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venerdì 30 aprile 2010

FERMO: Collettivo antifascista cacciato dall'ANPI per questo volantino.

Il 25 aprile di quest'anno si presenta denso di significati per gli antifascisti e le antifasciste di questa città. Non si tratta di una semplice ricorrenza, né di una celebrazione che fa riferimento al passato.
L'insegnamento lasciatoci dai vecchi Partigiani/e risulta quanto mai utile ed attuale in questo clima segnato da deriva autoritaria, populismo mediatico, razzismo istituzionale e squadrismo fascista.
Intendiamo perciò festeggiarlo con lo spirito di coloro che sono stati protagonisti della Resistenza prima e della Liberazione dopo, e non di quelli che si sono auto-eletti capi della Resistenza e che in seguito sono stati protagonisti di epurazioni, saccheggi della cosa pubblica o di becere attività clientelari. Ci domandiamo cosa c'entrino con la Liberazione dal Nazifascismo le messe solenni, le associazioni combattentistiche e di reduci, i saluti di un sindaco nostalgico del fascismo come Di Ruscio; ci chiediamo perché l'Anpi della neo provincia di Fermo si ostini a partecipare a retoriche celebrazioni che vedono come co-protagonisti simili individui e associazioni e perché sia di moda proprio in questo momento la difesa della Costituzione, mentre in passato, quando la coppia Berlusconi - D'Alema era in procinto di modificarla sostanzialmente, non si sia alzato nemmeno un dito. Dinanzi al tradimento dei valori della Resistenza da parte di partiti come il PD e difronte all’amnesia storica che sembra aver colpito la maggior parte degli italiani, per noi la Resistenza non è solo memoria, tutt’altro; significa fronteggiare quotidianamente gli attacchi che questo governo repressivo, neoliberista, clericale ed omofobo lancia ai lavoratori e alle lavoratrici tutte, come ai migranti rinchiusi nei Cie, ai precari di questo paese come agli studenti, alle donne e agli omosessuali, etc.
A Fermo, territorio aristocratico e clericale per eccellenza, assistiamo alla presenza/invadenza dei neofascisti di Aries, ai quali il sindaco ha persino concesso uno spazio, alle gang di quartiere che si autoproclamano controllori del territorio; questi schifosi personaggi non sono altro che manifestazioni della progressiva fascistizzazione a cui sta andando incontro la società italiana. Le attuali forze politiche, infatti, hanno eletto a valori fondanti il tessuto sociale la sicurezza, la difesa della razza e della famiglia patriarcale, il lavoro inteso non più come diritto, ma come asservimento ad un padrone; inoltre, gestendo la crisi economica e finanziaria degli ultimi tempi in senso autoritario ed indicando al contempo la popolazione migrante come capro espiatorio, hanno provveduto a ridurre il conflitto sociale a problema di ordine pubblico.
Come si vede si tratta di temi strettamente legati al concetto di “fascismo”. Ma NOI NON CI STIAMO! La nuova resistenza parte da qui, dalla nostra capacità di connettere le lotte sociali dentro percorsi di liberazione condivisi.
Oggi vogliamo “esercitare” la nostra Resistenza civile e il nostro Antifascismo, scegliendo di parlare e di far parlare LE DONNE. Queste, partecipando alla Resistenza con ruoli diversi e con una diversa consapevolezza, hanno tutte avuto come comun denominatore la lotta all'omologazione, all'indolenza, alla passività, al fascismo e alla paura, ma soprattutto ad una storia che non poteva essere solo subita, ma determinata dalla propria volontà...dentro percorsi di liberazione condivisi, appunto.
Per questo abbiamo scelto di festeggiare il 25 Aprile con chi ha raccolto le loro testimonianze e le ha intervistate, contestando l'ipocrita deposizione di una corona o l'utilizzo di uno sbiadito tricolore che evocano piuttosto un uso strumentale di questa importante ricorrenza civile.

“Soltanto a noi che fummo gli unici protagonisti di quei giorni sul colle S. Marco spetta il diritto e il dovere di giudicare, perché noi ci trovammo sul campo di battaglia, faccia a faccia con i tedeschi e non coloro che credono di sapere la verità quando questa è una sola: REAZIONE, MONARCHIA, FASCISMO, queste sono le ragioni egregio signor sindaco...” Ten. Spartaco Perini


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Lettera aperta di un iscritto ANPI "contro le false celebrazioni istituzionali"

Pubblico una lettera tratta dal sito livornese di "Senza Soste" in cui si fotografa molto bene la situazione dell'ANPI, che ormai devia apertamente non tanto dalla retorica della difesa della Resistenza e della Costituzione, quanto dall'offensiva antifascista contro chi della Costituzione e dei diritti sociali (senza i quali quelli politici non valgono nulla, se non a tenere buoni milioni di sprovveduti) ha fato carta straccia.
Diceva Mao che l' "Imperialismo è una tigre carta": anche il neofascismo italiano, che sta assumendo il carattere di un regime bipolare con monopolio esclusivo dell'informazione da parte dei due grandi partiti della borghesia nostrana, è una tigre di carta, forte solamente perché le forze veramente antifasciste sono messe alla berlina da coloro che, a parola, si fanno belli con le parole "resistenza", "costituzione", "democrazia".
Ecco allora che anche a Fermo l'Anpi provinciale ha preso la decisione di espellere dalla sua sede il Collettivo Antifascista di Fermo solamente perché questo dichiarava, giustamente a mio avviso, che l''ANPI stava tradendo i valori della Resistenza con la liturgia delle messi solenni, delle celebrazioni con le associazioni di reduci e combattenti, facendo parlare un rappresentante del neofascismo italiano al potere e spalleggiatore dei gruppi esplicitamente fascisti che infestano il territorio fermano.

Trovo inoltre disagio nei confronti di forze che, in maniera assolutamente antistorica, ci rappresentano la Resistenza come un momento di compattezza della nazione italiana: a parte che la guerra di resistenza fu sia guerra di liberazione, che guerra civile e di classe, una simile lettura patriottarda isola la Resistenza dal continuum storico: cosa fecero cioè molti di coloro che vi parteciparono fino all'8settembre 1943? Erano tutti antifascisti? O non lo furono solo dopo perché si apprestavano, vigliaccamente, ad abbandanare il carro perdente per il grande capitale? E dopo la liberazione, che fecero? Le condanne contro i partigiani e le amnistie scandalose chi le perpetrò nella seconda parte degli anni '40? E le stragi che hanno insanguinato l'Italia, chi ne fu orditore occulto?
Tutte domande che mi spingono a festeggiare la Resistenza da marxista e non in chiave patriottica.

Non mi dilungo oltre.
Vi lascio con una domanda: non ha tradito i valori della Resistenza chi sostiene che un negazionista come Faurisson e un neofascista come il sindaco PDL di Fermo debbano parlare, mentre a persone solidamente antifasciste viene impedito di riunirsi nella sede dell'Anpi?
(Giorgio Raccichini)


da http://www.senzasoste.it/anti-fascismo/lettera-aperta-di-un-iscritto-anpi-contro-le-false-celebrazioni-istituzionali
Pubblichiamo la lettera aperta di un iscritto Anpi livornese che ben fotografa quello che è stato il 25 aprile 2010 in Italia. Un 25 aprile pieno di tensioni e di ipocrisie, pieno di retorica istituzionale ma che non riesce a dare nessuna risposta e nessuna riflessione utile per situazioni presenti, gravi e reali. Ci sono stati momenti di tensione sia a Milano che a Roma (foto e video), raccontati poi dalle televisioni e dai giornali come un intervento dei soliti intolleranti dei centri sociali. Non è stato così, infatti le motivazioni di quelle contestazioni erano ben ancorate a episodi gravi che hanno visto le istituzioni stesse come protagoniste o complici.
A Milano infatti un Consiglio di quartiere aveva dato autorizzazione (anche con i voti del Pd) ad una due giorni di dibattiti e concerti a gruppi neonazisti proprio il 24 e il 25 aprile in un parco milanese. Dopo le proteste e lo scandalo politico sollevato dagli antifascisti, il Consiglio di quartiere ha tolto il patrocinio all'inziativa che tuittavia si svolgerà il 1 e il 2 maggio sempre a Milano nel parco Ramelli. A Roma invece appariva chiara da subito la presenza strumentale di gente come Alemanno o la Polverini ad una simile celebrazione. Entrambi sono legati infatti ad un passato fascista e al legame con gruppi neofascisti che a Roma godono di appoggi e impunità. Basti vedere la presenza della Polverini sulla balaustra della curva laziale in campagna elettorale ed i festeggiementi a braccio teso con i propri camerati del Comitato elettorale . (Vedi foto)
Insomma, in un'Italia sempre più fascista e razzista queste contestazioni hanno portato sulla terra chi, come il Pd e le varie associazioni di combattenti, vive queste celebrazioni come una cerimonia staccata dalla realtà e non come un evento di popolo. A Livorno infatti quando alcuni militanti del  Csa Godzilla e del Collettivo anarchico hanno intonato "Bella Ciao", il sindaco e molti partecipanti se ne sono andati in fretta e furia quasi disturbati da questo fuori programma.
 
red 26 aprile 2010  
 


***

La lettera dell'iscritto all'Anpi

Partendo dall'immensa gratitudine per chi 65 anni fa prese armi e coraggio per combattere il fascismo dobbiamo oggi (2010) rammaricarci per le posizioni che L'Associazione Nazionale Partigiani (alla quale sono iscritto da molti anni) sta portando avanti.
Roma e Milano sono state solo le gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Non possiamo vedere commemorare il 25 aprile da chi faceva il saluto romano (Polverini) o da chi concede spazi pubblici ai gruppi fascisti per le loro ridicole parate.

Purtroppo sempre più spesso l'ANPI preferisce accompagnarsi alle istituzioni piuttosto che ai giovani che quotidianamente si impegnano e lottano contro ogni forma di fascismo, razzismo e discriminazione, d'altro canto, sempre più spesso, vediamo l'associazione "tirata per la giacca" dal PD.
Smuraglia (presidente dell'ANPI) crede di non essere più solo nella battaglia antifascista perchè sindaci , presidente di regione e di province di destra salgono sul palco per un vuoto cerimoniale. Se l'ANPI non è più sola lo deve SOPRATTUTTO agli antifascisti di oggi.
No caro Smuraglia, no cara ANPI, il 25 aprile non è SOLO una festa e non lo può essere nel nostro paese.
Non lo può essere perchè l'eredità della resistenza è stata tradita dalle stesse istituzioni politiche che considerano la lotta quotidiana fascisti/antifascisti come una guerra per bande e che sempre più spesso lasciano immensi spazi pubblici all'avanzare dei fascisti del terzo millennio, che poi ci si appelli al voto lo ritengo addirittura ridicolo.
Gruppi di estrema destra continuano a moltiplicarsi nel nostro paese coperti dalla destra "istituzionale" la quale non disdegna (vedi Salerno) di attaccare la Resistenza appena possibile.
Per tornare all'oggi, l'ANPI doveva scandalizzare non per la contestazione ma per le prese di posizione della CGIL che chiedeva "l'intervento delle forze dell'ordine" contro quei ragazzi che contestavano chi concede agibilità politica ai fascisti, doveva scandalizzarsi per la presenza della Polverini che qualche settimana fa era circondata dai fascisti della curva laziale sempre pronti ad esporre croci celtiche e immagini del duce.
Purtroppo l'ANPI deve decidere, in una società come quella Italiana dove tutto può essere messo in discussione, non si può sempre appoggiarsi alle istituzioni per portare avanti la battaglia antifascista, perchè le istituzioni stesse hanno dimostrato, se governate dalla destra, ma sempre troppo spesso anche dalla sinistra, di essere partecipi del rifiorire di gruppi fascisti.
L'antifascismo è un VALORE che non tutti hanno fatto proprio e credo che ormai spetti alle nuove generazioni il compito di portarlo avanti. Quella generazione di antifascisti era in piazza a Milano e Roma ed è sempre mobilitata, senza riguardo per quelle istituzioni che non si siano dimostrate sinceramente antifasciste.

L'ANPI deve prendere atto di questo evitando di ascoltare gli amici PD per cui il 25 aprile non è altro che una cerimonia a cui si partecipa con il doppiopetto.

Alessandro Giusti
Tesserato ANPI n 087005

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mercoledì 28 aprile 2010

25 aprile Mogliano - lettera al gazzettino


Caro Nello Duprè,
Ho letto, nella rassegna stampa del Comune, il resoconto della celebrazione della Liberazione.
Ebbene, DOMENICA 25 Aprile ero in piazza a MOGLIANO ed ho contestato  il Sindaco ex- compagno, ora camerata.
In piazza non ho visto rappresentanti dei Centri Sociali e la bandiera del “CHE” era solo la mia. La innalzavo con una lunga canna da pesca. Il signor Azzolini (padre) mi ha chiesto che c’entra il “CHE”. Il “CHE” c’entra sempre quando c’è da dimostrare coerenza, abnegazione e fede in alti ideali, tre “valori” del tutto sconosciuti al nostro sindaco, che inoltre ignora la storia: il 25 aprile è del ’45, mentre il 24 maggio è del ’18.
La Resistenza è stata combattuta dai partigiani in maggioranza “rossi”, e te lo dice un figlio di partigiano che, dopo la morte del padre, si è iscritto all’ANPI per tener alto il valore dell’ANTIFASCISMO. Mio padre è stato un partigiano della prima ora (8 settembre ’43), che nell’estate del ’44 è stato catturato mentre tornava a casa dal lavoro, su spiata di un fascista. I Tedeschi l’hanno torturato (2 unghie di una mano gli crescevano più corte), ma fortunatamente ha resistito ed il comandante tedesco, che non si fidava dei fascisti, nel dubbio, invece di fucilarlo l’ha spedito nel campo di concentramento di Chemnitz. Qui, mio padre  si è fatto 10 mesi prima di essere liberato dai Russi. Anni fa è stato insignito della croce al valore.
Ho notato, e mi dispiace ti sia sfuggito, che nel corteo, dietro la banda, c’erano le associazioni d’arma (a proposito ti sembrerà strano, ma io sono un Ufficiale di Marina) e poi in fondo, a chiudere, i partigiani. Ovviamente ho fatto notare al sindaco ed ai presenti che il 25 aprile non è il 24 maggio e nemmeno il 4 novembre.(data in cui si festeggiano le forze armate). A proposito, ti risulta che il nostro sindaco abbia fatto il servizio militare? (sai, è una curiosità)
cordiali saluti,
Orazio Dalla Tor
comunista, figlio di partigiano comunista e che, oltre a “Bella Ciao”, ha cantato anche l’  ”Inno di Mameli”
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mercoledì 21 aprile 2010

Il 25 aprile e la Costituzione tradita

Di: Lucio Garofalo

Il 25 aprile e la Costituzione tradita
In prossimità del 25 aprile mi piacerebbe sollecitare un'ampia riflessione prendendo spunto dal tema della Costituzione, visto che il momento attuale ci consegna un quadro politico di segno neoconsociativo e un clima di feroce ostilità e di seria minaccia per la democrazia italica, da sempre fragile e mutilata, sancita solo sulla Carta Costituzionale.
Personalmente sono convinto che la Costituzione del 1948 non abbia bisogno di lifting o rifacimenti, non debba essere aggiornata o revisionata, e tantomeno abolita, come insinuano i suoi detrattori, ma deve essere semplicemente e finalmente applicata. Solo concretizzando i dettami costituzionali sarà possibile far rinascere il Paese, sarà possibile promuovere un'effettiva emancipazione in senso espansivo e progressista della società in cui viviamo, liberando le straordinarie potenzialità civili e culturali, etiche e spirituali in essa presenti, ma anche le forze produttive imprigionate ed umiliate nell'attuale fase storica di regressione e di imbarbarimento politico, morale e culturale.
Tuttavia, se devo essere sincero, sono piuttosto perplesso e pessimista. In primo luogo perché temo che la nostra bellissima Costituzione sia in qualche misura eversiva e inapplicabile nell'attuale ordinamento economico, politico e sociale, segnato da profonde e insanabili contraddizioni, che si possono eliminare solo abbattendo e superando il sistema capitalistico che le ha generate e che contribuisce a perpetuarle.
In secondo luogo, con il quadro parlamentare e governativo uscito rafforzato dalle recenti elezioni regionali, francamente non riesco a far finta di nulla e non posso non nutrire seri dubbi sulle effettive possibilità di applicare finalmente il dettato costituzionale. Invece, mi pare più facile immaginare e prevedere un'iniziativa per stravolgere il testo costituzionale mediante una sorta di "grande inciucio", ossia un'ampia intesa parlamentare di stampo neoconsociativo sul tema delle cosiddette "riforme costituzionali" (ma sarebbe più corretto definirle "controriforme"), tanto attese e invocate non solo dalla coalizione di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi.
Occorre ricordare la matrice sovversiva e criminale della banda filo-berlusconiana giunta stabilmente al governo, che sta sfasciando le istituzioni, i diritti e le garanzie costituzionali. Il pericolo costituito dal nuovo fascismo, dalle forze che governano l'Italia, è persino più grave del passato, considerando il mix di populismo, razzismo e affarismo sfrenato che ispira il blocco politico e sociale che fa capo al bandito di Arcore.
Dunque, in Italia incombe una vera emergenza democratica. Persino in Parlamento è stata eliminata ogni forma di dissenso e libera opposizione. Tranne forse Di Pietro, resta in campo la finta ed evanescente "opposizione" di D'Alema, Bersani e soci, dietro cui si annida una pratica neoconsociativa. Suggerirei di riflettere su quanto scriveva Antonio Gramsci a proposito del "sovversivismo delle classi dirigenti". Inoltre, 35 anni fa Pasolini aveva preconizzato l'avvento di un nuovo fascismo, a condizione che questo si auto-proclami "democratico" e si ripari sotto le mentite spoglie dell'"antifascismo". Mi pare che ciò rispecchi esattamente il quadro storico in cui si è compiuta la "metamorfosi" della destra neofascista (ex MSI) per accedere al governo del Paese, sdoganata e traghettata verso il PDL dal populismo berlusconiano. Ma la citazione di Pasolini si adatta anche per inquadrare la "metamorfosi" degli eredi del PCI, in primo luogo il PD.
Il sottoscritto si schiera tra quanti sono convinti che non esista alcuna differenza tra PD e PDL, eccetto la "L" in più nella sigla del partito di plastica di Berlusconi. Per il resto conviene stendere un velo pietoso. Non a caso fu coniata la formula "Veltrusconismo" per designare la funzionalità di entrambi (PD e PDL) ad un progetto neogolpista attuato in forme apparentemente soffici e indolori, un disegno di stabilizzazione neocentrista e neoconservatrice che fa capo ai due soggetti "protagonisti e antagonisti" della scena politica nazionale, destinati a governare insieme la fase della "Terza Repubblica".
Tuttavia, al di là di queste note pessimistiche, faccio prevalere ciò che Gramsci definiva "l'ottimismo della volontà". Per cui, non solo in veste di cittadino, ma altresì di insegnante, sono interessato a trasmettere alle nuove generazioni i valori ideali insiti nella Costituzione, di cui bisogna far conoscere ed apprezzare la bellezza poetica. Non a caso, alla stesura del testo costituzionale parteciparono le migliori menti politiche e letterarie dell'epoca: su tutti cito la straordinaria figura di Piero Calamandrei.
La Costituzione è la madre della democrazia italiana, indubbiamente scalcagnata e malandata per varie ragioni storiche e politiche. La Costituzione ne incarna idealmente il ricco patrimonio valoriale, perciò leggerla è il miglior modo per festeggiarla e proporla ai giovani, ed è forse il miglior modo per educare ed ispirare le nuove generazioni.
Pertanto, approfitto per denunciare una grave mistificazione ideologica che si perpetua da anni nel nostro sciagurato Paese. Quella di occultare le origini della democrazia italiana, benché istituita solo sulla carta. E' opportuno ricordare che la Costituzione del 1948 (e, con essa, la democrazia, sebbene solo formale) affonda le sue radici storiche e ideali nella Resistenza contro l'occupazione nazi-fascista imposta durante la seconda guerra mondiale. Dalle ceneri della monarchia sabauda e della dittatura fascista di Mussolini è nata la Costituzione ed è risorta la civiltà democratica del popolo italiano.
Il 25 aprile è senza dubbio una festa partigiana, cioè di parte, e non può essere diversamente. Pretendere che il 25 aprile diventi una "festa di tutti", una sorta di ricorrenza "neutrale", equivale a snaturare e azzerare il valore simbolico e politico di quella che è la Festa per antonomasia della Resistenza partigiana e antifascista. Infatti, il 25 aprile si festeggia, ovvero si dovrebbe rievocare e, in qualche misura, rinnovare la vittoria della Resistenza popolare partigiana contro l'invasione nazista e contro i fascisti che flagellarono l'Italia per un tragico ventennio, conducendo il Paese verso la rovina, costringendo il nostro popolo alla catastrofe della seconda guerra mondiale, in cui intere generazioni di giovani proletari furono sfruttati come carne da macello per arricchire e ingrassare una ristretta minoranza di affaristi, speculatori e guerrafondai senza scrupoli.
Da quella Liberazione nacque la Costituzione del 1948, scritta non tanto con la penna, quanto con il sangue di tante donne e uomini che sacrificarono la propria vita per la libertà delle generazioni successive: donne e uomini chiamati "partigiani" proprio perché schierati e militanti da una parte precisa, contro il fascismo, l'imperialismo e la guerra.
Il carattere apertamente antifascista e partigiano, egualitario, democratico e pluralista, pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all'avanguardia, addirittura rivoluzionario sul piano internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è invisa, temuta e osteggiata nei settori più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è negata e disattesa nella realtà concreta. E' superfluo elencare gli articoli della Costituzione reiteratamente violati e traditi, a cominciare dall'art. 11, in cui emerge lo spirito pacifista e internazionalista della Costituzione del 1948: "l'Italia ripudia la guerra (…)", è l'incipit dell'articolo.
Questa è una preziosa lezione della storia che oggi, in tempi bui, dominati dall'indifferenza, dal fatalismo, dall'apatia e antipatia politica, si tenta di mettere in discussione e addirittura negare alle giovani generazioni. Questo "fatalismo", assai diffuso tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, in quanto induce a pensare che nulla possa cambiare e tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui i miserabili sarebbero impotenti, ma così non è.
In materia di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio Gramsci, "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Questo è il miglior messaggio che si possa trasmettere ai giovani, una sorta di inno che esprime in forma lirica e nel contempo in modo inequivocabile, l'amore per la vita e la libertà, tradotte in termini di partecipazione attiva alle decisioni che riguardano il destino della collettività umana.
Sempre in tema di assenteismo e non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertolt Brecht: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.". Ed io vorrei aggiungere: "delle imprese locali".
Nella circostanza odierna mi preme rilanciare l'idea della Politica in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell'animo umano, che si concretizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali, ovviamente diverse sul versante spirituale e culturale. Inoltre, la Politica dovrebbe essere un mezzo di aggregazione e partecipazione sociale, uno strumento diretto e corale per intervenire concretamente sui processi decisionali che investono l'intera comunità, una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana. Del resto, l'antica etimologia del termine, dal greco "Polis" (città), indica il senso della più nobile attività dell'uomo, denota la somma manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell'essere umano in quanto "animale politico". Tale capacità dell'uomo si es trinseca nella Politica come organizzazione dell'autogoverno della Città.
Il senso originario della Politica si è svuotato ed è degenerato nella più ignobile "professione", nell'esercizio del potere fine a se stesso, riservato agli "addetti ai lavori", ai carrieristi e affaristi della politica. Quella che un tempo era una "nobile arte", la suprema occupazione dell'uomo, oggi è percepita e praticata come mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse territoriali, una squallida carriera per mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico comunale. Un bene che, invece, dovrebbe appartenere a tutti ed essere gestito dalla comunità dei cittadini.
La nuova Resistenza è l'opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere come appannaggio di un'esigua minoranza di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e combattuta con fermezza, perché il soggetto che si organizza in comitato o partito politico, convenzionalmente definito "ceto politico dirigente", non appena conquista il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa del bene comune per occuparsi dei loschi affari della casta, o dei singoli individui. Questo stato di corruzione della politica, che non coincide con un'esperienza di autogoverno dei cittadini, ma risponde agli interessi egoistici e corporativi di una cerchia elitaria e circoscritta, è la causa principale che genera un sentimento di indifferenza e disaffezione dei cittadini verso la politica, cioè il governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi privati di pochi affaristi, nella misura in cui tali vicende sono recepite come estranee agli interessi della gente.
Pertanto, occorre rilanciare l'idea dell'autogestione e dell'autogoverno dei cittadini, sperimentando nelle comunità locali l'idea della politica come rifiuto radicale del potere scisso dalla collettività, come partecipazione diretta della popolazione ai processi decisionali, ai canali di controllo e gestione del bilancio economico comunale.
L'utopia della democrazia diretta non è solo possibile e praticabile localmente, ma è necessaria di fronte all'avvento di un fenomeno autoritario globale che minaccia quel poco di sovranità democratica vigente in alcuni Stati nazionali. I quali sono soppiantati da organismi economici sovranazionali che dirigono le dinamiche dell'economia e dei suoi assetti bancari e finanziari. Questo fenomeno di globo-colonizzazione ha favorito l'ascesa dei gruppi finanziari più forti e delle corporation multinazionali, con danni irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema produttivo, la cui condizione si fa sempre più precaria e ricattabile.
Lucio Garofalo

lunedì 19 aprile 2010

Anpi Roma e Lazio: un luogo per la memoria al'Esquilino


Un luogo per la Memoria all'Esquilino. La Pensione Oltremare
Sit-in per posare un fiore davanti a quella che la prigione dei torturatori fascisti della "Banda Koch"

Roma 25 aprile 2010
Via Principe Amedeo, 2
dalle 13 alle 14.30

Sit-in di ricordo e alla Memoria dei patrioti antifascisti incarcerati e torturati in uno dei luoghi più terribili dl periodo dell’occupazione nazista di Roma 1943-44, in via Principe Amedeo 2 (rione Esquilino), dove fu organizzato un centro di reclusione e di tortura forse ancora più temibile di quello nazista di via Tasso: la pensione Oltremare, sede dell’angusta e fatiscente prigione della cosiddetta “banda Koch”, il Reparto speciale della polizia fascista, così chiamata dal nome del suo capo Pietro Koch.
Incontro organizzato con l’obiettivo comune di non far cadere nell’oblio, nel rifiuto di un riscrittura reviosinista della Storia, uno degli eventi più gravi accaduti nel cuore della nostra città di Roma, medaglia d’oro per la Resistenza.
Recentemente è stata approvata una delibera dal Consiglio del I Municipio, nella quale è stato preso l’impegno a porre una targa ricordo a Memoria.
Nel corso del sit-in verrà deposta una corona di fiori sul marciapiede antistante il civico 2 di via Principe Amedeo.

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venerdì 2 aprile 2010

A.N.P.I. Provinciale di Roma e del Lazio Incontro con Rosario Bentivegna



In attesa della prossima “festa nazionale per la liberazione” che ricorre nella gloriosa data del 25 aprile il circolo ANPI Ostiense (sezione Giorgio Amendola) organizza un incontro sulla “Resistenza romana” con Rosario Bentivegna, l’eroico e decorato partigiano romano, anche autore dell’operazione militare di Via Rasella il 23 marzo 1944.
L’iniziativa è organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con la collaborazione dei Giovani Democratici e dell’associazione culturale Rinascita Democratica.
Intervengono:
- Rosario Bentivegna, presidente onorario A.N.P.I. Roma, Stella d'Oro Garibaldina, Medaglia d'argento al valor militare.
- Jacopo Nassi, presidente della Sezione A.N.P.I. Ostiense
- Emanuele Vaccaro, segretario della Sezione A.N.P.I. Ostiense

Giovedì, 8 aprile alle ore 17.30, presso la sede della Sezione A.N.P.I. Ostiense “Giorgio Amendola” in via del Gazometro, 1.



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mercoledì 31 marzo 2010

La Gelmini cancella la Resistenza. L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna.


Semplicemente non c'è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio»


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giovedì 18 marzo 2010

La lotta contro il berlusconismo e le generazioni che si incontrano


Anche se non piove il governo resta ladro. Da queste parti lo pensano in tanti. Anzi tutti. E non sono pochi. L’anziano militante romano arrivato in piazza del Popolo mostra soddisfatto lo striscione fatto in casa. Un cartello di carta incollato a un manico di scopa. C’è scritto “Pdl = partito dei ladri”. Ecco, il clima oggi è questo. La piazza è anti-tabacco, perché è così piena che anche rispondere al cellulare diventa un’impresa. La cronista che vaga si imbatte in scenette da raccontare. Fotografie particolari di una giornata in cui le opposizioni al governo Berlusconi tornano in piazza. Tutte insieme, senza infilarsi vicendevolmente le dita negli occhi. Ah, sia chiaro che l’Udc non c’è. «Casini in meno», commenta secca una ragazza che a naso non ha particolare simpatia per lo scudocrociato di Casini, Cesa e Buttiglione. C’è da capirla, li ha visti per quindici anni al fianco del Cavaliere e ora che pure fanno opposizione in Parlamento restano comunque al fianco del Cavaliere almeno nella sua Campania. Una coppia di signori di mezz’età dà vita a una scenetta emblematica. Lei vorrebbe accendersi una sigaretta, lui la invita a rispettare i suoi polmoni e soprattutto le migliaia e migliaia di persone che stanno intorno, pressate come sardine. Non è un problema di divieti, è un problema di spazio vitale. Il fratello migrante che vende libri cercando di fendere la folla fa affari. La legalità chiesta a gran voce dalla piazza va a braccetto con la solidarietà. Non era scontato, in un paese dove il governo e la sua maggioranza parlamentare approvano leggi non propriamente progressiste in tema di immigrazione. Tanto che vivere in Italia non da irregolare è un’autentica impresa.
I giovani comunisti hanno allestito un banchetto dove vengono venduti ottimi panini con la porchetta, stand ribattezzato “Fatevi un panino alla Milioni’’. Al secolo Alfredo Milioni, il dirigente del Pdl che non ha consegnato in tempo la lista del partito. Dicono fosse stato sopraffatto dai morsi della fame. Prendiamola per buona. Il resto è storia nota, il governo ha approvato il decreto salva-liste, sarebbe bastato uno studente di legge al terzo anno per dire che sarebbe andata a finire male. Tant’è. La piazza del popolo dà voce alla protesta: “Licenziamoli per giusta causa”. Battuta fulminante contro un governo che vuole lasciare ai padroni totale libertà di licenziamento. Fra i tanti striscioni molti appelli al lavoro che non c’è, alla giustizia. Per dirla in due parole: «Italiani svegliatevi», (striscione che il signor Pino abbraccia come fosse la coppa dei campioni conquistata dalla sua squadra del cuore). Gira anche qualche scritta che recita “Sandro Pertini quanto mi manchi. Napolitano e Vittorio Emanuele III a volte ritornano’’. E poi il cartello giallo con una scritta nera:  “Vendesi Repubblica, rivolgersi a Napolitano”. Tanto basterà per scatenare la prevista bagarre politica intono al capo dello Stato. Il Pd dice non si tocca, l’Udc dice che non va tirato per la giacchetta, il Pdl dice che la sinistra non ha senso delle istituzioni. Non ridere, please. Dal palco risuona una cover dell’immortale Toto Cotugno: “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, sono un italiano, un italiano vero”. Di quelli che non rubano, che fanno ordinatamente la fila, che pagano le tasse, che non votano Di Girolamo. Arriva trafelato Carmine De Angelis, giovane segretario del Pd di Mormanno, provincia di Cosenza. Si è sciroppato settecento chilometri per essere qui, altrettanti ne farà per tornare a casa. Ma ora stretto nell’abbraccio della sua sezione, pardon circolo, e di una piazza intera che sembra cullare i suoi figuranti uno per uno, il segretario democrat De Angelis non nasconde l’emozione: «Siamo qui per difendere una democrazia che è a rischio». Poco distante una ragazzina, ad occhio ancora liceale, fa professione di fede viola. “Resistere, resistere, resistere”. Vale per la Fiorentina, vale anche per quel pezzo d’Italia che ancora crede nella Costituzione repubblicana e nella giustizia sociale.
Alle cinque della sera in piazza del popolo non entra più neppure uno spillo. Ma Berlusconi c’è. Un Silvio di gommapiuma (mai più senza) che se ne frega dei disoccupati e si interessa solo ai suoi processi. La legge è uguale per tutti, ben lo sanno i manifestanti più disinvolti, quelli che hanno lasciato la macchina in sosta vietata. I vigili urbani, implacabili, sanzionano. Il volto severo della legge. Carla, arrivata da Napoli, rincorre un inflessibile tutore del traffico per cercare clemenza, per chiedere una grazia. Tutto inutile. Alla fine dirà che è stata colpa del giorno sbagliato, «manifestare il 13 porta male e anche quel colore viola…». Subito dopo però si fa una risata. La manifestazione è stata molto bella, in piazza del popolo sono tutti contenti. Anche Antonio, marchigiano, che prova a dire alla cronista due o tre cose ma viene sconfitto dal clamore popolare. Una bolgia. Il cartello racconta la storia di fabbriche che licenziano, di operai disoccupati, di scarpe rotte. Eppur bisogna andare. Cosima è di Lariano, per venire qui ha preso la metro. «Quando è troppo è troppo, non si poteva non scendere in piazza». Bambini con i palloncini. Gente del nord, del sud, delle regioni mediane. Il signore con il sigaro ricorda un po’ il Che Guevara. Antonella, torinese e dipietrista, urla: «Ladri, ladri….». Un pensionato sventola il cartello con la scritta “basta”. Ha gli auricolari alle orecchie, anche la terza età ha scoperto l’I-Pod. Generazioni che si incontrano, si guardano, si riconoscono reciprocamente.
Piazza del popolo è gremita. “Sì alle regole no ai trucchi” si legge nei pannelli messi ai lati del palco, sullo sfondo la scritta: “Per la democrazia, la legalità, il lavoro, i diritti”. Tante le bandiere di partito, Pd, Idv, Prc, Pdci, Sel. Molti palloncini galleggiano sulla piazza, da quelli dei Verdi che reggono lo striscione  “Fermiamo il nucleare” a quelli della Cgil. Tutto intorno ci sono i gazebo con su scritto “Emma Bonino presidente”. Tutto quanto fa opposizione. Colori compresi.
Ultimi tre flash di una bella giornata che sa di primavera. Ignazio La Russa diventa Ignazio La Rissa, Berlusconi confessa: “l’unica cosa legale che conosco è l’ora”, infine nota di merito per il disobbediente pappagallo che sfugge alla catena. Sceglie la libertà. Il popolo legalitario per lui chiude volentieri un occhio-
FRIDA NACINOVICH
da Liberazione del 17 Marzo 2010


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lunedì 15 marzo 2010

Solidarietà a Checchino Antonini giornalista di Liberazione

Pubblichiamo l’Appello in favore di Checchino Antonini, giornalista di Liberazione condannato a otto mesi di carcere per un articolo sulle violenze al G8 di Genova. Checchino Antonini è co-autore, assieme a Francesco Barilli e Dario Rossi, di Scuola Diaz: vergogna di Stato, sul quale pende una denuncia per “diffamazione” del questore Fournier, ed è l’autore di una serie di articoli che hanno contribuito in maniera decisiva a svelare la verità sulla morte di Federico Aldrovandi.


Questa condanna ha quindi il suono sinistro e inquietante di un avvertimento: ci sono verità, recenti e lontane, che non devono essere dette.




APPELLO

Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando l’allora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quell’anno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001.

Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà professionale.
La solidarietà con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità e giustizia in quello che, il familiare di una vittima della strage di Brescia, chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà fondamentali sono state violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti noi.

Solidarietà con Piero Sansonetti e Checchino Antonini, giornalisti condannati per aver denunciato gli orrori del G8.
Riapriamo gli spazi per il diritto di cronaca, torniamo a parlare di Genova 2001

PER ADESIONI: liberacronaca@gmail.com

INFO: facebook, solidarietà a checchino antonini

Solidarietà a Checchino Antonini -video dichiarazione-



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lunedì 8 marzo 2010

Siamo molto preoccupati e, per questo, molto incazzati, indignati. E ci ribelliamo.


tratto da Liberazione.it - Siamo molto preoccupati, e, per questo, molto incazzati, indignati. E ci ribelliamo. La democrazia costituzionale, della cui crisi Liberazione ha fornito un paradigma interpretativo di contesto storico, sembra, ormai, svanita nello stato di eccezione permanente. Il decreto “salva liste Pdl” dimostra l’incompatibilità strutturale del berlusconismo con il sistema delle regole. L’impermeabilità alla stessa civiltà politica. Ci troviamo di fronte a un macroscopico abuso di potere della impunità (come ha scritto l’Economist, non Liberazione). Quando il sistema delle regole viene, per i potenti e solo per i potenti, subordinato alla “sostanza” (come ha affermato Schifani, seconda carica dello Stato, mentre Fini, terza carica dello Stato, questa volta ha taciuto), emerge il vero fondamento della politica delle destre: il plebiscitarismo populista che frantuma ogni sistema normativo che si frappone al rapporto fra il capo supremo e il popolo, considerato massa amorfa e inerte. Siamo giunti ad una forma fascistica della irriducibilità del potere alle regole della convivenza civile. E sono fasciste le parole di La Russa, Alemanno, Polverini, la tentazione della piazza per salvare interessi di parte. E’ un punto delicatissimo: le norme elettorali, che governano la formazione della rappresentanza, cioè della sovranità popolare, sono indisponibili per interpretazioni di parte. E’ stato scritto un precedente di gravità assoluta che trasforma la democrazia, nei comportamenti quotidiani, in procedura marginale che può essere relativizzata. Da oggi muta la percezione del rapporto tra cittadinanza e statualità: perché mai una ragazza che si presenta ad un concorso dovrebbe essere esclusa per errori nelle procedure richieste per l’ammissione? A questo livello di illegalità costituzionale occorrerebbe rispondere, se ne avessimo la forza, con il livello della disobbedienza civile organizzata. Occorrerebbe anche aprire una riflessione sui frutti amari a cui ci ha portato l’imposizione del sistema maggioritario con questa crisi devastante del bipolarismo. Spiace che il presidente della Repubblica, massimo garante della legittimità costituzionale, si sia piegato alle minacce fasciste di Berlusconi: la pavidità dei liberali e la sottovalutazione degli sfregi allo stato di diritto sono state, nella storia, spesso molto perniciose. Questo abuso di potere non è altra cosa rispetto all’emergenzialismo che nutre ogni atto della politica del governo: dalla scelta nucleare, alla privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni, dalle leggi razziali alla concezione del “fare” come espressione della gerarchia aziendale che si vuole imporre al vertice del Paese. E’ il medesimo assolutismo padronale che, di fatto, abroga l’art. 1 della Costituzione, il lavoro come fondativo della democrazia repubblicana, attuato attraverso la norma approvata dalla maggioranza in Parlamento che calpesta processo del lavoro, statuto dei diritti dei lavoratori, leggi e contratti collettivi. Siamo solidali con Ferrero e Fantozzi che sono, per questo, in sciopero della fame, lotta per la democrazia, per le libertà e lotte sociali sono, nell’attuale grave contesto, più che mai indivisibili.
Giovanni Russo Spena
in data:

06/03/2010


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martedì 23 febbraio 2010

Afghanistan, “errore” Nato: civili scambiati per ribelli, 33 morti per un attacco aereo

tratto da liberazione.it La Nato ha ucciso, con un attacco aereo nel sud dell'Afghanistan, 33 civili scambiandoli per per ribelli. L'ennesimo massacro di innocenti, che in gergo militare vengono definiti “danni collaterali” è stato reso noto dal governo afghano, che ha condannato l'episodio, avvenuto vicino ai confini delle province di Uruzgan e Dai Kondi, definendolo "ingiustificabile". Il bilancio di ieri è il più alto, dal punto di vista delle morti civili, degli ultimi mesi. Il nuovo massacro non è avvenuto all'interno dell'Operazione Mushtarak, la più imponente offensiva delle forze Nato volta a liberare la provincia meridionale di Helmand dalla presenza dei talebani. Questo episodio, però, potrebbe complicare gli sforzi del governo e della Nato per garantirsi l'appoggio della popolazione locale, prima del graduale ritiro delle truppe Usa previsto per il 2011. «Secondo le prime stime la Nato ha aperto il fuoco ieri contro un convoglio di tre veicoli...uccidendo almeno 33 civili, tra i quali quattro donne e un bambino, e ferendone altri 12», si legge in un comunicato diffuso dal governo. Le morti civili hanno rappresentato il principale motivo di frizione tra il governo afghano e le forze straniere, che hanno lanciato due imponenti offensive negli ultimi otto mesi nel tentativo di respingere la sempre crescente insorgenza dei ribelli talebani. 

L'Isaf, missione di supporto al governo dell'Afghanistan guidata dalla Nato, ha fatto sapere che i civili sono stati uccisi quando si sono avvicinati ad un'unità delle forze Nato e afghane nella provincia di Uruzgan, ma non ha specificato il numero delle vittime, confermando comunque l'apertura di un'inchiesta. Da parte della Nato le solite parole: «Siamo profondamente dispiaciuti per la tragica morte di persone innocenti», ha commentato, tramite un comunicato Isaf, il generale Stanley McChrystal, capo delle forze straniere in Afghanistan. «Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione».


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martedì 16 febbraio 2010

Il nuovo sito di Liberazione.it - quotidiano comunista

Liberazione è On LINE. Nuova versione. Nuova Grafica. Contenuti freschi. Un vero quotidiano on line: Finalmente!

Da tempo si era prospettata l'idea di svoltare con la "vecchia" liberazione online e adesso credo ci possiamo dire soddisfatti. E' comunque una svolta decisiva che fa del vecchio sito di liberazione un sito dinamico e piacevole.

La "redazione" de Il Comunista Quotidiano fa gli auguri di cuore alla nuova vita di Liberazione.it


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domenica 14 febbraio 2010

Alessandro Vaia, una lezione che non muore


 di Fausto Sorini, su Liberazione del 14 gennaio 2010
Tremila battute sono poche per ricordare Alessandro Vaia nel 19° anniversario della sua morte (12 febbraio 1991). Ma probabilmente lui apprezzerebbe questa “costrizione” alla sinteticità e si opporrebbe ad ogni dilatazione di spazi: lui che detestava ogni vacua prolissità.

Fu una grande scuola, di militanza e di vita, per un bel gruppo di quadri che erano poco più che trentenni negli anni '80; che si formarono nella lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI, organizzati soprattutto attorno alla rivista Interstampa, di cui egli fu uno dei fondatori e la cui funzione di lotta e formazione considerò sempre centrale, anche rispetto a talune ambiguità della direzione cossuttiana che poi, negli ultimi anni, si sono manifestate in tutto il loro liquidazionismo.

Oggi quei quadri (molti di essi) rivestono ruoli di direzione nel PRC e nel PdCI, e in buona parte sembrano non aver smarrito l'essenza politica e ideologica di quella formazione leninista e gramsciana che – per Vaia – era l'opposto di ogni settarismo o scolastica ripetizione di formule fuori dal tempo e dallo spazio, ma anche di ogni opportunistico e pragmatico ripiegamento adattativo allo “spirito dei tempi”, privo di basi strategiche, ideologiche e di integrazione col movimento comunista nella sua dimensione internazionale (o, peggio, di ogni patetico carrierismo fine a se stesso).

Non tutti sanno chi era Vaia, e ancor più in tempi di revisionismo imperante, vale la pena di leggere e rileggere il suo libro Da galeotto a generale, edito da Teti, con prefazione di Luigi Longo..

Nato a Milano nel 1907, si iscrive al PCd'I nel '25 e l'anno dopo entra in clandestinità. Arrestato nel '28, resta in carcere per 5 anni, poi emigra in Francia. Nel '35 è alla scuola leninista di Mosca, politica e militare. Da lì, nel '37, viene inviato a combattere nelle Brigate internazionali in Spagna, dove – sotto la direzione di Luigi Longo – diventa Generale della 12° Brigata Garibaldi, che verrà solennemente definita “la migliore unità della 45° Divisione”. Sconfitta la Repubblica spagnola, dopo 4 anni di campo di concentramento e di carcere duro riesce a fuggire e rientra in Italia nel '44. Nel marzo '45 sarà a Milano come Commissario di guerra del Comando Piazza, dove dirigerà l'insurrezione del 25 aprile.

Dirigente del PCI, membro del CC, subirà dopo il '56 – in nome del “rinnovamento” - l'epurazione  della guardia partigiana vicina a Pietro Secchia: operazione che a Milano verrà condotta, congiuntamente, da Rossana Rossanda e Armando Cossutta, su direttiva di Togliatti. E fino alla sua morte, avvenuta nei giorni della nascita del PRC, parteciperà da protagonista di primo piano alla lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI: con la fondazione della Editrice Aurora (1978), della rivista Interstampa (1981) e, successivamente, del Centro culturale Concetto Marchesi.

Sicuramente Brecht lo avrebbe collocato tra gli “imprescindibili”, quelli che lottano per tutta una vita. Insieme lo ricordiamo, con indelebile commozione, coi figli Franco e Vladimiro, e con la sua compagna Stellina, che fu il grande amore della sua vita. Ancora parleremo di lui, perchè tante cose da lui abbiamo ancora da imparare.



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domenica 29 novembre 2009

Liberazione. Intervista a Paolo Ferrero: "Uniti e autonomi dal PD per una vera alternativa"


da Liberazione del 29 novembre 2009 - Il 5 dicembre inizia il cammino della Federazione: rovesciare la coazione a dividersi e rimettere al centro il conflitto sociale


Dino Greco
Cosimo Rossi

Due coordinate luminescenti: “Invertire la coazione a ripetere le divisioni, rottamando il circuito che per 15 anni ha macinato la sinistra fino a provocarne la completa inattendibilità, e riposizionare esplicitamente il proprio baricentro nel conflitto sociale, che è un punto di riferimento decisivo”. Per Paolo Ferrero è attraverso questi due assi che dal prossimo sabato mattina deve incamminarsi la Federazione della sinistra, in quanto “principale bacino di coltura” attraverso cui dare consistenza a quella “massa critica” intesa a “mettere insieme tutti quanti sono disponibili a realizzare una sinistra autonoma, indipendente e strategicamente alternativa rispetto al Pd”.
E in quest’ottica il segretario del Prc considera “estremamente positiva” la partecipazione nel pomeriggio al No B day in cui si produco “spazi virtuali e forme di aggregazione che costruiscono coscienza”. Ovvero “lo spazio pubblico” di opposizione alla destra che è anche spazio abito da frammenti di progetto di alternativa.

D. Il “No B day” del prossimo sabato pomeriggio, può intendersi come una sorta di corollario, e insieme di verifica di piazza, dell’avvio del processo di Federazione della Sinistra e della sua sfida alla sinistra moderata del Pd?
R. Silvio Berlusconi è tendenzialmente un fascista, in quanto ha una concezione fascista del potere. Contro questo atteggiamento occorre realizzare una grande mobilitazione democratica. Per questo il 5 dicembre siamo in piazza con il No B day. E in questo senso sbaglia il Pd a non cogliere l’opportunità e la necessità di questa battaglia diretta nei confronti di Berlusconi in persona, per ciò che egli incarna simbolicamente. Così come, allo stesso tempo, bisogna far crescere i conflitti sociali sui punti di fondo, dalle questioni del lavoro in avanti, in quanto la forza del premier è quella di riuscire puntualmente a cambiare il terreno di discussione e far discutere di sé anziché dei problemi del paese. Invece dovrebbe rispondere riguardo ai problemi del paese rispetto ai quali non è in grado di produrre nessuna soluzione.

D. D’altra parte Berlusconi preferisce delineare scenari da “guerra civile”, che sarebbe frutto del complotto della magistratura insieme a parte dei suoi stessi alleati. In quest’ottica pensi che la minaccia di elezioni anticipate sia concreta o solo virtuale?
R. Francamente penso che si tratti più che altro di una minaccia. Non mi sembra che Berlusconi abbia veramente la forza per realizzare una tale spallata: non è d'accordo LA Lega che vuole finire l'iter dei decreti sul federalismo fiscale, non è schierata in quest’ottica la grande stampa e nemmeno Confindustria. Senza contare che sciogliere le camere è comunque una prerogativa del capo dello stato. Penso però che Berlusconi possa andare alle elezioni nel caso in cui si trovi davvero con le spalle al muro: per rivincerle e avere una maggioranza tale da mettere mano a ogni cosa, Costituzione compresa. Di conseguenza No B day e ripresa delle lotte sociali sono tutti interventi per arginare il tentativo berlusconiano di far saltare il banco e arrivare alle elezioni, così da poter poi cambiare la Costituzione col pugno di ferro, liquidare gli avversari e normalizzare gli alleati…

D. E nell’eventualità in cui il cavaliere provocasse le elezioni, le forze di opposizione, nelle loro differenti articolazioni, in che modo dovrebbero comportarsi per contrastare il disegno berlusconiano?
R. Sulla base del rischio di una torsione autoritaria connaturata al tentativo berlusconiano, noi sosteniamo anche l’esigenza di un accordo democratico tra tutte le forze di opposizione fondato sulla difesa della Costituzione: un accordo che permetta di battere Berlusconi e di modificare la legge elettorale, nel senso di un superamento del bipolarismo con una legge elettorale alla tedesca di matrice proporzionale.

D. Il No B day è nato soprattutto attraverso il tam tam sul web a cui ha aderito la Federazione della Sinistra e l'Idv. Ad oggi si profila giorno dopo giorno come una grande manifestazione. Rifondazione come pensa di capitalizzare la relazione con questo universo di forze in gran parte nuove e giovanili?
R. Secondo me intanto va segnato punto estremamente positivo: cioè il fatto che come Federazione di sinistra abbiamo avuto la prontezza e l’intelligenza di riconoscere questo protagonismo del popolo della rete e di aderire immediatamente alla manifestazione senz’altra pretesa. Le altre forze che hanno aderito, e non senza polemiche, lo han fatto tutte 10, 15 giorni dopo. Sono dunque molto felice di questa prontezza del partito nel mettersi subito in relazione con un fenomeno nato al di fuori di esso. Questa volta siamo arrivati in tempo e in forze all’appuntamento.

D. Di qui, come proseguire?
R. Penso che intanto ci sia il tema relativo a come si sta dentro la rete, producendo spazi virtuali e forme di aggregazione che costruiscano coscienza. Oggi, inoltre, nessuno è più in grado di fare da catalizzatore dell'opposizione in quanto tale: il che significa che dobbiamo concepire e realizzare sempre di più l’opposizione come una rete di relazioni tra soggetti politici e sociali, associazioni, aggregazioni spontanee. E' questa una evoluzione che dobbiamo avere della nozione di internità ai movimenti che abbiamo attuato a Genova.

D. Luigi De Magistris, intervistato da Liberazione, definisce il Prc come fondamentale per la costruzione di un’alternativa al berlusconismo. Pensi che da parte dell’Idv ci sia un effettivo accostamento ai temi sociali?
R. Nella semplificazione dello scontro del basso contro l’alto, che caratterizza la situazione italiana, l’Idv tende a coprire qualsiasi cosa si muova dal basso. In questo senso abbiamo oggettive convergenze o se volete una concorrenza sullo stesso terreno. Detto questo la cultura, le pratiche politiche e gli obiettivi dell’Idv sono molto differenti dai nostri: si presenta come forma di populismo di sinistra, a differenza di quello di destra proprio di Berlusconi. La possibile convergenza sulla pratica non toglie quindi una prospettiva strategica completamente diversa.

D. Pensi che quello dell’Idv verso le tematiche sociali sia uno spostamento strutturale?
R. Questo lo vedremo. Perché quando Di Pietro è stato al governo con Prodi ha rappresentato la destra: dalle questioni ambientali, a quelle del lavoro, ai diritti civili e il boicottaggio della commissione di inchiesta sul G8 di Genova. In Europa, poi, stanno nel gruppo liberal-democratico, che è a destra della Cdu. Al momento non è una collocazione stabile. Ma di sicuro oggi stanno facendo l’opposizione con caratteristiche diverse. Quindi noi ci troviamo con elementi di convergenza e, laddove si può, sono per fare le cose insieme, perché penso che questa opposizione vada rafforzata.

D. Questo mentre il Pd al momento si distingue per un immobilismo quasi supino…
R. Sì, ad oggi indubbiamente è così. Il profilo politico del Pd sui nodi di fondo continua ad essere completamente irrisolto e non ha una iniziativa tale da mettere in difficoltà l’azione del governo di destra.

D. Il governo risulta assolutamente incapace di contrastare gli effetti della crisi, reagendo anzi in modo repressivo. D’altra parte, il problema dell’unificazione delle lotte continua a non trovare risposta adeguata. Avendo più volte sostenuto che una svolta politica è davvero possibile solo marciando sul solco e al fianco dei movimenti sociali, cosa pensi di questo deficit di unità della lotte?
R. A me pare che ci sia un deficit su due piani. Uno è quello sindacale. La Cgil pur avendo fato alcune cose buone non ha una pratica neanche lontanamente prossima alla necessità. Per cui hai la gente colpita che è furibonda, mentre quelli che non sono immediatamente colpiti formano solo opinione pubblica. Una situazione così chiede la costruzione di un movimento politico di massa. Chiede cioè l’attivazione di un tessuto militante quotidiano, città per città, territorio per territorio, che determini una condizione diversa nell’agenda sociale delle persone, nella loro quotidianità e nella loro vita.

D. Tuttavia non ti pare evidente l’affanno della Cgil riguardo alla definizione e l’attuazione di una piattaforma unitaria?
R. La piattaforma ci sarebbe. Ma, per questioni di malriposto rispetto verso il potere e di relazioni politiche, non si produce una connessione tra quella piattaforma e l’azione concreta.

D. Perché? Per una sorta di deferenza verso il centrosinistra politico?
R. No, più precisamente per relazioni con Confindustria e per relazioni col Pd. Perché a Corso d’Italia pensano che il governo sia il nemico e che quindi gli alleati siano la Confindustria e il Pd. Quindi Epifani parla come un commentatore politico, in tv o sui giornali, ma non c’è una consequenzialità nell’azione politica. A questo si aggiunge il problema politico: mi sembra cioè che tra Pd e Pdl siamo al bon ton: anziché porsi di fronte al fatto che c’è un governo di destra che realizza una politica classista, siamo appunto al duello in punta di fioretto. Quindi non c’è l’opposizione politica. E quella di Di Pietro è un’opposizione urlata, non ha un impianto di ragionamento alternativo. Ciò rende tutto complicato, in quanto fa sì che le lotte tendano a rimanere separate, venendo a mancare un orizzonte sia di lotta che di prospettiva. Ed è qui che entriamo in ballo noi.

D. E in che modo?
R. Innestando sul disagio generato dalla crisi e sul lavoro sociale anche una massa critica sul piano politico: una massa critica che renda credibile un progetto di alternativa e di rovesciamento del liberismo, ma anche le parole d’ordine di lotta che permettano di unificare le forze e incidere nell’organizzazione del conflitto. La Federazione della sinistra è il bacino di coltura questa massa critica.

D. Cioè?
R: La federazione è l’idea di mettere insieme tutti quanti sono disponibili a realizzare una sinistra autonoma, indipendente e strategicamente alternativa rispetto al Pd, cioè alla sinistra moderata e social liberista: nella consapevolezza che non solo il liberismo è fallimentare e dispotico ma anche che la socialdemocrazia è defunta. Si tratta perciò del tentativo rottamare una volta per tutte l’automatismo che per 15 anni ha macinato ininterrottamente la sinistra fino a provocarne l’assoluta inattendibilità. In altre parole, la Federazione secondo me si sviluppa lungo due assi, che esplicitano due precise intenzioni: e cioè farla finita una volta per tutte con la coazione a ripetere divisioni successive fino a quella dell’atomo e riposizionare chiaramente il proprio baricentro nel conflitto di classe, che è un punto decisivo ed è ora di smettere di sminuirlo. Vogliamo provare a realizzare la Federazione attraverso queste due coordinate.

D. In questo senso è plausibile anche riannodare il rapporto con la sinistra diffusa, dei comitati, nonché con l’astensionismo cresciuto nell’ultimo decennio anche come atteggiamento punitivo verso le sinistre?
R. Ovviamente si. Il progetto della Federazione nasce da quattro forze che lo hanno promosso ma non è per nulla chiuso a queste quattro forze. I promotori vogliono essere coloro che rendono possibile un processo, che lo promuovono, con l’obiettivo di allargare con la logica del figliol prodigo.

D. Con quali regole?
R. Un meccanismo molto banale: nessuna forza può avere più del 50 per cento e ogni decisione deve essere assunta a maggioranza di due terzi. Appunto perché l’idea è quella di lavorare ad allargare. Sabato parte il percorso costituente attraverso cui ci si potrà tesserare alla federazione, oppure ai partiti, o potranno aderire gruppi o associazioni in quanto tali: per arrivare allo svolgimento di un congresso costitutivo nel 2010 in cui varrà il principio “una testa un voto”.

D. Col che il Prc, come un singolo movimento o collettivo, continueranno tutti a vivere delle proprie libere elaborazioni e legittime aspirazioni al di là di quanto realizzeranno nel territorio comune della federazione.
R. Ovviamente, come abbiamo detto a Chianciano Rifondazione vive per l'oggi e per il domani. La questione a me pare abbastanza semplice. E’ evidente, per esempio che la federazione dovrà assolvere al ruolo istituzionale, che ci si propone di andare insieme alle elezioni. Questo esalta il ruolo del nostro partito che avrà molto più da fare sul piano delle relazioni sociali e della costruzione di cultura politica adeguata alla prospettiva della rifondazione comunista. La Federazione E’ la costruzione di uno spazio pubblico di dibattito e azione politica: tu non è che ti dilegui nello spazio pubblico, lo abiti.

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