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domenica 2 maggio 2010

Samuele (PRC)Primo maggio: Lega nord di parma? Hanno la faccia come il culo


Primo maggio, giorno di memoria e di lotta Francesco Samuele, responsabile provinciale dipartimento lavoro di Rifondazione Comunista replica alla Lega Nord di Parma: "Hanno la faccia come il .... Non ci sono altre parole"
Chiarisco subito che questo intervento è, nello stile, un intervento del tutto personale, anche se so, nel mio intimo, che nel merito è, senz’altro, condiviso dal mio Partito.
Non è nel mio stile il generare polemiche, soprattutto se sterili. Ma in questo caso, non posso esimermi dal rispondere allo squallido comunicato della segreteria provinciale della Lega e dire, in modo netto e chiaro, che la Lega Nord di Parma ha la faccia come il culo. Non ci sono altre parole.
Noto, infatti, che anche il partito di Bossi ha imparato a dire enormi bugie, come il suo padrone Presidente del Consiglio.
Ripeto: la faccia come il culo. Il dire, infatti, che la Lega sia stata il partito (lo scrivo volutamente con la minuscola) che, negli ultimi due decenni, ha difeso di più i lavoratori, è una enorme menzogna: lo dimostrano i fatti.
Chi era, infatti, ministro quando è stata approvata la legge 30, legge che ha reso il lavoro sempre più incerto e precario? Roberto Maroni. Chi ha impedito che lo stillicidio di morti sul lavoro continui ad essere, ogni anno, una strage, senza che nulla si faccia? Il governo Berlusconi, su sollecitazione dei ministri della Lega, che ha svuotato di significato la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, introdotta dal governo precedente. E chi, in questi giorni, sta mettendo mano allo Statuto dei Lavoratori, frutto delle lotte, quelle si vere, dei nostri padri lavoratori, unico baluardo al principio costituzionale del diritto al lavoro, introducendo l’arbitrato ed annullando, dunque, la possibilità che un lavoratore ingiustamente licenziato possa ottenere giustizia da un Magistrato? Il governo Berlusconi, con il sostegno leale della Lega.
Vedi, caro Zorandi, non si può dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, perché prima o poi le menzogne, tue e dei tuoi padroni, verranno svelate. Come nel ventennio di Mussolini: i lavoratori prenderanno coscienza e si ribelleranno, seppellendo te e gli accoliti della Lega sotto una valanga di insulti.
Ricordiamo, caro Zorandi, quale sia il vero significato del Primo Maggio. Non quello che hai espresso tu, con un misto di gretto propagandismo (quando parli dei liberi professionisti e dei lavoratori autonomi) e di rozza ignoranza (quando definisci il Primo Maggio una festa americana).
Ti ricordo che il primo maggio è il ricordo delle manifestazioni soppresse nel sangue dei lavoratori di Chicago del 1886, tra i quali, certo non lo saprai, vi erano lavoratori provenienti da tutto il mondo. Anche dal Nord Italia.
Il primo maggio è l’idea della Seconda internazionale di Parigi del 20 luglio del 1889 di una grande manifestazione unitaria da tenersi in tutto il mondo da tutti i lavoratori del mondo contemporaneamente.
Il primo maggio in Italia è il 1947 con la strage di Portella della Ginestra, in cui gli uomini di Salvatore Giuliano, pagati dai mafiosi collusi con la DC, sparano sulla folla durante il comizio.
Il primo maggio è il ricordo dei morti di Reggio Emilia, e di tutte le manifestazioni in difesa della dignità del lavoro.
Il primo maggio è stato lacrime e sangue di tutti i lavoratori. Il primo maggio è stato lotta per le 8 ore lavorative, condizioni ed un salario migliori. Il primo maggio è stato sacrificio e consapevolezza di combattere per propri diritti e per quelli delle generazioni a venire. Il primo maggio è stato unità di tutti i lavoratori del mondo.
Oggi il primo maggio si festeggia per onorare questi lavoratori che hanno lottato e perso la vita per i nostri diritti. Si dovrebbe anche festeggiare per ricordare quanto è dura la lotta che porta a conquistarsi la propria dignità, il proprio futuro, la propria vita. E spero che presto, i lavoratori italiani, assieme a tutti gli immigrati che stanno onorando il nostro mondo del lavoro con il loro continuo sacrificio e a tutti coloro che sudano ore ed ore per un tozzo di pane o poco più, riprendano consapevolezza e dignità e tornino a festeggiare il Primo Maggio per quello che è: una giornata di Memoria e di Lotta, per un futuro diverso.

Francesco Samuele (nella foto)
Responsabile Lavoro-Welfare-Economia
Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Parma

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martedì 27 aprile 2010

Il neo consigliere sfoggia saluti romani e Facebook manda a casa la sua Giunta Comunale

tratto da www.bitcity.it/news/14857/il-consigliere-gioca-a-fare-il-fascista-su-facebook-e-il-comune-cade.html
La legge  del 20 giugno 1952, n. 645, all'art. 4 sancisce il reato commesso da qualsiasi individuo che "fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità" di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque "pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche".
Così spiega Wikipedia, alla voce "apologia del fascismo", un concetto chiamato in campo nella vicenda diSan Giovanni Bianco, un Comune della bergamasca, su cui negli ultimi giorni sono puntate le luci dei riflettori.
Ad attirare l'attenzione mediatica è quanto fatto da Iuri Milesi, 21 anni, consigliere comunale della Lega Nord: il ragazzo che, secondo quanto è emerso dalla sua descrizione sui media, avrebbe la passione per le simulazioni di guerra nei boschi, avrebbe pubblicato sul suo profilo su Facebook alcune immagini "particolari".
Una sua fotografia con il braccio teso nel saluto romano, l'immagine della Lombardia completamente nera con la scritta "Fascismo e libertà": contenuti in grado di sollevare un polverone sul giovane e scatenare le polemiche.
Il segretario provinciale del Carroccio, Cristian Invernizzi, avrebbe preso "assoluta distanza" da quanto pubblicato dal consigliere comunale ventunenne, ma, a detta del deputato Antonio Misiani, tesoriere delPd, questa reazione sarebbe troppo lieve, dinanzi alla gravità dei fatti: "Colpiscono alcune reazioni politiche che tentano di minimizzare la gravità della questione. Invernizzi si augura che Milesi crescendo capisca di aver fatto una stupidata, mentre per il sindaco è un bravo ragazzo. Vorremmo ricordare loro che siamo in presenza di un reato, apologia del fascismo, punito dalla legge. La Lega Nord farebbe bene a buttare fuori Milesi".
Le immagini, pubblicate su bergamonews.it, sono state l'incipit di riflessioni su profonde sull'atteggiamento di molti giovani (e non solo), che prendono spunto dall'epoca fascista per interpretare la politica moderna. "Fascismo sì, Fascismo No"? La discussione non può essere improntata su questo piano, perché l'apologia al fascismo è un reato e, come tale, perseguibile per legge. Inoltre un Consigliere comunale dovrebbe, tenendo conto della carica ricoperta, mostrare una rettitudine ed un rispetto ancor maggiori rispetto ai normali cittadini. 
Dopo pochi giorni, il sindaco Gerardo Pozzi e la sua maggioranza hanno rassegnato le dimissioni da tutte le cariche, giustificando la scelta con problematiche economiche. Ci sono forse connessioni con la vicenda di Milesi, che, secondo quanto emerso, sarebbe stato fondamentale nell'Amministrazione, per avere "i numeri" per governare? Questo è un altro dubbio che emerge.

Leggi il commento del segretario provinciale della Lega Cristian Invernizzi

Leggi il commento del sindaco Pozzi

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venerdì 16 aprile 2010

La carica di Bossi

«È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice: prendetevi le banche. E noi lo faremo». Il successo elettorale ha eccitato la Lega Nord e Bossi con la consueta delicatezza ha messo i piedi nel piatto, rivendicando al suo partito il controllo (o almeno una partecipazione) nelle banche del Nord. Certo, i precedenti non sono dei più felici. Più di dieci anni fa la Lega cercò di sbarcare nel mondo del credito fondando la CreditEuronord con un capitale di 70 miliardi di lire. Fu un flop gigantesco.
Migliaia di piccoli risparmiatori che avevano creduto nel progetto ci lasciarono fino all'ultimo centesimo e, alla fine, CreditEuronord fu rilevata dalla Popolare di Lodi di Fiorani, dopo che la «Banca della Lega», come la chiamava Bossi, aveva perso l'85% del capitale. Maroni sostenne che la Popolare aveva fatto un affare. Non era così: c'era puzza di scambio di favori. Tant'è che la Lega fu in prima fila per difendere l'operato di Fiorani e di Fazio quando per loro iniziarono i guai seri con l'operazione Antonveneta.
Ora la Lega, accantonata l'idea di una banca propria, tenta di mettere le mani sulle grandi banche del Nord. In primo luogo Unicredit e Banca Intesa. Ma come sarà possibile impadronirsi delle due società per azioni con patrimonializzazione elevatissime? Considerando che le due banche in borsa valgono circa 550 miliardi, l'impresa per via diretta, appare impossibile. Rimane, però, la via politica: accedere alle banche piazzando propri uomini ai vertici. Ma visto che non siamo più ai tempi di Cuccia (quando le azioni si pesavano e non si contavano), anche questa opzione appare difficile. Al massimo sarebbe possibile ottenere un posto nei consigli di amministrazione.
Esiste un'altra via: cercare di avere maggiore peso nelle Fondazioni bancarie, tra le maggiori azioniste della due grandi banche. Per esempio, la Cassa di risparmio di Torino ha il 3,68% del capitale Unicredit e la Cariverona il 4,98%. La Compagnia Sanpaolo, invece, detiene il 9,88% del capitale di Intesa Sanpaolo e la Cariplo il 4,68%. Alcuni anni fa, Tremonti ebbe l'Idea: dare per legge al governo il controllo di maggioranza delle Fondazioni. Ma fu clamorosamente sconfitto: la Corte Costituzione sentenziò che le Fondazioni in quanto enti privati non potevano essere espropriate. Ma chi controlla le Fondazioni e le nomine? Gli statuti sono tutti diversi tra di loro e nei Cda siedono vari rappresentanti, a iniziare da quelli degli enti locali. Hanno un peso ridotto, anche se agli enti locali finiscono la maggior parte degli utili che la Banche trasferiscono alle Fondazioni. Un piatto ricco: negli ultimi due anni (prima della crisi) le Fondazioni del Nordest hanno distribuito «beneficenza» per quasi 1,5 miliardi di euro.
Ora che il potere della Lega si è allargato sul territorio e molte designazioni di amministratori delle Fondazioni sono di quasi esclusiva pertinenza della Lega, gli appetiti sono cresciuti, insieme a un forte malcontento per la politica del credito delle banche. In particolare da parte delle piccole e medie imprese. Quindi i soldi del Nord al Nord.
Ma Bossi dimentica che al Nord va parte della raccolta che le banche meridionali, sempre più fagocitate da quelle settentrionali, fanno sul loro territorio. Di più: al Sud mediamente il costo del denaro è di 1,5 punti superiore a quello del Nord. Ma il federalismo a senso unico non guarda tanto per il sottile.



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giovedì 15 aprile 2010

Torino, 24 aprile 2010 - Manifestazione Nazionale "nessun patto sulle nostre vite"

Siamo donne e uomini di diverse realtà del movimento torinese che si sono ritrovate in seguito alla sottoscrizione del neopresidente alla Regione Piemonte Roberto Cota del cosiddetto “Patto per la vita e per la famiglia” e alle dichiarazioni da lui rilasciate immediatamente dopo le elezioni in merito alla pillola Ru486, all'aborto e al Pride.
Abbiamo deciso di incontrarci e unirci in assemblea per iniziare un percorso di mobilitazione e controinformazione, per dare una prima risposta politica immediata a Cota e al suo famigerato patto Lega - Vaticano.

Saremo in Piazza Castello a Torino sabato 24 aprile alle ore 15.30, ad un mese esatto dalla sottoscrizione del patto, per una manifestazione il più partecipata possibile.

Reagiamo a Cota punto per punto e proponiamo il nostro patto per le nostre vite!

Noi donne e uomini sottoscriviamo un patto per le nostre vite fondato sull'autodeterminazione e la libertà di scelta.
Vogliamo essere liber* di decidere come nascere, vivere e morire.
Vogliamo poter scegliere come costruire e gestire i nostri rapporti, le nostre relazioni, la nostra sessualità.

Se per Cota l'aborto è un crimine e la pillola Ru486 una banalizzazione perchè le donne devono sempre e in ogni caso soffrire, noi vogliamo che ogni donna possa decidere se e quando diventare madre e avere il diritto di essere assistita in strutture pubbliche e gratuite.
Rigettiamo qualsiasi ipotesi di presenza del Movimento per la vita, nei consultori, negli ospedali, nelle scuole.

Se per Cota la vita da tutelare è solo quella dell'embrione, noi invece pensiamo a tutte quelle vite non tutelate e lasciate sole, costrette ad affrontare la loro quotidianità senza reddito, lavoro, casa, diritti, servizi.
Pretendiamo di poter scegliere sui nostri corpi anche alla fine della nostra vita, senza accanimenti e strumentalizzazioni.

Se per Cota esiste solo la famiglia monogamica, eterosessuale e fondata sul matrimonio cattolico, noi consideriamo una ricchezza la pluralità di modi differenti di vivere e di amarsi.
Vogliamo vivere liberamente la nostra sessualità!

Se per Cota e la Lega i migranti sono solo criminali, prostitute, badanti o schiavi, per noi sono donne e uomini che come noi aspirano e hanno diritto ad un'esistenza migliore.
Respingiamo ogni forma di discriminazione volta a criminalizzare le/i migranti.

Contro un patto per la vita che ha sapore di morte!
Sabato 24 aprile ore 15.30
manifestazione in Piazza Castello a Torino


Assemblea “Nessun patto sulle nostre vite”
per adesioni e contatti: nessunpattosullenostrevite@gmail.com

da:Rete nazionale femminista


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mercoledì 14 aprile 2010

Immigrati, Lega: impiegati in pronto soccorso Friuli per denunciare clandestini


Roma - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - "Se i medici non possono segnalare - spiega Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, all'ADNKRONOS SALUTE - non vedo perche' i clandestini debbano continuare a raggirare leggi di Stato, spadroneggiando sul territorio"

Personale amministrativo nei Pronto soccorso per segnalare alle autorita' competenti gli immigrati clandestini che vanno a farsi curare. E' quanto chiedera', con un'apposita mozione, il gruppo della Lega Nord del Friuli Venezia Giulia alla Giunta regionale. Una richiesta che ricorda l'emendamento del Carroccio, finito al centro delle polemiche prima di essere abrogato, per l'abolizione del principio di non segnalazione alle autorita' per gli immigrati irregolari che si rivolgono al Servizio sanitario nazionale.

"Se i medici non possono segnalare - spiega Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, all'ADNKRONOS SALUTE - non vedo perche' i clandestini debbano continuare a raggirare leggi di Stato, spadroneggiando sul territorio".

Narduzzi, gia' noto alle cronache nazionali per aver proposto la regionalizzazione delle graduatorie degli insegnanti, precisa che, stando almeno alla mozione leghista, "gli immigrati irregolari continueranno ad essere curati negli ospedali della nostra Regione, ma - puntualizza - il personale amministrativo a cui non verranno consegnati documenti d'identita' e tessera sanitaria, dopo aver inviato il paziente dal medico, provvedera' a segnalare la 'mancanza' alle autorita' competenti".



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venerdì 9 aprile 2010

Scuola, mense Licandro (PdCI) "la chiesa non ha nulla da dire?"


"Dopo il caso di Montecchio Maggiore, nel vicentino, una scuola elementare del comune di Adro, in provincia di Brescia, anche questo a guida leghista, chiede ai bambini poveri di uscire dalla mensa.
Le gerarchie ecclesiastiche, alla vigilia delle elezioni, così pronte a invitare gli italiani a non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte, perché su posizioni non collimanti con quelle della Chiesa in materia di aborto, non ha nulla da dire questa volta? Far fuori i bambini dalle mense non merita nessuna presa di posizione? La verità è che con questa Lega, legata a doppio filo con questa Chiesa, c'è poco da sperare...". E' quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.
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mercoledì 7 aprile 2010

Gli stranieri a punti a scuola d'italiano


Fiore all'occhiello della Lega trionfante, arriva il "permesso a punti". Un percorso a ostacoli per restare in Italia. Tra i principali, la conoscenza della lingua, al cui insegnamento però si tagliano i fondi. Ma proprio sulla base del permesso a punti si può esigere dalla politica centrale e locale un investimento sui corsi per gli immigrati
E’ in dirittura d’arrivo, assicura il ministro Maroni, il “permesso a punti”. Il dispositivo previsto dal pacchetto sicurezza per cui lo straniero che chiede il permesso di soggiorno si impegna, al termine dei due anni di validità, a dimostrare non solo di avere un lavoro e di non aver commesso reati, ma anche di essere iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, di essere titolare di un regolare contratto abitativo, di conoscere la Costituzione e la lingua italiana. Con un meccanismo, come a scuola, di crediti e debiti che contribuiranno variamente al raggiungimento di 30 fatidici punti. Va da sé che, in caso contrario, è prevista l’espulsione amministrativa.
Tra breve, dunque, non basteranno più le forti contrarietà o i commenti indignati prevalsi finora a sinistra. Sebbene ci siano ottime ragioni per ritenere che nel dispositivo ci sia più l’intenzione di imporre ulteriori ostacoli sulla via della regolarizzazione che l’avvio di lungimiranti politiche di integrazione, chi di immigrazione e di immigrati si occupa concretamente sa che la lunghezza d’onda deve essere un’altra: diversa ma non meno “politica” della prima. Che occorre soprattutto costruire, e su diversi versanti, le condizioni e gli strumenti perché quell’intenzione possa venire vanificata o almeno contrastata. La politica, del resto, non può vivere di sole denunce.

Spicca, tra i temi da mettere finalmente a fuoco, quello delle opportunità offerte agli stranieri per acquisire una competenza linguistica. Spicca, anche indipendentemente dall’urgenza imposta dal dispositivo, per la sua portata strategica nelle politiche di integrazione. La conoscenza della lingua italiana, per i migranti, non è solo uno strumento indispensabile di inserimento sociale (lavoro, fruizione di servizi, coscienza dei diritti e dei doveri, rapporti con la burocrazia eccetera). E’ anche il primo essenziale elemento di inclusione, di interazione fra culture, di armonizzazione delle diversità. Condizione di uscita dalla minorità, strada obbligata per conoscere la cultura del paese di approdo (anche la Costituzione) e per essere riconosciuti come sua componente vitale. Ma in età adulta una buona competenza linguistica di solito non si acquisisce senza il sostegno di un apprendimento strutturato. E non sempre questo bisogno è avvertito da tutti e immediatamente. In molti casi, gli immigrati vivono una fase iniziale più o meno lunga di precarietà in cui l’unica possibilità di sopravvivere sono catene parentali, di familiari o connazionali, utilissime per agevolare l’inserimento ma in cui non si parla italiano. Sono molto diffuse anche le situazioni in cui sono prestazioni lavorative che non obbligano a disporre di strumenti linguistici complessi a ritardare l’esigenza di acquisirli, mentre non è rara, soprattutto per chi ha vissuto traumi particolari nell’abbandono della propria terra o vicissitudini particolarmente tormentate di viaggio, una vera e propria impossibilità psicologica di andare oltre parole e formule di una comunicazione povera e approssimativa. Sono tanti gli stranieri che approdano ai corsi di italiano per principianti anche dopo cinque o sei anni dall’arrivo in Italia. Ma, prima o poi, il bisogno si manifesta. Per migliorare le proprie condizioni; spesso, quando nascono figli che parleranno un’altra lingua; sempre, quando usciti dalla precarietà e dall’emergenza si decide che è qui che si vuole rimanere, che questo è il nuovo paese. Ma intanto, per anni, ci si è accontentati di un’”interlingua” che evolve a fatica, o che addirittura si blocca a un certo livello senza possibili miglioramenti. C’è anche questo dietro ai ritardi scolastici (dai 12 punti in più rispetto agli italiani nella scuola primaria fino ai 40 punti nella scuola secondaria superiore ) di tanti studenti di provenienza straniera. Anche se nati in Italia, e soprattutto se tra i 3 e i 5 anni non hanno frequentato la scuola dell’infanzia.

La sottovalutazione che c’è stata finora di questo problema è, con tutta evidenza, figlia di politiche sull’immigrazione che non hanno messo al centro l’integrazione. Ed è soprattutto per questo - perché si legge ad occhio nudo lo scarto tra quello che finora il paese ha offerto e l’entità della domanda espressa e non espressa - che oggi la richiesta agli stranieri di esibire una competenza linguistica ha l’aspetto di una pretesa assurda o motivata unicamente da cattive intenzioni. Ma - ex malo bonum? - si dovrà provare a utilizzare proprio quella pretesa per cambiare la situazione. Per ottenere attività formative gratuite adeguate per numero, diffusione territoriale, qualità, accessibilità. Non è facile. Al momento non solo non è stato precisato quale competenza linguistica sarà richiesta (il framework europeo delle lingue prevede 6 livelli, ed è solo al terzo che si colloca un italiano di “soglia”), ma l’unico segno di investimenti in questa direzione è dato dal recente avvio di qualche progetto finanziato dal ministero degli interni per una prima formazione linguistica di poche migliaia di stranieri. A Roma, dove sono state coinvolte tramite l’Università per stranieri di Perugia sia le scuole pubbliche per adulti (i Centri Territoriali per l’educazione permanente) sia le scuole del volontariato religioso e laico, le ore di formazione finanziate sono al massimo 70, mentre un corso per principianti richiede almeno 100-120 ore, e le certificazioni finali riguardano solo i primi due livelli di competenza linguistica, quelli di “primo impatto ” e di “sopravvivenza “. I destinatari, del resto, non sono più di 1.500. Anche per il “permesso a punti”, dunque, si confermano per il momento le caratteristiche tradizionali delle nostre politiche per l’immigrazione, sempre di tipo emergenziale, sempre oscillanti tra interventi di assistenza e atti di controllo o di respingimento, sempre più spesso mirate a generare una cultura sociale di diffidenza e di rifiuto prima e più che percorsi virtuosi di accoglienza e inserimento. Inquieta, inoltre, che le sole strutture pubbliche che finora si sono fatte carico, spesso con intelligenza sociale e buona strumentazione professionale dell’insegnamento dell’italiano lingua 2, cioè i Centri Territoriali per l’educazione permanente (circa 200.000 iscritti stranieri l’anno), saranno tra breve “regolamentati” in modo da restringere fortemente e forse da eliminare del tutto le attività formative non riconducibili ai percorsi di istruzione finalizzati ai titoli di studio. Quindi proprio i corsi liberi, brevi, flessibili cui hanno avuto finora accesso gli stranieri. Una decisione ministeriale in netta controtendenza rispetto ai nuovi bisogni. Di cui però la discussione della sinistra politica sulla scuola, al momento, non sembra essersi accorta.

Ma a quanto ammonta la domanda di apprendimento dell’italiano lingua 2? Non esistono, al momento, rilevazioni ufficiali. A Roma, dove gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 300.000, è stata la Rete delle scuole migranti del volontariato a costruire, accanto a un censimento dell’offerta, una prima simulazione della domanda. Indicatori sono i dati di flusso (circa 20.000 soggiornanti in più l’anno), il numero dei titoli di soggiorno rilasciati dalla Questura (circa 100.000 nel 2008 tra nuovi rilasci, rinnovi, rifugiati, accolti per motivi umanitari), l’effetto-accumulo di quanti, in Italia da anni, non hanno mai frequentato corsi e sono probabilmente in possesso di strumenti linguistici solo rudimentali. Stimando una domanda annuale superiore alle 30.000 unità, la Rete è stata probabilmente assai prudente. E a che punto sta l’offerta? Nell’anno 2008-2009 i Ctp, struttura portante di quella pubblica, hanno intercettato 6.747 stranieri. L’Upter, la più importante Università popolare di Roma che fa corsi a pagamento ma con costi modesti, 250. Le associazioni di volontariato, 6417. Se anche a tutto ciò si aggiungessero le attività formative, dal peso difficilmente stimabile, messe in campo da organizzazioni sindacali, parrocchie, centri sociali, resterebbe pur sempre uno scarto negativo assai ampio, di oltre il 50%, tra offerta e domanda. Come si pensa, dunque, di sviluppare coerentemente con quanto prescrive il “permesso a punti” le opportunità di formazione linguistica per gli stranieri immigrati e di assicurare le attività di certificazione formale delle competenze? Se sul lato dei Ctp è del tutto improbabile un incremento per via ordinaria dei corsi di italiano lingua 2 sia per gli effetti del nuovo regolamento sia per la politica di restrizione degli organici del duo Tremonti-Gelmini, anche su quello delle scuole del volontariato ci sono problemi: gli insegnanti che lavorano a titolo gratuito non mancano e potrebbero anzi moltiplicarsi, ma a mancare sono spazi e aule che consentano corsi su tutta la durata della giornata e per tutta la settimana (è difficilissimo ottenerne anche nelle scuole inutilizzate il pomeriggio), risorse per i libri e il materiale didattico così come per la formazione specialistica dei docenti. Quella che però manca di più, al momento, è la risorsa della politica. A livello nazionale e anche nei livelli locali, con differenze solitamente non molto significative tra governi territoriali di centrosinistra o di centrodestra. E’ questo il punto.

da sbilanciamoci.info


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martedì 6 aprile 2010

Giovanni Lindo Ferretti ex Comunista, alle elezioni ha votato per la Lega Nord

Durante un’intervista di Reggio Calabria, Giovanni Lindo Ferretti, (ex CCCP, C.S.I e PGR), ha voluto confermare al televisione che lui nelle ultime elezioni regionali 2010, ha votato per la Lega Nord!

Ecco le sue parole :
“Se devo dire la verità, fino a qualche giorno fa avrei messo il mio voto, diretto su Pdl; Ma purtroppo l’ultimo discorso che ha fatto il Premier Silvio Berlusconi, non mi è per niente piaciuto, anzi sono contento che abbia detto la verità sulla vicenda Araba, almeno ho avuto modo di ripensare alle sue parole e scegliere un altro voto. Alla fine come cittadino mi sento orgoglioso e sono contento di votare, non mi piace andare ai seggi e non lasciare la scheda bianca. Oramai è diventata solo una corsa contro il tempo e più che votare per qualcuno, si va a votare solo per mandare via il presidente. Ci sarebbero tanti problemi da risolvere… Posso dire solo, MENO MALE CHE C’E’ LA LEGA NORD! Per meBerlusconi ha molti pregi, ma in questo periodo non è per niente fortunato, anzi…”
Alla fine il voto, Giovanni Lindo Ferretti ex comunista, partecipe in “Lotta Continua“, lo ha dato alla Lega Nord, comandata da Umberto Bossi.

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PADANIA OVVERO REGNO DEL NORD.


[di Marco Revelli per Il Manifesto] 
Dunque il Piemonte è stato annesso al lombardo-veneto. Alla vigilia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ha rovesciato il segno simbolico del proprio ruolo storico, come se la Seconda Guerra d’indipendenza fosse stata perduta. Come se a Solferino e San Martino avessero vinto gli altri. E infatti, appena finito di contare i voti, Zaia e Cota, all’unisono, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall’accento asburgico, passando sul corpo delle donne e sul testo di una legge della Repubblica.

Non c’è dubbio che è questo il dato centrale delle elezioni. Il fatto che, con buona pace di Pier Luigi Bersani, dà per intero la misura della sconfitta del centro-sinistra: la “caduta” del Piemonte. Perché con essa la Lega, occupando con uomini propri tanto il Nord est che il Nord-ovest e aumentando il proprio già forte peso in Lombardia, unifica sotto le proprie bandiere pressoché tutto il Nord. “Governa”, di fatto, la Padania. Può dire – e di fatto così è – di non aver guadagnato solo due amministrazioni regionali della Repubblica, ma di aver conquistato “un regno”: il più “pesante” della penisola. D’ora in poi la geografia politica italiana non sarà più la stessa.
Il secondo fatto cruciale per leggere quanto è accaduto, è che Berlusconi non ha perso. E quindi, date le circostanze, ha stravinto. Più nulla, ma proprio nulla, di ciò che è e di ciò che fa, era sconosciuto. Tutti i suoi vizi, quelli privati come quelli pubblici, erano noti. Scritti nelle carte dei giudici e sulle prime pagine dei giornali. E tuttavia non solo non è crollato, come sarebbe stato naturale aspettarsi, ma ha finito per prevalere. Il suo “racconto” – sempre più narrazione di se stesso – ha continuato a rimanere il racconto prevalente. L’autentica “autobiografia della nazione”. Ognuno di quei vizi e di quei fatti, sarebbe bastato da solo, in qualsiasi altro paese normale, a segnare la fine di qualsiasi uomo politico. Sicuramente di qualsiasi Capo di stato. Qui no. E ora, nel lavacro elettorale, quei vizi e quei fatti, diventano “norma” perché come si sa – come gli anni Venti e Trenta dell’altro secolo ci hanno insegnato – l’illegalità impunita e la perversione accettata a furor di popolo si trasformano in legittimazione. Non solo l’inaccettabile viene accettato, ma diviene forma del senso comune prevalente. E attributo della sovranità.
Certo – si dirà – Berlusconi ha portato a casa la pelle, ma ha perso il partito. Ed è così. Nella sua lotta per la sopravvivenza ha messo in campo solo ed esclusivamente la propria persona. Anzi: la propria faccia. Il suo Sé abnorme. Quello che ha chiesto – e purtroppo ha ottenuto – è un plebiscito su se stesso. Ma ha rivelato anche il vuoto politico che ha intorno a sé, tra le proprie mura. Molti – davvero tantissimi – servi; pochi, quasi nessun politico. Il Pdl, più che un partito, si è rivelato una corte, da una parte; e un coacervo di interessi e di spezzoni d’identità dall’altra. Alla prova del voto quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto diventare il partito egemonico della destra, è imploso miseramente.
Il Pdl ha rivelato la propria inconsistenza organizzativa (fino al limite dell’incapacità di realizzare le operazioni più banali per un partito come la presentazione della lista). E la propria inoperosità identitaria e politica, tanto viscosa da aver neutralizzato persino l’identità forte di quello che era rimasto finora un vero partito, cioè An.

Esattamente come il Pd, inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni e delle trascorse storie personali e collettive, incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue, privo di una propria corporeità sociale, di un proprio popolo, di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto. Prigioniero dell’era del vuoto che con la propria genesi ha inaugurato.
Ed è questo il terzo dato qualificante: il fallimento dell’operazione avviata nell’estate-autunno del 2007, con il proclama del predellino, da una parte, e con la kermesse mediatico-plebiscitaria veltroniana in preparazione delle primarie del non ancor nato Pd, dall’altra. Essa aveva, esplicitamente, l’obiettivo di ridisegnare l’architettura del sistema politico e istituzionale italiano intorno alla centralità di un bipolarismo ad alta vocazione egemonica. Di superare l’impasse in cui si era arenata la cosiddetta seconda Repubblica con una radicale semplificazione del sistema dei partiti intorno al doppio polo Pdl-Pd. Due entità – è bene ricordarlo -, che si auto-dichiaravano nuove, in corso di stampa si potrebbe dire. E che – nell’enfasi della retorica nuovista – si presentavano come un inedito. A quelle due incognite era affidato – in modo del tutto irresponsabile – il compito improbo di ritracciare in forma costituente il profilo del nostro assetto istituzionale, secondo la logica di una partita di poker in cui la posta era giocata “al buio”.
Oggi sappiamo che quelle due entità che avrebbero dovuto diventare partiti, in realtà non sono mai arrivate. Che la produzione liofilizzata del Pdl e la fusione fredda del Pd si sono in qualche modo fermate a metà, lasciando in campo due ectoplasmi incerti sulla propria forma. Involucri dal contenuto eterogeneo, che non si è mai trasformato in amalgama: agglomerati di gruppi in esplicita competizione interna. E’ significativo che siano molte, in un campo e nell’altro, le vittime del “fuoco amico”, dal ministro Brunetta (disertato dai leghisti) alla governatrice Bresso (affondata più dai dissidi interni che dai grillini valsusini)… Ma è ancor più rilevante il fatto che è proprio da Pdl e Pd, in forma bipartisan e simmetrica, che si sono riversati al di fuori del sistema politico i quasi tre milioni di voti che mancano all’appello: cosa ancora in qualche misura comprensibile per il Pdl, rispetto al quale almeno una parte di elettorato moderato può esser stato disgustato dagli eccessi del leader. Ma assai meno scontata per il Pd, che avrebbe dovuto capitalizzare l’impresentabilità del suo avversario, facendo il pieno al di là dei suoi meriti.
Se persino in questa circostanza il suo stesso elettorato l’ha, almeno in parte, abbandonato, deve essere stato davvero elevato il suo potenziale “repellente”. L’effetto-delusione che esso ha alimentato: il senso di distacco, di auto-referenzialità, in qualche misura di arroganza e insieme di separatezza del suo ceto politico. La sua distanza dai territori e dalla gente che li abita. La sua incapacità di parlare un linguaggio condiviso, e di disegnare un orizzonte di valori credibili e comuni. Bersani che in diretta TV rivendica il merito di aver «invertito la tendenza», alludendo a una sorta di vittoria, mentre tutto il suo popolo, quello che l’ha votato, è piegato in due dalla sofferenza e dalla consapevolezza della sconfitta storica, è l’emblema dell’abisso scavato tra il ceto politico e il suo popolo. Dell’incapacità di parlare la stessa lingua e di condividere lo stesso universo di senso. Ci dice di una dirigenza di partito capace solo di guardare all’interno (e di guardarsi alle spalle), preoccupata più di parare i colpi degli avversari nel partito che di vedere ciò che avviene nel mondo esterno, simbolo vivente di un esodo, drammatico, della politica di sinistra dai luoghi della vita quotidiana.
Su questo terreno istituzionalmente liquefatto restano solo due corpi: il corpo solitario del Capo, sopravvissuto miracolosamente a se stesso e al “giudizio di dio” da lui stesso invocato; e il corpaccione collettivo della Lega, impastato di sangue e di suolo. Carisma da satrapo, e milizie territoriali da rude razza padana. Detteranno i modi e i tempi della transizione. E non sarà una passeggiata. Il triennio che ci aspetta non sarà segnato dalla lenta agonia del berlusconismo, nel quadro di una pacifica ri-normalizzazione. E men che meno – è quasi un’ovvietà – dal civile confronto sulle riforme. Tanto vale dirselo.


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domenica 4 aprile 2010

Lega e potere: il grande balzo indietro

Di

Alessandro Squizzato



Lega Nord e potere, una dinamica che spaventava prima del voto e che solo a pochi giorni dalla manbassa del partito di Bossi si sta già rivelando nei suoi tratti più inquietanti.

Intendiamoci, la Lega il potere lo amministra già da anni, nelle province e nei comuni, con dei risvolti molto differenziati tra realtà e realtà.

Un partito che sa incarnare varie anime e ruoli della società veneta, dalle istanze dei padroncini della piccola impresa al ribellismo individualista e anarcoide così radicato nella pancia della campagna veneta.

I padroncini e i lavoratori, in una ideologia che li accomuna falsamente, giocando su individualismo e paternalismo padronale.

La Lega del "salto di qualità", del governo delle regioni fino ad avere quasi il timone del governo nazionale poteva scegliere di presentarsi con la sua faccia amministrativa, localista, efficientista con cui governa molti comuni – a volte meglio della vecchia DC, va detto – e con la quale copre le sue argomentazioni a favore del federalismo.

Invece ha scelto il cappuccio bianco e gli stendardi medievali del Ku Klux Klan. L'uscita,preparata, ben curata di Cota e Zaia sulla Ru486 unisce un richiamo ostentato all'estremismo religioso e una concezione totalitaria della gestione del potere. Con i loro capi alla guida dei palazzi della Regione i leghisti vogliono bivaccarci e ostentare il bottino, far capire a tutti che ora "si fa come dicono loro", che gli altri si devono adeguare. Una concezione del "senso comune", che tra proclami religiosi, "natale bianco" e corsi di dialetto per immigrati, fa pensare proprio al segregazionismo protestante bianco del sud degli Stati Uniti.

Stupirsi non è lecito certo, non stiamo parlando di un evento improvviso, la Lega la conosciamo da tempo eppure questa esplosione elettorale ha caratteristiche originali.

In parte è figlia di un partito che indubbiamente sa radicarsi, con qualità quasi "leniniste" dal punto di vista organizzativo, ma soprattutto è figlia dei tempi.

Molte volte abbiamo ripetuto tra di noi a sinistra che la risposta sociale alla crisi sul piano politico poteva essere di destra o di sinistra. Ebbene ancora in piena crisi al Nord questa risposta è stata decisamente di destra – anche a causa dell'assenza di una sinistra vera e credibile.

La risposta all'insicurezza sociale, alla sfiducia verso le classi dirigenti e verso la politica, alla precarietà del futuro è stata l'adozione da parte di grandi masse di popolazione delle risposte segregazioniste della Lega, la sua idea di conflitto orizzontale (tra povero e povero, disoccupato e disoccupato, italiano e immigrato), la sua concezione totalitaria della gestione del potere: risiede in questo il "grande balzo indietro". Nel vedere nella Lega il "cambiamento" e nel riconoscere che il cambiamento si fatta così.

Un balzo indietro nel livello di "civiltà" sociale e nel modo di intendere la politica.



Se persino un leghista "moderato" come Zaia assume questi panni la situazione è davvero seria.

Deve esserci una risposta; non solo sulla Ru486 e non solo delle donne ma che unisca a tutto ciò il contrasto dell'idea reazionaria di società della Lega e dell'ultieriore cristianizzazione forzata del welfare.

Una risposta non solo di laicità, ma di civiltà del Veneto che non sta con Zaia ma dalla parte dei diritti, del progresso e dell'integrazione.

Purtroppo ancora una volta si tratta di una battaglia di trincea, in difesa, per proteggere diritti – ancora incompleti - e un livello di civiltà raggiunto negli anni passati e ora sotto attacco.

Il fronte sia ampio, come un CLN, ma che la risposta sia altrettanto chiara, verso Zaia, la Lega ma anche verso le ingerenze del Vaticano e le patenti di legittimità di monsignor Fisichella e affini.

Al di là delle convenienze e degli opportunismi politici, in che società vogliamo vivere? In che direzione vogliamo andare, sulla linea del progresso, è tempo che tutti rispondano con chiarezza

sabato 3 aprile 2010

E se son trote.... trottano (Part I)

Fenomeno Lega nord. Vincono praticamente ovunque scardinando anche Emilia Romagna e Toscana.  Tutti a chiedersi come fa un popolo a votare i leghisti? La risposta solitamente è "fan breccia sul sentimento d'odio delle persone" "sul razzismo" "sull'intolleranza"Che sian razzisti loro è fuor di dubbio ma siamo sicuri che li si voti per quello? Gia poche ore fa mi dicevo, beh, loro saranno anche trote ma hanno imparato come lavorava il PCI. Ora, avendo letto due articoli, non solo se loro sono trote noi bisogna capire a che stadio evolutivo siamo, ma davvero c'è da mettersi le mani nei capelli.  Un Salvini (si si quello) che si fa le nottate in fabbrica nel veneto, la lega presente sempre e ovunque  con i gazebo e con i "dillo alla lega" il lavoro capillare e territoriale volto a risolvere i problemi in Toscana e in Emilia, dove il razzismo lo lasciano perdere anzi mettono in regola e aiutano (l'uficio stampa della Lega in Toscana è una ragazza albanese) Ve li copio in ordine il primo qui e il secondo nel post dopo, leggeteli e fatevi tutte le domande che mi sto facendo io. Ve ne lascio una delle tante:
Parliamo di sinistra, centrosinistra, il nuovo CNL (che questa si è una bestemmia) biciclette, tandem, accordi tecnici o forse è meglio ricominciare a  FARE quel che il PCI faceva e gli altri hanno imparato e noi no? Saranno anche trote, ma loro trottano. Noi si fa, per la maggioranza dei casi, le alghe. Se voi non foste comunisti, chi votereste?
Buona lettura e buona riflessione.
Ladytux

 di Alessandro Braga - MILANO
Una notte in fabbrica Dagli operai ci va la Lega
Salvini alla Maflow in occupazione, tra grappe e consensi
Falce e Carroccio. O, se preferite, «proletari di tutta la Padania unitevi». Borghese e popolare, di lotta e di governo, La Lega vota a Roma tutte le leggi che ammazzano il mondo del lavoro, poi gira per le fabbriche in crisi del nord. E così capita di passare una notte in mezzo ai lavoratori in occupazione in compagnia di Matteo Salvini. Capogruppo del Carroccio al comune di Milano, eurodeputato. (Poco) probabile candidato sindaco per il centrodestra nelle elezioni comunali del prossimo anno. Acerrimo nemico di immigrati e rom. Grande amico dei lavoratori (padani).
Quando mercoledì sera arriva a Trezzano sul Naviglio, periferia sud-ovest di Milano, al presidio dei lavoratori della Maflow occupata, sono da poco passate le 23.30. Salvini sembra di casa. Strette di mano, pacche sulle spalle. Da quando, ormai tre mesi fa, gli operai hanno deciso di occupare la fabbrica, è già venuto altre volte. Un sindacalista della ditta, apertamente di sinistra, ammette a denti stretti: «Quando l'11 gennaio siamo saliti sul tetto, è stato uno dei primi a presentarsi». E allora i lavoratori hanno pensato bene di invitarlo a passare una notte con loro al presidio, per mostrargli le difficoltà che stanno vivendo, e chiedergli di trovare una soluzione. Ad aspettarlo c'è anche lo stato maggiore della Lega trezzanese, con il candidato sindaco (che non è riuscito ad arrivare al ballottaggio) in testa. Parla con i lavoratori, li conosce. Spiega loro le difficoltà del mondo del lavoro in questo periodo. Dà la colpa ai cinesi. Dal tetto della fabbrica penzola un manichino in tuta da metalmeccanico. Impiccato, al collo ha un cartello: «Volevo solo lavorare». Le bandiere di Cub, Fiom e Uilm sventolano ai cancelli. Alla Maflow i lavoratori sono quasi tutti iscritti a un sindacato. «Ma si sono mossi troppo tardi», dice qualcuno.
La Maflow è una ditta che lavora nell'indotto dell'automobile. Ai tempi d'oro occupava circa 800 persone. Poi 600. Adesso sono 330. Giovani: la maggior parte è tra i 30 e i 40 anni. Quelli vicini alla pensione sono una ventina. Il 60% circa sono donne. Da luglio dello scorso anno, quando hanno scoperto (quasi per caso) di essere in liquidazione, sono in cassa integrazione straordinaria. Fino a ottobre, lavoravano su tre turni. Poi la Bmw, che dava le commesse maggiori, ha deciso di spostare il lavoro in Germania. E adesso lavorano 50 alla volta. La scorsa settimana sono andati a protestare fino a Monaco, sotto la sede del colosso automobilistico tedesco. Tra poco scade il primo anno di cassa integrazione straordinaria. Acquirenti ci sarebbero, dicono. Il problema è che prima di comprare vogliono vedere le commesse. Quelli che dovrebbero dare le commesse, prima di ordinare, vogliono un acquirente serio. Non se ne esce.
Nella sala adibita a soggiorno, dove a turni di 10-15 gli operai si alternano per presidiare la fabbrica («La paura è che vengano a portare via i macchinari», raccontano) la discussione è accesa: «Certo ci manca che adesso arriva un compratore cinese, ci chiede di insegnare il lavoro a quelli e poi, una volta imparato, smantellano tutto perché da loro la manodopera costa meno. Ci è già successo qualche anno fa con i polacchi», dice uno. «Non stiamo a farci la guerra tra poveri - lo rimbrotta un altro - la lotta deve essere fatta insieme tra tutti quelli che stanno male, da nord a sud». «No, noi adesso dobbiamo pensare solo a noi», chiosa un terzo. Salvini ascolta, annuisce. «Nella migliore delle ipotesi si salvano 150 posti», ipotizza un lavoratore. «Non glielo permetteremo», promette il leghista. Che però una soluzione non ce l'ha: «Come se ne esce?», domanda. «Con un miracolo, e lo deve fare Scajola. Chiamalo tu e digli cosa deve fare». Nella sala accanto si dorme: ci sono brandine, materassini gonfiabili, lettini. Nel cortile c'è un fuoco acceso al centro delle tende piantate. Si mangia pane e salame, si beve un po' di vino. Magari una grappa per scaldarsi. E per non pensare troppo alla situazione lavorativa, si parla anche d'altro. Si ride e si scherza. Arrivano colleghi che se ne erano stati a casa a guardare l'Inter. Si accende la discussione tra rivali. Alle due e trenta, nel silenzio totale, suona una sirena. «È quella che segnala la pausa del turno di notte», spiegano. Quella funziona ancora. Salvini saluta e se ne va. Promette di tornare, di fare. Chiamerà a destra e a manca. I lavoratori lo ringraziano, lo salutano calorosamente. Qualcuno magari si ricorderà di lui nel segreto dell'urna. È la Lega operaia che avanza.
Post scriptum: doveva esserci un altro leghista mercoledì sera. Fabrizio Cecchetti, neoeletto consigliere regionale. Ha finito tardi il consiglio comunale a Rho, dove è consigliere, e ha chiamato Salvini per porgere le sue scuse ai lavoratori. «Ha fatto tardi perché ha lottato contro la costruzione di un mega centro commerciale di 55mila metri quadri in un'area industriale, quella dell'ex Alfa di Arese», spiega Salvini. Ah, questi compagni padani!


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E se son trote.... trottano (Part II)


Da Liberazione.it

«Bossi per i leghisti è il nuovo Berlinguer

Intervista a Paolo Stefanini, giornalista, collaboratore di Diario, autore di "Avanti Po"

Oltre il tredici per cento in Emilia Romagna, il sei e mezzo in Toscana, ma con punte del dieci a Prato, il sei e tre nelle Marche, ma a Pesaro è quasi al dieci e, infine, più del quattro in Umbria. Se il trionfo della Lega era largamente annunciato in Veneto e Lombardia e, almeno in parte, prevedibile in PIemonte, l’affermazione nelle cosiddette regioni rosse rappresenta l’apertura di un nuovo fronte. Negli ultimi cinque anni il movimento leghista si è radicato e non ha smesso di crescere tra Reggio Emilia e Perugia, Siena e Ascoli, erodendo progressivamente la base elettorale del centrosinistra e candidandosi a recuperare in molti casi lo stesso immaginario popolare che fu del Pci. Un processo che già alla vigilia del voto era stato raccontato e analizzato da Paolo Stefanini, un giovane giornalista di Lucca collaboratore di Diario, in Avanti Po. La Lega nord alla riscossa nelle regioni rosse, pubblicato dal Saggiatore (pp. 288, euro 15,00) con la prefazione di Enrico Deaglio. La Lega “cocomero”, verde fuori e rossa dentro, che Stefanini desrive sembra mettere insieme senza contraddizioni apparenti il culto di Bossi e quello di Berlinguer. Tra i leghisti incontrati ci sono così quello «fiero del suo passato nel Pci, convinto di proseguire nella Lega il lavoro del nonno partigiano». E «c’è chi ha il busto di Lenin in soggiorno, ma ammira molto Maroni e Bossi».
Partiamo da una fotografia di quanto accaduto. La Lega è cresciuta dapprima in Lombardia e Veneto per poi espandersi in tutto il Nord, nell’intera ”Padania”. E’ lo stesso movimento che si afferma oggi anche nelle “regioni rosse” del centro-nord o qui l’appeal ha ragioni e modalità diverse?
Non credo che si possa parlare in qualche modo di due Leghe diverse, però effettivamente ci sono molte differenze dovute alla composizione stessa del movimento leghista nel centro Italia rispetto a quello del Lombardo-Veneto. Faccio in particolare riferimento all’afflusso massiccio nella Lega di persone che vengono da una tradizione di sinistra, elemento che ha portato il movimento a privilegiare argomenti che sono meno presenti nella sua azione nelle regioni del Nord. Per fare un esempio, in Emilia e in Toscana la Lega manifesta una forte attenzione per i temi del welfare, certo declinato sempre nei termini populisti del “dobbiamo difendere le conquiste sociali (case, lavoro e cassaintegrazione) dagli stranieri”, che è certamente più enfatizzata rispetto ad altre zone del suo tradizionale insediamento. In generale, molti dei leghisti che ho incontrato per scrivere Avanti Po, insistevano molto su un elemento che a me è parso all’inizio sorprendente: mi spiegavano di sentirsi in piena continuità con il loro passato di sinistra. Perciò credo che si possa affermare che la Lega che si sta affermando nelle regioni centrali ha adottato un profilo più “concreto”, lasciando da parte i miti celtici, il Dio Po e i richiami al “sacro suolo padano”, che certo hanno poco senso ad Ascoli Piceno, a Siena o Perugia, ma anche in Emilia.
Al centro di questo successo c’è il fenomeno che, parlando in particolare dell’Emilia, lei definisce come il “cocomero leghista, verde fuori e rosso dentro”, sintetizzato nell’immagine di chi considera Bossi come il nuovo Berlinguer. Nelle regioni che hanno rappresentato tradizionalmento il bacino elettorale dei partiti del movimento operaio, e sopratutto del Pci, l’exploit della Lega è spesso vissuto in continuità e non in contraddizione con quel passato. Come è avvenuto?
La continuità con la tradizione del Pci che i leghisti che ho incontrato rivendicano di più è legata alla presenza sul territorio, all’organizzazione da partito leninista che dicono di avere. “Siamo gli unici presenti al mercato, davanti ai luoghi di lavoro. Gli unici che fanno i gazebo”. E “gazebo” è la parola che ti ripetono tutti e in continuazione. “Dillo alla Lega” è il loro slogan che sintetizza l’idea che siano vicini e in ascolto dei cittadini. Quindi non si tratta di una continuità ideologica, quanto piuttoto dell’adottare un profilo da partito popolare, vicino agli interessi e ai bisogni dei cittadini, quale aveva in queste regioni il Pci. Questa presenza capillare, una sezione in ogni comune anche se molto piccolo, è la cifra che dovrebbe definire questa continuità. Allo stesso modo, i leghisti locali spiegano di essere gli eredi del Pci perché ancora in grado di cogliere gli umori popolari, anche nei loro aspetti più superficiali. “Prima c’erano le feste dell’Unità, ti dicono, oggi ci sono solo quelle della Lega...”.
In queste regioni il successo della sinistra è stato a lungo legato anche allo sviluppo di una società solidale, cooperative, associzioni, ecc. In una simile realtà come si afferma oggi la xenofobia leghista?
In realtà in queste zone più che l’evocazione della paura e dell’insicurezza, che nel repertorio leghista abituale sono affiancate alla stigmatizzazione degli immigrati, vale la difesa della sicurezza sociale: la Lega parla soprattutto di case, di asili, di lavoro e via dicendo. Mi spiego: in queste zone i messaggi più “barbari” del movimento non sembrano funzionare. Per capirci non è lo stile Borghezio quello che va per la maggiore. Così, sull’immigrazione, nelle regioni rosse la Lega si muove in altre direzioni, cercando di tesserare gli immigrati regolari e, anzi, di mettere in evidenza questo aspetto: solo un esempio, l’ufficio stampa della Lega Toscana è una ragazza albanese. Ciò detto, anche su questo punto emerge una contraddizione, visto che poi le persone guardano alla Lega, anche in queste zone, come ad un blocco anti-immigrati. Quanto alla cultura delle regioni rosse, c’è chi ha osservato come in realtà la tenuta solidale di questi territori sia stata messa alla prova solo ora: prima non c’erano gli immigrati e non c’era neppure il razzismo...
Come già era accaduto nelle aree industriali di Lombardia, Veneto e Piemonte, anche nelle regioni del centro-nord ci sono lavoratori iscritti alla Cgil, e magari alla Fiom, che però votano e sostengono la Lega. Come superano l’apparente contraddittorietà di queste scelte?
I leghisti dicono di essere gli unici a difendere gli operai, ma in realtà questa “difesa” ha una caratteristica molto particolare, legata al territorio. A Livorno i membri della Lega mi hanno spiegato: “Noi siamo qui e difendiamo chi lavora nelle acciaierie di Piombino. Anche se dipendono tutti dalla stessa multinazionale, agli operai di Dalmine ci penserà la Lega di Bergamo”. Perciò la “difesa degli operai” in salsa leghista prescinde e anzi nega qualunque concezione di ”unità di classe”, ma si esprime invece nella forma di un particolarismo estremo. Però il messaggio passa lo stesso e sembra fare presa: basta con le vecchie ideologie, “difendiamo i nostri”.
La vittoria, o meglio la tenuta, della destra nelle regionali sembra aver riproposto la validità del sogno berlusconiano di benessere e felicità, magari a scapito di altri. In questa “narrazione” quale è lo spazio della Lega?
Per come la racconta la Lega questa felicità viene dal sentirsi “rivoluzionari”, nel senso di rappresentare il cambiamento in politica, anche rispetto allo stesso Pdl. I giovani leghisti hanno fatto un poster di Bossi con il sigaro in bocca su cui è scritto “El gh’è”, in riferimento al Che. In realtà però, più che di fronte a una grande narrazione ideale, ci troviamo al cospetto di una sorta di pensiero debole, semplice. Proprio alcuni giovani della Lega mi dicevano esplicitamente: “Noi non vogliamo più partiti e ideologie che vogliono cambiare il mondo, o che promettono il bene per tutti. Noi abbiamo vent’anni e vogliamo solo un lavoro sicuro”.
Guido Caldiron in data:


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