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venerdì 16 aprile 2010

La resistenza di Padre Zanotelli:"Fermi li portate in un lager"

Il padre comboniano e la protesta: "Sono bambini, dovrete passare su di me"
Riccio e la Iervolino abbandonano la manifestazione "Non c'è niente da fare"

di STELLA CERVASIO
 
"Sono bambini. Li state mandando in un lager. Dovete passare su di me". Ma la furia di chi obbedisce al governo e alla legge che punisce gli immigrati non risparmia neanche un uomo di chiesa, padre Alex Zanotelli. Pur di far partire in fretta in una camionetta i nove africani della "Vera D.", pur di chiudere la questione che ha agitato il porto di Napoli e le coscienze nell'ultima settimana, senza il minimo rispetto hanno buttato a terra persino il sacerdote che difende i diritti civili e si prodiga per l'umanità. Sta bene, il paladino di chi non ha voce e lotta per sopravvivere, ma è tornato a casa addolorato, come chi ha sostenuto una battaglia persa.

Intorno alle 21 la protesta era davanti ai garage della questura in via dei Fiorentini: "Siamo tutti clandestini" gridavano i manifestanti. Organizzazioni umanitarie, centri sociali, la Cgil con Jamal Quoddorack che hanno seguito dall'inizio la vicenda. L'assessore Giulio Riccio e il sindaco Iervolino vanno via aprendo le braccia: "Non c'è niente da fare". Ma Zanotelli resta, con i suoi collaboratori, tra i quali Felicetta Parisi, che è in lacrime. "Li abbiamo visti, li abbiamo visti bene, erano vicino a noi - piange - non c'è alcun dubbio che sono minorenni", riferendosi alla querelle sull'età dei cinque clandestini più giovani, tre dei quali erano stati giudicati maggiorenni dall'ospedale dove erano stati visitati. "Anche secondo il parere dei medici ospedalieri l'età scheletrica era intorno ai 18 anni - dice ancora Parisi - ma ci sono due anni di scarto in quell'analisi. Me ne assumo io la responsabilità. Sono un medico, un pediatra: erano minori. Li hanno spediti in un lager. Questa è una ignominia, una vergogna, viviamo l'epoca della disumanità".

Padre Zanotelli ha salito le scale della questura ed è tornato indietro poco dopo amareggiato: "Non c'è niente da fare, li portano via". Intanto i celerini si radunavano sotto il palazzo. "Dopo ore di trattative, di promesse, all'improvviso è arrivata la celere e abbiamo capito che li avrebbero portati a Brindisi - dice il sacerdote - Eppure c'era la richiesta di asilo politico, il Comune aveva trovato per loro una sistemazione". Zanotelli viene accompagnato dai collaboratori, a proseguire nel racconto è Felicetta Parisi: "Quando Alex è sceso noi ci siamo messi davanti al garage da dove doveva uscire la camionetta - dice - Zanotelli voleva stendersi per terra, voleva protestare contro questo sopruso. E ha detto ai poliziotti: "Nessuno ha chiesto a questa gente che cosa ha fatto nell'ultimo mese, come ha vissuto, di che cosa ha bisogno. È una vergogna. Per me potete passare sul mio corpo, prima di prenderli". Allora è scoppiato un tafferuglio, i poliziotti si sono lanciati verso di noi e Alex è stato scaraventato per terra".

I collaboratori del sacerdote, indignati, denunciano: "Per ore la questura ha portato avanti quello che sembrava un dialogo. Era falso. Per la prima volta Napoli, la città dell'accoglienza e dell'umanità, si è macchiata della strage degli innocenti. Lo sanno tutti i Cie sono dei lager"

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Napoli: I rifugiati della "Vera D". Una breve ricostruzione. Fino ad ora..


Mercoledì 7 aprile approda al molo Bausan (San Giovanni a Teduccio - Na) una nave per container, la "Vera D".
Il Cargo è una microfisica della globalizzazione: batte bandiera liberiana, è di proprietà tedesca, comandante russo, committente israeliano, marinai filippini e... "clandestini" ghanesi e africani!
Una volta nel porto infatti il comandante annuncia di aver scoperto a bordo nove ragazzi africani che si sarebbero imbarcati candestinamente al porto di Abidjan, nascondendosi dentro i Container (la nave ne trasporta fino a 3000). Difficile sapere se il comandante della Vera D sia stato davvero sorpreso oppure abbia avuto un moto di coscienza. Voci assolutamente diffuse e altrettanto pavide, garantiscono che la prassi infatti è "buttare a mare i clandestini"! Magari non lontano dalla costa, magari con dei contenitori di plastica per galleggiare un pò, magari con un pò d'acqua. E buona fortuna...! vita o morte.
DI certo per l'armatore quelle presenze sono una iattura: il blocco nel porto causa una perdita di almeno mezzo milione di euro, tra costo di gesione della nave e rimborsi per i danni procurati all'interruzione dell'attività dei moli.
Il comandante sostiene che non può continuare a navigare, perchè non ha più il numero legale per viaggiare in sicurezza... e chiede che sia il governo Italiano a prendersi cura dei ragazzi, tra cui sei hanno dichiarato la minore età. Sarebbe la cosa più ovvia, ma la linea della Questura è un'altra in questi casi: agire rapidamente nel silenzio e nell'omertà, notificare un frettoloso decreto di respingimento senza alcuna verifica della situazione e senza comunicare ai migranti il loro diritto di chiedere protezione umanitaria, senza nemmeno l'interprete. E imporre alla nave di riportare i profughi da qualche altra parte...
E' la "linea Lampedusa", che il ministro Maroni ha imposto da oltre un anno: respingimenti direttamente in mare, in spregio e in violazione sostanziale di qualunque diritto d'asilo e di tutela dei minori e delle persone in genere.

E' solo la protesta dei portuali per il blocco delle attività lavorative che lunedi 11 aprile rende finalmente pubblica la presenza dei nove a bordo e cambia le carte in tavola.
La mobilitazione antirazzista vede l'attivarsi di sinergie composite: decine di attivisti dei movimenti cominciano a picchettare la nave (intanto spostata al Varco Pisacane), si attivano i sindacati, lo stesso Comune e qualche parlamentare.
La pressione spinge la questura a qualche mossa di copertura. Improvvisamente scopre che è il caso di verificare la minore età di tre ragazzi fatti scendere solo per permettere alla nave di manovrare. L'esame biometrico del polso, un'analisi scarsamente attendibile che resiste solo in Italia ed ha oltre due anni di incertezza, stabilisce che i minori sarebbero in realtà degli "anziani camuffati"... malgrado, per alcuni di loro, l'evidenza del contrario risulti lampante agli occhi (e in fotografia). Ricordiamo anche che "nel dubbio" la legge impone ovviamente di favorire l'ipotesi di tutela.

Tutto il comportamento della Questura in realtà presenta numerose approssimazioni, contraddizioni e ambiguità, con gravi responsabilità di mancata tutela dei rifugiati e dei minori:

1) Riproduce la diffusa prassi dei decreti di respingimento rilasciati in automatico prima di verificare la posizione e l'eventuale richiesta di protezione dei profughi. Se sono respinti nessuno se ne accorgerà e, in caso contrario, sarà comunque un escamotage per permettere il trattenimento nei CIE.

2) Il decreto di respingimento viene emanato il 7 aprile, ma solo l'11, quando tutto è diventato pubblico, si comincia a "verificare" se ci sono minorenni.. un ribaltamento di procedura che mette l'ospedale nella condizione di "accreditare" una verità già scritta.. In pratica il 7 aprile la polizia commette un palese illecito perchè respinge formalmente almeno sei persone che risultano minorenni secondo i dati anagrafici che essa stessa ha raccolto. Senza fare nessun accertamento! E poi quando si accende l'attenzione mediatica si cautela con degli esami in cui chiaramente l'ospedale è messo in condizione di dover giustificare un operato palesemente illegittimo delle forze dell'ordine...

3) Dopo l'esame di appena tre dei sei ragazzi, la Questura dichiara con incomprensibile certezza che "non ci sono minorenni a bordo". Di fronte al crescere della pressione, la linea è comunque di negare tutto, magari pure qualche evidenza clamorosa.

La pressione degli antirazzisti raccoglie un importante risultato la sera di lunedi: una delegazione di tre persone, compreso l'avvocato del CIR (centro italiano rifugiati) riesce a salire sulla nave e ad incontrare i migranti, che esplicitano tutti per iscritto la propria volontà di chiedere asilo politico. In sei ribadiscono il dato anagrafico della loro minore età.
Mentre due esposti sono presentati alla stessa Questura e alla Procura della Repubblica (specie per la mancata protezione dei minorenni) gli antirazzisti presidiano la nave tutta la notte, temendo un colpo di mano con la partenza della stessa.
Finalmente la mattina di mercoledì i funzionari dell'ufficio stranieri arrivano a raccogliere la formalizzazione della richiesta di protezione e i rifugiati lasciano la nave. Lo impone quello che resta del diritto di asilo in Italia ed è però una delle pochissime volte che accade da molto tempo.

Per questo si pone comunque la necessità di dare un segnale di durezza in linea con le politiche ideologiche e xenofobe del ministro Maroni. Così, malgrado venga formalizzata pubblicamente la possibilità di accogliere tutti e nove i profughi nelle strutture di accoglienza comunali, il Questore dopo molto tracheggiare e tanta ipocrisia decide di adeguarsi pavidamente alla linea del Viminale: comunica che i nove profughi della "VeraD" dovranno aspettare la valutazione della "Commissione rifugiati" in condizione di trattenimento nel CIE di Brindisi. Del resto questa è la prassi becera seguita in quasi tutti i casi analoghi da un pò di tempo. Secondo le autorità napoletane non si pone nemmeno il problema di tutela dei minori, perchè "l'ospedale ha accertato che nessuno lo è"...

Alle dieci di sera di mercoledi viene perciò disposta la deportazione a Brindisi. Un presidio di quasi un centinaio di antirazzisti si è ricostruito fuori "l'ufficio stranieri" nella periferia orientale della città e blocca le uscite. La polizia carica...

Il nostro sostegno ai rifugiati della "Vera D" però continua e oltre alle attività degli avvocati, che impugneranno i provvedimenti di trattenimento, per le loro evidenti lacune e contraddizioni, presto l'iniziativa riprenderà. Magari a Brindisi..

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giovedì 15 aprile 2010

Una storia di legalità punita


Riceviamo sottoscriviamo e pubblichiamo, con invito a firmare e far girare l'appello

Questa è una storia di legalità punita. La storia di datori di lavoro italiani e lavoratori immigrati presi in giro per aver avuto fiducia in una legge dello Stato, stabilizzato un lavoro sommerso, dichiarato la loro situazione a prefetture e questure, e per aver pensato infine che la legge fosse uguale per tutti.

Parliamo della “sanatoria” dei cittadini stranieri, anche se questo nome è improprio perché richiama alla mente condoni offerti ex post a chi, in un modo o nell’altro, ha fatto il furbo. Nel nostro caso, invece, non è di furbi che si tratta, ma di lavoratori onesti a cui è stata offerta la possibilità di vivere alla luce del sole. Non dimentichiamo nemmeno la natura discriminatoria del provvedimento, che ha sanato la posizione solo di chi lavorava nelle nostre case o assisteva i nostri anziani, lasciando costretti allo sfruttamento e alla clandestinità i dipendenti dell’industria e dell’agricoltura: l’ennesima bizzarria tutta italiana alla quale, purtroppo, ci siamo da tempo assuefatti.

            La regolarizzazione riguardava, come è ovvio, persone che erano prive del permesso di soggiorno prevedendo che non potessero regolarizzarsi  solo gli stranieri che erano stati espulsi per gravi ragioni di ordine pubblico e sicurezza e che avevano commesso reati penali di una certa rilevanza. Così, di fronte all'apertura di un percorso di legalità, lavoratori e datori di lavoro sono “emersi”, hanno riempito moduli e dichiarazioni, pagato quanto dovuto (nelle casse dello Stato sono entrati 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche da bollo), convinti di ristabilire così almeno una piccola fetta di legalità.

Alla fine della procedura, ovvero al momento di consentire allo straniero che aveva fatto la regolarizzazione di ottenere l'agognato permesso di soggiorno, ecco che, dopo diverse settimane di  grave confusione, con applicazioni della legge totalmente diverse tra le varie città,  interviene la novità, contenuta in una “circolare interpretativa” della polizia: è vero, vi si sostiene, che la sanatoria regolarizza i clandestini, purché però gli interessati non siano “troppo” clandestini; via libera alla regolarizzazione di coloro che hanno ricevuto un solo decreto di espulsione; niente da fare invece per coloro che di decreti di espulsione ne hanno ricevuto più di uno; anche se sono emersi, anche se  quanto dovuto è stato pagato, anche se hanno un lavoro, una casa, una identità. Secondo la citata interpretazione, la disobbedienza all'ordine di espulsione ripetuta più volte (considerata reato penale dalla legge sull’immigrazione) equivarrebbe, come gravità, a reati che la legge prevede come ostativi alla regolarizzazione quali ad esempio truffa, fabbricazione di esplosivi, furto aggravato, lesione personale etc.
           
L'interpretazione sopra proposta ci colpisce profondamente, perché riteniamo operi uno stravolgimento della legge determinando una situazione non rispettosa dei principi di uguaglianza, ragionevolezza e non discriminazione che sono alla base del nostro vivere civile e del nostro ordinamento costituzionale. Come persone che credono in uno stato di diritto siamo infatti allarmati se chi è rimasto a vivere nel nostro Paese senza un documento di soggiorno viene messo sullo stesso piano di consumati criminali.

            Riteniamo che si debba evitare di generare un autentico circolo vizioso, visto che lo scopo della norma era proprio quella di regolarizzare chi era rimasto senza documenti di soggiorno, e che non ha alcun senso distinguere tra coloro che erano stato espulsi (sulla carta) una sola volta da coloro che lo sono stati (sempre sulla carta) più volte.  Come possiamo non vedere che questa differenza tra situazioni identiche è del tutto casuale ed è legata alla maggiore visibilità di alcuni rispetto ad altri a causa del colore della pelle o alla povertà?

Come possiamo non notare che tutta questa vicenda ha il sapore di una beffa nei confronti di chi- lavoratori e datori di lavoro- ha creduto nella legalità, aderendo alla regolarizzazione? Come possiamo tacere, se il messaggio che emerge è che fidarsi delle autorità è sciocco, che conviene sempre rimanere invisibili, far lavorare in nero, non pagare le tasse, in nome della convinzione tutta italiana che sia l’illegalità a premiare?

Riteniamo che in questa storia sia possibile vedere uno dei tanti segni del degrado etico che sta investendo il nostro paese, sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti. Constatiamo allarmati la diffusione di norme e prassi che, facendo leva sulla paura, riservano solo agli stranieri dei trattamenti di estrema durezza, mentre molte illegalità gravi e diffuse che scuotono il Paese vengono apertamente tollerate.

            Auspichiamo quindi che anche in questa piccola ma illuminante vicenda - che riguarda le persone che accudiscono i nostri anziani e puliscono le nostre case - alla fine prevalgano ragionevolezza e giustizia, ed è con questo spirito che ci rivolgiamo alle autorità e a tutti i cittadini e attendiamo fiduciosi le decisioni della Magistratura.

            Affinché non sia una storia di legalità  punita.
                          
             (Girare e firmare è importante per molte persone, Grazie)

PER FIRMARE L'APPELLO http://www.firmiamo.it/sanatoriatruffa2009/  

VIDEO DI MONO OVADIA




 
Le prime Firme:
-Sergia Adamo – ricercatrice Università di Trieste
-Daniela Antoni - Cobas Scuola Trieste
-Simona Baldanzi – scrittrice
-don Albino Bizzotto - Beati I Costruttori Di Pace
-Silva Bon – storica
-Maria Bonafede - moderatora della Chiesa Valdese – Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste in Italia.
-Giovanna Botteri - corrispondente Rai per il NordAmerica
-Antonella Bukovac – poetessa
-Alberto Burgio – docente Università di Bologna
-Paolo Cacciari – giornalista
-Fulvio Camerini – medico
-Gianfranco Carbone – avvocato
-Massimo Carlotto – scrittore
-Pierluigi Celli - direttore LUISS (libera università degli studi Guido Carli)
-Michel Charbonnier – pastore della Chiesa Valdese di Trieste
-don Luigi Ciotti - Gruppo Abele e Libera
-Massimo Cirri - autore teatrale, psicologo, conduttore della trasmissione radiofonica "Caterpillar"   Radio 2
-Walter Citti – responsabile sezione FVG ASGI-Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
-Roberta Colacino – attrice
-Daria Colombo – scrittrice
-Comunità Valdese di Trieste
-Coordinamento donne contro il razzismo della Casa internazionale delle donne di Roma
-Mauro Covacich – scrittore
-Alessandro Dal Lago – docente Università di Genova
-don Pierluigi Di Piazza - presidente Centro Balducci
-Valerio Evangelisti – scrittore
-Liliana Ferrari – docente Università di Trieste
-Dario Fo – attore, Premio Nobel per la letteratura
-Gianluca Gabrielli - storico del razzismo
-Fabrizio Gatti – giornalista
-Franco Giraldi - regista
-Vincenzo Guerrizio - giornalista televisivo RAI ("Presa diretta" – RAI3)
-Irma Guzman- mediatrice culturale
-Margherita Hack - astrofisica
-Veit Heinichen – scrittore
-Riccardo Iacona - giornalista televisivo RAI ("Presa diretta" – RAI3)
-Anna Illy – imprenditrice
-Roberto Lamacchia - presidente Associazione Giuristi democratici
-Domenico Lucano - Sindaco di Riace
-Claudio Magris – scrittore
-Maria Luisa Matero – avvocato
-Moreno Miorelli - organizzatore della Stazione di Topolò.
-Sabrina Morena - regista
-Grazia Naletto – ricercatrice, vicepresidente Associazione Lunaria
-Moni Ovadia - attore, cantante, compositore
-Boris Pahor – scrittore
-Bojana Pavicevic – mediatrice culturale
-Giorgio Pellis – medico
-Vincenza Perilli – ricercatrice
-Maurizio Pessato - amministratore delegato SWG spa
-Carmela Pignato - docente Università di Trieste
-Ugo Pierri – pittore
-Donatella Pini – docente Università di Padova
-Rosella Pisciotta – Teatro Miela/Bonawentura
-Giorgio Pressburger - scrittore e regista
-Franca Rame – attrice
-Melita Richter – mediatrice culturale, docente Università di Trieste
-Annamaria Rivera – antropologa, saggista, docente dell'Università di Bari
-PierAldo Rovatti – docente Università di Trieste
-Pino Roveredo – scrittore
-Paolo Rumiz – scrittore, giornalista
-padre Antonio Santini – Beati i Costruttori di Pace
-Chiara Sasso - coordinatrice Rete comuni solidali
-Gianfranco Schiavone – presidente ICS-Consorzio Italiano di Solidarietà
-Filippo Solibello - autore, conduttore della trasmissione radiofonica "Caterpillar" Radio 2
-Marco Sofianopulo - compositore, direttore della Cappella Civica del comune di Trieste
-Marina Spaccini – medico
-Pierluigi Sullo – direttore della rivista CARTA
-Gino Strada – chirurgo, fondatore di Emergency
-Susanna Tamaro – scrittrice
-Giorgio Tambulini – medico
-Ciro Tarantino - ricercatore Università della Calabria
-Giuseppe Trebbi - docente Università di Trieste
-Lorenzo Trucco –  presidente nazionale ASGI-Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
-Edvino Ugolini – poeta
-Viviana Valente - giornalista
-Gabriella Valera – docente Università di Trieste
-don Mario Vatta – Comunità di S. Martino al Campo
-Claudio Venza – docente Università di Trieste
-Roberto Vecchioni – cantante
-Roberto Weber - presidente SWG spa
-Claudio Zaccaria – docente e direttore del CISEM Università di Trieste
-Maurizio Zacchigna – attore
-Alex Zanotelli – missionario comboniano
-Anna Zoppellari – docente Università di Trieste
-Nazarena Zorzella - vice presidente ASG

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mercoledì 14 aprile 2010

Immigrati, Lega: impiegati in pronto soccorso Friuli per denunciare clandestini


Roma - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - "Se i medici non possono segnalare - spiega Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, all'ADNKRONOS SALUTE - non vedo perche' i clandestini debbano continuare a raggirare leggi di Stato, spadroneggiando sul territorio"

Personale amministrativo nei Pronto soccorso per segnalare alle autorita' competenti gli immigrati clandestini che vanno a farsi curare. E' quanto chiedera', con un'apposita mozione, il gruppo della Lega Nord del Friuli Venezia Giulia alla Giunta regionale. Una richiesta che ricorda l'emendamento del Carroccio, finito al centro delle polemiche prima di essere abrogato, per l'abolizione del principio di non segnalazione alle autorita' per gli immigrati irregolari che si rivolgono al Servizio sanitario nazionale.

"Se i medici non possono segnalare - spiega Danilo Narduzzi, capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, all'ADNKRONOS SALUTE - non vedo perche' i clandestini debbano continuare a raggirare leggi di Stato, spadroneggiando sul territorio".

Narduzzi, gia' noto alle cronache nazionali per aver proposto la regionalizzazione delle graduatorie degli insegnanti, precisa che, stando almeno alla mozione leghista, "gli immigrati irregolari continueranno ad essere curati negli ospedali della nostra Regione, ma - puntualizza - il personale amministrativo a cui non verranno consegnati documenti d'identita' e tessera sanitaria, dopo aver inviato il paziente dal medico, provvedera' a segnalare la 'mancanza' alle autorita' competenti".



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mercoledì 7 aprile 2010

Dove il kebab fa più paura della lupara


Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti a Milano. Anche senza mandato, per individuare i "clandestini". Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L'ordinanza "antidegrado" per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d'origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i "centri massaggi" il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti Atm italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.
Curiosamente il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in Padania ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. È chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d'Italia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla 'ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco.
«Si ammazzano tra loro?». Non è così semplice. Secondo la procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli, a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell'omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d'estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto non alle falde dell'Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della cosiddetta "Padania". Il settimanale l'Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d'urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

Se sei nero cambia tutto
La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L'attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l'ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.
Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro - Buccinasco - viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centrosinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell'approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ad Adro (Brescia), c'è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l'attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l'elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il "White Christmas" di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La mafia non esiste
Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto "Ombre nella nebbia", Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero. Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all'alba. L'operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un "mercato a cielo aperto" con un giro d'affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della "Padania", la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi). Le "profezie" sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell'Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai "grandi eventi". Le cosiddette "infiltrazioni" mafiose nei cantieri Tav del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

Leggi criminogene
È facile diventare "clandestino" al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell'irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell'illegalità e creare maggiore insicurezza.
La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l'arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall'altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.
La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L'unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castelvolturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare - con viltà - paure e incertezze sui più deboli. Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne - quasi sempre ex prostitute - che hanno denunciato i loro aguzzini nell'ambito dei programmi dell'articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.


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Gli stranieri a punti a scuola d'italiano


Fiore all'occhiello della Lega trionfante, arriva il "permesso a punti". Un percorso a ostacoli per restare in Italia. Tra i principali, la conoscenza della lingua, al cui insegnamento però si tagliano i fondi. Ma proprio sulla base del permesso a punti si può esigere dalla politica centrale e locale un investimento sui corsi per gli immigrati
E’ in dirittura d’arrivo, assicura il ministro Maroni, il “permesso a punti”. Il dispositivo previsto dal pacchetto sicurezza per cui lo straniero che chiede il permesso di soggiorno si impegna, al termine dei due anni di validità, a dimostrare non solo di avere un lavoro e di non aver commesso reati, ma anche di essere iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, di essere titolare di un regolare contratto abitativo, di conoscere la Costituzione e la lingua italiana. Con un meccanismo, come a scuola, di crediti e debiti che contribuiranno variamente al raggiungimento di 30 fatidici punti. Va da sé che, in caso contrario, è prevista l’espulsione amministrativa.
Tra breve, dunque, non basteranno più le forti contrarietà o i commenti indignati prevalsi finora a sinistra. Sebbene ci siano ottime ragioni per ritenere che nel dispositivo ci sia più l’intenzione di imporre ulteriori ostacoli sulla via della regolarizzazione che l’avvio di lungimiranti politiche di integrazione, chi di immigrazione e di immigrati si occupa concretamente sa che la lunghezza d’onda deve essere un’altra: diversa ma non meno “politica” della prima. Che occorre soprattutto costruire, e su diversi versanti, le condizioni e gli strumenti perché quell’intenzione possa venire vanificata o almeno contrastata. La politica, del resto, non può vivere di sole denunce.

Spicca, tra i temi da mettere finalmente a fuoco, quello delle opportunità offerte agli stranieri per acquisire una competenza linguistica. Spicca, anche indipendentemente dall’urgenza imposta dal dispositivo, per la sua portata strategica nelle politiche di integrazione. La conoscenza della lingua italiana, per i migranti, non è solo uno strumento indispensabile di inserimento sociale (lavoro, fruizione di servizi, coscienza dei diritti e dei doveri, rapporti con la burocrazia eccetera). E’ anche il primo essenziale elemento di inclusione, di interazione fra culture, di armonizzazione delle diversità. Condizione di uscita dalla minorità, strada obbligata per conoscere la cultura del paese di approdo (anche la Costituzione) e per essere riconosciuti come sua componente vitale. Ma in età adulta una buona competenza linguistica di solito non si acquisisce senza il sostegno di un apprendimento strutturato. E non sempre questo bisogno è avvertito da tutti e immediatamente. In molti casi, gli immigrati vivono una fase iniziale più o meno lunga di precarietà in cui l’unica possibilità di sopravvivere sono catene parentali, di familiari o connazionali, utilissime per agevolare l’inserimento ma in cui non si parla italiano. Sono molto diffuse anche le situazioni in cui sono prestazioni lavorative che non obbligano a disporre di strumenti linguistici complessi a ritardare l’esigenza di acquisirli, mentre non è rara, soprattutto per chi ha vissuto traumi particolari nell’abbandono della propria terra o vicissitudini particolarmente tormentate di viaggio, una vera e propria impossibilità psicologica di andare oltre parole e formule di una comunicazione povera e approssimativa. Sono tanti gli stranieri che approdano ai corsi di italiano per principianti anche dopo cinque o sei anni dall’arrivo in Italia. Ma, prima o poi, il bisogno si manifesta. Per migliorare le proprie condizioni; spesso, quando nascono figli che parleranno un’altra lingua; sempre, quando usciti dalla precarietà e dall’emergenza si decide che è qui che si vuole rimanere, che questo è il nuovo paese. Ma intanto, per anni, ci si è accontentati di un’”interlingua” che evolve a fatica, o che addirittura si blocca a un certo livello senza possibili miglioramenti. C’è anche questo dietro ai ritardi scolastici (dai 12 punti in più rispetto agli italiani nella scuola primaria fino ai 40 punti nella scuola secondaria superiore ) di tanti studenti di provenienza straniera. Anche se nati in Italia, e soprattutto se tra i 3 e i 5 anni non hanno frequentato la scuola dell’infanzia.

La sottovalutazione che c’è stata finora di questo problema è, con tutta evidenza, figlia di politiche sull’immigrazione che non hanno messo al centro l’integrazione. Ed è soprattutto per questo - perché si legge ad occhio nudo lo scarto tra quello che finora il paese ha offerto e l’entità della domanda espressa e non espressa - che oggi la richiesta agli stranieri di esibire una competenza linguistica ha l’aspetto di una pretesa assurda o motivata unicamente da cattive intenzioni. Ma - ex malo bonum? - si dovrà provare a utilizzare proprio quella pretesa per cambiare la situazione. Per ottenere attività formative gratuite adeguate per numero, diffusione territoriale, qualità, accessibilità. Non è facile. Al momento non solo non è stato precisato quale competenza linguistica sarà richiesta (il framework europeo delle lingue prevede 6 livelli, ed è solo al terzo che si colloca un italiano di “soglia”), ma l’unico segno di investimenti in questa direzione è dato dal recente avvio di qualche progetto finanziato dal ministero degli interni per una prima formazione linguistica di poche migliaia di stranieri. A Roma, dove sono state coinvolte tramite l’Università per stranieri di Perugia sia le scuole pubbliche per adulti (i Centri Territoriali per l’educazione permanente) sia le scuole del volontariato religioso e laico, le ore di formazione finanziate sono al massimo 70, mentre un corso per principianti richiede almeno 100-120 ore, e le certificazioni finali riguardano solo i primi due livelli di competenza linguistica, quelli di “primo impatto ” e di “sopravvivenza “. I destinatari, del resto, non sono più di 1.500. Anche per il “permesso a punti”, dunque, si confermano per il momento le caratteristiche tradizionali delle nostre politiche per l’immigrazione, sempre di tipo emergenziale, sempre oscillanti tra interventi di assistenza e atti di controllo o di respingimento, sempre più spesso mirate a generare una cultura sociale di diffidenza e di rifiuto prima e più che percorsi virtuosi di accoglienza e inserimento. Inquieta, inoltre, che le sole strutture pubbliche che finora si sono fatte carico, spesso con intelligenza sociale e buona strumentazione professionale dell’insegnamento dell’italiano lingua 2, cioè i Centri Territoriali per l’educazione permanente (circa 200.000 iscritti stranieri l’anno), saranno tra breve “regolamentati” in modo da restringere fortemente e forse da eliminare del tutto le attività formative non riconducibili ai percorsi di istruzione finalizzati ai titoli di studio. Quindi proprio i corsi liberi, brevi, flessibili cui hanno avuto finora accesso gli stranieri. Una decisione ministeriale in netta controtendenza rispetto ai nuovi bisogni. Di cui però la discussione della sinistra politica sulla scuola, al momento, non sembra essersi accorta.

Ma a quanto ammonta la domanda di apprendimento dell’italiano lingua 2? Non esistono, al momento, rilevazioni ufficiali. A Roma, dove gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 300.000, è stata la Rete delle scuole migranti del volontariato a costruire, accanto a un censimento dell’offerta, una prima simulazione della domanda. Indicatori sono i dati di flusso (circa 20.000 soggiornanti in più l’anno), il numero dei titoli di soggiorno rilasciati dalla Questura (circa 100.000 nel 2008 tra nuovi rilasci, rinnovi, rifugiati, accolti per motivi umanitari), l’effetto-accumulo di quanti, in Italia da anni, non hanno mai frequentato corsi e sono probabilmente in possesso di strumenti linguistici solo rudimentali. Stimando una domanda annuale superiore alle 30.000 unità, la Rete è stata probabilmente assai prudente. E a che punto sta l’offerta? Nell’anno 2008-2009 i Ctp, struttura portante di quella pubblica, hanno intercettato 6.747 stranieri. L’Upter, la più importante Università popolare di Roma che fa corsi a pagamento ma con costi modesti, 250. Le associazioni di volontariato, 6417. Se anche a tutto ciò si aggiungessero le attività formative, dal peso difficilmente stimabile, messe in campo da organizzazioni sindacali, parrocchie, centri sociali, resterebbe pur sempre uno scarto negativo assai ampio, di oltre il 50%, tra offerta e domanda. Come si pensa, dunque, di sviluppare coerentemente con quanto prescrive il “permesso a punti” le opportunità di formazione linguistica per gli stranieri immigrati e di assicurare le attività di certificazione formale delle competenze? Se sul lato dei Ctp è del tutto improbabile un incremento per via ordinaria dei corsi di italiano lingua 2 sia per gli effetti del nuovo regolamento sia per la politica di restrizione degli organici del duo Tremonti-Gelmini, anche su quello delle scuole del volontariato ci sono problemi: gli insegnanti che lavorano a titolo gratuito non mancano e potrebbero anzi moltiplicarsi, ma a mancare sono spazi e aule che consentano corsi su tutta la durata della giornata e per tutta la settimana (è difficilissimo ottenerne anche nelle scuole inutilizzate il pomeriggio), risorse per i libri e il materiale didattico così come per la formazione specialistica dei docenti. Quella che però manca di più, al momento, è la risorsa della politica. A livello nazionale e anche nei livelli locali, con differenze solitamente non molto significative tra governi territoriali di centrosinistra o di centrodestra. E’ questo il punto.

da sbilanciamoci.info


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mercoledì 31 marzo 2010

RIVOLTA AL C.I.E. DI PONTE GALERIA


ANCORA FIAMME NEL C.I.E. DI PONTE GALERIA
«Un casino della madonna!»
A mezzanotte del 30 marzo arriva questo sms da uno dei reclusi del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Da un’ora è scoppiata una rivolta: i materassi bruciano e ci sono due grossi fuochi che si alzano arrivando fino all’infermeria. Alcuni reclusi sono saliti sul tetto e altri hanno spaccato tre o quattro porte di ferro e hanno quasi raggiunto il muro di cinta. Tutto il centro è pieno di polizia: sono dappertutto -in tenuta antisommossa, con manganelli, scudi e caschi. Intorno all’una e venti si sentono anche degli spari.
Il bilancio della rivolta è di 200.000 euro di danni al c.i.e., impianto idraulico ed elettrico fuori uso, 4 evasi, un numero imprecisato di reclusi/e trasferiti/e in altri centri e 17 arrestati che verranno processati in direttissima il 31 marzo.
In quest'ultimo mese, a partire dal primo marzo, in concomitanza con il passaggio della gestione dalla croce rossa ad auxilium, i/le reclusi/e hanno iniziato l'ennesimo sciopero della fame e dato vita a numerose rivolte, ribellandosi ai pestaggi subiti e ai soprusi imposti quotidianamente dagli aguzzini in divisa con la complicità delle associazioni che operano all'interno di questi campi di concentramento della democrazia.
Somministrazione di psicofarmaci, cibo avariato, assenza di cure sanitarie, pessime condizioni igieniche e stupri sono all'ordine del giorno, come pure gli atti di autolesionismo che esprimono la disperazione di chi è costretto a sei mesi di reclusione in un lager per il solo fatto di non possedere un documento.
da Indymedia
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domenica 14 marzo 2010

Immigrazione clandestina. L'Onu ammonisce l'Italia.

ROMA - Nel suo discorso alla Commissione diritti umani, del Senato della Repubblica, Navanethem Pillay, alto commissario ONU, ha chiaramente manifestato la sua preoccupazione “per le norme del pacchetto di sicurezza italiano che rendono l'immigrazione irregolare un'aggravante di reato”. È dallo scorso febbraio che il Consiglio delle Nazioni Unite ha preso in esame il comportamento dell’Italia in materia di immigrazione, arrivando addirittura ad ammonirla con ben 92 raccomandazioni.


Le note riguardano non solo il fenomeno immigratorio ma anche la discriminazione attuata nei confronti della comunità dei Rom e in ultimo la necessità di creare un’istituzione nazionale per i diritti umani.

“È mia convinzione che la tutela degli immigrati sia oggi una delle sfide più urgenti in materia di diritti umani. Perciò è di estrema importanza che, nel creare e applicare una legge, i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario mantengano un approccio all’immigrazione sensibile ai diritti umani, come elemento centrale della loro azione. Ciò è possibile assicurando che i diritti degli immigrati siano sostenuti in tutti gli stadi del processo migratorio, proteggendoli dalle violazioni e costringendo i responsabili di abusi a rendere conto delle loro azioni”, ha detto la Pillay, che ha richiamato le istituzioni italiane a una maggiore responsabilità nei confronti degli immigrati affinché non siano “attaccati e vilipesi”.

Secondo l'Alto commissario c'è una forte preoccupazione in seno all'Onu per la situazione dei migranti in mare: “Ho osservato che esseri umani abbandonati alle correnti non costituiscono un carico tossico e non dovrebbero pertanto essere trattati come tali (…) Voglio rammentare alle autorità competenti che il diritto d’asilo è tutelato dal diritto internazionale”.

La Pillay ha esortato in ultimo l'Italia ad aderire alla ratifica della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori emigranti e dei membri delle loro famiglie. Ma proprio oggi è la notizia che la prima sezione civile della Cassazione, smentendo una precedente sentenza che aveva evitato l'espulsione di un papà clandestino per tutelare “la salvaguardia del minore”, ha respinto un ricorso simile presentato da un irregolare albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori a carico. Per la Cassazione l'autorizzazione all'extracomunitario di restare in Italia nonostante l'espulsione può essere data solo per “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore”, tra cui non rientra il fatto di avere dei figli che frequentano la scuola. Questa non è considerata circostanza eccezionale “poiché la scolarizzazione dei minori fino al compimento dell'istruzione obbligatoria rappresenta un'esigenza ordinaria collegata al loro normale processo educativo-formativo”. Diversamente, si legge nella sentenza n. 5856, si “finirebbe col legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia”.

Secondo la Suprema Corte la necessità di garantire al minore il suo ordinario processo educativo, formativo o scolastico non può prevalere “al più generale interesse della tutela delle frontiere, che si esprime nelle esigenze di ordine pubblico che convalidano il decreto di espulsione”. 
tratto da Dazebao 

di Anna Ferrigno



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Razzismo di stato

Di:
silvano fantilli

Razzismo di Stato
 
L'ormai livello d'imbarbarimento politico della società italiana da una destra intollerante, xenofoba, liederistica e padronale per affari personali distruggono metodicamente lo strato sociale dando alito alle politiche militaresche leghiste a un ricco nord  chiuso su se stesso, sfruttando e abusando della clandestinità per sfruttare il disaggio e il cappio di una legge truffa che agevola i poteri forti e ai loro affari.
Il ricco nord intollerante, xenofobo ha permesso il radicamento di certe politiche barbariche che rende una società chiusa verso qualsiasi diversità culturale riducendo il tutto nella cultura del sospetto verso il solo essere straniero, il tutto non accettabile verso le nuove sfide globali dell'abbattimento di qualsiasi frontiera civile e culturale. Se poi sono i tribunali della Repubblica che iniziano a impostare schemi e steccati culturali d' intolleranza e di respingimento verso la divisione di famiglie con figli minorenni da ritenere già italiani essendo nati qui.
La società italiana è in primis la vera sinistra italiana, non  deve far permettere gli annidamenti di focolai di ottuse culture chiuse e destriste di tipo xenofobe e razziste, tenendo in considerazione le storie di ognuno di noi e di una parte consistente della società italiana che ha impostato la propria fortuna con le diverse migrazioni nel corso dei secoli.
Il sistema migratorio va affrontato con una mentalità aperta, e deve essere vista come ricchezza dell'occidente e non come pericolo, o di quale paura verso chi sa quale ruberia del nostro privato o quale profanazione del nostro sistema culturale, va affrontato invece in maniera matura e responsabile da tutto l'occidente e non chiudendo gli occhi e affidando questo patrimonio  di vite umane ad un ottuso mondo dittatoriale libico al solo scopo di allontanare il problema dalle nostre piccole realtà. Uscendo dalle logiche  di masse di clandestini create da un occidente chiuso in se stesso per proteggersi dalle masse migratorie dei paesi più poveri, ciò che noi abbiamo fatto prima che ormai è superato e dimenticato per comodità.  Visto come singoli individui, abitanti di questo pianeta con i stessi diritti di tutti noi e finalmente liberi di girare e muoversi per lavoro, per conoscenza o per divertimento senza inutili pezzi di carta per essere legittimati ad abitare in u  na città, bandire finalmente il termine clandestino solo perché viene da un' altra nazione da noi non gradita, la classe politica si riempie la bocca di politiche di integrazioni e di sistemi globalizzati e cosmici dopo di che fa il contrario di quello che dice.  

Fantilli Silvano        

giovedì 11 marzo 2010

Catania, reati etnici


Arrivano di corsa, urlando. Inseguono i senegalesi con le auto di servizio. Li scaraventano a forza nelle volanti. Chi ha i documenti in regola finisce ugualmente in Questura. Sono tante le segnalazioni di sequestri di merce senza verbale e multe fino a mille euro. Giocano a fare gli sceriffi, simulano una piccola guerra. Una camionetta della Polizia in pianta stabile all'imbocco di Corso. Retate quotidiane nelle ore di maggiore affollamento. Presidi in tenuta antisommossa. Inseguimenti e scontri fisici in pieno centro. Dallo scorso dicembre, a Catania i reati si perseguono su base rigorosamente etnica. La logica del "pacchetto sicurezza" è spesso ridicola, ma in alcuni contesti ancora di più. Per esempio, nelle città del Sud dove funzionari, politici e bottegai si illudono di essere in Padania e provano a fare i leghisti.
Gli effetti sono semplicemente grotteschi. A pochi metri di distanza gli italiani vendono di tutto, senza che nessuno indaghi su documenti in regola e provenienza. La merce contraffatta è frutto di circuiti mafiosi, ma è più comodo prendersela con l'ultimo anello della catena. In tutta la città si organizzano le corse clandestine dei cavalli, con tutto l'indotto di scommesse, macellazione clandestina, stalle abusive e logistica. Le indagini non sono complicatissime. Basta digitare su Youtube «corse cavalli Catania» e compaiono centinaia di video, come evidenziato dalla sezione palermitana di Repubblica.it. A "Tempesta", un purosangue imbattibile, hanno dedicato una canzone neomelodica. «A strada è 'a stessa 'i tante vote, quanti guaglioni ti currono appresso 'cu i motorini 'ppe te guardà...». Infatti sono centinaia le persone che si affollano lungo le strade chiuse all'alba. I campioni sono "Ronaldinho", "Valentino" e "Pocket Coffee". Animali allevati nei quartieri di periferia, una vera mania di massa. E' noto che la carne di cavallo che si trova sui banconi della città è di provenienza dubbia, che ci sono tante macellerie clandestine, che i cavalli usati per le corse sono gonfiati di estrogeni. Non è difficile ipotizzare gravissimi rischi per la salute pubblica, ma nessuno sembra preoccuparsi più di tanto. Meglio perseguitare i senegalesi, fingere che i portici di corso Sicilia siano quelli di una tranquilla città settentrionale: grassa, pacifica e razzista.

La city
Lo scorso 17 gennaio uno dei tanti blitz della polizia. Una irruzione violenta, la fuga, i tafferugli. I senegalesi denunciavano di essere stati presi a colpi di manganello in testa. I poliziotti del sindacato autonomo Adp, invece, hanno parlato di sprangate ricevute, ma sono stati smentiti dal responsabile delle volanti. Il console onorario del Senegal a Catania chiedeva un incontro con le istituzioni. La Sicilia - il quotidiano locale - gioca a fare il foglio del nord.
Corso Sicilia sarebbe la City, il quartiere degli affari violato dalla "povera merce" degli africani "violenti e abusivi". In realtà, sono solo cinquecento metri di cubi di cemento, l'inizio di un sacco edilizio - per fortuna fermato - che stava per distruggere il centro storico barocco. A distanza di anni, l'Unesco riconoscerà il duomo di S. Agata come patrimonio dell'umanità. Spariranno le banche e le imprese dei "cavalieri" legati a doppio filo con la mafia che anche lì avevano le loro sedi. La movida sostituirà il coprifuoco segnato dagli scippi e dalle rapine. Eppure c'è ancora chi rimpiange gli anni '80: gli africani «deturpano il decoro della City», secondo il cronista de la Sicilia. Rovinano il simbolo di quella che «era chiamata a ragione la Milano del Sud». «Mi dispiace ma per me le regole vanno rispettate», dice un cittadino interpellato da un cronista. «Alla fine hanno capito che bisogna cambiare aria». Ed ancora: «È stata dura per gli africani digerire le regole». «Abbiamo agito in corso Sicilia cercando di portare ordine e decoro», conclude il sindaco Stancanelli.

Ai margini
Tutte le contraddizioni di Catania in pochi metri quadri: negozi di lusso, librerie, locali e aspirazioni nordeuropee. Banche e sedi di imprese. Più in là il cantiere della metropolitana. Ma anche la vitalità sregolata da suq della "fera o luni" - la fiera del lunedì, che però si tiene quotidianamente - dove un qualunque abitante del sud del mondo può sentirsi a casa propria. Fast food cingalese, cinesi col carretto, due negozi di articoli alimentari importati da tre continenti, merci contraffatte e rubate, una folla pulsante, traffico caotico e venditori che banniano, cioè urlano per pubblicizzare la propria mercanzia.
«Da settimane la tolleranza zero si esercita solo contro giovani ambulanti che, privati dalle loro fonti di sostentamento e non trovando canali legali di regolarizzazione per lavoro autonomo o dipendente, vengono così spinti nell'accogliente industria della criminalità», denuncia la Rete antirazzista catanese in un comunicato del 4 febbraio. Non ci vuole molto a capire che la marginalizzazione degli stranieri - alla fine - produrrà insicurezza per tutti. Poche settimane prima, il 22 dicembre, le associazioni antirazziste erano scese in piazza insieme agli africani. «Le forze di polizia non si occupano della violenza sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città», recitava il volantino. «In corso Sicilia si trova anche merce contraffatta di alto livello, con un giro d'affari notevole», ammette la giornalista Rosa Maria Di Natale. «Ma in una città normale le regole si stabilirebbero a tutti i livelli, invece a pochi metri di distanza gli italiani fanno la stessa cosa. In questo modo appare più comodo colpire "abusivi extracomunitari" che concittadini».

Aspettando
«Aspetto la sanatoria per la regolarizzazione», mi dice Mohamed, un ragazzo senegalese che incontro alla sede dell'Arci, proprio in piazza Carlo Alberto, pochi metri da corso Sicilia. «Abbiamo avuto un incontro tra il vicequestore e il responsabile della nostra comunità, gli hanno chiesto di farci spostare. La delegazione è andata anche in Prefettura e al Comune, ci hanno promesso una tregua. Invece hanno continuato. Hanno parlato di un'area per noi. Se regolari». Ma come si fa ad uscire dalla "clandestinità"? In nessun modo, non è possibile. Si può solo attendere una provvedimento di regolarizzazione.
«Qualche sabato fa alcuni poliziotti hanno colpito duramente alcuni migranti che non volevano lasciare le loro bancarelle», racconta Daniela Di Mauro del movimento antirazzista catanese. «I ragazzi hanno risposto lanciando qualche sasso contro i poliziotti. Tutto questo in pieno centro e sotto gli occhi di tutti. Due stranieri che hanno fatto resistenza sono stata portati via, gli altri sono riusciti a disperdersi. Il lunedì successivo un numero elevato di poliziotti in tenuta antisommossa si è schierato in piazza Stesicoro - adiacente al corso Sicilia - per impedire ai migranti di montare le bancarelle".
"Hanno iniziato i controlli nel periodo di Natale, lo scorso anno", ricorda Daniela Pagano dell'Arci. "Tutto è partito dall'Assessorato al Commercio, dopo la segnalazione dei negozianti, in particolare un negozio di articoli sportivi. Qui all'Arci abbiamo un numero di telefono per i migranti, possono chiamare in caso di merce sequestrata senza verbale. Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni di abusi. Tra le chiamate ricevute, un asiatico ci ha raccontato di due poliziotti che lo hanno inseguito lungo via Etnea, preso e scaraventato in macchina. Un nostro legale è intervenuto. Ovviamente noi denunciamo che si fanno due pesi e due misure. Non dimentichiamo che siamo la città dell'illegalità».

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domenica 7 marzo 2010

il 12 sciopero CGIL "anche sull'articolo18"

Epifani: l’approvazione del ddl lavoro “è una ragione in più” per fermarsi. Il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane. Crescono la paura per il futuro, la disoccupazione e il disagio sociale
di Paolo Andruccioli
“E' una ragione in più per rendere questo sciopero più partecipato e più forte”. Così il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, torna sull'approvazione del ddl lavoro, che introduce l'arbitrato nelle controversie di lavoro “aggirando” l'articolo 18. In vista dello sciopero generale del 12 marzo, Epifani lancia l’allarme su un “disegno che vuole indebolire le tutele dei lavoratori, non dà risposte sugli ammortizzatori per i lavoratori che perdono il lavoro, penalizza le retribuzioni e le pensioni per un fisco che colpisce solo il lavoro”. La mobilitazione, inoltre, sarà fatta “per le modalità con cui si accolgono i lavoratori migranti nel nostro paese. Lavoro e diritti quindi saranno il cuore del nostro sciopero”.

Altro tema dello stop è il fisco. “Da anni paghi una tassa in più. Quella sull’evasione”. “Più evadono, più paghi”. Poi, un “soffri di alta pressione fiscale? Il governo deve ridurre le tasse su lavoro e pensioni di 100 euro al mese”. E ancora: “Loro evadono, tu resti”. Avrete capito che stiamo citando alcuni degli slogan della campagna nazionale sul fisco che la Cgil sta portando in tutte le città italiane. È passato ormai più di un mese dalla lettera spedita da Epifani al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La richiesta della Cgil era molto semplice e lineare: siccome la crisi sta peggiorando la situazione economica dei lavoratori e siccome le misure di politica economica adottate sino a questo momento stanno aumentando il divario e le disuguaglianze sociali, sarebbe necessario aprire un tavolo di confronto specifico sui temi della politica fiscale. La lettera è stata scritta e recapitata a Palazzo Chigi. Ma da Palazzo Chigi nessuna risposta. Silenzio assoluto. Ogni tanto, sui media, qualche battuta del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che spesso ha descritto la Cgil come un sindacato abituato ormai agli scioperi contro la pioggia.

È contro questo muro di gomma che la Cgil ha deciso di proclamare lo sciopero generale del 12 marzo prossimo. Una nuova mobilitazione del mondo del lavoro che ha intenzione di parlare a tutto il paese. La situazione, infatti, è molto peggiorata ed è ovvio che la percezione, il sentire comune, una volta si sarebbe detto l’opinione pubblica, stanno cambiando rapidamente. Cresce la paura per il futuro e il disagio sociale si fa sempre più evidente. Cresce la disoccupazione, si licenziano i precari della scuola e della pubblica amministrazione, si moltiplicano le vertenze sull’occupazione e le risposte continuano a non essere date. Anzi, il governo Berlusconi continua a negare la crisi e promette che nessuno “verrà lasciato indietro”. Si tratta di intervenire al più presto altrimenti si potrebbe andare incontro a situazioni molto complesse e difficili. Lo scenario greco e le tensioni sociali e sindacali che si stanno manifestando in Spagna sono i primi segnali di quello che potrebbe accadere in Europa. La Grecia rischia addirittura il default, ovvero la bancarotta delle casse dello Stato, svuotate dagli interessi sui titoli pubblici – obbligazioni che erano state emesse per fare cassa e permettere così gli aiuti al sistema creditizio – che sono andati a scadenza. Tutti gli Stati del mondo, a partire dagli Usa, si sono fortemente indebitati dopo l’autunno nero del 2008.

Anche nel caso della Grecia e della Spagna gli osservatori più attenti non escludono legami diretti e indiretti tra la crisi attuale dei conti pubblici e le politiche che sono state praticate dopo la crisi dei subprime americani. Il contagio della crisi c’è stato, anche se molti fanno finta di non vedere e nella maggior parte dei casi fenomeni economici e politici collegati tra loro vengono descritti separatamente, come se fossero compartimenti stagni. In realtà la logica della globalizzazione la fa ormai da padrona ed è difficile leggere i fenomeni in corso come fatti a se stanti e separati dal contesto internazionale. Il nostro paese non è certo ai livelli della Grecia e della Spagna ma, in quanto a situazione a rischio sul debito pubblico, non siamo secondi a nessuno almeno dagli anni 80 del secolo scorso.

Qualche giorno fa è comparsa ad esempio sulla stampa quotidiana una riflessione di Tito Boeri intitolata non a caso: a chi toccherà dopo la Grecia? Con questi problemi non si scherza, come non si dovrebbe scherzare con l’aumento continuo e vistoso della disoccupazione. La difesa dei posti di lavoro e la creazione di un futuro per i giovani dovrebbero essere oggi al primo posto in una ipotetica agenda delle priorità di un governo che si rispetti. In realtà il governo Berlusconi continua a pensare ad altro. Per questo, anche se lasciata sola dagli altri sindacati confederali nella battaglia per un fisco giusto (Cisl e Uil preferiscono andare in ordine sparso e gestire le loro iniziative singole), la Cgil torna in campo.

La prima richiesta della Cgil al governo, a Confindustria e a tutte le imprese è fermare i licenziamenti. Le richieste non sono nuove, ma non sono mai state prese in considerazione. Le ricordiamo. È necessario garantire la prosecuzione della Cig in deroga, raddoppiare la durata dell’indennità di disoccupazione e aumentare i massimali della Cig, sostenere il reddito e prevedere ammortizzatori sociali per i precari. Nel frattempo è necessario affrontare le vertenze, impedire la chiusura delle aziende, definire strumenti di politica industriale, avviare subito un piano per la ricerca e un piano per il Mezzogiorno. Come prima risposta immediata la Cgil chiede 500 euro per il 2010, a titolo di restituzione di quanto già lavoratori e pensionati hanno pagato in più. Per quanto riguarda le politiche fiscali (che Megale ci spiega bene nell’intervista) la Cgil ritiene necessario ridurre le tasse per lavoratori e pensionati attraverso la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, la tassazione – come in Europa – delle rendite finanziare, dei grandi patrimoni e delle stock option, attraverso l’abbassamento della prima aliquota al 20 per cento.

Per ultimo, ma non certo in termini di importanza, il capitolo dei diritti di cittadinanza e dell’immigrazione. Per la Cgil è necessario costruire un futuro per il paese attraverso politiche di accoglienza e la lotta alle nuove schiavitù. Fondamentale è la regolarizzazione dei migranti che lavorano, la sospensione della legge Bossi-Fini per i migranti in cerca di rioccupazione, l’abolizione del reato di clandestinità, riconoscendo la cittadinanza alla nascita nel nostro paese, l’estensione dell’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione equiparando il reato di caporalato a quello di tratta degli esseri umani.

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