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domenica 23 maggio 2010

23 maggio 1992. La strage di Capaci.


La Strage di Capaci è l'espressione di lingua italiana, coniata dai Media e ormai di uso comune, con cui si indica l'attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull'autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch'ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito SchifaniRocco DicilloAntonio Montinaro.[1]

sabato 1 maggio 2010

Portella della Ginestra: (archivio) la ricostruzione della strage

RICOSTRUZIONE DELL’AVVENIMENTO (Giuseppe Casarrubea)

 
A distanza di mezzo secolo, la ricerca testarda dello storico, culminata nel suo libro, ha gettato squarci di luce su zone d’ombra dove avevano riposato tranquille connivenze e strani intrecci. Un contesto che, secondo i documenti raccolti, aveva tra i suoi attori anche l’allora capitano Giallombardo. Giuseppe Casarrubea ha mirato alto, ha contestualizzato microeventi per ricondurli a un quadro assai grande e sconosciuto ai più. E alla fine qualcuno ha colpito. Il rinculo della schioppettata è stato il rinvio a giudizio, deciso dal Gip di Palermo Antonio Tricoli e innescato dalla denuncia per diffamazione dell’ex ufficiale. Certamente soddisfatto di questo provvedimento a tutela dell’onorabilità del suo assistito l’avvocato Enzo Fragalà, deputato nazionale sotto le insegne di An, le stesse di Marzio Tricoli, deputato regionale e fratello del Gip in questione. Ad accrescere il legittimo sospetto che per lo storico potrebbe non essere una passeggiata si aggiunga che Marzio e Antonio sono figli di Giuseppe Tricoli, riconosciuto storico di destra, per molti anni leader missino in Sicilia e docente universitario.
Dopo la sua scomparsa, a lui è intitolata l’aula multimediale della facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo palermitano. Ma ogni congettura potrebbe anche non voler dire nulla. La storiografia di destra ha sempre liquidato Portella come la più efferata strage compiuta dalla banda Giuliano, così come si premurò di riferire in parlamento, fin dal giorno dopo l’eccidio, l’allora ministro degli Interni Mario Scelba, sia pur sulla base dei pochi elementi raccolti. Alle medesime conclusioni arrivò il processo d’Appello concluso a Viterbo nel 1952, ma secondo altre tesi tante cose non sono state mai chiarite. Su questi aspetti ha lavorato lo storico di Partinico.

UNA FORATURA PROVVIDENZIALE.

Secondo le sue ricostruzioni, il primo maggio del 1947 Giuliano era a Portella della Ginestra perché qualcuno gli aveva fatto credere che l’operazione da fare fosse un’altra: al via del comizio avrebbe dovuto disperdere la folla sparando per aria e grazie all’aiuto di un’altra sua squadra, proveniente dalla parte opposta, sequestrare, processare pubblicamente e giustiziare sul posto l’oratore ufficiale di quella mattina, che lui credeva fosse il leader comunista Girolamo Li Causi. L’oratore designato era invece il giovane dirigente della Federterra Francesco Renda, oggi storico e professore emerito dell’Università di Palermo che, fatalità volle, avendo forato una gomma della sua moto giunse sul posto quando l’attacco era già in corso. Ma le cose andarono diversamente: la seconda squadra attesa da Giuliano non arrivò mai e Frà Diavolo, al comando di un altro gruppo di fuoco, sparò per uccidere. Gli esami autoptici sugli undici morti e le perizie balistiche sui sopravvissuti offrono prove e spunti di riflessione in questo senso. Giuliano e i suoi spararono dall’alto, molto distanti dal pianoro di Portella, altri erano più in basso e più vicini… Fra’ Diavolo, noto confidente della polizia, sapeva bene cosa fare. E quell’azione non sembrava proprio farina del suo sacco. Fin dai giorni precedenti le elezioni regionali siciliane del 20 aprile, che avrebbero segnato la vittoria del Blocco del Popolo, nei paesi vicini a Portella (Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello) i mafiosi avevano apertamente fatto capire che qualcosa sarebbe accaduto il primo maggio. Il capomafia di San Cipirello, Salvatore Celeste, in un pubblico comizio si esprimeva in questi termini: «Una vittoria del Blocco del Popolo sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perché conoscete chi sono io». Di ciò si trova ampia documentazione nel verbale sulla strage indirizzato alla procura di Palermo e redatto dal questore di Palermo Filippo Cosenza l’8 maggio 1947. Il sindaco di San Cipirello dichiarava di aver sentito direttamente e di avere appreso da altri cittadini che si preparava un attacco per la Festa del lavoro. La mattina del primo maggio testimoni affermano di avere sentito tre mafiosi, Giuseppe e Salvatore Romano e Peppino Troia, visti più tardi tornare armati dal luogo dell’eccidio, affermare ad alta voce: «Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti là».
Da questo quadro emergono dunque alcuni elementi chiave: quella di Portella era una strage annunciata; era noto il coinvolgimento della mafia; erano almeno due i gruppi di fuoco presenti sul luogo con ordini e obiettivi diversi: da un lato Giuliano, animato dal suo feroce anticomunismo e forse da promesse di impunità non mantenute dall’altro Fra’ Diavolo, esecutore materiale di un più ampio disegno di matrice politico-mafiosa-istituzionale, gradito e caldeggiato anche oltreoceano. Figura centrale in un simile scenario è dunque Fra’ Diavolo, al secolo Salvatore Ferreri, «un bandito “speciale”», afferma Giuseppe Casarrubea, «che godeva delle più alte coperture all’interno dell’Ispettorato generale di Ps della Sicilia. Ferreri è più importante di Giuliano, troppo mitizzato in virtù anche dei “servizi” resi dal giornalista americano e capitano dell’Office of Strategic Service Mike Stern, che fu uno dei primi divulgatori del mito Giuliano negli Usa, oltre che sostenitore delle “trame sotterranee” del fronte anticomunista vicino a Truman in quegli anni. Al bandito di Montelepre si è sempre attribuito un ruolo da attore su un palcoscenico nel quale si poteva operare agevolmente dietro le quinte senza destare sospetti. La differenza tra Giuliano e Ferreri», prosegue lo storico, «è che il primo rappresenta il personaggio principale visibile sulla scena, una sorta di specchietto per le allodole; l’altro, il vero protagonista, si muove nell’ombra di un’eversione neofascista e terroristica voluta da altri. Questa è la vera novità». Ferreri, agganciato attraverso circuiti mafiosi e istituzionali, era stato fatto rientrare da Firenze, dove era scappato dopo il fallimento della vicenda del separatismo in Sicilia. La motivazione ufficiale era quella di infiltrarlo nella banda Giuliano per spiare e fare catturare il «re di Montelepre». In realtà fu usato per ordire ben altre trame e non a caso il suo nome non figurò neppure nella denuncia della strage alla Procura di Palermo. Dopo il primo maggio l’attacco alla sinistra proseguì con gli attentati alle Camere del lavoro del Palermitano. Lo stesso Ferreri potrebbe essere stato tra gli esecutori dell’assalto di Partinico. Ci fu allora un momento in cui Fra’ Diavolo e i suoi uomini divennero testimoni scomodi. E non deve essere stata una coincidenza che appena quattro giorni dopo gli attacchi alle Camere del lavoro furono uccisi. Da Giallombardo appunto. Su come ciò sia avvenuto è la materia del contendere che ha portato alla sbarra Giuseppe Casarrubea il quale, secondo l’allora capitano, avrebbe fatto una ricostruzione dell’accaduto non vera e soprattutto gravemente diffamatoria.
LO SCENARIO DEI FATTI.
Lo scenario dei fatti è Alcamo, comune della provincia di Trapani, regno di Vincenzo Rimi, capomafia indiscusso e fortemente politicizzato, divenuto negli anni successivi segretario della locale Democrazia Cristiana. Alcamo non è un luogo qualunque, anche geograficamente: confina col palermitano ed è a circa 20 chilometri da Montelepre, il paese del bandito Salvatore Giuliano. Giallombardo sostiene che l’uccisione di Frà Diavolo, del padre e dei fratelli Pianello avvenne in un normale conflitto a fuoco. Casarrubea sostiene, al contrario, che il conflitto fu costruito a tavolino, con la complicità della mafia e di Rimi in particolare. In Sicilia nessun malvivente poteva permettersi il lusso di circolare liberamente senza il consenso della mafia, che ebbe delle contropartite per consegnare i banditi alla polizia, cioè una sorta di legittimazione del suo potere nel territorio. A leggere le carte ufficiali le discordanze non mancano. La perizia del procuratore della Repubblica di Palermo Arcangelo Rodanò, fatta otto ore dopo l’uccisione di Ferreri & C, rilevò che i cadaveri furono trovati in un punto abbastanza lontano dai luoghi del conflitto indicatati nei verbali scritti dall’ufficiale. Chi diceva la verità? Il procuratore o il carabiniere? Ecco dunque uno dei materiali inediti, utili per una rilettura di questa misteriosa pagina di storia italiana, che il professore Casarrubea e il suo legale, avvocato Vincenzo Gervasi, stanno mettendo a punto per il dibattimento. Lunga sarà la lista dei testimoni citati dalla difesa: storici del calibro di Nicola Tranfaglia e Salvatore Lupo, l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, familiari delle vittime di Portella e persone sopravvissute alla strage. Prepara le sue cartucce anche Giallombardo, che per l’uccisione di Fra’ Diavolo ricevette nel 1949 dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi una medaglia al valore militare.
«Peccato», chiosa Casarrubea, «che il nome di Pacciardi ritorni costantemente negli ambienti in cui maturarono tutte le stragi italiane degli ultimi quarant’anni. Basta leggere in proposito gli atti della Commissione parlamentare». Intanto, mentre la vigilia del processo scalda gli animi e gli schieramenti, Giuseppe Casarrubea incassa tanta solidarietà, compresa anche quella di Sergio Cofferati, e conclude: «Se qualcuno si è messo in testa di portare la storia in tribunale, dopo le battaglie fatte dall’Associazione dei familiari delle vittime di Portella per desecretare le carte tenute segrete per oltre cinquant’anni, ha fatto male i conti».

(archivio 2009)
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Portella della Ginestra (archivio) Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.


Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.
C’ era un commando che sparò dall’ alto dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani’
Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l’ ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All’ avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l’ unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L’ ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un’ eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva “parlare” dei mandanti di Portella.
Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi?
“Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell’ Oss rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all’ Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana”. Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella? “Secondo la versione ufficiale Giuliano fu l’ unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all’ “affare politico” di Portella ma una sola mente”. 
Giuliano ha sparato o no? 
“Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che avevaSalvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c’ è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c’ è un’ altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un’ unica potente mafia”.
Fu il primo eccidio nell’ Italia del dopoguerra
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell’ aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all’ Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del ’50.
La necessità del cinema
Il Primo Maggio del 1947, a Portella della Ginestra in Sicilia, qualcuno spara sulla folla: 11 morti e 27 feriti. Poche ore dopo la strage gli inquirenti fanno già un nome: il bandito Salvatore Giuliano. Ma, stranamente, la rapida inchiesta sul massacro di uomini donne e bambini avvenuto durante la Festa del Lavoro e la misteriosa uccisione del famoso bandito che avrebbe causato tale misfatto, verranno dichiarati dal Governo Italiano “segreti di Stato”.
Dopo anni di ricerche e studi dell’ampia bibliografia pubblicata sull’argomento delle testimonianze raccolte da Danilo Dolci, dei documenti desegretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, degli incartamenti relativi al processo depositati presso il Tribunale di Roma, e soprattutto grazie all’analisi sistematica della documentazione rinvenuta negli archivi dell’Office of Strategic Services di Washington (un materiale impressionante e tuttora inedito), Paolo Benvenuti presenta con “Segreti di Stato” una ricostruzione nuova di quel tragico evento. Il film prende le mosse dal 1951 quando durante il processo per l’eccidio di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo contro i membri della banda Giuliano, un avvocato non convinto dei risultati dell’inchiesta decide di condurre segretamente una propria indagine sulla strage.
Lei ha costruito Segreti di Stato attraverso migliaia di documenti raccolti dal sociologo Danilo Dolci e attraverso le centinaia di carte desecretate dalla Commissione antimafia e dal governo americano. Cosa ha scoperto?
La strage della Portella della Ginestra non fu un atto banditesco, come disse l’allora ministro degli interni Mario Scelba, bensì un eccidio organizzato dai servizi segreti americani. Dieci giorni prima della strage, il 20 aprile, i socialcomunisti avevano ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni regionali siciliane e quella di Portella deve essere considerata la risposta politica a tale voto. La guerra fredda era incominciata ufficialmente da pochi mesi, ovvero dal marzo del 1947. Gli americani non potevano pensare che la loro ‘portaerei nel Mediterraneo’ ovvero la Sicilia, venisse governata dai comunisti, ovvero dagli alleati di Mosca. Non è un caso, quindi, che il 12 maggio i comunisti escano dal governo di unità nazionale. Togliatti aveva capito perfettamente il messaggio e le elezioni del 1948 non furono perse ‘per caso’. Una vittoria comunista, avrebbe precipitato il nostro paese in una spirale di sangue senza fine.
Togliatti ha voluto perdere le elezioni?!?
Certo, perché aveva capito che non era possibile vincerle. Yalta aveva sancito una certa divisione del mondo che non poteva essere alterata da nessuno: l’Italia era di qua e Stalin non avrebbe mosso un dito per aiutare i comunisti italiani. Avrebbe lasciato che venissero massacrati come, esattamente in quei mesi, erano trucidati la maggior parte dei comunisti greci.
Alcuni ritengono che Portella della Ginestra sia stata, invece, propedeutica alla cosiddetta lotta per l’indipendenza della Sicilia dall’Italia…
È una sciocchezza. L’indipendentismo siciliano era finito da un anno. Il 2 giugno 1946 questo partito era quasi scomparso. Gli americani all’inizio lo avevano appoggiato, ma poi – su consiglio di Sturzo che all’epoca si trovava negli Usa – avevano lasciato perdere. Se la Sicilia fosse diventata indipendente dall’Italia, i voti in meridione si sarebbero squilibrati in favore dei comunisti. Sturzo stesso aveva fatto notare a Washington che un’Italia senza la Sicilia sarebbe diventata facilmente un feudo rosso. Nel giugno del ’46 improvvisamente il fronte separatista crolla, e nel1947 è solo Giuliano a credere ancora nell’indipendentismo.
Cosa pensa di Giuliano?
Nel mio film gli do uno spazio minimo. Giuliano è il Lee Oswald della situazione. Joseph Jesus Angleton, l’anima nera del maccartismo americano, nonché probabilmente dell’omicidio Kennedy, fu il regista occulto della strage di Portella della Ginestra.
Cinematograficamente, la strage di Portella della Ginestra è stata già mostrata in Salvatore Giuliano di Francesco Rosi e ne Il Siciliano di Michael Cimino…
Non ho visto questi film e non me ne frega niente. Io non sono un regista vero, ma un ricercatore storico che anziché scrivere saggi, poiché ama il cinema, fa dei film. Il cinema è un linguaggio complesso che uso anche a scopo pedagogico per mostrare i risultati dei miei lavori di ricerca storica.
Teme le critiche?
No, perché ogni parola del film è stata soppesata da ben cinque avvocati. Ad ogni modo la prima nazionale di “Segreti di Stato” sarà a Pisa, in modo che se mi devono denunciare, valendo la prima uscita pubblica per il tribunale di competenza, gioco in casa…
Lei offre un viaggio nella memoria in un paese che, in nome della pacificazione, sembra avere dimenticato…
Io non sono un pacificato. Da 35 anni porto avanti la mia battaglia sulla memoria e il mio cinema è tutta un’indicazione di metodo. In Italia la memoria dura tre giorni, mentre io sono una voce fuori dal coro. Vengo fuori dalla scuola di Rossellini… non potevo fare altrimenti. Del resto se in Italia non ci fosse il cinema chi potrebbe tentare di ricordare il nostro passato? La televisione certamente no… La televisione è la scatola delle bugie. Io e mia moglie, la sceneggiatrice Paola Baroni ci siamo sforzati di rendere la trama di questo film accessibile ai giovani.
Il cinema civile italiano…
Che io non amo.
Perché?
Perché credo che questo tipo di cinema abbia spesso portato con sé delle menzogne ideologiche. Io non amo il cinema ideologico e non sono contento dei risultati del cinema civile. Ben altra cosa era il cinema di Rossellini di Paisà o Roma città aperta. Per me era più civile un film come “Catene” di Raffaello Matarazzo che “Todo Modo” di Elio Petri. C’era più civiltà, perché si cercava una maggiore comunicazione con le masse popolari italiane che in altre situazioni non erano affatto considerate. Fare un cinema civile, per me, significa che forma e contenuto abbiano lo stesso livello.

(archivio 2009)
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Per non dimenticare (archivo): le carte segrete sulla strage, l'ombra USA a Portella dela Ginestra


La Repubblica” 10 febbraio 2003
Le carte segrete sulla strage  – L’ ombra Usa a Portella della Ginestra
ATTILIO BOLZONI E TANO GULLO  GLI agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L’ ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all’Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton. Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i “rossi” in varie città d’ Italia erano state programmate da quattordici mesi.
Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946 indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: “Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo… Servono per operazioni militari”.C’ è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all’ improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’ America, gli atti desecretati dalla Cia svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue. Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle “squadre” del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall’ Oss e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell’ Ovra che trattano con il “re” di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell’ isola. E, a Palermo, c’ è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia. Ogni foglio del “servizio” Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c’ è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato. La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo “qualcosa” che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini. Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato “di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti”. Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel “qualcosa” che fa un sibilo. Quel “qualcosa” è dentro il manuale di “Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti” redatto dall’ Oss nel febbraio del 1945. Nell’ opuscolo c’ è la foto della “Special Weapon”, bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l’ uso: “Obiettivo: simulare il fischio e l’ esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo…”. In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all’ alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini. Tra le pieghe del processo per la strage c’ è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: “Mi disse : “I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?”". Questo avviene poche ore prima della sparatoriaMa vediamo – attraverso la documentazione dell’ Oss – cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier “secret” del 20 febbraio 1946 si legge: “Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia”. Un altro dossier, stavolta a firma Angleton informa: “L’ ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani… Polvani è arrivato per l’ occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo…”. Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell’ Oss. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani. A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte antibolscevico.Lo sponsorizza in un’ “informativa” all’ Oss anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi Usa. Il Fronte antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell’ Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commandos che con bombe e mitra avevano seminato morte e terrore. Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E’ Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzataTorpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una – sempre smentita dagli storici – lo voleva a Gela durante lo sbarco Alleato. Ma questa volta la “prova” della sua presenza sull’ isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un “promemoria” che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: “Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso… dal 15 gennaio prese alloggio all’ Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta”. L’ appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma “di otto eleganti giovanotti” due ore prima dell’ attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un pentitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga? E’ lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: “Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me”. E’ sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutati altre pedine fondamentali della “rete” di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall’ Oss (rapporto 4 aprile 1945) come “agente nemico” e poi internato in un campo di concentramento. All’ improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E’ a Monreale insieme a Gaspare Pisciottail braccio destro di Giuliano. Poi c’ è Ciro Verdiani, ex agente dell’ Ovra che diventerà Ispettore Capo della polizia nell’ isola. Anche lui è catturato come “agente nemico” (rapporto Oss 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il “re” di Montelepre. E infine c’ è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione intervistando il bandito. Più che giornalista Stern è una spia, ha il grado di capitano dell’ Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste “Life” e “True” fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall’ isola. Nell’ orbita dell’ esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l’ Oss è ormai Cia. Il documento ha la data del 30 novembre: “Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano”. Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro. A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all’ Ucciardone. Questa è la storia di Portella della Ginestra “riletta” con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.

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I maggio 1947 - Prima strage di Stato della Repubblica Italiana


La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.

I TANTI PERCHÈ DI UNA STRAGE di Sandro Provvisionato
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a  pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e  San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa del lavoro.
Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi.
La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una  scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio
Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista,  Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio  quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che
messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse  c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana1.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da
Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo,
nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato
italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore
Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso
Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di
quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri
funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né
tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del
paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un
solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più
complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo:
coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che  altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.
Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993

da Misteri italiani

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venerdì 30 aprile 2010

Caso marcucci: se vuoi protesta anche tu con idv e governo

Riceviamo e pubblichiamo:
Il primo maggio "festeggeremo" due mesi di assoluto silenzio da parte di Orlando e del governo sul caso Marcucci. io continuo a raccogliere adesioni, aiutatemi anche voi.
Se volete poi potete aiutarci protestando anche voi con il governo, con idv chiedendo la riapertura del caso Marcucci al più presto. è l'ora di non fare sconti a nessuno noi popolo sovrano in rispetto delle vittime,della verità, della giustizia, contro i silenzi di stato!
Se protestate con governo e idv e inviate email fatecelo sapere. in base all'art.134 del regolamento della Camera il governo deve rispondere ad un'interrogazione entro 20 giorni, altrimenti chi ha presentato l'interrogazione può chiedere a Fini di calendarizzarla alla seduta successiva della commissione competente(trasporti o giustizia).

Esempio di Messaggio:
mi chiamo x
ho letto del caso Marcucci e Lorenzini a questo link:
http://www.strageustica.altervista.org/Sandro%20marcucci%20copia.doc
Chiedo al governo/chiedo ad Idv/chiedo all'onorevole orlando
di impegnarsi a far riaprire al più presto il caso Marcucci e lorenzini,
di impegnarsi a far finire i silenzi di stato che su questo caso durano da 18 anni.
Firma....


L'email di Idv se volete eventualmente protestare e chiedere che venga al più presto riaperto il caso marcucci e lorenzini sono:
DIPIETRO@ANTONIODIPIETRO.IT
SEGRETERIA@LEOLUCAORLANDO.IT
L'email del governo:
segreteriadelportavoce@governo.it
segreteriabonaiuti@governo.it

Un abbraccio a tutti. laura picchi

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sabato 10 aprile 2010

Lavoro d'inchiesta sulla strage di Ustica


Lavoro d'inchiesta sulla strage di Ustica di Laura Picchi: Prima parte

Io non sono un magistrato e nemmeno un'esperta in materia, questo lavoro avrebbe dovuto o dovrebbe farlo la magistratura o la Commissione Difesa.
Questo è soltanto il lavoro d'inchiesta di una semplice cittadina italiana, Laura Picchi, che si è stancata di sentir ripetere assurdità del tipo "Ustica è un mistero che dura da 30 anni" o di sentir parlare di generici "complotti di stato" la sera di Ustica.
Il mio lavoro d'inchiesta sulla Strage di Ustica inizia da quegli indizi dati in due telefonate dal maresciallo Dettori a Mario Ciancarella, fatte una il giorno dopo o due giorni dopo Ustica, l'altra dopo il ritrovamento ufficiale del Mig libico sulla Sila il 18 luglio 1980.
Il maresciallo Dettori disse a Mario Ciancarella nella seconda telefonata: "Si guardi gli orari degli atterraggi e i missili a testata inerte e a guida radar"
Ho rintracciato due tabelle degli orari di decollo e atterraggio a Grosseto registrati dal radar di Poggio Ballone, luogo dove era in servizio la sera di Ustica il maresciallo Dettori. Il maresciallo Ami Mario Alberto Dettori era in servizio certamente  la sera di Ustica com'è scritto (in Procura dove sta archiviato il fascicolo di Ustica)in un rapporto di polizia giudiziaria consegnato al giudice Rosario Priore. Il rapporto di polizia giudiziaria si trova alla Procura di Roma nel fascicolo relativo alla Strage di Ustica
Ho controllato che in entrambe le tabelle si potessero rintracciare gli stessi orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica, perchè una delle due di tabella è tagliata.
Ad esempio in entrambe le tabelle c'è questo primo rilevamento del radar di Poggio Ballone la sera di Ustica della traccia di questo volo militare:
180007
AA417
17
-4
129
501
309
-
F
L
00 7777 0000
7
P.BALLONE

In entrambe le tabelle dunque ci sono gli stessi orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica.
Io credevo che nella seconda tabella, quella non tagliata, si fosse omesso di proposito di dire che quegli orari delle tracce dei voli registrati la sera di Ustica sono orari zulu(orario di Greenwich è l'orario zulu per chi non lo sapesse). Nella sentenza ordinanza il giudice Priore scrive però a proposito del volo civile del Dc9 che partì da Bologna alle ore 18.08 zulu, 20.08 locali(per l'italia in estate all'orario di Greenwich vanno sommate due ore perchè c'è l'ora legale ndr) e che se non c'è la "Z" di zulu accanto agli orari di un volo, bisogna intenderli come orari zulu o di Greenwich comunque e non come l'ora locale. Se ciò valesse anche per i voli militari (nella tabella non tagliata non c'è scritta la "Z" di zulu accanto agli orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio ballone la sera di Ustica, è stata omessa) ci potrebbe essere anche la buona fede di chi l'ha fatta la tabella e non l'intenzione di falsificarla, perchè comunque quegli orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di ustica indicati nella tabella non tagliata, sono orari zulu, con o senza la "Z" di zulu accanto.
Come già scritto dalla tabella non tagliata  l'ultima traccia di un volo registrata da Poggio Ballone la sera di Ustica era delle 19.30.00. Certa ormai che le 19.30.00 fosse orario zulu, aggiungendo due ore (visto che Ustica è accaduta in un periodo in cui il fuso orario italiano non è +1 da Greenwich ma +2 ndr) ho ricavato l'orario locale italiano dell'ultima traccia di un volo registrata dal radar di Poggio Ballone la sera della Strage di Ustica. L'ultima traccia di un un volo fu registrata dal radar di Poggio Ballone la sera della Strage di Ustica alle 21.30, ovvero 32 minuti dopo la strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu la sera di Ustica il radar di Poggio Ballone registrò l'ultima traccia del   volo militare siglato LG475. L'ultima parte del mio lavoro che non avevo ancora avuto il tempo di fare è cercare l'orario zulu della prima rilevazione radar di Poggio Ballone di questo volo militare.
Non c'è stato da cercare molto. La prima rilevazione radar di Poggio Ballone di questo volo militare la sera di Ustica è delle 18.17.08 ,  nove minuti dopo che il Dc9 Itavia decollò da Bologna la sera di Ustica. Eppure  ai giornalisti, ai giudici e ai politici non è interessato indagare o far domande in 30 anni sul volo militare LG475 la cui ultima traccia fu registrata dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica 32 minuti dopo la strage.

A pg.95 del famoso libro "Punto Condor, Ustica: il processo di Daniele Biacchessi,Fabrizio Colarieti" c'è scritto poi che non era di turno in caso di allarme nei cieli italiani nessuno dei gruppi di volo di caccia intercettori f104 a Grosseto la sera di Ustica. Se ci fosse stato allarme nei cieli italiani sarebbero partiti in scamble intercettori delle basi di Cameri, Gioia del colle e Rimini. 
A pagina 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" si fa ampio riferimento al numero dell'Europeo del 5 luglio 1993. In esso era scritto: (...)per l'addestramento i caccia vengono armati con missili a testata inerte. Nella testata hanno esplosivo(tritolo e tnt)ma in quantità limitatissima e sono zavorrati da sferule d'acciaio.
A pag 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" già citato  si trova anche scritto: "(..)Le stesse sferule(scrive l'europeo)che i periti di parte hanno ritrovato in un flap del Dc9 itavia.(..)Sono elementi molto interessanti queste sferule trovate nei flap(ma il flap è uno solo ndr)e in alcuni corpi delle vittime del dc9(..)









Seconda parte
Volo LG475 le cui tracce sono state registrate da Poggio Ballone la sera di Ustica: perchè questo volo è certamente militare



Sulla tabella non tagliata degli orari delle tracce di voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica avevo segnalato a tutti che c'era il volo LG475, avevo detto che la prima traccia di questo volo LG475 registrata dal radar di Poggio Ballone era delle 18.17 zulu, ovvero 9 minuti dopo che era decollato a Bologna il dc9 la sera di Ustica e l'ultima delle 19.30 zulu, 32 minuti dopo la strage.

Avevo scritto che sono certa che quello è un volo militare.

Spiego nel dettaglio il motivo.

Sia gli aerei civili, sia quelli militari rispondono alla richiesta di identificazione radar ma in modo diverso.

Intanto per quanto riguarda il volo LG475 non rispose in nessun modo la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar intorno alle 18.17 -18.18 zulu e questo dovrebbe essere indagato dalla Procura di Roma competente per Ustica o dalla Commissione difesa.

Alle 19.30 zulu il volo LG475 rispose la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar in modo 3.

Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo 1, in modo 2 o in modo 3(IFF o SIF 1-2-3), oggi anche in modo 4 e 5 è un aereo militare come appunto quello del volo LG475 che la sera di Ustica alle 19.30 zulu rispose in modo 3.

Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo A, in modo C, in modo S è un aereo civile.

Siccome il modo A con cui risponde l'aereo civile è uguale al modo 3 con cui risponde l'aereo militare, oltre che modo A, si può anche definire modo 3/a. Il modo 3 è comunque uno dei modi con cui risponde l'aereo militare alla richiesta di identificazione radar. Potete verificare quanto scrivo al link: http://en.wikipedia.org/wiki/Identification_friend_or_foe(è in inglese il file, ma potete certamente se volete trovare qualche traduttore on line per tradurlo in italiano ndr)




Terza parte
3.1 La questione del codice di emergenza generale e la Strage di Ustica
Il codice di emergenza generale  la sera di Ustica Priore scrive che è stato squoccato più volte da Naldini e Nutarelli in Iff(sif) modo 1(uno dei modi con cui l'aereo militare risponde alla richiesta di identificazione dell'operatore radar ndr) con il codice 73.
Il codice di emergenza generale è però 7700 o 4x che squoccano gli aerei militari, non 73.  Allora c'è da tornare a vedersi la tabella della sera di Ustica non tagliata dei voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone di Grosseto a questo link:
Pballone tabella non tagliata.ods http://www.mediafire.com/file/nmrwzmzm3tl/Pballone%20tabella%20non%20tagliata.ods
La prima rilevazione radar di Poggio Ballone del volo militare LG475 la sera di Ustica è delle 18.17.08,  nove minuti dopo che il Dc9 Itavia decollò da Bologna la sera di Ustica.
La sera di Ustica fu squoccato il codice di emergenza generale 7700 in realtà forse una sola volta o proprio per niente, due minuti dopo che il radar ha registrato la prima traccia del volo militare LG475. Di solito è squoccato il codice di emergenza generale 7700 in modo 3 dagli aerei militari e non in modo 2 come in questo caso( vedi http://books.google.it/books?id=m5V04SXE4zQC&pg=PT257&lpg=PT257&dq=military+squawk+emergency&source=bl&ots=iYYl0m-Brg&sig=6AQbvAPNmW4eVJ_RWyaKKNN6Tck&hl=it&ei=23tpS_WtK8ndsgbfp-zADA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=8&ved=0CDUQ6AEwBw#v=onepage&q=military%20squawk%20emergency&f=false)
 Ecco la registrazione di Poggio Ballone della traccia del volo militare che potrebbe aver squoccato il codice di emergenza generale la sera di Ustica:
181913
LL013
13
-6
5
706
222
-
F
L
00 7700 0000
7
P.BALLONE
L'ultima traccia registrata da Poggio Ballone del volo militare LL013 è questa:

191952
LL013
13
-158
51
320
3
21000
F
L
03 - 0164
7
P.
BAL
LONE
Le 19.19.52 zulu in cui è registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 sono le 21 e 19 orario locale, 21 minuti dopo la Strage di Ustica e che abbia o non abbia squoccato emergenza generale questo aereo militare era ancora in volo al momento della Strage di Ustica.
Se come dicono a questo link: http://www.strageustica.it/leggende/tf%20naldini%20nutarelli.htm la traccia del volo militare LL013 potrebbe appartenere alla missione la sera di Ustica di Naldini e Nutarelli, indipendentemente che abbiano o non abbiano squoccato il codice di emergenza generale, non sarebbero atterrati come sostiene il giudice Priore Naldini e Nutarelli alle 20 e 45 ora locali(18 e 45 zulu), perchè erano le 19.19.52 zulu della sera di Ustica in cui fu registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 dal radar di Poggio Ballone di Grosseto, ovvero le 21 e 19 orario locale, ovvero 21 minuti dopo la Strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu, 21.30 orario locale il radar di Poggio Ballone infine come sappiamo registrò la sera di Ustica l'ultima traccia del volo militare LG475, erano passati 32 minuti dalla Strage di Ustica. Se Naldini e Nutarelli fossero stati sul volo militare LL013, chi c'era sul volo militare LG475?
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?

3.2 Strage di Ustica: Questione track number
Il track number viene assegnato ad un volo civile o militare dal radar che per primo ne individua la traccia nei cieli italiani.
Sono di nostro interesse due track number: LG475 e LL013.
Dei track number ci interessano le coppie di lettere LG e LL. I numeri sono assegnati in progressione ai vari voli militari e civili sempre dal radar
che per primo ne individua la traccia nei cieli italiani.

LG ci permette di capire che il radar che individua per primo questo volo militare nei cieli è quello di Mortara, provincia di Pavia.
Dove la individua la prima traccia del volo militare LG475 il radar di Mortara? Nella zona di Novara. Nella zona di Novara c'è la base aerea militare italiana di Cameri, dove ci sono gli f-104 come a Grosseto. La base aerea militare di Cameri era di servizio la sera di Ustica per partire in missione scramble in caso di emergenza nei cieli italiani, a Grosseto la sera di Ustica non erano di servizio la sera di Ustica per partire in missione scramble in caso di emergenza nei cieli italiani.
LL ci permette di capire che il radar che individua per primo questo volo militare nei cieli italiani è quello di Poggio Ballone.
Entrambi gli aerei militari siglati LG475 e LL013 sono ancora in volo al momento della strage di Ustica.
Erano le 19.19.52 zulu della sera di Ustica in cui fu registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 dal radar di Poggio Ballone di Grosseto, ovvero le 21 e 19 orario locale, ovvero 21 minuti dopo la Strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu, 21.30 orario locale il radar di Poggio Ballone infine come sappiamo registrò la sera di Ustica l'ultima traccia del volo militare LG475, erano passati 32 minuti dalla Strage di Ustica.
Nella perizia radaristica Dalle Mese ed altri del 16 giugno 1997 si trova scritto:
“LG475 Friend - Traccia vista da Mortara, viene trasmessa a Poggio Ballone tra le 18.17 per un minuto e 30 secondi in zona Novara (probabilmente Cameri). Presenta codici SIF identificativi di velivolo militare. Vedasi Fig.A.7. Da notare che non è vista da Poggio Ballone ma solo ricevuta come remota.
- LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”
Dalle Mese ed altri si soffermano solo sulle prime tracce dei voli militari LG475 e LL013 registrate da Poggio Ballone, non sull'ultima traccia registrata da Poggio ballone degli stessi voli militari LG475 e LL013 rispettivamente delle 19.30.00 zulu e delle 19.19.52 zulu.
Ci dicono Dalle Mese ed altri che quei due voli militari erano friendly(amici).
Gli interrogativi sono due da porsi, ma come al solito deve dare una risposta la Commissione Difesa o la magistratura.
Partì forse un F 104 italiano da Cameri con il compito di intercettare il Mig partito in realtà da Pratica di Mare( visto che era la base di cameri di servizio per partire in missione scramble la sera di Ustica e non Grosseto) e il cui pilota(del Mig) avrebbe nel piano originario dovuto confessare la Strage di Ustica (fatta in realtà da un F 104 di Grosseto)?
Il volo militare LL013 è di quel F-104 di Grosseto che ha abbattuto il Dc9 Itavia la sera di Ustica?
Come ho poi scritto nella terza parte/1 del mio lavoro d'inchiesta di Ustica(è importante ribadirlo):
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?
3.3 le deposizioni di Giannelli e Bergamini sul tipo di orario usato a Grosseto la sera di Ustica
Il pilota Giannelli(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice a Priore che a Grosseto non si usava l'orario zulu, ma locale la sera di Ustica. Non risultano indagini a suo carico per falsa testimonianza.
Il pilota capitano Bergamini(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice la verità sugli orari usati a Grosseto a priore il 16 gennaio 1992. Dice Bergamini a Priore: "(..) gli orari … erano in Zulu(...).
Sia Giannelli che Bergamini lasciarono l'aeronautica militare nel 1987( vedi link: http://www.strageustica.it/leggende/altre%20missioni%20grosseto.htm)
laura picchi
QUARTA PARTE
La sera del 27 giugno 1980 al momento della Strage di Ustica c'erano in volo nei cieli italiani un Awacs e un Pd 808(vedi http://www.stragi80.it/rassegna/settimanali/Eu_120793.pdf per il Pd 808 pilotato da Licio Giorgieri di solito usato per accecare i radar, l'intervista di Pino Maniaci a Ciancarella per l'Awacs in volo la sera di Ustica: http://www.youtube.com/watch?v=iF4sO_LN_d4 e per la spiegazione di cos'è l'Awacs:http://www.ciao.it/Aereonautica_Militare_Italiana__Opinione_756725)

Il Pd 808 in volo la sera di Ustica era pilotato dal generale Licio Giorgieri, lo stesso generale che noi temiamo essere uno dei due testimoni di Sandro Marcucci che poteva dire al giudice che il Mig ritrovato sulla Sila era decollato la sera di Ustica da pratica di mare e che fu ucciso il 20 marzo 1987 dalle Unità dei comunisti combattenti(per la verità ufficiale ndr).

Il pd 808 di solito è usato per la guerra elettronica e per accecare i radar a terra.

La perizia radaristica di Dalle Mese ed altri nel considerare solo le prime tracce e i relativi orari zulu registrati la sera di Ustica dal radar di Poggio ballone dei voli militari LG 475 e LL 013 non considera minimamente la presenza del Pd 808 pilotato da Giorgieri nei cieli italiani capace e di solito usato per oscurare i radar insieme alla presenza di un Awacs Nato il quale da un lato comunica con gli aerei amici dando indicazioni sulle zone oscurate ai radar a terra, dall'altra rende ancora più invisibili ai radar a terra quegli stessi aerei amici.

La perizia radaristica Dalle Mese ed altri ci dice "LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”

Dalle Mese ed altri non considerano che il volo militare LL013 si potrebbe essere immesso nel cono d'ombra fatto dal Pd 808 e/o dall'Awacs, così come potrebbe aver fatto il volo militare LG 475.

Dalle Mese ed altri non spiegano nemmeno perchè se la traccia registrata da poggio Ballone del volo militare LL013 fosse di un aereo militare che sta atterrando a Grosseto risulta dal track number LL013 che il primo radar che registra la prima traccia di quel volo militare è Poggio Ballone stesso.

Se il volo militare LL013 fosse in atterraggio a Grosseto, come ci dice la perizia radaristica Dalle mese ed altri potrebbero essere solo due le possibilità: o gli è stato dato il track number LL013 perchè è decollato da Grosseto e dunque il primo radar che lo vede nei cieli italiani è quello di Poggio Ballone, ma allora quella non avrebbe dovuto essere la prima traccia registrata da Poggio Ballone del volo militare LL013 ma essercene altre precedenti ad orari precedenti e invece dalla tabella non tagliata risulta proprio essere la prima traccia quella registrata la sera di Ustica del volo militare LL013, oppure un altro radar prima di Poggio Ballone avrebbe identificato nei cieli italiani quel volo militare e di conseguenza il track number di quel volo militare non sarebbe certo stato LL013, visto che come abbiamo visto solo se ad individuare per primo nei cieli italiani un volo militare è Poggio ballone il track number inizia con le lettere LL e poi il numero progressivo assegnato al volo militare stesso.

Lo ribadisco non sta ad una cittadina ordinaria e per giunta non esperta in materia dare risposte, nè giudicare il lavoro di periti radaristici, ma alla magistratura e alla Commissione Difesa, come sta a chi di dovere indagare su che fine abbiano fatto i volumi giugno e luglio 1980 dei voli strips di Grosseto che non è stato possibile sequestrare.

Laura Picchi


lunedì 29 marzo 2010

Strage di Viareggio. Tempo scaduto, fuori i nomi. Da domattina davanti al Tribunale di Lucca, per 32 ore, parenti delle vittime e superstiti


Viareggio. Trentadue ore. Come trentadue morti. Come trentadue vite << che erano madri, padri, figli, mogli e mariti. Non numeri>>. Daniela e Claudio, seduti vicini. Genitori come tanti fino alla mezzanotte del 20 Giugno 2009. Quando il gas e le fiamme si sono mangiati Emanuela, 21 anni, portandola in un letto di ospedale per quasi due mesi di agonia. Daniela Rombi e Claudio Menichetti, da domattina alle 9 saranno, per 32 ore, a Lucca, in piazzale San Donato, davanti al Tribunale. Perchè << ogni tempo è scaduto. Non c’è più neanche la pazienza. Nio abbiamo il diritto/dovere di sapere che sono i responsabili di quel disastro. Che sono i capi, gli amministratori delegati ed i dirigenti in primis. La Procura non può accontentarci con uno, due, tre cinque nomi qualsiasi. Lo sa bene chi sono quelli su cui puntare l’ attenzione: i respondabili di Ferrovie e Gaxt. Non è un contentino quello che ci devono dare>>. I genitori di Emanuela porteranno in piazza, ancora una volta, la foto della loro bella bambina sorridente. E così faranno tutti i parenti delle vittime della strage, riuniti nell’ Associazione “Il mondo che vorrei”. Al loro fianco << i sopravvissuti>>, come spiegano Giogio Currier e Rolando Pellegrini, del Comitato di via Ponchielli, e ancora l’ Associazione Vittime Incidente Ferroviario, l’ Assemblea 29 Giugno, con le adesioni di CGIL Versilia, ORSA ( sindacato autonomo delle ferrovie) ed ARCI. << In un’ Italia che manda avvisi a “cani e porci” è incredibile che non si riesca a recapitare un avviso ad un amministratore delegato!>>. Babbo Claudio parla poco, ma quando lo fa non ci gira intorno: << Stiamo anche pensando- annuncia - di fare una racolta di firme per chiedere le dimissioni di Mauro moretti (amministratore delegato di FS, ndr). Il Procuratore Capo, Aldo Cicala- conferma Riccardo Antonini per Assemblea 29 Giugno- riceverà una delegazione di manifestanti lunedì pomeriggio alle 15,30. Gli chiederemo di iscrivere nel registro degli indagati almeno la cisterna….>>. Per quanto riguarda Assemblea 29 Giugno, continua Antonini, << ribadiamo il nostro impegno per la verità e la giustizia sulla strage del 20 giugno e per la sicurezza in ferrovia e sul lavoro>>. Il dolore prima, raccontano i sopravvissuti al disastro. E << la beffa, poi, di non aver saputo più nulla da chi amministra la giustizia>>. << Che cosa dobbiamo pensare a questo punto?>>, chiede Rolando Pellegrini, anziano minuto e acciaccato che alle fiamme è scappato portandosi dietro la moglie tra tetti e cortili, in un immaginabile grandissimo atto d’ amore. << Sono tutti dirigenti quando c’è da prendere lo stipendio a fine mese. Poi, però, quando succede qualcosa nessuno è responsabile>>, questa l’ amarezza di Antonio Bertozzi (comitato Avif), lo zio di Ilaria e Michela Mazzoni, sorelle anche d nello strazio di quella maledetta notte.
Fonte: Art. “Donatella Francesconi “Il Tirreno”

 
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lunedì 15 marzo 2010

Omicidio Fragalà e caso Mokbel. Assonanze, interrogativi ed eversione nera


di Tommaso Vaccaro
ROMA – Un minimo comune multiplo, una pista, un interrogativo o forse solo una delle tante coincidenze della cronaca italiana. E ancora due nomi, una “coppia”, una storia che affonda le radici negli ultimi trent’anni di misteri irrisolti, di stragi di Stato ed eversione politica legata a pezzi deviati delle istituzioni.
Se qualcosa lega le due più complesse vicende di cronaca delle ultime settimane, lo scandalo Telecom Italia Sparkle – Fastweb e il brutale assassinio del penalista palermitano Enzo Fragalà, il collante non può che essere rintracciato nell’eversione nera, di oggi e di ieri. Collante “giornalistico”, almeno per il momento. Ma pur sempre di assonanza si tratta.
Da una parte un tale Gennaro Mokbel, ora in carcere, con amicizie altisonanti e simpatie naziste, presunto responsabile del riciclaggio di ingentissimi capitali illegali “provenienti da una serie di operazioni commerciali fittizie di acquisto e vendita di servizi di interconnessione telefonica internazionale”. Un faccendiere o un capo banda, gli inquirenti continuano a scavare senza sosta nella vita del  personaggio, che si vanta al telefono di aver messo di tasca propria più di un milione di euro per la liberazione di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, i due pluriergastolani, fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari, responsabili della Strage di Bologna.
Dall’altra uno stimato avvocato penalista, Fragalà, ma anche un politico di navigata esperienza, che nelle file dell’Msi, di Alleanza nazionale e infine del Pdl, dedica gran parte della sua attività parlamentare e forense ai “processi politici”, in primo luogo a quelli che approdano alle condanne di Fioravanti e Mambro. Enzo Fragalà, convinto “innocentista” ed esponente di primo piano della naufragata commissione parlamentare Mitrokhin, viene aggredito fatalmente nella sua Palermo. Un brutale pestaggio realizzato nelle stesse ore in cui scattano le operazioni di polizia che fanno scoppiare il bubbone della  “truffa carosello”, del senatore Di Girolamo, dei legami con ‘Ndrangheta e neofascismo coltivati da Mokbel.
Gli amici Giusva e Francesca
Quest’ultimo ha alle spalle una lunga militanza politica e, secondo gli  inquirenti, è in contatto, «sia per telefono che di persona» con Francesca Mambro («indicata come la Dark») e Giusva Fioravanti «anche con rilevanti sostegni economici». Un legame che sembra trovare una prima conferma nelle intercettazioni telefoniche di Mokbel, quando parlando con Carmine Fasciani, boss di Ostia, si vanta dicendo che i due della ‘coppia nera’: “Li ho tirati fuori tutti io ...tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati?....un milione e due...un milione e due...”.
Fioravanti nega tutto con poche e semplici parole: “Non è vero e penso che i nostri avvocati, che non hanno preso una, lira si offenderebbero al solo pensiero”. L’ex terrorista traccia poi un profilo del personaggio in questione, prendendone di fatto le distanze. Quel Mokbel, afferma Fioravanti, non è altro che un “mascalzoncello di quartiere”. Se per il gip di Roma è il “capo indiscusso dell’organizzazione criminale” coinvolta nell’inchiesta del maxi-reciclaggio, Giusva lo ricorda invece come “un ragazzino sbandato, avvezzo alla violenza e alle droghe: un capellone con idee anarchiche fino a 20 anni, poi estremista di destra, che si autodefiniva naziskin, un ragazzetto nato negli anni '60 nella zona di Piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese, uno che militò nella ‘gioventù nera’ romana” al principio degli anni di piombo. Uno da cui stare alla larga, insomma.
Ma sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti, non bisogna andare invece troppo lontano nel tempo per rintracciare le prove del rapporto di amicizia che lega la coppia Mambro-Fioravanti e quella Mokbel-Ricci (Giorgia Ricci è la moglie di Mokbel).
Sarebbero, infatti, decine le telefonate intercettate recentemente tra le due famiglie. Per esempio il 3 luglio 2007 Giorgia Ricci riceve una telefonata dalla Mambro, che chiede informazioni sul tesseramento per l'adesione ad Alleanza federalista (una sorta di Lega del Sud), il progetto politico di Mokbel. Mambro: “Ma i miei parenti li volete?”. Ricci: “Perché no”. Poi il 1 ottobre 2007, a movimento già lanciato, Giusva fa anche da consulente politico al telefono con la Ricci: devi dire «a Gennaro di prendere una rubrica fissa su un giornale vero, tipo l’Opinione [diretto da Arturo Diaconale ndr.], anche se piccolo, perché le cose devono uscire anche per iscritto». Mambro, invece, si dilunga a parlare di un articolo da scrivere sul nuovo partito. La Ricci le dice di sottolineare il carattere federalista del movimento, ma Francesca  la stoppa: «Io non lo faccio il discorso sul federalismo perché se tu gli cominci a parlare del federalismo subito fanno un discorso... federalismo uguale Bossi».
La massoneria nel caso Mokbel
Qui nascono già i primi interrogativi. Innanzitutto sulle ragioni che spingono Fioravanti a prendere – oggi – le distanze da quel Mokbel (“mascalzoncello di quartiere”) che, invece, stando alle intercettazioni ed alle parole degli inquirenti, sembra essere un amico di vecchia data. Un amico cui Giusva consiglia di prendere una rubrica fissa in un giornale “tipo l’Opinione”, la testata ‘cavouriana’ diretta da Diaconale che da sempre dedica ampio spazio al dibattito sulla/della massoneria italiana. Massoneria che, nella vicenda Mokbel viene citata più volte, a partire da quella telefonata del 25 luglio 2007, quando Gennaro dice ad un amico: «Alle 4 e mezzo aspetto un 33˚ grado». In gergo massonico è il più alto.
Dunque politica, istituzioni, società fittizie e non, eversione fascista e massoneria, oltre che i soliti servizi segreti deviati. Ma nella vicenda Mokbel c’è anche dell’altro, c’è la malavita organizzata calabrese ed i rapporti con personaggi della storica mala romana: la famosa banda della Magliana.
Ed è proprio quell’Antonio D’Inzillo, arrestato nel 1994 con l’amico Mokbel (un sms del 14 maggio 2005 inviato da una cabina telefonica pubblica alla moglie Ricci, dice: «Mokbel finanzia in Africa la latitanza di A. D’Inzillo»), ex appartenente della “bandaccia” e anche lui immerso fino al collo nelle scorribande dell’estrema destra capitolina, che ci serve da “aggancio” per l’altra vicenda: il misterioso omicidio Fragalà.
Il pestaggio per eliminare i “traditori”
Dalla storia di D’Inzillo, responsabile tra l’altro dell’eliminazione del boss Enrico De Pedis, detto “Renatino”, D’Inzillo ancora oggi ricercato nonostante la presunta morte in latitanza, estraiamo un frammento di vita. Uno stralcio di passato che richiama alla mente la più stretta attualità.
Arrestato a soli sedici anni (è il 1979) per il coinvolgimento nell’omicidio, per altro sfociato in un tragico equivoco, dell’avvocato “traditore” Giorgio Arcangeli, in questura D’Inzillo scoppia a piangere e vuota il sacco. Anche in questa vicenda, Giusva Fioravanti è un protagonista di primo piano. La settimana prima di quel 17 dicembre 1979, in cui a morire è un innocente Antonio Leandri, scambiato per l’avvocato, D’Inzillo e Bruno Mariani (altro esponente dell’estrema destra capitolina) avevano aspettato per più di un’ora Giorgio Arcangeli in strada, con l’obiettivo di pestarlo, salvo il fatto che poi i piani erano cambiati.
‘Pestaggio’, una modalità di eliminazione dei “traditori” che poco si confà alle pratiche mafiose.
Di brutale ‘pestaggio’, forse con un bastone di legno, muore dopo tre giorni di agonia il consigliere comunale e noto avvocato palermitano Enzo Fragalà. Lui, da sempre esponente della destra parlamentare, nel 1994 diventa deputato alla Camera, così come nel '96 e nel 2001, sempre nei banchi di Alleanza Nazionale. Poi nel 2006 la mancata ricandidatura e il declassamento nel 2007 a semplice consigliere comunale a Palermo con il Pdl, forse anche a causa del naufragio di quella commissione Mitrokhin di cui Fragalà è uno dei principali animatori.
Il ruolo dell’avvocato nella commissione Mitrokhin
Come avvocato difende da sempre i "camerati" finiti nelle maglie della giustizia per le stragi e gli attentati degli anni di piombo, tra i quali quel Carlo Cicuttini, condannato per la strage di Peteano. Ma soprattutto concentra la sua attività politico-forense nel dimostrare l’innocenza della ‘coppia nera’ in merito alla strage di Bologna. Tornano, dunque, in ballo ancora una volta Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Attorno a questa strage, come era già avvenuto per la Strage di piazza Fontana nel 1969, si sviluppano affermazioni, controaffermazioni, piste vere e false. Fragalà ha una sua “verità” sulla tragedia e si batte per la riapertura del processo per i due ex Nar.
Lo fa nell’ambito della commissione Mitrokhin, in cui lui è capogruppo di Alleanza Nazionale, e lo fa in Aula con numerose interpellanze e atti. Il tutto si chiude nel nulla e Mambro e Fioravanti torneranno liberi, ma da colpevoli. Fragalà tornerà, invece, nella sua città, lasciando Montecitorio per la sala consiliare di Palermo.
Il penalista viene, dunque, pestato a morte da un uomo incappucciato. Dell’eversione nera, di cui Fragalà si è occupato lungamente, si torna a parlare proprio in quelle stesse ore, in relazione ad un tale Mokbel, presunto riciclatore di grandi fortune e contiguo da sempre agli ambienti neofascisti.
Mokbel si vanta al telefono di aver liberato gli amici Giusva e Francesca. Fragalà non c’era riuscito.

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