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giovedì 15 aprile 2010

Persa anche Mantova ai ballottaggi, Bersani parla di "correzioni".


Nel fumoso studio di Andrea Camilleri oggi si parla del Pd un po’ in cenere. "Io non appartengo al Pd. Posso, quando sono disperato davanti alla scheda, al massimo votarlo. Come si dice a Firenze: il Pd tiene l’anima coi denti. È più di là che di qua. Dalla parte avversa invece c’è molta aggressività. Come la polizia quando si mette lo scudo antisommossa, abbassa le visiere e attacca alla cieca. Da quest’altra parte non c’è che una flebile resistenza. Chi sta appena dietro la prima linea, sembra dire: trovate un accordo, invece che farvi menare".

Accordo tra chi e chi?

L’accordo si fa in Parlamento. Lo sostiene Bersani e pure la Costituzione. Ma noi non siamo nei termini costituzionali, siamo dentro una democrazia finta. La maggioranza in Parlamento va avanti a voti di fiducia e decreti, mettendo a tacere l’opposizione.

L’opposizione parlamentare è un’utopia?

Sì. L’unica possibilità è che l’opposizione si faccia anche fuori. Esattamente come la Lega.

Politica sul territorio?

L’astrazione in politica non esiste. In politica esiste questa casa, questa via, la casa accanto e la via accanto. Una volta c’erano le sezioni con gli attivisti. Eravamo sfottuti noi del Pci che avevamo sezioni e agit-prop. Era quello che teneva in piedi il partito. Il mio amico Leonardo Sciascia disse una volta che c’erano due parrocchie: quella del Pci e quella vera. Ecco, una ha continuato a esistere. L’altra è scomparsa. A Raiperunanotte hanno parlato i centenari, Dorfles e Monicelli. E le cose più giuste, che hanno atterrito i cinquantenni, le ha dette Monicelli parlando di rivoluzione. E sconvolgendo Giovanni Floris che ha cercato subito di metterci una pezza.

Cosa vuol dire rivoluzione?

Nessuno di noi è così cretino da pensare che sia 'bandiera rossa e scendiamo tutti in piazza'. Monicelli vuol dire che se non si hanno idee rivoluzionarie rispetto al contesto politico attuale, con questa gente non andiamo da nessuna parte. Come disse un altro regista. In politica non si può essere un uomo buono per tutte le stagioni. Ci sono stagioni buone per ogni uomo politico.

Parliamo di D’Alema?

D’Alema è come il fantasma dell’opera: non si sa mai che fa nel sottopalco. Si è detto che Bersani è una creatura di D’Alema. Magari.

E invece che cos’è?

Uno che non tiene conto delle sollecitazioni che gli arrivano. Dai 49 senatori, da Prodi. E allora? Il marxismo prendeva atto della realtà e agiva di conseguenza. Oggi nessuno è marxista perché è un marchio d’infamia e nessuno tiene conto della realtà.

Se Bersani fosse un personaggio letterario?

Sarebbe Rubè di Peppe Antonio Borgese: non sapendo che cosa fare, a un certo punto viene travolto dai cavalli della polizia tentando di mediare tra destra e sinistra. Non gli auguro certo questo destino.

Soluzioni, allora.

Ci vuole uno slancio di utopia. Finché questi - come diceva Guicciardini - restano ancorati al particulare, alle poltrone, si muore soffocati. Stanno dentro un pallone, non sono più sulla terra. Non sanno, anche se lo dicono, cosa sono i problemi reali. Ma proclamarlo non basta, perché dall’altra parte c’è un muro. Allora devi trovare i modi per vincere e poi occuparti delle cose vere.

Ecco, il lessico del Pd sembra un po’ altrove. Bersani dal Messaggero: "È possibile rafforzare sia gli elementi di pluralità che i presidi dell’unità". Ma che vuol dire?

È un segno, sono bloccati nel tempo. 'Ce l’ho duro' è un modo di comunicare. Volgare, populista, ma se la gente vuole questo non puoi parlare con 'i presidi dell’unità'.

Bersani ha brindato al risultato delle Regionali.

Quando ero piccolo si studiavano i detti di Fra Galdino. Me ne ricordo uno. Due contadini zappano, ad un certo punto uno si china e s’inzecca un ramo nell’occhio. E dice: meno male. E l’altro: perché meno male? Perché se il ramo era forcelluto, di occhi me ne cavava due. Per favore, lo racconti a Bersani.

Cosa pensa delle "riforme condivise"?

Vizio antico. La Bicamerale mica l’ho inventata io. Però un pregio ce l’ha avuto: ha sdoganato Fini.

È una fortuna?

Gesù mio, sì. A me non frega niente se le sue posizioni sono frutto di una tattica. Ci fa vedere una destra europea che si può rispettare. Davanti a un guastatore continuo della Costituzione come Berlusconi, chi difende i principi ha la mia solidarietà. Anche se oscilla.

A proposito di baluardi: e Napolitano?

È lui che dovrebbe reclamare più potere, non Berlusconi. Se gli capita una legge che non gli va giù gliela possono rimandare così com’è e lui la deve firmare.

Il rinvio, in alcuni casi, avrebbe potuto essere un messaggio politico.

Io avrei fatto come lui: Napolitano sa che se ora piove, tra poco grandinerà.

Hanno fatto la Padania. Cosa ne pensa un siciliano?

Sono segni di scricchiolamento della nazione Italia. La crisi ha accelerato il processo di padanizzazione. Hanno pensato: qui c’è la ricchezza, teniamocela, pensiamo ai cazzi nostri. Vedo lo spettro di un Sud sempre più povero.

Il Pd ha fatto passi falsi anche a Sud. Come la candidatura di De Luca.

Quelli del Pd sono come i lemuri che a un certo punto dell’anno s’inquadrano tutti e si buttano a mare. Ma dico: fatevi visitare. Mettetevi in analisi.

A Enna si parla di una candidatura di Crisafulli, che fu coinvolto in un’inchiesta di mafia.

Sì, lì vince. Però...

Però cosa?

Se Berlusconi lo si combatte su questo campo, a criminale criminale e mezzo, noi siamo perdenti perché non ce l’abbiamo una disponibilità umana così importante. Per uno di loro ne dovremmo trovare uno e mezzo. Ma con tutta la buona volontà noi possiamo avere cose da poco e comunque perdiamo.

Si è prospettata, con Saviano, una soluzione “esterna alla politica” per il Pd. Cosa ne pensa?

Non si può andare avanti con la politica tradizionale se dall’altra parte vince chi fa una politica non tradizionale. Allora chi ci metti davanti? Un Papa straniero? Catone il censore rispondeva sempre a tutto delenda Carthago. Se politicamente non si elimina Berlusconi, io dico sempre delenda Carthago. La soluzione giudiziaria mi fa paura come quello che gli tira la statuetta.

Quale soluzione giudiziaria? Se ci sono reati vanno perseguiti.

Così il premier diventa un martire. La magistratura oggi fa il suo mestiere. Fino a Mani pulite, era un pilastro del governo. Ora che la magistratura ha trovato una sua autonomia, l’hanno buttata in politica. Come se prima non lo fosse. Mi piace di più sapere che da qui a tre anni Berlusconi avrà perso altri milioni di voti. Perché se li perde non li perde per "colpa" della sinistra, li perde perché la gente si sta rendendo conto.

Si renderanno conto che fino ad oggi si è occupato di materie che lo interessano, come la giustizia?

Certo. Ma quando mai si è occupato del Paese? Il 99 per cento delle leggi sono pro domo sua.

La patente a punti è stata una cosa buona.

Mussolini fece la battaglia contro le mosche.

Travaglio ha scritto sul Fatto di ieri ‘La legge è uguale per gli altri’.

Perfetto. È La fattoria degli animali. Nel momento in cui uno dice ‘non mi rompete le scatole, non mi processate adesso, ne parliamo tra un anno’ cade qualunque impalcatura. Propongo di levare il cartello ‘La legge è uguale per tutti’ dai tribunali: ci facciamo ridere dietro.

Ci crede al regime?

Sono stato uno dei primi a parlare di regime, nel ‘94 con Bobbio e Sylos Labini. Fui sputtanato e sbeffeggiato da tutti. Toh, c’è aria di regime. Ma davvero?

A cosa andiamo incontro?

Al sogno di Calderoli. Nel 2013 avrete un capo del governo leghi-sta e Berlusconi presidente della Repubblica. Io a settembre faccio 85 anni. Auguri a voi.

Da: Antefatto

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mercoledì 7 aprile 2010

Pegolo (PRC): Unità o omologazione? 10 punti di riflessione

Il dibattito sulle elezioni

Unità od omologazione?10 punti di riflessione

10 punti di riflessione sulle prospettive del PRC e della Federazione della sinistra dopo il voto

di Gianluigi Pegolo*
Occorre tornare sul risultato elettorale delle regionali perché, come mi pare si sia potuto cogliere anche nel recente Consiglio della Federazione della sinistra, esso può essere interpretato in vari modi. Inoltre, i diversi giudizi conducono inevitabilmente verso prospettive differenti. I dieci punti che seguono sono il tentativo di leggere in modo obiettivo il risultato elettorale, ma soprattutto vogliono trarre prime conclusioni sulla prospettiva che si apre per il PRC e per la Federazione.
La prima questione, essenziale, è l’interpretazione del successo del centro-destra ( perché di questo si tratta). Non si è trattato di un successo in termini di voti ( perché semmai vi è stata una flessione), quanto della straordinaria capacità di tenuta elettorale, pur in una situazione quanto mai sfavorevole, che ha consentito allo stesso centro-destra di conservare la propria forza e di conquistare il governo in altre quattro regioni. Gli effetti di questa vittoria si possono già misurare ora: rafforzamento dell’asse Berlusconi – Lega (unica vera vincitrice), rilancio dell’offensiva istituzionale (con lo scambio fra federalismo e presidenzialismo e ancor di più la riforma della giustizia, garanzia dell’impunibilità del premier) e prevedibile offensiva sociale (dall’art. 18, al sistema pensionistico, ai diritti). Su questa lettura del risultato non dovrebbero esservi dubbi. Il punto sul quale invece occorre porre l’attenzione è la simmetrica sconfitta dell’opposizione, che è intaccata anch’essa dall’astensionismo crescente ( in ciò evidenziando dinamiche del tutto diverse da quelle francesi) e che perde consensi elettorali ( dalle forze del centro-sinistra alla stessa UDC), con l’unica eccezione dell’affermazione delle liste Grillo in alcune regioni. La sostanza della sconfitta dell’attuale linea del PD sta nell’essersi illusi che fosse possibile battere il centro-destra attraverso essenzialmente una operazione di geometria politica, allargando semplicemente il sistema di alleanze al centro, anche a prezzo di torsioni moderate e rotture a sinistra. La lezione da trarre è semplice ma molto impegnativa: senza una straordinaria capacità di promuovere l’opposizione, connettendola con le non irrilevanti manifestazioni di resistenza sociale che sono in atto, senza un sostegno vero alle battaglie a difesa del lavoro e dei diritti, senza una limpidezza nella collocazione e nelle pratiche, il centro-destra non solo non è scalfito nei rapporti di forza, ma consolida la sua egemonia in pezzi rilevanti della società italiana.

Questa constatazione, tuttavia, ha delle implicazioni anche per quanto riguarda la lettura del nostro voto e su questo, invece, a me pare vi sia nel nostro dibattito, ma soprattutto in quello della Federazione, un’impostazione insoddisfacente e che, talvolta, emergano posizioni non condivisibili. Non si tratta tanto del giudizio complessivo. E’ del tutto evidente che dal punto di vista elettorale in senso stretto l’arretramento rispetto alle europee è negativo, anche se sarebbe sbagliato dare un giudizio catastrofico. Il punto è che questa flessione rispetto alle europee era annunciata perché nei mesi scorsi tutti i segnali andavano in questa direzione. Ciò significa che essa non è tanto il risultato della tattica elettorale utilizzata (sulla quale avrò modo di soffermarmi successivamente), quanto – assai di più - del deficit di iniziativa politica e sociale della Federazione e del suo profilo ancora indefinito.

La questione fondamentale sta quindi nella nostra credibilità. In questo sta a mio avviso la connessione con il tema generale che emerge dal dato elettorale a cui ho accennato in precedenza. Il deficit di opposizione e di capacità di rappresentare la domanda sociale investe, insomma, anche noi. Nella sostanza, a me pare che non siamo riusciti a ridare senso – nella materialità dell’attuale condizione sociale – ad una scelta anticapitalista e comunista. Io temo, anzi, che in queste elezioni la Federazione sia stata percepita più come l’interprete di una storia, che come il soggetto promotore di un cambiamento, che all’evocazione di un processo di riaggregazione a sinistra non abbia fatto seguito la capacità di dare il senso di una sua effettiva utilità sociale. Nel dibattito in corso nella Federazione, invece, si elude un confronto vero su questi nodi e molto spesso ci si limita al richiamo ai limiti organizzativi che hanno gravato e che gravano sulla sua operatività. A tale proposito, la richiesta di accelerare tout court il processo di costituzione della Federazione se riflette il bisogno di superare una condizione di provvisorietà, nasconde, io penso, la sottovalutazione di questi limiti di fondo e la ricerca della classica scorciatoia organizzativistica.

Un secondo ordine di considerazioni riguarda la questione delle scelte elettorali compiute. A me pare che in talune interpretazioni presenti nella Federazione, ma anche nel nostro partito, si tenda ad attribuire il risultato elettorale insufficiente ad un’inadeguata politica delle alleanze. L’enfasi posta sulla sconfitta in Campania e Lombardia e la continua sottolineatura sull’effetto del “voto utile” a cosa mirano? Cerchiamo di capirci: l’effetto “voto utile” c’è stato e chi lo nega non tiene conto di un dato della realtà. Lo sapevamo bene che si sarebbe manifestato e non si può certo sostenere ora che vi sia stato nelle scelte che abbiamo fatto un eccesso di settarismo nei confronti del centro-sinistra. Quando abbiamo posto la priorità dei contenuti e la questione morale abbiamo accettato un confronto con il centro-sinistra rigoroso, senza precludere la possibilità di conseguire (dove ne esistevano le condizioni) un accordo. Non è forse vero che dove le alleanze non sono state fatte ciò lo si deve al rifiuto immotivato del PD o a scelte assolutamente inaccettabili, come nel caso della Campania? Se un rilievo posso fare sulle scelte compiute non è quello che vi sia stata la mancanza di propensione unitaria, semmai che dovevamo essere ancora più rigorosi sui contenuti. Senza aprire polemiche, a me pare che in alcuni casi potevamo fare scelte o adottare comportamenti diversi. Peraltro, pur essendo il risultato nelle regioni dove siamo andati in alleanza con il centro-sinistra migliore di quelle in cui siamo andati da soli, vi sono in ogni caso differenze fra le varie regioni che non dovrebbero essere sottovalutate. Se depuriamo il risultato complessivo da quello ottenuto nelle regioni in cui ci siamo presentati autonomamente, constatiamo come si è avuta comunque una flessione, a dimostrazione che se l’effetto voto utile c’è stato, nondimeno anche le alleanze con il centro-sinistra non hanno impedito l’arretramento rispetto alle elezioni europee, che è stata sì contenuta ma non arrestata.

Sull’indicazione operativa da trarre dal risultato non vi possono essere molti dubbi. Di fronte al successo delle destre e alla pericolosità delle stesse, è evidente che la costruzione di un’iniziativa unitaria è essenziale. Che la Federazione debba assumersi la responsabilità di promuovere tale iniziativa mi pare altrettanto logico. L’agenda delle iniziative da assumere è dettata in primo luogo dai temi sui quali l’offensiva della destra è più forte e su quelli a maggiore impatto sociale. Sul fronte sociale queste sono: la difesa dell’articolo 18, la tutela dell’occupazione e la lotta al precariato, la salvaguardia dei beni pubblici, il rifiuto del nucleare. Questi temi s’intrecciano alla battaglia referendaria. Con tutte le forze che sono disponibili a sostenere queste iniziative dobbiamo essere disponibili al dialogo e promuovere mobilitazioni unitarie. Così come dobbiamo lavorare per uno schieramento a difesa della democrazia e in particolare della Costituzione, contro le torsioni presidenzialiste, contro la manomissione del sistema giudiziario e contro l’offensiva sul federalismo fiscale. Né, credo, si possa mettere in dubbio la necessità che in caso di elezioni politiche si realizzi un accordo elettorale per battere Berlusconi. Il punto è un altro e riguarda la relazione che si viene a stabilire fra la Federazione e il centro-sinistra.

A me pare che vi siano in campo due linee possibili. La prima è quella che, assumendo il bipolarismo come un dato di fatto e considerando preminente l’esigenza di evitare l’isolamento politico, persegue la via della ricostruzione del centro-sinistra, con il corollario della scelta di alleanze elettorali sistematiche a tutti i livelli, in cui l’esigenza frontista prevalga anche sul confronto di merito sui contenuti e che prevedano lo sbocco di governo. Di qui io credo una serie di polemiche fatte sugli accordi elettorali, il più delle volte formulate da chi auspicava l’intesa di governo purchessia, vuoi per occupare postazioni (gli assessorati) giudicate decisive per la visibilità, vuoi per il convincimento che la questione programmatica non sia – al momento attuale - in sé decisiva. La linea alternativa è quella che lavora per il superamento del bipolarismo, considera decisivo al fine della costruzione di una vera opposizione il terreno concreto dei contenuti e delle pratiche, accetta il confronto unitario col centro- sinistra, ma nella consapevolezza che oggi la difficoltà principale sta in una propensione moderata che impedisce lo sviluppo di un’opposizione di massa degna di questo nome, che le alleanze elettorali vadano misurate sul piano della coerenza fra esigenza di unità ed efficacia dei contenuti, che, conseguentemente, sia essenziale il mantenimento dell’autonomia della Federazione dal PD e che non esistano le condizioni per la ricostruzione del centro-sinistra.

Personalmente non ho dubbi. Io mi riconosco in questa seconda linea, che è poi quella che si richiama al fulcro della scelta operata nel congresso di Chianciano. Non si tratta di un rigurgito identitario, né di una propensione settaria o della sottovalutazione dell’esigenza obiettiva dell’ unità per battere le destre. Si tratta invece di una lettura – a mio parere realistica – dello stato delle cose. Se è vero che il risultato elettorale dipende dal deficit di opposizione e se tutti riconosciamo che tale deficit è imputabile in modo principale alle posizioni del PD, è evidente che al di là della nostra disponibilità unitaria, se non c’è una nostra iniziativa autonoma che sappia non solo praticare l’unità ma anche spostare a sinistra l’asse politico, l’esito sarebbe quello di assecondare un continuismo che non consente un passo in avanti. Se sul fronte elettorale, l’unica bussola è quella della generalizzazione degli accordi di governo col centro-sinistra, senza valutarne l’effettiva compatibilità con alcuni contenuti, certamente si elimina l’effetto voto utile, ma non s’inverte la tendenza (prevalente in questo risultato elettorale), ad un nostro progressivo declino per mancanza di un profilo forte, e socialmente credibile. L’alternativa fra le due linee non è, quindi, quella fra propensione unitaria e resistenza settaria, come alcuni vorrebbero dare ad intendere, ma fra due idee diverse di unità: l’unità come convergenza possibile, fra soggetti autonomi e sui contenuti e l’unità come tendenziale omologazione. A me pare che la seconda via sarebbe alla fine mortale per il nostro partito e per la Federazione.

Se questo è vero, un nodo va però affrontato ed è quello dei rapporti a sinistra. A me pare che l’attuale Federazione da sola non sia in grado di reggere la sfida che ci sta di fronte e questo non solo per i limiti che ho prima richiamato, ma anche per un’evidente insufficienza in termini di rapporti di forza. Con un 3% circa di consensi si rischia in continuazione di finire o nell’isolamento o nella subordinazione. Inoltre, la forma stessa che si è data la Federazione costituisce un oggettivo impedimento ad un suo allargamento. Lo si voglia o no, nuovi soggetti dovrebbero aderirvi accettando un’impostazione già definita, il che mi pare costituisca un ostacolo in molti casi insuperabile. Se la scelta fosse stata diversa – come personalmente ho sempre sostenuto – e cioè un processo aperto, molto centrato, oltre che sull’accordo elettorale, sulla sperimentazione di pratiche, senza forzature organizzativistiche – sarebbe stato possibile un allargamento. Per come si sono mese le cose mi pare sia difficile. Il problema dei rapporti di forza sta diventando sempre più importante e lo sarà a maggior ragione a partire dal voto alle amministrative del prossimo anno per le quali, data la riduzione del numero di eletti, anche in presenza di alleanze con il centro-sinistra non saremmo più garantiti. E qui veniamo ad un punto fondamentale. Se non si consolida a sinistra un “polo alternativo” di una certa consistenza non si regge la presentazione autonoma dal PD (come dimostrano specularmente i casi della Campania e delle Marche), ma diventa anche difficile, laddove ve ne siano le condizioni, stipulare alleanze con il centro-sinistra qualificate. Dirò di più, solo una sinistra autonoma, conflittuale e non subordinata, con una massa critica adeguata, può influire positivamente sullo stesso dibattito in corso nel PD.

Un polo di sinistra ha oggi senso se è in grado di porsi in modo autonomo rispetto al PD. E’ da qui che sorge il problema della relazione con SEL. Fare dell’alleanza con SEL una questione di numeri del tipo…… se sommiamo il nostro 2,8% con il loro 3%, raggiungiamo quasi il 6%…. e’ una pura astrazione e non solo perché in tema di elezioni non valgono mai le somme algebriche, ma perché il problema con SEL è se questa formazione intende essere autonoma dal PD o se si considera parte integrante di un centro-sinistra a guida PD. Oggi la linea prevalente in SEL è quest’ultima e le posizioni di Vendola danno a tale scelta una connotazione ancora più inquietante, puntando a costruire un soggetto unico del centro-sinistra di ispirazione “nuovista”, non molto dissimile dalle suggestioni veltroniane. L’esperienza della Marche (dove abbiamo costruito un polo alternativo con SEL) ci suggerisce che quest’impostazione può essere superata, ma per l’appunto facendo leva su contraddizioni reali, non in ragione di una convergenza scontata. Vorrei anche rilevare che un polo della sinistra di alternativa che oltrepassi i limiti della Federazione può vedere la presenza anche di altre forze politiche, ma che esso ha un senso se raccoglie una domanda di cambiamento e per questo sarebbe curioso che si realizzasse senza coinvolgere almeno parti dei movimenti di lotta, se non riuscisse a recuperare almeno un pezzo di quel popolo di sinistra che si è rifugiato nell’astensionismo o nella protesta populista. So bene che di fronte alle difficoltà obiettive la tendenza più semplice è quella di confluire sotto le grandi ali del PD, ma queste scelta non risolve alla fine i nostri problemi.

Un’ultima considerazione va fatta sul PRC. A me pare del tutto evidente che ogni possibilità di ripresa, sia della Federazione sia di una sinistra non omologata e rinunciataria, dipende in ultima analisi dal rafforzamento del PRC. Non si tratta di boria di partito. Il punto è che anche in queste elezioni, senza questa forza tutto sarebbe stato impossibile. Né credo all’ipotesi della Federazione come un processo di fusione. Non ho mai creduto alla semplificazione dei soggetti politici, a prescindere dalla loro base politico-culturale. La federazione è un insieme di soggetti che possono realizzare livelli di unità maggiori, anche considerevoli, ma che non ha allo stato attuale le basi per trasformarsi in partito unico. Il punto è che oggi il progetto di rilancio organizzativo, teorico e culturale del PRC non c’è. Pensare di tenere in campo migliaia di militanti, senza assumerlo, è una pura astrazione. Quando parlo di progetto intendo qualcosa di significativo, non un richiamo generico al consolidamento. Esso richiede che questo obiettivo sia posto come una priorità nell’agenda politica, che s’investano forze, che soprattutto si lavori a partire dalle organizzazioni di base, i circoli. Che se ne ridefiniscano i compiti, che li si attrezzino a reggere un’iniziativa sociale straordinaria, che si diano ai militanti strumenti di analisi e di interpretazione; che si ristrutturi il partito sulla base di principi autenticamente democratici, che la partecipazione sia una cosa vera, che le componenti tornino ad essere luoghi di riflessione ed elaborazione, anziché lobby finalizzate alla spartizione di cariche e ruoli. Un impegno gravoso, dunque, ma ineludibile.

*Segreteria nazionale PRC
Gianluigi Pegolo

da Liberazione

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Masella (PRC): PERCHE’ LA DESTRA HA VINTO LE ELEZIONI REGIONALI ? COSA FACCIAMO A SINISTRA ?

 
Intervento integrale di Leonardo Masella nella riunione della Direzione Nazionale del Prc del 1 aprile 2010.

I risultati elettorali potrebbero essere utili a capire i movimenti della società, dell’opinione dell’elettorato, a verificare le proprie tesi e ad aggiustare il tiro. Avremo modo nei prossimi giorni di valutare con più calma e precisione i dati elettorali, tuttavia una cosa emerge con grande evidenza, assolutamente incontestabile. Parlo del risultato elettorale del Paese, non quello del nostro partito o della Federazione, perché se non si parte da ciò che avviene nella società italiana, fra i lavoratori, fra i giovani, nel proletariato in carne ed ossa (non in quello sognato o immaginato nelle nostre concezioni ideologiche spesso astratte e precostituite), non riusciamo neppure a capire
ciò che avviene nel nostro elettorato.
Il risultato eclatante è che la destra torna a vincere e alla grande, quando tutti nel campo del centro-sinistra (a partire da noi, e ciò è più grave) la davamo perdente, prossima alla sconfitta definitiva.
Nonostante gli scandali, la divisione con Fini, l’annullamento delle liste, il cambiamento di spalla del fucile della grande borghesia, il Berlusconi accerchiato e in evidente difficoltà, la destra vince queste elezioni regionali, strappando al centro-sinistra regioni importanti come il Piemonte, il Lazio, la Campania, la Calabria, oltre a ridurre pericolosamente i consensi al centro-sinistra nelle ex-regioni rosse, come l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche, l’Umbria, dove cresce la Lega, nella crescita ulteriore dell’astensione (a cifre ormai gravissime) e di liste come quelle di Grillo, fenomeno già presente da anni e segno del disgusto per la politica, anche del centro-sinistra. E’ finita 7 a 6, non 9 a 4 come sperava il centro-sinistra e neppure 8 a 5 come sperava Berlusconi. Non poteva andare peggio.
Peraltro, quella che vince è la destra peggiore e più pericolosa, vince l’asse Berlusconi-Lega, una Lega aggressiva, arrogante, razzista e popolare, che pesca nel malessere sociale e nella delusione popolare per il centro-sinistra ed anche della sinistra e dei comunisti, attraverso un partito classicamente organizzato e socialmente radicato sul territorio, senza leader o con un leader ridotto male come Bossi (immaginiamo cosa sarebbe la Lega se avesse un leader come il Bossi in piena forma di una decina di anni fa), peraltro a smentita della tesi che senza un leader carismatico non si può oggi far politica di massa.
Quand’è che facciamo una riflessione vera sul perché continua a vincere l’estrema destra in Italia e sul perché anche noi non riusciamo minimamente a prevedere i risultati elettorali ? C’è qualcosa più di fondo che non va in questo nostro reiterare l’errore.
Anche quando nel 2008 stravinse la destra, a sinistra ed anche fra di noi ci fu sorpresa, incomprensione, delusione, drammatizzazione, rabbia (a volte persino ce la prendiamo col popolo che non capisce!), ma nessuna analisi seria del movimento profondo della società. La sinistra del centro-sinistra dette la colpa a Mastella (che pure fu il killer materiale del governo Prodi), la destra del centro-sinistra dette la colpa a Rifondazione, nello sport in voga nel Pds-Pd dal 1998. Ma le analisi del motivo vero, cioè la delusione popolare per il governo e la politica di centro-sinistra, i milioni di voti passati dalla sinistra all’astensione, o persino a destra, anche dall’estrema sinistra all’estrema destra, come è sempre avvenuto nella storia in tutto il mondo e come è destinato ad avvenire sempre di più in una Italia in crisi pesantissima sociale e morale e per di più che ha perso ormai la memoria, dell’antifascismo, della guerra, dell’emigrazione. I voti popolari e proletari non sono di per sé né di destra né di sinistra. Non ci sarà nessuna possibilità di ridurre i consensi alla destra e farli crescere a sinistra, se non si prende atto che il voto di appartenenza storica e ideologica (ai valori e ai simboli o ai simulacri dell’antifascismo, della Costituzione, della sinistra, dei comunisti) va riducendosi sempre di più, soprattutto nei settori popolari e nelle giovani generazioni, che sono colpite pesantemente dal massacro sociale e sono lontane anni luce dalla politica.
Le forze del centro-sinistra invece, e in particolare quelle della sinistra comunista e di alternativa, non hanno più il polso della società e in particolare degli strati più deboli, popolari, della società. Noi, più siamo piccoli e in pochi, più parliamo sempre fra di noi, nei nostri palazzi e nei nostri uffici di partito o istituzionali, in una sagra di politicismo e di autoreferenzialità, spesso settaria. Perché se parlassimo con la gente semplice del popolo, con i lavoratori, con i giovani precari o disoccupati, ci accorgeremmo che la preoccupazione maggioritaria, ultramaggioritaria, non è Berlusconi che minaccia la democrazia e la Costituzione (cosa ovvia per noi), ma è che non si sa come pagare l’affitto o il mutuo di fine mese, è di risparmiare su tutto anche sulla spesa, è la paura di perdere il lavoro, il terrore di cadere in povertà, è la difficoltà a trovare lavoro (qualunque lavoro, anche i lavori manuali più faticosi), è la mancanza di soldi per una visita medica senza far passare 8 mesi di lista di attesa. Solo sollevando con grande centralità e determinazione la questione sociale, solo rappresentando senza peli sulla lingua il malessere sociale, è possibile sottrarre voti popolari a Berlusconi, alla Lega e alla destra sociale. Ma il Pd non può, per come si è formato, per la collusione culturale e strategica con la cultura liberista e con i poteri forti del capitalismo, per il sostegno che ha della grande stampa borghese, capire questa necessità. Questo possiamo e dobbiamo farlo solo noi, i comunisti e la sinistra. Quando abbiamo fatto così, anche in autonomia e in conflitto col Pds-Ds-Pd e con la Cgil, abbiamo avuto un ruolo e abbiamo portato un contributo non solo di idee ma di rappresentanza di pezzi di società alle necessarie, indiscutibili alleanze per battere le destre. Quando abbiamo adbicato a questo ruolo diventando col congresso di Venezia forza di governo subalterna al Pd siamo stati cancellati dall’elettorato popolare e siamo diventati inutili.
Questo significa che non bisognava fare accordi elettorali col Pd, come hanno proposto alcuni compagni, ancora in queste elezioni regionali ? Questa è una risposta ancora più politicista ed autoreferenziale. Se c’è un dato che emerge evidente e indiscutibile del risultato della Federazione della sinistra è che nelle regioni in cui ci siamo presentati da soli e isolati, abbiamo ottenuto i risultati più bassi, portando la falce e martello al 2% in Lombardia (nonostante la candidatura autorevole di Agnoletto presidente) e all’1,4% in Campania (nonostante l’improvvisata e improvvida candidatura del segretario e del portavoce nazionale della Federazione, compagno Ferrero). Non sto dicendo che si poteva fare diversamente sulla collocazione della Federazione, perché De Luca era insostenibile e Penati non voleva il nostro simbolo nella sua coalizione, penso però che il nostro risultato debba farci riflettere per evitare di trovarci altre volte in quella situazione di isolamento, soprattutto in elezioni maggioritarie a turno unico nelle quali la logica del bipolarismo e del voto utile ci penalizza fortemente. Né penso che la soluzione sia di fare sempre e comunque alleanze col Pd, anche perché è l’isolamento totale che ci porta al risultato peggiore, non l’autonomia dal Pd e la presentazione fuori dall’alleanza. Come dimostra il caso delle Marche, dove veniamo messi fuori dall’alleanza col Pd dopo anni di una buona esperienza di governo comune solo per compiacere l’Udc, ma riusciamo a costruire una lista unitaria con Sel, con un candidato presidente autorevole e credibile, ottenendo uno dei migliori risultati. Il caso Marche è un esempio molto interessante anche in previsione delle prossime elezioni comunali, fra un anno, in città importanti come Milano, Torino, Napoli, Bologna, dove il doppio turno e l’assenza di quorum consentirebbero anche la presentazione al primo turno del nostro simbolo con la falce e martello dentro più ampie coalizioni di liste di sinistra attorno a candidati alternativi al Pd e al secondo turno il sostegno ai candidati del centro-sinistra per non far vincere la destra.
Detto questo, il risultato complessivo della Federazione non può essere giudicato una sconfitta ma neanche positivo e andare avanti come nulla fosse, perché è vero che il calo rispetto alle elezioni europee era ampiamente previsto al nostro interno ma è d’altronde incontestabile che venga percepito all’esterno da militanti ed elettori come negativo e inferiore al risultato di Sel, favorito come sappiamo dall’effetto Vendola, a sua volta rilanciato solo dal madornale errore politicista dalemiano.
Il nostro risultato è un lumicino che può diventare una luce solo se viene messo al servizio del rilancio del processo di ricomposizione unitaria e di rifondazione (processo lungo, ma di cui almeno si dovrebbero discutere i fondamenti) di una forza comunista, della costruzione in tempi rapidi della Federazione della sinistra, della costruzione di una opposizione di massa, innanzitutto sociale, al governo, e della disponibilità a concorrere a battere la destra alle prossime elezioni politiche, pur in assenza di condizioni di governo comune e con un Pd che verrà inevitabilmente risucchiato ancora più al centro e verso accordi istituzionali con la destra.
Bisogna accelerare i tempi per la costruzione della Federazione, anche perché questo non è affatto in contraddizione con la necessità, finalmente, di fare una bella discussione politica e cercare una sintesi, non come mediazione fra diverse posizioni del passato ma come elaborazione di una linea efficace e adeguata ai nostri tempi. Un bel congresso costituente della Federazione è proprio il modo migliore per approfondire il confronto sulla linea politica. Si possono superare freni e paure. Anche perché il fatto che le elezioni politiche anticipate siano definitivamente tramontate e che si vada alla scadenza naturale del 2013 ci dà tutto il tempo per dedicarci alla lotta sociale, ci permette di immettere il conflitto sociale, la costruzione di movimenti di lotta e l’anticapitalismo (a partire dall’irrinviabile campagna referendaria sulla legge 30 e sull’acqua pubblica) nella costruzione della Federazione e della necessaria offensiva unitaria verso Sel. Questo è l’unico modo per procedere evitando il rischio di una unità di stati maggiori, di costruzione di un ceto politico e burocratico autoreferenziale senza consenso e protagonismo sociale. Che sarebbe la fine definitiva del nostro progetto politico, ma anche di qualunque progetto politico di sinistra nel nostro Paese.

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martedì 30 marzo 2010

L'incubo italiano


Alla fine, con quel meno 8 per cento, l’astensionismo ha colpito il voto delle Regionali come un’onda anomala e trasversale, colpendo a destra e a sinistra. Una percentuale sulla quale ha influito la fuga dai seggi nel Lazio, superiore di quattro punti alla media nazionale, con l’11 per cento in meno di votanti. La febbre francese ha contagiato l’Italia purtroppo solo nella fuga dal voto, non nel risultato. Ma la seconda onda anomala è l’escalation della Lega che sbanca nel Veneto, va a un testa a testa con il Pdl in Lombardia e sfida il centrosinistra in Piemonte dove, al momento in cui scriviamo, la candidata Mercedes Bresso combatte voto su voto contro il leghista Roberto Cota e contro l’ultima proiezione che ne segna la sconfitta. L’onda verde prende decisamente la direzione delle regioni centrali avanzando in Emilia Romagna, nelle Marche, in Toscana e in Umbria. Un successo che arriva dopo una campagna affrontata con l’acceleratore spinto sulla propaganda xenofoba.
Alla doppia, tumultuosa crescita di astensionismo e Lega, Berlusconi risponde strappando quattro regioni al centrosinistra. Per due, Campania e Calabria, il compito per la verità non era difficile dopo i disastri e le difficoltà delle precedenti amministrazioni. Per altre due, Piemonte e Lazio, l'esito invece non era davvero scontato. Ma questi successi, e la conquista di tutto il sud (fatta eccezione per la Basilicata e la Puglia di Nichi Vendola) non lo compensa dalla perdita di peso politico in tutto il nord del paese. Ora il suo progetto presidenzialista è legato al carroccio del federalismo: il sovrano e i feudatari.

REGIONALI RISULTATI E RIEPILOGO NAZIONALE DEI PARTITI

QUI PARLANO I NUMERI. 




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Risultati definitivi regionali Lazio: la Polverini vince in volata.


La Polverini strappa il Lazio anche senza la lista del Pdl nella provincia di Roma. La FdS si ferma al 2,8%


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Risultati regionali Puglia: Vendola è Presidente!

Ottima affermazione di Vendola. La FdS racimola un discreto 3,25%.


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RISULTATI REGIONALI CALABRIA: Dilaga il centrodestra.

Disfatta in Calabria per il Centrosinistra. La FdS sfiora il 4%.


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RISULTATI REGIONALI CAMPANIA: CALDORO + 11 SU DE LUCA.

Per la FdS e Ferrero solo l'onore di aver partecipato ad una battaglia impari contro malaffare e camorra.
Ma in Campania è tutto da rifare.


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Risultati regionali Basilicata: Vince il CentroSinistra. FdS inchiodata all'1,8%

Vittoria larga del centrosinistra. Male la FdS. Magdi Allam all'8,6%

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RISULTATI REGIONALI PIEMONTE: COTA VINCE DI UUN SOFFIO. FdS AL

Sfida all'ultimo voto. Sorpresa Movimento a 5 stelle che va al 4% e condanna la Bresso. FdS al 2,6%.

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Risultati regionali Lombardia. Formigoni vince, la Lega avanza.

Lombardia "balena bianca". Niente sorpasso lega. Agnoletto al 2,35% sotto il Movimento a 5 stelle di Grillo.


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RISULTATI VENETO: Zaia stravince. Centrosinistra inesistente.

Strapotere della Lega Nord. No comment.


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REGIONALI LIGURIA: VINCE BURLANDO, FdS AL 4%

Vittoria in Liguria del centrosinistra all'argato dall'Udc alla FdS. La Federazione si afferma al 3,9% ed elegge un consigliere regionale


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REGIONALI EMILIA ROMAGNA: ERRANI AL 52% la FdS conquista un seggio

Scontato l'esito delle elezioni in Emilia Romagna. Errani vince. FdS sfiora il 3% e conquista un seggio.



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REGIONALI TOSCANA: Centrosinistra al 60%, FdS al 5,3%

Una conferma del Centrosinistra in Toscana. Avanza la Lega. FdS con i verdi al 5,26%.



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REGIONALI UMBRIA: Umbria, vince il CentroSinistra. La FdS al 7%

Ottima prestazione della FdS in Umbria. Sfioriamo il 7%.


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lunedì 29 marzo 2010

Regionali Marche: Risultati definitivi vince Spacca. Rossi (FdS+SeL) al 7,1


Tutte le sezioni scrutinate. Buona prestazione di Rossi. Incerta la presenza in consiglio regionale per la Federazione della sinistra.
Aggiornamento: nelle Marche eleggiamo un Consigliere Regionale.
Anche SeL ne elegge uno.



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Scrutinio in diretta - Speciale Regionali de Il Comunista Quotidiano









Come funziona? La risposta è semplice: è un esperimento. Il live blogging per lo scrutinio delle elezioni regionali ed amministrative del 28 e 29 marzo è un piccolo esperimento de Il Comunista Quotidiano.

Aspetteremo e condivideremo soprattutto i risultati da tutti i compagn* che vorranno comunicare i dati che prenderanno direttamente dalle sezioni o dalle sedi di partito. 
Un modo per condividere l'epilogo di una campagna elettorale difficile. 
Un modo per sentirsi compagni di strada. 
Basterà scrivere direttamente sulla Chat.
L'appuntamento è per il pomeriggio del 29 marzo.

Nel caso il server della chat crolli (come in questo momento) si continua nei commenti di questo post. Si va avanti comunque, è la sostanza che conta.






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domenica 28 marzo 2010

Il centrodestra vuole valide le schede con per nomi non nelle liste

Stefano De Lillo (Pdl): «Valga l’intenzione di voto». Nico Stumpo (Pd): «Irresponsabili»

Lazio, seggi elettorali a rischio caos
Lite Pd-Pdl sui criteri di scrutinio

Il centrodestra vuole considerate valide le schede con preferenza per nomi che non compaiono nelle liste

ROMA - Si annuncia uno scrutinio difficile per le regionali del Lazio, il Pdl sta dando ordine ai propri rappresentanti di lista di pretendere che vengano considerate valide anche le schede su cui viene espressa una preferenza per nomi che non compaiono nelle liste elettorali e il Pd accusa il centrodestra di «irresponsabilità» e di volere creare il «caos». Il fatto è che in provincia di Roma, come è noto, non è presente la lista Pdl e dunque chi vuol votare Polverini potrà solo dare mettere la croce sul nome della candidata presidente e sul listino a lei collegato. Ma se qualcuno dovesse scrivere di proprio pugno il nome di qualche esponente Pdl? Già ieri Fabrizio Cicchitto, durante una conferenza stampa insieme a Vincenzo Piso, Maurizio Gasparri, Stefano De Lillo e Paolo Barelli, aveva affermato che «il voto per Polverini - se ad esempio c’è aggiunto a fianco il nome di De Lillo, tra i più noti esponenti del Pdl a Roma - è un voto valido, perché l’intenzione di voto è chiara». Un concetto ribadito questa mattina da De Lillo e Ignazio Abrignani durante un ’corso’ tenuto nella sede del comitato elettorale della Polverini ai «difensori della libertà», cioè i rappresentanti di lista del Pdl: «Abbiamo voluto sottolineare - ha spiegato De Lillo - l`importanza di tutelare l`intenzione di voto del cittadino, considerato il particolare clima di confusione creatosi in questa tornata elettorale. Il difensore del voto - ha aggiunto il parlamentare del Pdl - è l`unico vero garante del diritto degli elettori a poter esprimere liberamente la propria preferenza, ossia quella sovranità popolare su cui si fonda tutto il sistema democratico». In pratica, è il ragionamento, dal momento che la lista del Pdl è stata esclusa per essere stata presentata in ritardo, c’è il rischio che molti elettori facciano confusione e scrivano comunque sulla scheda il nome di qualche esponente Pdl che non è candidato, perché era magari nella lista cassata.
IL PD - Una posizione che il Pd non accetta. Nico Stumpo, responsabile organizzazione, spiega: «Il centrodestra laziale compie ancora una volta un atto che rischia di alimentare un clima di scontro alla vigilia delle elezioni. È esattamente l`opposto di quello che una forza politica responsabile dovrebbe fare. Chiediamo per questo al ministro degli Interni Maroni e al Prefetto di Roma di porre la massima attenzione per garantire la regolarità delle operazioni di voto». Riccardo Milana, senatore Pd e coordinatore della campagna di Emma Bonino, accusa: «In queste ore il Pdl del Lazio sta pianificando tutte le condizioni necessarie a creare il caos nei seggi a partire dal momento che si dovranno contare i voti». Per Milana «la norma è chiara: se sulla scheda viene scritto un nome diverso dai candidati quel voto è da considerarsi nullo». Il fatto è che, a questo punto, si rischia lo scontro ai seggi, con inevitabile conseguenza sui tempi dello scrutinio e rischi di successivi ricorsi. E se si considera che il Lazio è una delle regioni in cui si prevede un testa a testa, la faccenda potrebbe assumere un peso decisivo per stabilire il vincitore. Milana avverte: «Vista la tracotanza del Pdl i nostri rappresentanti di lista hanno avuto disposizioni, in queste ore, di contrastare con assoluta fermezza questa ennesima interpretazione della legge e dunque di contestare tutte le schede che presentino questa come altre anomalie». Piso, coordinatore Pdl del Lazio, nega che aggiungere il nome di persone non presenti in nessuna lista possa rendere ’riconoscibile’ la scheda: «È una stupidaggine», taglia corto. «Noi pensiamo che già paradossale la situazione che si è creata, con il primo partito escluso dalle schede elettorali a Roma. Se uno aggiunge, accanto al nome della Polverini o accanto al listino, il nome di un importante dirigente Pdl, o di un consigliere uscente, l’intenzione di voto è chiara. C’è anche una sentenza del Consiglio di Stato che va in questa direzione. Se il Pd non è d’accordo, ci sarà la contestazione delle schede, e verranno valutate in un secondo momento. Sempre che il ministero dell’Interno non decida di intervenire con una circolare interpretativa». E al ministero si rivolge anche il Pd: «Questo modo di procedere - dice Milana - sta avvelenando la vigilia del voto, Chiediamo al Ministro Maroni e al prefetto di Roma Pecoraro di attivarsi per ricreare nel Lazio le condizioni minime necessarie a garantire il regolare svolgimento delle elezioni e dello spoglio dei voti». (Fonte: Apcom)

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