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lunedì 12 aprile 2010

Da Prandini a Bertolaso, vent'anni di opere


La deroga diventa la regola, gli appalti finiscono in tangenti, le grandi opere affondano nella corruzione. Cos'è successo dalla prima alla seconda Repubblica? Come e perché siamo tornati al punto di partenza? Diagnosi di un male che può curare con buone regole, ma anche buone opere
Le dilaganti inchieste sulle opere ed eventi della Protezione civile e sulla corruzione ripropongono il tema delle attuali regole che governano il settore degli appalti e l’applicazione poi concreta che ne deriva. Dal nord al sud, opere grandi e piccole, varianti urbanistiche e concessioni, piscine e forniture nella sanità, servizi di catering, consulenze, progetti, collaudi ed arbitrati: ogni intervento, secondo quanto è emerso, si presta a manipolazioni e pressioni indebite. Sono almeno quattro i fattori essenziali da affrontare per contrastare il fenomeno: un sistema di regole attualmente non capace di controllare a monte in modo efficace le procedure; la totale perdita di etica e senso dello Stato da parte di numerosi funzionari pubblici; la disattenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione in nome del “fare presto”; il rapporto deformato e sovrapposto tra imprenditori e politica, con il reciproco sostegno economico ed elettorale.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
C’è un sistema politico ed imprenditoriale deformato, che cerca di evitare ad ogni passo l’affidamento mediante gara ma, anche quando si procede con gara di evidenza pubblica, il sistema di regole non è sufficientemente efficace. Semplificare il numero delle stazioni appaltanti (per consentire controlli efficaci), rafforzare l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici anche sul piano delle risorse e dei poteri, eliminare gli eventi e l’estensione dei poteri legati alle ordinanze della Protezione civile, sono misure essenziali per superare questa debolezza strutturale del sistema di regole.
Ma per accorciare i tempi servirebbe anche selezionare pochi e finanziati cantieri utili (e non la solita e sterminata lista delle grandi opere) ed elaborare progetti di qualità, per ridurre varianti, contenziosi ed impatti ambientali. Questi sono gli strumenti necessari per "fare presto" le opere e non le scorciatoie che deformano il sistema, premiando i meno innovativi ed i più permeabili alla corruzione e che, inoltre, non riducono affatto i tempi come si vuol far credere.
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione

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domenica 28 febbraio 2010

L’Aquila, è meglio la casa ecologica

Marco Boccitto, inviato a L’Aquila
«A forza di stendere l’intonaco mi è venuta la tendinite». Piero, che di mestiere coltiva la terra e cerca i tartufi, lamenta il classico braccio dolente del muratore
fai-da-te ma sotto i baffi si gode la vista dell’esito quasi finale. La differenza tra il costruttore e l’autocostruttore passa anche di qui. Una linea molto più netta di quella che separa l’architetto dal carpentiere, nel frastuono di un piccolo cantiere che accelera il ritmo in vista del traguardo.
A Pescomaggiore si consegnano le prime due case ultimate nell’ambito del progetto E.v.a. – Eco villaggio autocostruito. E una delle due è la Casa di Piero, gli spetta di diritto. Un giorno di festa con pranzo sociale in cantiere e via, l’altro lato della ricostruzione post-sisma in Abruzzo da utopia può diventare realtà. Quel che poteva essere anche altrove e invece non è stato. Un fatto a suo modo inaudito, quello che accade in questo piccolo borgo di montagna sulle
pendici del Gran Sasso, 15 chilometri appena dal martoriato centro storico aquilano, perché estraneo al sistema, ai modi spesso brutali applicati dalla Protezione civile per il dopo-emergenza.
L’idea qui sembra essere piuttosto quella di un’architettura partecipativa, un ripartire dalla vita delle persone sommato alle ultime intuizioni della bioedilizia.
E certo alla necessità di muoversi in economia, senza aspettare tempi e modalità imposte dall’alto. Tra piccole donazioni, contributi personali, terreni in comodato, forniture a prezzi equo-solidali e il lavoro dei volontari, il mini-
villaggio ha preso pian piano forma. «Mancano ancora parecchi soldi per completare le altre case previste», ricorda il direttore dei lavori Paolo Robazza. Ma l’ottimismo regna sovrano nel Comitato per la rinascita di Pescomaggiore,
dal giorno in cui la voglia di divincolarsi dall’abbraccio di Bertolaso ed evitare la morte del paese ha incontrato il B.a.g. - Beyond Architecture Group e la voglia di fare di tre giovani architetti «oltre l’architettura».
Padovano sceso in Abruzzo ai primi di giugno per dare una mano in veste di tecnico, Robazza non aveva fatto i conti con la burocrazia dei Com e cominciava a disperare di potersi rendere utile. «Abbiamo conosciuto i ragazzi di Pescomaggiore per caso, girando tra le riunioni dei vari comitati. Loro cercavano delle risposte ai loro desideri ed erano disposti a ascoltare le nostre soluzioni.
Abbiano unito gli sforzi, anche contro quella tendenza a rinchiudersi e al deterioramento delle relazioni sociali che certi frangenti rischiano di imporre».
Il progetto E.v.a., come ha potuto verificare con compiacimento anche un documentario andato in onda sull’emittente giapponese B6, persegue il minimo impatto ambientale e ottiene la massima efficienza termica grazie alle performance isolanti della paglia di cui sono imbottite le pareti. Ha il fotovoltaico, la fitodepurazione e perché no, parte dal rispetto per la vita della gente in relazione al territorio. «Il terremoto per le persone di qui è stato un trauma tremendo». Rimandandomi a un sito per i dettagli tecnici, Robazza si sofferma su questo aspetto del suo lavoro e «sfida» è la parola che ricorre
di più: «Questa è stata un po' l’occasione di riprendere in mano la propria vita, al di là del discorso casa. In certi momenti gettarsi a capofitto in un progetto così ti può salvare. La gente è coinvolta a ogni livello, dalla scelta dei materiali
al resto. Cominciamo con un ciclo d’interviste, un’indagine che chiamiamo outreach. Poi si passa alla discussione di gruppo, con proposte creative e bilanciamento delle competenze. Tutti possono avanzare suggerimenti concreti, ma senza esprimere giudizi sulle idee degli altri. Alla fine si tenta di fare interagire i vari punti di vista, in un clima di collaborazione che è di per sé garanzia di un lavoro di qualità, dove ci sia corrispondenza tra i bisogni espressi e i risultati ottenuti. L’importante è che ognuno possa soddisfare il suo diritto ad avere una casa a misura e di sapere che non gli crollerà sulla testa.
Poi può far piacere essere consapevoli che in case come queste non si pagheranno mai le bollette di luce e riscaldamento, sono delle classi A passive».
Il film si fa interessante: balle di paglia contro quelle che un giorno si sarebbero rivelate essere balle spaziali. Anche in termini di costi, se è vero che per queste
abitazioni all’avanguardia, eco-tutto, pulite, utili e persino belle a vedersi, si è speso al metro quadro sui 500 euro, cioè un quinto rispetto al progetto C.a.s.e. «L’abbattimento sulla manodopera e sul prezzo dei materiali credo sia stato decisivo», sembra volersi giustificare Robazza, sottolineando forse che il lavoro l’hanno svolto tutto i volontari con i futuri abitanti fai-da-te. La sensazione però è che anche aggiungendo prezzi di mercato, infissi di alto livello e pure un tv al plasma, il paragone resterebbe impietoso. «E al confronto parliamo di bungalow, una 500 contro una Ferrari – si inorgoglisce l’architetto – Però
siamo consapevoli come questo, che noi consideriamo un modello ideale, fosse forse impossibile da applicare ai numeri di tutto il cratere. Qualcosa di più in questa direzione però si poteva fare. Le balle di paglia sono friendly – insiste – veloci, autocostruibili, sono economiche perché te le portano a casa per circa 2 euro l’una e con 300 ci tiri su 70 metri di casa. Inoltre isolano cinque volte di più rispetto a una parete tradizionale e sono un prodotto praticamente a km 0, ottenuto dagli scarti dei cereali che qui in zona coltivano in abbondanza».
La ricerca della coibentazione perfetta che incontra l’antropologia dello spazio. Guardare oltre vuol dire anche pensare a quando, una volta riaggiustato il centro storico, le casette in questione, per come e per dove sono state
costruite, potrebbero essere destinate a forme di turismo sostenibile.
Qui non ci sarà la banda e neanche il set televisivo con gli applausi pre-registrati che ha accolto Berlusconi a Bazzano. Non ci sarà Berlusconi. A differenza di Piero che adesso si aggira febbrile negli spazi vuoti, nell’imminenza del lieto evento, con tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione del progetto fin qui. La piccola utopia di Pescomaggiore ha preso volume e profuma di intonaco fresco.


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martedì 23 febbraio 2010

New town calabrese

Il via lo ha dato la signora Liliana Bianco. Il 23 luglio scorso ha deciso che era arrivato il momento di dire basta e ha spedito un fax direttamente a Guido Bertolaso per avvisarlo che da quel giorno sarebbe rientrata a casa sua. Fatto il suo dovere di cittadina, è salita sulla sua Panda e si è arrampicata sulla montagna fino ad arrivare al cancello che ancora oggi sbarra la strada d'accesso a Cavallerizzo, frazione di Cerzeto evacuata da quando, nel 2005, una frana precipitò su una trentina di abitazioni danneggiandole. Rompere i cinque ucchetti è stato un gioco da ragazzi e da quel momento la signora Liliana è tornata a essere - seppure illegalmente - una cittadina di Cavallerizzo insieme ai suoi gatti. «E adesso Bertolaso mi deve riallacciare la corrente, altrimenti faccio una rivoluzione», promette.
A 62 anni suonati, di abbandonare il suo paese la signora non ci pensa neppure. E come lei anche molti dei 320 abitanti di questo paesino in provincia di Cosenza che ogni giorno salgono fin qui, aprono le loro case e preparano da mangiare facendosi luce con le candele. «Ridiamo vita al paese», spiega Antonio Madotto, uno dei giovani che hanno creato il comitato «Cavallerizzo vive». «A noi manca soprattutto questo, la socialità tra gente che si conosce da una vita, che ha condiviso tutto e che adesso non accetta di essere sradicata e deportata dalle proprie case».
Seppure a modo suo, Cavallerizzo è un esempio della politica «del fare» che tanto piace a Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. E, sempre a modo suo, potrebbe essere anche un prototipo di quello che potrebbe accadere in Abruzzo. Dopo la frana del 2005, la Protezione civile ha infatti deciso di delocalizzare per sicurezza tutti gli abitanti. Il che ha significato abbandonare il vecchio centro dove la piccola comunità di origine albanese vive dalla fine del 1.400 (qui l'arbereshe lo parlano in molti, al punto che anche i cartelli stradali sono bilingue) per trasferirla nella nuova Cavallerizzo che si sta costruendo più a valle. Una new town che dopo anni di ritardi e una spesa che supera i 50 milioni di euro, dovrebbe essere pronta per l'inizio del 2011. Esattamente tra 335 giorni, come segna il grande contatore posto all'ingresso del cantiere sotto l'insegna della Protezione civile. New town che però ha anche provocato una piccola scissione tra gli abitanti di Cavallerizzo, divisi tra quanti sarebbero pronti a trasferirsi e chi invece è deciso a tornare nelle vecchie case.
Nella Calabria che crolla sotto le frane, la fine di Cavallerizzo porta la data del 23 marzo del 2005, giorno in cui la terra comincia a scivolare dalla montagna fortunatamente senza fare vittime.
Sulle cause dello smottamento si incrociano due ipotesi. Per gli abitanti di Cavallerizzo non è escluso che l'acquedotto Abbatemarco, che passa proprio sopra il paese, possa aver contribuito in qualche modo a quanto accaduto. Costruito nel 1978 dalla Cassa del Mezzogiorno, e gestito oggi dalla Regione, l'Abbatemarco porta 90 litri d'acqua al secondo, ma ne perde anche molta. «È risaputo che perde il 40% della sua acqua, e non è escluso che proprio queste perdite potrebbero aver influito sull'attivazione dello smottamento che ha riguardato Cavallerizzo», dice Fabio Ietto, docente di Geologia applicata all'università di Cosenza.
Una tesi, quella dell'acquedotto, che però non è condivisa dalla Protezione civile, convinta invece che la causa delle frana vada ricercata nei temporali abbondanti che caratterizzarono i tre mesi precedenti lo smottamento, e tali da far registrare 645 millimetri di pioggia. Peccato che l'anno scorso sempre Ietto abbia registrato nello stesso periodo di tempo piogge ancora più abbondanti (912 millimetri) senza che si sia verificato alcun smottamento di terra.
Sempre nel 2005 la Protezione civile commissiona una serie monitoraggi satellitari sul territorio della frazione, dai quali risulterebbe che tutto il centro storico di Cavallerizzo si muoverebbe di un centimetro l'anno. In paese arriva direttamente Bertolaso che annuncia la decisione di evacuare il paese per sicurezza e di costruirne uno tutto nuovo più a valle. «Ma in realtà - spiega ancora Ietto - il paese da allora non si è mosso, le case del centro storico sono ancora tutte integre nonostante siano passati degli anni e come dimostrano anche i vetrini posti dalle stessa Protezione civile sulle abitazioni e che oggi sono ancora interi. Il vero rischio è solo un rischio potenziale, come per tutti i paesi montani calabresi».
«Del resto proprio la Protezione civile - prosegue Madotto - stabilì che le case danneggiate dalle frana furono al massimo l'11.5% del totale. Si poteva benissimo intervenire su quelle permettendo così al paese di continuare a vivere, e invece si è preferito fare scelte diverse». Una scelta che non piace neanche alla Soprintendenza per i beni architettonici della Calabria, che nel 2009 scrive per ben due volte al sindaco di Cerzeto per chiedere di salvaguardare il paese interessato «in maniera solo marginale» dalla frana.
La decisione però ormai era presa. Senza informare gli abitanti di Cavallerizzo dei motivi che la sostengono, visto che le relazioni geologiche alla base della decisione di delocalizzare vengono consegnate dalla protezione solo nell'ottobre del 2009, ben quattro anni dopo e a cantiere già aperto.
La nuova Cavallerizzo oggi è un via vai di camion e ruspe che si affannano nel fango. Più che un paese sembra un moderno quartiere di periferia anche se - assicurano al cantiere - si sono rispettate tutte le caratteristiche del vecchia frazione, arrivando a mantenere anche gli stessi rapporti di vicinato nell'assegnazione della case. Semmai qualcuno deciderà di andarci a vivere. 



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venerdì 19 febbraio 2010

no Bertolaso Day: Ghedini e Italia dei Valori contestati

Niccolò Ghedini, parlamentare PdL nonché ormai notissimo avvocato di Silvio Berlusconi, è stato contestato oggi mentre stava cercando di entrare a Montecitorio, dovendo così ripiegare in una vicina libreria per “fuggire” dalle urla dei manifestanti.
In Piazza Colonna, infatti, era in corso il “No Bertolaso Day”, come è stato ribattezzato dalla rete, indetto a inizio gennaio da diversi movimenti, associazioni e partiti per chiedere il ritiro totale del disegno di legge sulla privatizzazione della Protezione Civile, sventata in parte dagli avvenimenti degli ultimi giorni, lo scandalo legato alle indagini della Procura di Firenze e la gestione della ricostruzione dell’Aquila.
Erano presenti il Comitato aquilano 3 e 32, il presidio permanente del Popolo Viola di Roma, le Brigate di Solidarietà Attiva, i vigili del fuoco della Rdb, la rete No Ponte, i movimenti di Chiaiano, la Federazione della Sinistra, con la presenza in piazza del portavoce Paolo Ferrero (Prc).
Nel pomeriggio si è tenuta alla Sapienza un’assemblea riguardante proprio la Protezione Civile e il futuro delle grandi opere del nostro Paese.
Su “Repubblica” si può vedere il video dell’assedio a Ghedini che, arrivato nei pressi del Palazzo, viene riconosciuto da una terremotata aquilana che gli urla “maiali, siete una banda di maiali, a casa”.
I manifestanti si concentrano subito fuori dalla libreria in cui si rifugia Ghedini. “Servi dei servi dei servi”, “ladri”, “legittimo un c….”, “3 e 32 io non ridevo”, “rispettiamo solo i pompieri”, “processo, processo, processo” fra gli slogan intonati.
I vigili del fuoco presenti in piazza hanno poi raccontato le ore della notte del terremoto, denunciando la mancanza di un preallarme, legato alle scosse dei giorni precedenti, e l’arretratezza dei mezzi di comunicazione interni che “nell’era di internet e dei palmari avvengono ancora via fax”.
I terremotati hanno denunciato la mancanza di trasparenza nel percorso di ricostruzione della città, da cui i cittadini sono stati completamente esclusi, insieme agli enti locali, lasciando tutte le decisioni nelle mani dei massimi vertici della Protezione Civile.
I manifestanti presenti hanno poi contestato un parlamentare dell’Italia dei Valori sceso da Montecitorio, contro la scelta di appoggiare De Luca, definito “un incenetorista” che vuole “prendere a calci gli immigrati” e governare “contro i cittadini della Campania”.
“Dobbiamo – ha urlato un uomo di Chiaiano all’esponente dell’IdV – morire di camorra o di inceneritori?”
Mattia Nesti



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Pompieri contro la Protezione civile


Saranno a Roma, in piazza Montecitorio oggi giovedì 18 febbraio, accanto a quelli che hanno definito gli “angeli del terremoto”, i vigili del fuoco, gli aquilani del comitato 3:32 e altri cittadini aquilani che dicono “No” a un potere non democratico della protezione civile.
La manifestazione organizzata dalle sigle sindacali dei vigili del fuoco e sostenuta a livello nazionale da comitati, presidi e cittadini aderenti, nasce ben prima della pubblicazione delle intercettazioni e dell’arresto di alcuni nomi al vertice del Dipartimento e imprenditori impegnati nei vari appalti; nelle intenzioni doveva essere un “No” alla Protezione civile Spa. Dopo l’eliminazione della trasformazione in Spa dai testi in discussione alla Camera, non si ferma comunque la protesta.
Nel comunicato diffuso, il comitato aquilano 3:32 ha spiegato che scenderà comunque in piazza perché “questo sistema di Protezione civile, anche senza la trasformazione in SpA, è pericoloso per la democrazia e per la legalità” potendo contare su un “sistema di malaffare non democratico” ed essendo una macchina che permette “speculazioni sulle emergenze”. Ma gli aquilani ci saranno anche “per essere al fianco dei Vigili del fuoco, emarginati ed umiliati, che invece dovrebbero essere il fulcro delle attività di protezione civile. Loro sempre accanto a noi, noi un giorno accanto a loro!”, scrivono nel comunicato.
Dopo il sit in davanti a Montecitorio, i manifestanti si sposteranno presso la facoltà di Scienze politiche dell’università La Sapienza che ospiterà un momento di confronto fra tutta la rete di territori, associazioni, volontari, sindacati su quale protezione civile serva al Paese e ai cittadini: “Una protezione civile che invece di gestire appalti per i grandi eventi o le grandi opere dovrebbe prima di tutto occuparsi di prevenzione e di auto-protezione, in maniera democratica e diffusa”.
Molto duri i toni usati anche dal Coordinamento nazionale delle Rappresentanze sindacali di base Pubblico impiego, che, con le sue strutture dei Vigili del fuoco, della Protezione civile, dell’Ambiente, della Ricerca, della Croce rossa, chiede che tutto il decreto 195 venga rivisto e che Bertolaso dia le dimissioni. “Ammesso che l’articolo sulla protezione civile S.p.A. venga definitivamente espunto dal decreto 195, il 18 febbraio saremo comunque davanti al Parlamento, per riaffermare con forza che, anche così com’è stata fino ad oggi, questa Protezione Civile non ci piace, perché non corrisponde alle esigenze del Paese e rappresenta un sistema opaco di gestione di ingentissime risorse pubbliche al di fuori del controllo democratico. Infatti, mentre l’Italia letteralmente si sbriciola, come purtroppo testimoniano le frane di Vibo Valentia e di Messina, la Protezione civile si occupa dei più disparati grandi eventi che nulla hanno a che vedere con la necessaria prevenzione e le risposte alle calamità naturali e al dissesto idrogeologico del Paese”.
Mentre i manifestanti occuperanno piazza Montecitorio, alla Camera sarà in discussione il testo del Dl 195. “La manifestazione ci sarà comunque – confermano gli organizzatori – anche se il testo dovesse essere approvato con l’ennesimo voto di fiducia. Il 195 è, anche senza l’articolo 16, è pieno di criticità e questioni dubbie”. (Elisa Cerasoli). Per noi una cronaca audio della giornata di Alessandro Tettamanti, giornalista, mediattivista, collaboratore del presidio stampa 3:32 dell'Aquila

da Liberazione.it


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mercoledì 17 febbraio 2010

Mozzarella, cinema, colf: 5 anni di strane emergenze


di Bianca Di Giovanni

A leggere le ordinanze una dopo l'altra ci si perde. Dentro quelle "disposizioni urgenti" c'è tutto il sistema di potere della Protezione Civile: un Moloch che ha fagocitato in pochi anni tutti gli altri centri di spesa dello Stato. Gli altri tagliano, la Protezione Civile spende: per qualsiasi finalità. Si va dalle calamità naturali, al traffico, dall'immigrazione clandestina (che diventa un grande affare) agli appuntamenti internazionali (come La Giornata della Gioventù a Colonia). A mano a mano che si squadernano gli atti, si scoprono delle vere e proprie mini-Finanziarie. Si dispongono stanziamenti, si ripartiscono risorse, si cancellano finanziamenti per alcuni e si devolvono ad altri. Tutto con un tratto di penna.

Il potere di Guido Bertolaso sta tutto qui: vale più questa sorta di "mini-Stato parallelo", che le sue attribuzioni di Capodipartimento, sottosegretario, commissario. Anche se tutte queste funzioni pare gli abbiano consentito di accumulare un emolumento pensionistico che toccherebbe il milione di euro annuo. Con l'ordinanza l'emergenza si prolunga negli anni, tanto che eventi calamitosi (specie quelli di Catania, chissà perché) vengono trattati a più riprese: con la formulazione "ulteriori disposizioni" si emettono ordinanze "urgenti" nel 2005 per fatti accaduti nel 2003. Alla faccia dell'urgenza. L'ordinanza va a ritroso nel tempo, ma a volte anticipa anche eventi futuri, come quello del Congresso eucaristico previsto ad Ancona nel 2011.

D'altronde anche quello di Bari nel 2005 era stato un'emergenza. Così come i funerali di Giovanni Paolo II e l'elezione del suo successore. "I poteri di ordinanza in materia di protezione civile dovrebbero avere come oggetto attività finalizzate all'attività di tutela dell'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni derivanti da calamità naturali - osserva il senatore Pd Mario Gasbarri -. Al contrario negli ultimi anni l'ordinanza è divenuta una potestà tanto ambita quanto discutibile. Eventi in possesso del solo requisito di essere grandi, che avrebbero potuto essere affrontati con legislazione ordinaria, sono stati equiparati a terremoti o ad alluvioni. Interessante il caso delle Olimpiadi invernali di Torino. Nel 2005, l'anno in cui si emette il maggior numero di ordinanze (ben 99), almeno un paio riguardano i giochi del capoluogo piemontese. Tra le disposizioni, si prevede anche il pagamento di 300 euro per ogni frequenza radiofonica utilizzata, e di mille euro per ciascuno spazio Tv o satellitare. Perché le tariffe vengono stabilite per via d'urgenza dalla protezione civile, e non dal ministero delle Comunicazioni? Mistero.

La Sicilia è una delle Regioni più interessate dalle ordinanze. La città di Catania riporta numerose urgenze: dal traffico a "eccezionali eventi metereologici". Nel dicembre del 2005 si dispongono ulteriori interventi per i danni subiti nel marzo del 2003, in quanto "permane una situazione di crisi diffusa". La stessa città dal 2002 ottiene l'intervento straordinario per il traffico e la mobilità. Ancora nel 2009 Catania ottiene interventi che riguardano l'attività eruttiva eccezionale dell'Etna nel 2002. Lo stretto.

Anche Messina e provincia ottengono interventi reiterati, in parallelo a quelli previsti per Villa San Giovanni, la città calabrese che la guarda oltre lo stretto. Le disposizioni urgenti riguardano sempre l'attraversamento dei centri abitati da parte dei mezzi pesanti. Dal 2004 il Prefetto di Messina è nominato Commissario, per consentire interventi in deroga a leggi e piani regolatori. In sostanza, per avviare opere viarie.

La stessa cosa accade in Calabria: in altre aprole si preparano le infrastrutture per arrivare al Ponte. Senza che il Parlamento sia informato. Immigrazione. I clandestini sono una grande emergenza per Lampedusa e per tutto il territorio nazionale. Le ordinanze che li interessano sono numerose. L'ultima, quella del 2009, è la più interessante. Si fornisce al ministero del Lavoro la deroga per aumentare il personale addetto alla emersione di colf e badanti. E non solo: alle deroghe ai piani per l'allestimento di nuove strutture di accoglienza si aggiunge la possibilità di utilizzare progettazioni di liberi professionisti, anche in deroga alle leggi vigenti.

Ma la vera chicca è un'ordinanza del 15 settembre 2009. È un provvedimento omnibus che affronta una serie infinita di "emergenze" vere o finte. Dall'influenza H1N1, alla mozzarella di bufala, all'inquinamento della laguna veneziana, al traffico di Treviso e Vicenza, agli scavi di Pompei fino al nuovo Palazzo del cinema e dei congressi a Venezia.
16 febbraio 2010
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martedì 16 febbraio 2010

Inchiesta G8/ Pdci: Bertolaso non ha cultura istituzionale


Roma, 15 feb. (Apcom) - I Comunisti italiani attaccano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Guido Bertolaso: "Le risposte di Bertolaso - dice in una nota Orazio Licandro, sella segreteria del Pdci - non chiariscono proprio nulla e, togliendo dal campo ogni riferimento a questioni private, Bertolaso deve porsi questi problemi: si è reso conto che il gioco degli appalti è profondamente inquinato? Si è reso conto che la logica dell'emergenza scardina ogni tipo di controllo? Si è reso conto che si è circondato di persone non fedeli allo Stato? Non trova sconveniente il poderoso giro doi amici e familiari che lucrano? Ammette o no che ha gravissime responsabilità di scelta e vigilanza?".
"Bertolaso - prosegue l'esponente comunista - risponda a questo. Tutto il resto, a prescindere da una sua eventuale responsabilità sul piano giudiziario, confermsa che lui oggi è assolutamente incompatibile con il ruolo che ricopre e la concezione fideistica verso Berlusconi ci fa dire che avevamo sbagliato: Bertolaso non ha nessuna cultura istituzionale. Altro che servitore dello Stato!", conclude Licandro.

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mercoledì 10 febbraio 2010

L’INCHIESTA SUGLI APPALTI DELLA MADDALENA SCOPERCHIA IL PENTOLONE DEGLI AFFARI.

CHE ACCADRA’ CON LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A.?
Solo due giorni fa il Senato ha approvato in prima lettura il decreto legge che trasforma la Protezione Civile in societa' per azioni, a capitale interamente pubblico, e in capo alla presidenza del Consiglio. Oggi, dopo mesi di indagini, è stato arrestato l’ex vice capo di Bertolaso, Angelo Balducci per gli sprechi e lo stato di abbandono delle strutture che avrebbero dovuto ospitare i capi di stato e di governo al G8 della Maddalena che poi si è svolto a L’Aquila.



Dopo otto mesi dalla fine dei lavori, neanche un posto di lavoro è stato prodotto, né è stata rilanciata l'economia della Sardegna. La Corte dei conti stava già indagando sulle enormi spese sostenute: 327 milioni – come dichiarato dalla stessa Protezione civile – utilizzati dal Governo attraverso la struttura di missione del G8.

Come sempre, sarà la magistratura ad accertare le responsabilità, ma la bufera che si sta abbattendo sulla “nuova” Protezione Civile e sul suo capo indagato dimostra la fondatezza dell’allarme lanciato da Rifondazione Comunista, comitati cittadini, Libera: la Protezione Civile, così come è stata plasmata da Bertolaso, ha di fatto poteri assoluti che le permettono di gestire enormi risorse finanziarie senza alcun controllo. Che succederà ora che la Protezione Civile è diventata una società per azioni?



Fabio Pelini

segretario provinciale L’Aquila PRC-SE

domenica 31 gennaio 2010

Protezione civile modello Scelba


Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto dei Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il 195, in discussione in senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina «modernizzatrice» delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'«emergenza socio-economico-ambientale», una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, «in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose», prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di «requisire prestazioni personali». 
Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava «governamentalizzazione». Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento?
Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.
Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche «il riacutizzarsi di contrasti politici», e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il «riacutizzarsi dei contrasti» sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci

venerdì 22 gennaio 2010

Protezione Civile - Licandro: "Spa prelude a sorta di corpo paramilitare a servizio di Bertolaso e premier"



“La trasformazione della protezione civile in S.p.a. è cosa gravissima e agghiacciante. Gravissima perché pone la struttura al di sopra di ogni controllo, scardinando l’ordinamento giuridico italiano in materia di edilizia, urbanistica, tutela del territorio, ecc., e perché costituirà un formidabile strumento di potere, che gestisce appalti, posti di lavoro, e consulenze, con risorse ingenti, creando sacche di clientele e aprendo il varco a speculatori, affaristi, palazzinari e, nel meridione, anche alla mafia.
Agghiacciante perché affronta l’emergenza, le calamità naturali, le tragedie e la disperazione delle persone con la logica del profitto. Il tutto preludendo ad una possibile trasformazione della protezione civile in una sorta di corpo paramilitare al servizio del capo della protezione civile e del presidente del consiglio”. E’ quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI – Federazione della sinistra, in occasione della presentazione del libro "Potere assoluto. La protezione civile ai tempi di Bertolaso" a firma di Manuele Bonaccorsi

martedì 19 gennaio 2010

Bertolaso piglia tutto: ora la Protezione civile si occuperà anche delle carceri


 
 
Varato lo stato di emergenza annunciato dal ministro Alfano: costruzione veloce di nuovi padiglioni ma anche un piccolo indultino per smaltire le celle. E a gestire i circa 500 milioni che il governo ha deciso di stanziare spunta ancora una volta la potente struttura di Guido Bertolaso
Oltre alle mille incombenze che il governo Berlusconi le ha affidato la Protezione civile del nuovo corso, quella privatizzata che il governo sta preparando, potrebbe occuparsi anche delle carceri. Lo si capisce dalle parole che il ministro Alfano ha pronunciato nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri che ha decretato lo stato di emergenza. Questo durerà almeno fino al « 31 dicembre di quest’anno». Anche perché la presenze nei vari penitenziari hanno raggiunto la cifra record di 64.640 detenuti» e anche i nuovi 1600 posti creato negli ultimi 18 mesi non sono stati sufficienti. Il governo pensa dunque alla costruzione immediata di 47 nuovi padiglioni adiacenti alle vecchie strutture carcerarie da costruire sul modello dell'Aquila cioè, come ha sottolineato Berlusconi, «con i tre turni di lavoro che consentono di fare in 20 giorni quello che in genere richiede due mesi». Dal 2011, invece, si partirà con la realizzazione di strutture nuove vere e proprie. Alfano ha voluto sottolineare che la strategia del governo intende prendere le distanze dal modello «delle amnistie e degli indulti» che ha caratterizzato tutta la storia repubblicana. Le destre al governo aumentano i reati perseguibili, aumentano le persone in carcere, spesso per condanne minori legate all'immigrazione e come rimedio intendono costruire nuove carceri. Eppure nemmeno il Popolo delle libertà può rinunciare a misure di alleviamento delle pene. Il Consiglio dei ministri, infatti, ha deciso di presentare un ddl di due soli articoli che prevede gli arresti domiciliari per chi deve scontare ancora un anno di carcere e la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni per i quali sono previsti lavori di pubblica utilità. Per questi il processo verrà sospeso. Quindi un indultino anche Alfano è costretto a farlo (e meno male, aggiungiamo noi).
Ma il punto inquietante è un altro e come dicevamo in apertura si tratta del ruolo della Protezione civile. Con la dichiarazione dello stato di emergenza nelle carceri italiane, infatti, il capo del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, diverrà Commissario delegato e potrà pertanto agire «in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d'appalto». A sottolinearlo è lo stesso Ionta che, in una nota, fa sapere che il «braccio operativo» con cui gestirà l'emergenza carcere sarà la Protezione civile servizi Spa, la nuova società istituita per decreto la scorsa settimana e che fa capo al Dipartimento guidato da Bertolaso. Il riferimento normativo su cui si basa lo stato di emergenza delle carceri è - spiega Ionta - «la legge 225 del 24 febbraio 1992, una legge della protezione civile che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a episodi di calamità naturale, ma che si estende a situazioni emergenziali che determinano un allarme nazionale». La soluzione è stata proposta da Ionta e accolta «nella sua interezza» dal governo. Nei prossimi giorni, pertanto, il presidente del Consiglio emanerà un'ordinanza di nomina di Ionta a commissario delegato, «dotato di poteri straordinari per affrontare e risolvere il problema», che come suo «braccio operativo», appunto, avrà la Protezione civile servizi Spa. I 500milioni di euro stanziati nell'ultima finanziaria - aggiunge Ionta nella nota - costituiscono la «premessa per l'individuazione della consistenza numerica di nuovi padiglioni e nuove strutture, tenendo anche conto del presumibile utilizzo dei fondi di bilancio pari a circa 80.000.000 di euro e del finanziamento di talune opere con i fondi a disposizione di Cassa Ammende».
 


sabato 2 gennaio 2010

Anno nuovo vita vecchia: “Ancora una frana sui binari, vogliamo più tutele e meno propaganda




ANCORA UNA FRANA SUI BINARI, VOGLIAMO PIU’ TUTELE E MENO PROPAGANDA E’ INACCETTABILE CHE IL DIVARIO TRA L’ALTA VELOCITA’ E IL NORMALE SERVIZIO FERROVIARIO INIZI AD INTERESSARE ANCHE ASPETTI DI SICUREZZA. SONO PASSATI SOLO SOLO 10 GIORNI DA QUANDO, VICINO SASSARI, UN MACCHINISTA E’ MORTO PER LA STESSA RAGIONE, LA ZONA E’ IMPERVIA E SOGGETTA A RISCHI:PERCHE’ NON CI SONO RETI E DISPOSITIVI DI PROTEZIONE? STAVOLTA E’ ANDATA BENE, SOLO SPAVENTO E TANTI DISAGI MA NON POSSIAMO CONFIDARE SEMPRE NELLA FORTUNA

Roma, 1 gennaio 2010 - Oggi pomeriggio, il treno eurostar 9328, Roma-Perugia, in prossimità della stazione di Terni, sulla linea Roma Ancona, intorno alle 14,30, ha investito una massa franosa caduta sui binari che ha danneggiato le apparecchiature del freno impedendo al treno di proseguire.Il personale ed i pochi viaggiatori presenti sulle prime carrozze hanno sentito forti colpi e vibrazioni provenienti dal sottocassa, una frenatura repentina, dopodiché il treno è rimasto “incagliato” sui detriti. Il recupero dei viaggiatori e il ripristino della circolazione risulteranno molto difficoltose perché il tratto di linea interessato è a binario unico, particolarmente impervio e la zona è soggetta a forte maltempo
Fortunatamente, anche per la bassa velocità prevista in quel tratto, non ci sono state conseguenze per le persone ma non possiamo confidare sempre nella fortuna.
Chiediamo che siano predisposti gli idonei dispositivi di protezione dalle frane, a cominciare dalle tratte maggiormente a rischio, e che siano effettuati adeguati investimenti anche sulle linee considerate “secondarie” come la Roma-Ancona, per la semplice ragione che essa serve importanti aree del Paese e, in questo caso, interessa migliaia di cittadini di Lazio, Umbria, Marche ed Emilia Romagna. Magari risparmiando sulla propaganda e le riviste patinate.
Sono passati solo dieci giorni da quando un nostro compagno di lavoro è morto per aver investito col treno un masso franato sui binari e siamo costretti ancora una volta a denunciare il divario tra l’alta velocità e il normale servizio ferroviario perché questo comincia ormai ad interessare anche aspetti riguardanti la sicurezza.
La redazione di “Ancora in Marcia”

mercoledì 23 dicembre 2009

Carteggio Boschi Bertolaso. PRC: E' a dir poco inquietante.



Da L'espresso: -E sull'allarme negato volano le accuse

di Primo Di Nicola
Boschi (Ingv): a L'aquila dovevano agire prima. Bertolaso: falso, pronto a denunciarlo
 
L'accusa è terribile: noi ve lo avevamo detto. La risposta sdegnata: non è vero e sono pronto a rivolgermi alla magistratura. È polemica tra il capo della Protezione civile Guido Bertolaso e il professore Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Tra i due da tempo non corre buon sangue. E non a caso Bertolaso ha cercato di smembrare l'Ingv togliendogli l'attività di monitoraggio dei terremoti per trasferirla al suo dipartimento: proposito rientrato per la mobilitazione che c'è stata contro il progetto. A scatenare lo scontro stavolta non è però la sorte dell'Ingv, ma il terremoto dell'Aquila e quello che si poteva fare e non si è fatto per salvare vite umane. Problemi su cui sta indagando la magistratura. Alla base della querelle, un duro scambio di lettere tra Boschi e Bertolaso.

Nella prima (LEGGI), del 16 settembre scorso, Boschi scrive a Bertolaso e ad altri che è ora di fare chiarezza: il 6 aprile, subito dopo il terremoto, Bertolaso ha dichiarato che «in una conferenza stampa Boschi ha stabilito che non era prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che si erano registrate». Non è vero, giura Boschi: «Il fatto che io possa avere escluso forti scosse in Abruzzo è assurdo». Dunque, «qualcuno ha mentito». Già nel 2004, aggiunge Boschi, l'Ingv ha prodotto una mappa sui rischi sismici e l'Abruzzo vi appare come una delle regioni a maggiore pericolosità, mentre nel 2007 ha consegnato alla Protezione civile il rapporto sui "terremoti probabili" in cui si spiega che la «probabilità massima di accadimento di un forte terremoto è in un segmento appenninico contenente l'Aquila». Il 17 febbraio 2009, infine, l'Ingv ha inviato «all'Ufficio sismico della Protezione civile un comunicato sulla sequenza in atto che non può essere certo considerato tranquillizzante».

Cosa ha fatto la Protezione civile? Niente, lamenta Boschi.
Fatto grave poi secondo Boschi è quanto accaduto intorno alla riunione della Commissione grandi rischi svoltasi a L'Aquila il 31 marzo dopo una scossa di magnitudo 4, riunione «del tutto irrituale» conclusa senza stilare un verbale. In quella circostanza, ricorda Boschi, «non si è discusso minimamente sulle azioni da intraprendere» nonostante «l'altissima pericolosità sismica» dell'Abruzzo. Il 6 aprile, dopo la grande scossa, ecco invece il "giallo" del verbale della riunione. La Commissione viene riconvocata a l'Aquila, ricorda il presidente dell'Ingv, e Mauro Dolce, capo dell'Ufficio sismico del dipartimento, «mi mostra un testo che riporta in maniera confusa cose dette nella riunione del 31 marzo». Qualcuno «corregge il testo alla meno peggio e Dolce ce lo fa firmare per "ragioni interne"», salvo poi vederlo pubblicato sui giornali. Soprattutto dopo avere scoperto che il 30 marzo e il 1° aprile «dalla Protezione civile sono stati diramati due comunicati (recanti anche il mio nome) "tranquillizzanti" di cui non sapevo niente».

Al vetriolo la risposta di Bertolaso (LEGGI), che ricorda il comunicato dell'Ingv del 17 febbraio nel quale si affermava che negli ultimi anni la zona non è stata interessata da forti scosse. Ciononostante, accusa il capo della Protezione civile, Boschi «sembra solo oggi affermare che tale comunicazione doveva spingere all'adozione di immediate contromisure. Si guarda bene dal definire i provvedimenti che sarebbero stati auspicabili». Quanto alla riunione, è stata fatta una verbalizzazione poi sottoposta alla firma di tutti, compreso Boschi che, «fino ad oggi, non ha mai sollevato obiezioni». Solo 6 mesi dopo ripropone la vicenda della firma «quasi che gli sia stata estorta». Questo «suona come un tentativo tardivo di esonero dalla propria responsabilità», conclude Bertolaso. Che, quanto alle accuse «sulla confusione e la mendicità delle notizie diffuse dal dipartimento prima, durante e dopo il sisma», minaccia di ricorrere in tribunale.
(21 dicembre 2009)


(ANSA) - PESCARA, 22 DIC - «Il carteggio Boschi-Bertolaso pubblicato sul sito del settimanale L'Espresso è a dir poco inquietante», secondo Rifondazione comunista la quale sostiene che «più di trecento persone hanno perso la vita anche a causa del fatto che alla popolazione e agli enti locali sono stati lanciati messaggi tranquillizzanti di cui adesso i principali responsabili si rimbalzano le responsabilità». «Secondo Boschi - affermano il capogruppo regionale di Prc, Maurizio Acerbo, e il consigliere del Comune dell'Aquila Enrico Perilli - la negligenza è da imputare alla Protezione Civile, Bertolaso minaccia querele. Il quadro che ne viene fuori non può che preoccupare tutti gli italiani visto che la vicenda riguarda i massimi responsabili della nostra sicurezza rispetto a catastrofi di questo genere». Il Prc ritiene «doveroso fare chiarezza e accertare le responsabilità, al fine di evitare che si ripetano tragedie evitabili». «Perchè - si chiedono i due consiglieri - non è stato detto alla popolazione che già nel 2007 l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia aveva comunicato alla Protezione Civile che 'la probabilità massima di accadimento di un forte terremoto è in un segmento appenninico contenente L'Aquila? Ancor più grave - sostengono - è il fatto che i comunicati della Protezione civile, da cui enti locali e popolazione attendevano indicazioni sul che fare, sarebbero stati, secondo Boschi, in qualche modo taroccati, cioè non corrispondenti alla situazione di 'altissimo rischio». «A fronte di notizie in suo possesso così allarmanti, datate 2004 e 2007, come mai la tanto decantata macchina di Bertolaso - conclude il Prc - non ha attivato alcuna misura di prevenzione dei rischi? Forse si è proceduto troppo velocemente alla beatificazione mediatica della Protezione Civile».

venerdì 27 novembre 2009

Protezione civile S.p.A il braccio di ferro.






 Da unita.it
Braccio di ferro in preconsiglio sulla Protezione Civile Spa. Sulla nuova «creatura» voluta da Palazzo Chigi, che esternalizza funzioni strategiche dell'attuale dipartimento e per di più «scippa» anche la rete di monitoraggio sui terremoti al prestigioso ente di ricerca Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), il Tesoro ha prodotto dieci pagine fitte di osservazioni. Via Venti Settembre non è convinta né degli oneri previsti nel testo (un milione di euro), né dell'operazione sul personale. Altrettanto «poco convinti», per non dire dichiaratamente contrari, appaiono i lavoratori del Dipartimento guidato da Guido Bertolaso, che ieri in un'assemblea infuocata hanno dichiarato lo stato di agitazione e si preparano a fare picchetti ed altre iniziative (anche “tecnologiche” dicono) se la Spa sarà varata. Troppi i rischi che si racchiudono dietro questo disegno, che a quanto pare è in preparazione da molti anni nelle stanze di Palazzo Chigi.

RISCHI
L'ultima versione del decreto prevede che «Il capitale sociale iniziale della Società è stabilito in un milione di euro e successivi eventuali aumenti del capitale sono determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze. Le azioni della Società sono interamente sottoscritte dal Ministero dell’economia e delle finanze che esercita i diritti dell’azionista e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi». Dunque, si dirà, la nuova macchina è completamente pubblica, esattamente come l'attuale. Ma il “diavolo” si nasconde nella forma giuridica, che trasforma in privato il tipo di contratto di lavoro (oggi pubblico). E non solo. Con la costituzione di una Spa, saltano tutti i controlli sulla gestione delle risorse: nessun filtro della Corte dei Conti e soprattutto mano libera sulle gare d'appalto per le opere da mettere in campo, mentre oggi la pubblica amministrazione ha una soglia di 20mila euro per gli affidamenti senza gara. Poco chiaro resta il destino dei lavoratori. Il testo prevede che “la Società può avvalersi del personale, anche di livello non dirigenziale, in servizio presso il Dipartimento nazionale della protezione civile in possesso della necessaria professionalità tecnica ed amministrativa». Vuol dire un trasferimento “coatto” degli attuali dipendenti? Ovvero delle attuali 475 unità attualmente inserite nei ruoli del Dipartimento? In molti temono che almeno la metà venga lasciata fuori, magari in mobilità. Insomma, nessuna certezza, in uno scenario di frammentazione di contratti e prebende che andrebbe rivisitato integralmente.

IL GIRO D'AFFARI
Ma il rischio maggiore sta proprio negli obiettivi che la nuova Società si pone. In sostanza gestirà le emergenze su tutto il territorio nazionale, fornendo la progettazione e la direzione dei lavori. Una sorta di centrale unica di appalto, che gestirà un giro d’affari miliardario. Tanto che già si vocifera sull’interesse di Finmeccanica (il colosso pubblico ha già un’intesa con il Dipartimento per il software) e altre aziende. «La Società può, altresì, assumere partecipazioni, detenere immobili ed esercitare ogni attività strumentale - continua il testo - connessa o accessoria ai suoi compiti istituzionali, nel rispetto della normativa nazionale e comunitaria in materia di affidamento a società a capitale interamente pubblico»

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