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mercoledì 14 aprile 2010

E basta con il tormentone dei dissidenti cubani!


In mezzo secolo qui non abbiamo assassinato nessuno, non abbiamo torturato nessuno, non c’è stata nessuna esecuzione extragiudiziale. Beh, a dire la verità si è torturato a Cuba; ma nella base navale di Guantánamo, non nel territorio che governa la Revolución…
Raúl Castro
Ci risiamo. Come succede puntualmente almeno un paio di volte l’anno è ripartita, più stucchevole che mai, la solita campagna mediatica sui “diritti umani” a Cuba.
Stavolta il pretesto è stata la morte del “dissidente” Orlando Zapata Tamayo a seguito di uno sciopero della fame.
Chi era Orlando Zapata? Era un detenuto comune, pluricondannato per reati “di opinione” come “violazione di domicilio” (1993), “lesioni” (2000), “truffa” (2000), “lesioni e porto abusivo di arma bianca” (2000, ferite e frattura del cranio provocate con un machete). In carcere era stato toccato dallo spirito santo ed era diventato miracolosamente un dissidente. Nel dicembre 2009 Tamayo inizia uno sciopero della fame chiedendo di avere a disposizione un televisore, un cellulare e un fornello per cucinare. Cose che a nessun altro detenuto del mondo vengono consentite.
Le condizioni di Tamayo, che era stato operato per un tumore al cervello nel marzo 2009, si aggravano. Viene trasportato in ospedale e nutrito artificialmente, ma muore il 23 febbraio.
Parte l’ennesima campagna a favore dei “dissidenti”, che vede protagonisti media e personaggi davvero incredibili. Da noi circolano due o tre appelli, uno promosso da La Nazione, un altro da Pigì Battista, opinionista del Corriere della Sera, che ha ricevuto una lettera di adesione di Piero Fassino, un altro ancora da L’Unità, tra le firme quella dell’ex direttrice del Tirreno Sandra Bonsanti.
Cominciamo allora proprio da una citazione tratta da L’Unità: “il cosiddetto “caso Cucchi” è stato tutto meno che un caso. Nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l'anno: un terzo per suicidio, un terzo per “cause naturali” e la restante parte per “cause da accertare”. I morti per suicidio sono una cifra impressionante: con 1005 casi accertati dal 1990 a oggi, in carcere ci si suicida ventuno volte di più che fuori. Si tratta inoltre di un dato che aumenta in modo esponenziale con l'aumentare del sovraffolamento: nell'ultimo anno, a un incremento del venti per cento della popolazione carceraria è corrisposto un incremento dei suicidi vicino al 50 per cento (1)”.
Ciò nonostante, nessuno dei firmatari degli appelli contro Cuba si è mai stracciato le vesti per denunciare questo massacro, né qualcuno si è mai sognato di dire che in Italia esiste un regime che nei suoi lager stermina 150 dissidenti l’anno.
Se qualcuno nella nostra città avesse voglia di spendersi a favore dei diritti dei detenuti, gli ricordiamo che alle Sughere solo negli ultimi 7 anni sono morti 12 detenuti, probabilmente molti di più che in tutta Cuba dalla Rivoluzione del 1959 ad oggi.
L’adesione agli appelli contro Cuba di Piero Fassino e di Sandra Bonsanti, che sono notoriamente dei supporter di Israele, ci suggerisce un altro paragone interessante. Vediamo che dice il rapporto 2008 di Amnesty International sul Paese sionista: “All'incirca 9.000 persone, tra cui oltre 300 bambini e palestinesi arrestati in anni precedenti, a fine anno erano ancora in carcere. Oltre 900 erano trattenuti in detenzione amministrativa senza accusa né processo, compresi alcuni trattenuti dal 2002”.
Il 7 aprile scorso l’agenzia di stampa EFE ha informato che 7000 prigionieri palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato perché migliorino le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane e cessino le “umiliazioni” ai loro familiari che li visitano ai posti di controllo e alle porte di accesso delle prigioni. Ne avete sentito parlare? C’è qualche media che ha pubblicato la notizia? Pensate che se uno solo dei 7mila prigionieri morisse qualcuno chiederebbe l’abbattimento del governo israeliano?
Eppure Israele sarebbe un terreno fertile per i difensori dei diritti umani. In un articolo pubblicato di recente sul nostro sito si leggeva che molti attivisti sudafricani antiapartheid inorridiscono osservando le condizioni di vita nei territori palestinesi occupati, e ritengono che “quello che abbiamo sofferto noi con l’apartheid era un picnic a paragone di quello che subiscono i palestinesi” (2).
Da Israele per associazione di idee passiamo alla Colombia, visto il supporto che Israele ha sempre generosamente offerto ai gruppi paramilitari fascisti colombiani. Citiamo un altro articolo pubblicato dal nostro sito, scritto dal professore catalano Vicenç Navarro “Il lettore immagini se quest’anno a Cuba si fosse scoperta una fossa comune dove giacessero più di 2000 persone giustiziate dall’Esercito Cubano negli ultimi anni, e che uno dei cubani che avessero denunciato le scomparse e le esecuzioni di queste persone fosse stato anch’egli assassinato dall’Esercito (...). Bene, i 2.000 omicidi di persone scomparse esistono e anche la persona che li ha denunciati e che è stato assassinato pure lui dall’esercito. L’unica differenza è che il Paese non è Cuba, ma la Colombia” (3). Ne avete sentito parlare? Avete visto qualcuno dei firmatari degli appelli per i dissidenti cubani mobilitarsi per i diritti umani in Colombia? No, naturalmente. E il presidente narcofascista Uribe viene considerato un partner affidabile da tutti i governi “occidentali”.
Qualche riga se la merita anche La Nazione, per quanto nella nostra città il quotidiano fiorentino venga utilizzato più che altro per incartare il pesce.
L’opinionista di politica internazionale del quotidiano fiorentino Cesare de Carlo si è schierato apertamente con i militari golpisti dell’Honduras, sostenendo una strana teoria per cui in Honduras non c’è stato nessun golpe e che i militari hanno solo difeso la costituzione. Naturalmente non sono mai esistiti neanche le centinaia di morti ammazzati dal giorno del golpe ad oggi.
Un altro promotore di appelli contro Cuba, Aldo Forbice, è forse il personaggio più divertente di tutta la banda: consigliamo di seguire il suo programma alla radio “Zapping” che è di una comicità irresistibile. Emilio Fede a paragone di Forbice diventa un imparziale anchorman di stampo anglosassone. Tempo fa intervistò tale Alejandro Peña Esclusa, presentandolo come il “leader dell’opposizione democratica venezuelana”. Vediamo cosa dice di lui Wikipedia: “membro della setta Tradizione, Famiglia e Proprietà, movimento filo-fascista, che permette l'ingresso solo a coloro che dimostrano di essere di razza ariana pura. La setta sarebbe stata organizzatrice di attentati contro Giovanni Paolo II durante il suo viaggio a Caracas il 13 novembre 1984, e al presidente degli Stati Uniti d’America, Ronald Reagan, in seguito ai quali la setta è stata dichiarata fuorilegge in Venezuela, Francia, Spagna e Argentina, paesi dove era maggiormente radicata. L'11 aprile 2002 Peña Esclusa partecipa al tentato colpo di stato in Venezuela”. Come leader moderato non c’è male...

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Sit in per Cuba 28 aprile 2010


Il 28 aprile 2010 dalle ore 13,30 alle 16,30 sit in di fronte al parlamento europeo a bruxelles al fianco di Cuba e contro la risoluzione dell ’11 marzo

L’ennesimo, violento, attacco a Cuba è un’aggressione contro l’autodeterminazione di un paese democratico e indipendente dal 1959. La guerra che gli Usa gli hanno da sempre dichiarato, e che sostengono con qualsiasi mezzo, compreso il terrorismo, è un’offesa al diritto internazionale e alla pace.

Cuba è ancora sotto attacco anche da parte del Parlamento Europeo. Parlamento che invece di sostenere e proteggere i reali interessi dei popoli europei dalla crisi sistemica del capitalismo in atto, si preoccupa di eseguire scioccamente gli ordini di Washington. Cuba ha insegnato, senza armi ma con la forza del suo esempio, a milioni di esseri umani in America Latina, e non solo, il valore della libertà, della solidarietà, dell’autodeterminazione, della democrazia e della giustizia sociale.

La morte di Zapata Tamayo, un delinquente detenuto per reati comuni e poi arruolato a suon di dollari dalla cosiddetta “dissidenza” di Miami al soldo degli Usa, è una tragedia umana, che rispettiamo, ma che niente ha a che fare con le libertà fondamentali che a Cuba sono pienamente rispettate e garantite.

Noi condanniamo fermamente la risoluzione dell’11 marzo 2010, in relazione a quella morte, che il Parlamento Europeo ha votato contro Cuba, perché infarcita di evidenti falsità per perseguire il fine di abbattere il processo rivoluzionario cubano. Ringraziamo sentitamente gli europarlamentari che vi si sono opposti.

Condanniamo, altresì, la violenta e strumentale campagna mediatica contro lo stato sovrano di Cuba in relazione a presunte e inesistenti violazioni dei diritti umani.

Cuba è sottoposta a un feroce blocco totale degli Usa che è stato condannato 18 volte dalle Nazioni Unite senza nessuna risposta da parte statunitense, se non il loro arrogante disprezzo per la legalità internazionale. Un blocco che viola i diritti umani del popolo cubano.

Cuba è stata attaccata dal terrorismo, ed ha avuto circa 3478 morti, e paga la sua autonomia e indipendenza con la detenzione di Cinque suoi agenti dell’antiterrorismo incarcerati illegalmente da oltre 11 anni negli Stati Uniti, con gravissime violazioni dei loro diritti umani, solo perché difendevano il loro paese dagli attacchi del terrorismo proveniente dagli Stati Uniti.

In questo 2010 si celebra il 65° anniversario della Liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo e noi vorremmo che questo anniversario segnasse anche, finalmente, la fine degli attacchi strumentali e vergognosi che il Parlamento Europeo continua ad effettuare da anni contro il popolo cubano e la sua rivoluzione .

Oggi noi chiediamo, in nome dei popoli europei, che il Parlamento continentale realizzi politiche solidali ed eque con il governo e il popolo cubano rispettando la sua autodeterminazione e la sua sovranità nazionale.

Gli Organizzatori:

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Nuestra America (membro della Rete delle Reti in Difesa dell’Umanità)
Associazione La Villetta per Cuba

Prime adesioni:
Rete dei Comunisti, Pdci, Comitato Fabio di Celmo, Tele Ambiente, Radio Città Aperta, Puntocritico, El Moncada, Laboratorio europeo di Critica Sociale, Contropiano, Centro studi Cestes-Proteo, Amicuba online, Natura Avventura edizioni



Con questa iniziativa parte una mobilitazione a sostegno di Cuba dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Nuestra America e La Villetta per Cuba che proseguirà nel mese di maggio con due manifestazioni di fronte alla sede del Parlamento Europeo di Roma e alla Rai Tv di Milano. Queste due manifestazioni unitarie verranno organizzate, nei modi e nelle forme, nelle prossime settimane.
Facciamo, inoltre, appello a tutte le organizzazioni, comitati e associazioni della solidarietà europea con Cuba di attivare campagne in tutti i paesi europei a sostegno di Cuba.

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martedì 6 aprile 2010

Castro: "Sui dissidenti non cederemo"

Il presidente cubano: «Un "ricatto" fuori dal comune di Usa ed Europa»
L’AVANA
Un «ricatto» dell’Unione europea e degli Stati Uniti, davanti al quale il governo cubano non intende «cedere, succeda quale che succeda». È la politica che il presidente Raul Castro porterà avanti nei confronti di Ue e Usa, responsabili di promuovere «una campagna fuori dal comune» contro l’isola comunista sul fronte caldo della dissidenza interna. 

A precisare tale posizione, senza giri di parole e con tono energico, è stato lo stesso presidente, chiudendo all’Avana di fronte a 800 delegati una due giorni del IX congresso dell’Unione della gioventù comunista (Ujc): incontro che il minore dei fratelli Castro ha usato per parlare - per la prima volta a lungo - sul tema dei dissidenti, in particolare sulla morte, lo scorso 23 febbraio, del muratore Orlando Zapata, deceduto dopo uno sciopero della fame di 85 giorni, e sullo psicologo e giornalista Guillermo Farinas, in digiuno da più di un mese. 

Riferendosi alla «campagna fuori dal comune» di europei e americani contro L’Avana, il 78enne Castro ha sottolineato che tale iniziativa è «organizzata, guidata e finanziata del potere imperiale degli Usa e dell’Europa, i quali in modo ipocrita sbandierano i diritti umani». Castro ha quindi ricordato come «l’Europa, che mantiene un complice silenzio sulle torture della cosiddetta guerra al terrorismo, ha permesso voli clandestini della Cia offrendo inoltre i propri territori per la creazione di carceri segrete». Nell’assicurare che il suo governo «non si farà mettere contro il muro» da nessuno, Castro ha poi affrontato di petto i casi sia di Zapata sia di Farinas. Zapata, ha ricordato, «si trovava in carcere accusato di 14 delitti comuni» ed «è morto nonostante gli sforzi fatti dai medici». 

Farinas «non è in prigione, bensì in libertà» e i medici cubani «stanno facendo tutto il possibile per salvargli la vita: se non modifica tale posizione - ha quindi ammonito Castro - egli sarà responsabile, insieme a chi lo sostiene, di un esito che non desideriamo». «La gioventù comunista è chiamata a prendere il posto della generazione fondatrice della "revolucion"» guidata 50 anni fa da Fidel Castro, ha detto il presidente, per il quale «oggi più che mai sono necessari "quadri" in grado di portare avanti un lavoro ideologico efficace, che non sia un dialogo tra sordi nè una ripetizione meccanica di slogan». Castro si è infine riferito alla grave crisi economica dell’isola. Il governo non è in grado di mantenere in piedi sussidi «eccessivamente paternalistici», ha sottolineato, ricordando che nella pubblica amministrazione gli impiegati di troppo sono circa un milione: «Ci sono molti uffici gonfi, troppo gonfi», ha assicurato, mentre i salari pagati non sono in linea con la produttività. Toccando infine un punto sensibile della congiuntura economica dell’isola, il presidente ha rilevato che il paese spende «milioni e milioni» nell’importazione di alimenti che possono invece essere prodotti internamente.


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domenica 24 gennaio 2010

HAITI: CASTRO, "MEDICI E NON SOLDATI, GLI USA L'HANNO OCCUPATA"


(AGI) - L'Avana, 24 gen. - L'ex presidente cubano Fidel Castro ha chiesto agli Usa e alle Nazioni Unite spiegazioni sulla presenza delle truppe statunitensi che "hanno occupato" Haiti dopo il devastante terremoto del 12 gennaio. Castro, che ha 83 anni e ha lasciato le redini del potere al fratello Raul, ha aggiunto che l'annuncio che altri Paesi invieranno soldati e materiale militare nel Paese caraibico contribura' a "rendere caotico" a a complicare la collaborazione internazionale, gia' adesso cosi' complessa. In una "Reflexion" pubblicata dal sito digitale ufficiale Cubadebate con il titolo "Inviamo medici e non soldati", Castro ha osservato che "e' necessario discutere seriamente il tema e assegnare" all'Onu "il ruolo guida che gli corrisponde in questo delicato frangente". Il 'lider maximo', primo segretario del Partito Comunista al governo, ricorda che Cuba svolge ad Haiti "un ruolo strettamente umanitario" con l'invio di centinaia di medici che assistono i feriti sopravvissuti alla tragedia. L'accusa di Castro a Washington e' la prima reazione ufficiale dell'Avana sul tema. (AGI) .

giovedì 21 gennaio 2010

le riflessioni di Fidel su Haiti



www.resistenze.org - popoli resistenti - cuba - 19-01-10 - n. 302


da www.granma.cu

Le riflessioni del compagno Fidel

La lezione di Haiti

(da CubaDebate)

Due giorni fa, circa alle sei del pomeriggio, ora di Cuba, quando era già notte in Haiti, per via della sua ubicazione geografica, le emittenti televisive hanno cominciato a diffondere le notizie del violento terremoto, con potenza 7.3 gradi della scala Richter, che ha severamente colpito Puerto Príncipe.

Il fenomeno sismico si è originato in una faglia tettonica nel mare, a soli 15 chilometri dalla capitale haitiana, una città dove l’80% della popolazione vive in case precarie, costruite con fango e mattoni.

Le notizie sono continuate quasi senza interruzione per ore. Non c’erano immagini, ma si affermava che molti edifici pubblici, ospedali, scuole e installazioni, costruiti più solidamente, erano crollati.

Ho letto che un terremoto di forza 7.3 equivale all’energia provocata da un’ esplosione uguale a 400.000 tonnellate di TNT. Si trasmettevano tragiche descrizioni I feriti per le strade reclamava l’aiuto dei medici, circondati dalle rovine, con famiglie seppellite.

Nessuno, senza dubbio, ha potuto trasmettere immagini per molte ore.

La notizia ci ha preso tutti di sorpresa. Molti, ascoltavamo con frequenza le informazioni sugli uragani e le grandi inondazioni in Haiti, ma ignoravamo che questo pese vicino correva il rischio di forti terremoti. Ora si ricorda che 200 anni fa avvenne un terremoto simile in questa città, che sicuramente allora aveva poche migliaia di abitanti. Nessuno poteva trasmettere alcuna immagine.

A mezzanotte non si dava ancora una cifra approssimativa delle totale delle vittime. Alti capi delle Nazioni Unite e vari capi di Governi parlavano dei drammatici avvenimenti e annunciavano l’invio di brigate di soccorso.

Dato che in Haiti sono presenti le truppe della MINUSTAH, le forze delle Nazioni Unite di diversi paesi, alcuni ministri della difesa parlavano di possibili vittime tra il loro personale.

In realtà è stato solo ieri, mercoledì, che sono giunte le tristi notizie dell’enorme numero di vittime tra la popolazione, e istituzioni come le Nazioni Unite hanno informato che alcuni dei loro edifici in questo paese erano “collassati”, una parola che sola non dice nulla, ma può significare molto.

Per ore, ininterrottamente, sono giunte notizie sempre più traumatiche sulla situazione di questo fraterno paese. Si discutevano i totali delle vittime che fluttuano, secondo versioni, tra 30.000 e 100.000.

Le immagini sono desolanti; è evidente che il disastroso terremoto ha ricevuto un’ampia divulgazione mondiale e molti governi, sinceramente commossi, realizzano sforzi per cooperare nella misura delle loro risorse.

La tragedia commuove in buona fede un gran numero di persone e sopratutto quelle di carattere più naturale. Però, forse, pochi si fermano a pensare perchè Haiti è una paese così povero. Perchè la sua popolazione dipende quasi al 50% dalle rimesse familiari che riceve dall’estero? Perchè non si analizza anche la realtà che ha condotto alla situazioni attuale di Haiti ed alla sua enorme sofferenza?

La cosa più curiosa di questa storia è che nessuno pronuncia una parola per ricordare che Haiti è stato il primo paese in cui 400,000 africani schiavi e rapiti da trafficanti europei, si sollevarono contro 30.000 padroni bianchi di piantagioni di canne da zucchero e caffè, realizzando la prima grande rivoluzione sociale nel nostro emisfero.

Pagine insuperabili di gloria sono state scritte lì. Il più eminente generale di Napoleone fu sconfitto. Haiti è un prodotto netto del colonialismo e dell’imperialismo, di più di un secolo di uso delle sue risorse umane nei lavori più duri, degli interventi militari, dell’estrazione delle sue ricchezze.

Questa dimenticanza storica non è tanto grave, come il fatto reale che Haiti costituisce una vergogna della nostra epoca, in un mondo dove prevalgono lo sfruttamento ed il saccheggio dell’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta.

Migliaia di milioni di persone in America Latina, Africa ed Asia, soffrono per carenze simili, anche se forse non tutte in una proporzione tanto alta come Haiti. Situazioni come quella di questo paese non dovrebbero esistere in nessun luogo della Terra, dove abbondano decine di migliaia di città e di paesi in condizioni simili e a volte peggiori, in virtù di un ordine economico e politico internazionale ingiusto, imposto al mondo.

La popolazione mondiale non è minacciata unicamente dalle catastrofi naturali come quella di Haiti, che è solo una pallida ombra di quello che può avvenire nel pianeta con il cambio climatico, che è stato realmente oggetto di burla, scherno ed inganno a Copenaghen.

È giusto riconoscere tutti i paesi e le istituzioni che hanno perso alcuni cittadini o membri, per via della catastrofe naturale in Haiti: non dubitiamo che realizzeranno in questi momenti il maggior sforzo per salvare vite umane e alleviare il dolore di questo popolo sofferente, Non possiamo incolparli del fenomeno naturale avvenuto, anche se siamo in disaccordo con la politica seguita con Haiti.

Non posso non esprimere la mia opinione sul fatto che è ora di trovare soluzioni reali e vere per questo popolo fratello.

Nel settore della salute ed in altre aree, Cuba, pur essendo un paese povero e bloccato da anni, coopera con il popolo di Haiti in 227 dei 337 comuni del paese, dove lavorano tutti i giorni i nostri medici. D’altra parte, non meno di 400 giovani haitiani si sono laureati in medicina nella nostra Patria, ed ora lavoreranno con il gruppo di rinforzo che è appena partito, per salvare vite umane in questa critica situazione.

Si possono mobilitare quindi e senza uno sforzo speciale, sino a mille medici e specialisti della salute che stanno già quasi tutti lì e sono disposti a cooperare con qualsiasi altro Stato che desideri salvare le vite degli haitiani e curare i feriti.

Un altro elevato numero di giovani haitiani sta studiando medicina in Cuba.

Inoltre cooperiamo in altre sfere alla nostra portata, con il popolo haitiano. Non ci sarà, senza dubbio un’altra forma di cooperazione così degna come la lotta nel campo delle idee ed un’azione politica per porre fine alla tragedia senza limite che fa soffrire un gran numero di nazioni come Haiti.

La responsabile della nostra Brigata Nedica ha informato: “La situazione è difficile, ma abbiamo già cominciato a salvare vite”.

Lo ha fatto con un breve messaggio poche ore dopo il suo arrivo a Puerto Principe, ieri, con il rinforzo di medici addizionale.

Nella notte ha comunicato che i dottori cubani e gli haitiani laureati nella ELAM si stavano muovendo nel paese ed avevano già assistito a Puerto Principe più di mille pazienti, ponendo in funzione con urgenza un ospedale che non era crollato ed utilizzando tende da campo dov’era necessario, ed inoltre si preparavano per rendere agibili altri centri d’assistenza, con urgenza.

Sentiamo un sano orgoglio per la cooperazione che in questi istanti tragici i medici cubani ed i giovani medici haitiani che hanno studiato in Cuba, stanno prestando ai loro fratelli di Haiti!

Fidel Castro Ruz 
14 gennaio del 2010 
Ore 20.25

giovedì 12 novembre 2009

Yoani Sanchez la blogger con i lividi al culo


In questi giorni ha trovato molto spazio sui quotidiani italiani la notizia del presunto pestaggio ad opera della polizia cubana della blogger Yoani Sanchez.
Il tutto parte da un articolo della stessa Sanchez sul proprio blog, Generazione Y, in cui racconta, in modo alquanto fantasioso la presunta aggressione che lei ed i suoi amici avrebbero subito.
Cito testualmente: “(…)ci hanno riempito di botte e spintoni, mi hanno caricato con la testa verso il basso e hanno tentato di infilarmi nell’auto. Ho afferrato la porta, ricevendo colpi sulle mani, sono riuscita a togliere un foglio che uno di loro portava in tasca e me lo sono messo in bocca. Mi sono presa un’altra scarica di botte perché restituissi il documento.
Orlando era già dentro l’auto, immobilizzato da una mossa di karate che lo faceva stare con la testa verso il pavimento. Uno ha messo le sue ginocchia sul mio petto e l’altro, dal sedile anteriore mi colpiva nella zona dei reni e sulla testa per farmi aprire la bocca e liberare il documento. Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell’auto. “Sei arrivata fino a qui, Yoani”, “Adesso la finirai di fare pagliacciate”, ha detto quello che era seduto accanto all’autista e che mi tirava i capelli (…)”.
Da notare che la stessa afferma di essere stata “riempita di botte” e di avere ricevuto “colpi sulla testa e sulle mani”. Sarà utile in seguito.
Ancora più fantasiosa la presunta fuga dai “terribili poliziotti” inviati dal regime per farla tacere per sempre: “(…) In un gesto di disperazione sono riuscita ad afferrare, dai pantaloni, i testicoli di questo personaggio. Ho affondato le mie unghie, supponendo che lui avrebbe continuato a schiacciare il mio petto fino all’ultimo respiro. “Uccidimi adesso”, gli ho gridato, con il fiato che mi restava, ma quello che stava nei sedili anteriori ha detto al più giovane: “Lasciala respirare” (…)”.
Innanzitutto non si comprende come sia conciliabile la presunta mancanza di libertà di espressione che la Sanchez denuncia con il fatto che essa possa liberamente gestire un blog apertamente anti-castrista proprio da Cuba. Tra l’altro, sempre da Cuba, la stessa ha rilasciato proprio in questi giorni un’intervista al corrispondente della Bbc Fernando Ravsberg che, trovandola in perfette condizioni di salute (la foto dell’articolo è quella fatta dalla Bbc), giustamente le chiede come mai non abbia mostrato nessuna foto dei lividi causati dalle percosse che sostiene di aver ricevuto (nel post sul suo blog è inserito un video in cui vi sono una decina di ragazzi con dei cartelli e nessun pestaggio, nemmeno l’ombra della polizia).
Tutta da leggere la risposta: “Ho diverse contusioni, in particolare sui glutei, purtroppo non posso mostrarli. Per tutto il weekend ho avuto gli zigomi e il sopracciglio gonfi. E soprattutto ho avuto molto mal di schiena. Ho perso molti capelli però avendo una capigliatura molto folta non si nota”.
La domanda è: i lividi sono realmente sul culo oppure è lei che vorrebbe prenderci tutti per il culo?
E quei quotidiani come “Il Fatto Quotidiano” che, senza verificare la veridicità della notizia, si sono subito affrettati in una raccolta firme per esprimere solidarietà alla Sanchez, sono da considerasi vittime della presa per il culo oppure corresponsabili?

di Alessandro Belmonte - Il brigante rosso

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