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venerdì 5 marzo 2010

Controcorrente intervista Andrea Fioretti, Comunisti Uniti

Resistenze numero26
Giornale di Controcorrente – sinistra del PRC
http://www.controcorrentesinistraprc.org/archresistenze.php

D. Comunisti Uniti nasce quando PRC e PDCI, reduci dalla catastrofe del secondo Governo Prodi, sembrano riflettere sui propri errori e “svoltare a sinistra”. Che bilancio dai di quella fase.

R. La perdita di consenso da parte dei due partiti comunisti ex-parlamentari viene da lontano e non è certo limitabile al solo loro appoggio alle politiche fallimentari e antioperaie dell’ultimo governo Prodi. Viene da almeno dieci-quindici anni di appoggi a governi locali e nazionali improponibili in cui si è accettato ogni mediazione pur di restare attaccati alle poltrone istituzionali. Non è una questione di sottovalutare le elezioni, ma qui la tattica (elettorale) si è completamente sostituita alla strategia (la trasformazione sociale).
La scelta di partecipazione all’ultimo governo Prodi è uno sbocco coerente di questo percorso, ma ha portato alla distruzione pressoché completa della credibilità residua di PRC e PdCI. Con il crollo dell’ultimo governo di centrosinistra, questi partiti comunisti sono stati considerati addirittura più responsabili dell’Ulivo (ora PD) da parte delle masse, visto che proprio loro si erano presentati come “clausola di salvaguardia” per gli interessi dei precari, dei lavoratori salariati in generale e del movimento contro la guerra in quell’esecutivo filo-padronale. Questi motivi e il successivo sbocco meramente politicista dell’Arcobaleno hanno portato al tracollo elettorale dell’aprile 2008. E’ qui che matura la “svolta a sinistra” dei congressi, per arginare questo crollo verticale e cercare di recuperare un minimo di connessione coi sentimenti diffusi del cosiddetto “popolo della sinistra”.
Ovviamente, vi era un’opzione di “uscita” da questa crisi ancor più pericolosa che andava arginata e battuta: la liquidazione totale bertinottiana e vendoliana attraverso la costruzione di un partito genericamente di sinistra e geneticamente orpello del PD. Dentro questo contesto esce l’appello dei Comunisti Uniti che, al di là di tutte le differenti intenzioni che indubbiamente vi hanno lavorato, ha messo per la prima volta in connessione la convinzione diffusasi, sia in buona parte di PRC e PdCI che in tantissimi compagni della cosiddetta “diaspora”, che non esiste rilancio del ruolo dei comunisti in questa fase senza riconquistarsi un’autonomia dal quadro delle compatibilità imposte dal “governismo” e senza rimettere al centro dell’azione il conflitto di classe rispetto ai pur necessari passaggi elettorali.
Poi lo spazio politico per questa opzione di unità dei comunisti, non a caso, cresce molto negli ultimi mesi quando diventa chiaro che la “svolta” dei congressi non è affatto definitiva e, con la Federazione, si torna oggi a parlare di soggetti politici di sinistra alleati col PD e magari persino con l’UDC.

D. Dalle alpi alle piramidi gli accordi di governo tra la sinistra e il PD, talvolta allargati all’UDC, si moltiplicano. E la base dei due partiti spesso si ribella. Lo abbiamo visto in Liguria, Piemonte, Lazio, Basilicata.

R. Purtroppo sin dalla sua nascita, la Federazione della Sinistra si è presentata come un tentativo di costruire una mera coalizione elettorale. E nel fare questo si è guardato unicamente alla propria destra per occupare gli spazi di Sinistra e Libertà come interlocutore principale del PD. La subalternità a questo partito centrista, francamente ormai di stampo più social-liberista persino di quanto sia social-democratico, è dimostrata dal fatto che ci si è subito allineati alla sua tattica di avvicinamento all’UDC. Questo si è riflettuto anche in alcune alleanze locali nelle prossime regionali. Moltissimi compagni dentro e fuori PRC e PdCI si aspettavano dai congressi una svolta in senso opposto che portasse i comunisti ad essere “cuore dell’opposizione di classe” e non stampella di forze moderate liberiste e spesso colluse col malaffare. In queste elezioni regionali invece si va in alleanza col PD, non in base all’imposizione di punti di un programma minimo di classe, ma ovunque questo vuole e si va da soli solo dove le forze moderate non hanno voluto l’alleanza con la Federazione. Alla faccia dell’autonomia!
Era quindi logico (ma non scontato) aspettarsi una ribellione di circoli e sezioni, nonché federazioni intere. Così come all’esterno dei due partiti aumenta la sfiducia verso la Federazione e le prospettive in cui si va cacciando. Il movimento che si è creato attorno al rilancio dei Comunisti Uniti è certamente composto da parte di quelli che nei due partiti si stanno ribellando a questa nuova svolta moderata e da quelli che fuori vogliono costruire una prospettiva politica che dia un segnale di discontinuità con questo andazzo fallimentare. Anche perché le sorti dei comunisti di fronte alle larghe masse sono purtroppo comuni. Non basta fare le “anime belle” e dire “io con queste scelte non c’entro nulla”. Bisogna cominciare, rispettando le appartenenze di ciascuno, a costruire un’alternativa politica e gettare le basi per andare verso un Partito per tutti i comunisti ovunque collocati degno di questo nome.

D. In questo quadro, molto diverso da quello in cui siete nati, esce il secondo appello di Comunisti Uniti. Quali obiettivi vi proponete di ottenere in questa nuova fase?

R. Per ora l’obiettivo è diffondere il più possibile la lettera aperta, pubblicata su “il manifesto” il 21 gennaio scorso, e raccogliere quante più adesioni possibili coi nostri ridotti mezzi.
Nella lettera pubblicata sul sito www.comunistiuniti.it sono contenuti i “paletti” principali con cui vogliamo aprire poi dei gruppi di lavoro locali, delle “case comuni”, che mettano in collegamento questi compagni trasversalmente alle appartenenze politico-organizzative di ciascuno dando uno strumento di battaglia politica in più e non inventandosi un nuovo ennesimo partitino o organizzazione. Dobbiamo aprire una fase nuova che rompa col passato, pertanto rifiutiamo la dicotomia tra strade già provate e che hanno dimostrato non funzionare. Quella del semplice “entrismo” con l’accettazione passiva del meno peggio (sia il PRC, il PdCI o la Federazione) che porta sempre all’ancora peggio. Quella della divisione dell’atomo con il quale si operano scissioni infinite o creazione nuovi di micro-partitini con macro-rivoluzionari.

D. Un “controappello” dall’interno della Federazione vi accusa di utilizzare il malumore dei militanti di PRC e PDCI per fomentare posizioni “estremiste” che porterebbero all’isolamento della sinistra.

R. Ne abbiamo parlato ma non siamo particolarmente colpiti da queste critiche. Non credo neanche si voglia fare un vero “controappello”. Sarebbe sciocco da parte degli estensori. Mi sembra più che si inseguano dei “fantasmi” dove non ci sono e che non si voglia leggere la fase attuale contestualizzando una serie di riferimenti teorici totalmente inefficaci se non calibrati nella situazione concreta. Infatti, in questa lettera di alcuni compagni dell’Ernesto e del PdCI, la parte che mi sembra sostanziale è quella dove, in sostanza, si da una copertura dotta al giudizio sulle alleanze e sulla federazione con un’accettazione della logica del “meno peggio”. Questo stravolge il senso sia del primo che del secondo appello di Comunisti Uniti. D’altronde la nostra valutazione sulle alleanze col PD non è data da un pregiudizio “ideologico” ma da una precisa analisi (che può non essere condivisa ma non mistificata) sulla natura di classe di questa formazione politica e sugli obiettivi che i comunisti ed il moderno movimento dei lavoratori salariati si dovrebbero dare in questa fase di resistenza alle ristrutturazioni padronali e governative. Al contrario continueremo a subire l’attuale egemonia reazionaria nella crisi del capitalismo senza svolgere un ruolo utile o necessario alla classe figuriamoci di esserne poi la parte avanzata in un fronte anticapitalista!

D. A gennaio siete stati tra i promotori di un riuscito incontro nazionale di lavoratori di aziende in crisi. Come si legano “unità dei comunisti” e rappresentanza del mondo del lavoro e dei movimenti di lotta?

R. Quella riunione di lavoratori delle aziende in crisi venute da tutta Italia e appartenenti a differenti sigle sindacali (principalmente FIOM e CGIL e sindacalismo di base), in cui anche nostri delegati erano promotori, è stata un osservatorio interessante e l’incarnazione di parte di quanto andiamo dicendo sulla centralità del conflitto di classe. Non c’è unità dei comunisti se non la si vincola alla riconquista di un’autonomia di classe. E non c’è autonomia senza la costruzione di un’agenda politica autonoma, quindi non subordinata alle esigenze imposte dalla governabilità nazionale o locale, sulla difesa del salario (globalmente inteso, quindi anche della casa, dei servizi, delle pensioni, ecc..), difesa dei posti di lavoro, democrazia sindacale, ecc… Bisogna ripartire da quello che veniva chiamato “programma minimo di classe” e rimettere al centro dell’azione la costruzione di un vasto fronte anticapitalista. Essere utili a riconnettere le singole lotte in una piattaforma più ampia di resistenza sociale alla crisi e gettare le basi per un’alternativa di sistema e non di mero “governo”. Sulla base di questo e della formazione di un nuovo blocco sociale di riferimento si può parlare di quali “larghe alleanze” convengano o meno. Si possono affrontare tornate elettorali e quant’altro. Ovviamente, noi possiamo solo dare un contributo a rimettere insieme quanti più compagne e compagni possibile a fare questo lavoro. Non possiamo risolvere il problema a partire da noi. Il tema della non autosufficienza dei singoli spezzoni dell’attuale movimento comunista è per noi centrale.

D. Quando ci si propone di “unire i comunisti” ci si imbatte inevitabilmente nel problema dei riferimenti internazionali. Come pensate di affrontarlo?

R. Come dicevo, non possiamo “mettere le braghe al mondo” a partire solo dai Comunisti Uniti e risolvere a partire da noi tutti i problemi del movimento comunista. Oltretutto noi non siamo un partito ma un movimento e certe differenze continueremo ad averle anche al nostro interno. Di volta in volta analizzeremo e prenderemo la posizione più avanzata possibile da un punto di vista di classe nell’attuale fase. Sicuramente tenteremo di avere una visione antimperialista che ci porta a essere dalla parte dei popoli che resistono alle aggressioni imperialiste, sia sotto l’egida unilateralista USA che sotto quella multilateralista della UE. Partiamo intanto dal denunciare il ruolo del nostro paese nel gotha delle potenze imperialiste, chiedere il ritiro delle truppe militari, la chiusura della basi, la riconversione delle spese militari verso quelle sociali. E’ sempre facile prendere posizione su processi complessi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza, molto meno lo è quando devi farlo sulle questioni che ti sono più vicine e che influenzano più direttamente il conflitto capitale/lavoro nel tuo paese.

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sabato 28 novembre 2009

Vauro: la scatola dei calzini perduti



A Madut, il ragazzo del Sudan che lavora a Roma in una lavanderia a gettone, che dorme in un garage dove, in cambio della vigilanza notturna, non gli è concessa neanche una stufa, viene offerto di intrattenere i bambini, vestito da Babbo Natale, in un centro commerciale. Ma è un uomo nero, un bambino si spaventa e, dunque, non se ne fa più niente. E' l'avvio di La scatola dei calzini perduti, l'ultimo libro di Vauro Senesi, più conosciuto con il solo nome di Vauro grazie alle sue sferzanti vignette satiriche, ma anche molto noto per i suoi reportage nei luoghi di guerra, dall'Afghanistan, all'Iraq, dalla Palestina, al Sudan, alla Sierra Leone.

Madut è uno dei tanti giovani fuggiti dalla loro terra, spinti dalle sofferenze e dal bisogno e ricchi soltanto di speranze e desideri. Ma la realtà non rispetta i sogni e si rivela aspra e nemica. Madut tira avanti, tra meschinità e resistenze; è solo e s'aggrappa a pezzi d'intimità che rubacchia ascoltando pezzi di frasi e di voci che filtrano dalle finestre delle case. Consolatoria illusione per lui che della famiglia, dei genitori, del fratello e del nonno ricorda ormai solo i nomi e non più i volti "ché quelli erano scomparsi, cancellati dal soffio del tempo come fossero fatti di sabbia".

Affresco composito, La scatola dei calzini perduti (proprio come quelli che Madut raccoglie nella sua lavanderia) descrive uno scenario dove la solidarietà è solo apparente e mette insieme una piccola folla di persone diverse tra loro: uomini d'ordine, immigrati, preti, sfruttatori e finti progressisti. E donne, sante o prostitute, comparse o molto di più. E relazioni, indifferenza, amicizie, amori, insidie e conflitti. Una storia che Vauro racconta con la stessa passione e con lo stesso talento con cui disegna. E, dopo Kualid che non riusciva a sognare e Il mago del vento, editi ambedue da Piemme, La scatola dei calzini perduti conferma la sua capacità di evocare i tanti ingredienti che compongono ogni vita. Con occhi capaci di guardare, prima ancora che di raccontare.


Ti senti più vignettista satirico o scrittore?
"Risposta banale: tutt'e due. Perché il disegno è immagine e la parola scritta, per me, lo è altrettanto, tant'è che scrivo con il pennarello su carta, esattamente come disegno. Disegnare è un modo di narrare, scrivere è un altro modo di narrare. Sono convinto che in ambedue i casi sia fondamentale l'emozione: quella che provi e quella che cerchi di trasmettere. L'emozione e il pensiero che ne scaturisce possono avere il respiro breve di una vignetta o quello più ampio di una frase, una pagina, un racconto. Ed è proprio, penso, il gusto del raccontare che in me fa sì che il vignettista e lo scrittore non litighino mai, e che anzi, spesso si diano una mano a vicenda".

La scatola dei calzini perduti racconta storie metropolitane intrise di pessimismo. Che cosa hai voluto raccontare?
"Non penso che le storie de La scatola dei calzini perduti siano intrise di pessimismo. Sono solo storie che ho tratto da realtà che ho vissuto e la realtà non è né pessimista né ottimista, semplicemente è. Per reale intendo quella dimensione ampia della vita di quando ti riesce di ascoltare, osservare, annusare chi e ciò che ci sta intorno. Quando si riesce ad immergervisi con tutti i sensi e ad attendere di capire, senza l'ansia di catalogare quello che si sta vivendo in categorie predefinite come, appunto, ottimismo e pessimismo, bene e male, dando così il tempo all'esperienza di raccontarti la propria storia, sempre fatta di sapori diversi e addirittura contrastanti tra loro che, però, miscelandosi, ti danno la possibilità di percepire il gusto dell'esistere, tanto da farti nascere la voglia di condividerlo. Raccontandolo".

Tu viaggi nelle zone calde del mondo e collabori con Emergency. Quante di queste esperienze ci sono nel libro?
"Quasi tutte, e dico quasi perché altre ancora vorrei metterle nei prossimi libri. Ad Emergency: alle persone, medici, infermieri, logisti, volontari ma soprattutto ai pazienti conosciuti negli ospedali delle "zone calde del mondo" (troppe sono le zone calde) devo molto. Innanzitutto gli devo l'impossibilità (che mi hanno insegnato, con il loro modo di essere), di lasciarmi andare al pessimismo. Dal pessimismo alla disillusione, dalla disillusione al disinteresse, il passo può essere breve. Ma il disinteresse è un privilegio di chi, essendo solo osservatore, se lo può permettere. E' grazie a loro che quel passo non l'ho mai compiuto.
Spero anche nei miei racconti. Ho spesso dimenticato i nomi, ma mai i volti, le espressioni: sorrisi o smorfie di dolore, e ciascuno di essi si è sedimentato nella mia coscienza. Sguardi, a volte privi di occhi, che continuano a raccontarmi le loro storie, in lingue diverse, tutte comprensibili, chè il sentire umano si esprime al di là degli idiomi, delle culture e delle religioni, in una unità commovente. Sono queste le storie che cerco di raccontare".

Vauro Senesi -La scatola dei calzini perduti - Piemme-
Pag 326, euro 17,50
 
(Perdonateci la pubblicità, ma crediamo che Vauro se la meriti - la redazione)

giovedì 26 novembre 2009

Intervista al segretario del PdCI Oliviero Diliberto




Intervista al segretario del PdCI Oliviero Diliberto pubblicata sulla " Rinascita della Sinistra"

Leggi ad personam che paralizzano la vita di un paese affogato in una crisi istituzionale senza precedenti, scontro nella maggioranza di centrodestra, la fine della separazione dei poteri con i continui tentativi di mettere  la giustizia sotto controllo dell’esecutivo  per  garantire l’impunità a Berlusconi. Il tutto in una crisi economica gigantesca, con un precariato dilagante e l’inerzia del governo che taglia i fondi alla ricerca. Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto parla a tutto campo, anche di Bersani, PD ed elezioni regionali. Scandisce bene le parole, pondera le frasi come si usa fare nei momenti difficili. Ed è un momento difficile per l’Italia, per l’opposizione e per i comunisti. “Serve una grande mobilitazione” sottolinea Diliberto. “Ben venga la manifestazione del 5 dicembre, noi saremo in piazza, come lo siamo stati con i lavoratori e con il mondo della scuola; ma occorre andare avanti con la costruzione della federazione della sinistra”. Il concetto è chiaro: serve più forza a sinistra, per riportare il conflitto nelle istituzioni e per mantenere aperta in  Italia, in modo aperto e proiettata verso il futuro,  la questione comunista.



D - Partiamo dalla giustizia, ancora una volta i problemi personali del premier si scaricano sul Paese e trascinano l’agenda politica.
ODB -  a me sembra evidente che l’Italia è ormai piombata in una crisi che ha tanti aspetti, due in particolare: quella economica e quella istituzionale che è gravissima. Il Parlamento è stato privato dei suoi poteri. Il presidente della Camera Fini ha chiuso Montecitorio per una settimana in polemica contro il governo. Non era mai accaduta una cosa del genere, un segno chiaro di protesta verso  Il ministro dell’economia che non dava copertura ai progetti di legge parlamentari.  Vi è uno scontro senza fine nel centrodestra,  che dovrebbe smetterla di occuparsi dei problemi giudiziari di Berlusconi e occuparsi del Paese, della crisi economica e dei problemi di tutti i cittadini. Se questa maggioranza non è in grado di governare (male), vada a casa e si torni a votare. Subito. Noi siamo pronti.
Vi è, invece, un attacco continuo alla Costituzione. È saltata la divisione tradizionale dei poteri. Questa crisi istituzionale si accompagna ad una evidente questione  di carattere morale clamorosa. Veniamo tutti chiamati, sia fuori che dentro il Parlamento, ad occuparci delle questioni giudiziarie del premier. Quello che abbiamo davanti è un quadro desolante dove si è smarrito il senso della politica intesa con la  P maiuscola. La politica in Italia ormai coincide  con le vicende personali di Berlusconi. Assistiamo al tentativo continuo di varare delle leggi che impediscono che il premier venga processato, leggi incostituzionali, come si è visto con il lodo Alfano e come chiaramente si vede per il cosiddetto “processo breve” anch’esso  palesemente al di fuori della carta fondamentale.
In questo modo rischiamo tutti di diventare incapaci ad  affrontare la vera crisi che esiste in Italia:  la crisi economica. Il governo prima ha detto che non esisteva, poi ha detto che è stata  superata. In realtà basta chiedere ad un normale cittadino per rendersi conto che la crisi c’è ed è devastante.  Si sono persi un milione e mezzo di posti di lavoro e questo dato riguarda solo i contratti a tempo indeterminato perché i precari non rientrano nel calcolo. Per loro basta non rinnovare il contratto e così diventano  invisibili.
Di fronte a questa crisi il governo non ha praticato alcuna misura proprio perché impegnato a fare tutt’altro.

D -  Con questa  ennesima legge “taglia processi”  si manifesta il paradosso fra  la propaganda del governo sui temi della sicurezza e scelte legislative che vanno in direzione opposta, Il tutto mentre lo stato della giustizia penale e civile, per i normali cittadini di cui parlavi prima, è disastroso.
R – E’ una delle tante contraddizioni di questo governo che ha vinto agitando il tema della sicurezza dopodichè un po’ di giorni fa i poliziotti di tutta Italia si sono dati appuntamento a Roma. Erano in venticinquemila, una manifestazione enorme, per protestare contro i tagli del governo al loro comparto. Addirittura lo stesso ministro dell’Interno è stato costretto a protestare contro le sforbiciate al suo dicastero.
Con questo nuovo provvedimento ad personam  semplicemente non si faranno più i processi. Far arrivare un qualunque criminale a sentenza diventa una specie di corsa ad ostacoli, con l’aggravante che se sei uno sfigato, un tossicodipendente o un extracomunitario, ti si può fare qualunque cosa, mentre i reati dei cosiddetti colletti bianchi vengono derubricati; ormai non sono nemmeno più reati. Una cosa che grida vendetta. Di fronte a questo sfacelo la visibilità dell'Italia ha raggiunto il punto più basso mai visto prima,  basta guardare come i governanti degli altri paesi industrializzati si vergognano a stare vicino a Berlusconi.  Per questo serve una grande mobilitazione.

D -  La CGIL ha promosso iniziative in tutto il paese sulla crisi economica conclusesi con un grande corteo a Roma. L’esecutivo, invece, sembra fare il gioco delle tre carte per nascondere i fatti.
R – Alla manifestazione della Cgil noi c’eravamo. I numeri affermano che fra poco finiranno i soldi per la cassa integrazione. E, tuttavia, per avere un’idea del modo inconcludente con cui il governo affronta la situazione basti pensare all’ennesimo pesante taglio ai fondi per l’università e la ricerca. Un paese che non  investe sulla ricerca è un paese che non ha futuro. Sono molto preoccupato, e lo dico da dirigente politico ma anche da lavoratore dell’università. Le giovani generazioni in questo modo vengono escluse dall’università. Quelli che se lo possono permettere non andranno all’estero solo per lavorare ma anche per compiere studi universitari,  generando così un’ulteriore discriminazione di classe.

D -  Possiamo dire che, in tutti i campi, la precarietà è diventata la regola?
R – Nel campo della scuola abbiamo avuto provvedimenti inutili e iniqui,  il taglio dei precari nell’istruzione è solo una delle facce di questa situazione. La precarizzaizone diffusa  del mondo del lavoro è diventata la norma in questo quadro  politico e sociale che diventa sempre  più desolante. Ormai il lavoro precario è la norma mentre ad essere eccezione è il rapporto a tempo indeterminato. Il contrario di come dovrebbe essere.

D – Quando parlavi di  mobilitazione ti riferivi anche  all’appuntamento del 5 dicembre a Roma per il “no Berlusconi day”?.

R  - questa scadenza del 5 è nata attraverso i tam tam del web, ad essa hanno  aderito l’Italia dei Valori e la nascente Federazione della sinistra,  sostanzialmente noi Comunisti italiani e Rifondazione. Ritengo importante parteciparvi. Trovo strano e bizzarro che il PD non aderisca. Penso che qualunque iniziativa che miri ad assestare un colpo al governo  Berlusconi  vada considerata cosa buona e giusta. Noi ci saremo.

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