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giovedì 22 aprile 2010

Manicomo Italia, seminudi e legati al letto

Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).
da Liberazione

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martedì 13 aprile 2010

Inciucio-sanità nel Lazio


Alemanno e Gramazio mangiano mortadella...
La linea ufficiale Pd è non votare Domenico Gramazio - uno dei protagonisti della stagione più nera della sanità laziale, quella di Francesco Storace - all'Asp, l'agenzia della sanità regionale del Lazio. Ma il presidente uscente, ex dc, non ci sta. E fa capire che domani, alla riunione del cda dell'ente, se non si trova «un altro raffinato éscamotage giuridico» che eviti il commissariamento, non si adeguerà. Anche se contro di lui ormai mezzo partito invoca l'espulsione.
La prima nomina alla sanità laziale da parte della neopresidente Renata Polverini si trasforma nel segnale della resa dei conti nel Pd post-voto. Lucio D'Ubaldo, presidente in carica dell'ente di programmazione della sanità (strumento delicato a disposizione dell'assessore, che occupa 200 persone), all'indomani della sconfitta del centrosinistra, «per correttezza» si dimette. Al suo posto Polverini designa l'eminenza ex Msi. Cui però, per essere eletto, serve un voto dell'attuale maggioranza Pd. D'Ubaldo (che con Gramazio ha una storia di cortesie) si dichiara disponibile, per evitare il caos dell'ente.
Nel Pd scatta il sospetto di inciucio e la rivolta contro il centrista, che è anche senatore e nella geografia interna al Pd è braccio destro di Beppe Fioroni e sodale di Franco Marini: purissima dc. Lui oppone che nel merito una linea del partito non c'è, e se c'è non è far commissariare l'ente. Ieri il segretario bersaniano Alessandro Mazzoli batte finalmente un colpo: no «netto» all'ipotesi di favorire l'elezione dell'ex braccio destro storaciano, «inaccettabile ritorno agli anni in cui il centrodestra ha provocato un debito da 10 miliardi nella sanità».
Ma nel Pd laziale volano stracci da prima del voto. Come a livello nazionale, nell'esplosione dell'opposizione interna anche qui gli ex dc hanno preso le distanze da veltroniani e franceschiniani, e dato una mano alla traballante maggioranza bersaniana. Così alcuni di loro (Riccardo Milana, lo stesso D'Ubaldo) sono stati nominati nel comitato Bonino. E ora sono accusati dell'immobilismo del Pd in campagna elettorale.
E non è un problema locale. Dietro di esso c'è il malessere di parte del centro cattolico. Nel Lazio ha appoggiato Bonino e perso a valanga (a Viterbo, feudo di Fioroni, il Pd è crollato). Ieri D'Ubaldo, con un'arzigogolata nota sul Velino, solleva il problema politico di 'quale opposizione' deve fare il Pd: «Se astio e impotenza diventano i cardini dell'agire, vuol dire che le cataratte di una sinistra invecchiata velano lo sguardo di una nuova generazione di democratici». Tradotto in greve: intransigenti o consociativi? Dice Lazio, pensa al parlamento nazionale. Dove appunto D'Ubaldo siede. Difficile pensare che Fioroni e Marini non siano d'accordo con lui. Domani l'elezione di Gramazio. Uno degli artefici della stagione più nera della sanità laziale potrebbe tornare in sella con un voto Pd. E pure in nome «di una nuova generazione di democratici»

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lunedì 12 aprile 2010

RU-486, tutto quello che non si dice del farmaco e sul ricovero

Le dichiarazioni dei due Governatori leghisti che hanno affermato di non voler consentire l’uso della pillola abortiva Ru486, come del resto le esternazioni di alcuni vescovi in loro appoggio, fanno parte della quota di sciocchezze che siamo ormai abituati ad attenderci dai dirigenti della Lega (e, purtroppo, anche da alcuni esponenti della Chiesa Cattolica), persone altrettanto improvvide quanto rapide nella ritrattazione, e non mi pare che meritino particolare attenzione, la legge non dà loro alcun potere del genere e l’elettorato leghista non merita dirigenti così poco assennati.

Di ben diverso rilievo è l’intervento del Consiglio Superiore di Sanità (Css), che ha approvato un documento inusuale (ad esempio, riporta complessivamente 170 voci bibliografiche che non sono mai citate nel testo e che contengono, diciamo per il 90%, opinioni completamente difformi dalle conclusioni del Css) che prevede il ricovero ordinario per tutte le donne che sceglieranno di abortire con il metodo farmacologico. Per capirci, si tratta di un tentativo di rendere poco applicabile l’aborto farmacologico costringendo le donne a un lungo, inutile e fastidioso soggiorno in Ospedale.

Non mi dispiacerebbe che il Consiglio Superiore di Sanità, che se non sbaglio non è organo di una Loggia Massonica ma, più modestamente, una Istituzione dello Stato, rinunciasse a vietare la diffusione dei verbali delle riunioni e dei documenti interni. Voci di corridoio (voci femminili di corridoio) riferiscono che il Presidente del Css ( Il professor Garaci, Presidente anche dell’Istituto Superiore di Sanità) ha inviato a tutti i membri una lettera nella quale chiedeva (esigeva?) che il documento fosse approvato all’unanimità; le stesse voci riferiscono che l’unanimità non c’è stata e che al contrario ci sono state voci di protesta. Basterebbe un po’ di trasparenza per evitare la diffusione di queste chiacchiere (calunnie?).

Ma parliamo dell’obbligo di ricovero ordinario, una scelta che certamente sarà causa di un contenzioso, almeno con alcune Regioni. La prima cosa da rilevare è che un ricovero ordinario non è necessario, la maggior parte dei Paesi che utilizzano l’Ru486 preferisce il ricovero in Day Hospital e molti altri non ricoverano e lasciano che tutto si svolga a domicilio. Ci sono esperienze amplissime che lo dimostrano e le stesse esperienze italiane lo confermano. Il secondo rilievo è che si tratta di un ricovero inutile, che viene proposto, almeno in teoria, per evitare possibili complicazioni senza tener conto del fatto che, se complicazioni si verificano, sono sempre molto tardive e si manifestano giorni dopo che il ricovero è finito.

Terza cosa, si tratta di una scelta in gran parte inapplicabile, la nostra Costituzione ci consente di rifiutare i ricoveri obbligatori, salvo casi che non hanno niente a che fare con questo. Poi è una scelta che va tutta a sfavore delle donne che, quando avranno deciso di firmare la cartella e di tornarsene a casa, cosa che faranno in molte, saranno veramente sole perché la responsabilità delle strutture sanitarie cesserà di esistere. E ancora, è una cosa che va contro il buonsenso clinico e l’esperienza dei medici, l’aborto farmacologico riproduce una situazione frequente nella patologia ostetrica spontanea, l’aborto interno, che nessun medico, nelle stesse iniziali settimane di gravidanza, si sognerebbe mai di ricoverare.

Andiamo avanti. La nostra Costituzione stabilisce l’esistenza di notevoli limiti per tutti i legislatori – e quindi sia per quelli statali che per quelli regionali – per tutto quanto ha a che fare con le modalità di cura e i trattamenti sanitari e non credo che possa essere il Ministro della Salute a poter intervenire nei problemi che riguardano la libertà professionale del medico e il rapporto tra costui e i suoi pazienti, anche tenuto conto del fatto che in questa materia esiste un unico possibile limite, che ha a che fare con la tutela della salute del cittadino-paziente. Ancora: la legge 194, che regolamenta le interruzioni volontarie della gravidanza,non fa mai riferimento a un ricovero ordinario, descrive la degenza come “eventuale”, consente l’esecuzione degli interventi chirurgici negli ambulatori (che non hanno possibilità di ricoverare pazienti).

La stessa legge lascia inoltre aperta una strada alla innovazione, quando affida alle Regioni il compito di promuovere l’impiego di tecniche più moderne e più rispettose della integrità fisica della donna (e questo è esattamente il caso). E ancora. Stiamo parlando di trattamenti che appartengono alla categoria dei livelli essenziali di assistenza, cioè di cure che ammettono l’intervento del Ministero solo per quanto riguarda l’idoneità delle strutture, non la modalità con la quale debbono essere erogate. E stiamo parlando del Css, che è autorizzato a dare pareri privi di conseguenze giuridiche specifiche. Insomma saranno le Regioni, molte delle quali hanno già istituito gruppi di esperti capaci di preparare specifiche linee guida, a decidere i comportamenti che sarà saggio adottare.

Elaborare linee guida generali basate sul desiderio di fare un dispetto alle donne e un favore al Vaticano non è solo sbagliato, è controproducente. Temo, per concludere, che molte brave persone si siano lasciare confondere da un libro recentemente pubblicato da due gentili signore, nel quale erano contenuti dati peculiari e altrettanto poco credibili sui drammi che potrebbero conseguire all’impiego del farmaco in questione. Il medesimo testo afferma che l’aborto farmacologico determinerà un aumento delle richieste di interruzione della gravidanza, affermazione lesiva della intelligenza delle nostre donne e comunque contraddetta dalle esperienze di tutto il mondo.

Secondo questo testo, infine, la totalità di coloro che sostengono che si tratta di un metodo con vantaggi e svantaggi ma che è comunque conveniente utilizzare anche nel nostro Paese, avrebbe venduto l’anima all’Industria Farmaceutica. Poiché personalmente nutro, per l’Industria Farmaceutica, la stessa fondamentale antipatia che provo per le due suddette signore, credo di poter essere assolto da questa accusa. E a proposito del libro in questione, userei una espressione cara agli spagnoli: corramos tupido velo, meglio lasciar perdere.
07 aprile 2010
di Carlo Flamigni

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venerdì 9 aprile 2010

Stefano Cucchi: secondo gli esperti del Pm è morto perché non è stato curato


Non fu pestato e nemmeno era disidratato. Anzi, poteva essere salvato se solo, Stefano Cucchi, non fosse stato ricoverato nel “repartino” del Pertini, il padiglione penitenziario e gli fosse stata somministrata una terapia idonea. Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di Medicina legale della Sapienza ha illustrato stamattina in una conferenza stampa le conclusioni della consulenza elaborata da un pool di esperti incaricati dai pm che conducono l’inchiesta sull’omicidio del trentunenne romano morto a sei giorni dall’interrogatorio e dall’arresto.
Il pool punta l’indice su omissione e negligenza: «In ospedale non è stata colta la gravità della situazione e determinante per la morte è stata l'omissione di un piano terapeutico adeguato». Stefano aveva la vescica piena perché la sera prima di morire aveva bevuto tre bicchieri di acqua. I pm della procura di Roma smentiscono le conclusioni della commissione Marino anche sulla quantità di peso perduta dal ragazzo mentre era in consegna al servizio sanitario nazionale e all’amministrazione penitenziaria. Delle due fratture alle vertebre solo una sarebbe recente e a determinarla sarebbe stata una caduta di sedere, si dice podalica. Non ci sarebbero neppure segni di pugni o di colpi diretti ma anche il pool ammette che avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura. Ma loro non ci possono fare niente. Al contrario, è stato scavato parecchio nella storia del paziente scovando, dal 2000, 17 ricoveri al pronto soccorso ma senza trovare le fratture antiche di cui gli esperti del pm avevano fatto fantasticare la stampa. Si enfatizza un quadro composto da alcune patologie croniche di Stefano – al fegato, ad esempio – e dalla sua magrezza eccessiva che si sarebbero combinate con una brachicardia indotta dallo stress determinato dal suo arresto. Non avrebbe perso molto peso, solo 4 chili e non 10 come aveva detto Marino, ma il suo cuore batteva solo 42 volte al minuto. Malasanità, insomma, di questo si dice nelle conclusioni dei periti dei pm che hanno iscritto al registro degli indagati, finora, nove nomi: sei di dottori, tre di guardie carcerarie. Gli uni per omicidio colposo, gli altri per un omicidio preterintenzionale che, forse, si vorrebbe stemperare. La famiglia di Stefano non ci crede e sabato farà parlare i suoi consulenti

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domenica 14 marzo 2010

Farmaci: tre miliardi buttati


Quest'anno le Regioni avranno un "buco" pauroso per le medicine acquistate. Colpa degli ospedali. E dei trucchi delle aziende farmaceutiche

di Daniela Minerva

Mancano 2,9 miliardi. Le previsioni per la spesa pubblica farmaceutica 2010 sono apocalittiche: il tetto è fissato al 15,7 per cento del Fondo sanitario nazionale, quindi a 16,4 miliardi: ma se ne spenderanno almeno 19,3. Fin qui è una storia abbastanza usuale: i tetti di spesa sanitaria sono costantemente disattesi per diverse ragioni. Ma il caso della farmaceutica fa scattare un campanello d'allarme alla Conferenza delle regioni. Per via di una cabala che si sta trasformando in nodo scorsoio per i governatori.

Farmaci I denari pubblici spesi per i farmaci seguono, sostanzialmente, due canali: le farmacie e gli ospedali. Per la prima categoria, cresciuta all'impazzata fino a pochi anni fa, esiste però oggi un tetto, pari al 13,6 per cento del Fondo sanitario nazionale, oltre il quale lo sfondamento deve essere ripianato anche dalle aziende. La ratio è stata quella di presupporre che, se le prescrizioni sono più dei malati previsti dall'epidemiologia, qualcuno sta esagerando: i dottori nelle ricette facili e le aziende nelle pressioni del marketing. Per la spesa ospedaliera la faccenda è diversa: le Regioni che sfondano il tetto del 2,4 per cento si devono pagare da sole il surplus, e le aziende incassano senza pagare dazio.

Oggi accade, e qui sta il mal di pancia dei governatori, che a crescere all'impazzata è proprio la spesa ospedaliera, mentre quella in farmacia è sostanzialmente stabile. Le mille misure di contenimento pensate dall'Aifa, l'Authority dei farmaci, tra il 2004 e il 2008, e la pressione delle Regioni sui medici di famiglia stanno dando i loro frutti: da un lato alle aziende non conviene spingere verso fatturati che poi dovranno restituire al Ssn; dall'altro, i dottori temono che accada a tutti quello che è successo a un collega di Bergamo condannato dalla Corte dei Conti a pagare 2.800 euro per «irragionevole prescrizione». Risultato: la pressione delle aziende sulla spesa farmaceutica ai privati si allenta, mentre si inasprisce quella sulla ospedaliera.

Non solo: negli ultimi anni, l'avvento di medicinali complessi e costosi, i cosiddetti biologici, per malattie di massa come il cancro e le reumatiche, ma anche per patologie più rare ma senza cure, ha sconquassato i budget degli ospedali. Risultato: tutti affermano che quel tetto del 2,4 per cento è assolutamente irrealistico. Ma anche che lasciar galoppare la spesa ospedaliera porterebbe a un mercato impazzito proprio come era quello delle farmacie prima della cura Aifa.

«La spesa per i farmaci negli ospedali oggi è il doppio del tetto. Siamo almeno al 4,6 per cento e questo dovrebbe essere il margine da osservare se si vuole essere credibili», commenta Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell'Emilia-Romagna e consigliere dell'Aifa: «Ma dobbiamo anche introdurre dei meccanismi di governo della spesa ospedaliera che contengano la pressione delle aziende».

E qui si apre il nuovo fronte della guerra alle molteplici trovate degli addetti al marketing. Posto che la loro fantasia è infinita, sussurrano gli uomini dell'Aifa, si potrebbe cominciare a estendere all'ospedale i paletti disegnati per la spesa farmaceutica. Primo tra tutti lo stop alle false innovazioni.

Per anni le aziende hanno forzato il mercato mettendo in commercio specialità, differenziate da piccole variazioni chimiche e di associazione di composti, del tutto analoghe per valore terapeutico. Per ogni microscopica variazione spuntavano prezzi diversi e il pressing degli informatori sui medici spostava le prescrizioni sulle specialità più nuove e costose.

In ospedale le cose vanno un po' diversamente, specie perché i prodotti sono assai complessi e le farmacie ospedaliere hanno imparato a stoppare le fantasie innovative dei primari, ma il meccanismo è lo stesso. «L'Aifa deve mettere a punto dei metodi di governo delle innovazioni per bloccare quelle fasulle», dice Bissoni. La spesa, però, è già alle stelle, e i veri big spender sono i farmaci biologici per il cancro e le malattie reumatiche. La medicina dice chiaramente che si tratta di prodotti molto efficaci, ma che per lo più funzionano solo in presenza di determinate anomalie genetiche. Molte di queste anomalie sono rilevabili con analisi conosciute e qui il lavoro è facile: si fa il test e si somministra il farmaco solo se l'anomalia genetica è presente (l'herceptin per il tumore del seno è un esempio di questa procedura). Ma per la maggior parte dei nuovi oncologici il cosiddetto "profilo di efficacia" è molto più sfumato, le anomalie in causa sono diverse e alcune non conosciute. Così, i medici si trovano a decidere sulla base di pochi fattori noti se somministrare cicli che costano decine di migliaia di euro. E, ovviamente, decidono di farlo. Ma oggi il tema del governo di questa "spesa etica" si fa pressante. E un modo per equilibrare il sistema c'è.

L'ha messo a punto l'Aifa e alcuni oncologici sono, in effetti, sottoposti a questo regime, il "payment by results": il Ssn rimborserà il farmaco solo se funziona, altrimenti l'azienda copre le spese del medicamento. Se Pfizer e Glaxo l'hanno accettato per due loro prodotti, perché non estenderlo a tutti i nuovi farmaci biologici? Occorre affinare i meccanismi di autorizzazione di nuovi medicinali legando il rimborso alla loro efficacia. E stabilire un rapporto tra quanto un farmaco innova e quanto costa.

Pfizer al comando
Il rank delle principali farmaceutiche sul mercato italiano


Fatturato 2009 - Quote di mercato %

Pfizer 1.463.553.344               7,9%
Sanofi-Aventis 1.170.297.952 6,3%
Roche 1.106.597.440              6,0%
Menarini 977.820.785             5,3%
Novartis 951.000.800              5,2%
Merck & co 885.262.272         4,8%
Glaxosmithkline 874.445.728 4,7%
Bayer 761.743.808                  4,1%
Astrazeneca 622.902.208        3,4%
Johnson & Johnson 598.166.272 3,2%
Abbott 439.997.952                 2,4%
SigmaTau 412.120.046           2,2%
Lilly 385.204.032                    2,1%
Boehringer ingel 361.548.168 2,0%
Bristol-myers sqb. 345.236.432 1,9%
Chiesi 300.563.910                 1,6%
Gilead sciences 250.525.392  1,4%
Kedrion 240.776.721              1,3%
Angelini 230.017.855             1,2%
Merck Kgaa 227.628.484       1,2%
Bracco 223.123.304               1,2%
Recordati 217.018.974           1,2%
Amgen 197.249.528               1,1%
Servier 187.990.222               1,0%
Italfarmaco 185.740.560         1,0%

Fonte: elaborazione Il bisturi su dati Ims
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domenica 21 febbraio 2010

AGNONE: ospedale San Francesco Caracciolo e la guerra tra poveri

Di:

silvano fantilli


AGNONE:  ospedale San Francesco Caracciolo e la guerra tra poveri

La chiusura o il ridimensionamento di questo ospedale con scuse burocratiche per chiudere un presidio ospedaliero che può essere sicuramente definito il fiore all'occhiello di quella sanità pubblica che funziona eccellentemente, in una realtà montana difficilissima da gestire per le continue condizioni metrologiche invernali, rendendo strade e vie di comunicazioni impraticabili, bloccate rendendo difficile anche un solo chilometro di percorrenza, per la neve di giorno e il ghiaccio notturno.
Pensare di chiudere una realtà ospedaliera in una zona particolare già martoriata e abbandonata a se stessa per tutti i punti di vista, per i paesi dell'alto Molise e dell'Abruzzo dell'entroterra, significherebbe chiudere definitivamente numerosi paesi limitrofi, sia come punto di sicuro riferimento per la salute dei cittadini, di tutti questi paesi, e anche per problemi lavorativi, già bistrattati da tutti i governi locali da molti anni orsono e di tutti i colori politici.
I tentativi di sparare a zero contro questo presidio e altri presidi ospedalieri della nostra montagna, sono stati molteplici a iniziare dall'era Gasperiana che voleva costruire il solo polo ospedaliero e sanitario nella sua amata Gissi, la storia gli ha dato torto come politico e come pianificatore del territorio, non cosciente o ottuso di un pensiero annebbiato dai suoi interessi non mettendo in considerazione le esigenze del territorio montano in cui si riferiva.
Voglio mettere a conoscenza e accendere i riflettori su una zona martoriata da Cristo e dagli uomini, da una realtà cupa povera che nessun politico mai si è soffermato per creare nulla che sempre più gente costretta a trasferirsi nelle zone di pianura per la mancanza di strutture per la famiglia e per il lavoro. L'unica cosa certa in quella zona è l'ospedale di Agnone che il suo direttore sanitario è riuscito a impostarla in una struttura efficiente, igienicamente eccellente, con personale scientificamente preparato, con il corpo infermieristico umano, al servizio della gente, che va oltre alle loro mansioni.
Cari governanti di qualsiasi colore e di qualsiasi livello, statale, regionale, provinciale, stiamo parlando di una zona d'immigrati,emigranti che ci vive per la quasi totalità gente sola e anziana disseminata nelle molteplici frazioni che già difficilmente può raggiungere Agnone d'inverno immaginatevi se viene chiuso.
NON PERMETTEVI DI CHIUDERE L'OSPEDALE San Francesco Caracciolo D' AGNONE.

FANTILLI SILVANO


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mercoledì 10 febbraio 2010

Imperia: Riforme ospedaliere o speculazioni edilizie?

Invece di sottolineare la situazione di svantaggio dell’ASL1 imperiese nei confronti delle altre asl liguri in termini di offerta sanitaria, l’unica ad avere un semplice DEA di 1° livello ed un numero di posti letto per acuti e per riabilitazione al di sotto dei già ristretti standard regionali; invece di rilanciare la sanità provinciale con reali nuovi servizi e reparti in modo da ridurre il considerevole numero di “fughe “ di pazienti in altre ASL o addirittura fuori regione e abbattere le lunghe liste di attesa per visite specialistiche ed esami di radiodiagnostica, l’assessore Montaldo e l’amministrazione ASL continuano a sostenere la chiusura dei tre Ospedali di Bordighera, Sanremo e Imperia con i relativi Pronto Soccorso in cambio di un Unico Ospedale centrale con i medesimi reparti e lo stesso numero di posti letto e tre Case della Salute, che altro non sono che semplici Poliambulatori solo diurni, tipo quello recentemente inaugurato a Sanremo in v. Carli.

E dietro tutto ciò traspare la volontà di “svendere” gli edifici sanitari di Imperia, Villa Spinola a Bussana e il Borea a Sanremo per l’immancabile speculazione edilizia, vista la invidiabile esposizione di tali aree. C’ è poco da andare fieri di questo progetto tragicamente volto al peggioramento dell’offerta sanitaria!!! Tant’è che l’ennesimo convegno-passerella, tenutosi al Palazzo del Parco di Bordighera lunedì 8 febbraio, è stato del tutto autoreferenziale, vista l’esiguità del numero di partecipanti ben inferiore alle cento unità e la quasi assenza dei cittadini comuni, i veri fruitori della sanità.

Sono ormai tre anni che va crescendo la protesta contro tale progetto, non solo da parte del PRC e dell’intera Federazione della Sinistra , ma anche da parte di altre formazioni politiche, associazioni, comitati di cittadini come quello in difesa dell’Ospedale S. Charles di Bordighera e quello contro la chiusura dell’ Osp. di Imperia. Ricordiamo che il Consiglio provinciale circa 2 anni fa si era già espresso all’unanimità contro il progetto Osp. Unico e poche settimane fa la stessa conferenza dei sindaci ha bocciato tale progetto all’unanimità. Va da sé che in questo ampio intervallo di tempo fatto di iniziative pro e contro e di numerosi articoli sulla stampa locale, alcuni cittadini, appartenenti ad un gruppo di animazione teatrale imperiese che ha realizzato un interessante spettacolo sui problemi della sanità nella nostra provincia, abbiano inteso inscenare uno sketch sui serissimi problemi di emergenza sanitaria che deriverebbero dall’Ospedale Unico a fronte di una scadente viabilità e di lunghi tempi di percorrenza.

Pensiamo che ogni consesso di persone, per ritenersi democratico, debba consentire forme di critica e dissenso pacifiche, anche fatte di improvvisazioni teatrali. Esprimiamo quindi la nostra solidarietà a coloro che hanno cercato di esprimer in modo originale un messaggio importante, nell’interesse della collettività, subendo una reazione ingiustificata e intollerante.

Nell’occasione, non c’era gratuita provocazione o volontà di offendere, ma solo l’intento di dare più forza, creativamente, ad argomentazioni che da sole non sempre bastano per sensibilizzare e scuotere l’opinione pubblica – quotidianamente raggiunta da chi dispone di ben altra potenza mediatica per far passare i propri messaggi, innescando un più sano dibattito su questioni, come la salute pubblica, di immane importanza.

La risposta “muscolare” da parte degli organizzatori, che hanno addirittura chiamato d’urgenza la forza pubblica, non ha fatto altro che esasperare i toni e alimentare contrapposizioni.

Anche noi conveniamo sia necessaria una riorganizzazione della rete ospedaliera in provincia ma questa dovrebbe passare attraverso la costruzione di un Ospedale centrale , NUOVO ma NON UNICO , capace di ospitare tutte le specialità attualmente distribuite nei tre presidi , purchè vincolato al mantenimento degli ospedali di Bordighera e Imperia che , posti agli estremi della provincia, devono conservare i reparti di base ( Medicina, Chirurgia, Traumatologia e Ostetricia ) , i Pronto Soccorso dotati di letti di osservazione , i letti di riabilitazione (RSA), il Day Hospital e la Day Surgery, l’emodialisi, gli ambulatori polispecialistici.

Non ci sembra di chiedere “la luna” ma solo di non peggiorare la rete sanitaria e di fare qualche passo in avanti, anche se le risorse finanziare del fondo sanitario nazionale destinate alle Regioni diminuiscono grazie al governo Berlusconi.

Partito della Rifondazione Comunista
Federazione provinciale di Imperia
Dipartimento Sanità

9 Febbraio 2010

giovedì 4 febbraio 2010

Bonino, primo passo razionalizzazione della Sanità

- Convocare entro tre mesi gli stati generali della salute e della sanità nel Lazio per fare una "grande operazione verità": è questo l’impegno preso da Emma Bonino in caso di vittoria alle elezioni regionali. Per la candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione bisogna far conoscere la situazione della sanità a tutti i cittadini, per renderli “consapevoli di quanto c'è da fare e accettare lo sforzo di razionalizzazione senza che questo venga vissuto come una penalizzazione". Secondo Bonino poi sono tre i punti chiave nel settore sanitario e socio-assistenziale: semplificazione decisionale, efficienza, programmazione. E sono stati questi i temi di cui ha parlato oggi durante la sua visita all'Opera don Calabria, un centro diurno e casa famiglia per persone disabili e con ritardo mentale nel quartiere Primavalle, a Roma. "Il compito della politica - ha spiegato Bonino - non è gestire il servizio degli operatori, ma garantire l'efficienza decisionale. Se i centri decisionali sono vari e separati, lì c'è l'inizio dell'inefficienza".

La leader radicale ha ricordato che i malati e i diversamente abili "sono cittadini a tutti gli effetti con diritti e doveri. Purtroppo viviamo in una società viene vissuta come una vergogna. Una società così debole di valori che non riesce a farsi carico delle debolezze. Bisogna cambiare questa situazione". In caso di vittoria della Bonino, invece, non cambierà il sistema di assegnazione degli incarichi istituzionali e di governo. “Non mi piacciono le commistioni: chi vince governa e si assume la responsabilità fino in fondo – ha sottolineato -. Così, al termine del mandato, si vede cosa non ha funzionato e si sa chi è il responsabile. Preferisco un sistema in cui chi vince governa e gli altri svolgono la funzione di controllo e si preparano a vincere la prossima volta. Questo mi sembra un dato di grande trasparenza e si smette così una buona volta con gli scarica barile".
 da ilvelino

domenica 24 gennaio 2010

Gruppo Comunista Siena: Le solite promesse elettorali di Enrico Rossi

Dichiarazione del capogruppo Antonio Falcone sul Centro di eccellenza delle malattie epatobiliari promesso a Chianciano dal candidato alle regionali del PD Enrico Rossi: BASTA ANNUNCI E PROMESSE ELETTORALI DOPO OTTO ANNI DI VUOTO.....SI RISCHIA DI IRRITARE PERFINO L’EROE DI COLLODI. 




“Enrico Rossi ed il PD provinciale rilanciano il centro di eccellenza per le malattie epatobiliari, come se alla guida della Sanità regionale, della Regione Toscana e della provincia di Siena fin’ora ci fossero stati i marziani. Durante la festa dell'Unità del 2002 Enrico Rossi assunse l’impegno per la costruzione di un Centro di Ricerca per le malattie del fegato, ripreso sia dal programma comunale che da quello provinciale del 2004, sbandierato ai quattro venti in ogni occasione pubblica, incluso la campagna elettorale 2009. Sono passati otto anni, Enrico Rossi ha fatto carriera e da Assessore alla Salute diventerà Governatore della Toscana, viceversa l’impegno assunto è retrocesso, da centro di ricerca per le malattie del fegato si è ridotto in centro diagnostico di eccellenza. 
Non ci vuole molto per capire la differenza. 
Tuttavia in ogni appuntamento elettorale il PD non perde occasione per fare annunci sul rilancio di Chianciano. Peccato che dopo le elezioni rimane il vuoto ed i pilastri di cemento armato abbandonate nella desolazione e nel degrado, come nel caso delle piscine termali e del pala-congressi.
Possiamo comprendere Elisa Meloni che nel 2002 era ancora adolescente e forse non è informata sul passato della città termale, ma come si può comprendere chi ricopriva e ricopre tutt’ora ruoli importanti sia nell’Amministrazione che nel PD. Come è possibile giocare con i problemi e la pazienza di chi non riesce a sopravvivere con la propria impresa e di chi perde ogni giorno il lavoro e la speranza di andare avanti?!”

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