Le scuole lombarde si sceglieranno i docenti da sole, niente piu' graduatorie. In una intervista al Corriere della Sera il governatore lombardo Roberto Formigoni anticipa la riforma della scuola che vuole mettere in atto nella sua regione che definisce "una proposta formigoniana-pidiellina-leghista, in profonda sintonia con il programma del governo e della coalizione". Stop alle graduatorie nazionali, con il reclutamento dei professori da parte delle scuole su base regionale, con assoluta parita' tra istituti pubblici e privati: questa la proposta Formigoni. "Ne ho gia' parlato con il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini- spiega- e con il governo. La direzione e' condivisa". Il governatore assicura, poi, che c'e' un "terreno favorevole sia con i sindacati, sia con i professori". Nel suo modello le scuole "pescano" i docenti da un albo regionale "in base al merito". Gli albi non saranno per i soli residenti, come invece vorrebbe la Lega. Pero' ci saranno dei requisiti necessari per l'iscrizione come "una certa permanenza sul territorio, almeno un ciclo di studio di cinque anni".Da Liberazione
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lunedì 19 aprile 2010
venerdì 16 aprile 2010
Fini, aria di rottura con Berlusconi
«Pronto a fare gruppi autonomi». «Se lo fai lasci la guida della Camera»
Aria pesantissima, a un passo dalla rottura nel vertice tra il premier Silvio Berlusconi ed il presidente della Camera Gianfranco Fini. Quest'ultimo - riferiscono fonti di maggioranza - ha esplicitamente detto che è pronto a costituire suoi gruppi autonomi in Parlamento, accusando governo e Pdl di andare a traino della Lega. Il premier Berlusconi - riferiscono le stesse fonti - avrebbe chiesto 48 ore di riflessione. L'incontro tra i due leader si è svolto oggi a pranzo a Montecitorio, dopo essere stato più volte rinviato e soprattutto dopo che il premier aveva già visto Umberto Bossi 8che ha commentato: «Il vertice? L'abbiamo già fatto a palazzo Chigi»). Il faccia a faccia è durato due ore e al termine nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni, segnale chiaro che le cose erano andate male. «Ho mangiato benissimo», si è limitato a commentare sorridente Berlusconi lasciando lo studio di Fini al termine del pranzo. Ai cronisti che insistevano per sapere come fosse andato l'atteso incontro, il premier ha detto senza perdere il sorriso: «Non mi pronuncio». Il Cavaliere era accompagnato dal sottosegretario alla presidenza Gianni Letta e dal consigliere Sistino Giacomoni.
L'ultimatum di Fini «Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi», ha raccontato una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. Secondo la fonte «non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore». In queste ore Fini ha riunito gli uomini a lui più vicini. Nello studio della terza carica dello Stato sono giunti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia. Alla riunione in corso nello studio del presidente della Camera sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore del 'Secolo d'Italià anch'essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina.
«Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro». Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. «Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo», ha spiegato durante la riunione con i suoi. Il primo passo è 'Pdl Italià, ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un 'partito della nazionè che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. «Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese». Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perchè - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. «Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...».
La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. È consapevole della posizione delicata che occupa: «Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese». Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia... Tante le richieste dell'ex leader di An. Lo scoglio più grande è appunto il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede un azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà e la convocazione degli organi. «Questa situazione va avanti da troppo tempo, non ci sto più», è sbottato il presidente della Camera con il premier, «non è possibile che tu mi faccia vedere la bozza delle riforme come se fossi l'ultimo dei deputati». Fini, dunque, ha chiesto una discontinuità suil metodo e sui contenuti della politica del Pdl, Berlusconi ha preso tempo. «Vedremo cosa risponde, ma dobbiamo essere pronti a tutto», ha sostenuto l'ex leader di An.
Schifani: se divisi si va al voto Sulla crisi nel Pdl interviene il presidente del Senato Schifani: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze ove necessarie». Schifani sottolinea che questo «è un concetto che già ho ribadito in epoca non sospetta» e lo ripeto perchè «leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi da quelli del Pdl». Replica il finiano Bocchino: «Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza. Val la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al Presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori».
La replica del Cavaliere «Rifletti bene su questa decisione di dar vita a gruppi autonomi perchè se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera». Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono fonti della maggioranza, avrebbe replicato così al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel corso del pranzo a Montecitorio avrebbe ventilato l'ipotesi di dar vita a gruppi autonomi. All'avvertimento del cavaliere, stando alle stesse fonti, Fini si sarebbe riservato di comunicare una decisione entro la prossima settimana.
«Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al Presidente Berlusconi». È quanto afferma Gianfranco Fini in una nota dopo il colloquio con Silvio Berlusconi. Ora Berlusconi «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Fonti del Pdl spiegano poi che «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi. Fini è ovviamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune e che, su invito del presidente Berlusconi, si è riservato di comunicare la prossima settimana. Sempre fonti della maggioranza riferiscono che il presidente Berlusconi non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera. Ma Bocchino conferma la sostanza dell'incontro: «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti», ha detto. Il vicecapogruppo del pdl, rispondendo ad una domanda, ha poi detto che l'ipotesi di una eventuale crisi di governo «è da escludere categoricamente».
La reazione dei coordinatori Pdl «Le recenti elezioni regionali e amministrative hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, un traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito. Da queste inoppugnabili considerazioni nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, al termine del vertice a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi.
Le opposizioni «Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle tensioni interne al Pdl tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono», conclude Bersani.
«Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio è. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani». È il commento alla notizia sulla possibile formazione di gruppi autonomi da parte dei deputati finiani rilasciato dal leader Idv Antonio Di Pietro ai microfoni del Tg3.
L'ultimatum di Fini «Fini chiede a Berlusconi di scegliere in modo chiaro se continuare a costruire il Pdl con lui o se preferirgli invece il rapporto con Umberto Bossi», ha raccontato una fonte vicina alla componente di An nel Pdl. Secondo la fonte «non siamo alla rottura, ma dipenderà da cosa succederà nelle prossime ore». In queste ore Fini ha riunito gli uomini a lui più vicini. Nello studio della terza carica dello Stato sono giunti il presidente vicario del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino, il vicecapogruppo Carmelo Briguglio, il viceministro e segretario generale di FareFuturo Adolfo Urso e il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia. Alla riunione in corso nello studio del presidente della Camera sono successivamente arrrivate anche la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno e il direttore del 'Secolo d'Italià anch'essa parlamentare Pdl vicina a Gianfranco Fini, Flavia Perina.
«Ho fondato un partito, sono pronto a rifondarne un altro». Per ora l'intenzione di Gianfranco Fini è quella di dar vita ad un gruppo (si contano 50 deputati e 18 senatori), ma il presidente della Camera con i suoi fedelissimi non ha escluso nessuna ipotesi in futuro. «Se l'unico modo di ottenere le cose è fare come la Lega allora anche noi ci travestiamo da lupi, saremo una forza di lotta e di governo», ha spiegato durante la riunione con i suoi. Il primo passo è 'Pdl Italià, ma messo alle strette ogni scenario è possibile, anche quello esposto da diversi finiani della creazione di un partito delle riforme, un 'partito della nazionè che coinvolga i delusi del Pdl, i rappresentanti del centro e una parte della sinistra. «Noi - riferisce per esempio una fonte parlamentare dell'Udc - siamo pronti a considerare l'eventualità di sancire un patto per il Paese». Tuttavia anche dopo il braccio di ferro con Berlusconi dalla presidenza della Camera filtra ancora la speranza che il Cavaliere possa riconsiderare le proprie posizioni e si ribadisce la lealtà verso l'esecutivo. E soprattutto non si crede affatto nella eventualità di un voto anticipato, anche perchè - fanno notare fonti parlamentari - Napolitano non scioglierebbe mai le Camere. «Certamente - ha spiegato Fini ai suoi - non siamo noi i traditori del patto. Ma sono stanco di essere preso in giro, Berlusconi è venuto da me solo per fare retorica...».
La terza carica dello Stato ha meditato a lungo se fare o meno lo strappo. È consapevole della posizione delicata che occupa: «Ma - ha osservato secondo quanto viene riferito - questa volta non è in gioco il futuro di Gianfranco Fini, è in gioco il futuro del Paese». Di questo passo - è il ragionamento - avremo l'avanzata degli unni in tutta l'Italia... Tante le richieste dell'ex leader di An. Lo scoglio più grande è appunto il rapporto con il Carroccio, l'appiattimento del Pdl a Bossi. Poi il partito: Fini chiede un azzeramento dei vertici di via dell'Umiltà e la convocazione degli organi. «Questa situazione va avanti da troppo tempo, non ci sto più», è sbottato il presidente della Camera con il premier, «non è possibile che tu mi faccia vedere la bozza delle riforme come se fossi l'ultimo dei deputati». Fini, dunque, ha chiesto una discontinuità suil metodo e sui contenuti della politica del Pdl, Berlusconi ha preso tempo. «Vedremo cosa risponde, ma dobbiamo essere pronti a tutto», ha sostenuto l'ex leader di An.
Schifani: se divisi si va al voto Sulla crisi nel Pdl interviene il presidente del Senato Schifani: «Quando una maggioranza si divide non resta che dare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze ove necessarie». Schifani sottolinea che questo «è un concetto che già ho ribadito in epoca non sospetta» e lo ripeto perchè «leggo in queste ore della costituzione di eventuali gruppi diversi da quelli del Pdl». Replica il finiano Bocchino: «Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza. Val la pena ribadire che nessun parlamentare vicino al Presidente Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori».
La replica del Cavaliere «Rifletti bene su questa decisione di dar vita a gruppi autonomi perchè se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera». Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono fonti della maggioranza, avrebbe replicato così al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel corso del pranzo a Montecitorio avrebbe ventilato l'ipotesi di dar vita a gruppi autonomi. All'avvertimento del cavaliere, stando alle stesse fonti, Fini si sarebbe riservato di comunicare una decisione entro la prossima settimana.
«Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perchè così hanno voluto gli italiani. Il Pdl, che ho contribuito a fondare, è lo strumento essenziale perchè ciò avvenga. Pertanto il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise. Ho rappresentato tutto ciò al Presidente Berlusconi». È quanto afferma Gianfranco Fini in una nota dopo il colloquio con Silvio Berlusconi. Ora Berlusconi «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Fonti del Pdl spiegano poi che «non c'è stato alcun ultimatum del presidente Fini al premier Berlusconi. Fini è ovviamente libero di prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune e che, su invito del presidente Berlusconi, si è riservato di comunicare la prossima settimana. Sempre fonti della maggioranza riferiscono che il presidente Berlusconi non ha mai invitato il presidente Fini a lasciare la presidenza della Camera. Ma Bocchino conferma la sostanza dell'incontro: «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti», ha detto. Il vicecapogruppo del pdl, rispondendo ad una domanda, ha poi detto che l'ipotesi di una eventuale crisi di governo «è da escludere categoricamente».
La reazione dei coordinatori Pdl «Le recenti elezioni regionali e amministrative hanno riconfermato la validità politica della decisione di dar vita al Pdl, un traguardo storico irreversibile. Gli italiani, dimostrando anche in questa occasione maturità ed intelligenza, hanno premiato l'azione del governo e creato le migliori condizioni per proseguire sulla strada delle riforme che abbiamo intrapreso e dell'ulteriore rafforzamento del nostro partito. Da queste inoppugnabili considerazioni nasce la nostra profonda amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco Fini che appare sempre più incomprensibile rispetto ad un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta dei coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, al termine del vertice a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi.
Le opposizioni «Sotto queste tensioni ci sono problemi molto seri. Innanzitutto il distacco profondo tra le politiche del governo e i problemi economici e sociali e le confuse prospettive di riforma evidentemente non condivise». Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle tensioni interne al Pdl tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «La verità è che su temi di fondo del Paese, questo è sempre stato un governo senza decisioni e che a furia di decreti e voti di fiducia i problemi politici non si risolvono», conclude Bersani.
«Per il bene del Paese prima ci liberiamo del sistema piduista, che sta portando avanti Berlusconi nel governare non solo il Paese, ma anche nel guidare il Parlamento, meglio è. Mi fa piacere che lo abbia capito anche Fini e mi auguro che la prossima volta lo capiscano anche gli italiani». È il commento alla notizia sulla possibile formazione di gruppi autonomi da parte dei deputati finiani rilasciato dal leader Idv Antonio Di Pietro ai microfoni del Tg3.
Latina, scoppia il caso Polverini-Zaccheo. La presidente: Non raccomanderò nessuno"
Imbarazza il dialogo rubato da "Striscia la Notizia" tra la governatrice e il sindaco di Latina in cui si parla anche delle figlie del primo cittadino "Non dimenticarle". Nello stesso confronto Zaccheo cerca di screditare anche Fazzone: "Non appaltare più nulla a lui...". La Polverini stamattina prova a smorzare i toni ma precisa "Non faremo raccomandazioni"
ROMA - Il dialogo rubato ma comunque imbarazzante per la neo-presidente della Regione Polverini e per il sindaco di Latina Vincenzo Zaccheo (ex An) diventa un delicato caso politico. Il video è stato mandato in onda mercoledì sera da "Striscia la notizia". Zaccheo cerca di screditare agli occhi della Polverini il collega e senatore Claudio Fazzone (PdL). "Ti prego - dice Zaccheo a Polverini - non appaltare più a Fazzone, ha perso 15.000 voti". "No, no, stai tranquillo!", risponde lei.
GUARDA IL VIDEO
Nel corso della conversazione riferita da Striscia, Zaccheo non manca poi di chiedere una raccomandazione per le sue figlie ("Non ti dimenticare delle mie figlie!"), ottenendo come risposta: "No, ma stai scherzando?".
ROMA - Il dialogo rubato ma comunque imbarazzante per la neo-presidente della Regione Polverini e per il sindaco di Latina Vincenzo Zaccheo (ex An) diventa un delicato caso politico. Il video è stato mandato in onda mercoledì sera da "Striscia la notizia". Zaccheo cerca di screditare agli occhi della Polverini il collega e senatore Claudio Fazzone (PdL). "Ti prego - dice Zaccheo a Polverini - non appaltare più a Fazzone, ha perso 15.000 voti". "No, no, stai tranquillo!", risponde lei.
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Nel corso della conversazione riferita da Striscia, Zaccheo non manca poi di chiedere una raccomandazione per le sue figlie ("Non ti dimenticare delle mie figlie!"), ottenendo come risposta: "No, ma stai scherzando?".
La conversazione tra Polverini e Zaccheo prosegue così: Polverini: "Ciao Vincè mi raccomando hai portato 4 voti, hai portato!, risposta di Zaccheo: "Ti voglio bene, guarda ci ho creduto. Ti devo dire una cosa: complimenti! Hai dimostrato di essere come me: una donna tenace! Io ho lottato, guarda, io sono andato a nuoto per te. Sono andato a Ponza, a Ventotene. A Ventotene sono andato a prendere 57 voti per te, non uno di meno. Il Sindaco di Ventotene ti aspetta. Poi ho fatto... non ti dimenticare delle mie figlie!". Polverini: "No, ma stai scherzando? Domani mi faccio il calendario, mi faccio un giro".
E, ancora: Zaccheo: "E soprattutto ti prego: non appaltare più a Fazzone". Polverini risponde: "No, no. Stai tranquillo". In sindaco di Latina insiste: "Ha perso 15.000 voti".
In mattinata arriva una una prima dichiarazione della Polverini che prova a spegnere il caso. "Zaccheo si è raccomandato per le sue figlie? "No, sono due ragazze che studiano, escludo assolutamente che fosse una raccomandazione". Queste le parole della neo presidente della Regione Lazio a margine di una cerimonia alla Scuola Superiore di Polizia, intervistata da Gimmi Ghione, uno degli inviati della trasmissione "Striscia la notizia". "Può darsi che fosse un'altra cosa - ha continuato - Tante persone mi chiedono di poter rappresentare bene la componente femminile della politica, tante ragazze mi osservano. Forse voleva dire questo. E poi, lei l'avrebbe raccomandata una persona quella sera, in mezzo a tutte quelle persone? Mi sembra abbastanza complicato".
Al giornalista del tg satirico di Canale 5 che le chiedeva cosa poteva significare "non appaltare più a Fazzone" come aveva suggerito Zaccheo, Polverini ha detto: "I giornali li leggo pure io, qualche problema a livello politico locale c'è del quale però io non mi interesso, anche perché è una questione che riguarda un partito, è un problema loro".
"Non ricordo quello che èsuccesso quella sera talmente ero contenta, dovrò vedere il video", ha continuato Polverini. "Appena insediata è stata insidiata?", ha domandato Ghione. "Non ero ancora insediata, - ha risposto Polverini - ancora mi devo insediare, era il giorno della vittoria, che è diverso". "Lei tranquillizzi i cittadini, - ha aggiunto il presidente - non raccomanderemo nessuno".
Rispondendo sempre al giornalista di Striscia che le chiedeva un commento sulla "maretta tra ex An ed ex Fi" Polverini ha detto: "Io non c'entro niente". Spente le telecamere di Striscia il neo governatore ha salutato il ministro dell'Interno Roberto Maroni ed il capo della Polizia Antonio Manganelli, di fronte alla Scuola di Polizia. "Io non mi ricordo quello che ho detto, - ha spiegato Polverini rivolgendosi a Maroni - ero completamente nel pallone, c'erano i festeggiamenti".
L'ESPOSTO DI DE LUCA
Sulla vicenda c'è da registrare anche una posizione del consigliere comunale del Pd Athos De Luca. "Il servizio di Striscia la notizia ha rivelato quello che temevamo, quello che a Roma ha messo e sta mettendo in atto il sindaco Alemanno, posti di rilievo per parenti, amici e amici degli amici, dal caso Andrini all'ultimo episodio dei locali del Verano ceduti gratuitamente alla famiglia Giannotta, militanti di estrema destra e che sta accadendo anche alla Regione con la neo presidente Polverini".
"Il caso messo in onda da Striscia la notizia - prosegue il rappresentante del Pd - mostra un chiaro esempio del peggiore clientelismo e voto di scambio. Questo è il nuovo stile di governo per i prossimi cinque anni - continua De Luca - una Regione che sarà un ufficio di collocamento, di clientele, ricatti e favori?". Il consigliere rende noto che ha "inviato al magistrato un esposto nel quale si chiede di acquisire e visionare il filmato di striscia la notizia andato in onda il giorno 14 aprile 2010 alle 21 su canale 5 e di verificare se nel dialogo registrato, tra il sindaco di Latina Zaccheo e il presidente della Regione, non si ravvisino gli estremi penali del voto di scambio".
mercoledì 14 aprile 2010
Linate, paura per parlamentari
L’aereo in partenza da Linate per Roma, con a bordo tanti parlamentari del Pdl e della Lega Nord, ha rischiato, poco prima delle ore 14, la tragedia. La “colpa” sembra essere di una piccola lepre che inavvertitamente ha urtato il carrello provocando l’avaria dell’aereo.
Tra i 14 parlamentari a bordo, diretti a Roma, la maggiorparte, una decina, erano esponentidel centro destra. Sul volo in questione, Milano-Roma delle 13, erano presenti 72 passeggeri che sono stati dirottati su altri voli.
“Tutti hanno avuto molta paura a bordo”, ha dichiarato Giorgio Jannone, esponente del Pdl.
Tra i 14 parlamentari a bordo, diretti a Roma, la maggiorparte, una decina, erano esponentidel centro destra. Sul volo in questione, Milano-Roma delle 13, erano presenti 72 passeggeri che sono stati dirottati su altri voli.
“Tutti hanno avuto molta paura a bordo”, ha dichiarato Giorgio Jannone, esponente del Pdl.
domenica 28 marzo 2010
Il centrodestra vuole valide le schede con per nomi non nelle liste
Stefano De Lillo (Pdl): «Valga l’intenzione di voto». Nico Stumpo (Pd): «Irresponsabili»
Lazio, seggi elettorali a rischio caos
Lite Pd-Pdl sui criteri di scrutinio
Il centrodestra vuole considerate valide le schede con preferenza per nomi che non compaiono nelle liste
ROMA - Si annuncia uno scrutinio difficile per le regionali del Lazio, il Pdl sta dando ordine ai propri rappresentanti di lista di pretendere che vengano considerate valide anche le schede su cui viene espressa una preferenza per nomi che non compaiono nelle liste elettorali e il Pd accusa il centrodestra di «irresponsabilità» e di volere creare il «caos». Il fatto è che in provincia di Roma, come è noto, non è presente la lista Pdl e dunque chi vuol votare Polverini potrà solo dare mettere la croce sul nome della candidata presidente e sul listino a lei collegato. Ma se qualcuno dovesse scrivere di proprio pugno il nome di qualche esponente Pdl? Già ieri Fabrizio Cicchitto, durante una conferenza stampa insieme a Vincenzo Piso, Maurizio Gasparri, Stefano De Lillo e Paolo Barelli, aveva affermato che «il voto per Polverini - se ad esempio c’è aggiunto a fianco il nome di De Lillo, tra i più noti esponenti del Pdl a Roma - è un voto valido, perché l’intenzione di voto è chiara». Un concetto ribadito questa mattina da De Lillo e Ignazio Abrignani durante un ’corso’ tenuto nella sede del comitato elettorale della Polverini ai «difensori della libertà», cioè i rappresentanti di lista del Pdl: «Abbiamo voluto sottolineare - ha spiegato De Lillo - l`importanza di tutelare l`intenzione di voto del cittadino, considerato il particolare clima di confusione creatosi in questa tornata elettorale. Il difensore del voto - ha aggiunto il parlamentare del Pdl - è l`unico vero garante del diritto degli elettori a poter esprimere liberamente la propria preferenza, ossia quella sovranità popolare su cui si fonda tutto il sistema democratico». In pratica, è il ragionamento, dal momento che la lista del Pdl è stata esclusa per essere stata presentata in ritardo, c’è il rischio che molti elettori facciano confusione e scrivano comunque sulla scheda il nome di qualche esponente Pdl che non è candidato, perché era magari nella lista cassata.
IL PD - Una posizione che il Pd non accetta. Nico Stumpo, responsabile organizzazione, spiega: «Il centrodestra laziale compie ancora una volta un atto che rischia di alimentare un clima di scontro alla vigilia delle elezioni. È esattamente l`opposto di quello che una forza politica responsabile dovrebbe fare. Chiediamo per questo al ministro degli Interni Maroni e al Prefetto di Roma di porre la massima attenzione per garantire la regolarità delle operazioni di voto». Riccardo Milana, senatore Pd e coordinatore della campagna di Emma Bonino, accusa: «In queste ore il Pdl del Lazio sta pianificando tutte le condizioni necessarie a creare il caos nei seggi a partire dal momento che si dovranno contare i voti». Per Milana «la norma è chiara: se sulla scheda viene scritto un nome diverso dai candidati quel voto è da considerarsi nullo». Il fatto è che, a questo punto, si rischia lo scontro ai seggi, con inevitabile conseguenza sui tempi dello scrutinio e rischi di successivi ricorsi. E se si considera che il Lazio è una delle regioni in cui si prevede un testa a testa, la faccenda potrebbe assumere un peso decisivo per stabilire il vincitore. Milana avverte: «Vista la tracotanza del Pdl i nostri rappresentanti di lista hanno avuto disposizioni, in queste ore, di contrastare con assoluta fermezza questa ennesima interpretazione della legge e dunque di contestare tutte le schede che presentino questa come altre anomalie». Piso, coordinatore Pdl del Lazio, nega che aggiungere il nome di persone non presenti in nessuna lista possa rendere ’riconoscibile’ la scheda: «È una stupidaggine», taglia corto. «Noi pensiamo che già paradossale la situazione che si è creata, con il primo partito escluso dalle schede elettorali a Roma. Se uno aggiunge, accanto al nome della Polverini o accanto al listino, il nome di un importante dirigente Pdl, o di un consigliere uscente, l’intenzione di voto è chiara. C’è anche una sentenza del Consiglio di Stato che va in questa direzione. Se il Pd non è d’accordo, ci sarà la contestazione delle schede, e verranno valutate in un secondo momento. Sempre che il ministero dell’Interno non decida di intervenire con una circolare interpretativa». E al ministero si rivolge anche il Pd: «Questo modo di procedere - dice Milana - sta avvelenando la vigilia del voto, Chiediamo al Ministro Maroni e al prefetto di Roma Pecoraro di attivarsi per ricreare nel Lazio le condizioni minime necessarie a garantire il regolare svolgimento delle elezioni e dello spoglio dei voti». (Fonte: Apcom)
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Finisce a botte tra la Carlucci e candidata Pd
Si sono azzuffate davanti a 200 persone: protagoniste Gabriella Carlucci, ex conduttrice e parlamentare del Pdl, candidata sindaco del centrodestra nel Comune di Margherita di Savoia, nel foggiano, e Antonella Cusmai 36/enne commercialista, militante del Pd e "punta di diamante" della lista che sostiene Bernardo Lodispoto, sfidante di Carlucci. L'episodio viene riferito oggi in articoli pubblicati da giornali locali.
Il «contatto fisico» sarebbe avvenuto nella sala di un albergo, a Margherita di Savoia, alla presenza di circa 200 persone. Le due donne ricostruiscono l'episodio in maniera differente ma entrambe ammettono che il «contatto fisico» c'è stato, tanto che Antonella Cusmai afferma di aver riportato un trauma al collo diagnosticato dai medici del pronto soccorso.
L'occasione - riferisce il Corriere del Mezzogiorno - era un confronto presieduto da Carlucci per parlare di una residenza sanitaria per anziani. Cusmai, che di quella rsa in campagna elettorale ha rivendicato qualche merito al centrosinistra, presente nella sala, sostiene di essere stata invitata ad andarsene: «è una manifestazione del centrodestra», avrebbe detto Carlucci. Ma dopo il suo diniego Cusmai racconta di essere stata «afferrata per le spalle da una persona in preda all'isteria, osannata da una platea invasata» e di aver riportato un trauma al collo.
Carlucci dà un'altra versione e accusa Cusmai di averle rivolto pubbliche offese: a questo punto la parlamentare del Pdl avrebbe accompagnato fuori dall'albergo «in maniera energica» - ammette - l'avversaria. Cusmai ha annunciato di voler presentare denuncia per l'aggressione subita
venerdì 26 marzo 2010
Raiperunanotte - Il secondo editoriale di Travaglio- Milioni story
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mercoledì 24 marzo 2010
Vicenza, pane e acqua in mensa: i genitori non hanno pagato la retta
Solo pane e acqua per i figli dei genitori 'inadempienti' nella scuola materna ed elementare del Comune di
Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Mamma e papa' non pagano la retta della mensa, la prole non mangia. A denunciare il caso sono Il Corriere Veneto e il Corriere della Sera. In tutto sono nove le famiglie morose, sette straniere e due italiane. Dal suo insediamento la giunta di centrodestra (Lega e Pdl) ha scoperto un ammanco di 150.000 euro nella gestione della mensa scolastica. Al 10 marzo erano ben 52 le famiglie 'morose', diventate poi 9. Cosi' parte la sospensione del cibo per nove bambini iniziata ieri: pane ed acqua per loro, pasta alla zucca, hamburger, insalata e frutta per gli altri. Una sorpresa per i bambini, anche per quelli piu' 'fortunati'. Grazie all'aiuto dei compagni disposti a dividere il pranzo, comunque, qualcuno e' comunque riuscito a mangiare. "Ho invitato gli insegnanti- spiega la dirigente Anna Maria Lucantoni al Corriere Veneto- a far condividere il pasto ai bambini che hanno solo pane, spesso c'e' chi non mangia tutto". La giunta ha avvisato piu' volte del problema, appendendo anche cartelli in piu' lingue, visto l'alto tasso degli stranieri in Comune. «Abbiamo richiesto i pagamenti arretrati e la consegna dei moduli in molti modi- specifica l'assessore all'Istruzione di Montecchio Barbara Venturi al Corriere Veneto- e abbiamo anche posticipato i tempi, da settembre al 15 marzo. Prima abbiamo contattato gli inadempienti al telefono e poi sono andati direttamente i vigili a consegnare a mano una raccomandata di sollecito". La stessa preside Lucantoni non sembra essere d'accordo con l'iniziativa del Comune: "E' inutile che facciamo cittadinanza attiva, noi abbiamo un progetto di riciclo di pane e frutta gia' in atto per educare al consumo consapevole. Trovo che dare un pezzo di pane sia dispregiativo, avrei preferito che venisse detto di arrangiarsi e avremmo raccolto noi qualcosa". Critico e' anche Davide Del Sale, genitore membro del consiglio d'istituto del comprensivo 2, nonche' segretario locale del Pd: "Si potrebbe risalire a chi non paga senza dover infierire sui ragazzini, prima dei vigili si potrebbe mandare a casa l'assistente sociale. Il problema e' capire perche' non vengono dati i soldi, per esempio se e' per motivi economici". (Dire)
Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Mamma e papa' non pagano la retta della mensa, la prole non mangia. A denunciare il caso sono Il Corriere Veneto e il Corriere della Sera. In tutto sono nove le famiglie morose, sette straniere e due italiane. Dal suo insediamento la giunta di centrodestra (Lega e Pdl) ha scoperto un ammanco di 150.000 euro nella gestione della mensa scolastica. Al 10 marzo erano ben 52 le famiglie 'morose', diventate poi 9. Cosi' parte la sospensione del cibo per nove bambini iniziata ieri: pane ed acqua per loro, pasta alla zucca, hamburger, insalata e frutta per gli altri. Una sorpresa per i bambini, anche per quelli piu' 'fortunati'. Grazie all'aiuto dei compagni disposti a dividere il pranzo, comunque, qualcuno e' comunque riuscito a mangiare. "Ho invitato gli insegnanti- spiega la dirigente Anna Maria Lucantoni al Corriere Veneto- a far condividere il pasto ai bambini che hanno solo pane, spesso c'e' chi non mangia tutto". La giunta ha avvisato piu' volte del problema, appendendo anche cartelli in piu' lingue, visto l'alto tasso degli stranieri in Comune. «Abbiamo richiesto i pagamenti arretrati e la consegna dei moduli in molti modi- specifica l'assessore all'Istruzione di Montecchio Barbara Venturi al Corriere Veneto- e abbiamo anche posticipato i tempi, da settembre al 15 marzo. Prima abbiamo contattato gli inadempienti al telefono e poi sono andati direttamente i vigili a consegnare a mano una raccomandata di sollecito". La stessa preside Lucantoni non sembra essere d'accordo con l'iniziativa del Comune: "E' inutile che facciamo cittadinanza attiva, noi abbiamo un progetto di riciclo di pane e frutta gia' in atto per educare al consumo consapevole. Trovo che dare un pezzo di pane sia dispregiativo, avrei preferito che venisse detto di arrangiarsi e avremmo raccolto noi qualcosa". Critico e' anche Davide Del Sale, genitore membro del consiglio d'istituto del comprensivo 2, nonche' segretario locale del Pd: "Si potrebbe risalire a chi non paga senza dover infierire sui ragazzini, prima dei vigili si potrebbe mandare a casa l'assistente sociale. Il problema e' capire perche' non vengono dati i soldi, per esempio se e' per motivi economici". (Dire)
lunedì 22 marzo 2010
venerdì 19 marzo 2010
L'accusa: "metro gratis per il Pdl" La replica: "Non è vero, paghiamo"
Abbiamo un fax a firma del responsabile della Metro B di Roma, Alberto Vinci inviato a tutti i direttori delle centrali del traffico della linea B della metro, in cui si chiede di aprire i tornelli della metro sabato, in occasione della manifestazione del Pdl, dalle ore 11 alle ore 16 per le stazioni di Eur Fermi e Palasport (dove arriveranno i pullman del manifestanti) e dalle 19 alle 21 nelle stazioni di Circo Massimo, Piramide e Colosseo, per permettere agli stessi manifestanti di tornare ai pullman. Fermo restando che già in altre occasioni, anche in passato si è seguita questa procedura - sempre però con una richiesta da parte del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza, che in questa circostanza non risulta esserci - ho depositato un'interrogazione consiliare al sindaco Alemanno e all'assessore Marchi per sapere il motivo per cui tale decisione non sia stata pubblicizzata e per conoscere ulteriori dettagli, anche di tipo economico, su tutta l'operazione". E' quanto dichiara in una nota il consigliere comunale del Pd, Massimiliano Valeriani.
"Non capiamo, insomma - aggiunge Valeriani - perché tutto si svolga 'auhm auhm', come sempre più spesso avviene nella Roma di Alemanno. Inoltre nell'interrogazione chiedo anche di conoscere i motivi per cui questo accesso gratuito sia concesso domani per i manifestanti del Pdl e non per l'altra grande manifestazione che si tiene in città contro la privatizzazione dell'acqua. Non capiamo per quale motivo si usino due pesi e due misure: metro a
pagamento per i manifestanti che difendono l'acqua pubblica, metro gratis per quelli del Pdl".
A stretto giro di posta la replica del Pdl per bocca del capogruppo in Campidoglio Dario Rossin. "Un partito - afferma in una nota Rossin - paga di tasca propria per non gravare sulle tasche dei cittadini, e la sinistra per tutta risposta si indigna e alza il solito polverone di menzogne". "L'atteggiamento responsabile del Popolo della libertà dovrebbe essere elogiato, perché tiene conto soprattutto della collettività, come dovrebbe sempre fare la politica. Di questo, però, la sinistra non si rende conto, e pratica la solita via della disinformazione. Un comportamento davvero insostenibile, che evidenzia come la polemica e la becera propaganda siano gli unici mezzi a disposizione dell'opposizione".
L'affermazione di Rossin lascia intendere che ci sia un accordo tra il Pdl e la società di gestione. La cifra non è però stata comunicata anche se da alcune indiscrezioni pare si aggiri sui 15mila euro, una cifra quasi simbolica considerata la potenziale utenza che secondo gli organizzatori dovrebbe superare il mezzo milione di partecipanti.
"Non capiamo, insomma - aggiunge Valeriani - perché tutto si svolga 'auhm auhm', come sempre più spesso avviene nella Roma di Alemanno. Inoltre nell'interrogazione chiedo anche di conoscere i motivi per cui questo accesso gratuito sia concesso domani per i manifestanti del Pdl e non per l'altra grande manifestazione che si tiene in città contro la privatizzazione dell'acqua. Non capiamo per quale motivo si usino due pesi e due misure: metro a
pagamento per i manifestanti che difendono l'acqua pubblica, metro gratis per quelli del Pdl".
A stretto giro di posta la replica del Pdl per bocca del capogruppo in Campidoglio Dario Rossin. "Un partito - afferma in una nota Rossin - paga di tasca propria per non gravare sulle tasche dei cittadini, e la sinistra per tutta risposta si indigna e alza il solito polverone di menzogne". "L'atteggiamento responsabile del Popolo della libertà dovrebbe essere elogiato, perché tiene conto soprattutto della collettività, come dovrebbe sempre fare la politica. Di questo, però, la sinistra non si rende conto, e pratica la solita via della disinformazione. Un comportamento davvero insostenibile, che evidenzia come la polemica e la becera propaganda siano gli unici mezzi a disposizione dell'opposizione".
L'affermazione di Rossin lascia intendere che ci sia un accordo tra il Pdl e la società di gestione. La cifra non è però stata comunicata anche se da alcune indiscrezioni pare si aggiri sui 15mila euro, una cifra quasi simbolica considerata la potenziale utenza che secondo gli organizzatori dovrebbe superare il mezzo milione di partecipanti.
Alle Europee la 'ndrangheta disse votate per il Ministro
Un'inchiesta rivela: alle Europee la 'ndrangheta milanese ha puntato sul ministro. "Con lui siamo più forti degli altri"
di Davide Milosa
"Tu devi votare Ignazio e Fidanza. Non facciamo cagate, quello sarà il nostro futuro!". È il 31 maggio 2009. Alle elezioni mancano pochi giorni. A Milano si vota, oltre che per le Europee, per le Provinciali. Michele Iannuzzi parla chiaro. È consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, paesone alle porte di Milano, ma la sua attività principale, si scoprirà, è quella di procacciatore d’affari per la Kreiamo Spa: una società ritenuta il braccio finanziario della ’ndrangheta. Per questo è stato arrestato, il 22 febbraio scorso. Nella primavera del 2009, però, Iannuzzi è ancora un uomo libero e molto indaffarato a tessere trame politiche per far eleggere al Parlamento europeo un tris di candidati delle liste Pdl: Ignazio La Russa, ministro della Difesa; Carlo Fidanza, consigliere comunale a Milano; e Licia Ronzulli, infermiera all’ospedale Galeazzi, imposta in lista da Silvio Berlusconi (era lei a smistare gli ospiti e le ospiti alle feste di Villa Certosa).La vicenda emerge dall’inchiesta "Parco sud" condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano che in due anni d’indagine ha scoperto una lobby politica in odore di mafia. Il tutto ricostruito minuziosamente nelle informative della Direzione investigativa antimafia. Nella primavera del 2009, il telefono di Iannuzzi è molto caldo. Il politico-faccendiere parla con gli uomini della Kreiamo e in particolare con l’immobiliarista Alfredo Iorio, oggi anch’egli in carcere per corruzione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. I due hanno un progetto: condividono "l’aspirazione di eleggere un proprio consigliere provinciale". Per arrivare all’obiettivo, sostengono il candidato del Pdl Guido Podestà, che poi diventerà presidente della Provincia. E sono in contatto diretto con un uomo di Podestà, Stefano Maullu, l’assessore regionale alla Protezione civile che si sente il Bertolaso del nord. "Loro", dice Iannuzzi a Iorio, "ci vogliono dare la delega per aprire i comitati per il presidente della Provincia". Ne parlano anche con Andrea Pasini, un consigliere comunale Pdl in stretti rapporti con il giovane boss latitante Domenico Papalia, a cui inviava sms; e con Marco Osnato, consigliere al comune di Milano, ma soprattutto cognato di La Russa. Il gruppo dunque si dà da fare per mettere in lista un proprio candidato. La cosa si può fare. Anzi si deve fare: “Perché”, spiega Iannuzzi a Iorio, “possiamo fare quel salto di qualità in determinate cose”. Tanto più che, anche “se sei uno dei primi non eletti, ma gli fai vedere che quel collegio ha migliorato comunque, dopo, come fanno di solito, ti accontentano”. Il candidato sostenuto dalla ’Ndrangheta dovrebbe essere Andrea Iorio, fratello di Alfredo. Ma rifiuta. Tentano di imporre un altro nome, ma non ci riescono. Il parere negativo , scrive la Dia di Milano, viene annunciato ad Alfredo Iorio da Fabio Altitonante, oggi assessore provinciale e allora consigliere al comune di Milano, molto vicino a Maullu e al gruppo legato alla ’ndrangheta: “Decisione presa a livello di coordinamento nazionale”, si giustifica Altitonante.
Una decisione che non piace a quelli della Kreiamo e ai loro soci occulti, che preparano comunque una strategia alternativa: se non avranno un loro uomo da votare, mostreranno tutto il loro peso sostenendo alcuni candidati già in lista. Iannuzzi ne parla direttamente con Maullu: "Senti Stefano, io ho perso una battaglia. Poi tu che mi vuoi spiegare come è andata: non me ne fotte un cazzo". Ma intanto ecco la nuova carta giocata dal gruppo Iorio: "Sto organizzando, porteremo cinquecento persone, perché qua c’è un altro acquirente molto più importante: verranno Ignazio e Romano La Russa". E Iannuzzi si mette al lavoro: "Chiamo dieci capi bastone perché alla gente bisogna dargli un’opportunità". Intercettazione dopo intercettazione, il progetto si svela completamente. Il gruppo cerca di guadagnare crediti politici impegnandosi per La Russa, ma anche per la candidata più spinta da Berlusconi. Michele Iannuzzi spedisce infatti un suo uomo all’incontro elettorale con Licia Ronzulli. "Tu fatti vedere attorno alle 12 e vedi di portarti tre o quattro pistola".
Il 6 giugno 2009, a seggi aperti, "Alfredo Iorio pare essersi confermato alla nuova linea dettata da Iannuzzi in relazione alle Europee", scrivono gli investigatori della Dia. Eccolo, l’immobiliarista della Kreiamo, chiedere al telefono "conferma su come si scrive Ronzulli". Dopodiché fa sapere a Iannuzzi: “Io sto facendo votare La Russa, Ronzulli, Fidanza”. Poi Iorio si rivolge a un certo Pasquale: "In Piemonte cosa hai fatto votare?". Chiara la risposta: “La Russa, Fidanza e Ronzulli". Quindi Iorio si rivolge a Iannuzzi: "Diglielo a Osnato". Decisa la risposta del consigliere Pdl: "Quando vado a trovarlo, prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui".
L’avvicinamento politico a Ignazio La Russa da parte del comitato affaristico-mafioso messo in piedi da Alfredo Iorio era iniziato già nell’aprile del 2009, quando il ministro della Difesa aveva partecipato a una manifestazione politica a Trezzano sul Naviglio. È presente anche l’assessore regionale Pier Gianni Prosperini, che ha pagato una parte della campagna elettorale del ministro (oggi è in carcere per corruzione ed è indagato anche per traffico d’armi con l’Eritrea). Ma in prima fila ci sono loro, quelli della lobby dei calabresi: Alfredo Iorio e Andrea Madaffari, vicepresidente della Kreiamo, in contatto diretto con il presunto boss della ’ndrangheta Salvatore Barbaro (anche Madaffari sarà arrestato, il 3 novembre). Al termine del comizio, Iorio parla al telefono con Pasini. Annota la Dia di Milano: "Pasini riferisce che il ministro è rimasto soddisfatto in quanto “ha visto della bella gente". Poi Pasini prospetta a Iorio una cena alla quale invitare lo stesso La Russa. È soddisfatto: "Alfrè, parliamoci chiaro, chi cazzo è che è attaccato a un ministro così...Per cui noi siamo più forti degli altri, mille volte!".

Da il Fatto Quotidiano del 19 marzo
di Davide Milosa
"Tu devi votare Ignazio e Fidanza. Non facciamo cagate, quello sarà il nostro futuro!". È il 31 maggio 2009. Alle elezioni mancano pochi giorni. A Milano si vota, oltre che per le Europee, per le Provinciali. Michele Iannuzzi parla chiaro. È consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, paesone alle porte di Milano, ma la sua attività principale, si scoprirà, è quella di procacciatore d’affari per la Kreiamo Spa: una società ritenuta il braccio finanziario della ’ndrangheta. Per questo è stato arrestato, il 22 febbraio scorso. Nella primavera del 2009, però, Iannuzzi è ancora un uomo libero e molto indaffarato a tessere trame politiche per far eleggere al Parlamento europeo un tris di candidati delle liste Pdl: Ignazio La Russa, ministro della Difesa; Carlo Fidanza, consigliere comunale a Milano; e Licia Ronzulli, infermiera all’ospedale Galeazzi, imposta in lista da Silvio Berlusconi (era lei a smistare gli ospiti e le ospiti alle feste di Villa Certosa).La vicenda emerge dall’inchiesta "Parco sud" condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano che in due anni d’indagine ha scoperto una lobby politica in odore di mafia. Il tutto ricostruito minuziosamente nelle informative della Direzione investigativa antimafia. Nella primavera del 2009, il telefono di Iannuzzi è molto caldo. Il politico-faccendiere parla con gli uomini della Kreiamo e in particolare con l’immobiliarista Alfredo Iorio, oggi anch’egli in carcere per corruzione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. I due hanno un progetto: condividono "l’aspirazione di eleggere un proprio consigliere provinciale". Per arrivare all’obiettivo, sostengono il candidato del Pdl Guido Podestà, che poi diventerà presidente della Provincia. E sono in contatto diretto con un uomo di Podestà, Stefano Maullu, l’assessore regionale alla Protezione civile che si sente il Bertolaso del nord. "Loro", dice Iannuzzi a Iorio, "ci vogliono dare la delega per aprire i comitati per il presidente della Provincia". Ne parlano anche con Andrea Pasini, un consigliere comunale Pdl in stretti rapporti con il giovane boss latitante Domenico Papalia, a cui inviava sms; e con Marco Osnato, consigliere al comune di Milano, ma soprattutto cognato di La Russa. Il gruppo dunque si dà da fare per mettere in lista un proprio candidato. La cosa si può fare. Anzi si deve fare: “Perché”, spiega Iannuzzi a Iorio, “possiamo fare quel salto di qualità in determinate cose”. Tanto più che, anche “se sei uno dei primi non eletti, ma gli fai vedere che quel collegio ha migliorato comunque, dopo, come fanno di solito, ti accontentano”. Il candidato sostenuto dalla ’Ndrangheta dovrebbe essere Andrea Iorio, fratello di Alfredo. Ma rifiuta. Tentano di imporre un altro nome, ma non ci riescono. Il parere negativo , scrive la Dia di Milano, viene annunciato ad Alfredo Iorio da Fabio Altitonante, oggi assessore provinciale e allora consigliere al comune di Milano, molto vicino a Maullu e al gruppo legato alla ’ndrangheta: “Decisione presa a livello di coordinamento nazionale”, si giustifica Altitonante.
Una decisione che non piace a quelli della Kreiamo e ai loro soci occulti, che preparano comunque una strategia alternativa: se non avranno un loro uomo da votare, mostreranno tutto il loro peso sostenendo alcuni candidati già in lista. Iannuzzi ne parla direttamente con Maullu: "Senti Stefano, io ho perso una battaglia. Poi tu che mi vuoi spiegare come è andata: non me ne fotte un cazzo". Ma intanto ecco la nuova carta giocata dal gruppo Iorio: "Sto organizzando, porteremo cinquecento persone, perché qua c’è un altro acquirente molto più importante: verranno Ignazio e Romano La Russa". E Iannuzzi si mette al lavoro: "Chiamo dieci capi bastone perché alla gente bisogna dargli un’opportunità". Intercettazione dopo intercettazione, il progetto si svela completamente. Il gruppo cerca di guadagnare crediti politici impegnandosi per La Russa, ma anche per la candidata più spinta da Berlusconi. Michele Iannuzzi spedisce infatti un suo uomo all’incontro elettorale con Licia Ronzulli. "Tu fatti vedere attorno alle 12 e vedi di portarti tre o quattro pistola".
Il 6 giugno 2009, a seggi aperti, "Alfredo Iorio pare essersi confermato alla nuova linea dettata da Iannuzzi in relazione alle Europee", scrivono gli investigatori della Dia. Eccolo, l’immobiliarista della Kreiamo, chiedere al telefono "conferma su come si scrive Ronzulli". Dopodiché fa sapere a Iannuzzi: “Io sto facendo votare La Russa, Ronzulli, Fidanza”. Poi Iorio si rivolge a un certo Pasquale: "In Piemonte cosa hai fatto votare?". Chiara la risposta: “La Russa, Fidanza e Ronzulli". Quindi Iorio si rivolge a Iannuzzi: "Diglielo a Osnato". Decisa la risposta del consigliere Pdl: "Quando vado a trovarlo, prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui".
L’avvicinamento politico a Ignazio La Russa da parte del comitato affaristico-mafioso messo in piedi da Alfredo Iorio era iniziato già nell’aprile del 2009, quando il ministro della Difesa aveva partecipato a una manifestazione politica a Trezzano sul Naviglio. È presente anche l’assessore regionale Pier Gianni Prosperini, che ha pagato una parte della campagna elettorale del ministro (oggi è in carcere per corruzione ed è indagato anche per traffico d’armi con l’Eritrea). Ma in prima fila ci sono loro, quelli della lobby dei calabresi: Alfredo Iorio e Andrea Madaffari, vicepresidente della Kreiamo, in contatto diretto con il presunto boss della ’ndrangheta Salvatore Barbaro (anche Madaffari sarà arrestato, il 3 novembre). Al termine del comizio, Iorio parla al telefono con Pasini. Annota la Dia di Milano: "Pasini riferisce che il ministro è rimasto soddisfatto in quanto “ha visto della bella gente". Poi Pasini prospetta a Iorio una cena alla quale invitare lo stesso La Russa. È soddisfatto: "Alfrè, parliamoci chiaro, chi cazzo è che è attaccato a un ministro così...Per cui noi siamo più forti degli altri, mille volte!".
Da il Fatto Quotidiano del 19 marzo
Notizie vecchie ma non ancora scadute: Selva di fischi dai banchi del PDL per la Santanchè
Esordio del sottosegretario Santanchè alla Camera: selva di fischi dai banchi Pdl
Entra in Aula per la prima volta da sottosegretario e becca i fischi: non dagli avversari ma dalla sua stessa maggioranza: è successo alla Camera a Daniela Santanchè. Durante l'esame della ratifica di un trattato internazionale, la neo-sottosegretaria all'Attuazione del programma entra in Aula, tailleur panna e tacchi a spillo, e si accomoda ai banchi del governo. Ma appena si siede parte una bordata di "Buu" e fischi dai banchi del Pdl.
Roberto Giachetti (Pd) scatta: pensa che si tratti di una contestazione al suo collega Franco Narducci che in quel momento sta parlando e pretende dalla presidenza che lo si faccia rispettare. Poco dopo, però, qualcuno, va da Giachetti e gli spiega come sono andate veramente le cose. E lui, riprendendo la parola, dice: «Chiedo scusa a tutta l'Aula: pensavo che i fischi fossero rivolti al nostro oratore, ma andavano al sottosegretario Santanchè...».
«Fischi? Non li ho sentiti, non me ne sono accorta», risponde Daniela Santanchè lasciando l'aula della camera dove, entrando per la prima volta da sottosegretario, è stata fischiata da esponenti del pdl. «Ho avuto anzi molti complimenti», aggiunge dirigendosi in buvette assieme alla collega di partito Micaela Biancofiore. Il neo-sottosegratrio all'attuazione del programma si mostra impassibile e sfoggia un largo sorriso. Ma quando passa in Transatlantico, qualche deputato Pdl, che era in aula al momento della contestazione e che l'ha fischiata, dice: «Sono stati in molti a fischiarla, soprattutto le donne, e lo abbiamo fatto ogni volta che qualcuno le si è avvicinata per salutarla. Tra l'altro- aggiunge il deputato- il suo ingresso in aula è stato preso come una provocazione visto che non doveva nè votare, non essendo deputata, nè intervenire. Non si può tollerare questa nomina. Anche alcuni esponenti del governo, quando ha preso posto nell'emiciclo, hanno lasciato i banchi e se ne sono andati»
09-03-2010
mercoledì 17 marzo 2010
PDL - Milano: botte fra An e Forza Italia
Nella sede milanese di Forza Italia sono volati cazzotti e botte tra gli ex di Alleanza Nazionale e gli ex di Forza Italia. Erano presenti alla riunione per definire i rappresentanti di lista ai seggi elettorali anche il coordinatore Guido Podestà con il candidato alle regionali Doriano Riparbelli e il ministro Ignazio La Russa con il consigliere provinciale Gianni Stornaiuolo.
Che i rapporti tra ex di An ed ex di Forza Italia non siano dei migliori è noto almeno dal pasticcio del listino del governatore Formigoni, con nomi cambiati all’ultimo momento e le firme acchiappate al volo.
Ma, lunedì 15 marzo, nella sede del Pdl il nervosismo era a mille. Si discute della manifestazione di sabato prossimo, al ministro La Russa scappa qualche cannonata di parole e Riparbelli, uno che è nel listino di Formigoni e non è amato dagli ex di An, decide di rispondere ai colpi.
L’accusa ministeriale, con il sottinteso del precedente pasticcio liste, è che gli ex di Forza Italia non sono capaci di organizzare neanche una manifestazione. Infamia per Riparbelli, che ridponde che parole del genere non le può accettare «neanche da un ministro».
Il consigliere provinciale Stornaiuolo, che di La Russa è stato anche autista, scatta: «Come ti permetti?». Replica: «Taci tu che sei scappato dalla campagna elettorale». E l’altro: «Sì, perché non voglio aver niente a che fare con te!». Riparbelli si alza, sbatte la porta e se ne va. Si alza anche Stornaiuolo, raggiunge Riparbelli nella stanza accanto e giù botte.
Il malcapitato Riparbelli verrà trovato mezzo svenuto su una scrivania.
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lunedì 15 marzo 2010
Omicidio Fragalà e caso Mokbel. Assonanze, interrogativi ed eversione nera
di Tommaso Vaccaro
ROMA – Un minimo comune multiplo, una pista, un interrogativo o forse solo una delle tante coincidenze della cronaca italiana. E ancora due nomi, una “coppia”, una storia che affonda le radici negli ultimi trent’anni di misteri irrisolti, di stragi di Stato ed eversione politica legata a pezzi deviati delle istituzioni.
Se qualcosa lega le due più complesse vicende di cronaca delle ultime settimane, lo scandalo Telecom Italia Sparkle – Fastweb e il brutale assassinio del penalista palermitano Enzo Fragalà, il collante non può che essere rintracciato nell’eversione nera, di oggi e di ieri. Collante “giornalistico”, almeno per il momento. Ma pur sempre di assonanza si tratta.
Da una parte un tale Gennaro Mokbel, ora in carcere, con amicizie altisonanti e simpatie naziste, presunto responsabile del riciclaggio di ingentissimi capitali illegali “provenienti da una serie di operazioni commerciali fittizie di acquisto e vendita di servizi di interconnessione telefonica internazionale”. Un faccendiere o un capo banda, gli inquirenti continuano a scavare senza sosta nella vita del personaggio, che si vanta al telefono di aver messo di tasca propria più di un milione di euro per la liberazione di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, i due pluriergastolani, fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari, responsabili della Strage di Bologna.
Dall’altra uno stimato avvocato penalista, Fragalà, ma anche un politico di navigata esperienza, che nelle file dell’Msi, di Alleanza nazionale e infine del Pdl, dedica gran parte della sua attività parlamentare e forense ai “processi politici”, in primo luogo a quelli che approdano alle condanne di Fioravanti e Mambro. Enzo Fragalà, convinto “innocentista” ed esponente di primo piano della naufragata commissione parlamentare Mitrokhin, viene aggredito fatalmente nella sua Palermo. Un brutale pestaggio realizzato nelle stesse ore in cui scattano le operazioni di polizia che fanno scoppiare il bubbone della “truffa carosello”, del senatore Di Girolamo, dei legami con ‘Ndrangheta e neofascismo coltivati da Mokbel.
Gli amici Giusva e Francesca
Quest’ultimo ha alle spalle una lunga militanza politica e, secondo gli inquirenti, è in contatto, «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». Un legame che sembra trovare una prima conferma nelle intercettazioni telefoniche di Mokbel, quando parlando con Carmine Fasciani, boss di Ostia, si vanta dicendo che i due della ‘coppia nera’: “Li ho tirati fuori tutti io ...tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati?....un milione e due...un milione e due...”.
Fioravanti nega tutto con poche e semplici parole: “Non è vero e penso che i nostri avvocati, che non hanno preso una, lira si offenderebbero al solo pensiero”. L’ex terrorista traccia poi un profilo del personaggio in questione, prendendone di fatto le distanze. Quel Mokbel, afferma Fioravanti, non è altro che un “mascalzoncello di quartiere”. Se per il gip di Roma è il “capo indiscusso dell’organizzazione criminale” coinvolta nell’inchiesta del maxi-reciclaggio, Giusva lo ricorda invece come “un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle droghe: un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si autodefiniva naziskin, un ragazzetto nato negli anni '60 nella zona di Piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese, uno che militò nella ‘gioventù nera’ romana” al principio degli anni di piombo. Uno da cui stare alla larga, insomma.
Fioravanti nega tutto con poche e semplici parole: “Non è vero e penso che i nostri avvocati, che non hanno preso una, lira si offenderebbero al solo pensiero”. L’ex terrorista traccia poi un profilo del personaggio in questione, prendendone di fatto le distanze. Quel Mokbel, afferma Fioravanti, non è altro che un “mascalzoncello di quartiere”. Se per il gip di Roma è il “capo indiscusso dell’organizzazione criminale” coinvolta nell’inchiesta del maxi-reciclaggio, Giusva lo ricorda invece come “un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle droghe: un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si autodefiniva naziskin, un ragazzetto nato negli anni '60 nella zona di Piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese, uno che militò nella ‘gioventù nera’ romana” al principio degli anni di piombo. Uno da cui stare alla larga, insomma.
Ma sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, non bisogna andare invece troppo lontano nel tempo per rintracciare le prove del rapporto di amicizia che lega la coppia Mambro-Fioravanti e quella Mokbel-Ricci (Giorgia Ricci è la moglie di Mokbel).
Sarebbero, infatti, decine le telefonate intercettate recentemente tra le due famiglie. Per esempio il 3 luglio 2007 Giorgia Ricci riceve una telefonata dalla Mambro, che chiede informazioni sul tesseramento per l'adesione ad Alleanza federalista (una sorta di Lega del Sud), il progetto politico di Mokbel. Mambro: “Ma i miei parenti li volete?”. Ricci: “Perché no”. Poi il 1 ottobre 2007, a movimento già lanciato, Giusva fa anche da consulente politico al telefono con la Ricci: devi dire «a Gennaro di prendere una rubrica fissa su un giornale vero, tipo l’Opinione [diretto da Arturo Diaconale ndr.], anche se piccolo, perché le cose devono uscire anche per iscritto». Mambro, invece, si dilunga a parlare di un articolo da scrivere sul nuovo partito. La Ricci le dice di sottolineare il carattere federalista del movimento, ma Francesca la stoppa: «Io non lo faccio il discorso sul federalismo perché se tu gli cominci a parlare del federalismo subito fanno un discorso... federalismo uguale Bossi».
La massoneria nel caso Mokbel
Qui nascono già i primi interrogativi. Innanzitutto sulle ragioni che spingono Fioravanti a prendere – oggi – le distanze da quel Mokbel (“mascalzoncello di quartiere”) che, invece, stando alle intercettazioni ed alle parole degli inquirenti, sembra essere un amico di vecchia data. Un amico cui Giusva consiglia di prendere una rubrica fissa in un giornale “tipo l’Opinione”, la testata ‘cavouriana’ diretta da Diaconale che da sempre dedica ampio spazio al dibattito sulla/della massoneria italiana. Massoneria che, nella vicenda Mokbel viene citata più volte, a partire da quella telefonata del 25 luglio 2007, quando Gennaro dice ad un amico: «Alle 4 e mezzo aspetto un 33˚ grado». In gergo massonico è il più alto.
Dunque politica, istituzioni, società fittizie e non, eversione fascista e massoneria, oltre che i soliti servizi segreti deviati. Ma nella vicenda Mokbel c’è anche dell’altro, c’è la malavita organizzata calabrese ed i rapporti con personaggi della storica mala romana: la famosa banda della Magliana.
Ed è proprio quell’Antonio D’Inzillo, arrestato nel 1994 con l’amico Mokbel (un sms del 14 maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie Ricci, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’Inzillo»), ex appartenente della “bandaccia” e anche lui immerso fino al collo nelle scorribande dell’estrema destra capitolina, che ci serve da “aggancio” per l’altra vicenda: il misterioso omicidio Fragalà.
Il pestaggio per eliminare i “traditori”
Dalla storia di D’Inzillo, responsabile tra l’altro dell’eliminazione del boss Enrico De Pedis, detto “Renatino”, D’Inzillo ancora oggi ricercato nonostante la presunta morte in latitanza, estraiamo un frammento di vita. Uno stralcio di passato che richiama alla mente la più stretta attualità.
Arrestato a soli sedici anni (è il 1979) per il coinvolgimento nell’omicidio, per altro sfociato in un tragico equivoco, dell’avvocato “traditore” Giorgio Arcangeli, in questura D’Inzillo scoppia a piangere e vuota il sacco. Anche in questa vicenda, Giusva Fioravanti è un protagonista di primo piano. La settimana prima di quel 17 dicembre 1979, in cui a morire è un innocente Antonio Leandri, scambiato per l’avvocato, D’Inzillo e Bruno Mariani (altro esponente dell’estrema destra capitolina) avevano aspettato per più di un’ora Giorgio Arcangeli in strada, con l’obiettivo di pestarlo, salvo il fatto che poi i piani erano cambiati.
‘Pestaggio’, una modalità di eliminazione dei “traditori” che poco si confà alle pratiche mafiose.
Di brutale ‘pestaggio’, forse con un bastone di legno, muore dopo tre giorni di agonia il consigliere comunale e noto avvocato palermitano Enzo Fragalà. Lui, da sempre esponente della destra parlamentare, nel 1994 diventa deputato alla Camera, così come nel '96 e nel 2001, sempre nei banchi di Alleanza Nazionale. Poi nel 2006 la mancata ricandidatura e il declassamento nel 2007 a semplice consigliere comunale a Palermo con il Pdl, forse anche a causa del naufragio di quella commissione Mitrokhin di cui Fragalà è uno dei principali animatori.
Il ruolo dell’avvocato nella commissione Mitrokhin
Come avvocato difende da sempre i "camerati" finiti nelle maglie della giustizia per le stragi e gli attentati degli anni di piombo, tra i quali quel Carlo Cicuttini, condannato per la strage di Peteano. Ma soprattutto concentra la sua attività politico-forense nel dimostrare l’innocenza della ‘coppia nera’ in merito alla strage di Bologna. Tornano, dunque, in ballo ancora una volta Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Attorno a questa strage, come era già avvenuto per la Strage di piazza Fontana nel 1969, si sviluppano affermazioni, controaffermazioni, piste vere e false. Fragalà ha una sua “verità” sulla tragedia e si batte per la riapertura del processo per i due ex Nar.
Lo fa nell’ambito della commissione Mitrokhin, in cui lui è capogruppo di Alleanza Nazionale, e lo fa in Aula con numerose interpellanze e atti. Il tutto si chiude nel nulla e Mambro e Fioravanti torneranno liberi, ma da colpevoli. Fragalà tornerà, invece, nella sua città, lasciando Montecitorio per la sala consiliare di Palermo.
Il penalista viene, dunque, pestato a morte da un uomo incappucciato. Dell’eversione nera, di cui Fragalà si è occupato lungamente, si torna a parlare proprio in quelle stesse ore, in relazione ad un tale Mokbel, presunto riciclatore di grandi fortune e contiguo da sempre agli ambienti neofascisti.
Mokbel si vanta al telefono di aver liberato gli amici Giusva e Francesca. Fragalà non c’era riuscito.
domenica 14 marzo 2010
Emergenza democratica
Emergenza democratica
di Asor Rosa
Avevo intenzione di scrivere un articolo tutto diverso: compassato e compito, serio, riflessivo, ragionevole e persino giudizioso (cercherò di tornare a queste tonalità nelle conclusioni, a questo punto inevitabilmente troppo rapide). Ma sono ancora sotto l’impressione davvero straordinaria della visione completa
della conferenza stampa di Silvio Berlusconi sugli «errori» di cui il popolo
delle libertà sarebbe stato vittima (vittima non casuale, beninteso) a Roma e in Lombardia. Si tratta di un documento di alto livello spettacolare, che andrebbe distribuito in tutte le scuole e visionato nei cinema italiani e stranieri per la sua incomparabile evidenza politica, culturale, retorica, antropologica e, ripeto, spettacolare. L’esposizione dei «fatti» - nessuno dei quali, ovviamente, accompagnato dalla minima pezza d’appoggio -, fra un costante digrignar di
denti e strizzate allucinate dell’occhio (che sia comparso un pizzico di follia?), dimostra ad abundantiam quale sia la nozione di «verità» cui il premier si conforma: è «vero» ciò ch’io dico per il fatto che lo dico; e quanto più lo dico con rabbia e con furore (mai irato, dice lui? L’ira è un sentimento discreto e umano in confronto alla spinta irrazionale impetuosa e sconvolgente che lo anima e
sorregge), tanto più «vero» sarà.
Il fatto che leggesse un testo, invece di urlare come al solito improvvisando
ispirato dal suo Dio, ha complicato le cose piuttosto che semplificarle e alleggerirle: perché, senza aggiungervi un briciolo di ragione, ha guittizzato ulteriormente il suo dire. Sarebbe come se Petrolini (absit iniura verbis, nei confronti del povero Petrolini, s’intende), nel pronunciare l’invasato canto di Nerone su Roma in fiamme, avesse sbirciato su dei foglietti le battute da dire,
sbagliando le congiunzioni di senso, saltando le parole, ignorando gli accenti. Anche il guittismo è sottomesso ad una scala di valori. Qui siamo ormai al livello più basso: quello in cui l’istrionismo prevale troppo ostentatamente sullo humor perché se ne possa ancora ridere.
La verità è che la minaccia trasuda ormai da ogni vibrazione della voce, da ogni divaricazione mascellare, da ogni occhiata dell’occhio gelido, spento e al tempo stesso iracondo che ti guarda. Portare in piazza e sbandierare di fronte a milioni di spettatori nomi e cognomi dei «colpevoli» - i magistrati «di sinistra» autori del «complotto» - risponde ad una tecnica ben collaudata in altri ambienti d’intimidazione e di violenza.
L’ombra dell’«irrimediabile», del «gesto estremo» e «necessario», allo scopo
di «difendere (dice lui) la democrazia», viene fatta scendere pesantemente sulla nostra Repubblica. L’approvazione pressoché contestuale di una legge la cui incostituzionalità è chiaramente fuori discussione, come quella sul «legittimo impedimento», la quale sancisce la disuguaglianza dei cittadini di fronte alla
legge, dimostra che quest’uomo e la maggioranza che pedissequamente gli si accoda, non arretreranno di fronte a nulla pur di non rispettare né spirito né lettera delle regole. Siamo cioè entrati in quello che potremmo tranquillamente
definire un periodo di «emergenza» e «sorveglianza» democratica, quando bisogna tenere gli occhi bene aperti e le orecchie ben diritte onde cogliere giorno per giorno le minime vibrazioni sotto la superficie delle cose.
Bene fanno perciò le opposizioni unite (partiti, associazioni, movimenti) a scendere in piazza per protestare contro i rischi della deriva berlusconiana. C’è un aspetto del problema, tuttavia, che rimane in sospeso anche su questo versante. Uno degli effetti - forse in una certa misura inevitabile ma al tempo stesso deprecabile, anzi deprecabilissimo - dell’uragano che squassa la nostra democrazia è che tutto ciò che di serio pertiene alla politica - i valori, le idee, i programmi - viene respinto in secondo piano dalle urgenze che ci si affollano
intorno. Andiamo al voto senza sapere per che cosa votiamo, al massimo per chi votiamo. L’abominevole personalizzazione della politica, cancro della rappresentanza, riguarda un po’ tutti e passa di qui.
L’emergenza democratica presenta dunque un aspetto che riguarda noi, non Berlusconi (o Berlusconi solo in quanto ci trascina, insieme con lui, per questa strada): chi siamo e che cosa vogliamo. Venerdì è stato il giorno dello sciopero
generale proclamato dalla sola Cgil: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro e quella per la difesa della democrazia? Ad un recente raduno del «popolo viola», convocato richiamandosi agli artt. 1, 3 e 21 della Costituzione, rammentavo
che esiste anche l’art. 9, il quale recita fra l’altro: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro, quelle per la difesa della democrazia e quelle, a mio giudizio anch’esse primarie e imprescindibili, della difesa del territorio, dell’ambiente e dei beni culturali? Altri, numerosi interrogativi della medesima natura si potrebbero ovviamente porre.
I nessi, questi nessi si scoprono solo se s’impiantano programmi e strategie, di cui finora non si vedono se non brandelli, segmenti staccati e qualche sparsa illuminazione. L’emergenza democratica è fatta dunque non solo della violenza eversiva berlusconiana ma anche del vuoto strategico delle opposizioni. Metterci mano durante l’infuriare della tempesta è difficile, me ne rendo conto. Ma non se ne può fare a meno ancora a lungo, altrimenti la tempesta continuerà a invadere tutti gli spazi della ragione: anche i nostri.
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sabato 13 marzo 2010
Stop definitivo alla lista del PdL romano
(ANSA) Il Consiglio di Stato ha dichiarato l'appello del Pdl contro l'esclusione della lista Pdl Roma dalle elezioni regionali improcedibile. Questo vuol dire che i giudici non si sono espressi nel merito sottolineando che non ci sono motivi per procedere. Cio' determina la definitiva esclusione della lista Pdl Roma dalle elezioni regionali.
SI' ALLA LISTA FORMIGONI IN LOMBARDIA
ROMA - Il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Federazione della sinistra e dice sì alla lista Formigoni, confermando il ricorso del Tar. "Anche il Consiglio di Stato ci dà ragione ed è un'altra sentenza tombale, definitiva": il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, ha commentato così sul suo sito la decisione di respingere il ricorso di Federazione della Sinistra e Radicali che chiedevano di non ammettere il suo listino alle regionali. "Ora basta con i ricorsi e con i confronti in tribunale - ha proposto -. La parola torni alla politica: confrontiamoci sui contenuti. Voglio parlare e ascoltare i miei cittadini dalla mattina alla sera per tutta la campagna elettorale come già sto facendo da tempo. Voglio poi continuare a dialogare e lavorare con loro per una Lombardia sempre più solidale e forte per tutti i prossimi 5 anni".
I legali del governatore Formigoni, Fabio Cintioli e Beniamino Caravita di Toritto, esprimono "piena soddisfazione". "Dal dispositivo che è stato fatto ora dal Consiglio di Stato - spiega Cintioli - emerge che c'é stato anche un esame riguardo al merito, esattamente come avevamo richiesto noi, e che si conferma la pronuncia di primo grado". "Ora attendiamo le motivazioni che dovrebbero arrivare entro una decina di giorni - aggiunge l'avvocato di Formigoni - ma siamo senz'altro soddisfatti per come sono andate le cose, visto che ci hanno dato ragione su tutta la linea respingendo anche l'eccezione di inammissibilità sollevata dalla controparte".
Attesa adesso anche la decisione trattati gli appelli proposti dal Pdl contro l'esclusione della lista dalle Regionali nel Lazio, di Roberto Fiore (Forza Nuova) contro l'esclusione del suo listino e del consigliere regionale uscente del Lazio Fabio Desideri (Pdl). Gli ultimi tre appelli per contestare l'esclusione disposta dal Tar del Lazio.
La lista provinciale del Pdl di Roma e' stata esclusa dalle regionali del Lazio anche dalla Corte d'Appello, che ha bocciato ieri l'ennesimo ricorso per la riammissione.
I giudici di Palazzo Spada sono infatti chiamati a pronunciarsi sulla sentenza del Tar che aveva bocciato, qualche giorno fa, la richiesta di sospensiva presentata dal partito. Lo stop della Corte d'Appello e' giunto dopo il ricorso contro il pronunciamento del tribunale di Roma che aveva rifiutato la seconda presentazione della lista Pdl, avvenuta ai sensi del decreto legge cosiddetto ''salva-liste''.
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