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martedì 7 settembre 2010

Ferrero a Vendola: "Ci vuoi morti?"



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domenica 5 settembre 2010

GC e FGCI verso l'unità


Dispositivo approvato dall’attivo unitario del campeggio “Alternativa Rebelde 2010″ Le compagne e i compagni che hanno partecipato al campeggio “Alternativa Rebelde 2010″ valutano positivamente il dibattito che si è sviluppato in questa settimana, che ha registrato notevoli e significative convergenze tra i soggetti promotori, pressoché in tutti i dibattiti e i workshop tematici.
In particolare consideriamo positivi i due documenti politici votati dalle organizzazioni giovanili che definiscono percorsi analoghi e convergenti. Riteniamo infatti inderogabile avviare un percorso che porti entro la fine dell’anno alla costruzione di un momento costitutivo nazionale. L’urgenza di

lunedì 30 agosto 2010

1° Festa Nazionale della Federazione della Sinistra - Programma



In direzione ostinata e contraria

anticipazione del programma della festa


GIOVEDÌ 2 SETTEMBRE

ore 19.30:
Normal 0 14 Normal 0 14 Il fallimento di Alemannodibattito con A. Catarci (Pres. XI Municipio), P. Berdini (Urbanista), M. Causi(Deputato PD),  L. Mazzoli (Segretario Generale FP CGIL Lazio), R. Giulioli (Fed. della sinistra- Roma). Coordina M. Rosati (Esecutivo Fed. della sinistra-Roma).
ore 22.00: Fleur du Mal - concerto

VENERDÌ 3 SETTEMBRE

ore 18.00: Normal 0 14 Diritti, partecipazione, servizi, vivibilità: progettiamo insieme il Municipio III
ore 19.30: Normal 0 14 Fuochi di guerra in medi oriente. Il fallimento di Obama

Ferrero: alleati dei democratici senza entrare nel governo

«Evitiamo gli errori del passato, evitiamo il ritorno all’Unione e il Pd a vocazione maggioritaria. Troviamo un’altra strada». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista ha accolto positivamente l’appello di Bersani per un’alleanza democratica. Non lo convince però, la prospettiva dell’ Ulivo.
Perché?

venerdì 27 agosto 2010

Salvi, FdS: "Mobilitare insieme tutte le opposizioni"


di Cesare Salvi su Liberazione del 13 agosto 2010
La crisi politica interna alla maggioranza non si traduce ancora in crisi di governo, né è facile prevedere se ciò accadrà alla riapertura del Parlamento a settembre. Finora infatti la partita si gioca prevalentemente all’interno delle oligarchie al potere: il sistema politico di centro destra ma anche gruppi di potere finanziario e industriale, i quali sembrano preferire la continuità del governo Berlusconi-Bossi-Fini che finora è stato

Ferrero: "Condividiamo la Proposta di Bersani per il Nuovo Ulivo"

di Paolo Ferrero

Condividiamo la proposta avanzata il 26 agosto da Bersani di dar vita ad una alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi. Non si tratta solo di cacciare un governo mefitico, ma di ricostruire il quadro democratico del paese. Questa alleanza deve porsi l’obiettivo di uscire da questa sciagurata seconda repubblica e cementarsi attorno alla difesa e al rilancio della Costituzione, al varo di una legge elettorale proporzionale, alla giustizia sociale. Noi avanziamo da tempo questa proposta - lo abbiamo fatto anche alla manifestazione unitaria delle opposizioni del 13 marzo scorso - e la presa di posizione di Bersani costituisce un passaggio importantissimo. Si tratta dell’unica strada per sconfiggere una destra populista antioperaia e pericolosa per la democrazia. Si tratta di una scelta importante perché mette la parola fine alle ipotesi bipolari e bipartitiche che Veltroni e i suoi alleati stanno continuando a perseguire con grande visibilità sui mass media.

mercoledì 19 maggio 2010

La Galassia della Sinistra a Sinistra del PD


La sensazione di essere "ai minimi storici" per tutte le realtà politiche che si trovano alla sinistra del PD è una sensazione ricorrente e per certi versi reale. Negli ultimi anni si è infatti assistito al lento e inesorabile erodersi di un consenso che nemmeno fino a dieci anni prima veniva dato quasi, e colpevolmente, per scontato.

domenica 2 maggio 2010

Ferrero: “Bene Bersani. Diamo vita subito a stati generali dell’opposizione”



“L’appello di Bersani rappresenta un importante passo nella direzione giusta. Diamo subito vita agli stati generali dell’opposizione”. Così il portavoce nazionale della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, commenta e accoglie positivamente le valutazioni espresse dal leader del Pd, Pierluigi Bersani, in merito alla situazione politica, caratterizzata dallo scontro a cielo aperto dentro il Pdl, e la conseguente proposta di unità rivolta a tutte le opposizioni.

Parole, quelle di Ferrero, che in realtà rinnovano la proposta già avanzata dalla Federazione della Sinistra prima dello show down interno al Pdl. “Proponiamo a tutte le forze che hanno promosso l’iniziativa del 13 marzo 2010, e a tutte le forze sociali, politiche e della società civile disponibili a dar seguito a quell’appuntamento, di concordare alcuni obiettivi chiari e qualificanti della mobilitazione – è l’invito rivolto dalla Federazione già all’indomani delle regionali – Redistribuzione del reddito e del lavoro, lotta alla precarietà, politiche economiche e ambientali, diritti civili. In modo da dar vita a una mobilitazione vasta e duratura nel paese che poggi su alcuni argomenti condivisi di impegno unitario”.

Adesso che presagisce per certo “tensioni nella maggioranza” dagli “esiti imprevedibili”, anche il segretario del Pd avverte che le forze di opposizione a “non possono sottovalutare i rischi” relativi a quel che “Berlusconi per un verso e la Lega per l’altro” possono intraprendere “per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare”: con ciò riferendosi a prove di forza di carattere parlamentare o elettorale per regolare i conti col dissenso interno anche attraverso il voto anticipato.
Anche Bersani mette quindi in guardia circa il fatto che “per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova”. Intendendo con “forze di opposizione” l’arco che va sostanzialmente da Casini alle sinistre di alternativa.
Il leader del Partito democratico si è andato sintonizzando su una lunghezza d’onda abbastanza vicina a quella della Federazione, affermando che “serve un impegno più forte a discutere e concertare l’azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell’alternativa”. E questo perché “siamo di fronte ad una situazione estremamente confusa – spiega Bersani – Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici”.
Di qui l’esortazione del segretario del maggior partito di opposizioni, secondo cui “dalle opposizioni deve arrivare un appello ad altre forze, ma anche a energie sociali ed economiche su due questioni fondamentali: cambiare l’agenda della politica per occuparsi di questioni sociali e un confronto in Parlamento per dare al bipolarismo una forma efficace, più moderna e saldamente costituzionale che blocchi i rischi di derive plebiscitarie”.
Un binomio che non corrisponde esattamente all’invito della Federazione della sinistra, in particolare per quanto riguarda il tema del bipolarismo. E che d’altra parte rappresenta una proposta fortemente in sintonia con quella avanzata dalla Federazione e da Ferrero; specialmente per quel che concerne la costruzione di un’alleanza e di un’alternativa politica e programmatica alla destra reazionaria e plebiscitaria.
“Come abbiamo ripetuto più volte in queste settimane, è necessario dare continuità alla manifestazione del 13 di marzo, costruendo nel paese una mobilitazione che metta al centro i temi sociali – sostiene il portavoce nazionale della Federazione – Il governo Berlusconi infatti sta scaricando addosso ai ceti popolari tutti i costi della crisi producendo una situazione insostenibile”. Accanto a questo, conclude Ferrero, “parallelamente è necessario costruire un fronte democratico in grado di porsi l’obiettivo di sconfiggere Berlusconi e di superare il bipolarismo con una legge elettorale proporzionale”. A giudizio di Ferrero “è infatti evidente che l’attuale legge elettorale maggioritaria permette a Berlusconi di governare il suo partito come una caserma tappando la bocca a chiunque dissente”.


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martedì 27 aprile 2010

Idee per un Partito Comunista



Stanno uscendo su Liberazione interventi di nostri dirigenti che si misurano con la sconfitta elettorale, con la fase e i nostri compiti. Ci sono proposte non condivisibili (Valentini, Bonadonna) volte, nell’essenza, ad affidare la prospettiva ad una nuova forza riformista di sinistra e con ciò sotterrare l’autonomia comunista.
Vorrei partire da due questioni, poste l’una dal compagno Salvatore Bonadonna e l’altra dal compagno Bruno Steri. Bonadonna afferma, tra l’altro, che il Prc, nella sua storia, non ha mai avuto radicamento vero tra la classe operaia. Steri pone la giusta questione di elaborare idee-forza capaci di organizzare consenso tra i lavoratori e a livello di massa.
Per ciò che riguarda Bonadonna: la sua osservazione è giusta. Il Prc non è mai riuscito a radicarsi seriamente, non solo tra la classe operaia, ma all’interno del mondo del lavoro complessivo. Per anni ha goduto del lascito elettorale del PCI; ha poi – attraverso una giusta intuizione – positivamente incrociato i movimenti spostandosi quindi, per organizzare il consenso, sul terreno mediatico. A lungo Bertinotti ha sfondato in tv e da lì ha coltivato, prevalentemente, il consenso, disinteressandosi del partito vero, che si avviava alla fatiscenza: completamente assente nei luoghi di lavoro e volatile nelle sue strutture territoriali. E’ del tutto evidente che ora, consumatasi l’eredità del PCI, spentasi l’onda dei movimenti (verso i quali Bertinotti ebbe un rapporto farisaico, giungendo, per conquistarne il consenso, a pagare alti tributi in termini di autonomia culturale comunista, per poi sacrificare Genova sull’altare del governismo) e chiusosi il terreno mediatico, per il Prc la fase si fa oscura. Rimarco ciò perché siamo di fronte ad un paradosso: mentre enfatizziamo il radicamento leninista della Lega, rimuoviamo la questione della distruzione organizzativa del nostro partito e il fatto che attraverso mille suggestioni pseudo teoriche abbiamo trasformato il Prc in un partito leggero, di opinione, non più adatto a costruire stabili legami di massa e consenso sociale ed elettorale. Rimossa, nella varie analisi della sconfitta, tale questione, si fa poi presto a cambiare strada, a far credere – Bonadonna e Valentini – che il problema sarebbe quello di sostituire il partito comunista con una più vaga forza di sinistra. Vi è poi la questione posta dal compagno Steri: le idee-forza. E’ vero: occorre metterne a fuoco alcune, fondamentali; avere il coraggio di sostenerle in controtendenza e la tenacia, negli anni, per renderle popolari, puntando a far identificare quelle proposte con il partito comunista. La prima non può che essere quella di una lotta spietata all’evasione fiscale (200 miliardi di euro l’anno); senza tale lotta nessun governo può essere di sinistra, poiché ogni politica sociale è impedita. Assieme a ciò indispensabili sono la fine delle missioni e delle spese militari. Che farci con tutta questa ricchezza rientrata? Il 50% per la ricostruzione dello stato sociale e l’altra metà per la riduzione della pressione Irpef sui lavoratori e per una detassazione sulle partite Iva: unità tra lavoro salariato e lavoro autonomo, il blocco sociale per l’alternativa. Una parola d’ordine forte, di grande impatto popolare, un’azione decisiva per il cambiamento sarebbe questa: da domani le imprese non beneficiano più dell’aiuto statale. La subordinazione porta a pensare che questo sarebbe un sacrilegio: in verità sarebbe solo il ritorno ad una normalità redistributiva (oggi, è la Marcegaglia a dirlo, sono oltre 1.300 le forme di aiuto e agevolazione per le imprese). Lotta alle delocalizzazioni: che fare? Immettere una norma per cui le aziende che delocalizzano perdono tutte le agevolazioni avute negli ultimi dieci anni e i soldi li restituiscono allo Stato. La nazionalizzazione delle banche è un’idea forza verosimile, che può incontrare sia il consenso di massa che quello delle imprese, che con un credito dello Stato possono guadagnarci. Se si partisse dal disagio sociale e dalla consapevolezza del grande indebitamento delle famiglie italiane, una proposta, sentita come cosa buona e giusta dalle masse, sarebbe quella di un piccolo credito pubblico popolare senza interessi per le famiglie in difficoltà (10 mila euro?) con il salario come unica garanzia di rientro. Una questione decisiva è questa: un progetto volto alla concentrazione delle imprese, un obiettivo così importante da favorire anche attraverso la defiscalizzazione per quelle favorevoli ad unirsi, concentrarsi. L’Italia è il Paese del piccolo è bello; in verità negli angusti distretti economici italiani è accaduto il peggio del peggio: schiavizzazione del lavoro e costruzione dell’esercito industriale di riserva, tutto volto a battere la concorrenza internazionale attraverso l’abbattimento del costo del lavoro: un’impresa immorale e, insieme (rispetto al costo del lavoro in altri mondi) velleitaria. Solo il superamento dei piccoli e malsani distretti e la concentrazione delle imprese – volte a conquistare mercati attraverso la qualità delle merci e non la schiavizzazione della forza-lavoro – può modernizzare e rilanciare l’economia italiana, riconsegnando salario e diritti ai lavoratori.
Per costruire e rendere popolari tali idee-forza, tuttavia – lo diciamo al compagno Steri – occorre (e torniamo alla questione posta da Bonadonna: l’assenza storica del nostro radicamento) un soggetto politico dalla natura anticapitalista e rivoluzionaria, un partito comunista. Lo rimarchiamo solo perché Steri, nel suo articolo, non lo ricordava.
di Fosco Giannini



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A dirotto per l’art.18. Mobilitazioni e appelli contro il colpo di Statuto


Roma, 4 mar. 2010 – L’aula del senato ha approvato ieri sera in via definitiva il disegno di legge sul lavoro, che aggira e smantella di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori attraverso l’introduzione di norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. La legge è stata approvata con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Il provvedimento contiene fra l’altro norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l’apprendistato e le controversie sul lavoro.
“Il voto del senato è una vera e propria controriforma che mina radicalmente i diritti del lavoro – attacca il portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero – Si tratta dell’abrogazione di fatto e surrettizia dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in difesa del quale nel corso di questi anni tanta parte delle classi lavoratrici e del paese si è impegnata per arginare gli attacchi sempre più ignobili e spudorati da parte della destra berlusconiana”.
Per questo la Federazione della Sinistra si rivolge “alle forze politiche democratiche, alle organizzazioni sociali, alle forze dell’associazionismo, al mondo della cultura, alle energie intellettuali e della società civile”, invitando tutti a “far partire subito la mobilitazione per contrastare questo scempio dei diritti del lavoro”.
La nuova norma varata dall’aula di palazzo Madama limita la competenza del giudice e privilegia il canale dell’arbitrato e della conciliazione per tutte le controversie di lavoro, tra cui quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso. Due le possibilità previste per ricorrere all’arbitrato in funzione della risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e lavoratore.  La prima, virtualmente più sicura, è attraverso i contratti collettivi nell’ambito di cui le parti possono stabilire i limiti in cui l’arbitrato può essere esercitato. Se però le parti falliscono nel trovare un accordo, può intervenire il ministro per decreto. La seconda possibilità è che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all’arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all’arbitrato secondo equità: ciò implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge, quindi diritti come l’articolo 18, le retribuzioni o le ferie.  Tale accordo può essere stabilito anche nel corso del rapporto di lavoro. Una norma che devasta di fatto l’articolo 18 e pone brutalmente i lavoratori in una condizione soggiogata e ricattabile.
Tra le altre nequizie introdotte dalla nuova legge: la possibilità di assolvere l’ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso l’apprendistato in azienda secondo quanto stabilito d’intesa tra regioni, ministero del lavoro e dell’istruzione e “sentite le parti sociali”. Il governo è infine delegato ad adottare, entro 3 mesi, regole sul pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in attività usuranti.
Gongolante, il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, ricorda che l’intervento faceva parte della versione originaria della legge Biagi: “Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l’articolo 18 dello Statuto non è stato minimamente toccato – sostiene Sacconi – La polemica dei soliti noti su un testo di legge alla quarta lettura in parlamento, dopo due anni di esame, è l’ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale”. Secondo il ministro, invece, “il lavoratore avrà la possibilità in più di ricorrere all’arbitrato e il tutto sarà regolato da contratti collettivi. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma, punto”.
Sacconi si riferisce alle obiezioni alquanto blande di Cisl e Uil, da sempre propense riguardo all’idea di “affidare questa materia alle parti sociali” e maldisposte verso gli interventi della politica, come fa notare il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Cui fa pronta eco il leader della leader Luigi Angeletti, giudicando quella del governo “un’alternativa ragionevole” e concordando con la Cisl circa il fatto che “questo tema, così come i temi del mercato del lavoro, devono essere oggetto prima di confronto e discussione con i sindacati e le associazioni di impresa, che sanno trovare soluzioni più efficaci del parlamento”.
“Col voto del senato si è scritta una brutta pagina per i lavoratori italiani – risponde la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro – Si è aperta la strada alla manomissione dell’art.18: è un ulteriore attacco al diritto del lavoro”. Il Pd, d’altro canto, anziché sollevare lo scudo dell’ostruzionismo, ha concesso il proprio lasciapassare all’accelerazione dell’inter di approvazione della legge, perseguita a maggior ragione e in tutta fretta dalla maggioranza dopo che su Repubblica di ieri (mercoledì 3 marzo) alcuni politici, sindacali e giuristi avevano lanciato l’allarme sul blitz tentato in senato dalla destra.
Duro il commento della Cgil. “Questo disegno di legge opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano – osserva il segretario generale Guglielmo Epifani – Porta sostanzialmente a una forma di arbitrato obbligatorio, che farebbe saltare le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori di poter adire a queste scelte”. In altre parole defrauda i lavoratori dell’articolo 18. “In questo modo naturalmente si rende il lavoratore più debole – continua Epifani – Se lo si fa addirittura nel momento del suo ingresso nel lavoro, lo si segna per tutta la vita”.
Contro la nuova norma Epifani annuncia che “in ogni caso la Cgil farà ricorso, se ve ne sono le condizioni di legittimità costituzionale”. Intanto la Federazione della sinistra si rivolge a tutte le forze democratiche e invita tutti i cittadini a mobilitarsi fin da subito per far sentire la voce della civiltà e del diritto contro questo ennesimo scempio operato dalla destra: per chiedere al presidente Giorgio Napolitano di non firmare questa norma incostituzionale; per costruire un movimento democratico e partecipativo in difesa delle libertà e i diritti individuali e collettivi; per realizzare il referendum abrogativo della legge.
Cosimo Rossi


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Patriarcato tabù anche a sinistra: Non è mafiosa la famiglia che uccide.




La famiglia è la prima causa di morte in Italia. Il numero dei delitti passionali dall’inizio millennio ha supèrato quelli dovuti alla criminalità organizzata. E le donne italiane possono vantare di trovare in famiglia la prima causa di morte e di violenza. Eppure quando si sente evocare la parola patriarcato anche nella sinistra a volte si vede e si sente sbuffare dalle file di fondo.
La striscia di sangue prodotta dalle crisi coniugali sta invece assumendo proporzioni assolutamente inedite e allarmanti. E’ quanto rileva in una nota preoccupata anche l’Associazione degli avvocati matrimonialisti, tuttavia sempre più impegnati sul fronte penale.
Secondo l’associazione di giuristi impegnati nella tutela dei minori e delle famiglie, “gli accadimenti degli ultimi giorni, legati a separazioni e divorzi – la madre di Gela che ha ucciso i suoi figli, separata da appena sei mesi e l’uomo che nel bresciano ha ucciso l’ex moglie e due vicini di casa nel mantovano – dimostrano impietosamente quanto le vicende matrimoniali, allorché sfociano in insanabili contrasti, possano produrre fatti di sangue ancora più plateali ed eclatanti di quelli prodotti dalla malavita organizzata”.


Non si venga quindi a lamentarsi delle esagerazioni riguardo al patriarcato. Non si dica che non si tratta di una questione di carattere deflagrante in Italia. Non si dica che non sia frutto di una consolidata impostazione o, peggio, tradizione di carattere culturale: che non riguardi l’antropologia del paese, la sua morfologia sociale, la sua arretratezza civile, la pervasiva ingerenza della dottrina cattolica, l’accomodante accondiscendenza di una borghesia liberale e salica, il maschile oziare in famiglia tra i due cuscini rappresentanti dai benefici della Chiesa da un lato e dall’inveterata tradizione di virilità presunta dall’altra.
Basti pensare che le disposizioni sul famigerato “delitto d’onore” sono state abrogate molto dopo il divorzio del 1974, il nuovo stato di famiglia del 1975, l’aborto del 1978: il 5 agosto 1981. Fino ad allora, almeno sulla carta, chi scopriva “l’illegittima relazione carnale” di moglie, figlia o sorella poteva accoppare in flagrante sia loro che l’amante beneficiando di una pena quasi simbolica da un minimo di 3 a un massimo di 7 anni di reclusione.
Erano trent’anni fa, non trecento. Tuttavia in Italia la violenza intramurale continua a essere un fenomeno di portata più grave e consistente dei peggiori comportamenti criminali. Eppure continua a non fare notizia. E non lo fa appunto perché è radicata nell’antropologia sociale del potere maschile: scolpita a cazzotti sulle porte e le spalliere dei talami famigliari, fotografata a raggi x e istoriata sulla pelle di mogli e figli, sbottonata sotto la scrivania che esamina stagiste o starlette, perdonata da un clero che invita i famigliari a sopportare, assecondata dal potere che la considera forma propria del suo esercizio. Maschile. Ma talora anche al femminile. Di destra. Ma con una sinistra, specie quella comunista, che nel dopoguerra ha ampiamente assecondato il conformismo patriarcale, e dove tutt’oggi si sente scricchiolare le sedie d’uggia quando il tema del patriarcato viene posto con insistenza femminista suscitando magari anche il sibilo di qualche battuta sciovinista.
E invece il problema si chiama proprio patriarcato: a scuola, in ufficio, per strada, sulle ribalte, in politica, società. E soprattutto in casa. In Italia si consuma un omicidio in famiglia in media ogni 2 giorni, 2 ore, 20 minuti e 41 secondi, secondo le statistiche redatte dal criminologo Vincenzo Mastonardi. Il movente è passionale nel 25.9% dei casi; cui seguono contrasti personali nel 21.8% dei casi, disturbi psichici nel 16.15%, liti per l’assegnazione della casa coniugale nel 15%, ragioni economiche (assegni di mantenimento o restituzioni di somme) nell’8%.
E in tempi di crisi il tratto antropologico viene alimentato dal peggioramento della condizione sociale. A detta degli avvocati specializzati, infatti, “si registra sempre di più un movente legato a fattori economici e soprattutto all’assegnazione della casa coniugale, che oggi sta per diventare il vero ‘pomo della discordia’, ancor di più di quello dell’affidamento e della gestione dei figli”. Quindi, “le nuove povertà prodotte dalla separazione e la lunghezza insopportabile dei processi sono altre ragioni che contribuiscono a determinare le stragi familiari”.
In Italia, insomma, “non ci si rende conto che la famiglia uccide più della mafia e che le separazioni ed i divorzi, spesso mal gestiti dagli addetti ai lavori, sono quotidianamente la causa di omicidi o stragi familiari”. E “il trend è destinato ad aumentare in proporzione all’aumento di separazioni e divorzi”. Sostiene il presidente nazionale dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani(Ami), Gian Ettore Gassani. “Troppe volte le coppie in crisi sono lasciate al loro destino in un momento, come quello della separazione o divorzio, che rappresenta per molti un lutto di difficile sopportazione ed elaborazione – spiega – Nel 30% dei casi le separazioni sono accompagnate da reati intrafamiliari, molti dei quali sfociano successivamente in gesti estremi. Gli italiani, a differenza della grande maggioranza dei cittadini stranieri, vedono nella separazione una vergogna o un affronto, molte volte da lavare con il sangue e giammai come una scelta di vita o un rimedio”.
Tuttavia i maltrattamenti e abusi intrafamiliari nel 60% dei casi vengono prescritti. E, quando è inflitta condanna, la pena è del tutto simbolica. Esiste insomma “una generalizzata consapevolezza di quasi totale impunità quando i reati vengono commessi all’interno della mura domestiche”, continua Grassini. Che, tra l’altro, osserva come “anche forme di violenza verbale all’interno della vita matrimoniale non devono e non possono più essere sottovalutate”. Difatti, nel 65% dei casi di omicidio o strage in famiglia vi erano stati già pericolosi segnali di violenza o minacce, negligentemente sottovalutate da chi di dovere. Si è arrivati persino al punto che “il 17 ottobre 2007, a Reggio Emilia, si consumò una strage dinnanzi al giudice – ricorda il presidente dell’Ami – Un marito uccise la moglie ed il cognato durante l’udienza di divorzio, prima di essere a sua volta ucciso”.



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