Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post

venerdì 23 aprile 2010

Comunismo, organizzazione, rivendicazioni: un'intervista che fa riflettere

Fabio Pugliese, torinese di trentacinque anni. Impegnato con la tecnologia, la sociologia ed il suo mestiere di educatore alla prese con adolescenti smarriti almeno quanto gli adulti. Un passato da comunista in cabina elettorale ed un presente vicino a Beppe Grillo. Lui è uno di quelli che in Piemonte ha fatto perdere la poltrona da governatore Mercedes Bresso ma che il giorno dopo le elezioni non si nascondeva.


Allora Fabio, quali sono le tue letture? Magari voti sbagliato perché hai una preparazione sbagliata, superficiale.

Nella mia biblioteca ci sono tutti i testi di Marx, della sinistra hegeliana, l’immancabile Chomsky nonché i libri prettamente cattocomunisti dell’Emi. Sono un educatore interculturale e una certa formazione mi serve. Non tralascio il sacro testo Ratman, creazione del geniale Ortolani.

Ma allora sei stato un compagno? E ora sei un compagno che sbaglia.

Fino a due anni fa ho votato convintamente Rifondazione. L’anno passato mi sono astenuto alle provinciali e lo scorso mese sono passato al Movimento Cinque Stelle.

Pentito visto che ha vinto Cota?

Assolutamente no. Anzi spero che questa batosta per la sinistra insegni qualcosa.

Cosa dovrebbe insegnare?

Primo: i comunisti devono ricominciare a fare i comunisti perché non si devono vergognare di fare i comunisti. Altrimenti tanto vale cambiare. Che senso ha avere quel simbolo e poi dire e agire altro? Mi sono stancato di vedere i comunisti che stanno dietro alla cultura dell’enterteinment televisivo. I comunisti sono quelli che mandano a quel paese la Ventura, o la De Filippi, personaggi che dovrebbero bollare per quello che sono: un pericolo. Portatori di un modello cultural-economico antitetico al nostro. In un contesto in cui dal ’91 in Italia l’indice di sperequazione sta aumentando sempre di più non è possibile pensare di continuare a difendere la classe media. E’ necessario intercettare le esigenze dei poveri sempre più poveri, senza vergognarsene. Esempio: la telefonia ed il mondo delle assicurazioni. Con la privatizzazione sono divenuti settori scadenti e costosi, anche perché la competizione non si è mai vista: la mano invisibile del mercato l’ho vista solo per farmi la rettoscopia a pagamento. Non esiste fare la battaglia per non far privatizzare l’acqua e dimenticarsi che la stessa battaglia deve essere fatta sulla telefonia. Il centro della proposta politica non deve essere più non perdere spazi ma recuperare quelli persi. La parole nazionalizzazione non deve essere più una parolaccia per i comunisti. Un esempio? La telefonia. Con la privatizzazione paghiamo il servizio più caro e più scadente d’Europa. Non c’è manutenzione della rete e si tratta di un settore strategico. Dobbiamo pretendere la nazionalizzazione.

E perché ti ha convinto la proposta del Movimento?

Qui dobbiamo introdurre l’elemento cambiamento di tecnologie. Premessa: tendenzialmente anche nel mondo dell’associazionismo il virtuale è considerato inferiore al reale. “Non scambio di opinioni o emozioni” e altri luoghi comuni. Ne mondo del movimento il virtuale rende possibile il reale attraverso la presenza nei social network e lo scambio di informazioni attraverso internet. Esempio: i comizi nel movimento erano disponibili in streaming. Quale sezione può garantire questo? Il giorno dopo era disponibile su facebook il processo decisionale che aveva portato alle candidature. La novità del movimento è che sfrutta al massimo le nuove tecnologie non abbandonando l’importanza dell’incontro politico. Rifondazione in questo momento semplicemente mi fa addormentare. Sia come contenuti che come metodo di comunicazione. Non è in grado di trasmettere passione, orgoglio, fiducia.

Il partito che hai votato è però a tratti superficiale, fatto di qualunquismi da bar...

Le istanze che porta avanti il movimento richiedono una serie di competenze che fanno della frequentazione una conditio sine qua non. E tu puoi essere nella conoscenza del reale solo grazie ad internet. E’ l’elemento nuovo e democraticizzante. La grande differenza tra la sezione di partito ed il filmato è che su youtube veicola moltitudini di punti di vista dai quali poi è possibile trarre un proposta condivisa ed originale.

Parliamo del merito del programma politico che hai scelto. Favorevole o contrario Tav?

Ovviamente contrario. Ma la contrarietà non nasce da una chiusura ideologica. Nasce da considerazioni analitiche. Il trasporto su rotaia è sempre stato osteggiato in Italia, ma è senza dubbio economicamente più vantaggioso. Il problema è che la Tav è una megaopera inutile e spaventosamente costosa, laddove, su quella tratta, i calcoli ci dicono che basterebbe un potenziamento della linea già esistente. Con buona pace di Impregilo e compagnia bella.

Inceneritori?

Anche qui contrario. La società degli inceneritori è una società destinata all’estinzione. Qui non si tratta solo di emissioni dannose, ma di cosa determina quelle emissioni. Ma ti pare che io debba rischiare un tumore perché milioni di italiani sono stati convinti da una demenziale pace- technology a cambiare il cellulare due volte all’anno? L’alternativa non sta solo nel riciclaggio, ma nella riduzione vera e propria dei consumi inutili. Utilizziamo tecnologie“energivore” e abbiamo consumi demenziali.

La Federazione della sinistra ha proposte molto impopolari, che sono costate l’ostracismo dei media, simili a quelle da te citate.

Ma si fermano appena hanno paura di perdere voti. Il movimento rompe i coglioni. Al movimento non interessano i voti ma le proposte. I comunisti hanno perso la loro vis-polemica dal punto di vista politico. Non parlano più di “padroni” ma di “imprenditori” . Ma che linguaggio è questo?

La tua è una adesione fideistica, dogmatica.

Io sono dispostissimo a rivotare Rifondazione. La forma di una aggregazione partito è probabilmente pagante sul lungo periodo rispetto al movimento pseudo anarchico. Ma adesso i comunisti non fanno manco più il partito. E non si può dire che sia per mancanza di forze. Rifondazione, seppur in crisi, è nettamente più organizzata e forte di un movimento appena nato. Avete un giornale, un sito, rappresentanti.... manca la voglia di fare casino. Proprio adesso che la crisi metterà in luce i nervi scoperti di questo paese.

Il tuo è un voto di protesta e basta. Non serve a niente e farà vincere Berlusconi per i prossimi vent’anni.

No è vero. Penso che sia una grossa proposta e proprio al sinistra non possa lasciarla cadere. Nella sostanza il movimento rende palese che nell’era di internet il cittadino vuole intervenire molto di più rispetto che nel passato. Nessun partito può permettersi di ignorare questo.

E Berlusconi?

Con la sinistra attuale può essere sconfitto solo dalla natura

* da Liberazione del 19 aprile

da L'ape Operaia
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

giovedì 15 aprile 2010

Persa anche Mantova ai ballottaggi, Bersani parla di "correzioni".


Nel fumoso studio di Andrea Camilleri oggi si parla del Pd un po’ in cenere. "Io non appartengo al Pd. Posso, quando sono disperato davanti alla scheda, al massimo votarlo. Come si dice a Firenze: il Pd tiene l’anima coi denti. È più di là che di qua. Dalla parte avversa invece c’è molta aggressività. Come la polizia quando si mette lo scudo antisommossa, abbassa le visiere e attacca alla cieca. Da quest’altra parte non c’è che una flebile resistenza. Chi sta appena dietro la prima linea, sembra dire: trovate un accordo, invece che farvi menare".

Accordo tra chi e chi?

L’accordo si fa in Parlamento. Lo sostiene Bersani e pure la Costituzione. Ma noi non siamo nei termini costituzionali, siamo dentro una democrazia finta. La maggioranza in Parlamento va avanti a voti di fiducia e decreti, mettendo a tacere l’opposizione.

L’opposizione parlamentare è un’utopia?

Sì. L’unica possibilità è che l’opposizione si faccia anche fuori. Esattamente come la Lega.

Politica sul territorio?

L’astrazione in politica non esiste. In politica esiste questa casa, questa via, la casa accanto e la via accanto. Una volta c’erano le sezioni con gli attivisti. Eravamo sfottuti noi del Pci che avevamo sezioni e agit-prop. Era quello che teneva in piedi il partito. Il mio amico Leonardo Sciascia disse una volta che c’erano due parrocchie: quella del Pci e quella vera. Ecco, una ha continuato a esistere. L’altra è scomparsa. A Raiperunanotte hanno parlato i centenari, Dorfles e Monicelli. E le cose più giuste, che hanno atterrito i cinquantenni, le ha dette Monicelli parlando di rivoluzione. E sconvolgendo Giovanni Floris che ha cercato subito di metterci una pezza.

Cosa vuol dire rivoluzione?

Nessuno di noi è così cretino da pensare che sia 'bandiera rossa e scendiamo tutti in piazza'. Monicelli vuol dire che se non si hanno idee rivoluzionarie rispetto al contesto politico attuale, con questa gente non andiamo da nessuna parte. Come disse un altro regista. In politica non si può essere un uomo buono per tutte le stagioni. Ci sono stagioni buone per ogni uomo politico.

Parliamo di D’Alema?

D’Alema è come il fantasma dell’opera: non si sa mai che fa nel sottopalco. Si è detto che Bersani è una creatura di D’Alema. Magari.

E invece che cos’è?

Uno che non tiene conto delle sollecitazioni che gli arrivano. Dai 49 senatori, da Prodi. E allora? Il marxismo prendeva atto della realtà e agiva di conseguenza. Oggi nessuno è marxista perché è un marchio d’infamia e nessuno tiene conto della realtà.

Se Bersani fosse un personaggio letterario?

Sarebbe Rubè di Peppe Antonio Borgese: non sapendo che cosa fare, a un certo punto viene travolto dai cavalli della polizia tentando di mediare tra destra e sinistra. Non gli auguro certo questo destino.

Soluzioni, allora.

Ci vuole uno slancio di utopia. Finché questi - come diceva Guicciardini - restano ancorati al particulare, alle poltrone, si muore soffocati. Stanno dentro un pallone, non sono più sulla terra. Non sanno, anche se lo dicono, cosa sono i problemi reali. Ma proclamarlo non basta, perché dall’altra parte c’è un muro. Allora devi trovare i modi per vincere e poi occuparti delle cose vere.

Ecco, il lessico del Pd sembra un po’ altrove. Bersani dal Messaggero: "È possibile rafforzare sia gli elementi di pluralità che i presidi dell’unità". Ma che vuol dire?

È un segno, sono bloccati nel tempo. 'Ce l’ho duro' è un modo di comunicare. Volgare, populista, ma se la gente vuole questo non puoi parlare con 'i presidi dell’unità'.

Bersani ha brindato al risultato delle Regionali.

Quando ero piccolo si studiavano i detti di Fra Galdino. Me ne ricordo uno. Due contadini zappano, ad un certo punto uno si china e s’inzecca un ramo nell’occhio. E dice: meno male. E l’altro: perché meno male? Perché se il ramo era forcelluto, di occhi me ne cavava due. Per favore, lo racconti a Bersani.

Cosa pensa delle "riforme condivise"?

Vizio antico. La Bicamerale mica l’ho inventata io. Però un pregio ce l’ha avuto: ha sdoganato Fini.

È una fortuna?

Gesù mio, sì. A me non frega niente se le sue posizioni sono frutto di una tattica. Ci fa vedere una destra europea che si può rispettare. Davanti a un guastatore continuo della Costituzione come Berlusconi, chi difende i principi ha la mia solidarietà. Anche se oscilla.

A proposito di baluardi: e Napolitano?

È lui che dovrebbe reclamare più potere, non Berlusconi. Se gli capita una legge che non gli va giù gliela possono rimandare così com’è e lui la deve firmare.

Il rinvio, in alcuni casi, avrebbe potuto essere un messaggio politico.

Io avrei fatto come lui: Napolitano sa che se ora piove, tra poco grandinerà.

Hanno fatto la Padania. Cosa ne pensa un siciliano?

Sono segni di scricchiolamento della nazione Italia. La crisi ha accelerato il processo di padanizzazione. Hanno pensato: qui c’è la ricchezza, teniamocela, pensiamo ai cazzi nostri. Vedo lo spettro di un Sud sempre più povero.

Il Pd ha fatto passi falsi anche a Sud. Come la candidatura di De Luca.

Quelli del Pd sono come i lemuri che a un certo punto dell’anno s’inquadrano tutti e si buttano a mare. Ma dico: fatevi visitare. Mettetevi in analisi.

A Enna si parla di una candidatura di Crisafulli, che fu coinvolto in un’inchiesta di mafia.

Sì, lì vince. Però...

Però cosa?

Se Berlusconi lo si combatte su questo campo, a criminale criminale e mezzo, noi siamo perdenti perché non ce l’abbiamo una disponibilità umana così importante. Per uno di loro ne dovremmo trovare uno e mezzo. Ma con tutta la buona volontà noi possiamo avere cose da poco e comunque perdiamo.

Si è prospettata, con Saviano, una soluzione “esterna alla politica” per il Pd. Cosa ne pensa?

Non si può andare avanti con la politica tradizionale se dall’altra parte vince chi fa una politica non tradizionale. Allora chi ci metti davanti? Un Papa straniero? Catone il censore rispondeva sempre a tutto delenda Carthago. Se politicamente non si elimina Berlusconi, io dico sempre delenda Carthago. La soluzione giudiziaria mi fa paura come quello che gli tira la statuetta.

Quale soluzione giudiziaria? Se ci sono reati vanno perseguiti.

Così il premier diventa un martire. La magistratura oggi fa il suo mestiere. Fino a Mani pulite, era un pilastro del governo. Ora che la magistratura ha trovato una sua autonomia, l’hanno buttata in politica. Come se prima non lo fosse. Mi piace di più sapere che da qui a tre anni Berlusconi avrà perso altri milioni di voti. Perché se li perde non li perde per "colpa" della sinistra, li perde perché la gente si sta rendendo conto.

Si renderanno conto che fino ad oggi si è occupato di materie che lo interessano, come la giustizia?

Certo. Ma quando mai si è occupato del Paese? Il 99 per cento delle leggi sono pro domo sua.

La patente a punti è stata una cosa buona.

Mussolini fece la battaglia contro le mosche.

Travaglio ha scritto sul Fatto di ieri ‘La legge è uguale per gli altri’.

Perfetto. È La fattoria degli animali. Nel momento in cui uno dice ‘non mi rompete le scatole, non mi processate adesso, ne parliamo tra un anno’ cade qualunque impalcatura. Propongo di levare il cartello ‘La legge è uguale per tutti’ dai tribunali: ci facciamo ridere dietro.

Ci crede al regime?

Sono stato uno dei primi a parlare di regime, nel ‘94 con Bobbio e Sylos Labini. Fui sputtanato e sbeffeggiato da tutti. Toh, c’è aria di regime. Ma davvero?

A cosa andiamo incontro?

Al sogno di Calderoli. Nel 2013 avrete un capo del governo leghi-sta e Berlusconi presidente della Repubblica. Io a settembre faccio 85 anni. Auguri a voi.

Da: Antefatto

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

martedì 13 aprile 2010

SINDACO PIETRASANTA: "BELLA CIAO" ACCOGLIE NEO ELETTO LOMBARDI


(AGI) - Pietrasanta (Lucca), 12 apr - Trionfale l'ingresso a Palazzo Civico per Domenico Lombardi, neo sindaco di Pietrasanta: e' stato accolto dalle bandiere di Rifondazione Comunista e dall'inno "Oh bella ciao". Pietrasanta ha scelto il candidato del Partito Democratico, Pietrasanta Civica-Sinistra-Ecologia-Liberta' e Federazione della Sinistra-Pensionati Democratici, per guidare la piccola Atena nei prossimi cinque anni. Si chiude cosi', con il 56,83 per cento delle preferenze a favore di Lombardi, il ballottaggio che ha visto sconfitto Daniele Spina, candidato del Pdl-Udc sostenuto, dopo l'apparentamento, dalla lista Insieme a Voi, Pri e Lega. Una svolta per Pietrasanta che dopo dieci anni di amministrazione Mallegni, cambia colore politico e "cambia rotta", come ha detto appena terminato lo spoglio lo stesso Lombardi, acclamato da una grande folla. "Sono soddisfatto - ha aggiunto -. E' una grandissima svolta. Inizia una nuova storia per Pietrasanta; si cambia pagina. La mia amministrazione sara' per i cittadini e ne favorira' la partecipazione alla vita amministrativa". Tra le prime cose in programma "andare a trovare mio padre e fare una visita a Sant'Anna di Stazzema.
  Poi trasferirmi nella sede di Palazzo Comunale; e' la sede dove dobbiamo stare". Tra le priorita' un maggiore "contatto con i cittadini e attenzione alle frazioni, prima casa a chi ne ha bisogno, e regolamento urbanistico. Dobbiamo affrontare - ha concluso - i problemi dell'occupazione e del lavoro e dare un incremento ulteriore all'economia del turismo, artigianato e della cultura"
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

lunedì 12 aprile 2010

Oggi si vota in Ungheria: la destra strafavorita

Si svolgono oggi in Ungheria le elezioni politiche generali che, quasi sicuramente, consegneranno il paese alle destre e relegheranno, dopo otto anni, il Partito socialista, diretto erede del vecchio partito unico comunista, all’opposizione. Molto probabilmente i socialisti verranno umiliati nell’anonimato delle urne. Troppa corruzione, gestione allegra della finanza, conti truccati hanno portato in otto anni di governo della sinistra gli ungheresi all’esasperazione.

I gabinetti Medgyessy e Gyurcsany, specialmente quest’ultimo che si era presentato ai magiari come l’uomo nuovo della sinistra nata dalle ceneri del comunismo, hanno ridotto il paese alla bancarotta da cui è stato salvato solamente grazie all’intervento del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione europea. Dopo un anno di governo tecnico condotto da Gordon Bajnai la situazione è un po’ migliorata: i conti pubblici sono stati in gran parte risanati, il deficit è tornato a livelli accettabili sotto il 4% ed il fiorino, la moneta nazionale, si è apprezzato del 15% del suo valore sull’Euro dopo più di un anno di caduta libera. Molte attività economiche però hanno chiuso e tantissimi magiari si sono trovati, da un giorno all’altro, disoccupati. Quasi tutti avevano un mutuo da onorare pagando le rate in Euro giacché negli anni spensierati che hanno fatto seguito alla caduta del comunismo, quando il prodotto interno lordo aumentava annualmente con percentuali pari a quelle del “boom” economico italiano del dopoguerra, tutti pensavano che l’Eldorado non dovesse cessare mai. Così non è stato ed oggi gli ungheresi sono oberati di debiti e la nazione si è chiusa in se stessa. Sono aumentati in maniera esponenziale i suicidi ed è aumentata la voglia di autarchia, di far da soli rifiutando l’Unione europea, considerata a torto come una delle principali cause dell’attuale crisi.
Oggi, dunque, gli ungheresi torneranno ad accordare la propria fiducia ai conservatori di Viktor Orban cui consegneranno il premierato. A causa pure della scomparsa dei liberali, protagonisti del passaggio morbido dalla dittatura comunista alla democrazia nel 1989, che con i socialisti di Gyurcsany hanno condiviso le fallimentari politiche del recente governo, i conservatori dovrebbero conseguire un successo di larga portata che però non garantirebbe loro la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento di Budapest. Giocoforza, per governare Orban dovrà allearsi con l’estrema destra nazionalista di Jobbik, accreditata attorno al 15%. E’ questo un movimento molto diverso dalle altre estreme europee anche se, a prima vista, lo si potrebbe ritenere di stampo neo- fascista o nazistoide. Infatti propugna alcuni temi condivisi con i movimenti nazisti d’Europa quali la caccia agli zingari o l’anti- semitismo ma in realtà in Jobbik, la cui ala militarista denominata Guardia Ungherese è stata sciolta d’autorità l’anno scorso perché autrice di gravi violenze di natura razzista, convivono altre anime, che sono maggioritarie, quali quelle che propugnano un ritorno ad un passato, quello dell’Ungheria asburgica, oggi improponibile.
L’idea della “ingiusta” pace del Trianon nel 1920 che ha sacrificato in così estese dimensioni l’Ungheria si è fatta strada negli ultimi tempi tra un popolo frustrato ed impoverito dalla gravissima crisi economica: ecco dunque che Jobbik ha esteso il proprio campo d’azione propagandistico alla vicina Transilvania, specialmente nella parte centrale di questa a Nord di Brașov nel cosiddetto Szekely. Qui gli abitanti sono in maggioranza di origine magiara o sassone ma dall’indomani della prima guerra mondiale queste terre appartengono alla Romania. I movimenti autonomisti “siculi”, cioè dei Szekely, molto vicini a Jobbik, avanzano rivendicazioni forti chiedendo a Bucarest un pacchetto d’autonomia pari a quello concesso dall’Italia all’Alto Adige. I romeni della zona si dicono localmente discriminati e chiedono protezione al governo nazionale. Le stesse scaramucce transilvaniche sono già esplose in maniera anche più violenta nelle terre di confine in Slovacchia. Il revanscismo ungherese, prodotto dall’impoverimento della nazione sotto i governi a guida socialista, inizia a preoccupare le nazioni dell’Europa centrale oggi accomunate dalla stessa appartenenza all’Unione europea.


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

domenica 11 aprile 2010

Dopo elezioni- Rosa Rinaldi (PRC) non è più tempo di scelte solitarie

Non è più il tempo delle ricerche solitarie

di Rosa Rinaldi*
La crisi di senso e di consenso della sinistra sancita, ancora una volta, dal risultato elettorale non nasce oggi. Infatti, già all’indomani del voto del 2006 la sinistra avrebbe dovuto considerare con più preoccupazione il dato delle urne. Avevamo registrato 24.000 voti più del centro destra, guardavamo alla vittoria, ma avremmo dovuto più realisticamente registrare di non aver perso. Un risultato non in grado di garantire il programma sul quale avevamo ottenuto il consenso. E’ stato sbagliato non considerarlo allora, lo sarebbe di più oggi se non aprissimo un confronto senza steccati e soprattutto senza atteggiamenti giustificatori e autorassicuranti. E’ una crisi che riguarda in particolare la sinistra, nonostante la discesa in campo di un forte movimento, persino inedito nelle sue forme, “il popolo viola”, che ha dispiegato il 5 dicembre una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni in difesa della Costituzione, contro il legittimo impedimento, in difesa della democrazia, nonostante una grande manifestazione unitaria di tutte le forze del centro sinistra per la democrazia e lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Nonostante le condizioni di vita delle persone sia peggiorato in ragione della crisi economica e dell’aumento della disoccupazione, nonostante l’approvazione del ddl collegato alla finanziaria che modifica in radice l’art. 18 dello statuto dei lavoratori e la contrattazione, nonostante tutto, vince Berlusconi e vince il governo, e a poco serve dire che il Pdl ha subìto un calo di voti notevole dall’astensione, perché credo si tratti del problema, non della soluzione. Occorre domandarsi perché oggi, il centro destra vince. La Lega guadagna una vittoria politica pur perdendo 150.000 voti rispetto alle europee e li perde in Piemonte, Lombardia e Liguria mentre ne guadagna in Veneto, Emilia, Toscana e Marche, aumenta il suo peso politico giacché non governava nessuna regione e ora ne governa due Piemonte e Veneto. Come è potuto accadere che non ci sia stata percezione di tutto ciò? Anzi, si era convinti di una possibile inversione di tendenza ed invece la tendenza è opposta a quella attesa? A questa domanda dobbiamo rispondere se vogliamo individuare il punto di ripartenza.
Il movimento dei lavoratori è sconfitto. Noi siamo dentro la crisi del centro sinistra, anzi, i partiti più piccoli appaiono marginali, non utili, rissosi, capaci di dividersi e incapaci, viceversa, di ricostruire legami sociali e unità. L’esperienza delle elezioni regionali in Francia è una lezione che non abbiamo compreso. Lì, alla crisi la sinistra ha risposto unitariamente, i lavoratori si sono coalizzati nella protesta verso il governo e la lotta e l’unità fanno guadagnare un grande consenso elettorale. E l’astensione, anche lì di proporzioni gigantesche, sottrae consenso alla destra e al governo. In Italia la crisi economica, il malcontento, la perdita di posti di lavoro, gli scandali, le veline, le intercettazioni producono un “plebeismo” popolare, piuttosto che una riscossa delle coscienze.
Sarebbe del tutto fuorviante prendersela con il movimento di Grillo. C’è piuttosto la necessità di comprendere a fondo la dimensione e le ragioni dell’astensione. Una dimensione di popolo che ritiene inutile votare, una passivizzazione che più di altre ci parla di una lesione dell’esercizio democratico del voto. I partiti, la politica allontanano milioni di persone dalla partecipazione, un vero e proprio schiaffo sulle nostre troppe certezze! Qui sento un allarme che ci riguarda, una forma di rivolta attiva contro le classi politiche del Paese. Nel movimento di Grillo ci sono ancora anticorpii alla passivizzazione che ormai riguarda milioni di persone. Altrettanto fuorviante è ritenere che questo movimento sia di sinistra. Esso è più probabilmente contro tutta la politica compresa la nostra. Nessuna lettura pacificante quindi ci è consentita! Occorre domandarsi perché, nonostante siamo parte dei movimenti contro gli inceneritori, per l’acqua pubblica, contro la Tav, non capitalizziamo un risultato in termini di consenso e loro invece sì. Il movimento di Grillo non è il mio movimento, tuttavia è necessario che proviamo a capirne le istanze partendo dai nostri limiti ed errori che, a descrivere quelli degli altri siamo sin troppo capaci! Insomma, nessuna sottovalutazione snobistica ci è consentita. Presidenzialismo e federalismo fiscale sono già nell’agenda del governo e muteranno l’assetto costituzionale del Paese.
La Lega è il partito più strutturato della destra italiana anche in Europa e si caratterizza per il suo poujadismo: un partito corporativo antisistema contro la fiscalità generale, il contrario di un paese solidale; una destra regionalista che, come ha scritto recentemente Giorgio Bocca, “vuole il federalismo fiscale che gli italiani e i leghisti colgono per quello che è: le province ricche sempre più ricche, quelle povere rassegnate al loro degrado”.
Non è più il tempo di ricerche solitarie, né quello dell’autosufficienza, è necessario che facciamo la nostra parte con generosità e umiltà, abbandonando difese di suoli ormai aridi, accelerando la costruzione della Federazione, chiedendo a tutta l’opposizione, a partire da SEL, di costruire insieme l’alternativa possibile senza essere solo spettatori delle evoluzioni nel PD, altrimenti non saremo adeguati né ad opporre resistenza né tantomeno a indicare l’alternativa, presi come siamo dentro discussioni autoreferenziali. Non ci sono formule salvifiche per nessuno. Non propongo scioglimenti né nuovi partiti. Propongo più modestamente che noi si faccia la nostra parte, perché le nostre battaglie in difesa della democrazia, per la difesa dell’articolo 18 e della contrattazione, per l’acqua pubblica, contro il nucleare, per i diritti civili, per la scuola pubblica si accompagnino alla necessità di una ricomposizione politica e sociale necessaria se vogliamo provare a battere il berlusconismo.
*Segreteria Prc

da liberazione.it

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

venerdì 9 aprile 2010

Una riflessione collettiva di alcuni compagni e compagne dei Comunisti Uniti

Una riflessione collettiva di alcuni compagni e compagne dei Comunisti Uniti...

Dopo l'ennesima sconfitta elettorale...
Comunisti e comuniste cominciamo da noi, prima che sia troppo tardi!
Alcune riflessioni e proposte dei Comunisti Uniti

Questa tornata delle Regionali 2010 sembra essere stata caratterizzata da alcuni elementi che vanno valutati e incrociati tra loro:
1) C´è stata un´astensione tra le più alte di sempre (quasi 3.500.000 di votanti in meno), come altra faccia della medaglia dell´antipolitica e della crisi di scollamento politico in atto nel paese. C´è anche un altro dato molto interessante e significativo e forse più "politico". Parliamo del 1.100.000 di schede annullate (di cui 350.000 bianche) da sempre strumento di protesta e di boicottaggio più attivo della semplice astensione. Tanto per dare alcune cifre, in Piemonte il numero delle schede nulle rappresenta il 4,39% che, sommato alle bianche, sale a 5,72% pari a 133.928 schede. Più di tutti i votanti nella Provincia di Asti, tanto per capire la portata. Nel Lazio la percentuale di nulle e bianche è del 4,13%, in Campania è addirittura del 6,07%.
2) Siamo nel mezzo di un´onda lunga reazionaria che si alimenta nella crisi e che viene sapientemente utilizzata dalla destra alimentando una guerra tra poveri nelle classi popolari e solleticando gli istinti beceri dei ceti intermedi. L´operazione riuscita alla Lega Nord nel triangolo Piemonte, Lombardia, Veneto è stata quella di aggregare intorno ad una frazione della classe dominante (in questo caso la medio/grande borghesia locale dei distretti industriali), prima la piccola borghesia artigiana e commerciale e poi spezzoni consistenti di proletariato, strappando circa un milione di voti all´alleato-avversario Berlusconi. Ha quindi prima costruito il proprio "blocco sociale" e ha poi costruito una sua base di massa, intessendo legami e alleanze attraverso tutta una serie di "apparati egemonici": chiese locali, associazionismo di vario tipo (anche sportivo), giornali locali, ecc. Lo ha fatto, indubbiamente facendo leva sui bassi istinti di cui sopra e su soluzioni apparentemente semplici (per esempio la criminalizzazione degli immigrati). Ma la sua crescita non è riconducibile alla sola, pur importante, componente razzista retroterra e collante ideologico del leghismo. Le prime parole del neo-governatore Cota, oltre all´attacco al diritto all´aborto, sono state: "lavoro, lavoro, lavoro!", segno che il gruppo dirigente leghista ha ben presente quale sia la "madre di tutte le contraddizioni" seppure in chiave populistica.
Discorso analogo può farsi per la Polverini che ha stretto nel Lazio un´alleanza anche con i settori più retrivi della Chiesa e dei poteri forti della speculazione immobiliare. Entrambi (Cota e Polverini), hanno stravinto, peraltro, proprio nei distretti di provincia ad alta industrializzazione, sebbene polverizzata nelle provincie.
3) Vi è stata un´affermazione locale di partiti apertamente giustizialisti (l´IdV) o votati alla protesta che incarnano in parte il sentimento dell´antipolitica e della sfiducia verso i politicanti (Movimento 5 Stelle di Grillo 4% in Piemonte, 7% in Emilia Romagna). I grillini hanno saputo sfruttare l´opposizione alla TAV che in Val di Susa gli ha fatto raggiungere punte del 30% e, di fatto, hanno sancito la sconfitta elettorale della Bresso. Per certi versi anche il "grillismo" ha costruito una propria base di massa utilizzando il moderno e potente "apparato" della rete telematica e i social network. Questi sono fenomeni che vanno investigati attentamente perché tendono a occupare gli spazi lasciati vuoti da una reale opposizione sociale che questi movimenti non vogliono e non possono incarnare in forma coerente.
4) Le politiche di alleanze del PD guardano sempre più verso l´UdC (con la solita rincorsa all´occupazione del centro moderato insita nel bipolarismo), una SEL che prepara il terreno a una collaborazione più organica col PD (magari per preparare il terreno a Vendola per le primarie) e una Federazione della Sinistra allo sbando, incapace di presentarsi come un polo alternativo, credibile e visibile - da sinistra - ai piani di Bersani. Infatti, la FdS ha accettato con accordi diversificati tutte le alleanze proposte da pd, talvolta anche con l´udc, e si è presentata fuori da queste coalizioni solo dove gli è stato impossibile concludere gli accordi per per la chiusura nei loro confronti da parte del centrosinistra (vedi Marche e Lombardia) e non certo per pregiudiziali politiche.
Anche laddove c´è stata un´indubbia tenuta come in Toscana e Umbria (dato dovuto soprattutto alle particolari condizioni di organizzazione e radicamento di PRC e PdCI in quei territori o alla candidatura di compagni minimamente riconosciuti dai lavoratori come nelle Marche) questa è avvenuta comunque in un quadro di perdita forte di consenso sommando i voti di PRC+PdCI delle precedenti regionali si sono persi 4 punti percentuali in Toscana e altrettanti in Umbria (75.000 voti netti nella prima e 34.000 nella seconda) persino sommando impropriamente i voti della FdS con quelli di SEL.
5) Un´assoluta inconsistenza e scarsa capacità di incidere delle formazioni politiche a sinistra della Federazione travolte da un´invisibilità nelle lotte sociali oltre che da un indubbio oscuramento mediatico. Segno che non basta nemmeno marcare un´identità formale alternativa se non si è fatto un lungo lavoro di radicamento prima e se non si è in grado di essere promotori di un minimo di riunificazione di pezzi del mosaico comunista e anticapitalista.
6) Tranne rare eccezioni (oltre a quelle citate, una buon risultato in Calabria) c´è stato un progressivo ridimensionamento, in qualche caso la quasi scomparsa, dei comunisti dentro questo quadro di compatibilità con la perdita secca di un altro 30% dei propri consensi. Questo a nostro avviso proprio perché: a) non si sono investite energie a costruire e radicare un polo alternativo al bipolarismo in funzione di un´opposizione di classe (e non di mero governo) contribuendo a ricomporre il quadro alla propria sinistra (movimenti sociali e sindacali, diaspora comunista, movimenti per l´ambiente, ecc...); b) le scelte sono state contraddittorie e non comprese dall´elettorato di riferimento: in alcuni casi si è costretti ad appoggiare la Bresso, notoriamente a favore della TAV in Piemonte; altrove con la Bonino dell´attacco all´articolo 18 e fanatica della capacità autoregolatrice del libero mercato; in altri casi con Vendola in alleanza col PD; in altri ancora con Vendola fuori delle alleanze; in altri ancora si è andati da soli perché esclusi dal centrosinistra. Come si può pretendere di mandare un segnale chiaro e di essere capiti dai settori sociali di riferimento? c) PRC e PdCI sono in preda ad una crisi di identità e militanza sul territorio che rende ancora più debole la loro già fragile organizzazione e mette in crisi ciò che rimane del loro radicamento: questo rende impossibile controbilanciare l´oscuramento mediatico.
7) Tutto questo ha una causa principale: la totale assenza di rappresentanza per il conflitto sociale non solo da parte dei candidati dei partiti, ma anche e soprattutto nelle campagne e nei programmi elettorali. Se questo è ovviamente comprensibile per i due poli del sistema politico dominante, per la cosiddetta "sinistra radicale" questo è mortale. Il nocciolo prioritario della questione è la costruzione di un blocco sociale di riferimento. E questo si fa ricucendo e unendo con pazienza le lotte sparpagliate di resistenza alla crisi, alle ristrutturazioni padronali, all´aggressione al territorio e all´ambiente, agli attacchi antidemocratici del governo e alle politiche liberiste chiunque le sostenga. Questo blocco sociale può avere una funzione di opposizione di classe solo coagulandosi attorno a un programma minimo sulla base del quale valutare se e quali alleanze convengano. Fuori da questo c´è solo il tentativo della mera sopravvivenza alla giornata per superare uno sbarramento o elemosinare un assessorato.
8) Quindi, laddove il Centrosinistra ha fallito miseramente sullo stesso terreno della Destra (politiche liberiste e/o collusione col malaffare), l´elettorato lo punisce pesantemente e punisce pure la Federazione della Sinistra spesso persino dove questa è stata costretta fuori dall´alleanza col PD, proprio per queste ambiguità di cui si parlava prima e per aver partecipato in questi anni a queste giunte fallimentari (vedi tracollo in Campania della FdS dov´era candidato Ferrero). A questo punto non è remoto immaginare un nuovo abbraccio definitivo (mortale?) tra la FdS e SEL che riposizionerebbe tutto questo pezzo di sinistra nuovamente in funzione di alleanze col PD anche a livello nazionale.
Questo comporterebbe obiettivamente un´ulteriore marginalizzazione della questione comunista nel paese oltre alla perdita degli ultimi consensi sociali e politici.

Dobbiamo riconoscere che, pur critici con le scelte deboli, confuse e continuiste della Federazione della Sinistra, molte compagne e compagni si sono spesi generosamente nella campagna elettorale sperando di ergere un argine a questa caduta libera e per ostacolare una destra che alimenta la divisione di classe, il razzismo e la diffusione delle formazioni neofasciste sul territorio. Con questo obiettivo, in alcune regioni si è cercato di sostenere un appoggio esterno condizionato a un programma alternativo. Ma questo si è dimostrato insufficiente.
Tanti altri invece non ce l´hanno fatta a turarsi il naso e votare candidate come la Bresso o la Bonino. Alcuni di questi compagni e compagne hanno scelto il voto disgiunto, molti hanno scelto di non votare.
La diversificazione di queste posizioni è stata determinata anche dalla mancanza di una prospettiva di autonomia di classe in questo difficile contesto. Tuttavia da questi elementi vorremmo riaprire il dibattito sulle prospettive. Pena assuefarsi alla passivizzazione di massa e accontentarsi della pura testimonianza residuale o del "meno peggio" che, come ancora una volta i fatti dimostrano, non ci ha mai portato fuori dalle secche ma sempre verso il "pessimo".
Purtroppo anche in queste ore l´autolesionismo di alcuni dirigenti - che continuano ad autoassolversi, fornendo analisi minimizzanti di quella che è una vera e propria catastrofe - sembra alludere a una nuova giravolta e, come dicevamo, a un tentativo di rattoppare le debolezze attraverso una riunificazione/riavvicinamento con SEL. Un riavvicinamento che porterà ad accettare il ruolo salvifico e personalistico di Vendola funzionale a nuove alleanze col PD (e l´UdC) anche a livello nazionale.
A nulla però servirà questa "nuova sinistra" come a nulla servirà, diciamolo da subito, riscoprire un po´ di tinta rossa e il comunismo di facciata se non si rompe la subalternità al PD nel costruire un progetto di opposizione di classe nel paese.
Le elezioni e le capriole tattiche non sono la causa delle sconfitte politiche né la soluzione ai profondi disagi sociali nella classe nel mezzo di una profonda e strutturale crisi del capitalismo. Sono semmai solo un piccolo specchio e termometro di quello che è il Paese. Si raccoglie una parte di quello che si è seminato e nemmeno fino in fondo. Quindi nulla si raccoglie, perché nulla si è seminato.

Se non si fanno i conti con le ragioni profonde di questa ennesima sconfitta, che poi sono le ragioni della marginalità in cui comunisti e comuniste OVUNQUE COLLOCATI sono stati relegati, diventa difficile individuare anche solo generalmente delle prospettive dalle quali ripartire. Come ricostruire un blocco sociale proletario e una base di massa anticapitalista come condizione necessaria per la ripresa di un´opposizione sociale e politica alternativa ai due poli del bipolarismo? Di conseguenza, come ricostruire e praticare una linea che disgreghi quelle basi di massa, quei legami egemonici, del leghismo, del berlusconismo, del post-fascismo finiano, ma anche delle politiche cosiddette liberiste più in generale?
Ora è il momento di rompere gli steccati delle correnti, mettere da parte gli equilibrismi, tirarsi su le maniche e autoconvocarsi in maniera permanente per ricostruire tra i referenti sociali la nostra credibilità e internità. INDIPENDENTEMENTE DALLA COLLOCAZIONE ATTUALE DI CIASCUNO DI NOI.

Nell´appello Comunisti Uniti 2.0 scrivevamo:
"Gli spazi politici istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto dal PDL che dal PD, e non possono essere riconquistati con escamotage organizzativistici o elettoralistici.
Occorre ricostruire anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci sono ancora ampi spazi di azione politica, sia sul piano sociale e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di classe e non concertativa, ricucitura delle molteplici esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e migranti, etc.) che su quello culturale (dove si tratta di coniugare l´eredità critica dell´esperienza del comunismo internazionale del Novecento con una comprensione delle trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti concettuali del marxismo).
Vogliamo incontrarci con chiunque condivida i punti chiave della nostra impostazione e li voglia praticare in maniera critica e autonoma, dentro i partiti e fuori di essi, nelle rappresentanze sindacali, nei luoghi di studio e di lavoro, in quelle associazioni politico-culturali delle quali riconosciamo un ruolo nella ricostruzione di una teoria all´altezza dei tempi e delle quali rispetteremo l´indipendenza.
A prescindere da dove siamo collocati, occorre mettere al centro del nostro dibattito e di una nostra azione coerente la questione del partito, quella delle alleanze e quella della linea sindacale."

I fatti di questi giorni ripropongono in maniera drammatica questi nodi e non possiamo perdere altro tempo, magari in attesa della prossima tornata elettorale (comunali 2011, per esempio, a Torino) in attesa del prossimo pastrocchio col PD, in attesa della prossima sconfitta...
E´ ora che i compagni e le compagne del PdCI, del PRC e i tantissimi senza tessera decidano una volta per tutte se vogliono perseguire una strada di riconquista della propria autonomia politica e culturale o se imboccare ancora la strada della subalternità che ci ha portato in queste secche.
A questo punto per discutere e praticare questi obiettivi, perché non autoconvocare assemblee regionali composte da tutti i comunisti disponibili? Quelli che sono nel PRC, quelli nel PdCI e i tantissimi delusi o senza tessera...tutti con pari dignità, ma con la definizione di alcuni obiettivi comuni. Obiettivi che potranno essere praticati nella Federazione e fuori di essa senza intralciarsi a vicenda, ma rafforzandosi reciprocamente verso la ricomposizione dei comunisti oggi frantumati in mille rivoli ciascuno da solo incapace di incidere e di dare una svolta.
E´ un compito difficile e di cui non conosciamo i tempi di risoluzione, ma al quale non ci possiamo sottrarre se vogliamo veramente riaprire la strada verso un Partito per tutti i comunisti ovunque oggi collocati, radicato nella classe ed efficace nella lotta politica.

Ciro ARGENTINO, ex-operaio ThyssenKrupp e segr.ria prov. PdCI Torino; Gualtiero ALUNNI, CPN-Resp. Naz. Trasporti PRC; Andrea FIORETTI, assemblea lavoratori autoconvocati Roma; Stefano AZZARA´, docente filosofia L´Ernesto di Urbino; Alessandro PERRONE, cassintegrato Fiom Eaton Monfalcone; Pio DE ANGELIS, Presidente CPR PRC Friuli Venezia Giulia; Alberto PANTALONI, Comitato comunista "T. Noce" Torino; Federico GIUSTI, RSU Cobas Comune di Pisa; Mirko SOLERO, ex-PRC L´Ernesto Torino; Katia SILVESTRINI, Segretaria PRC Fabriano; Massimo MURGO, RSU Marcegaglia Sesto S. Giovanni (MI); Nicola IOZZO, coordinatore PdCI Vibo Valentia; Vincenzo GAGLIANO ex-segretario PdCI Campania; Vincenzo SANGIOVANNI ex-segretario PdCI Napoli Riccardo DI PALMA, assemblea lavoratori autoconvocati Novara; Alberto BASSO, cassintegrato Milano; Saro TRAINA, vicepresid. Prov.le ANPI di Monza e segretario PdCI Varedo-Limbiate; Gabriele Attilio TURCI, RSU Cobas Scuola ex-PRC, Forlì;  Laura SCAPPATICCI, Federazione prov.le PdCI di Frosinone;
Daniele CANESCHI, FGCI Federazione di Pisa; Leonardo PEGORARO, Giovani Comunisti Urbino; Francesco PAPPALARDO, CPF PRC Val di Cornia - Piombino (LI); Raffaele COPPOLA, Federazione prov.le PdCI di Salerno; Antonello Tiddia, RSU Carbosulcis Rete28Aprile.

www.comunistiuniti.it  
info@comunistiuniti.it


Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

I sopravvissuti: naufraghi o esploratori?


di Salvatore Bonadonna
Il risultato del voto per le regionali non è soddisfacente e, quello che è peggio, non è incoraggiante; dire che abbiamo portato a casa la pelle non ci mette al riparo dagli smottamenti, dal logoramento, dal processo di chiusura autoreferenziale sospinto da una malintesa reazione di difesa di un patrimonio, ormai solo di memoria, che non trova riscontro nella condizione di decadimento del Partito e della sinistra, moderata o radicale che sia. Il poteva andare peggio o, come si consola Bersani, dire che c’è stata una sostanziale tenuta, prelude solo al declino lento ed inesorabile.
Dire che anche il PdL perde e che solo la Lega guadagna qualcosa, descrive ma non spiega. Delle astensioni, che rappresentano il primo partito, se ne parla come di un dato naturale che non ha a che fare con la concretezza della politica agita; di ciò che alimenta le schede bianche o annullate e dei voti raccolti dalle liste civiche di protesta o da quelle legate a Grillo si dice di antipolitica e, quindi, di tendenza sostanzialmente reazionaria, e ci si mette l’animo in pace.
Intanto la destra politicamente vince, conquista il governo di quattro regioni, consolida la sua forza anche modificandone la composizione a favore della lega che acquisisce due Presidenti e attacca direttamente le regioni rosse, rafforza i blocchi sociali e di potere attraverso la capacità di costruire modelli identificativi di massa –ciascuno libero contro l’oppressione del potere pubblico – o la saldatura di interessi reali che operano nel campo dell’economia, delle imprese, della finanza, delle professioni. La pratica delle deroghe e dei condoni, il coinvolgimento dei sindacati compiacenti nella gestione di una forma remunerativa di neocorporativismo e la progressiva riduzione del lavoro a pura merce e del lavoratore a consumatore, la critica alle banche tanto esibita quanto poco praticata, l’ammiccamento alla innata capacità di arrangiarsi dei ceti professionali e l’esercizio di una forma politicamente violenta di opposizione a tutto ciò che non funziona addebitandone la colpa alla sinistra e ai comunisti, alla pesante eredità del governo Prodi. Una destra populista capace di organizzare il malcontento sociale e scagliarlo contro l’immigrato o l’operaio tutelato da un contratto, il pubblico dipendete o il fisco esoso, un nemico, insomma, che rappresenta tutto ciò che impedisce al potere di realizzare l’immaginario collettivo che ha alimentato e con il quale ha vinto.
Nella sconfitta della sinistra c’entra qualcosa che il Partito Democratico su nessuno dei terreni di azione del governo abbia marcato e sostenuto una differenza, una alterità, una opposizione? C’entra che la sinistra di alternativa, noi per intenderci, non sia riuscita ad andare oltre l’intervento solidale nelle vertenze e nelle lotte pensando di surrogare e sublimare in questo modo la carenza di elaborazione strategica e la mancanza di massa critica politicamente sufficiente?
Intanto questa divaricazione ci parla di un conflitto politico incapace di raccogliere il conflitto sociale che, in questo modo, rimane nella solitudine di ciascuna vertenza, nella disperazione isolata di ciascuna lotta; non si mette in campo alcuna strategia di unificazione del movimento di lotta e non si costruisce nessun sistema di alleanze sociali. La concreta corporativizzazione delle lotte manifesta i suoi effetti nefasti nella subalternità, nella incapacità di alimentare e fare vivere una ipotesi alternativa: si tratti della politica di settore nell’informatica come nell’auto, come nelle nuove tecnologie e nell’energia alternativa. La pervasività del potere delle imprese e la trasversalità di esso ha reso le maggiori forze politiche non solo tendenzialmente omologhe ma sostanzialmente convergenti e, perciò, non alternative; e del puro ricambio di ceto politico una buona parte della popolazione si chiama fuori e il resto si orienta maggioritariamente verso destra.
Anche se fatta a colpi di accetta, questa analisi, se è reale, dovrebbe portare noi, noi che ci definiamo sinistra, ad analizzare nel profondo, e con spirito di verità, la società e cercare di tessere quella trama di relazioni sociali e quelle proposte strategiche capaci di porci alla guida della opposizione e del difficile processo di costruzione dell’alternativa. E costruire l’alternativa significa in primo luogo costruire il popolo dell’alternativa.
Per questo non mi convincono le analisi consolatorie che considerano la perdita di trecentomila voti in nove mesi, dalle elezioni europee, una sorta di dimagrimento fisiologico, ne mi convince la tesi che basta insistere nella costruzione del “partito sociale” e della Federazione della Sinistra, magari accelerandone i percorsi costitutivi; due definizioni e propositi che, lungi dall’aprire campi di iniziativa, ne delimitano i confini allo stato presente e, in questo modo, in una ottica minoritaria. Peraltro, mi permetto di far notare, contraddittoria con una insistita e perentoria rivendicazione identitaria comunista che appare abbandonare la aspirazione alla egemonia e manifestarsi come nostalgia! Rifondazione ne ha avuto l’ambizione e, talvolta la pratica; ma non è mai stato un partito operaio e, nei momenti più intensi, il suo insediamento sociale si è alimentato della capacità di evocare un progetto e una prospettiva per un altro mondo possibile. Oggi si tratta di partire dal territorio, dalle sue realtà e contraddizioni, imparando prima a leggerlo e capirlo e poi a costruire modalità e soggettività dell’intervento politico.
Il primum vivere può costituire una zattera per il ceto politico, per un apparato di partito; ma non garantisce la maturazione e la crescita di una strategia politica; e, purtroppo, è invalsa l’attitudine a confondere il mezzo, il partito, con il fine, la rivoluzione!
Da anni il centro sinistra arretra e perde consenso e radicamento sociale perché ha assunto come proprio obiettivo quello di “vincere” nelle lezioni; e a questo fine ha sacrificato ogni cosa, progetto ed ideali, programmi e valori. In questo quadro desertificato la destra ha trovato spazio per costruire il proprio sistema di consenso, ha prodotto una vera e propria antropologia e ha vinto. La sinistra, non si salva dichiarandosi indipendente dal PD; resta solo ai margini e drammaticamente marginale e minoritaria. Ne la salvezza può derivare dalla pericolosa cultura politica che ricerca l’aggregazione attorno al leader!
L’autonomia dal PD ha un senso se si è capaci di alimentare la formazione di un campo di forze capaci di prospettare una alternativa e costituire una massa critica da portare nel confronto e nella battaglia politica, e nell’eventuale accordo di compromesso con il PD; ma con l’ambizione di incidere nel dibattito di quella forza politica, di parlare alle sue contraddizioni e alle sue componenti, di investire e mettere in crisi le posizioni subalterne che lo hanno reso estraneo e spesso impermeabile, quando non ostico, al conflitto sociale.
E, in questa difficile battaglia politica che riguarda la sinistra anche nel confronto con il PD, obiettivo fondamentale deve essere la riforma della politica e la crescita di una generazione di dirigenti, giovani e donne con idee forti della società da costruire, svincolata dai giochi di potere che hanno segnato la sconfitta dei gruppi dirigenti attuali.
Non si può criticare la cooptazione nella formazione dei gruppi dirigenti e praticarla fino, talvolta, alle forme di familismo amorale; non si può parlare di partecipazione e concepirla come una concessione dei dirigenti ai diretti, dei rappresentanti ai rappresentati. Questo può funzionare per Berlusconi ma non per la sinistra. La critica alla “forma partito”, alla quale anche io ho partecipato, partiva da altri presupposti ed aveva l’obiettivo di ampliare il campo dell’intervento diretto dei soggetti sociali nella politica; nella pratica, complici le leggi elettorali, che sempre esprimono una visione del potere, ha tramutato i partiti in sistemi di comitati elettorali e, come tali, alla fine, dipendenti dagli eletti. Non si salva il ruolo del Partito, o della Federazione, marcando la distanza dalle istituzioni o dalle funzioni di governo; ma costruendo, nelle condizioni di oggi, quella funzione di collegamento e di controllo, nella società e nelle istituzioni, quella intelaiatura della partecipazione democratica che la Costituzione assegna ai Partiti.
Se il gruppo dirigente del Partito o della Federazione non sarà in grado di cogliere questo grumo complesso di questioni e su di esso avviare una discussione organizzata e aperta a tutti i soggetti individuali e collettivi che, in vario modo e con ottiche diverse, hanno manifestato e organizzato pensiero ed azione critica e opposizione, avrà perso una occasione arroccandosi dentro la fortezza Bastiani di un nuovo deserto; magari rimasticando formule e giaculatorie del Congresso di Chianciano o celebrando, con i rituali classici delle burocrazie, le liturgie del Congresso della Federazione.
Ma chi crede che su queste questioni ci si debba misurare e far crescere una prospettiva di movimento ed una forza capace di incidere per cambiare lo stato delle cose esistenti deve mettersi in gioco fuori dalle vecchie collocazioni correntizie; non è tempo di conformismo, tantomento di logori giochi di apparato. La sfida dell’unità della sinistra e dell’alternativa va giocata in campo aperto!
Salvatore Bonadonna 

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 7 aprile 2010

Pegolo (PRC): Unità o omologazione? 10 punti di riflessione

Il dibattito sulle elezioni

Unità od omologazione?10 punti di riflessione

10 punti di riflessione sulle prospettive del PRC e della Federazione della sinistra dopo il voto

di Gianluigi Pegolo*
Occorre tornare sul risultato elettorale delle regionali perché, come mi pare si sia potuto cogliere anche nel recente Consiglio della Federazione della sinistra, esso può essere interpretato in vari modi. Inoltre, i diversi giudizi conducono inevitabilmente verso prospettive differenti. I dieci punti che seguono sono il tentativo di leggere in modo obiettivo il risultato elettorale, ma soprattutto vogliono trarre prime conclusioni sulla prospettiva che si apre per il PRC e per la Federazione.
La prima questione, essenziale, è l’interpretazione del successo del centro-destra ( perché di questo si tratta). Non si è trattato di un successo in termini di voti ( perché semmai vi è stata una flessione), quanto della straordinaria capacità di tenuta elettorale, pur in una situazione quanto mai sfavorevole, che ha consentito allo stesso centro-destra di conservare la propria forza e di conquistare il governo in altre quattro regioni. Gli effetti di questa vittoria si possono già misurare ora: rafforzamento dell’asse Berlusconi – Lega (unica vera vincitrice), rilancio dell’offensiva istituzionale (con lo scambio fra federalismo e presidenzialismo e ancor di più la riforma della giustizia, garanzia dell’impunibilità del premier) e prevedibile offensiva sociale (dall’art. 18, al sistema pensionistico, ai diritti). Su questa lettura del risultato non dovrebbero esservi dubbi. Il punto sul quale invece occorre porre l’attenzione è la simmetrica sconfitta dell’opposizione, che è intaccata anch’essa dall’astensionismo crescente ( in ciò evidenziando dinamiche del tutto diverse da quelle francesi) e che perde consensi elettorali ( dalle forze del centro-sinistra alla stessa UDC), con l’unica eccezione dell’affermazione delle liste Grillo in alcune regioni. La sostanza della sconfitta dell’attuale linea del PD sta nell’essersi illusi che fosse possibile battere il centro-destra attraverso essenzialmente una operazione di geometria politica, allargando semplicemente il sistema di alleanze al centro, anche a prezzo di torsioni moderate e rotture a sinistra. La lezione da trarre è semplice ma molto impegnativa: senza una straordinaria capacità di promuovere l’opposizione, connettendola con le non irrilevanti manifestazioni di resistenza sociale che sono in atto, senza un sostegno vero alle battaglie a difesa del lavoro e dei diritti, senza una limpidezza nella collocazione e nelle pratiche, il centro-destra non solo non è scalfito nei rapporti di forza, ma consolida la sua egemonia in pezzi rilevanti della società italiana.

Questa constatazione, tuttavia, ha delle implicazioni anche per quanto riguarda la lettura del nostro voto e su questo, invece, a me pare vi sia nel nostro dibattito, ma soprattutto in quello della Federazione, un’impostazione insoddisfacente e che, talvolta, emergano posizioni non condivisibili. Non si tratta tanto del giudizio complessivo. E’ del tutto evidente che dal punto di vista elettorale in senso stretto l’arretramento rispetto alle europee è negativo, anche se sarebbe sbagliato dare un giudizio catastrofico. Il punto è che questa flessione rispetto alle europee era annunciata perché nei mesi scorsi tutti i segnali andavano in questa direzione. Ciò significa che essa non è tanto il risultato della tattica elettorale utilizzata (sulla quale avrò modo di soffermarmi successivamente), quanto – assai di più - del deficit di iniziativa politica e sociale della Federazione e del suo profilo ancora indefinito.

La questione fondamentale sta quindi nella nostra credibilità. In questo sta a mio avviso la connessione con il tema generale che emerge dal dato elettorale a cui ho accennato in precedenza. Il deficit di opposizione e di capacità di rappresentare la domanda sociale investe, insomma, anche noi. Nella sostanza, a me pare che non siamo riusciti a ridare senso – nella materialità dell’attuale condizione sociale – ad una scelta anticapitalista e comunista. Io temo, anzi, che in queste elezioni la Federazione sia stata percepita più come l’interprete di una storia, che come il soggetto promotore di un cambiamento, che all’evocazione di un processo di riaggregazione a sinistra non abbia fatto seguito la capacità di dare il senso di una sua effettiva utilità sociale. Nel dibattito in corso nella Federazione, invece, si elude un confronto vero su questi nodi e molto spesso ci si limita al richiamo ai limiti organizzativi che hanno gravato e che gravano sulla sua operatività. A tale proposito, la richiesta di accelerare tout court il processo di costituzione della Federazione se riflette il bisogno di superare una condizione di provvisorietà, nasconde, io penso, la sottovalutazione di questi limiti di fondo e la ricerca della classica scorciatoia organizzativistica.

Un secondo ordine di considerazioni riguarda la questione delle scelte elettorali compiute. A me pare che in talune interpretazioni presenti nella Federazione, ma anche nel nostro partito, si tenda ad attribuire il risultato elettorale insufficiente ad un’inadeguata politica delle alleanze. L’enfasi posta sulla sconfitta in Campania e Lombardia e la continua sottolineatura sull’effetto del “voto utile” a cosa mirano? Cerchiamo di capirci: l’effetto “voto utile” c’è stato e chi lo nega non tiene conto di un dato della realtà. Lo sapevamo bene che si sarebbe manifestato e non si può certo sostenere ora che vi sia stato nelle scelte che abbiamo fatto un eccesso di settarismo nei confronti del centro-sinistra. Quando abbiamo posto la priorità dei contenuti e la questione morale abbiamo accettato un confronto con il centro-sinistra rigoroso, senza precludere la possibilità di conseguire (dove ne esistevano le condizioni) un accordo. Non è forse vero che dove le alleanze non sono state fatte ciò lo si deve al rifiuto immotivato del PD o a scelte assolutamente inaccettabili, come nel caso della Campania? Se un rilievo posso fare sulle scelte compiute non è quello che vi sia stata la mancanza di propensione unitaria, semmai che dovevamo essere ancora più rigorosi sui contenuti. Senza aprire polemiche, a me pare che in alcuni casi potevamo fare scelte o adottare comportamenti diversi. Peraltro, pur essendo il risultato nelle regioni dove siamo andati in alleanza con il centro-sinistra migliore di quelle in cui siamo andati da soli, vi sono in ogni caso differenze fra le varie regioni che non dovrebbero essere sottovalutate. Se depuriamo il risultato complessivo da quello ottenuto nelle regioni in cui ci siamo presentati autonomamente, constatiamo come si è avuta comunque una flessione, a dimostrazione che se l’effetto voto utile c’è stato, nondimeno anche le alleanze con il centro-sinistra non hanno impedito l’arretramento rispetto alle elezioni europee, che è stata sì contenuta ma non arrestata.

Sull’indicazione operativa da trarre dal risultato non vi possono essere molti dubbi. Di fronte al successo delle destre e alla pericolosità delle stesse, è evidente che la costruzione di un’iniziativa unitaria è essenziale. Che la Federazione debba assumersi la responsabilità di promuovere tale iniziativa mi pare altrettanto logico. L’agenda delle iniziative da assumere è dettata in primo luogo dai temi sui quali l’offensiva della destra è più forte e su quelli a maggiore impatto sociale. Sul fronte sociale queste sono: la difesa dell’articolo 18, la tutela dell’occupazione e la lotta al precariato, la salvaguardia dei beni pubblici, il rifiuto del nucleare. Questi temi s’intrecciano alla battaglia referendaria. Con tutte le forze che sono disponibili a sostenere queste iniziative dobbiamo essere disponibili al dialogo e promuovere mobilitazioni unitarie. Così come dobbiamo lavorare per uno schieramento a difesa della democrazia e in particolare della Costituzione, contro le torsioni presidenzialiste, contro la manomissione del sistema giudiziario e contro l’offensiva sul federalismo fiscale. Né, credo, si possa mettere in dubbio la necessità che in caso di elezioni politiche si realizzi un accordo elettorale per battere Berlusconi. Il punto è un altro e riguarda la relazione che si viene a stabilire fra la Federazione e il centro-sinistra.

A me pare che vi siano in campo due linee possibili. La prima è quella che, assumendo il bipolarismo come un dato di fatto e considerando preminente l’esigenza di evitare l’isolamento politico, persegue la via della ricostruzione del centro-sinistra, con il corollario della scelta di alleanze elettorali sistematiche a tutti i livelli, in cui l’esigenza frontista prevalga anche sul confronto di merito sui contenuti e che prevedano lo sbocco di governo. Di qui io credo una serie di polemiche fatte sugli accordi elettorali, il più delle volte formulate da chi auspicava l’intesa di governo purchessia, vuoi per occupare postazioni (gli assessorati) giudicate decisive per la visibilità, vuoi per il convincimento che la questione programmatica non sia – al momento attuale - in sé decisiva. La linea alternativa è quella che lavora per il superamento del bipolarismo, considera decisivo al fine della costruzione di una vera opposizione il terreno concreto dei contenuti e delle pratiche, accetta il confronto unitario col centro- sinistra, ma nella consapevolezza che oggi la difficoltà principale sta in una propensione moderata che impedisce lo sviluppo di un’opposizione di massa degna di questo nome, che le alleanze elettorali vadano misurate sul piano della coerenza fra esigenza di unità ed efficacia dei contenuti, che, conseguentemente, sia essenziale il mantenimento dell’autonomia della Federazione dal PD e che non esistano le condizioni per la ricostruzione del centro-sinistra.

Personalmente non ho dubbi. Io mi riconosco in questa seconda linea, che è poi quella che si richiama al fulcro della scelta operata nel congresso di Chianciano. Non si tratta di un rigurgito identitario, né di una propensione settaria o della sottovalutazione dell’esigenza obiettiva dell’ unità per battere le destre. Si tratta invece di una lettura – a mio parere realistica – dello stato delle cose. Se è vero che il risultato elettorale dipende dal deficit di opposizione e se tutti riconosciamo che tale deficit è imputabile in modo principale alle posizioni del PD, è evidente che al di là della nostra disponibilità unitaria, se non c’è una nostra iniziativa autonoma che sappia non solo praticare l’unità ma anche spostare a sinistra l’asse politico, l’esito sarebbe quello di assecondare un continuismo che non consente un passo in avanti. Se sul fronte elettorale, l’unica bussola è quella della generalizzazione degli accordi di governo col centro-sinistra, senza valutarne l’effettiva compatibilità con alcuni contenuti, certamente si elimina l’effetto voto utile, ma non s’inverte la tendenza (prevalente in questo risultato elettorale), ad un nostro progressivo declino per mancanza di un profilo forte, e socialmente credibile. L’alternativa fra le due linee non è, quindi, quella fra propensione unitaria e resistenza settaria, come alcuni vorrebbero dare ad intendere, ma fra due idee diverse di unità: l’unità come convergenza possibile, fra soggetti autonomi e sui contenuti e l’unità come tendenziale omologazione. A me pare che la seconda via sarebbe alla fine mortale per il nostro partito e per la Federazione.

Se questo è vero, un nodo va però affrontato ed è quello dei rapporti a sinistra. A me pare che l’attuale Federazione da sola non sia in grado di reggere la sfida che ci sta di fronte e questo non solo per i limiti che ho prima richiamato, ma anche per un’evidente insufficienza in termini di rapporti di forza. Con un 3% circa di consensi si rischia in continuazione di finire o nell’isolamento o nella subordinazione. Inoltre, la forma stessa che si è data la Federazione costituisce un oggettivo impedimento ad un suo allargamento. Lo si voglia o no, nuovi soggetti dovrebbero aderirvi accettando un’impostazione già definita, il che mi pare costituisca un ostacolo in molti casi insuperabile. Se la scelta fosse stata diversa – come personalmente ho sempre sostenuto – e cioè un processo aperto, molto centrato, oltre che sull’accordo elettorale, sulla sperimentazione di pratiche, senza forzature organizzativistiche – sarebbe stato possibile un allargamento. Per come si sono mese le cose mi pare sia difficile. Il problema dei rapporti di forza sta diventando sempre più importante e lo sarà a maggior ragione a partire dal voto alle amministrative del prossimo anno per le quali, data la riduzione del numero di eletti, anche in presenza di alleanze con il centro-sinistra non saremmo più garantiti. E qui veniamo ad un punto fondamentale. Se non si consolida a sinistra un “polo alternativo” di una certa consistenza non si regge la presentazione autonoma dal PD (come dimostrano specularmente i casi della Campania e delle Marche), ma diventa anche difficile, laddove ve ne siano le condizioni, stipulare alleanze con il centro-sinistra qualificate. Dirò di più, solo una sinistra autonoma, conflittuale e non subordinata, con una massa critica adeguata, può influire positivamente sullo stesso dibattito in corso nel PD.

Un polo di sinistra ha oggi senso se è in grado di porsi in modo autonomo rispetto al PD. E’ da qui che sorge il problema della relazione con SEL. Fare dell’alleanza con SEL una questione di numeri del tipo…… se sommiamo il nostro 2,8% con il loro 3%, raggiungiamo quasi il 6%…. e’ una pura astrazione e non solo perché in tema di elezioni non valgono mai le somme algebriche, ma perché il problema con SEL è se questa formazione intende essere autonoma dal PD o se si considera parte integrante di un centro-sinistra a guida PD. Oggi la linea prevalente in SEL è quest’ultima e le posizioni di Vendola danno a tale scelta una connotazione ancora più inquietante, puntando a costruire un soggetto unico del centro-sinistra di ispirazione “nuovista”, non molto dissimile dalle suggestioni veltroniane. L’esperienza della Marche (dove abbiamo costruito un polo alternativo con SEL) ci suggerisce che quest’impostazione può essere superata, ma per l’appunto facendo leva su contraddizioni reali, non in ragione di una convergenza scontata. Vorrei anche rilevare che un polo della sinistra di alternativa che oltrepassi i limiti della Federazione può vedere la presenza anche di altre forze politiche, ma che esso ha un senso se raccoglie una domanda di cambiamento e per questo sarebbe curioso che si realizzasse senza coinvolgere almeno parti dei movimenti di lotta, se non riuscisse a recuperare almeno un pezzo di quel popolo di sinistra che si è rifugiato nell’astensionismo o nella protesta populista. So bene che di fronte alle difficoltà obiettive la tendenza più semplice è quella di confluire sotto le grandi ali del PD, ma queste scelta non risolve alla fine i nostri problemi.

Un’ultima considerazione va fatta sul PRC. A me pare del tutto evidente che ogni possibilità di ripresa, sia della Federazione sia di una sinistra non omologata e rinunciataria, dipende in ultima analisi dal rafforzamento del PRC. Non si tratta di boria di partito. Il punto è che anche in queste elezioni, senza questa forza tutto sarebbe stato impossibile. Né credo all’ipotesi della Federazione come un processo di fusione. Non ho mai creduto alla semplificazione dei soggetti politici, a prescindere dalla loro base politico-culturale. La federazione è un insieme di soggetti che possono realizzare livelli di unità maggiori, anche considerevoli, ma che non ha allo stato attuale le basi per trasformarsi in partito unico. Il punto è che oggi il progetto di rilancio organizzativo, teorico e culturale del PRC non c’è. Pensare di tenere in campo migliaia di militanti, senza assumerlo, è una pura astrazione. Quando parlo di progetto intendo qualcosa di significativo, non un richiamo generico al consolidamento. Esso richiede che questo obiettivo sia posto come una priorità nell’agenda politica, che s’investano forze, che soprattutto si lavori a partire dalle organizzazioni di base, i circoli. Che se ne ridefiniscano i compiti, che li si attrezzino a reggere un’iniziativa sociale straordinaria, che si diano ai militanti strumenti di analisi e di interpretazione; che si ristrutturi il partito sulla base di principi autenticamente democratici, che la partecipazione sia una cosa vera, che le componenti tornino ad essere luoghi di riflessione ed elaborazione, anziché lobby finalizzate alla spartizione di cariche e ruoli. Un impegno gravoso, dunque, ma ineludibile.

*Segreteria nazionale PRC
Gianluigi Pegolo

da Liberazione

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Masella (PRC): PERCHE’ LA DESTRA HA VINTO LE ELEZIONI REGIONALI ? COSA FACCIAMO A SINISTRA ?

 
Intervento integrale di Leonardo Masella nella riunione della Direzione Nazionale del Prc del 1 aprile 2010.

I risultati elettorali potrebbero essere utili a capire i movimenti della società, dell’opinione dell’elettorato, a verificare le proprie tesi e ad aggiustare il tiro. Avremo modo nei prossimi giorni di valutare con più calma e precisione i dati elettorali, tuttavia una cosa emerge con grande evidenza, assolutamente incontestabile. Parlo del risultato elettorale del Paese, non quello del nostro partito o della Federazione, perché se non si parte da ciò che avviene nella società italiana, fra i lavoratori, fra i giovani, nel proletariato in carne ed ossa (non in quello sognato o immaginato nelle nostre concezioni ideologiche spesso astratte e precostituite), non riusciamo neppure a capire
ciò che avviene nel nostro elettorato.
Il risultato eclatante è che la destra torna a vincere e alla grande, quando tutti nel campo del centro-sinistra (a partire da noi, e ciò è più grave) la davamo perdente, prossima alla sconfitta definitiva.
Nonostante gli scandali, la divisione con Fini, l’annullamento delle liste, il cambiamento di spalla del fucile della grande borghesia, il Berlusconi accerchiato e in evidente difficoltà, la destra vince queste elezioni regionali, strappando al centro-sinistra regioni importanti come il Piemonte, il Lazio, la Campania, la Calabria, oltre a ridurre pericolosamente i consensi al centro-sinistra nelle ex-regioni rosse, come l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche, l’Umbria, dove cresce la Lega, nella crescita ulteriore dell’astensione (a cifre ormai gravissime) e di liste come quelle di Grillo, fenomeno già presente da anni e segno del disgusto per la politica, anche del centro-sinistra. E’ finita 7 a 6, non 9 a 4 come sperava il centro-sinistra e neppure 8 a 5 come sperava Berlusconi. Non poteva andare peggio.
Peraltro, quella che vince è la destra peggiore e più pericolosa, vince l’asse Berlusconi-Lega, una Lega aggressiva, arrogante, razzista e popolare, che pesca nel malessere sociale e nella delusione popolare per il centro-sinistra ed anche della sinistra e dei comunisti, attraverso un partito classicamente organizzato e socialmente radicato sul territorio, senza leader o con un leader ridotto male come Bossi (immaginiamo cosa sarebbe la Lega se avesse un leader come il Bossi in piena forma di una decina di anni fa), peraltro a smentita della tesi che senza un leader carismatico non si può oggi far politica di massa.
Quand’è che facciamo una riflessione vera sul perché continua a vincere l’estrema destra in Italia e sul perché anche noi non riusciamo minimamente a prevedere i risultati elettorali ? C’è qualcosa più di fondo che non va in questo nostro reiterare l’errore.
Anche quando nel 2008 stravinse la destra, a sinistra ed anche fra di noi ci fu sorpresa, incomprensione, delusione, drammatizzazione, rabbia (a volte persino ce la prendiamo col popolo che non capisce!), ma nessuna analisi seria del movimento profondo della società. La sinistra del centro-sinistra dette la colpa a Mastella (che pure fu il killer materiale del governo Prodi), la destra del centro-sinistra dette la colpa a Rifondazione, nello sport in voga nel Pds-Pd dal 1998. Ma le analisi del motivo vero, cioè la delusione popolare per il governo e la politica di centro-sinistra, i milioni di voti passati dalla sinistra all’astensione, o persino a destra, anche dall’estrema sinistra all’estrema destra, come è sempre avvenuto nella storia in tutto il mondo e come è destinato ad avvenire sempre di più in una Italia in crisi pesantissima sociale e morale e per di più che ha perso ormai la memoria, dell’antifascismo, della guerra, dell’emigrazione. I voti popolari e proletari non sono di per sé né di destra né di sinistra. Non ci sarà nessuna possibilità di ridurre i consensi alla destra e farli crescere a sinistra, se non si prende atto che il voto di appartenenza storica e ideologica (ai valori e ai simboli o ai simulacri dell’antifascismo, della Costituzione, della sinistra, dei comunisti) va riducendosi sempre di più, soprattutto nei settori popolari e nelle giovani generazioni, che sono colpite pesantemente dal massacro sociale e sono lontane anni luce dalla politica.
Le forze del centro-sinistra invece, e in particolare quelle della sinistra comunista e di alternativa, non hanno più il polso della società e in particolare degli strati più deboli, popolari, della società. Noi, più siamo piccoli e in pochi, più parliamo sempre fra di noi, nei nostri palazzi e nei nostri uffici di partito o istituzionali, in una sagra di politicismo e di autoreferenzialità, spesso settaria. Perché se parlassimo con la gente semplice del popolo, con i lavoratori, con i giovani precari o disoccupati, ci accorgeremmo che la preoccupazione maggioritaria, ultramaggioritaria, non è Berlusconi che minaccia la democrazia e la Costituzione (cosa ovvia per noi), ma è che non si sa come pagare l’affitto o il mutuo di fine mese, è di risparmiare su tutto anche sulla spesa, è la paura di perdere il lavoro, il terrore di cadere in povertà, è la difficoltà a trovare lavoro (qualunque lavoro, anche i lavori manuali più faticosi), è la mancanza di soldi per una visita medica senza far passare 8 mesi di lista di attesa. Solo sollevando con grande centralità e determinazione la questione sociale, solo rappresentando senza peli sulla lingua il malessere sociale, è possibile sottrarre voti popolari a Berlusconi, alla Lega e alla destra sociale. Ma il Pd non può, per come si è formato, per la collusione culturale e strategica con la cultura liberista e con i poteri forti del capitalismo, per il sostegno che ha della grande stampa borghese, capire questa necessità. Questo possiamo e dobbiamo farlo solo noi, i comunisti e la sinistra. Quando abbiamo fatto così, anche in autonomia e in conflitto col Pds-Ds-Pd e con la Cgil, abbiamo avuto un ruolo e abbiamo portato un contributo non solo di idee ma di rappresentanza di pezzi di società alle necessarie, indiscutibili alleanze per battere le destre. Quando abbiamo adbicato a questo ruolo diventando col congresso di Venezia forza di governo subalterna al Pd siamo stati cancellati dall’elettorato popolare e siamo diventati inutili.
Questo significa che non bisognava fare accordi elettorali col Pd, come hanno proposto alcuni compagni, ancora in queste elezioni regionali ? Questa è una risposta ancora più politicista ed autoreferenziale. Se c’è un dato che emerge evidente e indiscutibile del risultato della Federazione della sinistra è che nelle regioni in cui ci siamo presentati da soli e isolati, abbiamo ottenuto i risultati più bassi, portando la falce e martello al 2% in Lombardia (nonostante la candidatura autorevole di Agnoletto presidente) e all’1,4% in Campania (nonostante l’improvvisata e improvvida candidatura del segretario e del portavoce nazionale della Federazione, compagno Ferrero). Non sto dicendo che si poteva fare diversamente sulla collocazione della Federazione, perché De Luca era insostenibile e Penati non voleva il nostro simbolo nella sua coalizione, penso però che il nostro risultato debba farci riflettere per evitare di trovarci altre volte in quella situazione di isolamento, soprattutto in elezioni maggioritarie a turno unico nelle quali la logica del bipolarismo e del voto utile ci penalizza fortemente. Né penso che la soluzione sia di fare sempre e comunque alleanze col Pd, anche perché è l’isolamento totale che ci porta al risultato peggiore, non l’autonomia dal Pd e la presentazione fuori dall’alleanza. Come dimostra il caso delle Marche, dove veniamo messi fuori dall’alleanza col Pd dopo anni di una buona esperienza di governo comune solo per compiacere l’Udc, ma riusciamo a costruire una lista unitaria con Sel, con un candidato presidente autorevole e credibile, ottenendo uno dei migliori risultati. Il caso Marche è un esempio molto interessante anche in previsione delle prossime elezioni comunali, fra un anno, in città importanti come Milano, Torino, Napoli, Bologna, dove il doppio turno e l’assenza di quorum consentirebbero anche la presentazione al primo turno del nostro simbolo con la falce e martello dentro più ampie coalizioni di liste di sinistra attorno a candidati alternativi al Pd e al secondo turno il sostegno ai candidati del centro-sinistra per non far vincere la destra.
Detto questo, il risultato complessivo della Federazione non può essere giudicato una sconfitta ma neanche positivo e andare avanti come nulla fosse, perché è vero che il calo rispetto alle elezioni europee era ampiamente previsto al nostro interno ma è d’altronde incontestabile che venga percepito all’esterno da militanti ed elettori come negativo e inferiore al risultato di Sel, favorito come sappiamo dall’effetto Vendola, a sua volta rilanciato solo dal madornale errore politicista dalemiano.
Il nostro risultato è un lumicino che può diventare una luce solo se viene messo al servizio del rilancio del processo di ricomposizione unitaria e di rifondazione (processo lungo, ma di cui almeno si dovrebbero discutere i fondamenti) di una forza comunista, della costruzione in tempi rapidi della Federazione della sinistra, della costruzione di una opposizione di massa, innanzitutto sociale, al governo, e della disponibilità a concorrere a battere la destra alle prossime elezioni politiche, pur in assenza di condizioni di governo comune e con un Pd che verrà inevitabilmente risucchiato ancora più al centro e verso accordi istituzionali con la destra.
Bisogna accelerare i tempi per la costruzione della Federazione, anche perché questo non è affatto in contraddizione con la necessità, finalmente, di fare una bella discussione politica e cercare una sintesi, non come mediazione fra diverse posizioni del passato ma come elaborazione di una linea efficace e adeguata ai nostri tempi. Un bel congresso costituente della Federazione è proprio il modo migliore per approfondire il confronto sulla linea politica. Si possono superare freni e paure. Anche perché il fatto che le elezioni politiche anticipate siano definitivamente tramontate e che si vada alla scadenza naturale del 2013 ci dà tutto il tempo per dedicarci alla lotta sociale, ci permette di immettere il conflitto sociale, la costruzione di movimenti di lotta e l’anticapitalismo (a partire dall’irrinviabile campagna referendaria sulla legge 30 e sull’acqua pubblica) nella costruzione della Federazione e della necessaria offensiva unitaria verso Sel. Questo è l’unico modo per procedere evitando il rischio di una unità di stati maggiori, di costruzione di un ceto politico e burocratico autoreferenziale senza consenso e protagonismo sociale. Che sarebbe la fine definitiva del nostro progetto politico, ma anche di qualunque progetto politico di sinistra nel nostro Paese.

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista