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venerdì 23 aprile 2010

La libertà nasce dalla Resistenza

Di: Marica Guazzora



Siamo le Falci Rosse – Comuniste unite del PdCI-Fds di Torino, per chi non ci conosce ancora, siamo quelle che sfilano nei cortei sui diritti delle donne con lo striscione "Comuniste/i contro le violenza sulle donne" e abbiamo anche creato un gruppo su facebook.
Abbiamo pensato di sottolineare i valori della Resistenza preparando un copione e, improvvisandoci lettrici, diamo voce ai condannati a morte della Resistenza, ma non solo.
Ci presentiamo nel quartiere di San Salvario in Piazza Madama Cristina il 25 aprile alle ore 16 con "Ancora fischia il vento! Letture e musica della Resistenza."
Abbiamo scelto questo quartiere non a caso: questo non è considerato uno dei "salotti buoni" di Torino perché è un quartiere dove il macro-fenomeno delle migrazioni è più evidente, e noi che stiamo dalla parte degli ultimi, il giorno della Festa della Liberazione vogliamo stare con loro.
Ricordare e resistere sarà parlare di coloro che ogni giorno resistono con i propri corpi alla violenza, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza.
Per tutte le donne Resistenti .
Marica Guazzora

mercoledì 14 aprile 2010

Marisa Rodano, la memoria di "una che c'era" - Ilmio '68


Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo.

Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?
«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?
«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?
«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?
«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?
Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale... C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

Il mio '68 di Marisa Rodano

"Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”..."


Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”. Ero però stata coinvolta nei prodromi del movimento fin dal ’67, nell’occupazione della Università di Roma, la Sapienza. Era la prima occupazione di un’Università ed era stata provocata dall’aggressione dei fascisti a uno studente, Paolo Rossi, picchiato e ferito gravemente sulle scale della Facoltà di Lettere, durante una campagna elettorale per l’elezione degli organismi rappresentativi universitari: Paolo, coetaneo dei miei ragazzi, figlio di un amico carissimo, il pittore Enzo Rossi, morì a seguito delle percosse ricevute senza riprendere conoscenza. Quella occupazione fu un avvenimento assolutamente inedito e straordinario: lezioni sospese, ragazzi e ragazze che – tra lo scandalo e le polemiche dei benpensanti – mangiavano e dormivano nelle aule, assemblee permanenti. Fu così che mi trovai gettata a capofitto in quella occupazione: incontri di parlamentari, docenti, studenti, assemblee, manifestazioni, persino la partecipazione, talora con l’incarico di presiederle (io, che pur essendo vicepresidente della Camera, non ero neppure laureata) a riunioni, “allargate” ad assistenti e incaricati nonché ad esterni, del Consiglio di Facoltà di Lettere, prassi inaudita in un tempo in cui i Consigli di facoltà erano rigidamente riservati ai pochissimi docenti ordinari, cioè titolari di cattedra. Fu per me un’esperienza sconvolgente. Di occupazioni ne avevo viste molte: fabbriche, presidiate dagli operai in lotta contro i licenziamenti o nel corso di vertenze sindacali, case invase dai senza tetto, terre rivendicate dai contadini senza terra. Ora era un nuovo soggetto che entrava in campo, non un soggetto sociale, ma politico, le cui motivazioni non erano rivendicazioni economiche: era una nuova generazione che si affacciava sulla scena. L’occupazione a Roma era cominciata per protesta: il problema della connivenza delle autorità accademiche con i gruppi neofascisti e la richiesta delle dimissioni del rettore Papi (un gruppo di studenti rocciatori, calandosi a corda doppia dal tetto del rettorato, vi aveva dipinto in caratteri giganti “via Papi”), si intrecciavano all’attacco contro la mancata vigilanza delle forze dell’ordine e di conseguenza contro il ministro dell’Interno, Amintore Fanfani. Ma ben presto divenne l’occasione per una battaglia di massa contro la proposta di legge di “riforma” dell’università presentata dal ministro Luigi Gui, ritenuta da studenti, incaricati, assistenti gattopardesca e insufficiente. Via via si sarebbe trasformata in una battaglia contro l’autoritarismo, le rigide gerarchie, per il potere studentesco... Insomma quegli occupanti, già allora, come sarebbe avvenuto l’anno successivo, volevano cambiare tutto. Negli anni seguenti le occupazioni sarebbero dilagate non solo nelle Università, ma nelle scuole, negli ospedali, alla mostra del cinema, persino nelle chiese. Tutta la società sarebbe entrata in ebollizione.

Il ’68 vero e proprio, l’ho vissuto da due diversi punti di vista. In primo luogo, come madre di figli che vi parteciparono: solidale e preoccupata al tempo stesso quando mia figlia Giulia ancora liceale si trovò coinvolta negli scontri sul piazzale della Sapienza, dove venne ferito Scalzone, o al momento dei fatti di Valle Giulia e, in seguito nelle mille manifestazioni di studenti e operai “uniti nella lotta”, in quelle per il Vietnam o contro i colonnelli greci. In secondo luogo, come dirigente nazionale dell’UDI, perché quel movimento contestava l’associazione delle donne, ritenuta, al pari delle strutture pubbliche, dei partiti, dei sindacati un’ “istituzione”, una realtà vecchia, repressiva, un simbolo dello status quo da abbattere.

Le ragazze del movimento studentesco, dal canto loro, rifiutavano l’idea di avere un problema di emancipazione: si sentivano protagoniste di quel movimento e perciò “uguali” ai loro compagni maschi. Proprio tra quelle giovani era più forte e radicale la contestazione del ruolo dell’UDI, che, invece voleva conquistarle, perché vedeva in esse la nuova leva di militanti che avrebbe potuto rilanciare la battaglia di emancipazione femminile. Il peso di questa preoccupazione è evidente nella relazione introduttiva all’VIII Congresso Nazionale dell’UDI, che si concludeva con un appello alle ragazze del movimento studentesco ad assumere organicamente il loro posto nel movimento di emancipazione: “E’ del tutto logico e giusto che le studentesse si trovino a fianco nella lotta con i loro compagni di scuola o coi loro colleghi di università, così come sarebbe assurdo in una fabbrica che le lavoratrici non compissero con gli altri lavoratori una comune esperienza sindacale.[….]. Ciò che noi chiediamo loro (alle studentesse) è di fare quel che ha fatto Carlos, l’atleta nero vincitore della medaglia di bronzo dei 200 metri alle olimpiadi che, dopo aver espresso la sua protesta sul podio della premiazione, è andato a sedersi tra il pubblico indossando l’abito delle genti africane. Amiche studentesse, indossate anche voi l’abito del vostro sesso; assumete su di voi, con la lucidità che vi viene dalla coscienza rivoluzionaria, la condizione femminile…”

Solo in seguito quelle ragazze si sarebbero accorte di essere state gli “angeli del ciclostile” o “le donne del capo”. Come ha scritto Luisa Passerini, “tutte le donne attribuiscono alla loro partecipazione al movimento studentesco un valore dirompente”, ma - cito da Ombre Rosse - “se il ’68 ha significato l’emergere di nuove esigenze, di nuovi contenuti, di nuovi valori e di nuovi comportamenti, la scoperta di una nuova libertà sessuale, il rifiuto della famiglia, lo stare assieme in modo diverso, la costruzione di una cultura alternativa, tutto questo è stato vissuto in modo contraddittorio non come liberazione, come elaborazione autonoma di nuovi modelli, come risposta ai propri bisogni. I compagni cambiavano e le donne subivano. Per le donne è stata una nuova forma di oppressione; un modello imposto da una concezione maschile di cui erano oggetto”. Rammento, in proposito, quanto mi disse una studentessa della facoltà di architettura di Venezia durante un dibattito: “noi dobbiamo essere sempre disponibili ai rapporti sessuali: se non ci stiamo, dicono che siamo inibite. Ma, poi, tocca a noi riempirci di pillole o abortire…”. Proprio la partecipazione a quel movimento, e non i nostri appelli, proprio la ribellione al maschilismo che lo connotava, avrebbe finito per aprire loro gli occhi e farle cambiare. Ma non le avremmo conquistate, sarebbero state loro a conquistare noi: sarebbero diventate le pioniere di un nuovo, inedito movimento, il femminismo e delle grandi battaglie degli anni successivi per il divorzio, l’aborto, contro la violenza sessuale. Ma, in nome della nuova libertà femminile, avrebbero continuato a criticare la politica di emancipazione dell’UDI, considerata a torto come omologazione delle donne agli uomini. L’esperienza delle grandi lotte operaie e della saldatura tra studenti e operai avrebbe introdotto il femminismo nel sindacato, tra le lavoratrici. Anche l’UDI avrebbe dovuto fare i conti col femminismo, aprirsi a nuove tematiche, modificare le sue modalità di lavoro. E’ stato insomma, il sessantotto, anche per le donne, uno spartiacque: nulla sarebbe stato più come prima
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domenica 14 marzo 2010

Festa della donna, una vittoria arriva dalla Polonia


“Non si può definire omicida la donna che abortisce”. Lo ha stabilito il 5 marzo 2010 il tribunale polacco dando ragione ad Alicja Tysiąc, la donna che ha avuto il coraggio di portare alla corte di Strasburgo quello che in Polonia per molti è ancora un tabù: l’aborto.

Ho conosciuto Alicja Tysiąc a fine maggio del 2008, in occasione del convegno Feministes pour une Europe laique, ospitato alla “Casa internazionale delle donne”. Rimasi colpita da questa giovane donna polacca, che raccontava con gentilezza la sofferenza della decisione di voler abortire (senza esserci riuscita) per non compromettere ulteriormente la sua vista, già irrimediabilmente segnata da una retinopatia progressiva, che le precedenti due gravidanze avevano accelerato.

Raccontava la sua vicenda Alicja in polacco e la voce del traduttore non poteva rendere la sua angoscia, quando ripeteva che quel figlio che era comunque nato lei lo amava, lo adorava.

Quel bambino aveva otto anni quando l’episcopato polacco aveva dato la stura alla violenta campagna contro la sua mamma, definendola “potenziale assassina” e dalle pagine del Gość Niedzielny, settimanale dell'arcidiocesi di Katovice, faceva vedere le foto con tanto di nome e cognome dei bambini di Alicja. Otto anni sono pochi per poter capire come stanno veramente le cose, ma sono abbastanza per essere vittima dei malevoli.

Suo figlio non era lì, ma Alicja lo rassicurava comunque. E ripetendole il suo amore, rassicurava anche se stessa.

Alicja nel 2000 è incinta per la terza volta e vuole abortire, ma le serve il certificato medico. In Polonia l'interruzione volontaria della gravidanza è consentita nei casi di violenza carnale, malformazione congenita o rischio per la salute della madre. E’ il caso suo quest’ultimo. Cerca un oculista che lo attesti. Di visita in visita sono già tre gli oftalmologi a cui si rivolge, ma nessuno è disposto a dichiarare il pericolo per la sua salute. Finalmente un quarto medico lo certifica, sottolineando anche che per la signora Tysiąc il nuovo parto significherebbe un terzo cesareo. Alicja ha adesso il pezzo di carta richiesto e si presenta in clinica per abortire. Ma il ginecologo strappa quel certificato e decreta: «non vi sono controindicazioni per interrompere la gravidanza», che viene portata a termine. Due mesi dopo dal parto Alicja è portata d'urgenza in ospedale. Diagnosi: distaccamento della retina all'occhio sinistro ed emorragia oculare al destro. Ormai è quasi cieca. Le verrà riconosciuta l'invalidità per questo.

Nel 2001 Alicja Tysiąc denuncia il ginecologo che le aveva strappato il certificato medico. Inizia l'iter giudiziario. I magistrati chiedono una perizia. l'Accademia Medica di Bialystok incaricata, dichiara che «il deterioramento della vista è da attribuire al corso naturale del suo stato di salute». Il caso viene così archiviato. Anche la procure regionali e distrettuali a cui si appella le danno torto. A questo punto Alicja denuncia all'ordine dei medici i dottori che le hanno negato il diritto di scegliere di abortire: «sono venuti meno ai loro obblighi nei confronti del paziente».

Il suo caso è già famoso in Europa e anche in Polonia se ne parla.

Sostenuta dalla femministe polacche, Alicja Tysiąc si appella alla Corte Europea dei Diritti Umani. E Strasburgo Il 20 marzo del 2007 condanna il governo polacco ad una multa di 25.000 euro per aver impedito con la sua restrittiva legge sull'aborto, il diritto di scelta della signora Tysiąc. A questo punto inizia nei suoi confronti la furiosa campagna diffamatoria. Il Gość Niedzielny dell'arcidiocesi di Katovice, l’accusa di «perseguitare il suo paese per averle impedito di abortire», la paragona ai criminali nazisti e sottolinea che «l’aborto comporta l’uccisione di bambini innocenti e la madre che abortisce compie un omicidio».

Alicja denuncia il giornale cattolico al tribunale locale. Il 23 settembre 2009 arriva la sentenza. Il giornale Gość Niedzielny deve versare 10.000 euro di compensazione ad Alicja Tysiąc e chiederle pubbliche scuse dalle sue pagine. I vescovi hanno però deciso di ricorrere in appello, sostenendo che loro intento non era offendere la signora, ma lottare per la tutela dei bambini non nati.

Il 5 marzo 2010 la Corte di appello di Katovice ha ribadito la condanna del settimanale cattolico polacco Gość Niedzielny e dell'arcidiocesi a cui fa capo.

«Questo verdetto ci fa vedere come la lobby pro aborto cerchi di introdurre di nascosto in Polonia l’aborto su richiesta», ha detto mons. Jozef Kloch, portavoce dell’episcopato polacco commentando il verdetto della Corte di appello.

Ma sulla strada dei diritti umani qualcosa si è mossa finalmente anche in Polonia.


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lunedì 8 marzo 2010

Riappropriarsi della giornata internazionale della donna

riceviamo e pubblichiamo da circolo prc marsala - Anche nel 2010 il Circolo “Che Guevara” di Marsala ha invitato le donne a ricordare in maniera corretta la ricorrenza dell’8 Marzo, una data che celebra le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne. Un invito a “riappropriarsi della giornata internazionale della donna” come pubblicato nel volantino che Sabato 06 Marzo è stato distribuito all’uscita dei principali Istituti scolastici marsalesi e per le vie del centro storico.
“E’ una ricorrenza importante che non può essere ridotta solamente ad un contentino per le donne che tuttora vengono discriminate in molti contesti sociali, bisogna tenere vivo il ricordo delle battaglie per l’indipendenza e l’autonomia delle donne dal maschilismo dominante” ha dichiarato la responsabile delle donne Giorgia Bertolino.
Il Circolo, inoltre, ha annunciato che parteciperà con propria delegazione alla fiaccolata prevista Lunedì 08 Marzo a Trapani, organizzata dalle lavoratrici del gruppo Multimedia Planet che da 5 mesi sono state privaste dal legittimo pagamento degli stipendi, alle quali si esprime la massima solidarietà e sostegno.




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8 marzo... da Clara Zetkin e Rosa Luxemburg a Lenin al Pci....ma era troppo "politico"

Riportiamo in breve (da wikipedia per comodità) la storia  (senza revisionismo), della giornata internazionale della donna. 

Nel VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 1824 agosto 1907, nel quale erano presenti 884 delegati di 25 nazioni - tra i quali i maggiori dirigenti socialisti del tempo, come i tedeschi Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, August Bebel, i russi Lenin e Martov, il francese Jean Jaurès - vennero discusse tesi sull’atteggiamento da tenere in caso di una guerra europea, sul colonianismo e anche sulla questione femminile e sulla rivendicazione del voto alla donne. 

"l'8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l'inizio della «Rivoluzione russa di febbraio». Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all'8 marzo la «Giornata internazionale dell'operaia».
La connotazione fortemente politica della Giornata della donna, l’isolamento politico della Russia e del movimento comunista e, infine, le vicende della Seconda guerra mondiale, contribuirono alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione. Così, nel dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni...

Giornata Internazionale della Donna

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il «Woman's Day» negli Stati Uniti (1908-1909) [modifica]


Clara Zetkin
Nel VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907, nel quale erano presenti 884 delegati di 25 nazioni - tra i quali i maggiori dirigenti socialisti del tempo, come i tedeschi Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, August Bebel, i russi Lenin e Martov, il francese Jean Jaurès - vennero discusse tesi sull’atteggiamento da tenere in caso di una guerra europea, sul colonianismo e anche sulla questione femminile e sulla rivendicazione del voto alla donne.
Su quest'ultimo argomento il Congresso votò una risoluzione nella quale si impegnavano i partiti socialisti a «lottare energicamente per l’introduzione del suffragio universale delle donne», senza «allearsi con le femministe borghesi che reclamano il diritto di suffragio, ma con i partiti socialisti che lottano per il suffragio delle donne». Due giorni dopo, dal 26 al 27 agosto, fu tenuta una Conferenza internazionale delle donne socialiste, alla presenza di 58 delegate di 13 paesi, nella quale si decise la creazione di un Ufficio di informazione delle donne socialiste: Clara Zetkin fu eletta segretaria e la rivista da lei redatta, Die Gleichheit (L’uguaglianza), divenne l’organo dell’Internazionale delle donne socialiste.
Non tutti condivisero la decisione di escludere ogni alleanza con le «femministe borghesi»: negli Stati Uniti, la socialista Corinne Brown scrisse, nel febbraio del 1908 sulla rivista The Socialist Woman, che il Congresso non avrebbe avuto «alcun diritto di dettare alle donne socialiste come e con chi lavorare per la propria liberazione». Fu la stessa Corinne Brown a presiedere, il 3 maggio 1908, causa l’assenza dell’oratore ufficiale designato, la conferenza tenuta ogni domenica dal Partito socialista di Chicago nel Garrick Theater: quella conferenza, a cui tutte le donne erano invitate, fu chiamata «Woman’s Day», il giorno della donna. Si discusse infatti dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne.
Quell’iniziativa non ebbe un seguito immediato, ma alla fine dell'anno il Partito socialista americano raccomandò a tutte le sezioni locali «di riservare l’ultima domenica di febbraio 1909 per l’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile». Fu così che negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata della donna fu celebrata il 28 febbraio 1909.

La Conferenza di Copenaghen (1910)  Aleksandra Kollontaj

Il lunghissimo sciopero, che vide protagoniste più di 20.000 camiciaie newyorkesi, durato dal 22 novembre 1908 al 15 febbraio 1909, fu considerato, nel Woman's Day tenuto a New York il successivo 27 febbraio, come una manifestazione che univa le rivendicazioni sindacali a quelle politiche relative al riconoscimento del diritto di voto femminile. Le delegate socialiste americane, forti dell'ormai consolidata affermazione della manifestazione della giornata della donna, decisero pertanto di proporre alla seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, tenutasi nella Folkets Hus (Casa del popolo) di Copenaghen dal 26 al 27 agosto 1910 - due giorni prima dell'apertura dell'VIII Congresso dell'Internazionale socialista - di istituire una comune giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne.
Negli ordini del giorno dei lavori e nelle risoluzioni approvate in quella Conferenza non risulta che le 100 donne presenti in rappresentanza di 17 paesi abbiano istituito una giornata dedicata ai diritti delle donne: risulta però nel Die Gleichheit, redatto da Clara Zetkin, che una mozione per l'istituzione della Giornata internazionale della donna fosse «stata assunta come risoluzione». Mentre negli Stati Uniti continuò a tenersi l'ultima domenica di febbraio, in Europa la giornata della donna si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su scelta del Segretariato internazionale delle donne socialiste. Secondo la testimonianza di Aleksandra Kollontaj, quella data fu scelta perché, in Germania, «il 19 marzo 1848 durante la rivoluzione il re di Prussia dovette per la prima volta riconoscere la potenza di un popolo armato e cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria. Tra le molte promesse che fece allora e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne».
Non fu però celebrata in tutti i paesi: in Russia si tenne per la prima volta a San Pietroburgo solo nel 1913, il 3 marzo, su iniziativa del Partito bolscevico, con una manifestazione nella Borsa Kalašaikovskij, e fu interrotta dalla polizia zarista che operò numerosi arresti. In Germania fu tenuta per la prima volta l'8 marzo 1914, giorno d'inizio di una «settimana rossa» di agitazioni proclamata dai socialisti tedeschi, mentre in Francia si tenne con una manifestazione organizzata dal Partito socialista a Parigi, il 9 marzo 1914.

L'8 marzo 1917 [modifica]

Le celebrazioni furono interrotte dalla Prima Guerra mondiale in tutti i paesi belligeranti, finché a San Pietroburgo, l'8 marzo 1917 - il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia - le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: la fiacca reazione dei cosacchi inviati a reprimere la protesta, incoraggiò successive manifestazioni di protesta che portarono al crollo dello zarismo, ormai completamente screditato e privo anche dell'appoggio delle forze armate, così che l'8 marzo 1917 è rimasto nella storia a indicare l'inizio della «Rivoluzione russa di febbraio». Per questo motivo, e in modo da fissare un giorno comune a tutti i Paesi, il 14 giugno 1921 la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenuta a Mosca una settimana prima dell’apertura del III congresso dell’Internazionale comunista, fissò all'8 marzo la «Giornata internazionale dell'operaia».
In Italia la Giornata internazionale della donna fu tenuta per la prima volta soltanto nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d'Italia, che volle celebrarla il 12 marzo, in quanto prima domenica successiva all'ormai fatidico 8 marzo. In quei giorni fu fondato il periodico quindicinale Compagna, che il 1º marzo 1925 riportò un articolo di Lenin, scomparso l'anno precedente, che ricordava l'8 marzo come Giornata internazionale della donna, la quale aveva avuto una parte attiva nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo.
La connotazione fortemente politica della Giornata della donna, l’isolamento politico della Russia e del movimento comunista e, infine, le vicende della Seconda guerra mondiale, contribuirono alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione. Così, nel dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni, secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton, a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi il 25 marzo 1911, l’incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 operaie, in gran parte emigrate italiane; altre versioni citavano la repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York nel 1857, e altre ancora riferivano di scioperi o incidenti verificatesi a Chicago, a Boston o a New York.[1]

Compare la mimosa 

 

Nel settembre del 1944 si costituì a Roma l’UDI, Unione Donne Italiane, per iniziativa di donne appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d'Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro e fu l’UDI a prendere l’iniziativa di celebrare, l’8 marzo 1945, le prime giornate della donna nelle zone dell’Italia libera, mentre a Londra veniva approvata e inviata all'ONU una Carta della donna contenente richieste di parità di diritti e di lavoro. Con la fine della guerra, l'8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l'Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, secondo un'idea di Rita Montagnana e di Teresa Mattei.[2]
Negli anni Cinquanta, anni di guerra fredda e del ministero Scelba, distribuire in quel giorno la mimosa o diffondere «Noi Donne», il mensile dell’UDI, divenne un gesto «atto a turbare l’ordine pubblico», mentre tenere un banchetto per strada diveniva «occupazione abusiva di suolo pubblico».[3] Nel 1959 le parlamentari Pina Palumbo, Luisa Balboni e Giuliana Nenni presentarono una proposta di legge per rendere la giornata della donna una festa nazionale, ma l'iniziativa cadde nel vuoto.
Il clima politico migliorò nel decennio successivo, ma la ricorrenza continuò a non ottenere udienza nell'opinione pubblica finché, con gli anni settanta, in Italia apparve un fenomeno nuovo: il movimento femminista.

Il femminismo 

La polizia carica un corteo femminista
L'8 marzo 1972 la manifestazione della festa della donna si tenne a Roma in piazza Campo de' Fiori: vi partecipò anche l'attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione, mentre un folto reparto di polizia era schierato intorno alla piazza nella quale poche decine di manifestanti inalberavano cartelli con scritte inconsuete e «scandalose»: «Legalizzazione dell'aborto», «Liberazione omosessuale», «Matrimonio = prostituzione legalizzata», e veniva fatto circolare un volantino che chiedeva che non fosse «lo Stato e la Chiesa ma la donna ad avere il diritto di amministrare l'intero processo della maternità». Quelle scritte sembrarorono intollerabili, perché la polizia caricò, manganellò e disperse le manifestanti.[4]
Il 1975 fu designato come "Anno Internazionale delle Donne" dalle Nazioni Unite e l'8 marzo le organizzazioni femminili celebrarono in tutto il mondo proprio la giornata internazionale della donna, con manifestazioni che onoravano gli avanzamenti della donna e ricordavano la necessità di una continua vigilanza per assicurare che la loro uguaglianza fosse ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita civile. A partire da quell'anno anche le Nazioni Unite riconobbero nell'8 marzo la giornata dedicata alla donna.
Due anni dopo, nel dicembre 1977, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una «giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale» da osservare dagli stati membri in un qualsiasi giorno dell'anno, in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l'Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l'urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese.

Note [modifica]

  1. ^ Temma Kaplan, On the Socialist Origins of International Women's Day, in «Feminist Studies», 11, 1, 1985, pp. 163-171 (PDF Sulle versioni circolanti sull’origine della data dell’8 marzo, cfr. anche T. Capomazza, M. Ombra, 8 marzo. Una questione lunga un secolo, 2009, pp. 84-89.
  2. ^ Laura Fantone, Ippolita Franciosi, (R)Esistenze: il passaggio della staffetta, Morgana, 2005, p. 34.
  3. ^ T. Capomazza, M. Ombra, cit., pp. 93-95
  4. ^ T. Capomazza, M. Ombra, cit., pp. 111-115.


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domenica 7 marzo 2010

Le donne ancora troppo penalizzate sul lavoro

foto di Mau.Evangelisti (immagini di foto di Mau.Evangelisti)

Un dossier dell'agenzia Onu: ci sono stati passi avanti, ma resta un divario significativo rispetto agli uomini per opportunità e qualità dell'impiego. Quando trovano un lavoro le donne vengono pagate meno e ricevono benefici inferiori
Secondo un nuovo rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), nonostante negli ultimi 15 anni si siano registrati progressi nell'uguaglianza di genere, il divario fra donne e uomini in termini di opportunità e qualità di impiego è ancora significativo.

Il dossier illustra come il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro sia aumentato dal 50,2 al 51,7 per cento fra il 1980 e il 2008, mentre il tasso maschile è diminuito lievemente dal 82,0 al 77,7 per cento. Di conseguenza, il divario di genere nei tassi di partecipazione alla forza lavoro è sceso da 32 a 26 punti percentuali. Gli incrementi nella partecipazione femminile si sono registrati pressoché in tutte le regioni del mondo, in particolare in America Latina e Caraibi.

“Nonostante dalla conferenza di Pechino a oggi ci siano stati dei miglioramenti e un numero sempre maggiore di donne scelga di lavorare, le lavoratrici ancora non percepiscono la stessa retribuzione degli uomini”, ha dichiarato Sara Elder, della sezione dell'Ilo sulle tendenze dell'occupazione e principale autrice del rapporto. “Ancora oggi – sottolinea Elder -, sono principalmente le donne ad accettare lavori mal retribuiti e precari perché sono gli unici impieghi disponibili o perché hanno bisogno di trovare un'occupazione flessibile per conciliare lavoro e responsabilità familiari. Gli uomini non affrontano le stesse limitazioni”.

Secondo il rapporto, infatti, nel mondo del lavoro sono tre gli ambiti in cui persistono le differenze di genere. Primo, quasi la metà (48,4 per cento) della popolazione femminile di età superiore ai 15 anni rimane economicamente inattiva, contro il 22,3 per cento degli uomini. In alcune regioni, ancora oggi ci sono meno di 4 donne economicamente attive per 10 uomini attivi. Secondo, le donne impiegano più tempo a trovare un lavoro rispetto agli uomini. Terzo, quando trovano un lavoro le donne vengono pagate meno e ricevono benefici inferiori rispetto ai lavoratori in eguali posizioni.

L’Ilo sostiene che
l’impatto della crisi economica globale ha inizialmente interessato i settori con manodopera maschile, come quello finanziario, manifatturiero e edile, ma in seguito si è esteso ad altri settori – compreso quello dei servizi – dove predomina la manodopera femminile. Il tasso globale di disoccupazione femminile è aumentato dal 6 per cento nel 2007 al 7 per cento del 2009, poco più del tasso maschile che ha registrato un aumento dal 5,5 al 6,3 per cento. Il rapporto afferma inoltre che, sebbene l'impatto della crisi in termini di perdita dei posti di lavoro sia stato uguale per i lavoratori e le lavoratrici, le conseguenze in termini di pari opportunità devono ancora manifestarsi.

“Le precedenti crisi
ci hanno insegnato che per le donne che perdono il lavoro è più difficile trovarne un altro al momento della ripresa economica”, ha dichiarato la Elder. “Per questo che è importante garantire che l'uguaglianza di genere non sia un lusso che ci si può permettere quando le cose vanno bene e che viene poi messa da parte quando sorgono le difficoltà. Deve essere vista come uno strumento per promuovere la crescita e l'occupazione piuttosto che come un costo o un limite”.

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mercoledì 25 novembre 2009

Aborto, Ru 486 - PDCI: "Maggioranza da Medioevo, Pdl è partito di Stato Vaticano"




Come volevasi dimostrare. La conclusione dell'indagine conoscitiva del Senato è la conferma del carattere reazionario del Pdl. E’ una maggioranza da Medioevo. I senatori del Pdl più che rappresentanti del popolo italiano sembrano avamposti dello Stato Vaticano.
Lo stop alla commercializzazione della Ru 486 in Italia, infatti, è l’ennesima genuflessione di questa maggioranza alla visione fondamentalista e ideologica delle gerarchie ecclesiastiche". E' quanto afferma Sandra Cerusico, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della Sinistra.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne un po' di storia



- Un po' di storia...

Repubblica Dominicana, 25 novembre del 1960. Tre sorelle, Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia María Teresa, detta Mate, Mirabal, stanno percorrendo su un camioncino la strada tra le montagne che conduce al forte di Puerta Plata, in cui da un mese sono stati trasferiti i loro mariti, e compagni di lotta.  Tra le fondatrici del movimento di opposizione alla feroce dittatura del generale Rafael Leónidas Trujillo, chiamato "14 di Giugno", militanti della guerriglia, più volte incarcerate e torturate, non abbandonarono mai la lotta, conquistandosi il nome di battaglia di las mariposas, le farfalle.

Una macchina con a bordo una squadra delle forze di sicurezza, inviata per ordine diretto del generale Trujillo le intercetta, le sorelle Mirabal, totalmente disarmate, vengono fatte scendere e portate in una piantagione di canna da zucchero. Patria, Minerva e Mate vengono bastonate a morte e strangolate, la loro auto viene fatta cadere in un burrone perché la loro morte sembri un incidente. Nonostante la censura la notizia del massacro delle farfalle si diffonde e, in loro nome, il movimento di lotta alla dittatura si fa più forte e determinato, fino all'uccisione di Trujillo nel 1961.

La scelta del 25 novembre come giornata internazionale di lotta e per l'eliminazione della violenza contro le donne nacque nel 1981, in occasione del "Primero Encuentro Feminista de Latinoamérica y el Caribe" svoltosi a Bogotà, durante il quale le delegate della Repubblica Dominicana proposero di rendere omaggio alle sorelle Mirabal facendo della data del loro assassinio un simbolo per le donne di tutta l'America latina. Il 17 dicembre 1999 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato ufficialmente il 25 novembre Giornata Mondiale per l'Eliminazione delle Violenza sulle Donne, con la risoluzione numero 54/134.

Su proposta delle compagne messicane, militanti del movimento zapatista, intervenute al Secondo Incontro Internazionale contro il neo liberismo svoltosi a Barcellona nel 1997, la data del 25 Novembre viene assunta anche dai collettivi femministi europei, e italiani, non solo per ricordare le sorelle Mirabal, e con loro tutte le donne che hanno lottato contro dittature, sfruttamento e violenze, ma anche per marcare una radicale e irriducibile distanza da quello che ormai l'8 marzo era ed è diventato.

A partire dal 2000 i collettivi femministi e lesbici delle diverse città hanno organizzato in modo coordinato e condiviso, iniziative, mobilitazioni e assemblee nelle scuole, nelle Università e nei centri sociali, mettendo al centro della riflessione il tema della violenza contro le donne e approfondendone ogni anno aspetti diversi, sentendo sempre più profondamente quanto proprio quella data costituisse un passaggio importante di un percorso ideale di avvicinamento e affinità anche tra donne di emisferi diversi.

Non una scadenza rituale ma un momento di lotta finalmente e di nuovo radicale, non omologabile a logiche di festa e mimose, indipendente da partiti e istituzioni...questo è stato il 25 novembre per lungo tempo, e nel solco di questo percorso si può inserire la manifestazione del 25 novembre del 2007, quando circa 150.000 scesero in piazza a Roma per dire NO alla VIOLENZA MASCHILE e ai tentativi di strumentalizzare la violenza sulle donne, da parte di governi e partiti, per legittimare politiche securitarie, repressive e razziste.

martedì 24 novembre 2009

Sconvolgente manifestazione dell’UDI contro la violenza maschile alle donne.




Di Monica Perugini -

Sabato pomeriggio 21 novembre a Brescia l'UDI ha organizzato la manifestazione nazionale contro la violenza alle donne: la piazza era piena.


Nonostante decenni di militanza, lotte e cortei non riuscivamo a ritrovarci in quella piazza che avrebbe dovuto unire tutte le donne impegnate contro la violenza maschile che le donne subiscono sempre di più in famiglia, sul posto di lavoro, in una società attraversata da odio razziale, intolleranza e mancanza di diritti proprio a causa ed attraverso l’uso distorto del diritto e di una legislazione che bada alla sicurezza dei nostri portafogli (resi vuoti dalla crisi) e non alla dignità delle persone, in particolare di quelle che una cultura ostentatamente maschilista e patriarcale, costringe deboli e sottomesse.

A parte il giudizio sulla coreografia da convention, giudizio personalissimo ma negativo perché distante anni luce da quella espressione multicolore, diversificata, dialettica e ironica anche nella sintesi degli slogan, che ben rappresenta quella cultura delle differenze (anche personali) che ha mantenuto vivo, intenso, critico e polemico il movimento delle donne, pure nei più bui periodi di crisi, a preoccupare sono stati i contenuti e i messaggi che questa parata fatta propria dalle amministrazioni della destra razzista e intollerante bresciana, ha trasmesso alla piazza ed alla città, scippando manifestazione e messaggio ad un UDI che, ci chiediamo, sia essere stata consapevole o meno dei quanto accaduto.

Se l’ UDI nazionale questa consapevolezza era stata messa in conto, c’è da preoccuparsi e non poco, così come se non lo è stata, giacché una simile sottovalutazione da parte di una organizzazione che ha mobilitato centinaia di donne giunte da tutta Italia, soprattutto grazie alla massiccia presenza delle donne del sindacato e delle associazioni di solidarietà dell’Emilia Romagna, è a dir poco incomprensibile.

La piazza era divisa in due, tutta però monocolore, poiché le bandiere che recavano lo slogan contro il femminicidio, parola d’ordine del femminismo e di una cultura di genere che non dovrebbe lasciare spazio a dubbi, erano distribuite direttamente dall’organizzazione, rendendo curva da stadio una manifestazione che avrebbe dovuto distinguersi per il rispetto di eguali nelle differenze. Davanti alcune (poche) “organizzazioni” bresciane con le sindache e le rappresentanze istituzionali, dietro tutto il resto, con gli striscioni di regioni e città che avevano aderito alla staffetta promossa un anno fa dall’UDI nazionale.

Sul palco le organizzatrici, in un tripudio di abbracci, complimenti, autocompiacimenti e ringraziamenti che hanno preso gran parte della presentazione. Malignamente ci siamo dette che mancava solo il ringraziamento a Rolfi, il vice sindaco dai pieni poteri che ha “ripulito” Brescia da “negri, zingari e marocchini” tolto le panchine e vietato gli esercizi commerciali degli stranieri… riaperto alle auto il centro storico e chiuso le biblioteche, quando una delle comizianti lo ha ringraziato davvero …. per il solo fatto di aver piazza e palco! Ed è molto in una città che vieta le manifestazioni nel centro storico.

Non sapevamo se imprecare subito a gran voce o rifare il giro della piazza per accertarci di aver capito bene. No, sorde non eravamo! Anche perché poco dopo è arrivato il plauso alla Carfagna… sotto le bandiere dell’UDI e davanti agli striscioni della CGIL!



Le donne bresciane del movimento e che lottano davvero contro violenza e razzismo non c’erano: la casa delle donne che gestisce da anni le problematiche antiviolenza nemmeno invitata, ai collettivi femministi presenti in città è stato persino vietato di raccogliere le firme a sostegno della legge regionale di iniziava popolare per la creazione dei centri antiviolenza in Lombardia (unica delle grandi Regioni che non l’hanno approvata…) perché fanno politica, al collettivo di giuriste che ha girato la Regione a sostegno dell’ iniziativa della stessa UDI nemmeno riservato un cenno, per non parlare delle numerose realtà associative, dei gruppi di cittadine straniere che frequentano, organizzano e vivono la difficile realtà sociale di un nord per pochi, omologato sotto le bandiere della destra.

Come sia stato possibile per l’UDI condividere la piazza con ‘sta gente, rifiutarsi di inserire come fondamentale della giornata il principio e la pratica antirazzista quale elemento discriminante contro la violenza alle donne, non appare scusabile e non solo perché l’UDI naviga da molto nelle acque complicate della “politica di genere e non solo” e conosceva bene dove andava a parare quando ha deciso di stabilire la tappa finale della manifestazione in un Brescia dove la destra razzista ha strumentalizzato in modo raccapricciante la vicenda di Ina, ma anche assistendo all’autocompiacimento di chi si pavoneggiava sul palco con movenze e gergo mutuato “paro paro” da biechi stereotipi sottoculturali della televisione berlusconiana con gli urletti alla “siete caldi”, “italia uno” e via annegando ….. fino ai ringraziamenti personali che hanno sostituito contenuti e proposta.

La piazza delle seconde file, era per fortuna sbigottita e meno male che la base almeno regge. C’è da chiedersi se rifletterà su questa bella scampagnata dove donne impegnate ogni giorno in progetti di solidarietà sono servite solamente per far da coreografia alle fans di Rolfi e della sua giunta di razzisti intolleranti e maschilisti per la gioia delle proprie “presentatrici” che la prossima volta, non ci stupiremmo, anzi lo prenderemmo come un segnale chiarificatore, potrebbero presentasi a braccetto con la Santanchè che, dopo la triste strumentalizzazione della vicenda della giovane Ina, ce l’ha fatta a rendere Brescia “laboratorio politico” della “sua” cultura di genere

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