Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

martedì 16 marzo 2010

Idea autoironica per una riforma elettorale


di Alberto Burgio
su il manifesto del 16/03/2010
Domenica 28 febbraio, riflettendo sulle ragioni del popolo viola, Curzio Maltese ha scritto su La Repubblica poche parole che, alla luce dei recenti sviluppi della vicenda politica, suscitano qualche commento. «Siamo alla vigilia della privatizzazione dell'acqua, contro il parere dell'85 per cento degli italiani, ma senza nessuno in Parlamento che si opponga davvero». Non è difficile concluderne che questo Parlamento non è rappresentativo. Somiglia sempre più a un consesso di notabili, separato e autoreferenziale. In questione (anche senza pensare a veline o amici della 'ndrangheta) è la sua stessa legittimità.
Queste considerazioni incrociano un tema ricorrente nel dibattito politico. Ancora in questi giorni Massimo D'Alema ha rilanciato la proposta della Grande riforma, ripetendo il ritornello della riduzione del numero dei parlamentari, cosa che - com'è noto - ha soltanto uno scopo: fare definitivamente piazza pulita dei piccoli partiti, «incompatibili» con lo schema bipolare.
Insomma, un Parlamento non rappresentativo progetta riforme che servono a blindare l'occupazione delle istituzioni da parte delle forze politiche che lo compongono. Stando così le cose, ci permettiamo di formulare una modesta (e autoironica) proposta. Che, oltre a evitare l'arbitrio di stabilire a tavolino più ridotte dimensioni delle Camere, comporta qualche vantaggio collaterale.

La volontà degli elettori
Per ridurre il numero dei parlamentari non c'è alcun bisogno di «riforme», è più che sufficiente rispettare la volontà degli elettori. Basta lasciare tutto per com'è, limitandosi a non assegnare i seggi (oggi circa duecento alla Camera e un centinaio al Senato) corrispondenti ai voti non espressi, alle schede bianche e nulle, e ai voti ricevuti dai partiti che non hanno superato lo sbarramento imposto dalla legge elettorale.
Così facendo, non solo si ridicolizzerebbero le balle del presidente del Consiglio (mostrando che il centrodestra è stato votato da meno del 36% degli elettori). Si renderebbe altresì visibile la reale composizione politica del paese, dando in qualche modo rappresentanza ai cittadini che hanno votato i partiti minori (3,5 milioni di elettori), si sono astenuti o hanno votato bianca o nulla (altri 10,6 milioni). Stiamo parlando di quasi un terzo dell'elettorato, una percentuale enorme la cui costante crescita (l'astensionismo è passato dal 19,5% nel 2008 al 35% nel 2009: un salto di qualità, pur considerando la diversa natura delle consultazioni) denota la crisi politica della cosiddetta seconda Repubblica.

Quando il re è nudo
Quest'ultima affermazione è dedicata a quanti temono che lasciare vuota una parte delle aule parlamentari alimenterebbe derive «antipolitiche». Quando «il re è nudo», far vedere la crisi sembra il solo modo per recuperare la sacralità delle istituzioni e avviare un processo partecipato di ri-legittimazione. Forse, materializzare il deficit di rappresentatività dei maggiori partiti, oggi mascherato da una legge elettorale indecente, costringerebbe le forze politiche a ricercare un rapporto più stretto e serio con il «paese reale».
Qui sta, evidentemente, il tallone d'Achille della proposta. Essa chiede ai partiti che, grazie ai media controllati da pochi gruppi di potere, appaiono e agiscono come rappresentanti della totalità, di riconoscere il proprio deficit di rappresentatività e di metterlo in scena. È un po' come chiedere all'attuale presidente del Consiglio di dire la verità sui reati fiscali delle sue aziende. Per questo si tratta di una proposta autoironica, formulata sapendo che ben difficilmente verrà presa in considerazione. Sperare, tuttavia, non costa (ancora) nulla.
Chissà che qualcuno tra coloro che contano non capisca che, a forza di rimuovere la realtà, ci si fa del male e che la troppa astuzia sconfina nell'autolesionismo. Chissà che l'attuale disastro, che non è detto non possa aggravarsi, non determini un inopinato sussulto di resipiscenza.

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

Quelli che in fondo in fondo...

di Alessandro Robecchi - 
È bene immaginare l’ansia odierna dei cosiddetti terzisti. Galleggiatori professionisti, gente abile nel giustificare l’ingiustificabile a colpi di «ma» e «però» e «d’altrocanto», conformisti supremi che accusano di conformismo gli altri. Gente che davanti alle leggi razziali avrebbe scritto «tutto sommato…»,
che davanti al rogo dei libri avrebbe detto «in ultima analisi…». Gente che del regime accetta tutto, con l’accortezza di inserire una riga di dubbio da giocarsi poi in un’eventuale Norimberga. Ce li troveremo – finito il regime berlusconiano – a cantare nel nuovo coro, con le stimmate dell’intellettuale coraggioso.
Vulgata odierna di questo manipolo di arditi col ditino alzato («anche la sinistra, però…»): è grave che il capo del governo dia ordini a un’autorità di garanzia,
ma non dovevamo saperlo dalla magistratura! Traduco in italiano: lo scandalo non è il dittatore che dà ordini, ma la magistratura che se ne occupa. Oggi
questi campioni del collaborazionismo sentono un brividino nella schiena. Perché dove un tempo bastava spalleggiare ora serve militare, dove bastava
strizzare l’occhio ora bisogna applaudire. Eri sodale, poi ti hanno chiesto di diventare complice. Poi complice non bastava più, dovevi diventare cameriere.
Poi cameriere sembrava troppo dignitoso, ti si chiedeva di diventare servo. Da servo parevi troppo libero e ti si chiedeva di essere schiavo. Sistemati i nemici, si passerà ai non troppo amici, poi agli amici che non sono amicissimi, poi agli amicissimi poco convinti nell’inchino.
Essi giustificano le censure di oggi con i loro «ma», i «però», i «d’altrocanto», ma già tremano per se stessi. Fingono di non sapere della inguaribile bulimia
del Conducator, che più mangia e più ha fame, che più schiaccia e più schiaccerà, servono il potere senza conoscerne la voracità. Verranno mangiati
anche loro, e qualcuno scriverà sulla lapide: «Però, in fondo in fondo…».

Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

martedì 2 marzo 2010

L'adozione: che delusione

Di:
Silvano Fantilli


L'adozione: che delusione Voglio ripercorrere la mia esperienza strettamente personale per porre un problema a tutti quegli organi che si occupano d' adozione in Italia. Voglio premettere e ribadire con forza e convinzione che ciò che vado a descrivere è una storia strettamente personale, e non voglio assolutamente essere frainteso in una materia delicata e d' equilibrio per migliaia di coppie e la loro genitorialità, non voglio dimostrare di possedere ricette assolute e universali per togliere o scoraggiare tutte quelle coppie che vogliono intraprendere questo percorso. All'incirca tre anni fa decidemmo io e mia moglie di intraprendere questa strada, già a conoscenza che si trattava di un percorso difficile e tortuoso da riuscire, ma niente ci faceva presupporre una totale assenza di tatto per l'argomento trattato da parte dell'equipe preposto ( loro dicono,"viaggio conoscitivo all'interno dell'individuo)??? Ma per percorrerlo in maniera lineare e preciso iniziamo dall'inizio della storia, ci rivolgiamo a un' associazione per il corso conoscitivo con una partecipazione di 3 sedute che ci spiegano i vari tipi d' adozioni nazionali e internazionali e i loro intenti, noi preferimmo la nazionale per problemi lavorativi e iniziammo tutto il percorso burocratico: 1)commissariato (a livello penale reddituale) 2)sanitario (tramite il medico legale) 3)primo incontro di gruppo con l'equipe (Psicologa – Assistente sociale) 4)secondo incontro di coppia(narrazione del percorso di vita Personale di 1 dei coniugi) 5)terzo incontro di coppia (narrazione del percorso di vita Personale del 2 coniuge) 6)sesto incontro di coppia nel proprio domicilio da parte Dell'equipe. 7)settimo incontro di coppia con il giudice minorile E dopo si aspetta, tutto il leader burocratico è finito in una durata media di 2 anni? Né io né mia moglie avevamo deposto troppe aspettative per il compimento di questo percorso in maniera positivoa, data la fortuna personale che ci ritroviamo e conoscendo l'affidabilità delle istituzioni. Ma la riflessione del tutto personale in base alla nostra esperienza si può tranquillamente affermare, che ci sono già prestabiliti dei pacchetti di chi si e di chi no, è brutto e pare indelicato e insensibile per la materia che stiamo affrontando, ma la sola lettura del verbale(solo nelle mani del giudice minorile insindacabile) in maniera seria da parte del giudice minorile usciva fuori un personaggio strano che non somigliava nemmeno lontanamente a noi, e questo che ti fa capire? Che bisogna creare dei personaggi su misura per non essere adatti per far rimanere il tutto come era prima. Io non so per quale motivo tutto ciò, ma una cosa è certa che il tribunale affida dei compiti a persone che non si avvicinano minimamente al profilo richiesto, e maneggiano a proprio piacimento le vite, l'esistenze degli individui e delle coppie. Con questo ribadisco ancora una volta non voglio togliere l'illusione di un altro modo di diventare genitore per il solo motivo che a me è andato male. Io ho voluto riportare un percorso con le sue problematiche istituzionali, con la speranza che chi è preposto a tale compito rifletta e prenda delle iniziative oculate. Fantilli Silvano 



Powered by Wufoo.

venerdì 12 febbraio 2010

La classifica dei diritti umani


Calcolare la ricchezza, o la povertà, di un paese non in base al Prodotto interno lordo (Pil) ma all'accesso ai diritti umani è un altro modo per osservare il mondo - e per capire come i governi si stanno muovendo rispetto agli impegni presi nel campo delle politiche sociali e per il raggiungimento degli «Obiettivi di sviluppo del millennio». La rete internazionale Social watch, che raccoglie organizzazioni della società civile in oltre sessanta paesi, ha presentato ieri il suo nuovo rapporto annuale, che stila una classifica mondiale in base agli indici alternativi, quest'anno analizza gli effetti sociali e ambientali della crisi economica globale. «People first», come recita il titolo del rapporto, classifica i paesi in base a indici alternativi che misurano da un lato fattori determinanti per lo sviluppo come l'accesso all'istruzione di base, la mortalità infantile e la percentuale delle nascite assistite da personale qualificato (Bci - indice delle capacità di base), e dall'altro la parità di genere, ovvero come procede l'andamento del divario tra donne e uomini (Gei - indice di parità di genere). Riguardo alla seconda classifica, non sorprende scoprire che l'Italia, nella classifica Gei su 175 paesi, si piazza al 72simo posto dopo Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica Dominicana con 64 punti su 100. Due posizioni in meno rispetto al 2008 e un punteggio molto al di sotto della media europea, che è 72. «La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi», commenta Jason Nardi, portavoce di Social watch Italia, che aggiunge: «la definizione tra paesi del cosiddetto sud del mondo e quelli del nord sviluppato è sempre più sfumata». Infatti, osservando la classifica, si scopre che nelle prime 50 posizioni, oltre ai due terzi dei paesi dell'Unione europea - Italia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia e Grecia escluse - c'è una buona rappresentanza di paesi in via di sviluppo. Filippine, Colombia, Tanzania e Thailandia tra i virtuosi nella parte alta della classifica. Il che dimostra come l'equazione tra reddito elevato e uguaglianza non sia affatto scontata. Tra i punteggi più alti, quelli di Svezia (88 punti), Finlandia e Ruanda (84). Seguono Norvegia (83), Bahamas (79), Danimarca (79) e Germania (78). L'indice della parità di genere tiene conto di diversi fattori: l'istruzione, la partecipazione all'attività economica e l'empowerment delle donne, ovvero il loro godere di pieni poteri. Il divario tra uomini e donne si è acuito con la crisi economica perché l'esposizione delle donne alla recessione è maggiore: hanno un minore controllo del reddito, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono salari minori e godono di livelli di tutela sociale più bassi. Mentre, a livello mondiale, nel campo dell'istruzione si sono fatti progressi, nell'accesso agli spazi decisionali e nell'esercizio del potere la strada da fare è ancora molto lunga. Non esiste sulla terra un paese dove sia stata raggiunta la piena uguaglianza tra uomini e donne nella partecipazione ai processi economici o socio-decisionali. Ma, tornando all'Italia, il nostro paese è sotto accusa anche per quanto riguarda le politiche sull'immigrazione, i «pacchetti sicurezza» e una situazione generale di impoverimento dovuta sì alla crisi finanziaria, ma anche a «politiche miopi, deboli e in molti casi discriminatorie». Se si calcola poi a quanto ammonta l'impegno del governo nell'aiuto allo sviluppo, «l'Italia ha toccato il minimo storico proprio nell'anno in cui ha presieduto il G8». Un paradosso già noto agli addetti ai lavori che Social watch purtroppo conferma.
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feed.

sabato 6 febbraio 2010

Povertà in tuta blu

«Rancore». Loris Campetti, sulla prima pagina del manifesto del 29 gennaio, ha evocato la parola chiave per capire molte cose dell'Italia di oggi. Anzi, sotto il significativo titolo «La politica non sale sui tetti», ha usato un'espressione ancor più impronunciabile: «rancore operaio». Lo so che la cosa non piacerà quasi a nessuno, né alla destra né alla sinistra, a cominciare da tanti operaisti in stand by. Ma ci apre la porta alla comprensione di molti aspetti della nostra contemporaneità opaca, altrimenti indecifrabili. Dell'imbarbarimento civile del nord, tanto per cominciare, del nordest con i suoi sindaci xenofobi, ma anche del nordovest, l'antico triangolo industriale, ieri tradizionale area d'insediamento sociale della sinistra «lavorista» oggi territorio di conquista della Lega. Del degrado camorristico-mafioso di gran parte del sud, e del disfacimento morale assolutamente bipartisan di quasi tutta la sua classe dirigente. Della stessa evaporazione rapida della sinistra nazionale, fino al punto dell'afasia e dell'atrofia politica attuale. E dell'apparentemente inspiegabile assenza di conflitti sociali, collettivi, pur in una situazione in cui la crisi morde sul vivo.
Il rancore è un sentimento «sociale». È una passione «da poveri». Da chi è messo all'angolo. Alimenta, appunto, le «guerre tra poveri»: i conflitti orizzontali sul fondo della piramide sociale. E gli operai italiani sono, oggi, poveri. Anzi - cosa forse ancor peggiore - sono degli «impoveriti». Basta dare un'occhiata alle statistiche, che non piacciono al governo, ma ne spiegano con la loro crudezza la fortuna elettorale, per comprenderlo. La più recente rilevazione disponibile - il Rapporto della Commissione d'indagine sull'esclusione sociale - ci dice che l'incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie aveva raggiunto, nel 2008 (quando dunque la crisi era appena all'inizio) il livello record del 14,5%, che al sud sale addirittura al 20,7%. Il che significa che qui una famiglia su cinque, il cui capofamiglia sia operaio, è costretta a vivere con una spesa mensile media inferiore di almeno la metà rispetto a quella nazionale.
Se poi dalla «povertà relativa» si passa all'indicatore di «povertà assoluta» - il quale misura il numero di coloro che non possono permettersi neppure una quantità minima di beni e servizi giudicati indispensabili per una vita dignitosa: cibo, vestiario, medicine, trasporti -, le cose vanno persino peggio. Dall'analisi «per gruppi» condotta dall'Istat sul milione e duecentomila famiglie italiane censite come «assolutamente povere», al fine di individuarne la composizione, risulta che quasi la metà di esse è costituita da lavoratori - in prevalenza dipendenti, ma non solo - o comunque da famiglie in cui la «persona di riferimento» svolge un lavoro. Si tratta, per un buon numero (170.000 famiglie, pari al 15,1% del totale) di «coppie monoreddito operaie con figli minori residenti nel Mezzogiorno» e per un'altra elevata percentuale (più dell'11%, oltre 124.000 famiglie) di «single e monogenitori operai del centronord»! Ma vi compaiono anche 110.000 famiglie composte da «coppie monoreddito di lavoratori in proprio con figli minori» (il 9,8%) e quasi altrettante (93.000, l'8,3% del totale) con capofamiglia impiegato o persino piccolo imprenditore, con un elevato numero di figli minori a carico e residenza al sud. A cui va aggiunta la massa, certamente più consistente, delle povertà occulte: di chi non è censibile «ufficialmente» come povero, in base all'entità formale del reddito o del consumo, ma di fatto lo è perché appesantito dalle rate del mutuo o del credito al consumo, da una separazione, un divorzio, una terapia relativamente costosa. O semplicemente da uno stile di vita diventato economicamente incompatibile col proprio bilancio ma socialmente irrinunciabile, pena la perdita delle relazioni primarie.
Sono, tutte, figure sociali che fino a pochi anni fa si consideravano «garantite». Che venivano viste socialmente - e si vedevano, soggettivamente - al di sopra e al di fuori del rischio-povertà. Per le quali l'orizzonte sociale era stato, a lungo, quello della crescita, di reddito e di status. E che ora si scoprono, quasi d'improvviso, su un piano inclinato. Misurano sulla propria possibilità di accesso a beni e servizi essenziali, una «caduta» che stentano ad ammettere. E che si sforzano di mascherare. Ma che viene per molti versi da lontano. E che ha a che fare - anche se è difficile, per chi la subisce, decifrarla così - con la pesante, silenziosa ma nella sostanza destabilizzante, sconfitta politica e sociale che il lavoro ha subito nell'ultimo scorcio del secolo scorso. Non solo in Italia, certo. Ma in Italia in forma particolarmente severa.
Basta dare un'occhiata alla dinamica salariale, per avere immediatamente la misura dello spostamento di potere sociale verificatosi nel periodo. L'Ocse ci colloca oggi al 23° posto nella classifica annuale delle retribuzioni nei suoi trenta paesi aderenti, davanti soltanto a Repubblica Ceca, Ungheria, Messico, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Turchia. I salari lordi italiani sono in media sotto del 16% rispetto all'area Ocse e del 32% rispetto all'area Euro. Quelli netti, a causa dell'elevato peso degli oneri fiscali, ancor peggio: secondo l'Eurispes «il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, del 32% a quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco». Sempre secondo questa fonte percepirebbe addirittura, in busta paga, il 19% in meno di un greco, e il 14% di uno spagnolo. Certo è che se si tiene conto che la testa della classifica, per salario netto, è occupata dalla Corea con 39.931 dollari annui, seguita dal Regno Unito con 38.147 e dalla Svizzera con 36.000, il lavoratore italiano con i suoi 21.374 dollari (circa 15.300 euro) appare davvero un paria.
Non era così fino agli anni Novanta, quando la remunerazione del lavoro in Italia stava 5 o 6 punti sopra la media europea. Dietro ai numeri, dunque, e al loro declino verso il basso, si nasconde un contemporaneo spostamento laterale, dal centro alla periferia, dal protagonismo al silenzio, degli uomini che dietro a quei numeri stanno. Di quel mondo del lavoro di cui si era celebrata la «centralità» nella fase matura del Novecento, e di cui è andato in scena l'oscuramento nel passaggio di secolo. Sono loro che hanno perso. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) calcola in numerosi punti percentuali di Pil la quota di ricchezza sociale passata dal monte salari ai profitti delle imprese tra l'inizio degli anni '80 e il 2005 nei paesi sviluppati. Per l'Italia si tratta di ben 8 punti: una cifra enorme, pari all'incirca a 120 miliardi di euro, 7.000 euro per ognuno dei 17 milioni di lavoratori dipendenti. La misura di un processo silenzioso ma brutale di emarginazione.
Stupisce che ora chi fino a meno di una generazione fa era considerato e si considerava al centro dell'universo sociale e ora non viene neppure più «visto» (a meno che non esponga il proprio corpo e la propria vita su un tetto o una gru), né «nominato» da quella stessa sinistra che sulla retorica operaia aveva costruito la propria fortuna politica, nutra rancore? Che provi anche un suo particolare gusto nell'abbandono degli antichi compagni? Un'ostentazione di wildness. Un perverso uso del politicamente scorretto, quando il mito dell'«assalto a cielo» cade nel fango, e rimane ormai solo il trash del rito celtico padano, e l'urlo gutturale della ronda leghista, a marcare un brandello di soggettività? O il rassegnato abbandono al patronnage di un padrino di camorra, in una cintura flegrea? O, infine, il sogno perverso dell'uscita verticale attraverso il cubo di un night e un ripostiglio del Grande fratello?

giovedì 21 gennaio 2010

le riflessioni di Fidel su Haiti



www.resistenze.org - popoli resistenti - cuba - 19-01-10 - n. 302


da www.granma.cu

Le riflessioni del compagno Fidel

La lezione di Haiti

(da CubaDebate)

Due giorni fa, circa alle sei del pomeriggio, ora di Cuba, quando era già notte in Haiti, per via della sua ubicazione geografica, le emittenti televisive hanno cominciato a diffondere le notizie del violento terremoto, con potenza 7.3 gradi della scala Richter, che ha severamente colpito Puerto Príncipe.

Il fenomeno sismico si è originato in una faglia tettonica nel mare, a soli 15 chilometri dalla capitale haitiana, una città dove l’80% della popolazione vive in case precarie, costruite con fango e mattoni.

Le notizie sono continuate quasi senza interruzione per ore. Non c’erano immagini, ma si affermava che molti edifici pubblici, ospedali, scuole e installazioni, costruiti più solidamente, erano crollati.

Ho letto che un terremoto di forza 7.3 equivale all’energia provocata da un’ esplosione uguale a 400.000 tonnellate di TNT. Si trasmettevano tragiche descrizioni I feriti per le strade reclamava l’aiuto dei medici, circondati dalle rovine, con famiglie seppellite.

Nessuno, senza dubbio, ha potuto trasmettere immagini per molte ore.

La notizia ci ha preso tutti di sorpresa. Molti, ascoltavamo con frequenza le informazioni sugli uragani e le grandi inondazioni in Haiti, ma ignoravamo che questo pese vicino correva il rischio di forti terremoti. Ora si ricorda che 200 anni fa avvenne un terremoto simile in questa città, che sicuramente allora aveva poche migliaia di abitanti. Nessuno poteva trasmettere alcuna immagine.

A mezzanotte non si dava ancora una cifra approssimativa delle totale delle vittime. Alti capi delle Nazioni Unite e vari capi di Governi parlavano dei drammatici avvenimenti e annunciavano l’invio di brigate di soccorso.

Dato che in Haiti sono presenti le truppe della MINUSTAH, le forze delle Nazioni Unite di diversi paesi, alcuni ministri della difesa parlavano di possibili vittime tra il loro personale.

In realtà è stato solo ieri, mercoledì, che sono giunte le tristi notizie dell’enorme numero di vittime tra la popolazione, e istituzioni come le Nazioni Unite hanno informato che alcuni dei loro edifici in questo paese erano “collassati”, una parola che sola non dice nulla, ma può significare molto.

Per ore, ininterrottamente, sono giunte notizie sempre più traumatiche sulla situazione di questo fraterno paese. Si discutevano i totali delle vittime che fluttuano, secondo versioni, tra 30.000 e 100.000.

Le immagini sono desolanti; è evidente che il disastroso terremoto ha ricevuto un’ampia divulgazione mondiale e molti governi, sinceramente commossi, realizzano sforzi per cooperare nella misura delle loro risorse.

La tragedia commuove in buona fede un gran numero di persone e sopratutto quelle di carattere più naturale. Però, forse, pochi si fermano a pensare perchè Haiti è una paese così povero. Perchè la sua popolazione dipende quasi al 50% dalle rimesse familiari che riceve dall’estero? Perchè non si analizza anche la realtà che ha condotto alla situazioni attuale di Haiti ed alla sua enorme sofferenza?

La cosa più curiosa di questa storia è che nessuno pronuncia una parola per ricordare che Haiti è stato il primo paese in cui 400,000 africani schiavi e rapiti da trafficanti europei, si sollevarono contro 30.000 padroni bianchi di piantagioni di canne da zucchero e caffè, realizzando la prima grande rivoluzione sociale nel nostro emisfero.

Pagine insuperabili di gloria sono state scritte lì. Il più eminente generale di Napoleone fu sconfitto. Haiti è un prodotto netto del colonialismo e dell’imperialismo, di più di un secolo di uso delle sue risorse umane nei lavori più duri, degli interventi militari, dell’estrazione delle sue ricchezze.

Questa dimenticanza storica non è tanto grave, come il fatto reale che Haiti costituisce una vergogna della nostra epoca, in un mondo dove prevalgono lo sfruttamento ed il saccheggio dell’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta.

Migliaia di milioni di persone in America Latina, Africa ed Asia, soffrono per carenze simili, anche se forse non tutte in una proporzione tanto alta come Haiti. Situazioni come quella di questo paese non dovrebbero esistere in nessun luogo della Terra, dove abbondano decine di migliaia di città e di paesi in condizioni simili e a volte peggiori, in virtù di un ordine economico e politico internazionale ingiusto, imposto al mondo.

La popolazione mondiale non è minacciata unicamente dalle catastrofi naturali come quella di Haiti, che è solo una pallida ombra di quello che può avvenire nel pianeta con il cambio climatico, che è stato realmente oggetto di burla, scherno ed inganno a Copenaghen.

È giusto riconoscere tutti i paesi e le istituzioni che hanno perso alcuni cittadini o membri, per via della catastrofe naturale in Haiti: non dubitiamo che realizzeranno in questi momenti il maggior sforzo per salvare vite umane e alleviare il dolore di questo popolo sofferente, Non possiamo incolparli del fenomeno naturale avvenuto, anche se siamo in disaccordo con la politica seguita con Haiti.

Non posso non esprimere la mia opinione sul fatto che è ora di trovare soluzioni reali e vere per questo popolo fratello.

Nel settore della salute ed in altre aree, Cuba, pur essendo un paese povero e bloccato da anni, coopera con il popolo di Haiti in 227 dei 337 comuni del paese, dove lavorano tutti i giorni i nostri medici. D’altra parte, non meno di 400 giovani haitiani si sono laureati in medicina nella nostra Patria, ed ora lavoreranno con il gruppo di rinforzo che è appena partito, per salvare vite umane in questa critica situazione.

Si possono mobilitare quindi e senza uno sforzo speciale, sino a mille medici e specialisti della salute che stanno già quasi tutti lì e sono disposti a cooperare con qualsiasi altro Stato che desideri salvare le vite degli haitiani e curare i feriti.

Un altro elevato numero di giovani haitiani sta studiando medicina in Cuba.

Inoltre cooperiamo in altre sfere alla nostra portata, con il popolo haitiano. Non ci sarà, senza dubbio un’altra forma di cooperazione così degna come la lotta nel campo delle idee ed un’azione politica per porre fine alla tragedia senza limite che fa soffrire un gran numero di nazioni come Haiti.

La responsabile della nostra Brigata Nedica ha informato: “La situazione è difficile, ma abbiamo già cominciato a salvare vite”.

Lo ha fatto con un breve messaggio poche ore dopo il suo arrivo a Puerto Principe, ieri, con il rinforzo di medici addizionale.

Nella notte ha comunicato che i dottori cubani e gli haitiani laureati nella ELAM si stavano muovendo nel paese ed avevano già assistito a Puerto Principe più di mille pazienti, ponendo in funzione con urgenza un ospedale che non era crollato ed utilizzando tende da campo dov’era necessario, ed inoltre si preparavano per rendere agibili altri centri d’assistenza, con urgenza.

Sentiamo un sano orgoglio per la cooperazione che in questi istanti tragici i medici cubani ed i giovani medici haitiani che hanno studiato in Cuba, stanno prestando ai loro fratelli di Haiti!

Fidel Castro Ruz 
14 gennaio del 2010 
Ore 20.25

domenica 17 gennaio 2010

Il Terremoto di Haiti e la questione cubana

Di:
Lucio Garofalo


Il terrificante sisma che ha provocato una vera e propria ecatombe, devastando l'isola di Haiti, ha fatto riemergere l'immane tragedia della miseria endemica che affligge la popolazione haitiana, vittima della schiavitù, delle dittature militari, degli uragani, degli speculatori finanziari, ora vittima di una spaventosa sciagura e degli sciacalli che rovistano tra le macerie. Inoltre, pare che il cataclisma fosse ampiamente annunciato. Infatti, nel settembre del 2008 sul quotidiano haitiano Le matin Patrick Charles, professore presso l'Istituto geologico all'Havana, scriveva: "Ci sono tutte le condizioni per un terremoto di primaria importanza a Port-au-Price. Gli abitanti della capitale Haitiana devono prepararsi per un evento che accadrà inevitabilmente".

Haiti è la parte dannata dell'isola che fu la prima terra che Cristoforo Colombo scoprì del Nuovo Mondo. Ma questa parte dell'isola contrasta con l'opulenza dell'altra parte, la Repubblica Dominicana, dove il reddito annuo pro capite è di 8.600 dollari, mentre ad Haiti si sopravvive a stento con 600 dollari all'anno. Inoltre, gli abitanti di Haiti sono costretti a subire da anni regimi dittatoriali formati da criminali protetti dagli USA.

A pochi chilometri di distanza dalla disperazione di Haiti sorge l'isola di Cuba, l'isola di Fidel Castro e dell'eroe rivoluzionario Ernesto "Che" Guevara, l'isola più odiata e temuta dagli americani WASP (acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, tradotto in italiano con "Bianco Anglo-Sassone Protestante"). Al confronto con la miseria, il sottosviluppo e l'arretratezza di Haiti, la realtà cubana risulta eccellente, seppure con i suoi limiti e difetti, in quanto i suoi abitanti hanno lavoro, istruzione, cultura, dignità, assistenza medica, pensioni, i suoi bambini sono molto ben nutriti, curati ed istruiti.

A proposito delle vicende cubane, non si può non partire dalla storia controversa e sanguinosa degli ultimi anni, segnati da reiterati tentativi di ingerenza imperialista e destabilizzazione golpista a danno del governo castrista. Tentativi sostenuti da martellanti campagne di disinformazione condotte a livello propagandistico da parte di chi, in Occidente, ha tutto l'interesse a montare polemiche pretestuose in funzione eversiva e reazionaria, specie in un momento politico internazionale estremamente difficile come quello attuale, soprattutto in virtù della recessione economica globale.

E' assolutamente lecito condannare Cuba quando sbaglia. Anzi, rincarando la dose formulerei una osservazione più drastica: che il governo castrista fosse illiberale e autoritario non è una notizia che apprendiamo oggi. Nondimeno, tenendo conto delle macabre e sanguinose vicende storiche del continente latino-americano, considerata la situazione di miseria e arretratezza della realtà cubana prima della rivoluzione, oserei affermare che il governo di Fidel Castro sia la "migliore" tra le dittature presenti nel mondo in quanto ha debellato le secolari piaghe dell'analfabetismo, delle malattie e della povertà che affliggevano la società cubana antecedente alla rivoluzione.

Inoltre, la Cuba castrista può giustamente vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche dell'intero continente latino-americano. Sfido chiunque a smentire tali dati che sono noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell'opinione pubblica mondiale. Il governo castrista è sempre stato assai equo, attento e sensibile verso i diritti e le tutele di ordine sociale: i diritti alla casa, al lavoro, all'istruzione e alla sanità pubblica, garantiti a tutti i cittadini, rappresentano un successo e un innegabile merito da ascrivere alla rivoluzione cubana. Invece, sul versante dei diritti politici e delle libertà democratiche il governo di Fidel Castro si è sempre rivelato meno sensibile e garantista, nella misura in cui sono negati con durezza. In tal senso è corretto affermare che il governo cubano sia uno Stato di natura autoritaria ed oppressiva.

Tuttavia, questo è un punto di vista "occidentale", nel senso che si tratta di una valutazione relativa ad un contesto storico che ama definirsi politicamente "progredito", benché solo formalmente, ma non è un giudizio applicabile a realtà come le società latino-americane, arabe, africane, ecc. Probabilmente sotto tale profilo la realtà cubana costituisce un'esperienza all'avanguardia, malgrado i limiti prima denunciati, cioè il deficit di democrazia rispetto alle società occidentali, su cui pure occorrerebbe sollevare qualche legittimo dubbio e qualche riflessione critica.

Infatti, la visione occidentale della "democrazia" è deformata da un'ottica univoca e strumentale, derivante dall'ipocrisia insita nello spirito liberale borghese, fautore di uno "stato di diritto" puramente formale e a senso unico. A conferma basterebbe ricordare che negli USA, osannati come modello di "democrazia" e patria dei diritti civili, vige sistematicamente la pena capitale, applicata in funzione classista e razzista, cioè a danno dei soggetti più deboli e svantaggiati, appartenenti alle classi subalterne e alle minoranze etniche, nella fattispecie negri, ispanici e gli strati sociali meno abbienti.

Il ragionamento s'inquadra nel tema più ampio e complesso della repressione carceraria, dell'alienazione e della violenza esercitata all'interno delle democrazie occidentali contro le fasce oppresse e marginali della società. Infatti, le democrazie occidentali non sono immuni dall'azione di meccanismi antidemocratici e da centri di potere di natura occulta e criminale, da sistematiche violazioni e atroci delitti contro i diritti umani e civili, da misfatti perpetrati in funzione apertamente repressiva ed antiproletaria. La nostra storia più recente è piena di esempi "edificanti" ed "illuminanti" in tal senso.

In conclusione, è indiscutibile che i limiti e gli errori di Cuba debbano essere criticati con onestà e fermezza da parte di chiunque voglia progettare e propugnare l'idea di un comunismo più umano, che sia effettivamente compatibile con i diritti umani e con le libertà politiche che bisogna realizzare in termini di estensione della partecipazione dei cittadini ai canali di gestione della cosa pubblica e ai processi di decisione politica.

Lucio Garofalo



mercoledì 6 gennaio 2010

Carovita: tutti gli aumenti di Gennaio



Roma, 1 gen. - (Adnkronos) - Canone Rai, bolletta del gas, autostrade, tariffe aeroportuali: con il nuovo anno arriva anche una raffica di aumenti che secondo le associazioni dei consumatori Federconsumatori e Adusbef peserà sulle famiglie italiane per oltre 590 euro su base annua. Unica voce in controtendenza quella dell'elettricità che registra un calo.
Autostrade: dal primo gennaio il pedaggio sulle tratte di Autostrade per l'Italia, che gestisce il 53% della viabilita' nazionale, aumentera' del 2,4%, esattamente come lo scorso anno. Quello di Ativa (Autostrada Torino Ivrea Valle d'Aosta) crescera' del 6,23%, quello di Autostrada del Brennero dell'1,6%, della Brescia-Padova adel 6,56%, quello del Centropadane dello 0,74%; quello della Cisa dell'1,76%; della Fiori dell'1,15%; della Milano Serravalle Milano Tangenziali dell'1,41%; della Tangenziale di Napoli del 2,17%; della Rav dello 0,94%; della Salt dell'1,50%; quello della Sat del 2,11%; quello di Autostrade Meridionali (Sam) dell'1,43%; quello della Satap Tronco A4 per la Novara Est-Milano del 15,83% e per la Torino-Novara Est del 15,29%; quello della Satap Tronco A21 del 9,7%; quello della Sav per l'Autostrada dell'1,36% e per il raccordo Gran S. Bernardo dell'1,04%. Dalla mezzanotte di domani il pedaggio della Sitaf aumentera' del 2,35%; quello della Torino-Savona dell'1,47%; quello della Strada dei Parchi del 4,78%. Per il consorzio per le Autostrade Siciliane (Messina-Catania e Messina-Palermo), per Autovie Venete Spa e per Asti-Cuneo, invece, non sono stati riconosciuti incrementi tariffari. Infine le tariffe di pedaggio della societa' Cav Spa sono state ridotte, rispettivamente, del 1% per l'A4 Ve-Pd, Tang. Ovest di Mestre e raccordo con aeroporto Marco Polo e del 1,18% per il Passante di Mestre.
Gas: dopo un anno di ribassi, che hanno rappresentato per la spesa media della famiglia tipo riduzioni di 185 euro nel 2009, tornano a salire le tariffe del gas. Da gennaio i prezzi di riferimento saliranno del 2,8%, ovvero circa 26 euro in piu' su base annua.
Elettricità: si continuerà, invece, a risparmiare per la bolletta della luce. da gennaio scvatta infatti una riduzione delle tariffe del 2,2%: la spesa media della famiglia tipo per l'elettricita' si ridurra' cosi' di circa 10 euro su base annua, in aggiunta ai 39 euro di riduzioni del 2009.
Canone Rai: adeguamento anche per il canone Rai. Per il 2010 è stato fissato in 109 euro con un aumento rispetto al 2009 di 1,50 euro.
Aeroporti: da marzo gli scali aeroportuali potranno applicare rincari tra 1 e 3 euro, in base al volume degli investimenti e al numero di passeggeri di ogni scalo. Un aumento che le compagnie aeree metteranno a carico dei passeggeri attraverso i biglietti aerei. L'aumento sarà di 65 euro con un aumento di 3 euro a biglietto.
Rc auto: Ogni famiglia, secondo le due associazioni dei consumatori, spenderà 130 euro in piu' (aumento medio del 15%) per l'assicurazione Rc Auto.
Multe: il ricorso al giudice di pace per contestare le multe costera' 55 euro in piu' per ogni ricorso.
Acqua: l'aumento per il consumo di acqua sara' di 18 euro a famiglia. - TRENI: viaggiare in treno costerà 65 euro in più.
Tarsu: aumento stimato di 35 euro per la tariffa sui rifiuti solidi urbani.
Banche: aumento di 30 euro per i servizi bancari.
Mutui: 80 euro in più per le rate dei mutui.
Carburanti: i rincari registrati nell'ultima parte del 2009 avranno un effetto sul 2010 di circa 90 euro in più per i carburanti

martedì 29 dicembre 2009

Spunti letterari: Dove sono gli intellettuali, in questo Paese? Di M. Capanna


Da: L'Italia viva, viaggio nel paese dell'impegno e della speranza M.Capanna

Cap.10
La differenza tra un intellettuale e un inintellettuale è la stessa che intercorre fra un vertebrato e un'ameba.¯

ANONIMO.

Dove sono gli intellettuali, in questo Paese?

Ovvero: di fronte a questioni decisive, come le biotecnologie, l'iniqua ripartizione delle risorse e le tante aberrazioni del potere, da noi e nel mondo, che cosa pensano gli intellettuali italiani?

Che cosa dicono? Che cosa fanno? Come si atteggiano e da quale parte stanno?

Qui le note si fanno davvero dolenti. Ma, prima di entrare nel merito, bisogna esaminare un punto preliminare, sul quale purtroppo (sarà un caso?) non ferve il dibattito: qual è il senso, oggi, della figura dell'intellettuale?

Anzitutto: la stessa parola "intellettuale¯ ha una storia. Da aggettivo si è trasformata in sostantivo solo poco più di un secolo fa.

L'atto di fondazione può essere fatto risalire al famoso "J'accuse!" di Emile Zola, pubblicato sul quotidiano "L'Aurore¯ il 14 gennaio 1898 in difesa di Alfred Dreyfus, ingiustamente condannato per spionaggio.

Il manifesto venne firmato da molti dei più illustri uomini di cultura francesi: oltre Zola, Marcel Proust, Anatole France, Claude Monet e altri.

Qualche giorno dopo Maurice Barrès, portavoce dello schieramento colpevolista, attaccò aspramente la presa di posizione, che richiedeva la revisione del processo, bollandola con sarcasmo, sul quotidiano "Le Journal", come "la protesta degli intellettuali".

Definizione azzeccata, perché la "protesta", a cavallo del caso Dreyfus, è rimasta a significare da allora l'impegno della "comunità pensante" a servizio della verità e contro le prevaricazioni dei potenti.

Ma: protestano, oggi, gli intellettuali italiani? Si oppongono? Indicano delle alternative? Fanno davvero uso dell'intelletto che, secondo la dottrina cattolica, è addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo?

"Intelletto", "intellettuale": derivano dal verbo latino "intellego" (o anche "intelligo"), che significa "venire a conoscere", "farsi un'idea", "riconoscere" e, perciò, "comprendere". Il termine è composto da "inter" ("fra", "tra", "in mezzo a") e "lego" (leggere).

L'intellettuale, dunque, è colui che è in grado di "leggere fra" i segni, di "leggere in mezzo" alla realtà. Capace, inoltre, di "intus-legere", "leggere dentro".

Non è un caso che "lego", oltre a "leggere", significhi anche "cogliere", "raccogliere", "scegliere" e persino "passare", "attraversare", "percorrere". E "lego" evoca anche il senso di "ligo": "legare", "congiungere", "unire", "riunire".

Perciò l'intellettuale - quello, beninteso, degno di questo nome - è colui che "legge fra" e "dentro" le cose (i fatti, le circostanze, gli avvenimenti), le "comprende" in profondità in quanto sa "attraversare" il loro senso, lo sa "cogliere", riuscendo a "congiungere" e "unire" fra loro i diversi significati di un molteplice.

Non è, dunque, il veggente, ma colui che, guardando, vede: "coglie". E, avendo lo sguardo allenato, è in grado di solito di vedere prima di altri.

Non lo ingannano le apparenze, perché non si ferma alla superficie, ma va a guardare sotto.

E' come il cercatore di radici: sa che a indicargliele è la parte aerea della pianta, ma esse si trovano nel sottosuolo. E, per averle, deve - deve! - sporcarsi le mani.

Così dovrebbe essere ogni intellettuale che si rispetti (che rispetti se stesso e dunque meriti rispetto).

Lo spirito critico è la sua bussola, il pregiudizio il suo peggior nemico.

Certo, come ogni altra persona, anche l'intellettuale è figlio del suo tempo. E, come ogni altro, incide nell'evoluzione della società, cui appartiene, con l'inerzia o con l'attività, con onestà o disonestà, vedendo o facendo finta di non vedere quanto gli accade intorno, tacendo o esprimendo il suo giudizio.

E proprio qui sta il punto: poiché egli è - ed è ritenuto dai suoi simili - capace di "leggere fra", e "dentro", le cose, il suo parere è importante (non a caso viene spesso ricercato).

Il suo giudizio veritiero può aiutare, e varie volte non poco; il suo silenzio complice - di un'ingiustizia, di un sopruso, di un pericolo - o, peggio, la sua bugia possono recare grave danno.

Da questa stretta, l'intellettuale non può uscire. Per quanti sforzi faccia, "deve scegliere" circa l'uso del proprio intelletto. Fermo restando che anche il decidere di non usarlo è in ogni caso una scelta (in certi casi, a essere sinceri, è la migliore).

Intellettuali e potere: questa è, da sempre, la questione più spinosa per chi "legge dentro" le cose.

Da sempre: da quando gli intellettuali e il potere (nelle sue varie forme) sono esistiti.

Da sempre: anche quando gli intellettuali non si chiamavano così, ma ®filosofi¯. (Socrate è il caso paradigmatico, come Gesù in ambito religioso e, in quello scientifico, Galileo Galilei.)

Il potere non è neutro. Qualunque potere esercitato determina quasi sempre rapporti di subordinazione. Com'è, come non è, quasi sempre uno finisce sopra, un altro sotto.

Il potere è, per definizione, il piano più inclinato verso la prepotenza. E, come si sa, può arrivare a corrompere, ingannare e persino uccidere e scatenare guerre, per conservarsi o rafforzarsi.

L'intellettuale, questo, lo sa perfettamente. Perciò quello autentico non gli dà tregua, ne svela i meccanismi, ne denuncia le distorsioni e i soprusi, gli si oppone indicando un'alternativa.

Svelando e denunciando, aiuta gli altri a capire. E a vedere che il cuore pulsante della democrazia è la partecipazione, non la delega (di cui il potere si nutre distorcendola).

L'intellettuale opportunista, al contrario, trova mille modi per convivere con il potere, di cui quasi sempre diviene corifeo e battistrada. Nizan chiama costui "cane da guardia".

Sartre distingue fra "intellettuale" e "falso intellettuale" e indica questi come "il nemico più diretto" del primo.

Che l'intellettuale opportunista sia il contraltare del "vero intellettuale" è indubbio. Ma è fuorviante chiamarlo "falso intellettuale".

Egli, infatti, rimane sotto ogni profilo uno che usa il proprio intelletto, anche se lo impiega non per "leggere dentro", bensì per "leggere sopra", coprendo e giustificando l'esistente, anziché adoperarsi per cambiarlo.

E' dunque più pertinente definirlo "inintellettuale": l'"in", prefisso negativo (e privativo), ne coglie e fissa il ruolo e la funzione. Glieli riconosce, dando così a ciascuno il suo.

L'"in"intellettuale, al contrario dell'intellettuale, non dice "sì" oppure "no". E' uno specialista scientifico del "sì, però"..., oppure, per converso, del "no, tuttavia"..., oppure ancora del "è evidente, ma"....

Casi concreti? Infiniti. Esempi: quando uno che si definisce comunista scinde il proprio partito, ne fonda un altro, proclamando solennemente "mai i nostri voti confluiranno con quelli di Cossiga!", e il giorno dopo, zac, i due si mettono insieme per sostenere il governo; quando il capo di quel governo, anziché affrontare serenamente le urne, accetta di formarlo in quel modo e poi trasforma il nostro Paese in una specie di portaerei Nato per una guerra (poteva dire semplicemente: se la decisione non è presa dall'ONU, l'Italia non si muove - posizione per nulla radicale, ma banalmente socialdemocratica...); quindi viola la Costituzione dando soldi alle scuole private, e però ricorda con civetteria che nel Sessantotto lui tirò una bottiglia Molotov (ma i testimoni smentiscono), dandomi peraltro ragione, perché sin da allora sostenevo "guardiamoci dagli estremisti, domani ce li ritroveremo dalla parte opposta"; di che si tratta se non di casi eclatanti di "inintellettuali politici", che alla politica hanno tolto la sua ragion d'essere fondamentale, ovvero l'anima?

L'"in"intellettuale ama il galleggiamento più del sughero. Ciò che gli importa massimamente è mantenere la linea di superficie, la direzione di spostamento è trascurabile.

Egli ha, per il potere, un fiuto migliore di quello del furetto per i conigli selvatici.

Quanto a mutamento di posizioni, l'"in"intellettuale possiede capacità che fanno impallidire le traversate degli uccelli migratori.

L'"in"intellettuale credente, poi, dimentico del rapporto stretto fra intelletto e Spirito Santo, è capace di volteggi metafisici a volte superiori a quelli del suo omologo laico.

Sì che il papa farebbe bene a scrivere un'apposita enciclica, di cui, sommessamente, vorrei suggerire l'inizio: "Peccatum intellectus remotionis nulla venia dignum est et in infernum ducit" (Il peccato di rimozione dell'intelletto è imperdonabile e conduce all'inferno).
In generale, per dovere d'ufficio - e in particolare per giustificare il proprio camaleontismo -, l"'in"intellettuale è un fine e tenace assertore della "fine delle ideologie".
Tace, con assoluta accuratezza, che ne è rimasta in piedi una, la più potente e devastante: l'ideologia unipolare dell'Occidente che oggi avvolge e regola il mondo.

L'"in"intellettuale più accorto è quello che, perfettamente amalgamato con il potere, ne critica tuttavia le degenerazioni più macroscopiche (per esempio: la corruzione eccessiva, la giungla fiscale, fino ai ritardi degli aerei e dei treni eccetera), assecondando il senso comune, per cui è spesso popolare, ma sempre attentissimo a rimanere entro il perimetro delle compatibilità date.

Si crede - e agli sprovveduti addirittura appare "fuori dal coro". Ne è, in realtà, una voce essenziale, proprio perché lievemente dissonante. Una delle migliori canne dell'organo. Il "cane da guardia" più utile. E tra i più apprezzati.

L'"in"intellettuale è di solito un "artista" della parola, un vero giocoliere. Ne conosce e utilizza ogni sfumatura. Le parole sono, a seconda dei casi, la sua cortina fumogena protettiva, oppure la sua arma d'attacco.
Quando partecipa a un talk show televisivo (non importa quale sia l'argomento), l'"in" intellettuale, lo vedi, raggiunge l'acme orgiastico. Straripa. Dilaga.
Il professionista esperto non disdegna di creare una rissa - verbale o anche fisica, purché, beninteso, di fronte alle telecamere - affinché l'indomani i giornali parlino di lui.
Le studia tutte. Si appende persino, per così dire, al proprio ciuffo di capelli, curato apposta perché gli cada frequentemente sul viso, onde avere il pretesto, con un leggiadro tocco della mano, di rimandarlo indietro, procurandone una imminente ricaduta e così via a esaurimento di tic nervosi, che facciano passare in secondo piano la vuotezza di argomenti.
Oppure c'è quell'altro, che strabocca dalle proprie bretelle (uno di quelli, tanto per cambiare, che ieri mi scavalcava "a sinistra"), agita la sua gran mole sulla sedia, esibendo fiero le stimmate di destra contratte sulla via di Damasco nei dintorni di Arcore e fa di tutto, senza riuscirci, per non farti pensare a quale guaio succederebbe, a lui e a te, se ti arrischiassi a bucarlo con uno spillo.

Sebbene sembri contrario all'evidenza, l'"in"intellettuale televisivo - o comunque parlatore - non costituisce il caso peggiore. L'abisso, di regola, viene attinto dall'"in"intellettuale scrittore.
Sapendo, secondo l'antico adagio, che "scripta manent", egli fa di tutto per cautelarsi. Cerca in ogni modo di evitare che le parole, un giorno, gli siano ritorte contro.
Perciò, nei suoi scritti, dice e non dice, smussa, assottiglia, lima, sfrega, attenua, bilancia, attutisce, ottunde, affina, un colpo al cerchio e uno alla botte.

Non ha nemmeno il "coraggio" di Macrobio, lo scrittore tardo-latino che, definendo una volta per tutte la pusillanimità dell'"in"intellettuale, ha detto di sé: "Ego taceo, non est enim facile in eum scribere qui potest proscribere" (Io taccio, non è infatti facile scrivere contro colui che può mandare in esilio). Macrobio sceglie di tacere: codardo, ma a suo modo dignitoso. L'"in"intellettuale scrittore, essendo anche, il più delle volte, pagato profumatamente per scrivere, non può mettersi al riparo del silenzio.

Deve scrivere (anche per coltivare il proprio ruolo). Ma, non potendo tacere, vuole evitare di scrivere contro chi ha il potere di rivalersi, magari usando mezzi ancora più efficaci dell'esilio. Da qui l'acume nel frullare e frollare le parole sulla carta.

E allora hai il "grande scrittore" che sforna romanzi di successo, dipanando storie magari bellissime e avvincenti ma che hanno, con i problemi del mondo, lo stesso rapporto dei conigli con l'acqua da bere. Oppure hai il "grande storico" revisionista che, in centinaia di pagine, ti "dimostra" come i fascisti della repubblica di Salò e i partigiani, alla fin fine, perseguivano di fatto ideali non dissimili.

Oppure ancora: hai il "grande giornalista", firma prestigiosa, che ha fatto sul serio la Resistenza - e c'è da essergliene grati, anche perché non si è mai pentito (e personalmente gli sono grato pure per quel telegramma bellissimo che mi inviò a San Vittore nel 1969, la prima volta che andai orgogliosamente in galera in ragione delle mie idee e di quelle di milioni di donne e uomini) -, che stila articoli di prima pagina e cura non so quante rubriche, quasi ogni giorno stracciandosi le vesti contro le malefatte del capitalismo, e che però si guarda bene dal dire che quelle malefatte continueranno inesorabilmente fino a quando sarà il profitto, non gli esseri umani, a tenere il posto di comando, che è poi quanto pensava, all'incirca, quando combatteva in montagna da giovane.

L'"in"intellettuale giornalista (ovviamente con le debite eccezioni, che però confermano la regola) è un vero flagello.

Divenuta una rarità pressoché assoluta il giornalismo d'inchiesta, la televisione e i giornali - per non parlare di quel concentrato di aberrazione che sono i rotocalchi, compresi i settimanali di cosiddetta informazione - sono dominati dal "cazzeggio".

Parola forse inelegante, come del resto l'"in"intellettuale, ma pertinente. Sta per "superficialismo" brado, voluto e coltivato. Qualcosa che travalica la semplice "superficialità", divenendo una specie di filosofia del raggiro.

Come definire altrimenti quella tecnica, ormai giunta quasi alla perfezione, consistente nello sfornare, ogni giorno, una quantità enorme di "informazioni", tutte parcellizzate e scollegate, in modo tale che diminuisca la conoscenza di chi le riceve?

Ai vertici della Rai e di Mediaset sanno benissimo che, se venissero mandati in onda programmi culturali e di approfondimento seri (seri, non seriosi), fatti bene, gli indici di ascolto sarebbero elevati. Appunto: quindi ci si guarda bene dal farlo.

E allora giù... il video come lotteria continua, i balletti come il prezzemolo, il calcio a ogni piè sospinto, i talk show come sonnifero democratico. In breve: il superficialismo come maieutica per l'istupidimento di massa.

Se si considera che i principali consumi "culturali" degli italiani sono: guardare la televisione (98 per cento); leggere settimanali (87 per cento); mensili (74 per cento), si dovrà convenire che la crudezza dell'analisi corrisponde ai risultati.

Il grande Ryszard Kapuscinski, con un linguaggio più aulico ma non meno severo, sostiene le stesse cose quando afferma: "I media sono diventati strumenti di svago, ci esortano più a dimenticare il mondo che a conoscerlo". Sono un giocattolo "in mano ai ricchi". E i ricchi lo usano "per diventare ancora più ricchi".

Sono lo strumento di una civiltà inumana. Servono a "impedirci di sapere" che due terzi del Globo vivono in povertà estrema. E' questa la vera ignoranza. Karl Popper scrisse che non è assenza di conoscenza, ma "rifiuto di conoscere". Esattamente il nostro caso (corsivi miei).

Esattamente. Ecco perché prendere in mano un libro e spegnere il televisore possono costituire l'inizio di una sana ribellione. Un libro (anche il peggiore) ti costringe a "parlarci": il telecomando ti dà solo, quasi sempre, la fittizia libertà di scegliere fra una stupidaggine e una scemenza.

"Un'idiozia conquistata a fatica": così Giorgio Gaber ha intitolato un suo recente spettacolo, uno dei più profondi. Ben detto. Sbarazziamocene.

L'intellettuale è l'incubo dell'"in"intellettuale. Questi è costretto in ogni momento a misurare l'abisso che lo separa da quello. Il confronto gli provoca un'invidia corrosiva e insuperabile.
L'esistenza del primo gli ricorda senza tregua che cosa anch'egli avrebbe potuto essere, rispetto alla pochezza sconfinata che, invece, ha scelto di vivere (e di pensare).
Il secondo, perciò, di solito dedica gran parte del suo tempo a un lavoro certosino nella vana speranza di demolire il prestigio del primo. Un lavoro organizzato e coordinato. In molti modi.

Uno è costituito dai premi, in particolare quelli letterari. Le giurie sono infarcite di "in"intellettuali che premiano i propri simili (anche qui ci sono eccezioni, è ovvio).

La catena è ferrea: io ti do il riconoscimento qui, d'accordo con lui che ne parlerà con grandi articoli lì, poi, domani, sia chiaro, tu mi renderai il favore in quell'altra circostanza "prestigiosa", con quell'altro pronto a fare (a me e a te) lodi a sette colonne. E così via. In un valzer di autolegittimazione senza fine.

Un altro modo è quello che trionfa nei salotti, di cui quelli della capitale sono i più mefitici e inde-fessi. Gli "in"intellettuali - di ogni disciplina, arte e mestiere - si ritrovano a intervalli frequenti a casa di uno o dell'altro e, fra i pettegolezzi, stringono alleanze, decidono cooptazioni, mercanteggiano lo scambio di favori.

Siccome ognuno è avvitato in una qualche nicchia del potere, principalmente fra i media, si garantiscono sostegno vicendevole (un articolo a favore in cambio di un'apparizione televisiva e viceversa; la partecipazione a un dibattito "prestigioso", in presenza di un leader politico, in cambio di una consulenza ben retribuita e viceversa). E' nei salotti, soprattutto, che gli "in"intellettuali si sfregano con il potere, come i pesci quando risalgono la corrente del fiume per deporre le uova. Nei salotti, gli "in"intellettuali diventano organici a se stessi.

L'"intellettuale" sta altrove. Non ha tempo da perdere. In compagnia dell'inquietudine, bada a "leggere dentro" le cose, coglie e attinge per quanto può. E, quando ritiene di avere afferrato una verità, la esprime, senza temere le conseguenze che possano derivargliene.

Non si occupa degli "in"intellettuali, se non del tutto eccezionalmente e come per gioco, quando si concede il piacere di annichilirne qualcuno con una battuta perspicua o con un lazzo fulminante. Non diversamente dal gigante, che si sbarazzi dell'avversario muovendo il solo dito mignolo o con un'occhiataccia.

L'intellettuale sa bene di non essere infallibile e che l'errore può punirlo. Per questo è rigoroso. Se sbaglia, è pronto a pagare. Ma, subito, si rialza.

Se c'è da scrivere - e da agire - contro colui che può anche esiliarlo, non tace come Macrobio, ma scrive, parla e agisce. A viso aperto.

L'ingiustizia e la forza iniqua del potere non lo intimoriscono affatto. Egli le sfida, e invita a sfidarle, per crearne il superamento. L'intellettuale è, per definizione, alternativo.
Il potere, che molte volte è stupido, può anche arrivare a incarcerarlo. E' la scelta più miope. Una volta imprigionato, la sua statura cresce e, da dietro le sbarre, giganteggia agli occhi dei cittadini onesti.
Non ha, in ogni caso, alcun timore dell'isolamento che le sue idee e le sue lotte possono provocargli. Sa da sempre che la sua capacità di vedere lontano gli procurerà più riconoscimenti postumi che contemporanei.

In breve: egli combatte in base a ciò che vede tramite il "leggere attraverso" e "dentro", e continua a farlo, a prescindere dai rischi che è obbligato ad affrontare, gli ostacoli che deve superare, i pericoli che non sempre può evitare


Dove sono gli intellettuali, in questo Paese?

Ovvero: di fronte a questioni decisive, come le biotecnologie, l'iniqua ripartizione delle risorse e le tante aberrazioni del potere, da noi e nel mondo, che cosa pensano gli intellettuali italiani?

Che cosa dicono? Che cosa fanno? Come si atteggiano e da quale parte stanno?

Qui le note si fanno davvero dolenti. Ma, prima di entrare nel merito, bisogna esaminare un punto preliminare, sul quale purtroppo (sarà un caso?) non ferve il dibattito: qual è il senso, oggi, della figura dell'intellettuale?

Anzitutto: la stessa parola "intellettuale¯ ha una storia. Da aggettivo si è trasformata in sostantivo solo poco più di un secolo fa.

L'atto di fondazione può essere fatto risalire al famoso "J'accuse!" di Emile Zola, pubblicato sul quotidiano "L'Aurore¯ il 14 gennaio 1898 in difesa di Alfred Dreyfus, ingiustamente condannato per spionaggio.

Il manifesto venne firmato da molti dei più illustri uomini di cultura francesi: oltre Zola, Marcel Proust, Anatole France, Claude Monet e altri.

Qualche giorno dopo Maurice Barrès, portavoce dello schieramento colpevolista, attaccò aspramente la presa di posizione, che richiedeva la revisione del processo, bollandola con sarcasmo, sul quotidiano "Le Journal", come "la protesta degli intellettuali".

Definizione azzeccata, perché la "protesta", a cavallo del caso Dreyfus, è rimasta a significare da allora l'impegno della "comunità pensante" a servizio della verità e contro le prevaricazioni dei potenti.

Ma: protestano, oggi, gli intellettuali italiani? Si oppongono? Indicano delle alternative? Fanno davvero uso dell'intelletto che, secondo la dottrina cattolica, è addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo?

"Intelletto", "intellettuale": derivano dal verbo latino "intellego" (o anche "intelligo"), che significa "venire a conoscere", "farsi un'idea", "riconoscere" e, perciò, "comprendere". Il termine è composto da "inter" ("fra", "tra", "in mezzo a") e "lego" (leggere).

L'intellettuale, dunque, è colui che è in grado di "leggere fra" i segni, di "leggere in mezzo" alla realtà. Capace, inoltre, di "intus-legere", "leggere dentro".

Non è un caso che "lego", oltre a "leggere", significhi anche "cogliere", "raccogliere", "scegliere" e persino "passare", "attraversare", "percorrere". E "lego" evoca anche il senso di "ligo": "legare", "congiungere", "unire", "riunire".

Perciò l'intellettuale - quello, beninteso, degno di questo nome - è colui che "legge fra" e "dentro" le cose (i fatti, le circostanze, gli avvenimenti), le "comprende" in profondità in quanto sa "attraversare" il loro senso, lo sa "cogliere", riuscendo a "congiungere" e "unire" fra loro i diversi significati di un molteplice.

Non è, dunque, il veggente, ma colui che, guardando, vede: "coglie". E, avendo lo sguardo allenato, è in grado di solito di vedere prima di altri.

Non lo ingannano le apparenze, perché non si ferma alla superficie, ma va a guardare sotto.

E' come il cercatore di radici: sa che a indicargliele è la parte aerea della pianta, ma esse si trovano nel sottosuolo. E, per averle, deve - deve! - sporcarsi le mani.

Così dovrebbe essere ogni intellettuale che si rispetti (che rispetti se stesso e dunque meriti rispetto).

Lo spirito critico è la sua bussola, il pregiudizio il suo peggior nemico.

Certo, come ogni altra persona, anche l'intellettuale è figlio del suo tempo. E, come ogni altro, incide nell'evoluzione della società, cui appartiene, con l'inerzia o con l'attività, con onestà o disonestà, vedendo o facendo finta di non vedere quanto gli accade intorno, tacendo o esprimendo il suo giudizio.

E proprio qui sta il punto: poiché egli è - ed è ritenuto dai suoi simili - capace di "leggere fra", e "dentro", le cose, il suo parere è importante (non a caso viene spesso ricercato).

Il suo giudizio veritiero può aiutare, e varie volte non poco; il suo silenzio complice - di un'ingiustizia, di un sopruso, di un pericolo - o, peggio, la sua bugia possono recare grave danno.

Da questa stretta, l'intellettuale non può uscire. Per quanti sforzi faccia, "deve scegliere" circa l'uso del proprio intelletto. Fermo restando che anche il decidere di non usarlo è in ogni caso una scelta (in certi casi, a essere sinceri, è la migliore).

Intellettuali e potere: questa è, da sempre, la questione più spinosa per chi "legge dentro" le cose.

Da sempre: da quando gli intellettuali e il potere (nelle sue varie forme) sono esistiti.

Da sempre: anche quando gli intellettuali non si chiamavano così, ma ®filosofi¯. (Socrate è il caso paradigmatico, come Gesù in ambito religioso e, in quello scientifico, Galileo Galilei.)

Il potere non è neutro. Qualunque potere esercitato determina quasi sempre rapporti di subordinazione. Com'è, come non è, quasi sempre uno finisce sopra, un altro sotto.

Il potere è, per definizione, il piano più inclinato verso la prepotenza. E, come si sa, può arrivare a corrompere, ingannare e persino uccidere e scatenare guerre, per conservarsi o rafforzarsi.

L'intellettuale, questo, lo sa perfettamente. Perciò quello autentico non gli dà tregua, ne svela i meccanismi, ne denuncia le distorsioni e i soprusi, gli si oppone indicando un'alternativa.

Svelando e denunciando, aiuta gli altri a capire. E a vedere che il cuore pulsante della democrazia è la partecipazione, non la delega (di cui il potere si nutre distorcendola).

L'intellettuale opportunista, al contrario, trova mille modi per convivere con il potere, di cui quasi sempre diviene corifeo e battistrada. Nizan chiama costui "cane da guardia".

Sartre distingue fra "intellettuale" e "falso intellettuale" e indica questi come "il nemico più diretto" del primo.

Che l'intellettuale opportunista sia il contraltare del "vero intellettuale" è indubbio. Ma è fuorviante chiamarlo "falso intellettuale".

Egli, infatti, rimane sotto ogni profilo uno che usa il proprio intelletto, anche se lo impiega non per "leggere dentro", bensì per "leggere sopra", coprendo e giustificando l'esistente, anziché adoperarsi per cambiarlo.

E' dunque più pertinente definirlo "inintellettuale": l'"in", prefisso negativo (e privativo), ne coglie e fissa il ruolo e la funzione. Glieli riconosce, dando così a ciascuno il suo.

L'"in"intellettuale, al contrario dell'intellettuale, non dice "sì" oppure "no". E' uno specialista scientifico del "sì, però"..., oppure, per converso, del "no, tuttavia"..., oppure ancora del "è evidente, ma"....

Casi concreti? Infiniti. Esempi: quando uno che si definisce comunista scinde il proprio partito, ne fonda un altro, proclamando solennemente "mai i nostri voti confluiranno con quelli di Cossiga!", e il giorno dopo, zac, i due si mettono insieme per sostenere il governo; quando il capo di quel governo, anziché affrontare serenamente le urne, accetta di formarlo in quel modo e poi trasforma il nostro Paese in una specie di portaerei Nato per una guerra (poteva dire semplicemente: se la decisione non è presa dall'ONU, l'Italia non si muove - posizione per nulla radicale, ma banalmente socialdemocratica...); quindi viola la Costituzione dando soldi alle scuole private, e però ricorda con civetteria che nel Sessantotto lui tirò una bottiglia Molotov (ma i testimoni smentiscono), dandomi peraltro ragione, perché sin da allora sostenevo "guardiamoci dagli estremisti, domani ce li ritroveremo dalla parte opposta"; di che si tratta se non di casi eclatanti di "inintellettuali politici", che alla politica hanno tolto la sua ragion d'essere fondamentale, ovvero l'anima?

L'"in"intellettuale ama il galleggiamento più del sughero. Ciò che gli importa massimamente è mantenere la linea di superficie, la direzione di spostamento è trascurabile.

Egli ha, per il potere, un fiuto migliore di quello del furetto per i conigli selvatici.

Quanto a mutamento di posizioni, l'"in"intellettuale possiede capacità che fanno impallidire le traversate degli uccelli migratori.

L'"in"intellettuale credente, poi, dimentico del rapporto stretto fra intelletto e Spirito Santo, è capace di volteggi metafisici a volte superiori a quelli del suo omologo laico.

Sì che il papa farebbe bene a scrivere un'apposita enciclica, di cui, sommessamente, vorrei suggerire l'inizio: "Peccatum intellectus remotionis nulla venia dignum est et in infernum ducit" (Il peccato di rimozione dell'intelletto è imperdonabile e conduce all'inferno).
In generale, per dovere d'ufficio - e in particolare per giustificare il proprio camaleontismo -, l"'in"intellettuale è un fine e tenace assertore della "fine delle ideologie".
Tace, con assoluta accuratezza, che ne è rimasta in piedi una, la più potente e devastante: l'ideologia unipolare dell'Occidente che oggi avvolge e regola il mondo.

L'"in"intellettuale più accorto è quello che, perfettamente amalgamato con il potere, ne critica tuttavia le degenerazioni più macroscopiche (per esempio: la corruzione eccessiva, la giungla fiscale, fino ai ritardi degli aerei e dei treni eccetera), assecondando il senso comune, per cui è spesso popolare, ma sempre attentissimo a rimanere entro il perimetro delle compatibilità date.

Si crede - e agli sprovveduti addirittura appare "fuori dal coro". Ne è, in realtà, una voce essenziale, proprio perché lievemente dissonante. Una delle migliori canne dell'organo. Il "cane da guardia" più utile. E tra i più apprezzati.

L'"in"intellettuale è di solito un "artista" della parola, un vero giocoliere. Ne conosce e utilizza ogni sfumatura. Le parole sono, a seconda dei casi, la sua cortina fumogena protettiva, oppure la sua arma d'attacco.
Quando partecipa a un talk show televisivo (non importa quale sia l'argomento), l'"in" intellettuale, lo vedi, raggiunge l'acme orgiastico. Straripa. Dilaga.
Il professionista esperto non disdegna di creare una rissa - verbale o anche fisica, purché, beninteso, di fronte alle telecamere - affinché l'indomani i giornali parlino di lui.
Le studia tutte. Si appende persino, per così dire, al proprio ciuffo di capelli, curato apposta perché gli cada frequentemente sul viso, onde avere il pretesto, con un leggiadro tocco della mano, di rimandarlo indietro, procurandone una imminente ricaduta e così via a esaurimento di tic nervosi, che facciano passare in secondo piano la vuotezza di argomenti.
Oppure c'è quell'altro, che strabocca dalle proprie bretelle (uno di quelli, tanto per cambiare, che ieri mi scavalcava "a sinistra"), agita la sua gran mole sulla sedia, esibendo fiero le stimmate di destra contratte sulla via di Damasco nei dintorni di Arcore e fa di tutto, senza riuscirci, per non farti pensare a quale guaio succederebbe, a lui e a te, se ti arrischiassi a bucarlo con uno spillo.

Sebbene sembri contrario all'evidenza, l'"in"intellettuale televisivo - o comunque parlatore - non costituisce il caso peggiore. L'abisso, di regola, viene attinto dall'"in"intellettuale scrittore.
Sapendo, secondo l'antico adagio, che "scripta manent", egli fa di tutto per cautelarsi. Cerca in ogni modo di evitare che le parole, un giorno, gli siano ritorte contro.
Perciò, nei suoi scritti, dice e non dice, smussa, assottiglia, lima, sfrega, attenua, bilancia, attutisce, ottunde, affina, un colpo al cerchio e uno alla botte.

Non ha nemmeno il "coraggio" di Macrobio, lo scrittore tardo-latino che, definendo una volta per tutte la pusillanimità dell'"in"intellettuale, ha detto di sé: "Ego taceo, non est enim facile in eum scribere qui potest proscribere" (Io taccio, non è infatti facile scrivere contro colui che può mandare in esilio). Macrobio sceglie di tacere: codardo, ma a suo modo dignitoso. L'"in"intellettuale scrittore, essendo anche, il più delle volte, pagato profumatamente per scrivere, non può mettersi al riparo del silenzio.

Deve scrivere (anche per coltivare il proprio ruolo). Ma, non potendo tacere, vuole evitare di scrivere contro chi ha il potere di rivalersi, magari usando mezzi ancora più efficaci dell'esilio. Da qui l'acume nel frullare e frollare le parole sulla carta.

E allora hai il "grande scrittore" che sforna romanzi di successo, dipanando storie magari bellissime e avvincenti ma che hanno, con i problemi del mondo, lo stesso rapporto dei conigli con l'acqua da bere. Oppure hai il "grande storico" revisionista che, in centinaia di pagine, ti "dimostra" come i fascisti della repubblica di Salò e i partigiani, alla fin fine, perseguivano di fatto ideali non dissimili.

Oppure ancora: hai il "grande giornalista", firma prestigiosa, che ha fatto sul serio la Resistenza - e c'è da essergliene grati, anche perché non si è mai pentito (e personalmente gli sono grato pure per quel telegramma bellissimo che mi inviò a San Vittore nel 1969, la prima volta che andai orgogliosamente in galera in ragione delle mie idee e di quelle di milioni di donne e uomini) -, che stila articoli di prima pagina e cura non so quante rubriche, quasi ogni giorno stracciandosi le vesti contro le malefatte del capitalismo, e che però si guarda bene dal dire che quelle malefatte continueranno inesorabilmente fino a quando sarà il profitto, non gli esseri umani, a tenere il posto di comando, che è poi quanto pensava, all'incirca, quando combatteva in montagna da giovane.

L'"in"intellettuale giornalista (ovviamente con le debite eccezioni, che però confermano la regola) è un vero flagello.

Divenuta una rarità pressoché assoluta il giornalismo d'inchiesta, la televisione e i giornali - per non parlare di quel concentrato di aberrazione che sono i rotocalchi, compresi i settimanali di cosiddetta informazione - sono dominati dal "cazzeggio".

Parola forse inelegante, come del resto l'"in"intellettuale, ma pertinente. Sta per "superficialismo" brado, voluto e coltivato. Qualcosa che travalica la semplice "superficialità", divenendo una specie di filosofia del raggiro.

Come definire altrimenti quella tecnica, ormai giunta quasi alla perfezione, consistente nello sfornare, ogni giorno, una quantità enorme di "informazioni", tutte parcellizzate e scollegate, in modo tale che diminuisca la conoscenza di chi le riceve?

Ai vertici della Rai e di Mediaset sanno benissimo che, se venissero mandati in onda programmi culturali e di approfondimento seri (seri, non seriosi), fatti bene, gli indici di ascolto sarebbero elevati. Appunto: quindi ci si guarda bene dal farlo.

E allora giù... il video come lotteria continua, i balletti come il prezzemolo, il calcio a ogni piè sospinto, i talk show come sonnifero democratico. In breve: il superficialismo come maieutica per l'istupidimento di massa.

Se si considera che i principali consumi "culturali" degli italiani sono: guardare la televisione (98 per cento); leggere settimanali (87 per cento); mensili (74 per cento), si dovrà convenire che la crudezza dell'analisi corrisponde ai risultati.

Il grande Ryszard Kapuscinski, con un linguaggio più aulico ma non meno severo, sostiene le stesse cose quando afferma: "I media sono diventati strumenti di svago, ci esortano più a dimenticare il mondo che a conoscerlo". Sono un giocattolo "in mano ai ricchi". E i ricchi lo usano "per diventare ancora più ricchi".

Sono lo strumento di una civiltà inumana. Servono a "impedirci di sapere" che due terzi del Globo vivono in povertà estrema. E' questa la vera ignoranza. Karl Popper scrisse che non è assenza di conoscenza, ma "rifiuto di conoscere". Esattamente il nostro caso (corsivi miei).

Esattamente. Ecco perché prendere in mano un libro e spegnere il televisore possono costituire l'inizio di una sana ribellione. Un libro (anche il peggiore) ti costringe a "parlarci": il telecomando ti dà solo, quasi sempre, la fittizia libertà di scegliere fra una stupidaggine e una scemenza.

"Un'idiozia conquistata a fatica": così Giorgio Gaber ha intitolato un suo recente spettacolo, uno dei più profondi. Ben detto. Sbarazziamocene.

L'intellettuale è l'incubo dell'"in"intellettuale. Questi è costretto in ogni momento a misurare l'abisso che lo separa da quello. Il confronto gli provoca un'invidia corrosiva e insuperabile.
L'esistenza del primo gli ricorda senza tregua che cosa anch'egli avrebbe potuto essere, rispetto alla pochezza sconfinata che, invece, ha scelto di vivere (e di pensare).
Il secondo, perciò, di solito dedica gran parte del suo tempo a un lavoro certosino nella vana speranza di demolire il prestigio del primo. Un lavoro organizzato e coordinato. In molti modi.

Uno è costituito dai premi, in particolare quelli letterari. Le giurie sono infarcite di "in"intellettuali che premiano i propri simili (anche qui ci sono eccezioni, è ovvio).

La catena è ferrea: io ti do il riconoscimento qui, d'accordo con lui che ne parlerà con grandi articoli lì, poi, domani, sia chiaro, tu mi renderai il favore in quell'altra circostanza "prestigiosa", con quell'altro pronto a fare (a me e a te) lodi a sette colonne. E così via. In un valzer di autolegittimazione senza fine.

Un altro modo è quello che trionfa nei salotti, di cui quelli della capitale sono i più mefitici e inde-fessi. Gli "in"intellettuali - di ogni disciplina, arte e mestiere - si ritrovano a intervalli frequenti a casa di uno o dell'altro e, fra i pettegolezzi, stringono alleanze, decidono cooptazioni, mercanteggiano lo scambio di favori.

Siccome ognuno è avvitato in una qualche nicchia del potere, principalmente fra i media, si garantiscono sostegno vicendevole (un articolo a favore in cambio di un'apparizione televisiva e viceversa; la partecipazione a un dibattito "prestigioso", in presenza di un leader politico, in cambio di una consulenza ben retribuita e viceversa). E' nei salotti, soprattutto, che gli "in"intellettuali si sfregano con il potere, come i pesci quando risalgono la corrente del fiume per deporre le uova. Nei salotti, gli "in"intellettuali diventano organici a se stessi.

L'"intellettuale" sta altrove. Non ha tempo da perdere. In compagnia dell'inquietudine, bada a "leggere dentro" le cose, coglie e attinge per quanto può. E, quando ritiene di avere afferrato una verità, la esprime, senza temere le conseguenze che possano derivargliene.

Non si occupa degli "in"intellettuali, se non del tutto eccezionalmente e come per gioco, quando si concede il piacere di annichilirne qualcuno con una battuta perspicua o con un lazzo fulminante. Non diversamente dal gigante, che si sbarazzi dell'avversario muovendo il solo dito mignolo o con un'occhiataccia.

L'intellettuale sa bene di non essere infallibile e che l'errore può punirlo. Per questo è rigoroso. Se sbaglia, è pronto a pagare. Ma, subito, si rialza.

Se c'è da scrivere - e da agire - contro colui che può anche esiliarlo, non tace come Macrobio, ma scrive, parla e agisce. A viso aperto.

L'ingiustizia e la forza iniqua del potere non lo intimoriscono affatto. Egli le sfida, e invita a sfidarle, per crearne il superamento. L'intellettuale è, per definizione, alternativo.
Il potere, che molte volte è stupido, può anche arrivare a incarcerarlo. E' la scelta più miope. Una volta imprigionato, la sua statura cresce e, da dietro le sbarre, giganteggia agli occhi dei cittadini onesti.
Non ha, in ogni caso, alcun timore dell'isolamento che le sue idee e le sue lotte possono provocargli. Sa da sempre che la sua capacità di vedere lontano gli procurerà più riconoscimenti postumi che contemporanei.

In breve: egli combatte in base a ciò che vede tramite il "leggere attraverso" e "dentro", e continua a farlo, a prescindere dai rischi che è obbligato ad affrontare, gli ostacoli che deve superare, i pericoli che non sempre può evitare

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista