco Francesco Mastromauro firma l’ordinanza.

Il Crocifisso è “espressione dei valori civili che hanno un’origine religiosa, pur nel rispetto della laicità dello Stato” ed inoltre costituisce un “simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti), che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato”.
E’ quanto si legge nell’ordinanza che il sindaco Francesco Mastromauro ha firmato recependo la delibera adottata dal Consiglio Comunale lo scorso 30 novembre 2009.
L’ordinanza verrà presto notificata per l’esecuzione ai dirigenti dei Circoli Didattici ed ai responsabili di ogni struttura pubblica. Si prevede per i trasgressori una sanzione amministrativa di 500 €.


Francesco Mastromauro è sindaco in quota PD (nrd)

lunedì 30 novembre 2009

Svizzera: No ai nuovi minareti - Italia: Lega nord croce su bandiere




GINEVRA - Gli svizzeri si sono pronunciati a grande maggioranza per il divieto di costruzione di nuovi minareti nel loro Paese. Il referendum sulla proposta di modifica costituzionale promosso dalla destra nazional-conservatrice ha visto prevalere i sì con il 57,5%. Solo in quattro cantoni su 26 la proposta è stata respinta. Verrà pertanto modificato l'art.72 della Costituzione, che regola le relazioni tra lo Stato e le confessioni religiose.


Molte le reazioni di preoccupazione e di forte critica nei confronti del risultato referendario. I Verdi svizzeri esamineranno la possibilità di inoltrare ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo: "I musulmani non hanno ricevuto solo una sberla, ma addirittura un pugno in faccia", ha detto il presidente del partito, Ueli Leuenberger. A suo avviso l'iniziativa è incostituzionale e l'esito del referendum è il risultato di "una propaganda estremamente ben fatta, che ha fatto leva sui pregiudizi".


Ma dall'Italia arriva il plauso della Lega Nord. L'ex ministro Roberto Castelli non usa mezze misure: "Ancora una volta dagli svizzeri ci viene una lezione di civiltà. Occorre un segnale forte per battere l'ideologia massonica e filoislamica che purtroppo attraversa anche le forze alleate della Lega". Ed ecco la proposta: "Credo che la Lega Nord possa e debba nel prossimo disegno di legge di riforma costituzionale chiedere l'inserimento della croce nella bandiera italiana". Gli risponde il verde Angelo Bonelli: "La croce sul tricolore? A quando le crociate?".



"Sorpresa e delusione" da parte dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci): "Ci aspettavano un rifiuto massiccio", ha detto l'ambasciatore dell'Oci a Ginevra, Babacar Ba, secondo il quale il risultato del voto in Svizzera è una porta aperta per chi vuole mettere in dubbio le libertà fondamentali. "Bisogna ritrovare un ambito di dialogo per evitare pregiudizi", ha detto Babacar Ba.


Ma nemmeno la Chiesa svizzera sembra contenta della decisione. Anzi, la Conferenza dei vescovi svizzeri è decisamente preoccupata: la vittoria del sì al referendum, si legge in un comunicato, è "un ostacolo sulla via dell'integrazione e del dialogo interreligioso nel mutuo rispetto". "Non abbiamo saputo rispondere ad alcune paure legate all'integrazione di diverse religioni e culture in Svizzera", ha ammesso il portavoce Walter Mueller, secondo il quale sul risultato ha influito anche la situazione dei cristiani, vittime di discriminazione e oppressione in alcuni Paesi musulmani.


A dichiararsi costernata per i risultati del referendum è anche Amnesty International: si tratta, si legge in un comunicato dell'organizzazione, di "un divieto totale che rappresenta una violazione della libertà di religione ed è incompatibile con le convenzioni internazionali firmate dalla Confederazione". Il risultato è "scioccante", afferma il segretario generale della sezione svizzera dell'organizzazione, Daniel Bolomey, secondo cui Consiglio federale e Parlamento si sono assunti un rischio enorme rifiutandosi di dichiarare nulla l'iniziativa.


Il no ai minareti non è un no al diritto di preghiera per i musulmani, ha affermato il parlamentare svizzero Oskar Freysinger dell'Unione democratica di centro (Udc), tra i principali promotori del referendum. E ancora: "Il divieto dei minareti non cambierà niente per i musulmani che potranno continuare a praticare la loro religione, a pregare e a riunirsi. Si tratta di un messaggio, la società civile vuole mettere un freno agli aspetti politico-giuridici dell'Islam".


Nei giorni scorsi il Consiglio federale svizzero, organo esecutivo del governo della Confederazione, si è più volte espresso contro l'iniziativa, giudicata discriminatoria, pericolosa e rischiosa per i rapporti della Svizzera con il mondo arabo. In Svizzera i musulmani sono 400mila, il 5% della popolazione, e dispongono di circa 200 luoghi di preghiera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per richiamare i fedeli.


Il Partito popolare svizzero (Svp) ha raccolto 100mila firme in un anno e mezzo per ottenere che la questione fosse sottoposta a referendum sulla base dell'assunto che l'erezione di torri o torrette collegate alle moschee è il simbolo di una "rivendicazione di potere politico-religiosa". La campagna che ha preceduto il referendum è stata animata e a tratti violenta: una moschea di Ginevra è stata danneggiata tre volte e il presidente Hans-Rudolf Merz si è rivolto alla nazione con un messaggio tv per sottolineare che "ai musulmani dovrebbe essere garantito il diritto di praticare la propria religione anche in Svizzera", ma anche per avvertire che nelle valli elvetiche "non echeggerà mai il canto del muezzin"

sabato 28 novembre 2009

Leghista in difesa del crocifisso, tira giù bestemmie.


(ANSA) Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si é fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente. E' accaduto nella centrale Piazza De Ferrari, dove la Lega Nord ha allestito un gazebo per raccogliere firme per mantenere i crocifissi nelle scuole.
Verso le 11.20, un attivista del partito che distribuiva volantini ha iniziato a discutere animatamente con un passante che la pensava diversamente. In pochi secondi si è passati agli insulti e l'attivista, un uomo sui cinquant'anni, ha dato uno spintone all'altro, un uomo sui 60 anni. Sono intervenuti alcuni attivisti che hanno cercato di dividere i contendenti ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l'uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l'altro gli aveva detto di "andare a lavorare". 
L'episodio ha seguito un altro concitato scambio di opinioni in piazza stamani tra il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, e alcuni attivisti della Lega Nord, tra cui il segretario provinciale Edoardo Rixi, impegnati anche loro a distribuire crocifissi e a raccogliere firme a favore della loro presenza nelle scuole.
All'esterno di un gazebo era appeso un cartello con scritto che la Vincenzi è "molto legata alla comunita' islamica" e l'accusa di "non curarsi del suo popolo, ma dei nomadi e dei clandestini". Passando per la piazza il sindaco lo ha visto, si é diretta decisa verso il gazebo e ha detto: "fate le petizioni che volete, ma non dite falsita'".
Ne' e' nata una discussione molto animata con Rixi e alcune persone che si erano fermate a firmare e che l'hanno a loro volta accusata di "dare le case agli immigrati che rubano e di combattere contro il crocifisso". "Mettere poveri contro poveri è la cosa peggiore che si possa fare" ha replicato il primo cittadino, che sul crocifisso ha aggiunto: "io mi batto a favore della laicità dello Stato, ma non ho mai fatto battaglie 'contro' il crocifisso". Mentre era in corso la discussione sono arrivati anche una ventina di attivisti dei centri sociali che hanno intonato cori contro la Lega. E' intervenuta la polizia, che si è frapposta tra gli attivisti e il gazebo per evitare incidenti. Nel frattempo, il sindaco Vincenzi ha lasciato la piazza

sabato 7 novembre 2009

Scuola e Crocifisso: la fgci apre sportello per promuovere ricorsi alla Corte



La Fgci apre uno sportello online - scuolaica@gmail.com - per promuovere ricorsi al Tar e poi alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo al fine di chiedere la rimozione del crocifisso dalle scuole italiane. I proventi delle condanne, tenuto conto del fatto che lo Stato italiano pur non essendo obbligato ad adeguarsi a quanto stabilito dalla Corte è comunque tenuto a risarcire il danno a chi deve sopportare l'illegittima ostensione del crocifisso, verranno destinati ad un fondo nazionale per libri di testo in comodato d'uso”. E’ quanto afferma Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, l’organizzazione giovanile del PdCI.














Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista