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domenica 28 marzo 2010

Manuel, ancora una morte sospetta in carcere



Manuel è uscito per andare a ballare il 22 dicembre 2007 ed è stato fermato in un autogrill della Torino Savona da una pattuglia. Erano 5 in tutto in macchina, compresa una ragazza, e Manuel guidava perché il compagno si è ubriacato, avevano fumato, usato delle sostanze, quelle che poi la maggior parte dei giovani, purtroppo, usano ed è scappato via invece di giustificarsi; si è messo a correre ed un agente lo ha inseguito, per portarlo successivamente con gli altri ragazzi nella caserma della Polizia stradale di Carcare, in Provincia di Savona. L’unico che è stato arrestato, perché ha risposto all’agente, è stato Manuel. Da lì l’hanno portato in carcere e ha scontato circa un mese di prigione,dopodiché è stato scarcerato in attesa di processo con l’obbligo di dimora. Purtroppo Manuel non riusciva a stare a casa ed il 25 marzo 2008 è stato chiamato per un’udienza che gli confermò l’attesa di processo in carcere per la violazione dell’obbligo di dimora. In 4 mesi di carcere è stato trasferito 5 volte: Savona, Chiavari, Torino, Chiavari,e in fine Marassi, carcere genovese da dove Manuel inviò questa lettera a sua madre:
«Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».
“Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».«Doveva essere scarcerato il 5 agosto»
Manuel Eliantonio aveva solo 22 anni.
Una condanna a scontare 5 mesi di carcere per resistenza a pubblico ufficiale gli è costata la vita perché nel carcere di Marassi lo massacravano di botte sbattendolo in isolamento tutte le volte che le percosse lo rendevano irriconoscibile. Veniva imbottito di psicofarmaci. Talofen, Rivotril, Lorazepam, Valdorm, Nozinan e Sereupin
Un professore di Roma, dopo aver preso visione dei dosaggi somministrati a Manuel, concluse: "Trattasi di un trattamento farmacologico intensivo, e sicuramente prescritto per problematiche di sedazione su casi gravi di agitazione, ma comunque non indicato in pazienti con patologie epatiche e di tipo C. Trattamenti psicofarmacologici come quelli prescritti per Manuel, con patologia di epatite C, possono avere anche effetti letali, comunque solo le cartelle cliniche dello psichiatra potranno svelare il grado di agitazione psicomotorio di Manuel, per poterne giustificare un dosaggio comunque altissimo e in mix con tutta una serie di farmaci, che presentano serissimi effetti collaterali, che in questo caso se sinergici possono portare un paziente al decesso, da verificare la storia del butano, sulla quale non ho elementi per esprimere un parere medico, ma difficilmente una bomboletta di 300 ml di butano può da sola essere mortale per inalazione". (n.d.r. la bomboletta di butano può essere mortale, se sbattuta più volte violentemente nella zona temporale delle ossa del cranio).
L’autopsia ritirata dalla mamma di Manuel il 17 luglio 2009 dice, nelle conclusioni, arresto cardiaco, sebbene le foto scattate all’obitorio testimonino il fatto che Manuel era irriconoscibile, gonfio, di tutte le sfumature di colori: nero, marrone, verde, le orecchie blu, il petto gonfio, la testa era veramente una palla da bowling, naso rotto, occhio livido, un timbro nella milza, le unghie blu, e alla madre non è stata data nessuna indicazione e spiegazione, a parte quello che ha saputo dalla stampa, ovvero che ha inalato del butano, cosa assurda perché Manuel ne era terrorizzato. Dell’ossatura di Manuel non ci sono lastre, che sarebbero state per me fondamentali nel riconoscimento, eppure vengono menzionati solo tatuaggi. Etichettato come tossicodipendente per screditare sempre di piu un ragazzo che sicuramente non era un "ragazzo modello" ma come ogni essere umano aveva il diritto di essere processato. In un’intervista sul blog di Beppe Grillo la madre di Manuel conclude questa storia dicendo: "non si può giustificare un omicidio, qualsiasi sia il reato o la mancanza di qualsiasi persona non si ammazza la gente!".
Flores Stefano - Agoravox Italia
in data:27/03/2010
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lunedì 22 marzo 2010

Cucchi, sepolto all'insaputa della famiglia. E intanto si scopre un altro caso di morte per violenza. Delle forze dell'ordine

Stefano Cucchi è stato sepolto dieci giorni fa all’insaputa della famiglia. Ieri i familiari si sono rivolti all’agenzia funebre incaricata di svolgere le esequie e così hanno scoperto che il corpo di Stefano era già stato tumulato nel cimitero di san Gregorio senza che fossero stati avvertiti. Picchiato e lasciato morire nella solitudine e l’indifferenza, Stefano ha subito anche l’ultimo oltraggio.
Ma il caso Cucchi ha scoperto una polveriera. Luigi Manconi, presidente di "A Buon Diritto" ed ex sottosegretario alla Giustizia ha denunciato «un altro caso Cucchi, forse peggio del caso Cucchi». È accaduto quasi due anni fa, il 14 giugno 2008, a Varese. Giuseppe Uva, 43enne fermato in stato di ubriachezza è morto dopo "violenze sistematiche e ininterrotte". Manconi denuncia anche la somministrazione, in ospedale, di farmaci incompatibili con la precedente assunzione di alcolici.
Questa la ricostruzione-denuncia di Manconi: "Fermato in stato di ebbrezza alle 3 del mattino del 14 giugno 2008, in una strada di Varese, in balia di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all'interno della caserma di via Saffi, Giuseppe Uva, 43 anni, per tre ore subisce violenze, sistematiche e ininterrotte: ecchimosi al volto e in varie parti del corpo, macchie di sangue tra il pube e la regione anale". "Un testimone - riferisce Manconi in una nota - parla di urla strazianti che si ripetono per ore. L'intervento del 118, sollecitato dal testimone in questione, viene rifiutato dal entralinista della caserma". Poi, "alle 5 del mattino, incredibilmente, dalla stessa caserma si chiede l'applicazione del trattamento sanitario obbligatorio per Uva, che verrà trasportato prima al pronto soccorso e poi al reparto psichiatrico ell`ospedale di Circolo".
E proprio qui, "secondo quanto accertato dall'indagine, gli vengono somministrati medicinali incompatibili con l'assunzione di alcol". Giuseppe Uva muore alle ore 10.30: "Nonostante le dettagliate testimonianze sulle responsabilità di carabinieri e polizia, in merito alle continue ripetute violenze subite, si procede contro ignoti", sottolinea il presidente di A buon diritto.
Due giorni fa l'Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e, prima, dei genitori di Federico Aldrovandi, ha assunto il patrocinio di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, come persona offesa dal reato.

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domenica 21 febbraio 2010

Stefano Cucchi: così è stata fatta sparire l'ultima lettera

Il caso - Il ragazzo morto dopo l’arresto. L’aveva scritta in ospedale
Così è stata fatta sparire l'ultima lettera di Cucchi
Chiedeva aiuto. Spedita dal carcere dopo la morte
ROMA - Continua ad essere un mistero l’ultima lettera scritta da Stefano Cucchi, il trentunenne romano arrestato il 15 ottobre scorso e morto sei giorni dopo nel reparto carcerario dell’ospedale «Sandro Pertini», con le ossa rotte. Chi l’ha spedita, e perché, visto che è stata imbucata quattro giorni dopo che Stefano aveva smesso di vivere?
Quel foglio di carta vergato con calligrafia malferma in cui si chiedeva aiuto al volontario di una comunità terapeutica, chiuso in una busta, era tra le cose che Cucchi aveva con sé quando è morto. Lo dimostra l’inventario redatto all’ospedale «in riferimento al decesso del detenuto », con l’elenco degli «effetti personali», restituiti «per competenza » al carcere di Regina Coeli: oltre a due paia di calzini, due mutande, due maglie intime e una tuta da ginnastica, compare «una busta da lettera». Chiusa e contenente qualcosa, c’è da credere, altrimenti non avrebbe avuto senso riconsegnarla
Che quelle cose siano arrivate a Regina Coeli, busta compresa, è provato dal timbro del carcere e dalla firma di un agente della polizia penitenziaria. Lo stesso che qualche giorno più tardi (il documento è senza data, ma c’è il timbro di un ufficio apposto il 6 novembre) ha compilato un’altra lista di «oggetti personali rinvenuti all’interno della camera detentiva» dove si trovava Cucchi; nel verbale sono indicati la tuta, le mutande, i calzini e le magliette. Della «busta da lettera» non c’è traccia. E naturalmente non ce n’era tra gli effetti restituiti ai familiari di Stefano. Loro cercavano una lettera perché una donna della polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver dato busta e francobollo al detenuto, e di averlo visto scrivere, ma nessuno seppe dire nulla di più.
La logica conseguenza dei due diversi verbali è che la lettera sia stata spedita dal carcere. Come mai, se dell’inquietante morte di chi l’aveva scritta avevano già cominciato a parlare televisioni e giornali? Sulla busta c’era un nome e l’indirizzo di una Comunità di Roma, e dunque si può pensare che burocraticamente chi l’ha avuta tra le mani abbia ritenuto di inviarla al destinatario; premurandosi di indicare mittente e provenienza, scritti con una calligrafia diversa da quella di Cucchi. Ma il contenuto del messaggio poteva essere utile a fare chiarezza sulla morte del giovane, o a spiegare gli ultimi giorni trascorsi tra una caserma dei carabinieri, le gabbie di un tribunale, il carcere di Regina Coeli e infine il reparto di «protetto» di un ospedale.
Invece la burocrazia ha pensato di liberarsi subito di quella busta che poteva scottare. E un po’ effettivamente scottava, visto che nella lettera Cucchi chiedeva aiuto a un suo amico della Comunità di recupero per tossicodipendenti. «Per favore almeno rispondimi, a presto», aveva scritto: è la dimostrazione che cercava un appiglio per continuare a vivere, nonostante al «Pertini » rifiutasse il cibo perché voleva un avvocato che non è mai arrivato. I suoi familiari hanno potuto leggere quell’invocazione per caso, quando all’inizio di febbraio hanno deciso di rendere pubblico il mistero della lettera sparita. Solo dopo la conferenza stampa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, è stata chiamata alla Comunità che in passato aveva ospitato suo fratello. Le hanno consegnato il foglio, giunto a fine ottobre e messo via perché tanto ormai non c’era più niente da fare; senza pensare, nonostante il grande clamore suscitato dal «caso Cucchi», che alla famiglia potessero interessare le ultime parole di Stefano.
E’ una fra le tante stranezze di una vicenda dove trascuratezza e negligenza si sono accumulate fin dalle prime ore in cui quel tossicodipendente sorpreso con qualche dose di hashish e cocaina è finito nelle mani dello Stato: nel verbale d’arresto redatto alla stazione dei carabinieri di Roma Appia, per un evidente errore dovuto all’utilizzo di atti già redatti in precedenza sullo steso computer, Stefano Cucchi risulta «nato in Albania», in una data diversa, e «senza fissa dimora». Alla fine è scritto che «il prevenuto, interpellato, dichiarava di non dare notizia del suo avvenuto arresto ai propri familiari». Peccato che dopo essere stato fermato, Cucchi è andato coi carabinieri nella casa dove ufficialmente abitava insieme a genitori, che al termine della perquisizione l’hanno visto portare via in manette.
Giovanni Bianconi
20 febbraio 2010


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sabato 30 gennaio 2010

Carceri, Acerbo (Prc): e' ora di istituire il garante dei detenuti. Il pdl e' pronto


"L'On. Rita Bernardini ha pienamente ragione. La mancata istituzione del garante delle persone detenute e' lo specchio della disattenzione della politica abruzzese nei confronti del carcere, fatte salve le rare occasioni in cui siano dei politici a fruire della loro inospitalita'". Lo dice il consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo. 

"Inutile sottolineare - aggiunge - che tra tanti pseudo-riformisti come al solito e' stata Rifondazione Comunista a proporre da anni l'istituzione del garante. Rammento agli smemorati che questa proposta e' stata gia' avanzata nella precedente consiliatura da Rifondazione Comunista e che arrivata in aula fu rispedita in commissione con motivazioni davvero risibili. Polemizzammo molto all'epoca con i settori della maggioranza di centrosinistra che si misero di traverso non ritenendo una priorita' tale provvedimento. Allora - prosegue Acerbo - eravamo probabilmente in anticipo sui tempi della politica abruzzese, cioe' ci muovevamo in sintonia con le altre regioni. Ora credo che sia matura la consapevolezza dell'urgenza di un provvedimento di questo genere. Ovviamente il progetto di legge e' gia' pronto, presentato dal sottoscritto, e auspico che cominci al piu' presto il suo iter". 

lunedì 25 gennaio 2010

Dove sono i delinquenti

Le Sughere di Livorno sono un carcere piuttosto rinomato per quanto riguarda vicende poco chiare.
Ci sono stato, dentro.
Ma non come carcerato - sono più incensurato ed immacolato di qualsiasi parlamentare in attività - bensì per allestire l'annuale spettacolo teatrale che si svolge all'interno della struttura.
Non dico nulla dell'impressione avuta dall'interno, o almeno nulla che non sia scontato per uno che dentro un carcere non c'è mai stato e desidera ardentemente continuare a starsene fuori di lì se non per lavoro.
Una vicenda "poco chiara" è stata quella di Marcello Lonzi.
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giovedì 21 gennaio 2010

Appello de IlManifesto: Carceri aperte ai giornalisti



L'opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l'amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso.
Il diritto all'informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l'emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche "un'emergenza informazione", per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l'accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali.

Primi firmatari:
Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, Gian Antonio Stella

Hanno aderito:
Marcello Zinola giornalista segretario associazione ligure giornalisti-Fnsi

Per aderire inviare una mail a appelli@ilmanifesto

martedì 19 gennaio 2010

Bertolaso piglia tutto: ora la Protezione civile si occuperà anche delle carceri


 
 
Varato lo stato di emergenza annunciato dal ministro Alfano: costruzione veloce di nuovi padiglioni ma anche un piccolo indultino per smaltire le celle. E a gestire i circa 500 milioni che il governo ha deciso di stanziare spunta ancora una volta la potente struttura di Guido Bertolaso
Oltre alle mille incombenze che il governo Berlusconi le ha affidato la Protezione civile del nuovo corso, quella privatizzata che il governo sta preparando, potrebbe occuparsi anche delle carceri. Lo si capisce dalle parole che il ministro Alfano ha pronunciato nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri che ha decretato lo stato di emergenza. Questo durerà almeno fino al « 31 dicembre di quest’anno». Anche perché la presenze nei vari penitenziari hanno raggiunto la cifra record di 64.640 detenuti» e anche i nuovi 1600 posti creato negli ultimi 18 mesi non sono stati sufficienti. Il governo pensa dunque alla costruzione immediata di 47 nuovi padiglioni adiacenti alle vecchie strutture carcerarie da costruire sul modello dell'Aquila cioè, come ha sottolineato Berlusconi, «con i tre turni di lavoro che consentono di fare in 20 giorni quello che in genere richiede due mesi». Dal 2011, invece, si partirà con la realizzazione di strutture nuove vere e proprie. Alfano ha voluto sottolineare che la strategia del governo intende prendere le distanze dal modello «delle amnistie e degli indulti» che ha caratterizzato tutta la storia repubblicana. Le destre al governo aumentano i reati perseguibili, aumentano le persone in carcere, spesso per condanne minori legate all'immigrazione e come rimedio intendono costruire nuove carceri. Eppure nemmeno il Popolo delle libertà può rinunciare a misure di alleviamento delle pene. Il Consiglio dei ministri, infatti, ha deciso di presentare un ddl di due soli articoli che prevede gli arresti domiciliari per chi deve scontare ancora un anno di carcere e la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni per i quali sono previsti lavori di pubblica utilità. Per questi il processo verrà sospeso. Quindi un indultino anche Alfano è costretto a farlo (e meno male, aggiungiamo noi).
Ma il punto inquietante è un altro e come dicevamo in apertura si tratta del ruolo della Protezione civile. Con la dichiarazione dello stato di emergenza nelle carceri italiane, infatti, il capo del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, diverrà Commissario delegato e potrà pertanto agire «in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d'appalto». A sottolinearlo è lo stesso Ionta che, in una nota, fa sapere che il «braccio operativo» con cui gestirà l'emergenza carcere sarà la Protezione civile servizi Spa, la nuova società istituita per decreto la scorsa settimana e che fa capo al Dipartimento guidato da Bertolaso. Il riferimento normativo su cui si basa lo stato di emergenza delle carceri è - spiega Ionta - «la legge 225 del 24 febbraio 1992, una legge della protezione civile che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma che si estende a situazioni emergenziali che determinano un allarme nazionale». La soluzione è stata proposta da Ionta e accolta «nella sua interezza» dal governo. Nei prossimi giorni, pertanto, il presidente del Consiglio emanerà un'ordinanza di nomina di Ionta a commissario delegato, «dotato di poteri straordinari per affrontare e risolvere il problema», che come suo «braccio operativo», appunto, avrà la Protezione civile servizi Spa. I 500milioni di euro stanziati nell'ultima finanziaria - aggiunge Ionta nella nota - costituiscono la «premessa per l'individuazione della consistenza numerica di nuovi padiglioni e nuove strutture, tenendo anche conto del presumibile utilizzo dei fondi di bilancio pari a circa 80.000.000 di euro e del finanziamento di talune opere con i fondi a disposizione di Cassa Ammende».
 


sabato 9 gennaio 2010

Contro le morti in carcere, Livorno sabato 16 gennaio


Da Osservatorio sulla repressione:

Invitiamo alla partecipazione al corteo contro le morti in carcere, che si terrà Sabato 16 Gennaio a Livorno, concentramento ore 10 Piazza della Repubblica.

In Italia esiste una emergenza democratica: sono in ballo diritti fondamentali come quello di sciopero, che il Governo si appresta a cancellare; nel settore dei trasporti ed in tutti gli altri ambiti lavorativi i diritti dei lavoratori sono messi in causa.
Una emergenza democratica non avvertita dalla cosiddetta opposizione parlamentare che di fatto è pronta a scendere a patti, e a farsi promotrice della revisione della Costituzione, revisione che cancellerà ogni riferimento all'antifascismo, alla Resistenza e alla centralità del lavoro.
In Italia registriamo sempre più incidenti e infortuni sul lavoro, precarietà e disoccupazione; parallelamente, sul piano repressivo, leggi emergenziali divenute, dagli anni settanta ad oggi, parte integrante del codice penale e civile. Tutto ciò a discapito delle libertà collettive e individuali, a discapito dei movimenti sociali che si oppongono a questo stato di cose, e per contenere in chiave repressiva le conseguenze disastrose della crisi.

Negli ultimi mesi registriamo arresti e denunce: operai in lotta per la difesa dei posti di lavoro, occupanti di casa che denunciano la crescente speculazione immobiliare, studenti che occupano scuole e università contro una riforma che smantella l'istruzione pubblica, antifascisti che manifestano contro xenofobia e razzismo; sempre più spesso sono queste le vittime della repressione ed i destinatari di provvedimenti restrittivi e di arresti.
Molti antifascisti, senza alcuna prova, sono detenuti o agli arresti domiciliari da mesi, contro di loro viene orchestrata una ignobile campagna mediatica che li dipinge come pericolosi sovvertitori dell'ordine sociale.

La situazione nelle carceri italiane non ha niente da invidiare a paesi come la Turchia. La mancata tutela di quanti si trovano nelle galere o in centri di detenzione, troppo spesso sottoposti a ogni genere di violenza e di sopruso, costretti a vivere in condizioni disumane, è una macchia indelebile che segna il nostro Paese.
La mancata attuazione del Protocollo della Convenzione ONU contro la tortura (che prevede l'istituzione di organismi indipendenti di controllo e monitoraggio) ha tristemente accomunato tutti gli esecutivi succedutesi negli ultimi anni.
Attualmente sono oltre 20 mila i detenuti in eccesso rispetto alla capienza prevista nelle carceri, e la Magistratura di sorveglianza, come se non bastasse, riduce sempre più le misure alternative per le categorie di detenuti che ancora non ne sono esclusi. Misure alternative ed applicazione dell'art.27 della Costituzione da cui si vedono formalmente esclusi, ormai da quasi dieci anni, attraverso cavilli e regolamenti (come ad esempio l'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario), tutti i condannati per reati considerati eversivi o di natura politica e più in generale per i reati di natura associativa (così come concepiti durante la dittatura fascista).

Negli ultimi anni si sono anche moltiplicati i casi di detenuti uccisi nelle carceri, vittime di pestaggi e di violenze.
La stragrande maggioranza dei responsabili di pestaggi ed uccisioni nelle carceri, nelle piazze o nelle caserme, sono sempre rimasti impuniti e coperti dall'omertà, talvolta premiati nella carriera come è accaduto per i fatti del G8 a Genova.
Il problema della repressione e delle uccisioni in carcere, lungi dall'essere un problema personale o di sola in-giustizia è prima di tutto un problema politico su cui tutti sono chiamati a prendere posizione ed a mobilitarsi.

Per queste ragioni crediamo importante una manifestazione come quella del 16 gennaio e chiediamo verità e giustizia per tutte le morti, le percosse, le violenze subite oltre le sbarre.

Chiediamo a viva voce la libertà degli antifascisti arrestati e chiamiamo tutte le realtà organizzate e le soggettività sensibili su questi temi a sostenere l'iniziativa del 16 mattina a Livorno.


Coord.Antifascista Antirazzista Toscano
Osservatorio Sulla Repressione P.R.C.

giovedì 10 dicembre 2009

67° suicidio in carcere dall’inizio dell’anno.


- Nel carcere “San Michele” di Alessandria è stato ritrovato morto Ciro Ruffo, 35 anni, detenuto per reati di criminalità organizzata che aveva da poco iniziato a collaborare con i magistrati.
Ciro Ruffo, proveniente dal carcere di Ariano Irpinio, era arrivato al “San Michele” lunedì sera, quindi poche ore prima di morire.
Sabato scorso aveva chiamato la moglie dicendole: “Devo darti una bella notizia: sono arrivate le carte del trasferimento, le aspettavo da quindici giorni. Da lunedì sono più vicino a te, ci vedremo più spesso”.
La moglie dichiara: “La direttrice mi ha comunicato che lo hanno trovato impiccato, ma non è vero. Ho visto il corpo all’obitorio del cimitero di Alessandria: ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. È stato pestato”.
Dall’inizio dell’anno questo è il terzo suicidio che avviene nella Casa di Reclusione di Alessandria (dove sono ristretti 384 detenuti, per una capienza regolamentare di 263 posti): il 26 aprile scorso si è tolto la vita Franco Fuschi, 63 anni, ex agente segreto, in carcere per traffico di armi, mentre il 17 gennaio è morto Edward Ugwoj Osuagwu, 35 anni, nigeriano coinvolto in vicende di droga.
Ma la morte di Ciro Ruffo presenta alcune strane analogie anche con quella avvenuta lo scorso 17 novembre nel carcere di Palmi (Rc), dove Giovanni Lorusso, 41 anni, è stato ritrovato cadavere con un sacchetto di plastica infilato in testa e riempito di gas: entrambi i detenuti provenivano dal carcere di Ariano Irpino (Av) ed erano appena arrivati in un nuovo istituto. Inoltre, a detta dei parenti, non avevano alcun motivo apparente né avevano mai manifestato l’intenzione di suicidarsi. Infine, entrambi i corpi, restituiti alle famiglie, risultano “segnati” da ferite.

(da repubblica e da ristrettiorizzonti)

venerdì 4 dicembre 2009

Caso Cucchi: chi è il responsabile? Intervista a Luigi Manconi




Da Paesesera
Secondo un'indagine interna del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) non avrebbero colpe i tre agenti carcerari, accusati di omicidio preterintenzionale. Le 73 pagine in cui sono raccolte le dichiarazioni di agenti, medici e dei familiari del giovane sono state consegnate ieri ai pm Francesca Loi e Vincenzo Barba per i quali l'inchiesta non cambia orientamento. "Gli accertamenti - per il capo del Dap Franco Ionta - non hanno rilevato responsabilità della polizia penitenziaria". Sarebbero "innocenti" anche i tre medici del Pertini, indagati dalla procura per omicidio colposo per non aver assicurato le cure adeguate a Cucchi. La Asl "Roma B" ha infatti revocato il provvedimento di trasferimento a loro carico. Incredulo l'avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo: "Questa tragedia ha preso dei toni grotteschi. Mica Stefano sarà morto in sei giorni di vecchiaia?". Il presidente dell'associazione "A Buon diritto" Luigi Manconi ci ha spiegato che, in realtà, l'indagine del Dap non ha voluto interferire con la magistratura in merito all'accertamento delle violenze che il ragazzo avrebbe subito nelle celle del Tribunale. "Dal fascicolo del Dap - rivela Manconi - emerge piuttosto che Cucchi avrebbe ricevuto delle violenze all'interno di una delle caserme dei Carabinieri dove passò la prima notte dopo l'arresto".
Il video qui WebtvPaeseSera

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