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sabato 1 maggio 2010

Portella della Ginestra (archivio) Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.


Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage.
C’ era un commando che sparò dall’ alto dietro quel massacro mafiosi e fascisti. E la probabile regìa occulta degli americani’
Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l’ ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All’ avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l’ unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L’ ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un’ eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva “parlare” dei mandanti di Portella.
Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi?
“Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell’ Oss rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all’ Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana”. Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella? “Secondo la versione ufficiale Giuliano fu l’ unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all’ “affare politico” di Portella ma una sola mente”. 
Giuliano ha sparato o no? 
“Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che avevaSalvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c’ è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c’ è un’ altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un’ unica potente mafia”.
Fu il primo eccidio nell’ Italia del dopoguerra
Quella di Portella della Ginestra è la prima strage del dopoguerra italiano. Il Primo Maggio del 1947 migliaia di contadini provenienti da San Giuseppe Jato e da Piana degli Albanesi, scesero nel pianoro per la festa dei lavoratori. I primi colpi di mitraglia partirono alle dieci, i morti furono 11 e i feriti 57. Il processo per la strage si aprì a Viterbo nell’ aprile del 1950 e si concluse con la condanna di vari membri della banda Giuliano. Tra questi anche Gaspare Pisciotta che, nel 1954, morirà avvelenato all’ Ucciardone. Il bandito Giuliano fu ucciso nel luglio del ’50.
La necessità del cinema
Il Primo Maggio del 1947, a Portella della Ginestra in Sicilia, qualcuno spara sulla folla: 11 morti e 27 feriti. Poche ore dopo la strage gli inquirenti fanno già un nome: il bandito Salvatore Giuliano. Ma, stranamente, la rapida inchiesta sul massacro di uomini donne e bambini avvenuto durante la Festa del Lavoro e la misteriosa uccisione del famoso bandito che avrebbe causato tale misfatto, verranno dichiarati dal Governo Italiano “segreti di Stato”.
Dopo anni di ricerche e studi dell’ampia bibliografia pubblicata sull’argomento delle testimonianze raccolte da Danilo Dolci, dei documenti desegretati dalla Commissione Parlamentare Antimafia, degli incartamenti relativi al processo depositati presso il Tribunale di Roma, e soprattutto grazie all’analisi sistematica della documentazione rinvenuta negli archivi dell’Office of Strategic Services di Washington (un materiale impressionante e tuttora inedito), Paolo Benvenuti presenta con “Segreti di Stato” una ricostruzione nuova di quel tragico evento. Il film prende le mosse dal 1951 quando durante il processo per l’eccidio di Portella della Ginestra, tenutosi a Viterbo contro i membri della banda Giuliano, un avvocato non convinto dei risultati dell’inchiesta decide di condurre segretamente una propria indagine sulla strage.
Lei ha costruito Segreti di Stato attraverso migliaia di documenti raccolti dal sociologo Danilo Dolci e attraverso le centinaia di carte desecretate dalla Commissione antimafia e dal governo americano. Cosa ha scoperto?
La strage della Portella della Ginestra non fu un atto banditesco, come disse l’allora ministro degli interni Mario Scelba, bensì un eccidio organizzato dai servizi segreti americani. Dieci giorni prima della strage, il 20 aprile, i socialcomunisti avevano ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni regionali siciliane e quella di Portella deve essere considerata la risposta politica a tale voto. La guerra fredda era incominciata ufficialmente da pochi mesi, ovvero dal marzo del 1947. Gli americani non potevano pensare che la loro ‘portaerei nel Mediterraneo’ ovvero la Sicilia, venisse governata dai comunisti, ovvero dagli alleati di Mosca. Non è un caso, quindi, che il 12 maggio i comunisti escano dal governo di unità nazionale. Togliatti aveva capito perfettamente il messaggio e le elezioni del 1948 non furono perse ‘per caso’. Una vittoria comunista, avrebbe precipitato il nostro paese in una spirale di sangue senza fine.
Togliatti ha voluto perdere le elezioni?!?
Certo, perché aveva capito che non era possibile vincerle. Yalta aveva sancito una certa divisione del mondo che non poteva essere alterata da nessuno: l’Italia era di qua e Stalin non avrebbe mosso un dito per aiutare i comunisti italiani. Avrebbe lasciato che venissero massacrati come, esattamente in quei mesi, erano trucidati la maggior parte dei comunisti greci.
Alcuni ritengono che Portella della Ginestra sia stata, invece, propedeutica alla cosiddetta lotta per l’indipendenza della Sicilia dall’Italia…
È una sciocchezza. L’indipendentismo siciliano era finito da un anno. Il 2 giugno 1946 questo partito era quasi scomparso. Gli americani all’inizio lo avevano appoggiato, ma poi – su consiglio di Sturzo che all’epoca si trovava negli Usa – avevano lasciato perdere. Se la Sicilia fosse diventata indipendente dall’Italia, i voti in meridione si sarebbero squilibrati in favore dei comunisti. Sturzo stesso aveva fatto notare a Washington che un’Italia senza la Sicilia sarebbe diventata facilmente un feudo rosso. Nel giugno del ’46 improvvisamente il fronte separatista crolla, e nel1947 è solo Giuliano a credere ancora nell’indipendentismo.
Cosa pensa di Giuliano?
Nel mio film gli do uno spazio minimo. Giuliano è il Lee Oswald della situazione. Joseph Jesus Angleton, l’anima nera del maccartismo americano, nonché probabilmente dell’omicidio Kennedy, fu il regista occulto della strage di Portella della Ginestra.
Cinematograficamente, la strage di Portella della Ginestra è stata già mostrata in Salvatore Giuliano di Francesco Rosi e ne Il Siciliano di Michael Cimino…
Non ho visto questi film e non me ne frega niente. Io non sono un regista vero, ma un ricercatore storico che anziché scrivere saggi, poiché ama il cinema, fa dei film. Il cinema è un linguaggio complesso che uso anche a scopo pedagogico per mostrare i risultati dei miei lavori di ricerca storica.
Teme le critiche?
No, perché ogni parola del film è stata soppesata da ben cinque avvocati. Ad ogni modo la prima nazionale di “Segreti di Stato” sarà a Pisa, in modo che se mi devono denunciare, valendo la prima uscita pubblica per il tribunale di competenza, gioco in casa…
Lei offre un viaggio nella memoria in un paese che, in nome della pacificazione, sembra avere dimenticato…
Io non sono un pacificato. Da 35 anni porto avanti la mia battaglia sulla memoria e il mio cinema è tutta un’indicazione di metodo. In Italia la memoria dura tre giorni, mentre io sono una voce fuori dal coro. Vengo fuori dalla scuola di Rossellini… non potevo fare altrimenti. Del resto se in Italia non ci fosse il cinema chi potrebbe tentare di ricordare il nostro passato? La televisione certamente no… La televisione è la scatola delle bugie. Io e mia moglie, la sceneggiatrice Paola Baroni ci siamo sforzati di rendere la trama di questo film accessibile ai giovani.
Il cinema civile italiano…
Che io non amo.
Perché?
Perché credo che questo tipo di cinema abbia spesso portato con sé delle menzogne ideologiche. Io non amo il cinema ideologico e non sono contento dei risultati del cinema civile. Ben altra cosa era il cinema di Rossellini di Paisà o Roma città aperta. Per me era più civile un film come “Catene” di Raffaello Matarazzo che “Todo Modo” di Elio Petri. C’era più civiltà, perché si cercava una maggiore comunicazione con le masse popolari italiane che in altre situazioni non erano affatto considerate. Fare un cinema civile, per me, significa che forma e contenuto abbiano lo stesso livello.

(archivio 2009)
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lunedì 26 aprile 2010

Come è andata a Roma


Oggi 25 aprile 2010 ha preso parola la Roma antifascista, nel corso di una giornata che ha visto avvenimenti che stanno facendo parlare (e straparlare) organi di informazione ed esponenti politici.
La neo-presidente della Regione Lazio Renata Polverini si è presentata sul palco gestito dall’Anpi con l’intenzione di parlare. Da gran parte della piazza si è immediatamente levata una contestazione decisa fatta di grida, slogan, cori, canti di “Bella Ciao”. Visto il clima decisamente ostile animato da persone di tutte le età la Polverini si è allontanata rinunciando ad intervenire. A questo punto quella gran parte della piazza che aveva contestato la Polverini ha dato vita ad un corteo di almeno cinque mila persone che si è diretto come da programma verso Piazza Vittorio, corteo convocato con la parola d’ordine “Contro i fascisti vecchi e nuovi, in piazza le nuove Resistenze”.

Alcune considerazioni. La contestazione è partita in maniera assolutamente spontanea ed ha coinvolto la grande maggioranza delle persone presenti, al di là delle appartenenze, sia politiche che generazionali. La contestazione riguardava esclusivamente la presenza della neo governatrice senza coinvolgere i partigiani presenti. Dispiace che nella confusione possano averne fatto le spese persone universalmente stimate per il contributo da loro dato durante la Liberazione dal nazifascismo. Ci stupisce lo stupore e lo scandalo manifestato nelle dichiarazioni rilasciate subito dopo i fatti.
Che cosa ci si aspettava? Sono noti i rapporti della Polverini con la galassia del neo fascismo squadrista, protagonista negli ultimi anni a Roma di un’escalation di violenza ai danni delle persone da loro ritenute indegne di calpestare il sacro suolo dell’Italia, agitatrice di parole d’ordine improntate alla xenofobia e al razzismo, all’omofobia, all’antisemitismo, all’odio verso il diverso. Delle loro infamie sono piene le cronache. Ebbene la signora Polverini non si è forse recata allo stadio Olimpico a cercare i loro voti, ricevendo baci, abbracci e saluti romani dai settori fascisti della tifoseria? Non ha forse ricevuto grandi attestati di stima dai camerati di Casa Pound durante la festa per la sua elezione a Piazza Vittorio? Non sono forse pronti incarichi di responsabilità nella gestione della cosa pubblica all’interno della nuova giunta che si va formando in Regione affidati a personaggi impresentabili?

Queste cose la coscienza antifascista di Roma le conosce, nulla di più prevedibile di una contestazione decisa nei suoi riguardi in quella piazza simbolo di una città medaglia d’oro per la Resistenza. Ma c’è di più: la presenza della Polverini sul palco rappresentava il tentativo di derubricare il 25 aprile a mera celebrazione commemorativa, relegando nel passato i valori dell’antifascismo, gettando nello stesso calderone partigiani e repubblichini, vittime e aguzzini, fascisti e antifascisti.
Proprio ora che la deriva autoritaria in atto nel paese fa temere uno scivolamento verso fenomeni di fascismo conclamato, nel contesto di una grave crisi sociale, economica, culturale che vede il tentativo da parte di chi ci governa di espungere dalla società quelle dinamiche di conflitto che disturbano gli interessi dei potentati economici e finanziari. Revisionare il passato per governare il presente. Questo tentativo non è passato. La demarcazione netta tra fascismo ed antifascismo non è un retaggio del passato ma una delle chiavi di interpretazione del presente.
Siamo coscienti che la canea reazionaria (spesso animata da spirito bipartizan) prenderà la palla al balzo per criminalizzare una piazza intera che contestava, sminuendo, minimizzando, riducendo il tutto alle solite dinamiche fra opposti estremismi. Ma la coscienza antifascista di questa città ha le spalle larghe, “questa città ribelle e mai domata” non si tirerà indietro nell’affermare con sempre più forza i valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della Liberazione dai fascisti vecchi e nuovi. Le nuove resistenze sono in marcia e per loro il 25 aprile dura tutto l’anno.
Rete Antifascista Metropolitana

E chi c'era, che le cose siano andate così e che la contestazione sia stata  spontanea e generale, lo sa, che sia dell'idv, che sia dei centri sociali o che sia del pd. Altro che 4 gatti. Giornalisti revisionisti per comodo, a parte.
ladytux


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sabato 24 aprile 2010

25 aprile 2010: un paese in guerra contro i diversi e la speranza di poter vivere in una matura democrazia un giorno

Penso ai rom che un giorno sì e quell'altro pure sono scacciati dalle nostre città, danno noia anche nei posti lager dove li abbiamo relegati.
Penso ai migranti senza futuro e senza diritti deportati magari in Libia
e fotografati cadaveri nel deserto.
Penso ad una bambina musulmana morta a tre anni e che si vuole disotterrare da un cimitero italiano, dà noia pure sottoterra il migrante.
Penso ai migranti che cercano di lavorare sfruttati, derisi, umiliati, spesso schiavi.
E poi penso ai "diversi", ai tanti "diversi" italiani dipinti come malati o terroristi a seconda del caso, eversivi o che danno noia, quindi da ghettizzare, schiavizzare, umiliare e deridere come i migranti.
Penso alle vittime sepolte nei cimiteri senza verità e giustizia, perchè nella loro vita hanno fatto la resistenza.
Penso ai vivi senza futuro,denaro e diritti perchè il potere è impegnato a spartirsi le poltrone, a farsi la guerra per un po' più di potere che non basta mai come i milioni di euro.
Penso alla Chiesa e che anche lì s'è insediato il potere che per autodifendersi da indagini a livello penale ha strumentalizzato pure la messa di Pasqua.
Penso che il potere ubriacato di arroganza e pretesa di farla sempre franca ha distrutto o quasi lo stato di diritto. I poveri e i diversi senza futuro e senza diritti hanno sempre meno la possibilità almeno di provare a chiedere e ottenere verità e giustizia.
Penso alla nuova notizia che ci giunge dal potere che ci informa che gli americani sono i soli "liberatori" di questo paese.
A me che ho studiato pare che si stia realizzando quanto era proprio nei desideri della superpotenza Usa fin dal dopo seconda guerra mondiale, potenza Usa che ha sempre ritenuto che noi italiani dovessimo essere suoi servi e la maggioranza di noi l'ha accontentata.
Comunque bisogna andare avanti e ogni giorno dell'anno essere fedeli alla Costituzione del 1948 e fare il proprio percorso di vita e di resistenza alla mafia politicomilitare, alle mafie, al potere corrotto neo nazifascista e a chi dovrebbe opporsi e invece si svende ad esso per un po' di potere in più, non certo per una politica a servizio del popolo italiano.

Buon 25 aprile 2010 comunque, anche se il potere sta cercando di finire di uccidere questo paese, sperando di costruire un giorno una democrazia matura e indipendente dove poter vivere migranti e italiani insieme dove alle vittime si dà verità e giustizia e le bambine musulmane di 3 anni le si lascia riposare in pace e non danno noia, dove xenofobia e odio verso ogni diverso saranno solo un brutto ricordo.

Laura Picchi

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25 aprile, Appello "il salto nel buio"

25 aprile - APPELLO "Il salto nel buio"
Stiamo per entrare dentro l’ennesima, torbida, fase di attacco alla Costituzione democratica e antifascista. Ma, a differenza delle precedenti fasi, in particolare dell’ultima, a cavallo tra il 2004 e il 2006 (qualcuno ricorderà i famosi “saggi di Lorenzago” dove i nuovi “padri Costituenti” della destra progettarono il cambiamento della Costituzione), l’attuale ha al suo interno molti maggiori elementi di pericolosità.
In primo luogo per la dispersione, da oltre 2 anni, di quell’ampio schieramento democratico e progressista che si era aggiudicato tutte le consultazioni elettorali, amministrative e politiche, succedutesi nell’arco temporale 2002-2006 (sebbene d’un soffio le politiche del 2006) e, soprattutto aveva vinto, nettamente, il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.
E lì parve che la sconfitta della destra fosse avvenuta anche nella società, uscita provata e ulteriormente impoverita dall’illusionismo berlusconiano, ma ahimé, i fatti immediatamente successivi s’incaricarono di dimostrare che così non era. E in effetti, al contrario di quanto molti di noi pensavano o auspicavano che venisse posto in essere da parte dello schieramento progressista, cioè la valorizzazione e il consolidamento, politico e culturale, dell’eccezionale risultato referendario, e quindi la riaffermazione della Costituzione, venne imboccata, subito e scelleratamente tutt’altra strada: il rilancio nel campo della destra del tema delle “riforme costituzionali”!
Così facendo si dimostrava chiaramente – qualora non ci se ne fosse ancora adeguatamente convinti nel corso del tormentato quindicennio 1994-2008 – che gran parte delle nostre “classi dirigenti”, di fatto, avevano oramai assunto, nel profondo, assieme alle “coordinate” economico-sociali proprie della destra (il liberismo economico, l’assunzione, irriflessa e irrazionale, del tema del razzismo e conseguenti politiche securitarie…), anche la relativa e connessa “ideologia istituzionale” (accentuazione del momento decisorio di vertice – presidenzialismo nelle sue varie versioni, ridimensionamento della funzione delle assemblee elettive, centrali ma anche locali, dai propri compiti legislativo e di controllo, trasformazione radicale di quelle particolari associazioni di cittadini - i partiti politici, così come previsti dalla Costituzione all’art.49, che per tutta una lunga fase repubblicana avevano svolto un’importante funzione pedagogica per larghi strati della popolazione, quella “scuola gratuita di massa” secondo l’efficace definizione di Lelio Basso; il “ridimensionamento” dell’autonomia della magistratura..), dandone, tra l’altro, concreta prova nell’agire politico dell’ultimo quindicennio (modifica del Titolo V della Costituzione con i voti del solo centro-sinistra, aumento della precarietà del lavoro e connessa riduzione delle tutele, leggi elettorali restrittive della democrazia..).
Tutto ciò era avvenuto ben prima del tracollo elettorale del 2008, nel cui ciclo di emarginazione politica e sociale siamo tuttora immersi.
E adesso?
Il continuo degradarsi dello spirito pubblico e la connessa criminalizzazione del dissenso e della stessa agibilità democratica sono giunti a livelli quasi autoritari, sol che si pensi ai continui e quotidiani attacchi, rivolti da anni, dal capo del governo e dai suoi collaboratori, agli organi di informazione non ancora loro asserviti, e a tutti gli organi di garanzia e di autogoverno democratico e costituzionale.
Il Parlamento, di fatto ridotto ad organo di mera ratifica della volontà del capo e della sua coalizione di “bravi”; la Magistratura, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Presidente della Repubblica, continuamente sottoposti ad una pressione tipica di una “repubblica sudamericana anni ‘70”.
Ma è particolarmente nei confronti del Capo dello Stato, organo mediatamente politico e di garanzia costituzionale, che si sono realizzate, di fatto, le principali deformazioni, dal momento che la sua funzione costituzionale è stata subdolamente fatta apparire, e ovviamente “gradita”, non più come il garante supremo della Costituzione, la “viva vox constitutionis”, secondo la celebre formula di Calamandrei, bensì in quella, assai ridimensionata e volutamente ininfluente di notaio-certificatore, contro la Costituzione.
Il consolidamento della destra nelle sedi politiche ed istituzionali, nella società e nello stesso senso comune, rendono a nostro avviso concreto il realizzarsi, in questa legislatura, di quel cambiamento costituzionale in chiave autoritaria – cesarista, a cui mira, incessantemente da circa un trentennio (quantomeno a partire dal programma di rinascita democratica di Licio Gelli) la parte peggiore del paese.
Per questo riteniamo di trovarci dinanzi all’attacco finale e potenzialmente demolitore della nostra Carta Fondamentale, e insieme ad essa della repubblica democratica e antifascista così come concepite e volute dall’Antifascismo e dalla Resistenza liberatrice.
Senza timore di esagerazione, qualora ciò si avverasse vedremmo ulteriormente ridursi ed in maniera significativa il già degradato spazio politico e pubblico per le forze dell’alternativa, oltre che le sfere di libertà di ciascun soggetto, singolo e associato.
Siamo cioè consapevoli di trovarci dinanzi al serissimo e incombente scenario proprio di un cambiamento radicale di regime, connotato dal presidenzialismo del capo popolo e da un’autocrazia elettiva (maggioritaria) ad esso subalterna e connessa, al solo fine di cristallizzare, costituzionalmente, la sciagurata accoppiata data dalla deriva plebiscitaria-autoritaria del capo con il razzismo, ormai dilagante, della destra reazionaria e del leghismo.
Per questi motivi intendiamo invitare tutti i cittadini, singolarmente e nelle forme associative loro proprie, le forze politiche della sinistra e democratiche, le forze sociali e sindacali, ad incontrarsi nelle ricorrenze, del 25 Aprile, del 1° Maggio e del 2 Giugno, a Roma e in tutte le città italiane, rivolgendo loro un accorato e solenne invito ad unirsi per realizzare un Patto per la salvezza della Costituzione repubblicana e dello Stato democratico nati dalla Resistenza. Un ultimo, e ci auguriamo non tardivo, sussulto democratico al fine di scongiurare l’inevitabile baratro.
Pur consapevoli delle diversità politiche e culturali che esistono tra noi, riteniamo certamente prevalente la necessità di porre in essere, tutti insieme e da subito, ogni sforzo per la difesa attiva e intransigente della Costituzione e della democrazia del nostro paese.
Il senso della storia e dei suoi processi, e la relativa interpretazione dei fatti storici, così come tramandatici dai nostri Maggiori, sono ben vivi in tutti noi.
Per questo auspichiamo che questa consapevolezza storica possa nuovamente radicarsi nella coscienza civile del paese e, conseguentemente, nella riflessione politica e culturale in luogo della malapianta di una certa politologia e di un certo ingegnerismo istituzionale che, nella migliore delle ipotesi appaiono scevri del benché minimo connotato valoriale democratico-sociale, quando addirittura non assumono il ruolo di vero e proprio strumento ideologico al servizio dei potentati economici e dunque del liberismo contro la Costituzione e la democrazia sociale da essa prevista.
Riteniamo dunque strumentale e frutto di una logora “politica dello scambio”, uscita sconfitta dal referendum popolare del 2006, l’ennesima riproposizione del tema delle cosidette "riforme" costituzionali. Sappiamo che sono ben altre le urgenze del paese!
Consideriamo perciò irricevibile la proposta dell’attuale maggioranza, perché finalizzata unicamente al recepimento in Costituzione dei postulati politici e culturali del berlusconismo e del leghismo.
Qualsiasi “revisione” costituzionale nel contesto dato, considerando i rapporti di forza in campo e la squilibratissima possibilità di comunicazione, equivarrebbe ad un vero e proprio salto nel buio per la democrazia e la libertà, ed un’ulteriore perdita secca, in termini di diritti di libertà e diritti sociali, per i lavoratori e per i cittadini, già duramente colpiti da una crisi, il cui acme non è stato ancora raggiunto.
Con questa nostra Chiamata vogliamo, invece, recuperare quello slancio e quella linearità d’azione che hanno caratterizzato la battaglia referendaria per la salvaguardia della Costituzione del 2005-2006, in cui, la giustezza e la nettezza della Lotta per la Costituzione furono compresi dalla maggioranza dei cittadini italiani, e dove le forze di sinistra seppero uscire, dopo molti anni, dalla marginalità per tornare a parlare, da protagoniste, al paese!
E’ questo ciò che ci prefiggiamo. Sono terminati i tempi degli slogan, delle mezze parole dal sapore incomprensibile e tecnocratico, del politichese più o meno corretto.
Intendiamo tornare tra la nostra gente, tra i lavoratori per proporre, nell’immediato, un Patto per la salvezza della Costituzione fondata sul lavoro, che costituisca il primo passo da cui proiettarsi in direzione della effettiva e duratura riconquista democratica e costituzionale del paese, per l’attuazione del programma democratico–sociale della Carta, che significa non soltanto Governo ma qualità dell’azione politica sui temi fondamentali per il paese e i suoi cittadini (politiche redistributive e di pace, piena e buona occupazione, scuola e sanità pubbliche, beni e servizi pubblici e sociali, casa ecc..).
Siamo ben consci che il nostro Appello e la nostra Chiamata avvengono dopo che molte, troppe occasioni, funzionali al ristabilimento di una normale dialettica democratica, sono state sprecate.
Ne sono seguiti errori, gravi sottovalutazioni della pericolosità dell’avversario, si é manifestata all’interno del ceto politico e conseguentemente nella società una vera e propria subalternità culturale rispetto ai temi delle destre, vecchie e nuove, e lo specchio di ciò è rappresentato dal recepimento di un sistema elettorale antidemocratico, funzionale e omologante al mainstream capitalistico internazionale, formalmente bipartitico ma sostanzialemente monopartitico (il monopartitismo disgiunto), che costituisce una della cause principali del riduzionismo democratico in atto. Ed in più piccoli e insensati egoismi di partito. Soltanto se sapremo superare tali errori di prospettiva e di prassi politica, potremo risollevarci.
Siamo però persuasi che ciascun cittadino, ciascun lavoratore italiano, ogni soggetto collettivo destinatario del nostro Appello e della nostra Chiamata, nessuno escluso, sia in buona parte consapevole della drammaticità del momento che stiamo vivendo, e della grandissima responsabilità che questo implica per il futuro della nostra democrazia e della nostra libertà. Se non ora quando? La resistenza (costituzionale) continua.

Primi firmatari: Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Michelangelo Bovero, Emiliano Brancaccio, Maurizio Brotini, Alberto Burgio, Lorenza Carlassarre, Massimo Ceciarini, Antonello Ciervo, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Elisabetta Grande, Alfiero Grandi, Claudio Grassi, Donata Gottardi, Carlo Lucchesi, Maria Rosaria Marella, Giovanni Marini, Gerardo Marotta, Ugo Mattei, Corrado Mauceri,Giorgio Mele, Siliano Mollitti, Diego Novelli, Andrea Panaccione, Roberto Passini, Marcello Rossi, Cesare Salvi, Paolo Solimeno, Alessandro Somma, Massimo Torelli, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci

Per aderire all'appello: appelli(at)ilmanifesto.it

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venerdì 23 aprile 2010

Attacco al Laboratorio Insurgencia di Napoli e Comunicato di solidarietà dell'ANPI

Di:

Barbara Maffione

Attacco al Laboratorio Insurgencia
Nella notte tra martedi' e mercoledi'


Due bottiglie incendiarie contro il laboratorio sociale Insurgencia! Questa l'amara scoperta fatta nella serata di ieri in occasione delle consuete attività di quartiere nel centro sociale: i chiarissimi segni neri di due vampate di fuoco sul muro e in terra i cocci di bottiglie di vetro con gli stoppini... (vedi foto allegate). Il fatto probabilmente risale alla notte precedente, visto che di giorno è impossibile che possa passare inosservato un gesto del genere su un luogo conosciuto e frequentato dagli attivisti, dagli studenti della limitrofa scuola Sbordone e dagli abitanti del quartiere.Un gesto facile e vigliacco, probabilmente da auto in corsa, che fortunatamente non ha prodotto nessun danno, perchè si è consumato contro il muro, ma non per questo è meno grave e vile contro chi quotidianamente lavora contro l'emarginazione e la mancanza di spazi di socialità e di autorganizzazione nei quartieri popolari.N on facciamo fatica nemmeno ad immaginare la matrice di qu esto attentato, che è sicuramente collocata in quella microgalassia di gruppetti neofascisti e xenofobi, che fortunatamente a Napoli non hanno la rappresentatività sociale per mobilitarsi in piazza e dopo aver tentato inutilmente di insediarsi a Materdei oggi sfogano la propria sottocultura in questo modo (e coerentemente con quello che avviene in tante parti d'Italia). Un problema di tutta la città, dopo la serie di aggressioni squadriste contro singole persone, dagli studenti del Margherita di Savoia al passante di piazza Dante... Questo gesto rappresenta un ulteriore escalation della loro regressione. La vicinanza con le manifestazioni pubbliche del 25 aprile è probabilmente un altro motivo stimolante per le teste bacate di questi piccoli fans della dittatura e dello squadrismo.
Propio venerdi alle 17.30 al laboratorio Insurgencia si presenta il liibro "Sia folgorante la fine" di Carla Verbano, mamma di Valerio, assassinato trent'anni fà dai neofascisti dei NAR e al quale è stata intitolata una strada dal Comune di Napoli quest'anno. Un'iniziativa che automaticamente diventa anche un'assemblea pubblica contro questo avvenimento.
Se qualcuno pensa di intimidirci rispetto alle nostre attività quotidiane al fianco dei soggetti sociali più deboli e sfruttati, davvero fa malissimo i suoi conti, ma dopo un'episodio del genere ci fanno ancora più rabbia le equiparazioni astratte (e incostituzionali) tra le reti antirazziste e antifasciste che a Napoli mobilitano migliaia di giovani (come il 30settembre contro Casapound o come il primo marzo contro le leggi xenofobe) e chi fa dello squadrismo la sua reale forma di esistenza. Come se la storia non avesse insegnato nulla su queste sottoculture autoritarie e razziste e sui loro tristissimi epigoni.

Altresì non possiamo non notare l'agibilità che viene concessa a questi squadristi che agiscono in queste forme vigliacche mentre invece la repressione aggredisce le lotte sociali, come testimoniano proprio ieri le misure cautelari confermate agli attivisti antidiscarica di Chiaiano. E aspettiamo di sapere cosa hanno da dire quei rappresentanti del Pdl e della Destra, da Schifone a Diodato a Florino, che coltivano pubblicamente relazioni e sostegno economico e politico a questi gruppetti xenofobi e neofascisti che sempre più, a dispetto della loro presunta carica "antisistema" , si caratterizzano come la gioventù nera di una parte del centrodestra. A dimostrazione di un progressivo slittamento del sistema di garanzie democratiche e costituzionali.
Per parte nostra rilanciamo ancora e lo faremo sempre, il piano della mobilitazione di massa come la manifestazione del 25 aprile lanciata dalla rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo con la partecipazione dell'ANPI (ore 17.00 da piazza del Gesù) e l'appello ai movimenti per la manifestazione del primo maggio a Chiaiano!

Laboratorio Occupato Insurgencia



Comunicato solidarietà ANPI ad INSURGENCIA


L'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia esprime la propria solidarietà per la gravissima aggressione subita a Napoli dai giovani attivisti del Laboratorio Occupato "Insurgencia" .
A pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile, nella notte fra il martedì ed il mercoledì scorsi, sono stati lanciati due ordigni incendiari contro uno degli ingressi della struttura occupata. L'intimidazione precede di pochi giorni un'iniziativa culturale che fa esplicito richiamo alla Resistenza ed all'antifascismo.
Questa aggressione, di evidente stampo intimidatorio, è segno del clima di tensione che si è innescato nel Paese all'ombra del governo Berlusconi che, con i propri attacchi contro le libertà collettive ed individuali e la limitazione del dissenso, ha sdoganato movimenti dichiaratamente neofascisti, che fanno esplicito richiamo ai metodi ed alle ideologie violente ed intolleranti del Ventennio.
I giovani attivisti del Laboratorio occupato "Insurgencia" , hanno il pieno sostegno politico della nostra Associazione, poichè impegnati da sempre in un contesto periferico dove la lotta al degrado, alla criminalità organizzata ed a nuove forme di intolleranza rappresenta la prosecuzione del cammino ideale della Resistenza antifascista.
Chiediamo altresì al Sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, alla Giunta comunale, alle istituzioni cittadine ed alle Forze dell'Ordine di fare chiarezza sull'accaduto e di prendere seri provvedimenti per il contrasto dei gruppi di stampo anti-costituzionale , che spesso hanno contiguità con gli ambienti della camorra.
Riteniamo che per rispondere a questo clima intimidatorio, risulti ancora più importante la peina mobilitazione di tutte le forze democratiche per la riuscita delle mobilitazioni promosse dalla nostra Associazione nella giornata del 25 aprile.

Napoli, 22 aprile 2010 A.N.P.I. Campania 




giovedì 22 aprile 2010

Manicomo Italia, seminudi e legati al letto

Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).
da Liberazione

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Emergency: Come è scattata la trappola


Arrivano stamane in Italia gli operatori umanitari di Emergency arrestati dieci giorni fa e liberati domenica dalle autorità afgane. Si lasciano alle spalle un ospedale chiuso a Lashkargah e un futuro incerto di cui darà conto l'organizzazione oggi in una conferenza stampa convocata a Milano, sede nazionale della Ong. Ma lasciano alle spalle soprattutto il lungo racconto della trappola ordita alle loro spalle e raccontato in esclusiva in un video apparso ieri sera sul sito di Peacerporter.
Quella mattina comincia male - spiega Marco Garatti - perché il suo volo per Kabul risulta cancellato. Torna a casa e poi in ospedale. «All'una circa Matteo Pagani - dice - ha ricevuto una telefonata in cui si diceva che il personale internazionale doveva allontanarsi dall'ospedale e rifugiarsi a casa», perché un gruppo di terroristi, inseguiti dalla polizia, aveva intenzione di entrare nel nosocomio. «Cinque minuti dopo - continua il racconto di Garatti - la stessa persona ci informa che la situazione è tranquilla e che avremmo potuto tornare in ospedale. Un minuto dopo, un medico dell'ospedale ci chiama dicendo che la polizia, le forze speciali, l'esercito stavano entrando armati. Ci siamo subito mossi». Ma appena si muovono vengono arrestati «...c'erano uomini armati ovunque, e non si riusciva a capire la motivazione dell'arresto». Li conducono all'Investigation department e da lì all'ospedale, dove restano un'altra mezz'ora seduti davanti al pronto soccorso, mentre militari e forze speciali afghane, armati, girano per la struttura. «Poi io e Marco siamo stati portati via, mentre Pagani è rimasto in ospedale. Nei nostri centri non sono mai entrate persone con armi, vederlo è forse stato uno dei momenti più brutti». Poi lo portano nella sala del pronto soccorso e in seguito in un posto dove c'erano molti militari e dei pacchi...poi fuori dall'ospedale. Infine in carcere dove rivede Matteo e Marco. È all'uscita del pronto soccorso che vede i britannici. Il resto è galera, senza sapere le accuse e in celle separate. Il primo interrogatorio due giorni dopo l'arrivo in carcere. «A me - dice Dell'Aira - è stato anche presentato un elenco dettagliato di quello che avevano trovato, e io prima di firmarlo ho scritto in inglese che non sapevo nulla di quel ritrovamento». «Ci è stato detto - dice Garatti - che, secondo la procedura, siamo al 90% liberi, ma è possibile che i giudici afgani possano volerci interrogare». Oggi lo faranno invece i magistrati italiani. A fronte di un quadro sempre più confuso sulla vicenda di Emergency, torna invece il sereno nelle relazioni tra Washington e Kabul. Dopo un periodo di acque agitate, per usare le parole dell'inviato speciale della Casa bianca per la regione, Richard Holbrooke, i rapporti sono così migliorati che viene ormai dato per sicuro il viaggio di Karzai a Washington, dove incontrerà Obama, tra il 10 e il 14 maggio. Il segretario di stato Hillary Clinton inoltre parteciperà alla Conferenza internazionale che si svolgerà in luglio a Kabul dove stanno intanto iniziando le operazioni preparatorie per le elezioni del 18 settembre che dovranno eleggere il nuovo parlamento e che già sono state rinviate di quattro mesi.
È infatti ufficialmente iniziato il processo di registrazione dei candidati una settimana dopo che Karzai ha sostituito il vertice della Commissione elettorale-Iec (Fazel Ahmad Manawi al posto di Azizullah Lodin, agnello sacrificale della bufera seguita alle presidenziali di agosto) mentre resta comunque aperto il problema della composizione della Ecc, la commissione elettorale di monitoraggio, su cui Karzai ha tentato per ora invano di accaparrarsi il diritto di scelta della leadership.
La guerra intanto continua: quattro studenti sono stati uccisi ieri nelle provincia di Khost vittime del tiro incrociato tra truppe Isaf e guerriglia e, sempre ieri, i taleban hanno freddato il vice sindaco di Kandahar, Azizollah Yarmal, mentre era in preghiera in una moschea dell'ex capitale dell'emirato taleban, città ora controllata da Kabul ma praticamente circondata dalla guerriglia. È inoltre nell'area in cui si attende il prossimo operativo militare in grande stile della Nato.
*Lettera22


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mercoledì 21 aprile 2010

Vizio di forma... riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano!

Di:
Barbara Maffione

Era la sera del 23 maggio 2008, il Presidio Permanente di Chiaiano, composto da giovani, tante donne, ma soprattutto intere famiglie, con bambini e anziani al seguito, che da lungo tempo si opponeva all'apertura di una discarica in un luogo non idoneo, venne duramente caricato dalla polizia. Durante le cariche, nel tentativo di resistere, a un manifestante venne in mente di utilizzare la sua vecchia auto per fare una barricata e si fece aiutare da tre ragazzi del presidio...Questa la sorte, sin qui, di quei tre ragazzi. Solidarietà a Pietro, Davide ed Egidio e alla loro lotta!!


Posto, di seguito, il Comunicato Stampa del Presidio Permanente contro la discarica di Marano e Chiaiano. 

per Pietro un giorno e mezzo di libertà... 

Comunicato Stampa : Vizio di forma... riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano! 

Sembra una vicenda assurda, magari raccontata in qualche libro noir ed invece è quello che sta avvenendo agli attivisti del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano. Lunedi' 19 aprile presso il Tribunale del riesame si teneva l'udienza per decidere sulla scarcerazione dagli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno e per la cessazione dell'obbligo di firma quotidiano per gli altri attivisti tra cui Davide Brignola ed Egidio Giordano. Nella serata di lunedi' 19 aprile il commissariato di polizia di Secondigliano scarcerava Spaccaforno dopo l'arrivo della decisione del riesame. Stessa sorte toccava anche a Davide Brignola presso un altro commissariato di polizia presso il quale quotidianamente lo stesso andava ad ottemperare agli obblighi di firma. La sentenza del riesame ridimensiona pesantemente tutto l'impianto accusatorio. Vengono di fatto cancellate le contestazioni dei reati di "furto" (per il quale un attivista era già stato processato e assolto!) ed i "incendio" (smentito dagli stessi verbali dei carabinieri, oltre che dalle immagini) in merito agli episodi del 23 maggio 2008 in cui migliaia di cittadini furono attaccati dalle forze dell'ordine presso il Presidio in rotonda Titanic. Due capi d'accusa cancellati ! Resta in piedi solo l'interruzione di pubblico servizio e la violenza privata per la contestazione di aver bloccato il pullman nella rotonda del Presidio. Accuse che a due anni di distanza dai fatti non giustificherebbero in alcun modo delle misure di restrizione della libertà. Neanche è stato affrontata ovviamente la questione dei riferimenti alla camorra, poichè nelle carte giudiziarie non c'è davvero niente, nessun indizio, nessuna contestazione, che vada in quella direzione. Ed invece due giorni dopo la sentenza il Tribunale del Riesame torna indietro, parlando di cattiva interpretazione dell'ordinanza emessa. Oggi Pietro Spaccaforno è stato rimesso nuovamente agli arresti domiciliari e gli altri attivisti sono tornati all'obbligo di firma ! Due giorni dopo una sentenza che di fatto smantella le principali accuse. Non c'e' stato nessun furto e nessun incendio di autobus secondo il riesame, ciononostante il tribunale ha deciso di confermare lo stesso le misure cautelari per i capi d'imputazione minori ovvero l'interruzione di pubblico servizio, questo a due anni di distanza dai fatti e senza alcun oggettivo pericolo di reiterazione del presunto reato ! Ancora una volta poniamo la domanda oggettivamente più legittima : Se non è persecuzione allora cos'e' ? Nei fatti si conferma una linea punitiva verso le lotte sociali anche oltre il merito delle questioni giuridiche (quante persone a distanza di due anni vengoo messe ai domiciliari a Napoli per reati del genere!?) e vengono deluse le aspettative dei cittadini di Chiaiano e Marano. Decine di cittadini avevano atteso lunedi' mattina sotto il Tribunale la decisione del riesame esponendo una bilancia della giustizia in cui su un piatto c'erano le foto del 23 maggio del 2008 e su un altro le immagini di Guido Bertolaso e della Protezione Civile a testimoniare come la giustizia continui ad essere forte coi deboli e debole coi forti. Una persecuzione che mette in pericolo la tenuta del diritto al dissenso nella nostra città. Una persecuzione che si applica attraverso mezzi incredibili mettendo in libertà delle persone e riarrestandole due giorni dopo ! Centinaia di personaggi della cultura, della politica, delle scienze avevano firmato l'a ppello in solidarietà e sostegno agli attivisti colpiti dalle misure di restrizione della libertà, ed è a tutti loro, oltre che alle migliaia di persone che si mobiliteranno il 1°Maggio prossimo a Chiaiano che qualcuno dovrà spiegare come viene garantito il diritto al dissenso in questa città ! Il prossimo 1° Maggio i movimenti napoletani scenderanno in piazza a Chiaiano a difesa di tutte le lotte sociali per ribadire che nessuna intimidazione e nessuna repressione potrà impedire che in questa città si sviluppino forme di nuova democrazia come la lotta di Chiaiano ha dimostrato di essere. Decine di artisti suoneranno al concerto che si terrà dopo la manifestazione dai 99 Posse ai Zezi per una manifestazione popolare che reclamerà a gran voce il diritto al dissenso a Napoli e nel paese. Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano

lunedì 19 aprile 2010

Liberati i tre di Emergency

Matteo Pagani, Marco Garatti e Matteo Dall’Aira sono liberi. I tre italiani di Emergency arrestati una settimana fa in Afghanistan sono stati rilasciati a Kabul in quanto “non colpevoli”. “Sono su di morale, forte, sto
bene e vi saluto tutti”: queste le parole dette al telefono da Matteo Dell’Aira alla compagna, secondo quanto riferisce l’Ansa.

“Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo prioritario, e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afghane e la coalizione internazionale”. Questo il commento del ministro degli Esteri Franco Frattini. Secondo Frattini “l’Isaf non aveva avuto né una richiesta preventiva né una informativa preventiva” sull’operazione delle autorita’ afghane il 10 aprile nell’ospedale di Emergency a Laskar-Gah. Gli inglesi avrebbero inviato degli artificieri “su richiesta” dei servizi afghani, dopo il rinvenimento di armi e munizioni nella struttura ospedaliera.

“Qualcuno ha cercato di screditare Emergency e il tentativo è fallito”: questo il giudizio di Gino Strada, fondatore di Emergency, poco dopo la liberazione dei tre sanitari. “Non è chiaro perché sono stati arrestati – ha detto Strada -, perché l’ospedale è stato aggredito. Non è chiaro perché e non è chiaro chi l’ha orchestrato. Bisogna capire bene chi c’è dietro questa macchinazione”. “O qualcuno dello staff afghano è stato corrotto o forzato o da altri afghani, o da altri in uniforme di cui non so neanche la nazionalità. Una risposta non l’abbiamo”. Secondo Strada, è certo però che “qualcuno non vuole Emergency”. 
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Emergency torna libera


Sul palco, enorme, una scritta: «io sto con Emergency». E' il pensiero condiviso di tutte le persone presenti, tutte militanti della pace. Così quando Niccolò Fabi, nel gridare la sua indignazione contro la guerra e cantare «quando dire amore diventa sottinteso», lancia un nuovo verso: «sto con Emergency e batto un po' le mani», tutta la piazza lo segue, con le mani in alto, non in segno di resa, ma di applauso, per amore di pace, un amore mai tradito. Sui lati del palco i ritratti di Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo dell'Aira i tre nostri connazionali sequestrati, insieme ai sei operatori sanitari afghani («o forse otto!», come avverte, preoccupato, Gino Strada) all'ospedale di Lashkar Gah. Il rapporto dei tre con i sei e con altre centinaia di uomini e donne di Kabul, dell'Helmand, del Panshir è fatto di formazione, amicizia, lavoro comune. Deve essere un legame davvero forte, come lo si racconta in molte comunicazioni - dal microfono in Piazza S. Giovanni e dal telefono o dal ponte radio con Kabul di Radio popolare. Emergency cura, aggiusta, allevia le ferite, ma non solo; Emergency insegna anche a curare, aggiustare, alleviare le ferite della guerra. Raccontano, a noi ascoltatori e militanti della grande piazza, di come le donne afghane, famose per i loro burqa, li abbandonino in uno spogliatoio all'entrata dell'ospedale. Lì ultra velate non si entra. C'è chi ha fatto una guerra di sette anni per insegnare agli afghani come fare la democrazia e rinunciare ai veli femminili eccessivi. I governi italiani si sono attribuiti il compito di insegnare agli afghani il diritto, prerogativa di Roma, nei secoli dei secoli. Diritto e polizia, con un esercito in armi di migliaia di soldati. Ecco che noi della piazza veniamo messi di fronte a un fatto inusitato. E si scopre, in questa occasione un po' speciale di discussione pubblica sul sequestro di un ospedale con i medici e tutto, che è più utile insegnare la pace, piuttosto che la guerra e serve più di più, per cambiare veramente le cose, fare un corso pratico, in corsia, per ostetriche e infermiere, piuttosto che insegnare a marciare e a sparare (ciò che sembra gli afghani sappiano benissimo da sé da qualche secolo). Di ostetriche e infermiere parla Michele, pediatra nell'unico ospedale, Emergency, della valle del Panshir. Racconta che quando Gino Strada aveva qualche dubbio su come escludere il burqa all'interno dell'ospedale, fu tranquillizzato da una fragoroso «finalmente!» proprio del comandante Massud. Poi riferisce alcuni dati sul ruolo di Emergency: a fronte di una mortalità neonatale (primi 28 giorni di vita) di 300, su mille nati in Afghanistan, cento volte maggiore di quella italiana, all'ospedale di Emergency in Panshir si era arrivati a 19 su mille, con la sicurazza di migliorare ancora.
Le prime parole di Gino Strada sono coperte da lunghi applausi. «Ripudiamo la guerra, lo abbiamo detto chiaramente... noi facciamo sul serio la pace, curiamo le vittime della guerra» e poi in un crescendo, ecco l'equazione: «la guerra è più devastante del terrorismo, il terrorismo è più devastante della guerra; non stiamo da nessuna parte, né con i talebani né con gli antitalebani, né con Obama né con Osama». Curiamo tutti in Afghanistan, tutti quelli che si presentano feriti da noi. E rivendica gli 11 anni di presenza nel paese e la solidarietà, raccolta con migliaia di firme, difficili, pericolose spesso, diverse da un messaggino con il cellulare. E parla dei suoi tre colleghi, due dei quali hanno girato il mondo delle guerre negli ospedali di Emergency. E insiste sulla profonda inciviltà di chi chiude un ospedale perché dà fastidio, perché parla. «Non smetteremo di dire cose sensate. La guerra è il problema, bisogna porsi il problema di farla sparire».
Poi tocca a Vauro. Questi è stato a lungo e in varie occasioni a lavorare in Afghanistan.«Sono un testimone d'accusa contro Emergency. Si è parlato di armi. In tutti gli ospedali ci sono armi. Arrivano nelle carni di donne e bambini. Certo che vi si infiltrano talebani. Li ho visti io. C'era un talebano con un proiettile alla tempia e nel letto vicino un soldato di Karzai colpito al ventre. Poi Abdullah, seduto sulla brandina con una gamba attaccata solo con un brandello di pelle. Non piangeva Abdullah, anche se aveva solo quattro anni. Oggi forse sarebbe un talebano. Emergency è colpevole di averlo curato. E poi quel chirurgo, Garatti... Come se non avessi visto cento volte quel tipo con le mani imbrattate di sangue....».
E' finita. Proprio alla fine c'è Fiorella Mannoia che canta Manu Chao, per dire Emergency.

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venerdì 16 aprile 2010

E' una vergogna per l'italia


«Il sequestro dei nostri colleghi è una vergogna per il nostro paese, è un fatto di una gravità inaudita». L'arte della diplomazia è un dovere per il ministro degli esteri Frattini, ma Gino Strada sa cos'è l'Afghanistan e in queste ore molto delicate ritiene utile continuare ad alzare la voce per denunciare «questo scandalo internazionale». Perché è preoccupato, molto preoccupato.
Si sa qualcosa dei tre colleghi sequestrati?
Noi non abbiamo ancora notizie certe dei nostri tre colleghi e questa è una cosa gravissima e molto preoccupante. Non solo noi, ma tutti gli italiani hanno diritto di sapere dove sono e come stanno. Emergency ha appena nominato gli avvocati difensori per contestare le assurde accuse di terrorismo, ma come possono incontrarli se ancora nessuno sa dove siano esattamente? Questo è uno scandalo internazionale. Mi chiedo se il governo inglese, francese o tedesco si fossero trovati in queste condizioni, con tre loro cittadini sequestrati da uno stato straniero, quanti minuti ci avrebbero messo a risolvere la situazione. Forse dieci minuti... Io mi domando come si permettono questi signori di trattare in questo modo il governo italiano, dopo che gli eserciti di mezzo mondo spendono un miliardo di euro l'anno per mantenerli al potere. Per risolvere la situazione basterebbe una sola telefonata, basterebbe dire liberate immediatamente i nostri cittadini o noi ce ne andiamo da questo paese.
Il ministro Frattini ieri ha detto che i vostri colleghi stanno bene e che la prossima settimana saranno trasferiti a Kabul, e che forse uno dei tre, qualora non ci fossero addebiti nei suoi confronti, sarà presto liberato. Non sono buone notizie?
Che stanno bene è una notizia che risale a domenica scorsa, perché li ha visti l'ambasciatore, solo che nei giorni successivi ha chiesto di poterli rivedere nuovamente e gli è stato sempre detto di no. Inoltre, spero che gli addebiti dell'uno siano validi anche per gli altri, sarebbe bello.
La tua è un'accusa al nostro governo che non ha fatto abbastanza?
Il nostro governo aveva e ha il dovere di alzare la voce per sapere immediatamente dove sono e come stanno i nostri colleghi e invece non lo ha fatto. E' incredibile che non siano nemmeno capaci di avere notizie certe dai governanti di un paese sotto occupazione militare, non basta prendere contatti con dei cialtroni inaffidabili come hanno fatto fino ad ora per venirci a dire che si stanno intavolando delle trattative. Li devono rilasciare immediatamente, c'è poco altro da trattare. E' vergognoso l'atteggiamento del governo italiano.
Siete stati costretti ad abbandonare l'ospedale di Lashkar Gah, significa che Emergency potrebbe anche decidere di lasciare l'Afghanistan?
In queste ore non abbiamo pensato a nient'altro che alla sorte dei nostri tre amici, affronteremo questo problema non appena li avranno liberati. Quella degli ospedali di Emergency in Afghanistan adesso è una situazione molto complessa.
Come si organizza in poche ore una manifestazione così importante come quella di sabato a Roma in piazza Navona?
Sono convinto che sarà una grande manifestazione di testimonianza, credo proprio che parteciperanno molte persone. Non solo perché l'appello pubblicato sul nostro sito, che in queste ore è spesso impallato, ha già raccolto oltre 275 mila adesioni, ma perché sono convinto che gli italiani saranno pronti a schierarsi con chi sta con gli ospedali e non con chi attacca gli ospedali.
Dopo anni di avvilente silenzio si torna a parlare di guerra e di Afghanistan, che impressione ti fa questo spiacevole ritorno sulla ribalta?
La situazione in questo paese è disperante, della guerra non frega niente a nessuno, ma credo proprio che questa volta si sia passato il segno, che qualcuno abbia commesso un passo falso. Siamo di fronte a un fatto di una gravità inaudita. Il sequestro dei nostri colleghi è una vergogna per il nostro paese, si tratta né più né meno della cancellazione dello stato di diritto. Per l'Italia questa è una sconfitta, il nostro paese viene umiliato nonostante abbia più volte dato prova di servilismo - con questo e con i passati governi - e nonostante continui a spendere centinaia di milioni di euro per fare la guerra mentre in Italia migliaia di persone perdono il lavoro per la crisi.
Berlusconi ha scritto al presidente Karzai, se tutto finirà bene probabilmente se ne attribuirà il merito...
Se davvero il capo del governo li tirerà fuori da dove sono, allora il merito glielo darò anche io.
Adesso, più che sconcertato, sembri molto preoccupato.
Sì, lo sono. Non è un buon segnale non avere avuto ancora notizie certe e inequivocabili sulle loro condizioni. Spero solo che nessuno si permetta di alzare un dito. Altrimenti davanti a tutti dovranno risponderne il governo dell'Italia, dell'Afghanistan e dell'Inghilterra. Lo ripeto: basterebbe fare una telefonata al presidente Karzai per liberarli immediatamente.
Che ruolo hanno avuto gli inglesi in questa faccenda?
Agli inglesi è stata assegnata quell'area dell'Afghanistan, è in quelle zone che stanno preparando la campagna di primavera, cioé stanno semplicemente pianificando altri assassini nel silenzio più totale. E noi stiamo perdendo la nostra dignità nazionale

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La resistenza di Padre Zanotelli:"Fermi li portate in un lager"

Il padre comboniano e la protesta: "Sono bambini, dovrete passare su di me"
Riccio e la Iervolino abbandonano la manifestazione "Non c'è niente da fare"

di STELLA CERVASIO
 
"Sono bambini. Li state mandando in un lager. Dovete passare su di me". Ma la furia di chi obbedisce al governo e alla legge che punisce gli immigrati non risparmia neanche un uomo di chiesa, padre Alex Zanotelli. Pur di far partire in fretta in una camionetta i nove africani della "Vera D.", pur di chiudere la questione che ha agitato il porto di Napoli e le coscienze nell'ultima settimana, senza il minimo rispetto hanno buttato a terra persino il sacerdote che difende i diritti civili e si prodiga per l'umanità. Sta bene, il paladino di chi non ha voce e lotta per sopravvivere, ma è tornato a casa addolorato, come chi ha sostenuto una battaglia persa.

Intorno alle 21 la protesta era davanti ai garage della questura in via dei Fiorentini: "Siamo tutti clandestini" gridavano i manifestanti. Organizzazioni umanitarie, centri sociali, la Cgil con Jamal Quoddorack che hanno seguito dall'inizio la vicenda. L'assessore Giulio Riccio e il sindaco Iervolino vanno via aprendo le braccia: "Non c'è niente da fare". Ma Zanotelli resta, con i suoi collaboratori, tra i quali Felicetta Parisi, che è in lacrime. "Li abbiamo visti, li abbiamo visti bene, erano vicino a noi - piange - non c'è alcun dubbio che sono minorenni", riferendosi alla querelle sull'età dei cinque clandestini più giovani, tre dei quali erano stati giudicati maggiorenni dall'ospedale dove erano stati visitati. "Anche secondo il parere dei medici ospedalieri l'età scheletrica era intorno ai 18 anni - dice ancora Parisi - ma ci sono due anni di scarto in quell'analisi. Me ne assumo io la responsabilità. Sono un medico, un pediatra: erano minori. Li hanno spediti in un lager. Questa è una ignominia, una vergogna, viviamo l'epoca della disumanità".

Padre Zanotelli ha salito le scale della questura ed è tornato indietro poco dopo amareggiato: "Non c'è niente da fare, li portano via". Intanto i celerini si radunavano sotto il palazzo. "Dopo ore di trattative, di promesse, all'improvviso è arrivata la celere e abbiamo capito che li avrebbero portati a Brindisi - dice il sacerdote - Eppure c'era la richiesta di asilo politico, il Comune aveva trovato per loro una sistemazione". Zanotelli viene accompagnato dai collaboratori, a proseguire nel racconto è Felicetta Parisi: "Quando Alex è sceso noi ci siamo messi davanti al garage da dove doveva uscire la camionetta - dice - Zanotelli voleva stendersi per terra, voleva protestare contro questo sopruso. E ha detto ai poliziotti: "Nessuno ha chiesto a questa gente che cosa ha fatto nell'ultimo mese, come ha vissuto, di che cosa ha bisogno. È una vergogna. Per me potete passare sul mio corpo, prima di prenderli". Allora è scoppiato un tafferuglio, i poliziotti si sono lanciati verso di noi e Alex è stato scaraventato per terra".

I collaboratori del sacerdote, indignati, denunciano: "Per ore la questura ha portato avanti quello che sembrava un dialogo. Era falso. Per la prima volta Napoli, la città dell'accoglienza e dell'umanità, si è macchiata della strage degli innocenti. Lo sanno tutti i Cie sono dei lager"

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Napoli: I rifugiati della "Vera D". Una breve ricostruzione. Fino ad ora..


Mercoledì 7 aprile approda al molo Bausan (San Giovanni a Teduccio - Na) una nave per container, la "Vera D".
Il Cargo è una microfisica della globalizzazione: batte bandiera liberiana, è di proprietà tedesca, comandante russo, committente israeliano, marinai filippini e... "clandestini" ghanesi e africani!
Una volta nel porto infatti il comandante annuncia di aver scoperto a bordo nove ragazzi africani che si sarebbero imbarcati candestinamente al porto di Abidjan, nascondendosi dentro i Container (la nave ne trasporta fino a 3000). Difficile sapere se il comandante della Vera D sia stato davvero sorpreso oppure abbia avuto un moto di coscienza. Voci assolutamente diffuse e altrettanto pavide, garantiscono che la prassi infatti è "buttare a mare i clandestini"! Magari non lontano dalla costa, magari con dei contenitori di plastica per galleggiare un pò, magari con un pò d'acqua. E buona fortuna...! vita o morte.
DI certo per l'armatore quelle presenze sono una iattura: il blocco nel porto causa una perdita di almeno mezzo milione di euro, tra costo di gesione della nave e rimborsi per i danni procurati all'interruzione dell'attività dei moli.
Il comandante sostiene che non può continuare a navigare, perchè non ha più il numero legale per viaggiare in sicurezza... e chiede che sia il governo Italiano a prendersi cura dei ragazzi, tra cui sei hanno dichiarato la minore età. Sarebbe la cosa più ovvia, ma la linea della Questura è un'altra in questi casi: agire rapidamente nel silenzio e nell'omertà, notificare un frettoloso decreto di respingimento senza alcuna verifica della situazione e senza comunicare ai migranti il loro diritto di chiedere protezione umanitaria, senza nemmeno l'interprete. E imporre alla nave di riportare i profughi da qualche altra parte...
E' la "linea Lampedusa", che il ministro Maroni ha imposto da oltre un anno: respingimenti direttamente in mare, in spregio e in violazione sostanziale di qualunque diritto d'asilo e di tutela dei minori e delle persone in genere.

E' solo la protesta dei portuali per il blocco delle attività lavorative che lunedi 11 aprile rende finalmente pubblica la presenza dei nove a bordo e cambia le carte in tavola.
La mobilitazione antirazzista vede l'attivarsi di sinergie composite: decine di attivisti dei movimenti cominciano a picchettare la nave (intanto spostata al Varco Pisacane), si attivano i sindacati, lo stesso Comune e qualche parlamentare.
La pressione spinge la questura a qualche mossa di copertura. Improvvisamente scopre che è il caso di verificare la minore età di tre ragazzi fatti scendere solo per permettere alla nave di manovrare. L'esame biometrico del polso, un'analisi scarsamente attendibile che resiste solo in Italia ed ha oltre due anni di incertezza, stabilisce che i minori sarebbero in realtà degli "anziani camuffati"... malgrado, per alcuni di loro, l'evidenza del contrario risulti lampante agli occhi (e in fotografia). Ricordiamo anche che "nel dubbio" la legge impone ovviamente di favorire l'ipotesi di tutela.

Tutto il comportamento della Questura in realtà presenta numerose approssimazioni, contraddizioni e ambiguità, con gravi responsabilità di mancata tutela dei rifugiati e dei minori:

1) Riproduce la diffusa prassi dei decreti di respingimento rilasciati in automatico prima di verificare la posizione e l'eventuale richiesta di protezione dei profughi. Se sono respinti nessuno se ne accorgerà e, in caso contrario, sarà comunque un escamotage per permettere il trattenimento nei CIE.

2) Il decreto di respingimento viene emanato il 7 aprile, ma solo l'11, quando tutto è diventato pubblico, si comincia a "verificare" se ci sono minorenni.. un ribaltamento di procedura che mette l'ospedale nella condizione di "accreditare" una verità già scritta.. In pratica il 7 aprile la polizia commette un palese illecito perchè respinge formalmente almeno sei persone che risultano minorenni secondo i dati anagrafici che essa stessa ha raccolto. Senza fare nessun accertamento! E poi quando si accende l'attenzione mediatica si cautela con degli esami in cui chiaramente l'ospedale è messo in condizione di dover giustificare un operato palesemente illegittimo delle forze dell'ordine...

3) Dopo l'esame di appena tre dei sei ragazzi, la Questura dichiara con incomprensibile certezza che "non ci sono minorenni a bordo". Di fronte al crescere della pressione, la linea è comunque di negare tutto, magari pure qualche evidenza clamorosa.

La pressione degli antirazzisti raccoglie un importante risultato la sera di lunedi: una delegazione di tre persone, compreso l'avvocato del CIR (centro italiano rifugiati) riesce a salire sulla nave e ad incontrare i migranti, che esplicitano tutti per iscritto la propria volontà di chiedere asilo politico. In sei ribadiscono il dato anagrafico della loro minore età.
Mentre due esposti sono presentati alla stessa Questura e alla Procura della Repubblica (specie per la mancata protezione dei minorenni) gli antirazzisti presidiano la nave tutta la notte, temendo un colpo di mano con la partenza della stessa.
Finalmente la mattina di mercoledì i funzionari dell'ufficio stranieri arrivano a raccogliere la formalizzazione della richiesta di protezione e i rifugiati lasciano la nave. Lo impone quello che resta del diritto di asilo in Italia ed è però una delle pochissime volte che accade da molto tempo.

Per questo si pone comunque la necessità di dare un segnale di durezza in linea con le politiche ideologiche e xenofobe del ministro Maroni. Così, malgrado venga formalizzata pubblicamente la possibilità di accogliere tutti e nove i profughi nelle strutture di accoglienza comunali, il Questore dopo molto tracheggiare e tanta ipocrisia decide di adeguarsi pavidamente alla linea del Viminale: comunica che i nove profughi della "VeraD" dovranno aspettare la valutazione della "Commissione rifugiati" in condizione di trattenimento nel CIE di Brindisi. Del resto questa è la prassi becera seguita in quasi tutti i casi analoghi da un pò di tempo. Secondo le autorità napoletane non si pone nemmeno il problema di tutela dei minori, perchè "l'ospedale ha accertato che nessuno lo è"...

Alle dieci di sera di mercoledi viene perciò disposta la deportazione a Brindisi. Un presidio di quasi un centinaio di antirazzisti si è ricostruito fuori "l'ufficio stranieri" nella periferia orientale della città e blocca le uscite. La polizia carica...

Il nostro sostegno ai rifugiati della "Vera D" però continua e oltre alle attività degli avvocati, che impugneranno i provvedimenti di trattenimento, per le loro evidenti lacune e contraddizioni, presto l'iniziativa riprenderà. Magari a Brindisi..

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giovedì 15 aprile 2010

Dall'afghanistan non ce ne andremo


Sabato a Roma, a piazza Navona, alle ore 14,30 ci sarà una manifestazione per chiedere la liberazione degli operatori umanitari di Emergency - tre medici italiani e sei volontari afghani - arrestati sabato scorso e di cui non si sa più nulla. Ne parliamo con Milly Moratti, presidente della Fondazione Emergency.

Cosa chiedete con la manifestazione di Roma?
Abbiamo dato appuntamento sperando naturalmente che qualcosa di buona succeda prima. Nel frattempo giudichiamo incredibile il fatto che non vengano rispettati i diritti umani con i volontari arrestati, come essere interrogati davanti a un giudice piuttosto che avere l'assistenza di un avvocato. A Roma chiederemo la loro liberazione, sempre che non sia già avvenuta. E' un appuntamento che abbiamo lanciato per mettere insieme la gente intorno a valori e diritti che sono patrimonio di tutta una civiltà. Al di la della situazione contingente che riguarda Emergency, rintengo assurdo che ci sia stato un sopruso del genere e che non ci siamo subito curati di difendere questi nostri concittadini.
Il ministro degli esteri Frattini ha preso le distanze da Emergency, salvo poi fare una tardiva marcia indietro. Come giudica questo episodio?
Ho trovato incredibile che il ministro abbia privilegiato una notizia che aveva ampi margini di dubbio, come si è poi confermato. Il primo compito di un governo è difendere i suoi connazionali all'estero. Ed è un fatto ancora più grave che tutto questo accada in una situazione in cui il governo, con una visione che personalmente non condivido, appoggia il governo afghano per aiutarlo a portare nel paese una riforma più democratica, come sostiene. E pensare che il governo afghano si era impegnato con un altro nostro governo, di centrosinistra, proprio sulla riforma della giustizia.
Che clima sente intorno a Emergency?
Ho sentito in questi giorni un risveglio di coscienza. La gente è tornata a distinguere fra i valori veri e questo magma in cui sembra che il paese si sia assopito, nonostante fatti gravi come corruzione e malcostume. Sembrava ci fosse un'assuefazione a tutto e invece ora c'è un clima diverso. Mi fermano delle persone, persone che non sono assolutamente di parte, per parlarmi di valori importanti, come lo sono quelli di Emergency, una organizzazione che lavora per curare gratis la gente. E' un risveglio per il quale però si paga un prezzo troppo alto, perché in questo momento sono in pericolo degli operatori.
Può avere effetti questa vicenda sulla permanenza di Emergency in Afghanistan?
Nessuno, per adesso. E nessuno sta pensando di abbandonare il paese per troppa pericolosità. Si è lasciato l'ospedale di Lashkar-gah soltanto perché non si poteva fare altrimenti, per motivi di sicurezza. Vedremo come si evolveranno le cose.
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