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giovedì 15 aprile 2010

L'omofobia del cardinale

Ma allora dovremmo non chiamare pedofilo un qualunque maschio dedito a stuprare ragazzine minorenni, dato che la pedofilia è legata a quell'altra "perversione" che è l'omosessualità? Il card. Bertone, che afferma questa ennesima castroneria, lo fa evidentemente in nome di quella "antropologia biblica" a cui spesso alludono i gerarchi cattolici, non sospettando nemmeno lontanamente che essa ha più o meno l'attendibilità della cosmologia contenuta nello stesso testo sacro e abbandonata anche dai più reazionari astronomi pontifici.
Del resto l'antropologia biblica non fornisce molti lumi su che cosa si debba definire in assoluto pedofilia: al catechismo ci hanno insegnato che la vergine Maria andò sposa a Giuseppe intorno ai tredici anni, era quello l'uso della società e dell'epoca, e le sue coetanee che si sposavano a quell'età non erano tutte benedette dallo Spirito Santo, concepivano e partorivano in modi meno soprannaturali. Forse non solo come "padre putativo", ma soprattutto perché non era omosessuale, anche oggi San Giuseppe sfuggirebbe all'accusa di essere pedofilo, vescovi e papi non lo denuncerebbero alle autorità civili, come del resto hanno continuato a fare per tanti anni conformemente ad autorevoli indicazioni del Santo Uffizio, anche ratzingeriano. Che anche l'età in cui si è ritenuti capaci di liberi rapporti sessuali sia un affare di cultura più che di natura non scandalizza nessuno, tranne coloro che continuano a credere che ci sia una "legge naturale" di cui sarebbero detentori il papa e i vescovi e che li autorizzerebbe a decidere in nome di Dio sull'aborto, la fecondazione assistita, l'eutanasia, il divorzio e magari su tutto ciò che le costituzioni moderne affidano alle leggi democraticamente scelte dai cittadini. Noi possiamo condannare la pedofilia perché viola una legge dello stato, se uno non riesce a resistere a pulsioni pedofile deve cercare di controllarsi, anche con l'aiuto della medicina, più o meno come chi sia compulsivamente esibizionista, o sadico, cleptomane ecc. Non sappiamo se in queste tendenze ci sia qualcosa di "naturalmente" deprecabile, salvo quando, come nel caso della pedofilia, implichino violenza sugli altri; e i bambini, come non fanno contratti e non votano, così non sono considerati capaci di scegliere liberamente se, come e con chi fare sesso. Chi li costringe a farlo fa loro violenza, anche se possiamo capire che non si senta un mostro il vecchio curato o il vecchio maestro che accarezza una giovane parrocchiana o un giovinetto suo discepolo. Se l'una o l'altro non hanno ancora l'età può anche non essere peccato, ma è un reato, e come tale va perseguito (con tutte le eventuali attenuanti del caso: professor Socrate, quanti anni ha il suo Alcibiade?).
Dunque, a parte le ubbie omofobe del card. Bertone e di tanti suoi confratelli (evidentemente l'omosessualità resta il vero nemico, perché è una cosa seria, ormai nessuno la considera una "malattia"; e anche perché se la trovano continuamente per casa), potremmo persino dar ragione a vescovi e papi quando cercano di risolvere la cosa "in famiglia", proprio come accade quando un genitore scopre che il figlio, o la figlia, è stato molestato dallo zio, spesso senza riportarne quei terribili traumi denunciati dagli avvocati americani per ottenere i risarcimenti che hanno mandato in rovina tante diocesi. E, diciamolo a rischio di essere fraintesi o anche maledetti, quanta della violenza connessa alla pedofilia dipende dallo stigma sociale che l'ha da ultimo sempre più duramente colpita? Il pedofilo che abusa del bambino nel bosco forse non lo ucciderebbe se non temesse di essere denunciato alla nonna e poi proposto da Calderoli per la castrazione chimica. Creare mostri non è mai servito a nulla. Sto chiedendo di premiarlo, invece? Certo che no. Solo, enunciando pensieri che vengono in mente anche a chi, senza essere pedofilo (con tutto il rispetto per il loro problema) è sanamente omosessuale; pensieri su cui tanti, preti, vescovi e no, forse farebbero bene a riflettere.



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Torino, 24 aprile 2010 - Manifestazione Nazionale "nessun patto sulle nostre vite"

Siamo donne e uomini di diverse realtà del movimento torinese che si sono ritrovate in seguito alla sottoscrizione del neopresidente alla Regione Piemonte Roberto Cota del cosiddetto “Patto per la vita e per la famiglia” e alle dichiarazioni da lui rilasciate immediatamente dopo le elezioni in merito alla pillola Ru486, all'aborto e al Pride.
Abbiamo deciso di incontrarci e unirci in assemblea per iniziare un percorso di mobilitazione e controinformazione, per dare una prima risposta politica immediata a Cota e al suo famigerato patto Lega - Vaticano.

Saremo in Piazza Castello a Torino sabato 24 aprile alle ore 15.30, ad un mese esatto dalla sottoscrizione del patto, per una manifestazione il più partecipata possibile.

Reagiamo a Cota punto per punto e proponiamo il nostro patto per le nostre vite!

Noi donne e uomini sottoscriviamo un patto per le nostre vite fondato sull'autodeterminazione e la libertà di scelta.
Vogliamo essere liber* di decidere come nascere, vivere e morire.
Vogliamo poter scegliere come costruire e gestire i nostri rapporti, le nostre relazioni, la nostra sessualità.

Se per Cota l'aborto è un crimine e la pillola Ru486 una banalizzazione perchè le donne devono sempre e in ogni caso soffrire, noi vogliamo che ogni donna possa decidere se e quando diventare madre e avere il diritto di essere assistita in strutture pubbliche e gratuite.
Rigettiamo qualsiasi ipotesi di presenza del Movimento per la vita, nei consultori, negli ospedali, nelle scuole.

Se per Cota la vita da tutelare è solo quella dell'embrione, noi invece pensiamo a tutte quelle vite non tutelate e lasciate sole, costrette ad affrontare la loro quotidianità senza reddito, lavoro, casa, diritti, servizi.
Pretendiamo di poter scegliere sui nostri corpi anche alla fine della nostra vita, senza accanimenti e strumentalizzazioni.

Se per Cota esiste solo la famiglia monogamica, eterosessuale e fondata sul matrimonio cattolico, noi consideriamo una ricchezza la pluralità di modi differenti di vivere e di amarsi.
Vogliamo vivere liberamente la nostra sessualità!

Se per Cota e la Lega i migranti sono solo criminali, prostitute, badanti o schiavi, per noi sono donne e uomini che come noi aspirano e hanno diritto ad un'esistenza migliore.
Respingiamo ogni forma di discriminazione volta a criminalizzare le/i migranti.

Contro un patto per la vita che ha sapore di morte!
Sabato 24 aprile ore 15.30
manifestazione in Piazza Castello a Torino


Assemblea “Nessun patto sulle nostre vite”
per adesioni e contatti: nessunpattosullenostrevite@gmail.com

da:Rete nazionale femminista


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sabato 9 gennaio 2010

Dal cattolicissimo Portogallo, il Sì ai Matrimoni gay



(ANSA) LISBONA - Il cattolicissimo Portogallo attualmente a guida socialista ha compiuto il primo passo per legalizzare i matrimoni gay, come già avvenuto sotto varie forme in diversi altri paesi europei. Col dichiarato intento di compensare la comunità omosessuale per i "decenni di ingiustizie" patite, il parlamento portoghese ha approvato in prima lettura una legge in loro favore ma ha respinto un'apertura sulle adozioni di bambini da parte di coppie dello stesso sesso.
Il disegno di legge dell'esecutivo è stato perorato in aula dal premier, il socialista José Socrates, ed è stato poi approvato coi voti di tutti i partiti della maggioranza di sinistra nonostante i 'no' delle formazioni di destra. Socrates ha spiegato di voler "porre rimedio a decenni d'ingiustizie perpetrate ai danni degli omosessuali": e a questo proposito il premier ha ricordato che "fino al 1982", quindi ancora ben dopo la fine della cinquantennale dittatura militare terminata nel 1974, "il Portogallo viveva nella situazione assurda e ributtante di considerare l'omosessualità un reato perseguito per legge".
In Portogallo una legge riconosce dal 2001 le unioni di fatto, indipendentemente dal loro sesso. E sebbene la strada pare segnata, a Lisbona ci vorranno però altri tre passaggi istituzionali prima che il Portogallo entri nel novero dei paesi che sotto varie forme riconoscono i matrimoni gay e lesbici (fra gli altri, in diversa misura, Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia, la confinante e cattolicissima Spagna, ma anche Canada e alcuni Stati degli Usa). Il testo infatti deve essere sottoposto ancora ad un vaglio in commissione, ad un voto definitivo del parlamento e alla sofferta promulgazione da parte del capo dello Stato, il cattolico ed esponente di destra Anibal Cavaco Silva.
Questo primo sì del parlamento era un atto dovuto visto che la legalizzazione del matrimonio omosessuale era inserita nel programma elettorale del partito socialista, vincitore delle legislative del settembre scorso. Senza appoggio del partito erano invece le proposte avanzate dall'estrema sinistra e dai Verdi in favore delle adozioni da parte di coppie gay ma bocciate oggi dall'assemblea. Si tratta di una "questione differente" rispetto al matrimonio, ha sottolineato Socrates nel respingerle: "l'adozione non è un diritto della coppia, è un diritto del bambino". Il voto odierno è stato comunque accolto con urla di gioia da diverse decine di omosessuali radunatisi sulla piazza del parlamento stappando bottiglie di spumante e affettando una torta nuziale.

sabato 19 dicembre 2009

Slovenia, via libera ai matrimoni tra gay


 

Approvato dal governo il nuovo diritto di famiglia

Omosessuali e lesbiche potranno anche adottare bambini. Dura la reazione della Chiesa che ha bocciato il disegno di legge del governo di centrosinistra guidato da Borut Pahor. L’opposizione sta già pensando a indire un referendum abrogativo della legge se questa venisse approvata dal Parlamento
di Mauro Manzin
TRIESTE Il governo sloveno ha sottoposto al Parlamento un nuovo disegno di legge sulla famiglia che tra l'altro definisce quale "unione familiare" le convivenze registrate di coppie omosessuali riconoscendo loro anche il diritto all'adozione dei bambini.

"Non intendiamo creare nuove forme di famiglia, ma riconoscere quello che nella realtà già esiste e la famiglia tradizionale godrà anche in futuro del pieno appoggio e della protezione dello Stato", ha dichiarato il ministro della famiglia e della previdenza sociale Ivan Svetlik.

La proposta di legge è stata accolta dopo un lungo dibattito pubblico, gode dell'appoggio dell'intero governo che intende difenderlo nonostante il netto dissenso espresso dall'opposizione di centro-destra e della Chiesa cattolica che hanno annunciato, nel caso venisse approvato, iniziative referendarie per la sua abrogazione.

Secondo Svetlik un terzo delle unioni in Slovenia sono 'atipiche', ovvero forme di famiglia non tradizionali e tutte verranno equiparate alla famiglia tradizionale. L'obbligo di riconoscere alle coppie gay e lesbiche la definizione di 'unione familiare' e il diritto di adozione deriva dalla decisione, secondo Svetlik, della Corte costituzionale che ha definito discriminatoria l'attuale legge sulle coppie omosessuali. Il ministro fa riferimento anche alla legislazione europea e sulle sentenze applicate da diversi tribunali in Slovenia. "Vogliamo semplicemente rendere legale la nuova prasi che negli ultimi 35 anni è sorta nelle famiglie slovene - precisa ancora il ministro - con la nascita di gruppi famigliari atipici che hanno raggiunto la ragguardevole cifra di un terzo delle unioni famigliari".

Pronta e dura la reazione della Chiesa che ha nettamente bocciato il disegno di legge approvato dal governo di centrosinistra guidato da Borut Pahor. Pesanti anche le reazioni dell’opposizione che sta già pensando a indire un referendum abrogativo della legge se questa venisse approvata (si parla della prossima primavera) dal Parlamento. Infatti, in questo caso non occorrerebbe raccogliere le 40mila firme previste per la consultazione popolare. Basterebbe la firma di dieci parlamentari e la maggioranza semplice in Parlamento, oppure la firma di 30 deputati senza alcun passaggio parlamentare.

"Sono rattristato - commenta il deputato del Partito democratico dell’ex premier Jansa (centrodestra), France Cukjati - che di fronte a un argomento così delicato il governo si ostina ad andare contro quello che è il consenso sociale e antepone il diritto delle coppie omosessuali al diritto dei bambini. In Parlamento - conclude - presenteremo molti emendamenti, ma se ciò non basterà allora daremo battaglia con il referendum".
(18 dicembre 2009)

lunedì 30 novembre 2009

Anagni: Luxuria risponde al sindaco Noto

L'antefatto:
CarloNoto
Il sindaco di Anagni Carlo Noto ha negato la concessione dell’Auditorium comunale all’associazione culturale “La Guerra di Piero” che aveva organizzato un iniziativa alla quale sarebbe dovuta intervenire Vladimir Luxuria per presentare il suo nuovo libro “Le favole non dette”.
Queste le motivazioni addotte dal sindaco, sue testuali parole tratte da una sua dichiarazione riportata dal quotidiano il Messaggero:  “la giustificazione del fenomeno trans non va illustrata in un auditorium, ma in altri contesti, come un ambulatorio medico. In ogni caso non ritengo si tratti di un evento educativo”.
Queste parole e il concetto che esprimono si commentano da sole. Oscurantismo, omofobia, discriminazione, repressione della libertà di espressione. Il sindaco Noto nega la sala non perché preoccupato del contenuto del libro, che evidentemente non ha letto.  Ma semplicemente e vergognosamente perché chi presenta questo libro è per dirla col termine del sindaco, “un fenomeno trans” . E pertanto diseducativo.  Vorremmo chiedere inoltre al dottor Noto, se gli ambulatori che indica come contesto in cui illustrare il “fenomeno trans” siano gli stessi, con gli stessi trattamenti, che si usavano nella Germania del dottor Mengele di cui conosciamo il tipo di trattamento e di soluzione usata per il “fenomeno trans” e per i “diversi” in genere.  Ancora una volta il sindaco Noto, autodefinitosi “persona perbene, ci dà un inequivocabile esempio del suo perbenismo: un perbenismo bigotto e ipocrita quel perbenismo che trovi davanti all’altare a prendere l’ostia la domenica,  per poi mostrare le zanne dell’intolleranza e della discriminazione il lunedì... (consigliamo di leggere tutto l'articolo)




Oggi da:corriere.it


"Se la robusta costituzione fisica e mentale si rapporta a queste parole preferisco essere malata": questa la risposta, ai microfoni di RCD, di Vladimir Luxuria alle dichiarazioni choc del sindaco di Anagni, nel frusinate, che ha negato a l'utilizzo di una sala del palazzo municipale per la presentazione di un libro, adducendo come motivazione il fatto che "i transessuali sono persone malate". Una frase, secondo l'ex deputato di Rifondazione comunista, "offensiva soprattutto per chi e' malato per davvero". (RCD)

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