Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post

mercoledì 14 aprile 2010

Marisa Rodano, la memoria di "una che c'era" - Ilmio '68


Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo.

Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?
«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?
«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?
«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?
«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?
Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale... C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

Il mio '68 di Marisa Rodano

"Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”..."


Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”. Ero però stata coinvolta nei prodromi del movimento fin dal ’67, nell’occupazione della Università di Roma, la Sapienza. Era la prima occupazione di un’Università ed era stata provocata dall’aggressione dei fascisti a uno studente, Paolo Rossi, picchiato e ferito gravemente sulle scale della Facoltà di Lettere, durante una campagna elettorale per l’elezione degli organismi rappresentativi universitari: Paolo, coetaneo dei miei ragazzi, figlio di un amico carissimo, il pittore Enzo Rossi, morì a seguito delle percosse ricevute senza riprendere conoscenza. Quella occupazione fu un avvenimento assolutamente inedito e straordinario: lezioni sospese, ragazzi e ragazze che – tra lo scandalo e le polemiche dei benpensanti – mangiavano e dormivano nelle aule, assemblee permanenti. Fu così che mi trovai gettata a capofitto in quella occupazione: incontri di parlamentari, docenti, studenti, assemblee, manifestazioni, persino la partecipazione, talora con l’incarico di presiederle (io, che pur essendo vicepresidente della Camera, non ero neppure laureata) a riunioni, “allargate” ad assistenti e incaricati nonché ad esterni, del Consiglio di Facoltà di Lettere, prassi inaudita in un tempo in cui i Consigli di facoltà erano rigidamente riservati ai pochissimi docenti ordinari, cioè titolari di cattedra. Fu per me un’esperienza sconvolgente. Di occupazioni ne avevo viste molte: fabbriche, presidiate dagli operai in lotta contro i licenziamenti o nel corso di vertenze sindacali, case invase dai senza tetto, terre rivendicate dai contadini senza terra. Ora era un nuovo soggetto che entrava in campo, non un soggetto sociale, ma politico, le cui motivazioni non erano rivendicazioni economiche: era una nuova generazione che si affacciava sulla scena. L’occupazione a Roma era cominciata per protesta: il problema della connivenza delle autorità accademiche con i gruppi neofascisti e la richiesta delle dimissioni del rettore Papi (un gruppo di studenti rocciatori, calandosi a corda doppia dal tetto del rettorato, vi aveva dipinto in caratteri giganti “via Papi”), si intrecciavano all’attacco contro la mancata vigilanza delle forze dell’ordine e di conseguenza contro il ministro dell’Interno, Amintore Fanfani. Ma ben presto divenne l’occasione per una battaglia di massa contro la proposta di legge di “riforma” dell’università presentata dal ministro Luigi Gui, ritenuta da studenti, incaricati, assistenti gattopardesca e insufficiente. Via via si sarebbe trasformata in una battaglia contro l’autoritarismo, le rigide gerarchie, per il potere studentesco... Insomma quegli occupanti, già allora, come sarebbe avvenuto l’anno successivo, volevano cambiare tutto. Negli anni seguenti le occupazioni sarebbero dilagate non solo nelle Università, ma nelle scuole, negli ospedali, alla mostra del cinema, persino nelle chiese. Tutta la società sarebbe entrata in ebollizione.

Il ’68 vero e proprio, l’ho vissuto da due diversi punti di vista. In primo luogo, come madre di figli che vi parteciparono: solidale e preoccupata al tempo stesso quando mia figlia Giulia ancora liceale si trovò coinvolta negli scontri sul piazzale della Sapienza, dove venne ferito Scalzone, o al momento dei fatti di Valle Giulia e, in seguito nelle mille manifestazioni di studenti e operai “uniti nella lotta”, in quelle per il Vietnam o contro i colonnelli greci. In secondo luogo, come dirigente nazionale dell’UDI, perché quel movimento contestava l’associazione delle donne, ritenuta, al pari delle strutture pubbliche, dei partiti, dei sindacati un’ “istituzione”, una realtà vecchia, repressiva, un simbolo dello status quo da abbattere.

Le ragazze del movimento studentesco, dal canto loro, rifiutavano l’idea di avere un problema di emancipazione: si sentivano protagoniste di quel movimento e perciò “uguali” ai loro compagni maschi. Proprio tra quelle giovani era più forte e radicale la contestazione del ruolo dell’UDI, che, invece voleva conquistarle, perché vedeva in esse la nuova leva di militanti che avrebbe potuto rilanciare la battaglia di emancipazione femminile. Il peso di questa preoccupazione è evidente nella relazione introduttiva all’VIII Congresso Nazionale dell’UDI, che si concludeva con un appello alle ragazze del movimento studentesco ad assumere organicamente il loro posto nel movimento di emancipazione: “E’ del tutto logico e giusto che le studentesse si trovino a fianco nella lotta con i loro compagni di scuola o coi loro colleghi di università, così come sarebbe assurdo in una fabbrica che le lavoratrici non compissero con gli altri lavoratori una comune esperienza sindacale.[….]. Ciò che noi chiediamo loro (alle studentesse) è di fare quel che ha fatto Carlos, l’atleta nero vincitore della medaglia di bronzo dei 200 metri alle olimpiadi che, dopo aver espresso la sua protesta sul podio della premiazione, è andato a sedersi tra il pubblico indossando l’abito delle genti africane. Amiche studentesse, indossate anche voi l’abito del vostro sesso; assumete su di voi, con la lucidità che vi viene dalla coscienza rivoluzionaria, la condizione femminile…”

Solo in seguito quelle ragazze si sarebbero accorte di essere state gli “angeli del ciclostile” o “le donne del capo”. Come ha scritto Luisa Passerini, “tutte le donne attribuiscono alla loro partecipazione al movimento studentesco un valore dirompente”, ma - cito da Ombre Rosse - “se il ’68 ha significato l’emergere di nuove esigenze, di nuovi contenuti, di nuovi valori e di nuovi comportamenti, la scoperta di una nuova libertà sessuale, il rifiuto della famiglia, lo stare assieme in modo diverso, la costruzione di una cultura alternativa, tutto questo è stato vissuto in modo contraddittorio non come liberazione, come elaborazione autonoma di nuovi modelli, come risposta ai propri bisogni. I compagni cambiavano e le donne subivano. Per le donne è stata una nuova forma di oppressione; un modello imposto da una concezione maschile di cui erano oggetto”. Rammento, in proposito, quanto mi disse una studentessa della facoltà di architettura di Venezia durante un dibattito: “noi dobbiamo essere sempre disponibili ai rapporti sessuali: se non ci stiamo, dicono che siamo inibite. Ma, poi, tocca a noi riempirci di pillole o abortire…”. Proprio la partecipazione a quel movimento, e non i nostri appelli, proprio la ribellione al maschilismo che lo connotava, avrebbe finito per aprire loro gli occhi e farle cambiare. Ma non le avremmo conquistate, sarebbero state loro a conquistare noi: sarebbero diventate le pioniere di un nuovo, inedito movimento, il femminismo e delle grandi battaglie degli anni successivi per il divorzio, l’aborto, contro la violenza sessuale. Ma, in nome della nuova libertà femminile, avrebbero continuato a criticare la politica di emancipazione dell’UDI, considerata a torto come omologazione delle donne agli uomini. L’esperienza delle grandi lotte operaie e della saldatura tra studenti e operai avrebbe introdotto il femminismo nel sindacato, tra le lavoratrici. Anche l’UDI avrebbe dovuto fare i conti col femminismo, aprirsi a nuove tematiche, modificare le sue modalità di lavoro. E’ stato insomma, il sessantotto, anche per le donne, uno spartiacque: nulla sarebbe stato più come prima
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Bertone: «La pedofilia è da collegare all'omosessualità». L'Arcigay: «Falso, ignobile, antiscientifico»

Ci sarebbe quasi da rimpiangere Wojtyła che si affaccia a salutare dal balcone di Pinochet. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone durante la sua visita nel martoriato Cile ha trovato tempo di esternare alcune considerazioni su castità e pedofilia: «Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia, e invece molti altri hanno dimostrato - me lo hanno detto recentemente- che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia». Chi glielo ha detto? Quando, recentemente? Preoccupato di essere sorpassato a destra da personaggi come Cantalamessa e Babini (“il complotto giudaico” e via farneticando) Bertone prova a spararla grossa (e fasulla oltre che pericolosa). Difende il celibato dei preti e intanto inventa di sana pianta l'equazione pedofilia=omosessualità e tutte e due uguali a malattie. Un po' troppo. Se il celibato riguarda comunque gli affari interni del Vaticano, la diffusione di simili pregiudizi antiscientifici è qualcosa che riguarda tutti. Insorge naturalmente per prima l'Arcigay: «L'equazione omosessualità-pedofilia, falsa, ignobile e anti-scientifica, è un'affermazione disonesta che colpisce la vita e la dignità di milioni di persone gay e lesbiche, confermando il cinismo, la mancanza di scrupoli e la crudeltà di quelle stesse gerarchie vaticane che hanno coperto per anni i crimini sessuali perpetrati in tutto il mondo da esponenti della chiesa contro la vita di migliaia di bambini e bambine innocenti».

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

martedì 13 aprile 2010

Sacconi minaccia lo Statuto dei lavoratori. Tutti all'erta!

Di: Alessandro Squizzato

Da http://settoredemokratico.ilcannocchiale.it

Il ministro Sacconi torna alla carica. Ieri davanti alla platea di Confindustria ha pronunciato la sua dichiarazione di guerra contro i diritti dei lavoratori, la minaccia è netta: a partire da maggio vuole riscrivere lo Statuto dei lavoratori, entro 3 anni la completa sostituzione del testo.

L'idea di fondo di Sacconi non è altro che la più totale aderenza all'ideologia ultra-liberista che ha mosso Confindustria e la borghesia italiana nella trasformazione del lavoro degli ultimi 20 anni, in primis con la frammentazione contrattuale e precarizzazione a tutto campo.

Sintetizzo di seguito, per comodità dei lettori, i punti che secondo le prime indiscrezioni della stampa costituiranno le maggiori modifiche nel testo Sacconi:
1) Il già annunciato "arbitrato" tra azienda e lavoratore nelle cause di licenziamneto, che aggira l'articolo 18 e facilità i licenziamenti senza giusta causa.
2) La modifica della normativa sullo sciopero, che punta a "ridurre la conflittualità", ovvero niente meno che a disarmare lo strumento dello sciopero se non direttamente a limitarlo sino ad una abolizione di fatto
3) Modifica della contrattazione, tenendo solo alcuni parametri a livello nazionale e decentralizzando il resto su base territoriale o della singola azienda. Come si può facilmente immaginare questo produrrà lavoratori infinitamente più deboli, un aumento della precarietà e un rapido e generalizzato abbassamento dei salari.
4) In generale ancora meno vincoli e controlli sull'uso della flessibilità come strumento di precarizzazione del lavoro.

A tutto questo Sacconi ha aggiunto una minaccia altrettanto feroce, rispolverando un suo vecchio cavallo di battaglia: "Occorre lavorare anche sulla cultura dei giovani: bisogna aiutarli ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, anche il più umile, purché sia regolare. Solo così si potrà difendere la vera cultura del lavoro. Rivalutando il lavoro manuale, si potrà battere il nichilismo delle generazioni degli anni '70 che sono entrate nei mestieri dell'educazione, della magistratura e dell'editoria non tanto per occupare, come diceva Gramsci, le casematte del potere, quanto, come si dice a Roma, per infrattarsi, perché è sempre meglio che lavorare". (fonte Repubblica.it)

In questo ammasso di insulti e luoghi comuni che gridano vendetta emerge una visione chiara: bisogna cambiare la mentalità costruita con anni di lotte del movimento operaio che concepisce i lavoratori come persone prima che come forza lavoro.
Per Sacconi noi non dovremmo cercare di realizzarci come persone, facendo ciò che meglio ci si addice, ma dedicarci anima e corpo ai profetti della casta degli industriali: precari sottopagati per adattarci agli sbalzi del mercato, nei call center quando serve terziario, ai torni quando cresce l'industria.
Sacconi vorrebbe portarci ai tempi precedenti alle lotte di Di Vittorio, ci vorrebbe nuovamente chini e a capo scoperto davanti ai padroni.
Una società ancora più classista, in cui i pochi facoltosi e i loro figli saranno destinati ad essere "classe dirigente", mentre la massa di persone comuni dovrà adattarsi alle loro necessità.
Non è più possibile accettare in silenzio questo attacco ai nostri diritti fondamentali.

Se c'è così bisogno di lavoratori "umili" attendiamo il laureato in giurisprudenza e politico a vita Sacconi in catena di montaggio.
Nel frattempo lui ci troverà a riorganizzare e rafforzare la risposta contro il suo piano teppista, per ribadire che lo Statuto dei lavoratori non si tocca!

lunedì 12 aprile 2010

RU-486, tutto quello che non si dice del farmaco e sul ricovero

Le dichiarazioni dei due Governatori leghisti che hanno affermato di non voler consentire l’uso della pillola abortiva Ru486, come del resto le esternazioni di alcuni vescovi in loro appoggio, fanno parte della quota di sciocchezze che siamo ormai abituati ad attenderci dai dirigenti della Lega (e, purtroppo, anche da alcuni esponenti della Chiesa Cattolica), persone altrettanto improvvide quanto rapide nella ritrattazione, e non mi pare che meritino particolare attenzione, la legge non dà loro alcun potere del genere e l’elettorato leghista non merita dirigenti così poco assennati.

Di ben diverso rilievo è l’intervento del Consiglio Superiore di Sanità (Css), che ha approvato un documento inusuale (ad esempio, riporta complessivamente 170 voci bibliografiche che non sono mai citate nel testo e che contengono, diciamo per il 90%, opinioni completamente difformi dalle conclusioni del Css) che prevede il ricovero ordinario per tutte le donne che sceglieranno di abortire con il metodo farmacologico. Per capirci, si tratta di un tentativo di rendere poco applicabile l’aborto farmacologico costringendo le donne a un lungo, inutile e fastidioso soggiorno in Ospedale.

Non mi dispiacerebbe che il Consiglio Superiore di Sanità, che se non sbaglio non è organo di una Loggia Massonica ma, più modestamente, una Istituzione dello Stato, rinunciasse a vietare la diffusione dei verbali delle riunioni e dei documenti interni. Voci di corridoio (voci femminili di corridoio) riferiscono che il Presidente del Css ( Il professor Garaci, Presidente anche dell’Istituto Superiore di Sanità) ha inviato a tutti i membri una lettera nella quale chiedeva (esigeva?) che il documento fosse approvato all’unanimità; le stesse voci riferiscono che l’unanimità non c’è stata e che al contrario ci sono state voci di protesta. Basterebbe un po’ di trasparenza per evitare la diffusione di queste chiacchiere (calunnie?).

Ma parliamo dell’obbligo di ricovero ordinario, una scelta che certamente sarà causa di un contenzioso, almeno con alcune Regioni. La prima cosa da rilevare è che un ricovero ordinario non è necessario, la maggior parte dei Paesi che utilizzano l’Ru486 preferisce il ricovero in Day Hospital e molti altri non ricoverano e lasciano che tutto si svolga a domicilio. Ci sono esperienze amplissime che lo dimostrano e le stesse esperienze italiane lo confermano. Il secondo rilievo è che si tratta di un ricovero inutile, che viene proposto, almeno in teoria, per evitare possibili complicazioni senza tener conto del fatto che, se complicazioni si verificano, sono sempre molto tardive e si manifestano giorni dopo che il ricovero è finito.

Terza cosa, si tratta di una scelta in gran parte inapplicabile, la nostra Costituzione ci consente di rifiutare i ricoveri obbligatori, salvo casi che non hanno niente a che fare con questo. Poi è una scelta che va tutta a sfavore delle donne che, quando avranno deciso di firmare la cartella e di tornarsene a casa, cosa che faranno in molte, saranno veramente sole perché la responsabilità delle strutture sanitarie cesserà di esistere. E ancora, è una cosa che va contro il buonsenso clinico e l’esperienza dei medici, l’aborto farmacologico riproduce una situazione frequente nella patologia ostetrica spontanea, l’aborto interno, che nessun medico, nelle stesse iniziali settimane di gravidanza, si sognerebbe mai di ricoverare.

Andiamo avanti. La nostra Costituzione stabilisce l’esistenza di notevoli limiti per tutti i legislatori – e quindi sia per quelli statali che per quelli regionali – per tutto quanto ha a che fare con le modalità di cura e i trattamenti sanitari e non credo che possa essere il Ministro della Salute a poter intervenire nei problemi che riguardano la libertà professionale del medico e il rapporto tra costui e i suoi pazienti, anche tenuto conto del fatto che in questa materia esiste un unico possibile limite, che ha a che fare con la tutela della salute del cittadino-paziente. Ancora: la legge 194, che regolamenta le interruzioni volontarie della gravidanza,non fa mai riferimento a un ricovero ordinario, descrive la degenza come “eventuale”, consente l’esecuzione degli interventi chirurgici negli ambulatori (che non hanno possibilità di ricoverare pazienti).

La stessa legge lascia inoltre aperta una strada alla innovazione, quando affida alle Regioni il compito di promuovere l’impiego di tecniche più moderne e più rispettose della integrità fisica della donna (e questo è esattamente il caso). E ancora. Stiamo parlando di trattamenti che appartengono alla categoria dei livelli essenziali di assistenza, cioè di cure che ammettono l’intervento del Ministero solo per quanto riguarda l’idoneità delle strutture, non la modalità con la quale debbono essere erogate. E stiamo parlando del Css, che è autorizzato a dare pareri privi di conseguenze giuridiche specifiche. Insomma saranno le Regioni, molte delle quali hanno già istituito gruppi di esperti capaci di preparare specifiche linee guida, a decidere i comportamenti che sarà saggio adottare.

Elaborare linee guida generali basate sul desiderio di fare un dispetto alle donne e un favore al Vaticano non è solo sbagliato, è controproducente. Temo, per concludere, che molte brave persone si siano lasciare confondere da un libro recentemente pubblicato da due gentili signore, nel quale erano contenuti dati peculiari e altrettanto poco credibili sui drammi che potrebbero conseguire all’impiego del farmaco in questione. Il medesimo testo afferma che l’aborto farmacologico determinerà un aumento delle richieste di interruzione della gravidanza, affermazione lesiva della intelligenza delle nostre donne e comunque contraddetta dalle esperienze di tutto il mondo.

Secondo questo testo, infine, la totalità di coloro che sostengono che si tratta di un metodo con vantaggi e svantaggi ma che è comunque conveniente utilizzare anche nel nostro Paese, avrebbe venduto l’anima all’Industria Farmaceutica. Poiché personalmente nutro, per l’Industria Farmaceutica, la stessa fondamentale antipatia che provo per le due suddette signore, credo di poter essere assolto da questa accusa. E a proposito del libro in questione, userei una espressione cara agli spagnoli: corramos tupido velo, meglio lasciar perdere.
07 aprile 2010
di Carlo Flamigni

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 11 aprile 2010

IKEA: cronometrato il tempo per far pipì

l'azienda: stesso regolamento in tutti i punti vendita italiani

«Cronometrato il tempo per fare pipì»
In sciopero dipendenti dell'Ikea Corsico

Il sindacato Uiltucs: contestazioni disciplinari, controlli ossessivi e sfide personalistiche a scopo intimidatorio


L'Ikea di Corsico (Fotogramma)
L'Ikea di Corsico (Fotogramma)
MILANO - Dipendenti dell'Ikea di Corsico in sciopero per tutta la giornata di venerdì, con tanto di colorito presidio davanti al punto vendita. La protesta, spiega il sindacato di categoria Uiltucs, è dovuta alle condizioni di lavoro definite «inaccettabili». «Continuano le contestazioni disciplinari inutili, provocatorie e presuntuose - spiega il sindacato -, si cronometra il tempo impiegato a fare la pipì, si questiona sul mangiare i chewing gum, e in alcuni casi si attua una vera e propria persecuzione personale, come nel caso di un delegato sindacale di un'altra sigla, verso il quale va tutta la nostra solidarietà». La Uil parla di «controlli ossessivi, frequenti accuse di incompetenza e demotivazione da parte dei manager, sfide personalistiche a mero scopo intimidatorio nei confronti dei dipendenti».
REPLICA DELL'AZIENDA - L'azienda fa fatto sapere che nel punto vendita di Corsico vigono gli stessi regolamenti degli altri 16 negozi Ikea in Italia, ma sottolinea anche che «il punto vendita di Corsico è da sempre caratterizzato da una forte conflittualità che esaspera i singoli episodi, caricandoli di valenze di contrapposizione e personalismi. Ikea Italia tuttavia ha da sempre un canale di confronto aperto, sia a livello nazionale che territoriale, con le sigle sindacali». L'azienda ha proposto ai sindacati un incontro per lunedì 12, «al fine di ripristinare un canale di confronto aperto e di dialogo costruttivo, per chiarire le posizioni e costituire la base per riavvio di un buon sistema di relazione tra le parti».
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 14 marzo 2010

Manifestazione nazionale per l'acqua pubblica e la difesa dei beni comuni


Il 20 Marzo un appuntamento FONDAMENTALE per Tutti 

Un momento di partecipazione collettiva, che vedrà Enti Locali, Comitati Territoriali, reti associative ed organizzazioni sindacali, forze politiche e sociali, normali Cittadini in campo per dare un forte segnale contro la privatizzazione dell’Acqua e dei Beni Comuni, per contrastare le leggi approvate, per sostenere la Legge d’Iniziativa Popolare, per irrompere sui contenuti della campagna elettorale con il tema dell’Acqua e dei Beni Comuni. La data cade a due giorni dalla Giornata Mondiale dell'Acqua e ad una settimana dalle elezioni regionali. 



Scenderemo in piazza a Roma per chiedere
*il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, la ripubblicizzazione del servizio idrico, la sua gestione pubblica e partecipativa, l’approvazione della legge d’iniziativa popolare;
*la tutela del territorio e dei beni comuni, della biodiversità e del clima, contro la politica delle “grandi opere”, il mercato dei rifiuti, gli impianti energetici nocivi e il ritorno all’energia nucleare;
* un nuovo modello di produzione, consumo e vita, e politiche occupazionali per la soddisfazione dei diritti sociali e ambientali delle popolazioni.

Abbiamo deciso la Manifestazione del 20 Marzo 2010 il giorno 18 Novembre 2009, il giorno dell’approvazione, con voto di fiducia del DL voluto dai ministri Ronchi-Fitto, approvazione avvenuta fra l’indignazione generale, perchè questo ha costituito un gravissimo attacco alla Democrazia, alla Volontà Popolare alle Autonomie Locali. La Manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, mette al centro con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’Acqua e dei Beni Comuni, del Territorio e dell’Energia, della Salute e del benessere sociale per contrastare la politica delle “grandi opere” devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti legata al business dell’incenerimento, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.

Il 6 Marzo a Roma i Comuni hanno costituito il Coordinamento nazionale degli Enti Locali per la tutela dell’Acqua Pubblica e di tutti i Beni Comuni nella loro prima Assemblea Nazionale.

Da due anni la Legge di Iniziativa Popolare proposta dal Popolo dell’Acqua con oltre 400.000 firme giace colpevolmente nei cassetti delle commissioni parlamentari, come tutte le altre dalla proclamazione della Repubblica ad oggi. 

Le lotte per la ripubblicizzazione si sono estese in tutti i territori, sono ormai duecento i Comuni che hanno approvato delibere di modifica degli Statuti comunali, dichiarando l’Acqua ‘Bene Comune e diritto umano universale ’ ed il servizio idrico come ‘privo di rilevanza economica, sottraendosi in questo modo alla incostituzionale normativa nazionale. 

Le realtà che hanno aderito vengono da gran parte del mondo cattolico, alle associazioni ambientaliste, alle associazioni dei consumatori, alle organizzazione della cooperazione internazionale, alle organizzazioni sindacali, numerosi quotidiani e riviste per giungere alle numerose e variegate realtà sociali e culturali 

20 MARZO A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER ACQUA E BENI COMUNI 

iniziativa del FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA per ribadire il NO alla Privatizzazione 

Si scrive Acqua ma si legge Democrazia.
____________________________________
Manifestazione Nazionale Acqua e Beni Comuni www.acquabenecomune.org 
Per adesioni: adesioni@acquabenecomune.org
Info Stampa: Andreina Albano +39 3483419402 - Monica Di Sisto + 39 3358426752 
Segreteria: Paolo Carsetti +39 333 6876990

è stato registrato uno spot per promuovere la manifestazione nazionale del 20 marzo. Potete trovarlo al seguente link (http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article7280).

Diffondetelo e inviatelo alle radio del vostro territorio e a tutte
quelle con cui siete in contatto.


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

sabato 6 marzo 2010

LUNEDI’ LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA AL QUIRINALE. 4° GIORNO SCIOPERO FAME FERRERO SU ART. 18


COMUNICATO STAMPA URGENTE
 
 
NAPOLITANO – LUNEDI’ LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA AL QUIRINALE. 4° GIORNO SCIOPERO FAME FERRERO SU ART. 18
 
Roma, 6 mar. 2010 – “Lunedì pomeriggio la Federazione della Sinistra avrà un incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per esprimergli e illustrargli direttamente la sentita richiesta di non promulgare la legge approvata giovedì in via definitiva dal senato in materia di lavoro, e che intende sostanzialmente abrogare i risultati di un secolo di conquiste del movimento operaio, a partire dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori”. E’ quanto annuncia il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero.
Il portavoce della Federazione e segretario del Prc, Ferrero, è attualmente impegnato nella regione Campania ad affrontare la sfida della buona politica e di sinistra contro la destra di Stefano Caldoro e il moderatismo implicato con problemi giudiziari di Vicenzo De Luca.
Già da quattro giorni, inoltre, Ferrero è ininterrottamente in sciopero della fame in segno di denuncia e di protesta per il blitz con cui la maggioranza ha brutalmente stravolto aspetti dirimenti della legislazione sul lavoro; a cominciare da quell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori in difesa del quale in questi anni tanta parte delle classi lavoratrici e del paese si è impegnata per arginare gli attacchi della destra berlusconiana, tra l’altro sconfiggendo anche un referendum.
In occasione del’incontro al Quirinale la Federazione della sinistra avrà altresì modo di “esporre  i sensi della propria amarezza” per il decreto legge governativo “inteso a sanare gli errori e le inadempienze compiuti della maggioranza in relazione alla presentazione delle liste regionali”.
Ed è “con questo stesso impeto di lotta in difesa delle regole della democrazia, della separazione dei poteri che ad esse sovrintende, e delle conquiste delle classi lavoratrici e dei diritti sociali e civili, che sabato prossimo la Federazione della sinistra parteciperà unitariamente alla manifestazione di tutte le forze dell’opposizione contro le violazione della Costituzione che si stanno perpetrando con impressionante levità e sbrigatività in queste ore – continua Ferrero –  Contro il decreto “salva potenti”, che sancisce il fatto che le leggi valgono solo per i deboli e non per i forti. Ma con altrettanta forza contro la legge approvata dal senato in materia di lavoro e che cancella di fatto l’articolo 18”.
 
 
Ufficio Stampa Prc-Se/Federazione della sinistra
 


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedSubscribe in a reader

A dirotto per l’art.18. Mobilitazioni e appelli contro il colpo di Statuto


L’aula del senato ha approvato ieri sera (3 marzo)  in via definitiva il disegno di legge sul lavoro, che aggira e smantella di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori attraverso l’introduzione di norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. La legge è stata approvata con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Il provvedimento contiene fra l’altro norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l’apprendistato e le controversie sul lavoro.

“Il voto del senato è una vera e propria controriforma che mina radicalmente i diritti del lavoro – attacca il portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero – Si tratta dell’abrogazione di fatto e surrettizia dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in difesa del quale nel corso di questi anni tanta parte delle classi lavoratrici e del paese si è impegnata per arginare gli attacchi sempre più ignobili e spudorati da parte della destra berlusconiana”.
Per questo la Federazione della Sinistra si rivolge “alle forze politiche democratiche, alle organizzazioni sociali, alle forze dell’associazionismo, al mondo della cultura, alle energie intellettuali e della società civile”, invitando tutti a “far partire subito la mobilitazione per contrastare questo scempio dei diritti del lavoro”.
La nuova norma varata dall’aula di palazzo Madama limita la competenza del giudice e privilegia il canale dell’arbitrato e della conciliazione per tutte le controversie di lavoro, tra cui quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso. Due le possibilità previste per ricorrere all’arbitrato in funzione della risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e lavoratore.  La prima, virtualmente più sicura, è attraverso i contratti collettivi nell’ambito di cui le parti possono stabilire i limiti in cui l’arbitrato può essere esercitato. Se però le parti falliscono nel trovare un accordo, può intervenire il ministro per decreto. La seconda possibilità è che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all’arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all’arbitrato secondo equità: ciò implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge, quindi diritti come l’articolo 18, le retribuzioni o le ferie.  Tale accordo può essere stabilito anche nel corso del rapporto di lavoro. Una norma che devasta di fatto l’articolo 18 e pone brutalmente i lavoratori in una condizione soggiogata e ricattabile.
Tra le altre nequizie introdotte dalla nuova legge: la possibilità di assolvere l’ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso l’apprendistato in azienda secondo quanto stabilito d’intesa tra regioni, ministero del lavoro e dell’istruzione e “sentite le parti sociali”. Il governo è infine delegato ad adottare, entro 3 mesi, regole sul pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in attività usuranti.
Gongolante, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, ricorda che l’intervento faceva parte della versione originaria della legge Biagi: “Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l’articolo 18 dello Statuto non è stato minimamente toccato – sostiene Sacconi – La polemica dei soliti noti su un testo di legge alla quarta lettura in parlamento, dopo due anni di esame, è l’ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale”. Secondo il ministro, invece, “il lavoratore avrà la possibilità in più di ricorrere all’arbitrato e il tutto sarà regolato da contratti collettivi. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma, punto”.
Sacconi si riferisce alle obiezioni alquanto blande di Cisl e Uil, da sempre propense riguardo all’idea di “affidare questa materia alle parti sociali” e maldisposte verso gli interventi della politica, come fa notare il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Cui fa pronta eco il leader della leader Luigi Angeletti, giudicando quella del governo “un’alternativa ragionevole” e concordando con la Cisl circa il fatto che “questo tema, così come i temi del mercato del lavoro, devono essere oggetto prima di confronto e discussione con i sindacati e le associazioni di impresa, che sanno trovare soluzioni più efficaci del parlamento”.
“Col voto del senato si è scritta una brutta pagina per i lavoratori italiani – risponde la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro – Si è aperta la strada alla manomissione dell’art.18: è un ulteriore attacco al diritto del lavoro”. Il Pd, d’altro canto, anziché sollevare lo scudo dell’ostruzionismo, ha concesso il proprio lasciapassare all’accelerazione dell’inter di approvazione della legge, perseguita a maggior ragione e in tutta fretta dalla maggioranza dopo che su Repubblica di ieri (mercoledì 3 marzo) alcuni politici, sindacali e giuristi avevano lanciato l’allarme sul blitz tentato in senato dalla destra.
Duro il commento della Cgil. “Questo disegno di legge opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano – osserva il segretario generale Guglielmo Epifani – Porta sostanzialmente a una forma di arbitrato obbligatorio, che farebbe saltare le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori di poter adire a queste scelte”. In altre parole defrauda i lavoratori dell’articolo 18. “In questo modo naturalmente si rende il lavoratore più debole – continua Epifani – Se lo si fa addirittura nel momento del suo ingresso nel lavoro, lo si segna per tutta la vita”.
Contro la nuova norma Epifani annuncia che “in ogni caso la Cgil farà ricorso, se ve ne sono le condizioni di legittimità costituzionale”. Intanto la Federazione della sinistra si rivolge a tutte le forze democratiche e invita tutti i cittadini a mobilitarsi fin da subito per far sentire la voce della civiltà e del diritto contro questo ennesimo scempio operato dalla destra: per chiedere al presidente Giorgio Napolitano di non firmare questa norma incostituzionale; per costruire un movimento democratico e partecipativo in difesa delle libertà e i diritti individuali e collettivi; per realizzare il referendum abrogativo della legge.
Cosimo Rossi


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedSubscribe in a reader

sabato 27 febbraio 2010

Primo marzo 2010, una giornata senza di noi

Alla vigilia della giornata di mobilitazione per i diritti delle donne e degli uomini migranti, promossa dal comitato “Primo marzo 2010, una giornata senza di noi” ribadiamo il nostro totale sostegno a tutte le iniziative che si svolgeranno e che coinvolgeranno almeno 60 città italiane. 



Saremo nelle diverse piazze e nei diversi territori rispettando appieno l’autonomia dei soggetti promotori e al tempo stesso come parte di un percorso che vede nella giornata del primo marzo una tappa importantissima, tanto più per l’esser parte di una dimensione internazionale. 

Il Primo marzo sarà uno spazio pubblico agito da molteplici iniziative, accomunate dalla necessità di dare visibilità e nuova efficacia ad una questione che non riguarda solo i migranti ma i diritti e lo stato della democrazia di tutto il Paese. Sarà una giornata dai contenuti politici nettissimi, ma che intende parlare a quella gran parte della popolazione italiana con cui è necessario aprire una interlocuzione, per interrompere il precipitare in una condizione di razzismo diffuso. 

Già dal giorno successivo dovremmo avere la capacità di rafforzare le nuove relazioni che stanno nascendo con chi nella società aspira a realizzare una convivenza basata sul meticciato e sulla parità nell’accesso ai diritti sociali, civili e politici. 

Roberta Fantozzi, Segreteria nazionale PRC-SE


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedSubscribe in a reader

venerdì 26 febbraio 2010

Integrazione, uguaglianza e diritti: «una giornata a fianco degli immigrati


 «Anche Piacenza scende in piazza a fianco dei lavoratori immigrati», questo l’annuncio dato da Rifondazione, Comunisti Italiani, Arci e da due comparti della CGIL (scuola e servizio pubblico).
  A spiegare i motivi del sostegno agli stranieri, «ma a tutti i lavoratori in generale», sono i compagni Pino Genesi (Prc), Jessica Valisa (neocoordinatrice dei GC e rappresentante degli Studenti dell’Onda), Jiad Bouchaib (rappresentante degli stranieri) e Manuela Calza del comparto scuola CGIL. Ad introdurre la conferenza è il compagno Genesi : «in Italia, secondo dati INAIL, nel 2008 c’erano più di 4 milioni di stranieri di cui solo il 6% disoccupati e con redditi di netto inferiori ai 10000€ annui». La giornata dei migranti fissata, attraverso il web, per il primo marzo vedrà occupare un intero prato a Piacenza dalle varie organizzazioni. Lunedì prossimo infatti si assisterà ad una festa composta di musica, poesia ed interventi finalizzati «ad abbattere il muro di ignoranza e indifferenza – spiega Jessica – che da troppo tempo divide il nostro popolo da quello migrante».
  Sarà una giornata «di rivendicazione dei diritti di tutti i lavoratori, stranieri e non, - continua Genesi – e per celebrare le piccole e recenti conquiste ovvero la possibilità per gli stranieri di lavorare nel pubblico servizio». Manuela Calza porta il sostegno del comparto scolastico affermando che la priorità della FLC «è mantenere la scuola come luogo primario di integrazione, opponendosi alle politiche razziste del Governo che vogliono impoverire l’istruzione ed infondere la paura per lo straniero, per esempio introducendo il tetto del 33% di stranieri per classe».
  La giornata europea per i diritti dei migranti è stata fissata dall’associazione francese “24 ore senza di noi” per dimostrare che senza il lavoro degli stranieri la società si bloccherebbe; secondo Jessica Valisa «la popolazione spesso sottovaluta l’apporto socio-economico degli stranieri e noi quindi ci impegniamo a sottolineare quanto essi siano importanti in tutti i campi del quotidiano». Dello stesso avviso è anche Jiad, che spera che con il primo marzo «gli stranieri acquistino maggior visibilità, in quanto i media italiani si occupano di noi solo quando nascono dei problemi, dimenticando che spesso rispettiamo molti doveri ma non ci è concesso nessun dovere». L’immagine è tutto in fin dei conti, «e spesso – continua – i mezzi di comunicazione sono i primi responsabili della mancanza integrazione. Ci presentano come mostri o delinquenti, ma la maggior parte di noi sono comuni cittadini impegnati nel sociale. La festa di lunedì testimonierà proprio questo, che la convivenza civile è possibile e che non esistono differenze di colore tra gli esseri umani»!
  Andrea Tagliaferri


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedSubscribe in a reader

mercoledì 24 febbraio 2010

“I diritti alzano la voce”. Sabato comincia la campagna nazionale


tratto dal sito ufficiale della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA _ Roma, 24, feb 2010 – Sarà presentata domattina a Roma la mobilitazione del 27 febbraio prossimo, nella quale decine di organizzazioni della società civile e tantissimi operatori e cittadini, in molte città italiane, scenderanno in piazza, organizzeranno eventi, raccoglieranno firme nella prima mobilitazione nazionale promossa dalla campagna “I diritti alzano la voce”. Tra i sostenitori della campagna anche la Federazione della sinistra col suo portavoce nazionale, Paolo Ferrero.
La manifestazione ha lo scopo di sollevare il problema della riformare del welfare, che non va smantellato ma rinnovato e esteso. Bisogna infatti innovare lo stato sociale, e renderlo capace di proteggerci dai rischi più gravi che la vita ci presenta. Problemi come la disoccupazione, la povertà, la non autosufficienza e la tutela di diritti fondamentali, come quello all’istruzione e alla salute, richiedono nuove risposte e forti investimenti, attesi ormai da troppo tempo. Saranno perciò illustrate le ragioni della mobilitazione e le “10 proposte per un’Italia civile”, sulle quali viene promossa la raccolta di firme. Verranno, inoltre, presentate le  numerose iniziative organizzate in quasi tutte le regioni italiane a cominciare dal prossimo sabato.
La campagna è promossa da: Antigone, Arci, Arciragazzi, Associazione Città visibile, Associazione Familiari Alzheimer Pordenone Onlus, Associazione Welcome, Auser, Centro Iniziative e Ricerche Euromediterraneo (Cirem) – Napoli, Comitato Diritti Civili delle Prostitute, Comunità Saman, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca), Emmaus Italia, Erit Italia, Eurocare Italia, Federazione Internazionale “Città sociale” – Campania, Federazione Italiana Organismi per le Persone senza Dimora (fio.PSD), Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (Fish), Federazione Scs/Cnos – Salesiani per il sociale, Forum Droghe, Ires Campania, Jesuit Social Network (Jsn) Italia, Lunaria, Movi, Movimento Rinnovamento democratico, Solidarietà e Cooperazione – Cipsi.
Nel sito della campagna (www.idirittialzanolavoce.org) sono disponibili tutte le informazioni e anche quelle riguardanti i vari eventi organizzati nelle città. Per ulteriori informazioni: Mariano Bottaccio (CNCA), tel. 329 2928070, ufficio.stampa@cnca.it – Martina Castagnini (Arci), tel. 338 2359333, castagnini@arci.it – Giusy Colmo (Auser), tel. 348 2819301, ufficiostampa@auser.it – Giuliano Giovinazzo (FISH), tel. 338 2995515,ufficiostampa@fishonlus.it.


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed.

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista