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lunedì 12 aprile 2010

Da Prandini a Bertolaso, vent'anni di opere


La deroga diventa la regola, gli appalti finiscono in tangenti, le grandi opere affondano nella corruzione. Cos'è successo dalla prima alla seconda Repubblica? Come e perché siamo tornati al punto di partenza? Diagnosi di un male che può curare con buone regole, ma anche buone opere
Le dilaganti inchieste sulle opere ed eventi della Protezione civile e sulla corruzione ripropongono il tema delle attuali regole che governano il settore degli appalti e l’applicazione poi concreta che ne deriva. Dal nord al sud, opere grandi e piccole, varianti urbanistiche e concessioni, piscine e forniture nella sanità, servizi di catering, consulenze, progetti, collaudi ed arbitrati: ogni intervento, secondo quanto è emerso, si presta a manipolazioni e pressioni indebite. Sono almeno quattro i fattori essenziali da affrontare per contrastare il fenomeno: un sistema di regole attualmente non capace di controllare a monte in modo efficace le procedure; la totale perdita di etica e senso dello Stato da parte di numerosi funzionari pubblici; la disattenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione in nome del “fare presto”; il rapporto deformato e sovrapposto tra imprenditori e politica, con il reciproco sostegno economico ed elettorale.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
C’è un sistema politico ed imprenditoriale deformato, che cerca di evitare ad ogni passo l’affidamento mediante gara ma, anche quando si procede con gara di evidenza pubblica, il sistema di regole non è sufficientemente efficace. Semplificare il numero delle stazioni appaltanti (per consentire controlli efficaci), rafforzare l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici anche sul piano delle risorse e dei poteri, eliminare gli eventi e l’estensione dei poteri legati alle ordinanze della Protezione civile, sono misure essenziali per superare questa debolezza strutturale del sistema di regole.
Ma per accorciare i tempi servirebbe anche selezionare pochi e finanziati cantieri utili (e non la solita e sterminata lista delle grandi opere) ed elaborare progetti di qualità, per ridurre varianti, contenziosi ed impatti ambientali. Questi sono gli strumenti necessari per "fare presto" le opere e non le scorciatoie che deformano il sistema, premiando i meno innovativi ed i più permeabili alla corruzione e che, inoltre, non riducono affatto i tempi come si vuol far credere.
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione

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martedì 23 febbraio 2010

New town calabrese

Il via lo ha dato la signora Liliana Bianco. Il 23 luglio scorso ha deciso che era arrivato il momento di dire basta e ha spedito un fax direttamente a Guido Bertolaso per avvisarlo che da quel giorno sarebbe rientrata a casa sua. Fatto il suo dovere di cittadina, è salita sulla sua Panda e si è arrampicata sulla montagna fino ad arrivare al cancello che ancora oggi sbarra la strada d'accesso a Cavallerizzo, frazione di Cerzeto evacuata da quando, nel 2005, una frana precipitò su una trentina di abitazioni danneggiandole. Rompere i cinque ucchetti è stato un gioco da ragazzi e da quel momento la signora Liliana è tornata a essere - seppure illegalmente - una cittadina di Cavallerizzo insieme ai suoi gatti. «E adesso Bertolaso mi deve riallacciare la corrente, altrimenti faccio una rivoluzione», promette.
A 62 anni suonati, di abbandonare il suo paese la signora non ci pensa neppure. E come lei anche molti dei 320 abitanti di questo paesino in provincia di Cosenza che ogni giorno salgono fin qui, aprono le loro case e preparano da mangiare facendosi luce con le candele. «Ridiamo vita al paese», spiega Antonio Madotto, uno dei giovani che hanno creato il comitato «Cavallerizzo vive». «A noi manca soprattutto questo, la socialità tra gente che si conosce da una vita, che ha condiviso tutto e che adesso non accetta di essere sradicata e deportata dalle proprie case».
Seppure a modo suo, Cavallerizzo è un esempio della politica «del fare» che tanto piace a Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. E, sempre a modo suo, potrebbe essere anche un prototipo di quello che potrebbe accadere in Abruzzo. Dopo la frana del 2005, la Protezione civile ha infatti deciso di delocalizzare per sicurezza tutti gli abitanti. Il che ha significato abbandonare il vecchio centro dove la piccola comunità di origine albanese vive dalla fine del 1.400 (qui l'arbereshe lo parlano in molti, al punto che anche i cartelli stradali sono bilingue) per trasferirla nella nuova Cavallerizzo che si sta costruendo più a valle. Una new town che dopo anni di ritardi e una spesa che supera i 50 milioni di euro, dovrebbe essere pronta per l'inizio del 2011. Esattamente tra 335 giorni, come segna il grande contatore posto all'ingresso del cantiere sotto l'insegna della Protezione civile. New town che però ha anche provocato una piccola scissione tra gli abitanti di Cavallerizzo, divisi tra quanti sarebbero pronti a trasferirsi e chi invece è deciso a tornare nelle vecchie case.
Nella Calabria che crolla sotto le frane, la fine di Cavallerizzo porta la data del 23 marzo del 2005, giorno in cui la terra comincia a scivolare dalla montagna fortunatamente senza fare vittime.
Sulle cause dello smottamento si incrociano due ipotesi. Per gli abitanti di Cavallerizzo non è escluso che l'acquedotto Abbatemarco, che passa proprio sopra il paese, possa aver contribuito in qualche modo a quanto accaduto. Costruito nel 1978 dalla Cassa del Mezzogiorno, e gestito oggi dalla Regione, l'Abbatemarco porta 90 litri d'acqua al secondo, ma ne perde anche molta. «È risaputo che perde il 40% della sua acqua, e non è escluso che proprio queste perdite potrebbero aver influito sull'attivazione dello smottamento che ha riguardato Cavallerizzo», dice Fabio Ietto, docente di Geologia applicata all'università di Cosenza.
Una tesi, quella dell'acquedotto, che però non è condivisa dalla Protezione civile, convinta invece che la causa delle frana vada ricercata nei temporali abbondanti che caratterizzarono i tre mesi precedenti lo smottamento, e tali da far registrare 645 millimetri di pioggia. Peccato che l'anno scorso sempre Ietto abbia registrato nello stesso periodo di tempo piogge ancora più abbondanti (912 millimetri) senza che si sia verificato alcun smottamento di terra.
Sempre nel 2005 la Protezione civile commissiona una serie monitoraggi satellitari sul territorio della frazione, dai quali risulterebbe che tutto il centro storico di Cavallerizzo si muoverebbe di un centimetro l'anno. In paese arriva direttamente Bertolaso che annuncia la decisione di evacuare il paese per sicurezza e di costruirne uno tutto nuovo più a valle. «Ma in realtà - spiega ancora Ietto - il paese da allora non si è mosso, le case del centro storico sono ancora tutte integre nonostante siano passati degli anni e come dimostrano anche i vetrini posti dalle stessa Protezione civile sulle abitazioni e che oggi sono ancora interi. Il vero rischio è solo un rischio potenziale, come per tutti i paesi montani calabresi».
«Del resto proprio la Protezione civile - prosegue Madotto - stabilì che le case danneggiate dalle frana furono al massimo l'11.5% del totale. Si poteva benissimo intervenire su quelle permettendo così al paese di continuare a vivere, e invece si è preferito fare scelte diverse». Una scelta che non piace neanche alla Soprintendenza per i beni architettonici della Calabria, che nel 2009 scrive per ben due volte al sindaco di Cerzeto per chiedere di salvaguardare il paese interessato «in maniera solo marginale» dalla frana.
La decisione però ormai era presa. Senza informare gli abitanti di Cavallerizzo dei motivi che la sostengono, visto che le relazioni geologiche alla base della decisione di delocalizzare vengono consegnate dalla protezione solo nell'ottobre del 2009, ben quattro anni dopo e a cantiere già aperto.
La nuova Cavallerizzo oggi è un via vai di camion e ruspe che si affannano nel fango. Più che un paese sembra un moderno quartiere di periferia anche se - assicurano al cantiere - si sono rispettate tutte le caratteristiche del vecchia frazione, arrivando a mantenere anche gli stessi rapporti di vicinato nell'assegnazione della case. Semmai qualcuno deciderà di andarci a vivere. 



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domenica 21 febbraio 2010

Tre episodi di ordinaria protezione civile

17/02/2010
Le emergenze vere dimenticate, quelle che non finiscono, i tesoretti nascosti. Storie quotidiane dall'interno del sistema che adesso è sotto accusa
1. La vera emergenza non tira. Parlo con alcuni lavoratori della protezione civile. Tutti professionalmente preparati e che, nella costruzione del sistema di protezione (prima di Bertolaso), ci avevano veramente messo testa e cuore; gente avvezza a terremoti e frane e alla prevenzione, meno a curare l’organizzazione dei mondiali di ciclismo. Tutti messi da parte, emarginati, lasciati a far nulla, spesso sostituiti con consulenti esterni. Sì, perché l’efficienza e la velocità anelata dal gran capo richiedono obbedienza cieca ed assoluta. Così, quelli che ancora vorrebbero concentrarsi sulle emergenze vere, che magari considerano ancora essenziale lo studio delle attività sismiche ed eruttive, non trovano più posto in una protezione civile che si militarizza (divise e una squadriglia aerea che probabilmente dispone di più mezzi e piloti di Alitalia - i Canadair, utilizzati, fra l’altro, per spegnere gli incendi) e che scopre che, piuttosto che attivarsi sull’”episodica” emergenza, meglio lavorare in continuo su business facili da prevedere, pianificare e gestire, dai citati mondiali di ciclismo (per Maroni, a Varese, e come non ricordare, nelle riprese RAI, gli striscioni leghisti in primo piano), al giubileo di Rutelli, ai mondiali di nuoto per gli amici del Salaria Sport Village. Tanto più che Bertolaso ha sempre qualcosa da offrire al politico di turno: io ti organizzo l’evento che vuoi, dove vuoi e te lo finanzio, ché tanto posso operare fuori bilancio; insomma, un “chiavi in mano” senza noiosi passaggi parlamentari e senza dover perder tempo in bandi e a trovare i soldi.
2. Fare protezione civile a spese di tutto il resto dell’amministrazione. Uno sconfortato dirigente pubblico sull’orlo della crisi di nervi. Gestisce un’unità non grande, continuamente falcidiata da Bertolaso, che si porta via chi vuole e quando vuole. Sì, perché la legge concede alla protezione civile di prendersi dalle altre amministrazioni chiunque, senza possibilità di dire no. Legge sacrosanta, perché quando c’è un’emergenza cambiano le prioritaria rispetto alla normale amministrazione (giusto passare col rosso, per dirla con Scalfari). Solo che qui non si tratta di trovare rapidissimamente gente da mandare ad aiutare sfollati o terremotati, per la durata dell’emergenza, per poi farli rientrare nei ranghi. Lo sconfortato dirigente mi fa notare che il più delle volte la chiamata alla protezione civile viene giustificata sulla base di emergenze verificatesi quattro, cinque anni prima. Peraltro, a quanto gli risulta, non uno dei suoi è mai stato inviato, anche per un solo giorno, fuori Roma, sul campo. Infatti si tratta di normali funzionari, senza specifiche competenze in materia di protezione civile, ma con due caratteristiche: o svegli, o raccomandati. Sì, perché la protezione civile è ambita: per un funzionario vuol dire circa 300 euro al mese netti in più rispetto alle altre amministrazioni. E, una volta messo piede in protezione civile, nessuno è mai tornato: raro che un’emergenza finisca, tipicamente ogni anno, entro il 31 dicembre, il governo ne approva la proroga…. Così la protezione civile si fa bella a spese delle altre amministrazioni, che vedono partire i migliori (d’altronde, come dare torto a funzionari che guadagnano stipendi da fame) e aprirsi voragini nell’ordinaria amministrazione, che non possono essere più colmate, stante il blocco delle assunzioni.
3. 2 miliardi per l’Abruzzo. Spesi: zero. Un sindacalista mi fa scoprire un tesoretto per la ricostruzione, ad oggi quasi due miliardi, dei quali 800 milioni disponibili fin dall’aprile scorso, dei quali nulla è stato ancora speso. Abbiamo sotto gli occhi le immagini della città di L’Aquila ormai abbandonata, senza che i lavori di ricostruzione siano neanche iniziati. Eppure il decreto legge 28 aprile 2009 (quello sull’Abruzzo) prevedeva, all’articolo 14, che per il quadriennio 2009-2012 il 7% dei fondi disponibili degli enti previdenziali venisse destinato ad investimenti immobiliari per la ricostruzione dell’Abruzzo. Le modalità di impiego dei fondi sarebbero state determinate attraverso ordinanze del Presidente del Consiglio, in veste di titolare delle competenze in materia di protezione civile. In pratica la norma riguarda soprattutto l’INAIL che, in questo modo, avrebbe potuto destinare quasi 1 miliardo l’anno ad investimenti immobiliari (sia pure per il tramite di un fondo immobiliare). Già dal 28 aprile poteva dunque essere spesa la quota 2009. Non risulta che un euro sia stato speso, né un progetto avviato. Sono dunque oggi disponibili le quote 2009-2010, per un ammontare di quasi 2 miliardi. Delle necessarie ordinanze del Presidente del Consiglio, nel frattempo, sembra ne sia stata emessa solo una (n. 3820, in data 12 novembre 2009) che, all’articolo 6, parla, peraltro, della necessità che gli enti previdenziali realizzino, con i fondi di cui sopra, investimenti che garantiscano la redditività “inclusi gli interventi di ricostruzione e riparazione di immobili” nei comuni terremotati dell’Abruzzo, lasciando dunque intendere che parte delle risorse destinate all’Abruzzo potrebbero trovare altre destinazioni. Viene da chiedersi da un lato quali potranno essere queste altre destinazioni, dall’altro se i ritardi (la paralisi, meglio dire) della ricostruzione non possa dare occasione a qualcuno ben informato di rastrellare macerie nel centro di L’Aquila, per poi venderle a caro prezzo al costituendo fondo immobiliare dell’INAIL, con lavori di ricostruzione appaltati poi in emergenza e senza gara a qualche impresa del giro. Pure illazioni forse, ma chi ha detto che a pensar male, a volte, si azzecca?
Da Sbilanciamoci.info



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venerdì 19 febbraio 2010

Travaglio: I Bertoladri





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no Bertolaso Day: Ghedini e Italia dei Valori contestati

Niccolò Ghedini, parlamentare PdL nonché ormai notissimo avvocato di Silvio Berlusconi, è stato contestato oggi mentre stava cercando di entrare a Montecitorio, dovendo così ripiegare in una vicina libreria per “fuggire” dalle urla dei manifestanti.
In Piazza Colonna, infatti, era in corso il “No Bertolaso Day”, come è stato ribattezzato dalla rete, indetto a inizio gennaio da diversi movimenti, associazioni e partiti per chiedere il ritiro totale del disegno di legge sulla privatizzazione della Protezione Civile, sventata in parte dagli avvenimenti degli ultimi giorni, lo scandalo legato alle indagini della Procura di Firenze e la gestione della ricostruzione dell’Aquila.
Erano presenti il Comitato aquilano 3 e 32, il presidio permanente del Popolo Viola di Roma, le Brigate di Solidarietà Attiva, i vigili del fuoco della Rdb, la rete No Ponte, i movimenti di Chiaiano, la Federazione della Sinistra, con la presenza in piazza del portavoce Paolo Ferrero (Prc).
Nel pomeriggio si è tenuta alla Sapienza un’assemblea riguardante proprio la Protezione Civile e il futuro delle grandi opere del nostro Paese.
Su “Repubblica” si può vedere il video dell’assedio a Ghedini che, arrivato nei pressi del Palazzo, viene riconosciuto da una terremotata aquilana che gli urla “maiali, siete una banda di maiali, a casa”.
I manifestanti si concentrano subito fuori dalla libreria in cui si rifugia Ghedini. “Servi dei servi dei servi”, “ladri”, “legittimo un c….”, “3 e 32 io non ridevo”, “rispettiamo solo i pompieri”, “processo, processo, processo” fra gli slogan intonati.
I vigili del fuoco presenti in piazza hanno poi raccontato le ore della notte del terremoto, denunciando la mancanza di un preallarme, legato alle scosse dei giorni precedenti, e l’arretratezza dei mezzi di comunicazione interni che “nell’era di internet e dei palmari avvengono ancora via fax”.
I terremotati hanno denunciato la mancanza di trasparenza nel percorso di ricostruzione della città, da cui i cittadini sono stati completamente esclusi, insieme agli enti locali, lasciando tutte le decisioni nelle mani dei massimi vertici della Protezione Civile.
I manifestanti presenti hanno poi contestato un parlamentare dell’Italia dei Valori sceso da Montecitorio, contro la scelta di appoggiare De Luca, definito “un incenetorista” che vuole “prendere a calci gli immigrati” e governare “contro i cittadini della Campania”.
“Dobbiamo – ha urlato un uomo di Chiaiano all’esponente dell’IdV – morire di camorra o di inceneritori?
Mattia Nesti



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Pompieri contro la Protezione civile


Saranno a Roma, in piazza Montecitorio oggi giovedì 18 febbraio, accanto a quelli che hanno definito gli “angeli del terremoto”, i vigili del fuoco, gli aquilani del comitato 3:32 e altri cittadini aquilani che dicono “No” a un potere non democratico della protezione civile.
La manifestazione organizzata dalle sigle sindacali dei vigili del fuoco e sostenuta a livello nazionale da comitati, presidi e cittadini aderenti, nasce ben prima della pubblicazione delle intercettazioni e dell’arresto di alcuni nomi al vertice del Dipartimento e imprenditori impegnati nei vari appalti; nelle intenzioni doveva essere un “No” alla Protezione civile Spa. Dopo l’eliminazione della trasformazione in Spa dai testi in discussione alla Camera, non si ferma comunque la protesta.
Nel comunicato diffuso, il comitato aquilano 3:32 ha spiegato che scenderà comunque in piazza perché “questo sistema di Protezione civile, anche senza la trasformazione in SpA, è pericoloso per la democrazia e per la legalità” potendo contare su un “sistema di malaffare non democratico” ed essendo una macchina che permette “speculazioni sulle emergenze”. Ma gli aquilani ci saranno anche “per essere al fianco dei Vigili del fuoco, emarginati ed umiliati, che invece dovrebbero essere il fulcro delle attività di protezione civile. Loro sempre accanto a noi, noi un giorno accanto a loro!”, scrivono nel comunicato.
Dopo il sit in davanti a Montecitorio, i manifestanti si sposteranno presso la facoltà di Scienze politiche dell’università La Sapienza che ospiterà un momento di confronto fra tutta la rete di territori, associazioni, volontari, sindacati su quale protezione civile serva al Paese e ai cittadini: “Una protezione civile che invece di gestire appalti per i grandi eventi o le grandi opere dovrebbe prima di tutto occuparsi di prevenzione e di auto-protezione, in maniera democratica e diffusa”.
Molto duri i toni usati anche dal Coordinamento nazionale delle Rappresentanze sindacali di base Pubblico impiego, che, con le sue strutture dei Vigili del fuoco, della Protezione civile, dell’Ambiente, della Ricerca, della Croce rossa, chiede che tutto il decreto 195 venga rivisto e che Bertolaso dia le dimissioni. “Ammesso che l’articolo sulla protezione civile S.p.A. venga definitivamente espunto dal decreto 195, il 18 febbraio saremo comunque davanti al Parlamento, per riaffermare con forza che, anche così com’è stata fino ad oggi, questa Protezione Civile non ci piace, perché non corrisponde alle esigenze del Paese e rappresenta un sistema opaco di gestione di ingentissime risorse pubbliche al di fuori del controllo democratico. Infatti, mentre l’Italia letteralmente si sbriciola, come purtroppo testimoniano le frane di Vibo Valentia e di Messina, la Protezione civile si occupa dei più disparati grandi eventi che nulla hanno a che vedere con la necessaria prevenzione e le risposte alle calamità naturali e al dissesto idrogeologico del Paese”.
Mentre i manifestanti occuperanno piazza Montecitorio, alla Camera sarà in discussione il testo del Dl 195. “La manifestazione ci sarà comunque – confermano gli organizzatori – anche se il testo dovesse essere approvato con l’ennesimo voto di fiducia. Il 195 è, anche senza l’articolo 16, è pieno di criticità e questioni dubbie”. (Elisa Cerasoli). Per noi una cronaca audio della giornata di Alessandro Tettamanti, giornalista, mediattivista, collaboratore del presidio stampa 3:32 dell'Aquila

da Liberazione.it


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giovedì 18 febbraio 2010

I soldi sprecati per l'Italia che frana

Risorse sprecate. Soldi spesi male. Tanti soldi. Il tutto sulla scorta di un concetto che non semina solo tangenti ma anche mala gestione: l'emergenza. E' questa la storia del rischio idrogeologico in Italia, e delle sue vittime (in media 7 morti al mese negli ultimi cinquanta anni). Che l'Italia sai un paese fragile, malato di frane, con il 68,6% dei Comuni che ricade in aree classificate «ad alto rischio» dal ministero dell'Ambiente lo sanno anche i muri. Il 2 febbraio il parlamento ha approvato quasi all'unanimità una mozione che impegna il governo a predisporre piani di intervento. Ieri uno degli enti che vigila sulla tutela ambientale, l'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, ha presentato un piano pluriennale che consentirebbe il consolidamento dei suoli, la regolazione delle acque, la manutenzione di tutti i canali: azioni necessarie per ridurre il rischio idraulico del paese. L'Anbi ha fatto i conti, elencando anche quali sarebbero i cantieri da aprire in ciascuna regione. Un intervento di questo tipo costerebbe poco più di 4 miliardi di euro. Tanti? Dal '94 al 2004 - ultimi dati disponibili - lo Stato ha speso 21 miliardi di euro per tamponare i danni delle catastrofi idrogeologiche verificatesi in quel decennio. Secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente, per mettere in sicurezza il territorio italiano servirebbero 44 miliardi. Sarebbe il nord a «succhiare» più risorse: nel settentrione ne servono infatti 27, al sud 13 e per il recupero delle coste 3. Troppi soldi? non abbiamo risorse sufficienti? Il ministro dell'economia Tremonti tiene stretti i cordoni della borsa? Non è così. I soldi si tagliano agli enti territoriali, mancano quelli destinati alla pianificazione, ma poi si buttano dalla finestra quando scoppiano le emergenze: dal '56 al 2000 - secondo un Dossier di Legambiente sul dopo Sarno - si sono spesi 48,2 miliardi. «Analizzando i costi - scrive l'associazione ambientalista - è evidente come all'aumentare delle spese in interventi ordinari per l'assetto idraulico vi è una contemporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni». Che significa? Che gli interventi spesso vengono fatti male «un vecchio modo di agire che ha privilegiato gli interessi economici, sacrificando ad essi la tutela ecologica e la sicurezza idraulica». Una mala gestione che continua. Dopo la cosiddetta legge Sarno del '98, sono stati finanziati (i dati risalgono al 2007) 2.270 interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico. Il tutto è costato 1,7 miliardi di euro. Ma si è trattato perlopiù di interventi strutturali, che spesso e volentieri servono a ricostruire nei territori devastati da qualche frana, qualche alluvione e qualche smottamento. Del tutto - o quasi - assente, invece, la politica di prevenzione. Finisce così che o sull'onda dell'emergenza, o in base a conflitti di competenze, o per privilegiare interventi di cementificazione invece di abbracciare una politica del territorio volta a difendere la naturalità dei corsi dei fiumi e dei torrenti, si mettono in piedi delle opere dannose e costose. Gli esempi non mancano. In Piemonte ci sono delle «chicche». Una riguarda la Val Pellice: a Luserna San Giovanni qualche anno fa si accorsero di aver fatto male nel 2000 una scogliera (mancavano le fondamenta) e per questo l'intervento fu rifatto da capo bruciando un milione e mezzo di euro. Nel 2006 il torrente Maira, affluente sinistro del fiume Po, è stato invece canalizzato: con le cosiddette «gabbionate» e «prismate» (in una parola: cemento) sono stati sostituiti gli argini naturali. L'opera è stata messa in campo per l'emergenza esondazione. Ma il Maira non è a rischio esondazione, ha denunciato all'epoca Legambiente, secondo cui anzi l'intervento ha «ucciso» un ecosistema il cui valore è difficilmente stimabile. La cementificazione, invece, un costo ce l'ha, elevatissimo: 5 milioni di euro solo il primo stralcio. Soldi stanziati dal governo con un decreto d'emergenza e versati attraverso l'intervento della Protezione civile «La Protezione civile va benissimo quando si tratta di intervenire sull'emergenza, per salvare persone e cose o per prevenire nel momento di allerta - osserva Vanda Bonardo presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta - Ma da sempre sosteniamo che non può e non deve occuparsi di politiche di intervento del territorio. Lì serve una pianificazione e per farla ci sono gli enti preposti, come le autorità di bacino».


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mercoledì 17 febbraio 2010

Macché terremoto, zittite i ricercatori


È diventato un eroe con il terremoto dell'Aquila. Eppure, fino ai giorni immediatamente precedenti al terremoto, il responsabile della protezione civile Guido Bertolaso zittiva con qualche fastidio ogni allarme. Nelle carte dell'inchiesta che ha portato all'arresto del suo ex braccio destro Angelo Balducci (oggi alla presidenza del consiglio superiore dei lavori pubblici) e che li vede entrambi indagati per corruzione, ci sono le telefonate che gli uomini della sua squadra gli facevano prima del terremoto.
Il 12 marzo 2009, tre settimane prima della devastante scossa del 6 aprile, Fabrizio Curcio chiama Bertolaso: «C'è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire ... che stanotte ci sarà il terremoto devastante». Lo «scemo» in questione è Giuliani, il ricercatore che aveva annunciato l'arrivo di uno sciame di scosse in Abruzzo. Immediatamente denunciato per procurato allarme. Fabrizio Curcio annuncia a Bertolaso che l'istituto di geologia Ingv è a disposizione E può smentire Giulinani: «Allora noi stiamo cercando con Mauro di far fare un comunicato all'Ingv». Bertolaso si arrabbia parecchio e minaccia la denuncia: «Ma che stai dicendo?!Lo denuncio per procurato allarme e viene, viene massacrato». L'alternativa è far fare all'Istituto che dovrebbe monitorare i terremoti un comunicato «concordato» in cui si dica che è tutto a posto. E che non c'è pericolo: «Fai ...fare a Ingv se no fai fare un comunicato che quello lì domani verrà denunciato per procurato allarme e saranno denunciato con lui quegl'organi di stampa che riportano queste notizie che sono notoriamente false ...okay?».
Il 17 marzo una scossa c'è. Curcio avverte il capo con un sms: «Stanotte 3.6 in prov. Di aquila. Avvertito. Un pò di apprensione tra la popolazione ma niente danni». Ma il piano non cambia.
Il 31 marzo, l'ex capo della protezione civile, Franco Barberi, chiama Bertolaso. Risponde agli ordini e annuncia di aver fatto un comunicato distensivo: «Mi sembra che quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto ... compreso quello di dare qualche parola chiara sulla impossibilità di previsione Quindi sul fatto che questi messaggi che arrivano sono totalmente privi di credibilità e poi anche una valutazione». Bertolaso è soddisfatto. A quel che appare dalle intercettazioni, non è per nulla preoccupato all'idea che l'allarme continui: «Okay .. molto bene... d'accordo», dice solo. Nei giorni scorsi - ma questo nelle intercettazioni non risulta - è venuto fuori che il giorno prima, il 30 marzo, la protezione civile ebbe un incontro con l'Ingv a proposito dello sciame sismico. Riunione chiusa dopo mezz'ora col vice di Bertolaso che annunciava ai ricercatori (ormai preoccupati): «Dite agli aquilani di bersi un buon bicchiere di Rosso di Montalcino». Con una certa eloquenza, però, l'informativa dei carabinieri fiorentini allegata all'ordinanza di arresto si chiude con le telefonate concitate di Bertolaso. Che il 6 aprile, dopo il terremoto, organizza la centrale operativa della protezione civile.
Oltre agli allarmi ignorati sul terremoto, nel ginepraio saltato fuori dall'inchiesta di Firenze, c'è un gran coinvolgimento di politici di ogni razza. Che in qualche modo entrano in contatto col sistema «gelatinoso» descritto nell'ordinanza di custodia cautelare contro gli imprenditori legati a Balducci e Bertolaso. Non si salva neppure Francesco Rutelli, amico di Bertolaso e Balducci dall'epoca del giubileo (a Balducci fu affidata la gestione dell'evento). Nell'aprile del 2008, quando le elezioni sono ormai alle porte e Rutelli si augura di tornare sindaco della capitale, un po' di tempo lo dedica anche agli imprenditori oggi al centro dell'inchiesta.
Il 9 aprile, scrivono i Carabinieri di Firenze in una informativa, Balducci informa Anemone che tra breve dovrà incontrare Paolo «indicato criticamente come il cognato» e che poi verrà identificato come Paolo Palombelli, cognato di Rutelli. Quindi i due fanno pure riferimento a «quell'altro cognato di Guido (Bertolaso ndr) e «In relazione a quest'ultimo cognato, Balducci accenna alla necessità di un suo impiego in altra località «Noi ... lo stiamo utilizzando lì ... invece lui lo vorrebbe in qualche modo». «Senti Roberto, guarda è complicato. Io poi probabilmente, visto Paolo dopo devo raggiungere il cognato ... l'altro. Allora se tu lo dici a Bentivoglio. Io però ecco appena ho parlato con Paolo mi devo sentire con Bentivoglio perché può darsi che io debba andare da Rutelli per quel progetto quello di Roma». Dopo l'incontro, Palombelli contatta Anemone (il giovane imprenditore socio in affari di Balducci) e gli propone prima «se è interessato a rilevare un ramo d'azienda di una società» e poi, il 22 aprile «informa Diego Anemone di aver due contratti da fargli vedere». La cosa interessante è che il giro di contatti avviene tutto a metà delle elezioni amministrative nella capitale, tra il primo turno del 14 aprile, che vedeva Rutelli in vantaggio, e quelle del 28. Con la vittoria di Alemanno: una doccia fredda.
Nel sistema di appalti, c'è appunto anche un altro cognato. Quello di Guido Bertolaso. Impiegato nel cantiere del G8 della Maddalena ma evidentemente poco soddisfatto dell'incarico ricevuto. «Il cognato ...l'altro, a cui Balducci fa riferimento, è stato successivamente individuato in Piermarini Francesco, cognato del dr. Guido Bertolaso e impiegato, come ingegnere sui cantieri della Maddalena (vertice G8)». Come nota il Ros «nel corso dell'attività di intercettazione, Piermarini Francecso e Palombelli Paolo sono risultati in rapporti tra loro»


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Mozzarella, cinema, colf: 5 anni di strane emergenze


di Bianca Di Giovanni

A leggere le ordinanze una dopo l'altra ci si perde. Dentro quelle "disposizioni urgenti" c'è tutto il sistema di potere della Protezione Civile: un Moloch che ha fagocitato in pochi anni tutti gli altri centri di spesa dello Stato. Gli altri tagliano, la Protezione Civile spende: per qualsiasi finalità. Si va dalle calamità naturali, al traffico, dall'immigrazione clandestina (che diventa un grande affare) agli appuntamenti internazionali (come La Giornata della Gioventù a Colonia). A mano a mano che si squadernano gli atti, si scoprono delle vere e proprie mini-Finanziarie. Si dispongono stanziamenti, si ripartiscono risorse, si cancellano finanziamenti per alcuni e si devolvono ad altri. Tutto con un tratto di penna.

Il potere di Guido Bertolaso sta tutto qui: vale più questa sorta di "mini-Stato parallelo", che le sue attribuzioni di Capodipartimento, sottosegretario, commissario. Anche se tutte queste funzioni pare gli abbiano consentito di accumulare un emolumento pensionistico che toccherebbe il milione di euro annuo. Con l'ordinanza l'emergenza si prolunga negli anni, tanto che eventi calamitosi (specie quelli di Catania, chissà perché) vengono trattati a più riprese: con la formulazione "ulteriori disposizioni" si emettono ordinanze "urgenti" nel 2005 per fatti accaduti nel 2003. Alla faccia dell'urgenza. L'ordinanza va a ritroso nel tempo, ma a volte anticipa anche eventi futuri, come quello del Congresso eucaristico previsto ad Ancona nel 2011.

D'altronde anche quello di Bari nel 2005 era stato un'emergenza. Così come i funerali di Giovanni Paolo II e l'elezione del suo successore. "I poteri di ordinanza in materia di protezione civile dovrebbero avere come oggetto attività finalizzate all'attività di tutela dell'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni derivanti da calamità naturali - osserva il senatore Pd Mario Gasbarri -. Al contrario negli ultimi anni l'ordinanza è divenuta una potestà tanto ambita quanto discutibile. Eventi in possesso del solo requisito di essere grandi, che avrebbero potuto essere affrontati con legislazione ordinaria, sono stati equiparati a terremoti o ad alluvioni. Interessante il caso delle Olimpiadi invernali di Torino. Nel 2005, l'anno in cui si emette il maggior numero di ordinanze (ben 99), almeno un paio riguardano i giochi del capoluogo piemontese. Tra le disposizioni, si prevede anche il pagamento di 300 euro per ogni frequenza radiofonica utilizzata, e di mille euro per ciascuno spazio Tv o satellitare. Perché le tariffe vengono stabilite per via d'urgenza dalla protezione civile, e non dal ministero delle Comunicazioni? Mistero.

La Sicilia è una delle Regioni più interessate dalle ordinanze. La città di Catania riporta numerose urgenze: dal traffico a "eccezionali eventi metereologici". Nel dicembre del 2005 si dispongono ulteriori interventi per i danni subiti nel marzo del 2003, in quanto "permane una situazione di crisi diffusa". La stessa città dal 2002 ottiene l'intervento straordinario per il traffico e la mobilità. Ancora nel 2009 Catania ottiene interventi che riguardano l'attività eruttiva eccezionale dell'Etna nel 2002. Lo stretto.

Anche Messina e provincia ottengono interventi reiterati, in parallelo a quelli previsti per Villa San Giovanni, la città calabrese che la guarda oltre lo stretto. Le disposizioni urgenti riguardano sempre l'attraversamento dei centri abitati da parte dei mezzi pesanti. Dal 2004 il Prefetto di Messina è nominato Commissario, per consentire interventi in deroga a leggi e piani regolatori. In sostanza, per avviare opere viarie.

La stessa cosa accade in Calabria: in altre aprole si preparano le infrastrutture per arrivare al Ponte. Senza che il Parlamento sia informato. Immigrazione. I clandestini sono una grande emergenza per Lampedusa e per tutto il territorio nazionale. Le ordinanze che li interessano sono numerose. L'ultima, quella del 2009, è la più interessante. Si fornisce al ministero del Lavoro la deroga per aumentare il personale addetto alla emersione di colf e badanti. E non solo: alle deroghe ai piani per l'allestimento di nuove strutture di accoglienza si aggiunge la possibilità di utilizzare progettazioni di liberi professionisti, anche in deroga alle leggi vigenti.

Ma la vera chicca è un'ordinanza del 15 settembre 2009. È un provvedimento omnibus che affronta una serie infinita di "emergenze" vere o finte. Dall'influenza H1N1, alla mozzarella di bufala, all'inquinamento della laguna veneziana, al traffico di Treviso e Vicenza, agli scavi di Pompei fino al nuovo Palazzo del cinema e dei congressi a Venezia.
16 febbraio 2010
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martedì 16 febbraio 2010

Si scrive Bertolaso, si legge Berlusconi

La caduta - ormai inevitabile - di Guido Bertolaso colpisce alla fondamenta il regime di Berlusconi. Non si tratta tanto delle sue responsabilità personali (che spetterà alla magistratura verificare, ma lo stesso Bertolaso ha già ammesso che c'è del marcio), ma della istituzione della Protezione Civile Spa.
Bertolaso, scriveva Gabriele Polo sul manifesto del 1 luglio del 2009, è «un uomo di tutte le emergenze, in un paese che d'emergenza vive» e aggiungeva, a proposito della Protezione civile, «uno stato nello stato cui compete qualunque evento - naturale o umano - che abbia bisogno di un intervento immediato. Con il potere di muoversi al di fuori di ogni controllo istituzione normale, se non quello della presidenza del Consiglio». La privatizzazione della Protezione civile come anticipazione della privatizzazione dello stato.
Guido Bertolaso, dopo Berlusconi, era l'uomo più potente d'Italia.
Proprio per questo Berlusconi ne inventerà una più di mille per impedirne la caduta. Vanamente - penso io - ma mettendo sempre più a rischio la già compromessa democrazia della nostra repubblica. Ripeto, la sostanza non sono le feste megagalattiche (che pure ci sono state), ma i poteri straordinari della Protezione civile e quindi dell'esecutivo. Non solo il Parlamento, ma anche i ministeri competenti sono espropriati di ogni potere di decisione. Tutto nella Protezione civile, dalle feste patronali ai terremoti, e tutto a Palazzo Grazioli (residenza privata dell'attuale governo italiano).
Per tutte queste ragioni le forze che sono fuori del governo (mi viene difficile dire di opposizione), ma anche la Lega e Fini dovrebbero capire qual è la portata della caduta di Bertolaso e, quindi, comprendere il colpo che si abbatte su Berlusconi. Non si tratta di una tempesta dalla quale si possa facilmente uscire, ma se si lascia a Berlusconi, che circoscrive il tutto ai vizi di Bertolaso, la possibilità di uscirne, sarà proprio un brutto affare per la democrazia italiana e per i cittadini degradati a sudditi. Sotto scacco non è Bertolaso ma Berlusconi.
Vigilanza, si diceva una volta.

Inchiesta G8/ Pdci: Bertolaso non ha cultura istituzionale


Roma, 15 feb. (Apcom) - I Comunisti italiani attaccano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Guido Bertolaso: "Le risposte di Bertolaso - dice in una nota Orazio Licandro, sella segreteria del Pdci - non chiariscono proprio nulla e, togliendo dal campo ogni riferimento a questioni private, Bertolaso deve porsi questi problemi: si è reso conto che il gioco degli appalti è profondamente inquinato? Si è reso conto che la logica dell'emergenza scardina ogni tipo di controllo? Si è reso conto che si è circondato di persone non fedeli allo Stato? Non trova sconveniente il poderoso giro doi amici e familiari che lucrano? Ammette o no che ha gravissime responsabilità di scelta e vigilanza?".
"Bertolaso - prosegue l'esponente comunista - risponda a questo. Tutto il resto, a prescindere da una sua eventuale responsabilità sul piano giudiziario, confermsa che lui oggi è assolutamente incompatibile con il ruolo che ricopre e la concezione fideistica verso Berlusconi ci fa dire che avevamo sbagliato: Bertolaso non ha nessuna cultura istituzionale. Altro che servitore dello Stato!", conclude Licandro.

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venerdì 12 febbraio 2010

Mobilitazione contro la protezione civile S.p.A.


IL “SISTEMA BERTOLASO” È UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA
IL 18 FEBBRAIO MOBILITAZIONE DI SINDACATI, PARTITI, VOLONTARI E MOVIMENTI CONTRO LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A

Le indagini della magistratura e le annunciate dimissioni del capo della Protezione Civile hanno strappato il velo sul “sistema Bertolaso”: l'abuso dei poteri di emergenza da parte del capo della Protezione civile nasconde in realtà un ricco groviglio di affari e interessi privati. Oltre a rappresentare un rischio per la democrazia: quei poteri straordinari (sono quasi 700 le ordinanze varate dal 2001 al 2009) vengono oggi ampliati dal decreto 195 che istituisce la Protezione civile spa, appena approvato in Senato. Presto coi poteri di deroga si potranno costruire centrali nucleari e grandi opere, militarizzando il territorio e riducendo a silenzio l'opposizione.

Per impedire questa involuzione autoritaria e affaristica della Protezione civile, il 18 febbraio alle 15,30 all'università La Sapienza di Roma, la rete Osservatorio civile indice un'assemblea “contro la Protezione civile Spa”. Parteciperanno rappresentanti dei sindacati (RdB e Cgil), dei partiti politici (hanno aderito all'iniziativa 60 parlamentari del Pd, esponenti di Idv, Verdi, Sinistra Critica, Pdci e Prc), comitati territoriali e movimenti (Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano, le rete aquilana 3e32, i No Ponte e i No tav), intellettuali ed esponenti del mondo del volontariato di Protezione civile. La mattina del 18 i Vigili del Fuoco aderenti all'RdB hanno indetto, alle 10, un presidio in Piazza Montecitorio contro la Protezione civile Spa.


Per informazioni: www.osservatoriocivile.org
Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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Bertolaso, l'emergenza fatta persona


Un uomo per tutte le emergenze, in un paese che d'emergenza vive. Quella di Viareggio è solo l'ultima chiamata per Guido Bertolaso e il suo piccolo esercito della Protezione civile: 700 funzionari, 300.000 volontari pronti a occuparsi di tutto, dalle crisi idriche ai terremoti, dai vertici internazionali allo smaltimento dei rifiuti e ai netturbini in sciopero. Uno stato nello stato cui compete qualunque evento - naturale o umano - che abbia bisogno di un intervento immediato. Con il potere di muoversi al di fuori di ogni controllo istituzionale «normale», se non quello della presidenza del consiglio.
Uno dei casi più clamorosi è datato 28 marzo 2003, durante l'invasione americana dell'Iraq, quando il governo (Berlusconi) dichiarò lo stato d'emergenza su tutto il territorio nazionale, affidando al capo della Protezione civile (Bertolaso) «la tutela della pubblica incolumità» in quanto «delegato del Presidente del Consiglio». Il decreto non conteneva nemmeno la data di scadenza della «delega», ma c'era la guerra e quasi nessuno ci fece caso - fatte salve un paio di interrogazioni parlamentari dell'opposizione. Cosicché, almeno in teoria, l'Italia è ancor oggi in «gestione straordinaria».
Del resto quella era la conseguenza di una logica che ha cambiato la stessa natura dello stato: da quando è stata istituita (febbraio 1992) la Protezione civile ha aumentato a dismisura le sue funzioni, i suoi poteri e i suoi interventi, come ente preposto al coordinamento emergenziale di polizia, carabinieri, vigili del fuoco, guardia di finanza e quant'altro. E anche se il bilancio corrente su cui può contare il dipartimento diretto da Bertolaso è contenuto - 142 milioni di euro per il 2009 - la quantità di denaro che gestisce è incalcolabile, flessibile e dilatabile a dismisura: perché a ogni dichiarazione di crisi corrisponde uno stanziamento straordinario, da gestire in estrema libertà d'appalto. Difficile che qualcuno osi interferire con le gestioni delle emergenze - che in quanto tali tendono a rispondere solo alla legge divina -, anche se ogni tanto qualche giudice si imbatte in imbarazzanti relazioni d'affari che aprono altrettante inchieste, come quella barese che indaga sul rapporto tra i vertici della Protezione civile e Giampaolo Tarantini (l'uomo delle escort per Palazzo Grazioli) a proposito di protesi.
Negli ultimi dieci anni la Protezione civile ha avuto nelle sue mani la gestione di ben 592 dichiarazioni di stato d'emergenza, in alcuni casi piccole siccità, in altri devastanti terremoti. E, sempre, ha steso sul territorio interessato una presenza che, per «garantire l'integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l'ambiente» - come recita la legge 24 febbraio 1992 - si è trasformata in una struttura di controllo più invasiva di ogni altro settore dello stato e, soprattutto, con un grande grado di autonomia. Dando al suo capo una discrezionalità difficilmente discutibile. A carattere bipartisan.
Bertolaso è stato per la prima volta al vertice della Protezione civile tra il 1996 e il 1997, con il primo governo Prodi. Poi ha gestito il grande evento targato Rutelli come Commissario per il Giubileo del 2000. Per tornare a capo della Protezione civile nel 2001 con il governo di Giuliano Amato e rimanervi passando attraverso un Berlusconi-2 e un Prodi-2. Con l'attuale esecutivo Berlusconi, Guido Bertolaso è stato promosso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sull'onda dell'emergenza rifiuti in Campania. Un salto di status che l'ha portato a essere il vero governatore dell'Abruzzo terremotato, incaricato di tenere assieme l'emergenza delle tendopoli con il G8 dell'Aquila, gli appalti per la costruzione delle «abitazioni provvisorie» con il grande business della ricostruzione vera e propria, garantendo al governo il controllo paramilitare della provincia aquilana, esautorando tutte le autorità locali, nel mentre di una radicale trasformazione del tessuto urbanistico e sociale. Un'impegnativa escalation, che non gli ha impedito di continuare a occuparsi dell'emergenza vulcanica delle Eolie, di quella immigrati a Lampedusa, dei mondiali di ciclismo e persino della bonifica del relitto della Haven. Di qualunque cosa serva per la gestione del paese. Con quali risultati è tutto da vedere: l'importante è il metodo, per il merito si vedrà.

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mercoledì 10 febbraio 2010

L’INCHIESTA SUGLI APPALTI DELLA MADDALENA SCOPERCHIA IL PENTOLONE DEGLI AFFARI.

CHE ACCADRA’ CON LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A.?
Solo due giorni fa il Senato ha approvato in prima lettura il decreto legge che trasforma la Protezione Civile in societa' per azioni, a capitale interamente pubblico, e in capo alla presidenza del Consiglio. Oggi, dopo mesi di indagini, è stato arrestato l’ex vice capo di Bertolaso, Angelo Balducci per gli sprechi e lo stato di abbandono delle strutture che avrebbero dovuto ospitare i capi di stato e di governo al G8 della Maddalena che poi si è svolto a L’Aquila.



Dopo otto mesi dalla fine dei lavori, neanche un posto di lavoro è stato prodotto, né è stata rilanciata l'economia della Sardegna. La Corte dei conti stava già indagando sulle enormi spese sostenute: 327 milioni – come dichiarato dalla stessa Protezione civile – utilizzati dal Governo attraverso la struttura di missione del G8.

Come sempre, sarà la magistratura ad accertare le responsabilità, ma la bufera che si sta abbattendo sulla “nuova” Protezione Civile e sul suo capo indagato dimostra la fondatezza dell’allarme lanciato da Rifondazione Comunista, comitati cittadini, Libera: la Protezione Civile, così come è stata plasmata da Bertolaso, ha di fatto poteri assoluti che le permettono di gestire enormi risorse finanziarie senza alcun controllo. Che succederà ora che la Protezione Civile è diventata una società per azioni?



Fabio Pelini

segretario provinciale L’Aquila PRC-SE

sabato 6 febbraio 2010

Bertolaso se ne va dall'Abruzzo, ma i conti non tornano

di Davide Pelanda
Dal 1° febbraio "santo" Bertolaso, "patrono del terremoto aquilano" se ne va. Probabilmente, come appreso dal suo scopritore Silvio Berlusconi, andrà a guidare un ministero. Lui, l'uomo che da dieci mesi gestisce l' "emergenza" e la costruzione di interi quartieri, lui il plenipotenziario (soprattutto grazie anche alla legge che istituisce la Protezione Civile S.p.A) che fa e disfa a suo piacimento perché pensa e dice che «in situazioni di emergenza il comando deve essere assunto da una sola persona. In emergenza la democrazia non esiste», e per questo è l'uomo che non deve chiedere mai, è stato promosso sul campo prendendo i galloni di non si sa quale dicastero romano.
Guido Bertolaso voleva esportare il "sistema Aquila" ad Haiti (con poteri assoluti conferitigli direttamene da Berlusconi per la gestione degli aiuti haitiani), con cittadini "deportati" in massa in hotel sulla costa contro la loro volontà, che ha creato campi-tenda con clown, giocolerie e karaoke al seguito, tutti protetti e ovattati, con coprifuoco alla sera, dove i giornalisti vengono scortati dalle forze dell'ordine per parlare con la gente; ma fortunatamente è stato fermato per tempo dalla signora Clinton e bollato come colui che parla a sproposito con le sue chiacchiere da bar.
Eppure il capo della Protezione Civile S.p.A è stato promosso per aver assicurato a Berlusconi ed al suo Governo nella "passerella" aquilana un enorme bacino di voti per i loro successi elettorali e del presidente della Regione Abruzzo.
Non solo, ma lo stesso Bertolaso dopo la magra figura internazionale haitiana, è volato immediatamente di nuovo a L'Aquila per annunciare che, entro il 6 aprile 2010, i frati minori avranno una nuova chiesa, un nuovo convento, una nuova mensa per i poveri ed una foresteria, il tutto finanziato con circa un milione e ottocento mila euro raccolti dal quotidiano locale "Il Centro", assieme ai fondi raccolti dalla stessa Protezione Civile pari a un milione e mezzo di euro. Il tutto verrà realizzato da una ditta comasca scelta direttamente dal "superman de noantri" sempre Guido Bertolaso! Senza gare d'appalto pubblica.
Ora però Bertolaso non c'è più. Ed ha passato la palla al presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi. Mentre il Comune de L'Aquila è allo sbando per ciò che concerne i servizi da fornire ai cittadini. Tanto da far dichiarare al sindaco Cialente il 20 gennaio scorso che: «La mancanza di fondi per la ripresa economica è il vero buco nero di questo terremoto. Non riusciamo a comprendere le ragioni per le quali L'Aquila non ha avuto neppure un centesimo dei fondi, già stanziati, per il rilancio delle attività produttive ormai al collasso.
Vogliamo almeno una quota parte dei fondi già stanziati, 300 milioni di euro in questa fase potrebbero bastare, perché è assolutamente necessario far partire il piano che abbiamo messo a punto. Sulla gestione dell' emergenza non si può dire nulla, ma registriamo un fallimento totale per quel che riguarda le iniziative volte a sostenere la ripresa dell'economia. Una situazione che non è frutto di incapacità, bensì di una assoluta mancanza di interventi.
Rappresento il disagio e la sofferenza in cui si trovano moltissimi nostri concittadini rimasti senza lavoro. Tra loro c'è chi, pur avendo avuto un alloggio, ci chiede di poter rimanere ancora sotto il regime dell'autonoma sistemazione, perché solo così riesce almeno a sopravvivere.
La ristrutturazione delle abitazioni in fascia B e C (case con danni non strutturali) sta procedendo con troppa lentezza. A luglio i proprietari di tali case non potranno restare negli alberghi o in alloggi privati a spese dello Stato. Voglio ricordare a tutti che per alberghi e residence si stanno spendendo ancora circa 580 mila euro al giorno».
I DATI
Sfollati assistiti al 22 gennaio 2010/situazione con dati della Protezione Civile:
Alloggi in Autonoma Sistemazione = 30.636;
C.A.S.E = 12.059;
M.A.P. = 2.362;
In alberghi/caserme = 10.128;
In albergo fuori provincia = 6.195;
In affitto concordato = 2.241;
Dati del Comune de L'Aquila a metà gennaio circa: 2.200 sono gli aquilani nelle case in affitto concordato e pagato dalla Protezione Civile, 11.300 quelli entrati nell'acronimo C.A.S.E., 170 nei moduli provvisori, 9.400 gli ospiti in hotel della provincia, 30.636 non assistiti dalla Protezione Civile ma in autonoma sistemazione.
Intanto però i conti non tornano, come si può facilmente capire dai dati pubblicati in questa pagina, quelli della Protezione Civile e del Comune de L'Aquila. I numeri dati della popolazione aquilana sfollata e disgregata. E quindi, facendo la somma dei dati del primo ente citato, quello guidato da Bertolaso, e quello guidato dal sindaco, c'è una differenza di 9915 unità e sicuramente anche altri ancora che risultano invisibili, come dei fantasmi.
Chiamala se vuoi, efficienza!!

domenica 31 gennaio 2010

Protezione civile modello Scelba


Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto dei Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il 195, in discussione in senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina «modernizzatrice» delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'«emergenza socio-economico-ambientale», una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, «in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose», prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di «requisire prestazioni personali». 
Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava «governamentalizzazione». Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento?
Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.
Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche «il riacutizzarsi di contrasti politici», e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il «riacutizzarsi dei contrasti» sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci

venerdì 22 gennaio 2010

Protezione Civile - Licandro: "Spa prelude a sorta di corpo paramilitare a servizio di Bertolaso e premier"



“La trasformazione della protezione civile in S.p.a. è cosa gravissima e agghiacciante. Gravissima perché pone la struttura al di sopra di ogni controllo, scardinando l’ordinamento giuridico italiano in materia di edilizia, urbanistica, tutela del territorio, ecc., e perché costituirà un formidabile strumento di potere, che gestisce appalti, posti di lavoro, e consulenze, con risorse ingenti, creando sacche di clientele e aprendo il varco a speculatori, affaristi, palazzinari e, nel meridione, anche alla mafia.
Agghiacciante perché affronta l’emergenza, le calamità naturali, le tragedie e la disperazione delle persone con la logica del profitto. Il tutto preludendo ad una possibile trasformazione della protezione civile in una sorta di corpo paramilitare al servizio del capo della protezione civile e del presidente del consiglio”. E’ quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI – Federazione della sinistra, in occasione della presentazione del libro "Potere assoluto. La protezione civile ai tempi di Bertolaso" a firma di Manuele Bonaccorsi

martedì 19 gennaio 2010

Bertolaso piglia tutto: ora la Protezione civile si occuperà anche delle carceri


 
 
Varato lo stato di emergenza annunciato dal ministro Alfano: costruzione veloce di nuovi padiglioni ma anche un piccolo indultino per smaltire le celle. E a gestire i circa 500 milioni che il governo ha deciso di stanziare spunta ancora una volta la potente struttura di Guido Bertolaso
Oltre alle mille incombenze che il governo Berlusconi le ha affidato la Protezione civile del nuovo corso, quella privatizzata che il governo sta preparando, potrebbe occuparsi anche delle carceri. Lo si capisce dalle parole che il ministro Alfano ha pronunciato nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri che ha decretato lo stato di emergenza. Questo durerà almeno fino al « 31 dicembre di quest’anno». Anche perché la presenze nei vari penitenziari hanno raggiunto la cifra record di 64.640 detenuti» e anche i nuovi 1600 posti creato negli ultimi 18 mesi non sono stati sufficienti. Il governo pensa dunque alla costruzione immediata di 47 nuovi padiglioni adiacenti alle vecchie strutture carcerarie da costruire sul modello dell'Aquila cioè, come ha sottolineato Berlusconi, «con i tre turni di lavoro che consentono di fare in 20 giorni quello che in genere richiede due mesi». Dal 2011, invece, si partirà con la realizzazione di strutture nuove vere e proprie. Alfano ha voluto sottolineare che la strategia del governo intende prendere le distanze dal modello «delle amnistie e degli indulti» che ha caratterizzato tutta la storia repubblicana. Le destre al governo aumentano i reati perseguibili, aumentano le persone in carcere, spesso per condanne minori legate all'immigrazione e come rimedio intendono costruire nuove carceri. Eppure nemmeno il Popolo delle libertà può rinunciare a misure di alleviamento delle pene. Il Consiglio dei ministri, infatti, ha deciso di presentare un ddl di due soli articoli che prevede gli arresti domiciliari per chi deve scontare ancora un anno di carcere e la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni per i quali sono previsti lavori di pubblica utilità. Per questi il processo verrà sospeso. Quindi un indultino anche Alfano è costretto a farlo (e meno male, aggiungiamo noi).
Ma il punto inquietante è un altro e come dicevamo in apertura si tratta del ruolo della Protezione civile. Con la dichiarazione dello stato di emergenza nelle carceri italiane, infatti, il capo del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, diverrà Commissario delegato e potrà pertanto agire «in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d'appalto». A sottolinearlo è lo stesso Ionta che, in una nota, fa sapere che il «braccio operativo» con cui gestirà l'emergenza carcere sarà la Protezione civile servizi Spa, la nuova società istituita per decreto la scorsa settimana e che fa capo al Dipartimento guidato da Bertolaso. Il riferimento normativo su cui si basa lo stato di emergenza delle carceri è - spiega Ionta - «la legge 225 del 24 febbraio 1992, una legge della protezione civile che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma che si estende a situazioni emergenziali che determinano un allarme nazionale». La soluzione è stata proposta da Ionta e accolta «nella sua interezza» dal governo. Nei prossimi giorni, pertanto, il presidente del Consiglio emanerà un'ordinanza di nomina di Ionta a commissario delegato, «dotato di poteri straordinari per affrontare e risolvere il problema», che come suo «braccio operativo», appunto, avrà la Protezione civile servizi Spa. I 500milioni di euro stanziati nell'ultima finanziaria - aggiunge Ionta nella nota - costituiscono la «premessa per l'individuazione della consistenza numerica di nuovi padiglioni e nuove strutture, tenendo anche conto del presumibile utilizzo dei fondi di bilancio pari a circa 80.000.000 di euro e del finanziamento di talune opere con i fondi a disposizione di Cassa Ammende».
 


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