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domenica 4 aprile 2010

Popolo rosso torna, compatto orgoglioso e coeso

Lancio una piccola proposta, ditemi voi.
 Se tante piccole differenziazioni ci sono tra i comunisti italiani, sinistra critica, rifondazione comunista, partito marxista leninista e via dicendo c'è una cosa che ci accomuna, tutti. Senza se e senza ma davvero: il 25 aprile.
Bene, perchè non tornare in piazza, la stessa, TUTTI?
Mentre discutiamo di marx, lenin, risultati elettorali, alleanze, unità, ma perchè non prenderci UNA giornata unicamente per ribadire il nostro essere tutti inequivocabilmente, antifascisti e rossi? Tutti assolutamente grati e riconoscenti ai nostri partigiani tutti assolutamente orgogliosi della Resistenza? Un giorno dove le scuse del "non posso" non esistano, perchè loro, morti (o per fortuna sopravissuti) per noi e per la nostra libertà e per la nostra Costituzione non posso non l'hanno detto. E riscendiamo in piazza con le nostre bandiere rosse. Roma? Milano? Decidiamoci, c'è poco tempo. Se i nostri partiti di riferimento ci daranno una mano  (e chi ci legge dai nazionali ci dica) meglio, altrimenti andremo comunque noi, ma TUTTI. Lo dobbiamo a noi e lo dobbiamo a loro che tanto c'hanno dato.

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venerdì 2 aprile 2010

A.N.P.I. Provinciale di Roma e del Lazio Incontro con Rosario Bentivegna



In attesa della prossima “festa nazionale per la liberazione” che ricorre nella gloriosa data del 25 aprile il circolo ANPI Ostiense (sezione Giorgio Amendola) organizza un incontro sulla “Resistenza romana” con Rosario Bentivegna, l’eroico e decorato partigiano romano, anche autore dell’operazione militare di Via Rasella il 23 marzo 1944.
L’iniziativa è organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia con la collaborazione dei Giovani Democratici e dell’associazione culturale Rinascita Democratica.
Intervengono:
- Rosario Bentivegna, presidente onorario A.N.P.I. Roma, Stella d'Oro Garibaldina, Medaglia d'argento al valor militare.
- Jacopo Nassi, presidente della Sezione A.N.P.I. Ostiense
- Emanuele Vaccaro, segretario della Sezione A.N.P.I. Ostiense

Giovedì, 8 aprile alle ore 17.30, presso la sede della Sezione A.N.P.I. Ostiense “Giorgio Amendola” in via del Gazometro, 1.



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giovedì 1 aprile 2010

Retromarcia Gelmini e la Resistenza torna nei programmi dei licei


Alla fine la Resistenza ce l’ha fatta.  Dopo le polemiche delle ultime ore, infatti, è stata esplicitamente inserita nei programmi scolastici dei licei. L’opposizione ne prende atto ma resta convinta che il ministro Gelmini abbia fatto una “figuraccia”.
“Per evitare che il dibattito si areni in una polemica non voluta – spiega il ministero in una nota – negli Obiettivi specifici di apprendimento del quinto anno è stato reso esplicito il riferimento alla lotta di liberazione con la formula: ‘L’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di costruzione della democrazia repubblicana”. Il ministero, nel ricordare che la Resistenza era implicita nei programmi anche con i precedenti ministri, Moratti e Fioroni, assicura che non c’é stato alcun “tentativo censorio” che – aggiunge – “sarebbe quanto meno stolto e appartenente a una cultura lontanissima da tutti coloro che si sono occupati, a vario titolo, delle Indicazioni”.
Una spiegazione, quella di Maria Stella Gelmini,  che non convince del tutto l’opposizione. “Prendiamo atto della resipiscenza, non è la prima volta, speriamo almeno – osserva la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni – che sia l’ultima che il governo si presti a queste figuracce”. “E’ difficile stabilire se si sia trattato di un’imperdonabile distrazione oppure di un maldestro tentativo di revisionismo posticcio, tuttavia, in entrambi i casi – concorda la collega di partito Giovanna Melandri – il Ministro Gelmini ha collezionato una pessima figura”.
Più indulgente il vice presidente del Senato Vannino Chiti per il quale “tutto è bene quel che finisce bene”. “E’ positivo – commenta – che il Ministero dell’Istruzione abbia riconosciuto l’errore compiuto e ripristinato negli obiettivi di apprendimento per le scuole superiori il tema”. Indignata per l’accaduto anche l’Italia dei valori. “Per chiedere all’opposizione di credere all’ipotesi della dimenticanza, circa l’omissione della parola Resistenza nei programmi dei licei ci vuole davvero una gran faccia tosta” afferma il senatore Fabio Giambrone per il quale “le smemoratezzé del ministro Gelimini sono state davvero troppe: prima, ha dimenticato Darwin dai programmi della scuola primaria e adesso si è scordata del movimento di liberazione da quelli dei licei”. “Se il ministro dell’Istruzione crede di prendere in giro gli studenti e di mancare di rispetto a chi ha costruito questa Repubblica, con il sangue e con il sacrificio – avverte – si sbaglia di grosso”
Di “salto di ineguagliabile acrobazia storiografica tra il fascismo e la conquista della democrazia nel nostro Paese che non è certo sorta spontaneamente dal nulla” parla l’Associazione nazionale partigiani secondo cui si tratta di una “omissione pensata, riflettuta fino alla sua codificazione, essendo impossibile immaginare un atto dell’ignoranza”. Pronti a dar battaglia, infine, gli studenti: l’Uds, alla luce della vicenda, lancia la campagna informativa “Verso il 25 aprile” e la Rete degli studenti avvia un percorso di mobilitazione, dal 25 aprile al 2 giugno, che ha come scopo quello di far emergere “lo strettissimo legame che c’é fra la Costituzione Italiana e la lotta partigiana, legame che troppo spesso viene oscurato”.



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mercoledì 31 marzo 2010

La Gelmini cancella la Resistenza. L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna.


Semplicemente non c'è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell'epoca contemporanea, dall'analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l'inizio della società di massa...«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l'Onu), la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell'Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell'Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all'autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull'altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c'è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c'è la parola Resistenza è un problema, allora... possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell'Indire. C'è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d'oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell'Anpi di Roma, l'associazione nazionale partigiani d'Italia, ha l'indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c'è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia... «È una dimenticanza pericolosa. C'è il tentativo, da un po' di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l'identità democratica dell'Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l'antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C'è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall'altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell'Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla... Non c'è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio»


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domenica 14 marzo 2010

"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto

L'appello pubblico è un inedito intervento scritto da Raimondo Ricci, 89 anni, presidente dell'Anpi

"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto

di DONATELLA ALFONSO


"Italia verso un sistema autoritario" e i partigiani si mobilitano per il voto GENOVA - I partigiani chiamano a raccolta "donne, uomini e giovani" perché, "coscienti della deriva anticostituzionale in atto" verso un sistema "autoritario e personale", usino tutti l'arma del voto. Un resistente di 89 anni come Raimondo Ricci, presidente nazionale dell'Anpi, lancia un appello pubblico inedito a una vera e propria mobilitazione, attraverso il voto alle regionali "al fine di contribuire al successo delle forze di opposizione all'attuale governo". "Finora questi appelli li abbiamo sempre indirizzati all'interno dell'associazione", spiega Ricci a Repubblica, "ma adesso è giusto uscire fuori, ri-volgersi a chiunque condivida i nostri valori".

Alle elezioni bisogna andare a votare, scrive il presidente dell'Anpi, "perché si risveglino le coscienze e si abbandoni l'indifferenza verso la politica"; ma soprattutto, che quel voto sia "efficace e coerente con gli ideali e i principi che ispirano l'impegno politico della nostra associazione, al fine di contribuire al successo delle forze di opposizione all'attuale governo", un esecutivo "indifferente ai problemi reali della crisi", ma anche demagogo e populista, che "sta operando un pericoloso mutamento del nostro sistema democratico parlamentare verso un sistema autoritario e personale; un vero e proprio mutamento di regime che può avere, e in parte ha già avuto, gravissime conseguenze per l'intera comunità nazionale, tali da rievocare un pericoloso e persino drammatico passato".

Il fantasma del fascismo è reale, avverte Ricci, internato nei lager, avvocato e già senatore Pci; per questo l'appello si rivolge "a tutti i nostri concittadini, indipendentemente dalle loro idee e dalla loro collocazione politica" perché si comprenda "la natura vera della situazione in atto, e si realizzi una generale ripresa di condivisione, dignità e progresso del nostro paese" in base a forme e limiti previsti nella Costituzione. E siccome "tutela del lavoro, rispetto e promozione dei diritti inalienabili, rispetto delle istituzioni", dal Quirinale alla magistratura, sono "beni preziosi che devono essere condivisi e salvaguardati", bisogna andare a votare, senza esitazioni; "riservando il proprio voto alle liste e ai candidati che ai principi e alle regole della Costituzione ispirano i loro comportamenti e i loro programmi".
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venerdì 4 dicembre 2009

A dieci anni dalla scomparsa di Nilde Jotti


Da Unita.it
- Sono passati 10 anni dalla morte di Nilde Jotti; ma dieci anni drammatici e difficili. Siamo veramente entrati in un altro millennio. Quale è oggi il contesto in cui ci troviamo a ricordarla?
Un contesto difficile per le donne, segnato da un attacco contro le conquiste ottenute:

-pensiamo alla parità di retribuzione: impressionanti i dati sulle disparità salariali emerse, pochi giorni fa, dalla assemblea delle consigliere di parità

-al diritto al lavoro: tra i lavoratori precari, la maggioranza sono donne; l’Italia è agli ultimi posti in Europa per la presenza delle donne nel mondo del lavoro

-sono sotto attacco anche la tutela della maternità, l’autodeterminazione nella maternità, nella procreazione assistita, nell’interruzione volontaria di gravidanza: ultimo episodio di questi giorni l’assurdo voto in senato contro la commercializzazione della pillola RU486

-permane la sottorappresentazione ai vertici della politica e delle istituzioni, in tutti i luoghi decisionali, (che provoca un impoverimento della democrazia), un trend opposto a quello che, nell’ormai lontano 1979 , con la elezione di Nilde alla Presidenza della Camera dei Deputati sembrava si stesse aprendo.

Insomma vengono minacciate le conquiste che le donne hanno ottenuto in anni e anni di lotte e a cui Nilde Jotti aveva dedicato tanta passione e tanta parte della sua attività. “ Credo di poter affermare – ha scritto lei stessa – di aver dedicato molta parte della mia vita politica alla battaglia delle donne e di questo sono molto orgogliosa.”

Questi diritti e queste conquiste sono minacciate anche dal preoccupante e crescente rigurgito della violenza maschile sulle donne, contro cui proprio oggi le donne scendono in piazza a Roma. Un tema di cui si parla molto in questi giorni, perché vi è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma di cui si tace il resto dell’anno.

Giustamente invece nel suo editoriale di due giorni fa Concita de Gregorio sottolineava che razzismo,violenza e sguaiataggine verbale creano un clima che incita gli uomini alla violenza e che tende a conculcare la presenza delle donne nella vita sociale, economica e culturale. Donne viste come prede, come oggetti, non come cittadine con pari diritti.

Siamo in presenza, infine, di una presentazione mediatica della figura femminile lontana dalla realtà, che ripropone vecchissimi stereotipi e tende a veicolare, come è scritto nel documento dell’ANPI, “la mercificazione del corpo femminile, come scorciatoia per il successo e persino per l’accesso alla politica”, di indicare – cito sempre dal documento dell’ANPI - “una strada illusoria, che rischia di “bruciare” una generazione di donne e che comporta un pesante arretramento del livello civile, sociale e culturale del Paese.” Non è chi non veda come tali stereotipi siano l’opposto della figura femminile che Nilde ha impersonato.
Ma oggi ricordiamo Nilde Jotti anche in un contesto drammatico per il paese, contesto segnato dai ripetuti subdoli tentativi di cancellare i principi di quella Costituzione, cui Nilde aveva dato un così importante contributo, e di sostituirvi una presunta costituzione reale di tipo plebiscitario, un regime tendenzialmente autoritario, in cui verrebbe annullato l’equilibrio tra i poteri.
Giusto e opportuno dunque dedicare a Nilde Jotti la campagna nazionale che l’Anpi lancia oggi su “Donne, antifascismo, democrazia - dalla memoria al futuro”.

Una campagna che parte in un momento opportuno non solo per far fronte ai pericoli che ci minacciano, ma anche perchè sembra presente un inizio di reazione da parte delle donne. Infatti, dopo il dibattito aperto quest’estate sulle colonne dell’Unità sul “silenzio delle donne”, sembra che le donne intendano far risentire la propria voce.

Alcuni episodi sono significativi, anche se poco raccolti dal mondo mediatico.
Alcuni esempi:
- La grande partecipazione all’assemblea promossa alla casa delle donne dalle promotrici dell’appello di Repubblica “le altre donne”
- La conclusione della staffetta dell’UDI contro il femminicidio a piazza della Loggia a Brescia
- L’elenco pubblicato su Affari e Finanza di lunedì 23 nov delle donne degne di stare nei consigli di amministrazione

Sono solo alcuni esempi: resta grande la frammentazione e la dispersione, ma c’è fermento. La campagna dell’ANPI può fornire un punto di coagulo, un collante al desiderio di reagire.

E’ infatti una campagna che si prefigge, come ha ben detto Eletta Bertani - – cito sempre dal documento dell’ANPI - di “riprendere, in questa fase di grave involuzione, il filo di un percorso storico nel corso del quale le donne hanno acquisito una nuova idea di sé, sono state protagoniste di grandi movimenti ed hanno conquistato: diritti, autonomia e un ruolo nella società….” di “riaprire un confronto tra le donne, tra le generazioni e di individuare, a livello locale e nazionale, obiettivi, forme di reazione e di risposta e di dar corso ad una grande battaglia culturale e politica…. suscitare fiducia e speranza, mobilitare grandi energie e combattere rassegnazione e impotenza” ponendo al centro “i valori, i contenuti, l’immagine e il ruolo della donna nella societa’ che scaturiscono dalla Costituzione e dal percorso delle donne nella democrazia repubblicana. Valori, contenuti ed obiettivi nei quali può riconoscersi la maggioranza delle donne italiane”.
Chi, meglio di Nilde Jotti può impersonare quei valori? chi meglio di Nilde costituire il modello di donna da indicare alle nuove generazioni?

Ripenso a quando l’ho conosciuta, a Firenze, al primo Congresso dell’UDI, quello della fusione con i GDD.
Una ragazza, era nata il 10 aprile del 1920 – eravamo quasi coetanee, io sono del ‘gennaio ’21 - laureata all’Università cattolica, figlia di un ferroviere, proveniente da una di quelle famiglie emiliane, che erano pronte a mille sacrifici per far studiare i figli e persino le figlie. Nilde prima lavorò per mantenersi agli studi, poi riuscì ad andare alla U. cattolica di Milano, grazie a un borsa di studio acquisita per meriti scolastici.
Una ragazza che veniva dall’esperienza della resistenza e dei gruppi di difesa della donna ed era già consigliere comunale di R.E.

Eletta nel ’46 alla Costituente, Nilde faceva parte di quella nutrita pattuglia di giovanissimi , che il PCI aveva voluto affiancare ai militanti e alle militanti storiche che venivano dai lunghi anni dell’esilio, del carcere e del confino. 1 E questa giovanissima divenne una madre della Repubblica: perché la nostra repubblica non ha solo padri, ma anche madri….
Nilde ha avuto, infatti, un ruolo fondamentale nella elaborazione della nostra Costituzione, facendo parte della Commissione dei ’75, ed essendo relatrice, assieme a un parlamentare DC molto conservatore, Camillo Corsanego, sui problemi della famiglia. avevano, come è facile immaginare, idee assai diverse, e perciò presentarono due relazioni distinte. Le formulazioni che Nilde proponeva, che non sono quelle poi adottate definitivamente sono molto più vicine, sebbene vecchie di 60 anni, a quello che pensiamo oggi. Nilde era stata d’accordo che la questione del divorzio non venisse inserita nella carta costituzionale; non la riteneva matura.

Ma fu Nilde a insistere, al X Congresso del PCI, contro le timidezze e le tiepidezze di molti, perché ci si decidesse ormai a affrontare la questione, e poi per l’approvazione della legge in parlamento e la sua conferma nel referendum.
Nilde Jotti contribuì alla elaborazione dell’articolo 3 della Costituzione, l’articolo che sancisce la pari dignità sociale ed eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; cui segue la basilare affermazione del secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». [Principio totalmente nuovo, unico anche rispetto alle coeve carte costituzionali antifasciste», quella francese del ’46, quella della RF di Germania del ’49, che segna il passaggio dal sistema liberale al sistema democratico, a una democrazia segnata da contenuti di progresso sociale…]

Erano state le donne costituenti a ottenere che il sesso fosse collocato all’inizio dell’elencazione e a voler precisare, inserendo l’inciso «di fatto», la natura e l’ampiezza degli ostacoli che dovevano essere rimossi. Non è dunque casuale che i movimenti delle donne, nel corso di molti decenni, abbiano fatto riferimento soprattutto a questo articolo.
Nel corso della sua lunga vita politica, Nilde divenne anche l’autorevole presidente di Montecitorio.
Ma forse non tutti si rendono conto della straordinarietà di questo fatto.

Io ho ancora ben presente l’emozione che tutte noi, donne, provammo quel giorno del 1979, - sono passati ben 30 anni - quando fu eletta presidente della Camera dei deputati. Era la prima volta nella storia italiana che una donna e per giunta una dirigente comunista, di un partito dell’opposizione, veniva chiamata a un così alto incarico.
Un incarico, quello di presidente della Camera – altro fatto straordinario – che lei ha ricoperto per ben 13 anni, rieletta per tre legislature; una così lunga permanenza nell’incarico non ha precedenti nella storia del Parlamento italiano, a riprova della stima e della fiducia che aveva conquistato nell’assemblea.

Non soltanto, dunque, una donna che presiedeva la Camera, ma una donna che lo ha fatto con straordinaria capacità, conquistando stima e apprezzamento, rendendo onore alle donne, anche in anni difficili, in momenti di aspro confronto parlamentare, (si pensi all’ostruzionismo radicale, non privo di volgari attacchi alla sua persona, nel novembre del 1981).quelli della prima grave crisi della democrazia italiana, e della stessa funzionalità del parlamento, seguita all’assassinio di Aldo Moro. E Nilde, con coraggio e prudenza, mise mano a una riforma del regolamento per cercare di uscire dallo stallo per coniugare rappresentanza e capacità di decisione.
La sua sensibilità, direi la sua passione, nata alla Costituente, per i problemi istituzionali, è stata una costante del suo impegno fino agli ultimi anni, ad esempio nella Commissione bicamerale sulla riforma della Costituzione. Proprio lei, che era stata magna pars nella elaborazione della Costituzione era consapevole che occorrevano norme nuove per armonizzare l’autorità del Parlamento con l’efficienza dell’Esecutivo e i poteri delle Regioni; ma, come risulta chiaro nel suo ultimo discorso parlamentare del ’98, un anno prima della sua morte, rimase sempre schierata nella difesa dei lineamenti fondamentali della Costituzione del ’48, contraria a modifiche che potessero alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e aprire la strada a derive autoritarie.

La sua attività a livello istituzionale ci offre dunque un insegnamento assai attuale, nel momento in cui siamo tutti chiamati a sventare il pericolo di uno stravolgimento, di fatto, prima ancora che di legge, della nostra Costituzione
Tener viva la memoria di Nilde Jotti, significa anche rinfrescare il ricordo delle lotte delle donne italiane per la loro emancipazione, cui Nilde ha dato un contributo decisivo sia nel lavoro parlamentare che come dirigente dell’UDI(era stata chiamata nel ‘53 a far parte della segreteria nazionale) e responsabile, dal 1961, della Commissione femminile del PCI. Fu lei a realizzare la terza conferenza delle donne comuniste che segnò un punto di svolta del lavoro femminile di partito.
Decisivo fu il suo contributo per riprendere la linea di emancipazione, offuscata negli anni ’48-53 nella durezza della divisione del mondo in blocchi e della contrapposizione in Italia, seguita alla cacciata delle sinistre dal governo nel ’47 e determinante il suo impegno, per affermare l’autonomia dell’UDI.

Parlando al VI Congresso dell’UDI, Nilde ribadiva che autonomia significava “soprattutto e prima di tutto azione aderente alle esigenze delle moltitudini femminili senza alcuna riserva di carattere politico e ideologico, contro tutti gli ostacoli di ordine politico, economico, di costume che ostacolano l’affermazione della personalità femminile.”
Grandissimo fu anche il contributo di Nilde per far approvare in parlamento leggi fondamentali per le donne, quali, ad esempio, la pensione alle casalinghe, il riconoscimento del valore del lavoro delle donne contadine, la riforma del Diritto di famiglia, la legge del ’93 sulla presenza delle donne nelle liste elettorali, intervenendo perché si mantenesse la norma dei due terzi introdotta al Senato contro un emendamento Bonino che voleva abolirla. Sebbene presidente della Camera volle apporre la sua firma alla legge di iniziativa popolare sui tempi.

Sulla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, rifiutando sia la tesi radicale dell’aborto come diritto civile, sia la pretesa clericale di considerare l’aborto un reato, Nilde si mosse sulla linea (che era anche dell’UDI), della lotta all’aborto clandestino per sconfiggere il ricorso all’aborto, considerato come violenza imposta alle donne; per la gratuità dell’interruzione di gravidanza praticata nelle strutture sanitarie pubbliche; per il diritto delle donne all’autodeterminazione. Quella piattaforma consentì di uscire dalla paralizzante contrapposizione tra una semplice liberalizzazione e la puntigliosa casistica, prevista inizialmente nei testi legislativi proposti dai diversi gruppi politici.

Mi ci sono soffermata per sottolineare come Nilde, su leggi difficili, che investivano problemi delicati e aprivano un forte conflitto, restasse ferma sui principi, ma fosse capace di ascolto e di comprensione per le posizioni diverse dalle sue, diretta a ricercare sul terreno della laicità dello Stato e rifiutando le contrapposizioni ideologiche, una possibile intesa.
Anche per questo, in un momento in cui sono sul tappeto problemi difficili e delicati, che investono la coscienza di ciascuno – si pensi ad esempio – al testamento biologico – Nilde Jotti resta un punto di riferimento importante.

Una attività ricca, un impegno straordinario, durato tutta la vita:
“Ho l’impressione – ha detto nel 1994 – di essere stata una donna fedele a un impegno preso verso me stessa, un impegno preso da quando ho cominciato ad essere una persona. Nessuno che fa politica è soddisfatto del suo lavoro, questa è stata per me sempre una premessa di rigore nel mio lavoro. Ma continuo a guardare alla politica come alla più alta delle eredità. La vivo oggi con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo di quando ho cominciato. Credo nella politica come strumento indispensabile per cambiare la società e per diffondere nuove idee.

E’ proprio questa visione alta della politica, come attività nobile e disinteressata, come strumento per cambiare la società e per promuovere dignità, diritti, libertà delle donne che fa di Nilde un esempio da proporre alle giovani di oggi.
“Abbiamo parlato delle donne e del grande cambiamento che abbiamo vissuto. – disse Nilde nel 1994 - Come sarebbe stato possibile senza la politica? Alle donne, alle mie compagne , alle amiche credo di aver lasciato in eredità la vocazione a coltivare un’autonomia di pensiero e un grande rispetto per le istituzioni.”
E’ questa eredità che l’ANPI si propone di raccogliere

Dalla Rete: Stralcio dell'intervista di Enzo Biagi del 1983 a Nilde Jotti (Presidente della Camera) e Francesco Cossiga (Presidente del Senato)



Ecco una selezione degli articoli scritti per l'Unità da Nilde Iotti, di sue interviste e di contributi scritti per ricordarla.












sabato 28 novembre 2009

Le donne partigiane



- Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se tacessimo della funzione avuta da una brigata che non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane infermiere, staffette, informatrici.

La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale. Né vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l'indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette, di fulgidi esempi ma non di fenomeno di massa.

«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte» (1).

I primi corrieri e informatori partigiani furono le donne. Inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico. Ben presto questo lavoro spontaneo venne organizzato, ed ogni distaccamento si creò le proprie staffette, che si specializzarono nel fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.

Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare a notte ne e stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato.

Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire.
Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini.

Numerose staffette caddero in combattimento o nell'adempimento delle loro pericolose missioni. Tra le altre: Giuseppina Canna a Premosello il 29 agosto del 1944, Erminia Casinghino a Varallo il 24 aprile del 1945, Ermelinda Cerruti a Feriolo di Baveno il 19 novembre 1944, Alda Genolle a Cavaglio d'Agogna il 4 aprile 1945, Rossana Re a Orio Mosso il 4 ottobre 1944, Cleonice Tommasetti a Fondotoce il 20 giugno 1944, Fiorina Gottico a Varallo Pombia il 26 aprile 1945, Veronica Ottone a Gravellona Toce il l° novembre 1944, Maria Mariotti il 16 maggio 1944 a Novara, Anna Rossetti il 22 febbraio 1945, Maria Luisa Minardi, Maria Ubezio.

Le formazioni valsesiane e dell'Ossola ebbero come principali collaboratrici e «staffette»: Teresa Mondini, addetta ai servizi di collegamento; le sorelle Dina, Lina e Tersilia Mambrini di Borgosesia; le sorelle Maria e Wanda Manfredi di Valduggia; le sorelle Wanda ed Emiliuccia Canna di Borgosesia; le sorelle Vitto, Jucci e Rosetta Caula di Varallo Sesia (infermiere ed anche combattenti); le sorelle Caterina, Angela e Maria Zanotti di Valduggia; la mamma di Angelo Zanotti e quella di Giacomino Barbaglia; Stellina Vecchio, del Comando generale delle brigate «Garibaldi»; la maestrina di Rimasco, Biancaneve di Boleto, la Mariuccia di Varallo Pombia, la Bianca di Montrigone, la Fina Rizzio e sua figlia Maria di Praveri, Maria Riolio di Lebbia, la Mariuccia di Cellio e Lilliana Fantini di Borgomanero, Maria Teresa di Maggiora, le figlie Rasario e la mamma Comoli di Raschetto, la Lina di Varallo Sesia e molte altre (2).
Particolarmente preziosa, inoltre, fu l'opera di Mariolina e Marcella Balconi, instancabili e coraggiose ispettrici sanitarie del Comando generale delle brigate Garibaldi.

Il comando garibaldino biellese si servì essenzialmente dell'opera di Lilliana Rossetti per il collegamento con il comando zona e col comando regionale; di Bianca Diodati, Vinca Berti, Anna Cinanni e Alba Ferrari per il collegamento con il Comando generale delle brigate «Garibaldi», che aveva sede a Milano; di Nella Zaninetti, Aurora Rossetti, Giovanna Vannucci, Teresina Comini, Rita Gallo, Nara Bertotti, Luisa Giacchini, Ughetta Bozzalla, Mercedes Falla, Bruna Giva, Maria Lastella, Eva Anselmetti, Bettina Zanotti, Ortensia Nicolò, Maddalena Curtis, Amata Casale, Silvia Berbero, Scintilla Robbioli, Maria Teresa Curnic, Alba Boschetto per i collegamenti con le diverse unità della V e della XII divisione, Lina Antonietti assicurava il collegamento con il CLN e le autorità cittadine. Va pure ricordata Caterina Negro, la vecchia «zia» dei partigiani, che malgrado la sua età avanzata non risparmiò energie per aiutare in ogni modo i patrioti che trovavano nella sua casa ospitale ristoro, collegamento e recapito. Alba Spina ed Ergenite Gili, tra le più attive e audaci, prestarono la loro opera prima nelle formazioni partigiane biellesi, e poi passarono a disposizione del comando militare regionale.

È impossibile citare e ricordare i nomi di tutte. Abbiamo avuto bisogno dell'aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, agli intriganti anche, alle donne della Resistenza poco o nulla. Ma coloro che le hanno conosciute porteranno sempre nei loro cuori il ricordo di ciò che sono state; alle staffette, alle infermiere, a tutte le donne partigiane va l'affetto imperituro dei garibaldini.


Note

1) A. Marchesini Gobetti, Donne piemontesi nella lotta di liberazione, Torino.

2) Chiediamo venia al gran numero di quelle pur valorose e meritevoli i cui nomi ci sono sfuggiti.

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da Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore, Torino, 1958, pp.. 603-607
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP



domenica 22 novembre 2009

* 29 novembre 1944 in occasione del 65° anniversario ...per non dimenticare


Il 29 novembre è una data molto importante per il nostro territorio, ricorre l’anniversario del rastrellamento avvenuto nel 1944 ad opera di truppe nazifasciste che ha colpito le formazioni partigiane stanziate sui monti a ridosso della fascia compresa tra Sarzana e Carrara, con pesanti ripercussioni sulla popolazione civile. Il ricordo di quel giorno rimane vivo nelle persone, per la paura, lo sconforto di un inverno alle porte che si preannuncia durissimo, la rabbia di non poter dare nemmeno una degna sepoltura ai propri cari.

In occasione del 65° anniversario di quei tragici eventi l’ANPI di Castelnuovo Magra e l’associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani, in collaborazione con le sezioni ANPI di Ortonovo, Fosdinovo, Sarzana, Lerici, Carrara e il Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo, il Consiglio Federativo della Resistenza di Ortonovo hanno organizzato una serie di iniziative pubbliche, dedicata al ricordo di questo tragico evento, che ha ancora un’ampia eco nella memoria collettiva della nostra comunità. Tali iniziative si inseriscono nell’attività commemorativa delle varie amministrazioni, i cui territori sono stati toccati dal rastrellamento, e che sono anche patrocinatori dell’evento: Comune di Castelnuovo Magra, Fosdinovo, Ortonovo, Sarzana, Santo Stefano Magra e Arcola, con le rispettive province della Spezia e Massa Carrara. Le manifestazioni sono state pensate, non solo come doveroso omaggio ai caduti e ai protagonisti di quella stagione, ma anche per costruire una proficua occasione di incontro con le nuove generazioni, e fare sì che la divulgazione dei valori dell’antifascismo e della Resistenza scaturisca da momenti di analisi e approfondimento da portarsi nelle piazze e nelle scuole del territorio.
Per il programma, cliccare sull'immagine.
È gradita la prenotazione sia per il pranzo che per lo spettacolo (tel.3290099418).

Info: www.archividellaresistenza.it / 3290099418 / 3403935105

Una piccola, storia.

Vi presentiamo una piccola "storia con la S minuscola", trovata un po' di tempo fa, tra uno dei milioni di gruppi di facebook. Una piccola storia, che noi, crediamo importante. Una piccola storia, che unita a tante altre piccole storie, fanno il racconto della Liberazione. Una piccola storia scritta in punta di penna ché renda vero l'agire e vivo il ricordo. Una piccola storia che a noi, ha scaldato il cuore. Ve la lasciamo qui. In silenzio.
"Questa che vado scrivendo non è una storia con la S maiuscola; non è la storia di un grande condottiero, o di un personaggio che incontrerete nei libri (almeno finchè non lo scriverò, sto benedetto libro...) ...
E' la storia del fratello di mio nonno paterno, che io ho sempre definito "zio", Marchetti Vittorio. Nato il 31 gennaio del 1921, viene richiamato alla guerra nel 1940, dove presta servizio nella Guardia Alla Frontiera nel distretto militare di Saluzzo; la famiglia è antifascista da sempre (alcuni parenti, causa le aggressioni operate da loro stessi nei confronti dei fascisti locali, dovranno emigrare in sud America per evitare le ritorsioni delle camice nere), difatti all'8 settembre lui decide di tornare a casa, in Versilia, dove prende contatti con gli antifascisti locali, guidati dal sotto Tenente del Genio Aeronautico Gino Lombardi, che organizza un primo gruppo di partigiani chiamandolo i "Cacciatori delle Alpi". Dopo la morte del Lombardi, e il successivo disciogliersi del movimento partigiano, vengono costiutite altre formazioni; sicuramente viene a far parte dell formazione Garibaldi "Marcello Garosi", intitolata al valoroso comandante caduto nella battaglia di Forno del 13 giugno del 1944: fa parte della III compagnia della Brigata Garibaldi "Gino Lombardi", la quale si vide costretta a combattere per tutto il mese di luglio contro le SS e le forze repubblichine, impegnate nell'operazione di rastrellamento; i primi giorni di agosto, la I squadra viene eliminata alla Foce di Compito, e tutta la Brigata viene disciolta, e i partigiani raggiungono gli Americani nel Lucese, nel tentativo di riorganizzarsi e tornare a colpire di nuovo; è in questo lasso di tempo, che avviene la tristemente nota strage di Sant'Anna, dove vengono trucidai 560 civili innocenti, in quello che rientra nel piano di "Guerra ai Civili" promosso dai generali del III Reich e già sperimentato in Russia e in Yugoslavia. Mio zio è ancora nella Formazione Garosi, con la quale parteciperà alle operazioni di avanguardia nella liberazione dei centri nevralgici della Versilia. Giunta la Liberazione parziale della Versilia, dato che Seravezza è si libera dalla presenza nazifascista, ma in realtà questi si trovano asserragliati sui monti sopra la cittadina, avamposti della Linea Gotica. Lui allora torna al paese natale, Basati, e da lì fa da guida ai soldati della 92°DIv. "Buffalo", composta da soldati e sottufficiali di colore; nel mese di novembre 1944, partecipa agli assedi delle postazioni della Monterosa, partendo dal Canal delle Lame, sotto Pian di Lago; purtroppo gli attacchi costeranno molte vittime, tra gli Americani e i partigiani. Per conto della formazione, poi, raggiunge l'Emilia, dove prende in consegna del denaro che servirà poi per soddisfare le esigenze più importanti dei patrioti. Con l'avanzata del fronte, e la smobilitazione delle formazioni partigiane, non si placa il suo desiderio di portare avanti la lotta di Liberazione Nazionale, così come dei suoi compagni: molti si arruoleranno nei Gruppi da Combattimento del Corpo Italiano di liberazione, altri seguiranno da vicino le truppe Alleate, come nel suo caso, il quale si unisce alle truppe della F.E.B. (Força Expedicionária Brasileira ), con la quale raggiunge i paesi di Porretta Terme, Montese, Gaggio Montano, arrivando fino a Bologna; la famiglia lo vedrà tornare a casa solo a maggio del 1945. Deve però terminare il servizio di leva, e torna a casa dopo essere ripartito nel 1946. Ma... Viene ingiustamente accusato di aver preso parte ad una rapina, contro il portavalori che aveva con se le paghe degli operai dell'Henraux. Si aprono per lui le porte del carcere di San Giorgio di Lucca nel maggio del 1947, da cui uscirà innocente, con il processo d'appello dopo 22 mesi di carcere.. i veri rapinatori, tre carabinieri e una falsa testimonianza data da un complice, questi però non si fanno un giorno di carcere... è cominciata la caccia alle streghe, col ritorno dei macellai di Salò e del regime fascista, ai loro posti di lavoro, cosa questa che si è prolungata fino ad oggi: i partigiani vengono arrestati, accusati, infamati, distrutti. Mio zio muore nel 1988; la sua storia l'ho ricercata nella voce di suo fratello Mario, all'epoca della guerra sedicenne, nei miei parenti tutti che di lui hanno ricordi diversi e simili, negli archivi militari, da cui ho fatto richiesta per la Croce al Merito di Guerra, concessagli nel 2007 per attività partigiana, con la lettera di ringraziamento da parte delle Forze Armate della Repubblica Italiana, che anche lui ha contribuito a creare, assieme a tanti altri compagni. Spero di non averti dato tedio, con questo mio scritto... forse sarò un sognatore, un illuso, un anacronista... ma io tutti i 25 aprile, lascerò sempre una rosa rossa con la coccarda tricolore, davanti alla lapide di mio zio Vittorio. Sempre
da facebook, dal gruppo piccola storia di un partigiano

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