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martedì 20 aprile 2010

Polonia/ Comunisti russi: ancora troppi segreti su massacro Katyn


Mosca, 19 apr. (Apcom-Nuova Europa) - Molte ombre pesano ancora sul massacro di Katyn secondo i comunisti russi, che chiedono ora la pubblicazione di tutti i materiali "top secret", dopo la tragedia aerea di sabato 10 aprile a Smolensk, in cui è morto il capo di stato polacco Lech Kaczynski, la first lady e buona parte dell'elite politica, finanziaria e militare. L'incidente si è verificato a pochi chilometri dal villaggio russo di Katyn, dove gli 87 passeggeri erano diretti per il 70esimo anniversario del massacro di 21.857 cittadini polacchi per mano sovietica, già descritto del regista Andrzej Wajda in un film.
"Abbiamo bisogno di documenti per dimostrare la inammissibilità di speculazioni", ha detto il leader del Partito comunista Gennady Zyuganov in una tavola rotonda su Katyn presso la Duma di Stato. "La gente deve sapere la verità in vista del 65esimo anniversario della vittoria (russa, il prossimo 9 maggio) della Seconda Guerra Mondiale".
Katyn è una delle pagine più controverse della storia sovietica. La strage avvenne nell'aprile del 1940: vennero fucilati 22.000 soldati polacchi - detenuti del campo di prigionia di Kozielsk vicino al villaggio di Gnezdovo - dalla polizia segreta sovietica (NKVD), a seguito di un decreto approvato dal Politburo. Nell'aprile 1943 venne scoperta una fossa comune dai soldati tedeschi, ma Mosca accusò la Germania di aver compiuto la strage.
Nell'aprile del 1990, Mikhail Gorbaciov aveva riconosciuto la responsabilità del regime stalinista. Ma Katyn era rimasta una ferita aperta. Tra il 1991 e il 2004, la magistratura russa ha condotto un'indagine per accertare le responsabilità. In ultima analisi, l'inchiesta è stata chiusa senza alcuna spiegazione e il termine "crimine di guerra" non è stato accettato. Il 7 aprile il premier Vladimir Putin con il collega Donald Tusk aveva partecipato alle commemorazioni, che dovevano concludersi tre giorni dopo con l'arrivo di Kaczynski. Quest'ultimo si era sempre dimostrato molto critico nei confronti di Mosca, esigendo il riconoscimento ufficiale della tragedia come "crimine di guerra".


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giovedì 18 marzo 2010

BAMBINI AFGANI AMMANETTATI E UCCISI ?


    autore: Dave Lindorff Non succede nulla! La stampa statunitense lo nasconde.
    *Dave Lindorff è un giornalista di Filadelfia. I suoi servizi sono reperibili in www.thiscantbehappening.net
    Traduzione di Alvise Ferronato per http://www.lernesto.it
    Dave Lindorff
    Quando il tenente del battaglione Charlie, William Calley, diede ordine ai suoi uomini di violentare, mutilare e massacrare più di 400 uomini, donne e bambini a My Lai in Vietnam nel 1968, vi furono almeno quattro cittadini statunitensi che operarono per fermarlo o per portarlo di fronte agli ufficiali superiori ed alla giustizia. Uno di questi era l’elicotterista Hugh Thompson jr., che aveva evacuato alcune delle vittime ferite e che aveva frapposto il suo mezzo fra un gruppo di vietnamiti e gli uomini di Calley, dando ordine al suo artigliere di aprire il fuoco contro i soldati americani nel caso avessero ancora sparato contro altre persone. Un altro era Ron Hidenhour che, saputo del massacro iniziò un’indagine privata, finendo con l’informare il Pentagono ed il Congresso del crimine. Il terzo era Michael Bernhardt, soldato del battaglione Charlie, testimone oculare del massacro, che raccontò tutto a Hidenhour. L’ultimo era Seymour Hersh, un giornalista che pubblicò la vicenda sui media americani.
    Anche la guerra che si combatte oggi in Afghanistan conta i propri massacri di My Lai. Avvengono quasi ogni settimana, quando l’aviazione statunitense bombarda gli invitati alle feste di matrimonio, o abitazioni “sospettate” di riparare terroristi, che poi si rivelano essere in realtà solo dei rifugi per i civili. Questi My Lai sono però tutti convenientemente etichettati come incidenti. Vengono archiviati e dimenticati come inevitabili “danni collaterali” della guerra. Eppure, è di recente avvenuto un massacro che non può essere catalogato come “errore”- un massacro che, anche se ha coinvolto meno di una decina di persone, si trascina dietro lo stesso fetore della vicenda di My Lai. Si tratta dell’omicidio, commesso con lo stile di una esecuzione, di otto studenti in precedenza ammanettati, tra gli 11 e i 18 anni, e di un vicino, un bimbo di 12 anni che faceva il pastore e che si trovava sul posto in visita, il 26 dicembre scorso nella provincia di Kunar. Disgraziatamente, nessun soldato con un minimo di principi, con una coscienza come il pilota Hugh Thompson ha cercato di salvare questi bambini. Nessun testimone ha trovato il coraggio di informare su ciò cui aveva assistito come Michael Bernhardt. Nessun Ron Hidenhour tra gli altri soldati statunitensi presenti in Afghanistan ha svolto indagini su questa atrocità e ne ha informato il Congresso. E nessun giornalista americano ha indagato su questo crimine di guerra come Seymour Hersh fece per My Lai.
    C’è un Seymour Hersh per il massacro di Kunar, ma è un inglese. Mentre i giornalisti americani, come gli anonimi droni che hanno scritto il resoconto del 29 dicembre scorso per la CNN sull’incidente (http://www.cnn.com/2009/WORLD/asiapcf/12/29/afghanista…), hanno accettato come per reale la occultante storia inizialmente propagata dal Pentagono –che le vittime appartenevano ad un gruppo segreto di terroristi-, Jerome Starkey, un giornalista che lavora in Afghanistan per il Times e per lo Scotsman, ha parlato con altre fonti- il direttore della scuola frequentata dalle giovani vittime, altri abitanti del luogo, funzionari del governo afgano- e ha scoperto la verità su un atroce crimine di guerra – appunto l’esecuzione di ragazzini ammanettati-. E mentre pochi notiziari negli Stati Uniti come il New York Times hanno menzionato la notizia secondo la quale le vittime erano dei bambini e non dei terroristi, nessuno, inclusa la CNN, di coloro che avevano accettato e pubblicato le menzogne del Pentagono senza prima verificarle, si è preso il disturbo di pubblicare gli aggiornamenti riguardanti questa notizia quando, il 24 febbraio, i militari americani hanno ammesso che effettivamente si trattava di innocenti studenti. Né alcuna agenzia di stampa corporativa agli Stati Uniti ha menzionato che le vittime erano ammanettate quando sono state uccise. Starkey ha informato a riguardo delle incriminanti ammissioni del governo USA. Ciò nonostante i media americani restano chiusi nel loro silenzio come una tomba. Stando alla Convenzione di Ginevra, l’esecuzione di un prigioniero costituisce un crimine di guerra. A Kunar però, il 26 dicembre, forze dirette dagli Stati Uniti o forse soldati statunitensi o mercenari messi sotto contratto dagli USA hanno freddato otto prigionieri ammanettati. E’ un crimine di guerra ammazzare bambini al di sotto dei 15 anni, però in questo caso un bimbo di 11 e uno di 12 anni sono stati catturati come combattenti e giustiziati. Altre due vittime avevano 12 anni, un’altra 15.
    Ho telefonato all’ufficio del Segretario alla Difesa, per domandare se era in corso un’indagine riguardante questo crimine o se era in progetto di realizzarne una, e mi è stato risposto di inviare una domanda per iscritto, cosa che ho fatto. Fino ad oggi non ho ottenuto risposta. La macchina delle relazioni pubbliche del Pentagono ha preteso per telefono di non essere neppure a conoscenza dell’incidente a cui stavo facendo riferimento, ma anche privo del suo “aiuto” sono venuto a sapere che ciò che i militari americani hanno fatto –il che non costituisce una grossa sorpresa- è stato trasferire il problema, affidando tutte le indagini alla International Security Assistance Force (ISAF)- un nome decorativo per definire le forze NATO al comando degli Stati Uniti che combattono contro i talebani in Afghanistan. Nient’altro che un’abile truffa. L’ISAF non è altro che un vero e proprio ente della coalizione, come lo era la “Coalizione dei Volenterosi” (Coalition of the willing) nel corso della guerra in Iraq portata avanti dal presidente Bush; questo sotterfugio ostacola le indagini legislative sull’accaduto, dal momento che il Congresso non ha l’autorità per imporre la testimonianza della NATO o dell’ISAF come si potrebbe fare con il Pentagono. Una fonte del Comitato per le Forze Armate del Senato conferma che l’ISAF sta indagando, e che il comitato ha sollecitato una “nota informativa” –il che significa che nessuna dichiarazione verrebbe rilasciata sotto giuramento- una volta che l’indagine verrà completata, ma non aspettatevi grandi risultati. Allo stesso modo ho preso contatto con l’ufficio stampa del Comitato per le Forze Armate della Camera per vedere se era in programma qualche udienza che riguardasse questo crimine. La risposta è stata negativa, anche se la responsabile stampa mi ha chiesto di mandarle i particolari a riguardo dell’incidente (non è un buon segnale che i membri e il personale della Camera prestino cosi tanta attenzione – questi omicidi hanno portato a manifestazioni studentesche in tutto l’Afghanistan, a una protesta formale dell’ufficio del presidente Hamid Karzai e a un’indagine del governo afgano, che ha concluso che degli studenti innocenti sono stati arrestati ed ammazzati, e che senza dubbio ha contribuito ad una risoluzione del governo afgano che prevede che si processino e mettano a morte i soldati statunitensi che si rendano responsabili dell’uccisione di civili afgani). E’ tempo che le persone di coscienza si frappongano a questa avventura imperiale che ora come ora si può senza alcun problema definire la Guerra di Obama in Afghanistan. Molti uomini e donne in uniforme in Afghanistan sanno che lo scorso dicembre a Kunar nove bambini afgani sono stati fermati e assassinati per mano degli Stati Uniti. Con ogni probabilità ci sono persone che sono state implicate nella pianificazione e nella realizzazione di questa criminale operazione che si sentono responsabili di ciò che è accaduto. Queste persone fino ad ora sono state con la bocca tappata, o per paura o perché semplicemente non sanno a chi e dove rivolgersi. (Nota: se avete qualche informazione potete mettervi in contatto direttamente con me). Ci sono anche numerosi giornalisti in Afghanistan e a Washington che potrebbero investigare su questa storia, ma non lo stanno facendo. Non chiedetemi il perché. Magari provate a domandarlo ai loro editori.
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    Fonte: http://www.counterpunch.org/lindorff03042010.html


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venerdì 26 febbraio 2010

TORNARE A BAGHDAD PER VIVERE LA GUERRA


  La giornalista de il Manifesto, Giuliana Sgrena ha presentato martedì a Piacenza la sua nuova opera. A 5 anni dal rapimento subito in Iraq, racconta il suo ritorno nel Paese non ancora pacificato. Il suo è un rientro difficile, durante il quale ha dovuto affrontare i fantasmi del proprio rapimento e dell’omicidio dell’agente del SISMI Nicola Calipari, avvenuto durante la liberazione dalla prigionia.
  «La decisione più difficile da prendere – spiega la giornalista – è stata quella di tornare a Baghdad, infatti inizialmente decisi di recarmi in Kurdistan. Un’area relativamente tranquilla e sviluppata», però il richiamo del “fronte” e soprattutto della vita reale di guerra era tale da «non potere resistere». E’ così che in occasione delle elezioni di settembre Giuliana decide di ritornare dove nel 2005 le venne negata la libertà e la possibilità di continuare la propria missione: «seguire la gente comune e vivere in prima persona le notizie, senza seguire le truppe (né di uno né dell’altro schieramento!) come i giornalisti embedded, al seguito delle truppe le cui notizie sono filtrate direttamente dai comandi militari».
  È proprio grazie a questo spirito che la Sgrena riesce a descrivere il nuovo Iraq, «quello “pacificato” dagli USA e dimenticato dai nostri media», un Iraq in parte ricostruito ma ancora «soggiogato da militari e politici corrotti e dominato dalla brutale violenza degli occupanti». Il libro offre anche un’attenta analisi sulla libertà di stampa in un Paese dove «la scomparsa dei giornalisti è all’ordine del giorno, dove gli omicidi non sono mai risolti perché sia gli uni che gli altri godono di una completa impunità». Le notizie irachene vengono filtrate dalle truppe americane «e chi prova a ribellarsi a questo regime di disinformazione viene severamente punito, anche dalle proprie testate che non vogliono guai»!
  In ultima analisi Giuliana Sgrena affronta il problema palestinese e l’omicidio Calipari. Per quanto riguarda il primo caso, la giornalista ammette che «è inopportuno sperare nell’aiuto dei popoli arabi per la soluzione dello scontro israelo-palestinese, nonostante esso sia fondamentale per la pacificazione del Medio Oriente». In oltre spiega che «se sotto il regime di Saddam i profughi palestinesi erano ben accolti ora, proprio a causa di questa condizione, vengono brutalmente respinti e accusati di connivenza con il dittatore». Pesanti accuse invece rivolge all’esercito USA per quanto riguarda l’omicidio dell’agente del SISMI. «Ciò che successe quella notte – spiega – non è per niente chiaro. Troppi fatti non trovano una spiegazione: perché una pattuglia mobile venne tenuta ferma al bordo della strada senza una motivazione? Perché le comunicazioni radio furono immediatamente distrutte? Perché si mentì sulla velocità della macchina? Perché si sparò per uccidere? E perché non fu mai chiarito quante e quali armi spararono alla macchina? E perché fu annunciato il passaggio di un convoglio inesistente?». A 5 anni dall’attentato subito tutte queste domande non hanno ancora ottenuta una ben che minima risposta anzi, «la richiesta di giustizia e le analisi dei periti italiani sono state completamente ignorate»!
  In definitiva l’incontro è stato ricco di spunti di riflessione su ciò che i mezzi di comunicazione da tempo nascondono, e soprattutto carico di una grande forza che solo chi ha vissuto esperienze tanto dolorose, come la guerra, la prigionia e la costante presenza della morte, può trasmettere! 
  Andrea Tagliaferri


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martedì 23 febbraio 2010

Afghanistan, “errore” Nato: civili scambiati per ribelli, 33 morti per un attacco aereo

tratto da liberazione.it La Nato ha ucciso, con un attacco aereo nel sud dell'Afghanistan, 33 civili scambiandoli per per ribelli. L'ennesimo massacro di innocenti, che in gergo militare vengono definiti “danni collaterali” è stato reso noto dal governo afghano, che ha condannato l'episodio, avvenuto vicino ai confini delle province di Uruzgan e Dai Kondi, definendolo "ingiustificabile". Il bilancio di ieri è il più alto, dal punto di vista delle morti civili, degli ultimi mesi. Il nuovo massacro non è avvenuto all'interno dell'Operazione Mushtarak, la più imponente offensiva delle forze Nato volta a liberare la provincia meridionale di Helmand dalla presenza dei talebani. Questo episodio, però, potrebbe complicare gli sforzi del governo e della Nato per garantirsi l'appoggio della popolazione locale, prima del graduale ritiro delle truppe Usa previsto per il 2011. «Secondo le prime stime la Nato ha aperto il fuoco ieri contro un convoglio di tre veicoli...uccidendo almeno 33 civili, tra i quali quattro donne e un bambino, e ferendone altri 12», si legge in un comunicato diffuso dal governo. Le morti civili hanno rappresentato il principale motivo di frizione tra il governo afghano e le forze straniere, che hanno lanciato due imponenti offensive negli ultimi otto mesi nel tentativo di respingere la sempre crescente insorgenza dei ribelli talebani. 

L'Isaf, missione di supporto al governo dell'Afghanistan guidata dalla Nato, ha fatto sapere che i civili sono stati uccisi quando si sono avvicinati ad un'unità delle forze Nato e afghane nella provincia di Uruzgan, ma non ha specificato il numero delle vittime, confermando comunque l'apertura di un'inchiesta. Da parte della Nato le solite parole: «Siamo profondamente dispiaciuti per la tragica morte di persone innocenti», ha commentato, tramite un comunicato Isaf, il generale Stanley McChrystal, capo delle forze straniere in Afghanistan. «Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione».


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martedì 16 febbraio 2010

PD e IDV votano per il rifinanziamento della guerra!


da peacereporter.it

In parlamento il rifinanziamento della missione in Afghanistan, che ci costa ogni anno di più

La Camera ha approvato martedì 9 febbraio, all'unanimità, il disegno di legge di conversione del decreto governativo che rifinanzia, tra le altre cose, la missione militare italiana che partecipa alla guerra in Afghanistan.


308 milioni per sei mesi di guerra. Per i primi sei mesi del 2010 sono stati stanziati 308 milioni di euro (51 milioni al mese) che serviranno per mantenere operativi sul fronte afgano 3.300 soldati, 750 mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni). Il decreto in discussione stanzia fino al 31 giugno altri 4,3 milioni di euro per altre spese di carattere militare (2 milioni a sostegno dell'esercito afgano, altrettanti per l'addestramento della polizia afgana, e 367 mila euro per il personale militare della Croce Rossa Italiana che assiste le nostre truppe).
La cifra di 308 milioni non copre il preannunciato invio in Afghanistan di altri 700-1.000 soldati, che avverrà dopo l'estate e che riguarderà quindi il rifinanziamento del secondo semestre 2010.

L'escalation finanziaria della missione. Alla fine dell'anno la partecipazione delle nostre forze armate alla guerra di occupazione in Afghanistan ci costerà almeno 600 milioni di euro. Nel 2009 ne avevamo spesi 540. Si conferma quindi l'inarrestabile aumento del costo di questa campagna militare, che corre parallelo alla progressiva escalation del conflitto.
Finora, compreso il rifinanziamento per il primo trimestre 2010, la missione bellica afgana ha risucchiato dalle casse dello Stato circa 2,3 miliardi di euro.
Merita ripercorrere la progressione annuale del costo di questa guerra: 70 milioni di euro nel 2002, 68 milioni nel 2003, 109 milioni nel 2004, 204 milioni nel 2005, 279 milioni nel 2006, 336 milioni nel 2007, 349 milioni nel 2008, 540 milioni nel 2009.

Una guerra senza opposizione. Quanti altri miliardi dovranno essere buttati via così dai nostri governanti di ogni colore, sottraendo tra l'altro preziose risorse a spese ben più utili alla collettività, prima che qualcuno dica basta?
Che fine ha fatto il movimento contro la guerra? Chi è rimasto a denunciare la violazione dell'articolo 11 della nostra Costituzione repubblicana che "ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali"? E che consente "limitazioni di sovranità" per l'adesione a organizzazioni internazionali "in condizione di parità con gli altri Stati"(non di sudditanza), per evitare la guerra, non per farla. Per "assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni", non per partecipare a una rappresaglia militare collettiva e all'occupazione di un paese straniero (che non ci ha attaccati) costata già 40 mila morti (almeno un quarto civili) e decine di migliaia profughi e mutilati



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sabato 30 gennaio 2010

Blair sulla guerra in Iraq mente sapendo di mentire?

LONDRA - Fuori, la contestazione dei pacifisti. Dentro, le domande sulla guerra in Iraq. Tony Blair depone davanti alla commissione di inchiesta che si sta occupando del conflitto contro Saddam Hussein. E tenta di spiegare le ragioni che spinsero la Gran Bretagna ad avviare le operazioni militare. «Fino all'11 settembre pensavamo che Saddam Hussein fosse un rischio e facemmo del nostro meglio per contenere quel rischio - spiega Blair. - Dopo gli attentati questa percezione degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente». «Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre» gli fa notare Sir Roderic Lyne, membro della commissione. Ma Blair insiste: quelle stragi fecero crescere la paura che armi di distruzione di massa potessero essere usate contro l'Occidente. «Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di distruzione di massa, dovevamo fermarti: questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa». «L'opzione di rimuovere Saddam - aggiunge l'ex premeir - è sempre stata presente dopo l'11 settembre. Le opzioni erano semplici: c'era la possibilità di adottare sanzioni efficaci, inviare ispezioni o in alternativa rimuovere Saddam».
NESSUN ACCORDO SEGRETO CON BUSH - Nei vari incontri con il presidente americano George Bush, racconta ancora Blair, «presi l'impegno di affrontare il caso Saddam». «Ho sempre pensato che l'Iraq sarebbe stato un posto migliore senza Saddam», prosegue, e con Bush eravamo d'accordo su «come assicurare che la minaccia delle armi di distruzione di massa fosse affrontata». Ma la mia, sottolinea l'ex capo del governo Blair, era «una posizione aperta». L'ex leader laburista sottolinea quindi le strette relazioni tra Londra e Washington, definendo l'11 settembre «non un attacco contro l'America, ma contro noi tutti». L'ex premier ha poi ha negato di aver mai stipulato «accordi segreti» con George W. Bush sull'intervento militare. Nell'audizione ha ricordato che dopo il famoso incontro con l'allora presidente americano in Texas, nell'aprile 2002, non fu fatto mistero che si fosse convenuto sulla necessità di risolvere il problema Saddam Hussein «con un metodo da decidere». Blair ha dunque difeso con forza la scelta di partecipare all'intervento militare. «Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno», ha insistito, «è una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato il milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?».

IRAN PIU' MINACCIOSO DELL'IRAQ - L'Iran del 2010 rappresenta una minaccia superiore a quella posta dall'Iraq nel 2003. E' stta questa un'altra delle considerazioni dell'ex premier britannico davanti alla commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq. Denunciando il pericolo posto dal programma nucleare di Teheran e dai legami di quel paese con gruppi terroristici, «la mia opinione è che non si possono correre rischi in questa vicenda. Quando vedo questi legami con gruppi terroristici, direi che una gran parte della destabilizzazione nel Medio Oriente viene dall'Iran», ha notato.

PROTESTE - L'ex premier è arrivato con quasi due ore di anticipo al Queen Elizabeth Centre, ed è entrato da un ingresso secondario per evitare le centinaia di manifestanti che si trovano di fronte all'edificio. Quando Blair ha iniziato a deporre i dimostranti hanno dato le spalle al palazzo, e un oratore ha iniziato a leggere nomi di civili e militari morti in Iraq. I manifestanti, apprendendo dell'arrivo dell'ex primo ministro, lo hanno accusato di «vigliaccheria» per essere «entrato furtivamente» nell'edificio. Il leader di un gruppo anti-guerra, Andrew Murray, ha detto al Guardian che «il modo vigliacco in cui è entrato nell'edificio rispecchia come l'ex primo ministro ha venduto la guerra al Paese, alle spalle dell'opinione pubblica». Sul posto sono dispiegati anche centinaia di poliziotti che formano diversi cordoni per tenere a distanza i manifestanti, giunti numerosi con cartelli che accusano Blair di essere un bugiardo, alcuni sfilano indossando una maschera che ricorda il volto di Blair e con le mani insanguinate, altri urlano: «Tony Blair dove sei! Vogliamo tirarti una scarpa» e ancora «criminale di guerra».

martedì 19 gennaio 2010

Guerre e crisi economiche

Nome
Lucio Garofalo



Nel famoso libro "Della guerra", pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle guerre napoleoniche (le prime dell'era capitalistica contemporanea), elaborò un'analisi seria del problema, di cui seppe cogliere l'essenza più recondita, applicando una logica hegeliana.

Tra le altre cose, Karl von Clausewitz scrisse la celeberrima frase: "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi"; ed ancora: "La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà".

Hegel, dal canto suo, affermò che "La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche", nel senso che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia.

Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introdusse ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l'essenza profonda dei conflitti bellici e sociali all'economia in quanto motore della storia, che è "storia di lotta di classe".

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell'umanità, ma soprattutto nell'epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti del capitalismo e dell'imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l'analisi critica suggerita dal marxismo, hanno avuto un riscontro effettivo.

Nelle sue fasi cicliche di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L'attuale catastrofe economica è il frutto di cento anni di decadenza del capitalismo, che ormai è in una fase di putrefazione avanzata e irreversibile.

In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929, il sistema capitalistico ha escogitato diverse soluzioni praticabili all'interno del sistema stesso, ossia all'interno dell'orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all'interventismo statale e all'ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte neoimperialiste per conservare e consolidare lo statu quo, l'ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di nuove aree di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone del mondo in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore.

Parimenti, l'intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell'industria, imposta dalle multinazionali dell'industria pesante, metal-meccanica, siderurgica e petrolifera, fu la via scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del 1929, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla servì la tragica lezione impartita dalla prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di risposta, di segno apertamente reazionario, delle classi dirigenti dell'epoca alla crisi sociale ed economica esplosa nel primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti interni alle potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale.

Durante i 25 anni successivi alla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, inclusa l'Italia, si verificò un ciclo di espansione economica diffusa, un periodo storico indicato con l'espressione "boom economico". Nel corso degli anni '70 questa fase di crescita venne frenata dalla crisi del dollaro e del sistema monetario internazionale, che portò nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro, ma soprattutto dalla crisi petrolifera del '73 determinata dalla guerra del Kippur, combattuta in Medio Oriente, che causò un pauroso innalzamento del prezzo del barile.

E veniamo all'odierna catastrofe economica e sociale.

L'attuale crisi investe l'apparato economico complessivo, mettendo in discussione l'intero modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione, nel senso che negli anni si è determinato un ciclo di sviluppo e di accumulazione smisurata dei profitti, derivanti da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè gli operai. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo senza dubbio elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, per effetto di un processo di globalizzazione economica imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria, precarietà e sfruttamento, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche facciano più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi umani e sociali, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la crisi recessiva, sino al tracollo definitivo e globale del capitalismo, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi finora conosciuti.

A nulla potrà servire l'assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali la riduzione dei megacompensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla "moralizzazione" (si fa per dire) e alla regolamentazione dei mercati finanziari e all'abolizione dei paradisi fiscali. Tutte misure annunciate enfaticamente, ma che non sono state ancora applicate, essendo di fatto inapplicabili.

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Ovviamente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica, turba non poco i capitalisti e i loro servi. Per arginare l'esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l'adozione di soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico imperialistico, ad un lungo periodo di guerre sanguinose su scala internazionale.

E' evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze primarie delle persone. E' la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l'autoconsumo delle unità produttive create su territori geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta, prevalga sulle false esigenze consumistiche, cioè sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, eliminando la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi istanza di sinistra che proponga finanziamenti alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, chiedendo di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza propugnare o rivendicare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per rilanciare la competitività economica delle imprese private, ma devono dimostrare che nonostante la competitività e la produttività il sistema non funziona e risulta invivibile ed inaccettabile per tutti i lavoratori del mondo.

In altri termini, bisogna rimettere in seria discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adottare criteri "quantitativi" quali, ad esempio, il PIL di una nazione, o quello pro-capite, per misurare il tasso di eguaglianza e giustizia sociale, di progresso e democraticità di un paese. Sono necessari altri parametri e altri indicatori di ordine sociale, etico e culturale, che esprimono valori umani in termini di qualità della vita, e non più solo di quantità e di sviluppo economico.

Lucio Garofalo



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domenica 3 gennaio 2010

Marcia Gaza, pochi riescono a entrarare




GAZA - Erano arrivati al Cairo in 1500, da quarantadue nazioni diverse, per entrare nella Striscia di Gaza e manifestare pacificamente contro la chiusura e l'embargo imposti da Israele quando il movimento fondamentalista islamico Hamas ha preso il potere, nel 2007. Dopo difficili contrattazioni col governo egiziano - manifestazioni represse anche con la violenza e divisioni all'interno dello stesso gruppo - sono riusciti a entrare in 84. Tra questi, nessuno dei 140 italiani che ha aderito alla Gaza Freedom March.

A un anno dall'operazione israeliana Piombo Fuso, che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi e 13 israeliani, Gaza continua a restare isolata. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell'Unwra, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, nella seconda settimana di dicembre sono entrati a Gaza 615 camion carichi di cibo, prodotti agricoli e per l'igiene. Cifra che rappresenta solo il 26% dei 2.352 camion che entravano ogni settimana in media prima del 2007.

Le strade della capitale Gaza City sono state sostanzialmente ripulite, abbattuti alcuni degli edifici più pericolanti come il Parlamento e l'ala dell'ospedale Al Quds colpita col fosforo bianco. Ma le case distrutte, le macerie e in alcuni casi le tende restano lì. A Gaza continua a non entrare il cemento per ricostruire, se non attraverso i tunnel al confine con l'Egitto, quegli stessi che ora, con la costruzione di una profonda barriera sotterranea, il Cairo vorrebbe bloccare.

Secondo Israele, sono la via d'accesso per armi e munizioni, in realtà la principale valvola di sfogo per una popolazione che, per organizzazioni internazionali come Amnesty International, vive per l'80% al di sotto della soglia di povertà, in una situazione di "emergenza umanitaria". Ma l'emergenza a Gaza non è la conseguenza di Piombo fuso, piuttosto della chiusura dei confini imposta dal 2007. Questo il messaggio che i partecipanti alla Gaza Freedom March volevano lanciare al mondo, marciando fino al valico israeliano di Eretz.


Nessun italiano fra le 84 persone entrate. Alcuni dei nostri connazionali nei giorni scorsi sono rimasti coinvolti (due i feriti) nelle cariche della polizia egiziana. C'erano invece moltissimi americani, soprattutto legati all'associazione Code Pink che ha organizzato la marcia e ha contrattato con il governo egiziano, scatenando le ire degli altri partecipanti, l'entrata di un ristretto gruppo di persone.

"Gli egiziani - racconta Ariel Vegasen, delle Code Pink - hanno attuato un'azione repressiva intensa e molto dura che purtroppo ha creato tensione e spaccato il gruppo. Ma credo che fosse comunque necessario entrare". "Io ho accettato - le fa eco Angela Savin, californiana - perché sento la responsabilità di documentare e mostrare ulteriormente al mondo quello che succede qui dentro, anche se è davvero una delusione il fatto che siamo così pochi".

Pochi come i partecipanti alla marcia dentro Gaza: nemmeno cento persone, per nemmeno cento metri, dal check point di Hamas hanno sfilato fermandosi a diverse centinaia di metri da Eretz. Pochi anche i palestinesi che hanno partecipato alla marcia. "Vogliamo solidarizzare con gli internazionali e incoraggiarli a venire - racconta Saber Alza'aneen del Local initiative di Beit Hanoun - ma chiaro è l'intento di isolarci".

I partecipanti alla Gaza Freedom March hanno portato anche materiali sanitari, giochi per bambini e beni di prima necessità. Ancora in attesa di entrare invece il convoglio "Viva Palestina" del parlamentare britannico George Galloway, con il quale viaggiano quasi 700 protesi dell'anca per un valore commerciale di quasi 2 milioni di euro, raccolte dall'associazione genovese "Urgenza sanitaria" e destinate all'ospedale Al Awda di Jabalia. Ma anche per loro, per ora, i cancelli di Gaza restano chiusi.

martedì 22 dicembre 2009

Forze armate S.p.A.


Le Forze Armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Cosi, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d’amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlarmento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell’opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio. Lo smantellamento dello Stato. “Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari” chiosa il senatore pd Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d’amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l’ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portatogli un patrimonio di immobili “da valorizzare” pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica aniministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potra costruire centrali energetiche d’ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai terrnovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici. Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, Province e Regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta “zona militare”, utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di “sponsorizzazioni”. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l’immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti anche sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo
Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. “In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all’ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma“, spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: “I tagli alla Difesa sono un data oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria“. Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest’ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso uni serie di congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un’altra Spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori. All’orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? “Imperialismo del complesso industriale-militare”. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell’opera del governo Berlusconi.
Gli immobili
Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l’assalto alle caserme. E’ una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un’altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all’asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra la Russa e Tremonti, si sta per scatenare l’attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione. All’inizio Difesa Servizi doveva occuparsi anche della vendita degli edifici: la nascente Spa a giugno si è presentata alla Borsa immobiliare di Cannes con tanto di brochure per magnificare il suo catalogo. Qualche perla? L’isola di Palmaria, di fronte a Portovenere, gioiello del Golfo dei Poeti affacciato sulle scogliere delle Cinque Terre. L’arsenale di Venezia, con ampi volumi e architetture suggestive, e un castello circondato dalla laguna. La roccaforte nell’angolo più bello di Siracusa, pronta a diventare albergo e yacht club. La Macao, un complesso gigantesco con tanto di eliporto nel cuore di Roma, palazzi a Prati e ai piedi dei Parioli. Aree senza prezzo in via Monti incastonate nel centro di Milano. Ma il dicastero di Tremoni ha puntato i piedi: proprietà e vendita restano al Tesoro, che le affiderà a società esterne. Con un doppio benefit, secondo le valutazioni del Pd, per renderle ancora più appetibili. Chi compra, potrà aumentare la cubatura di un terzo. E avrà bisogno solo del permesso del Comune: Provincia e Regione vengono tagliate fuori, aprendo la strada a progetti lampo. Questo banchetto prevede che metà dell’incasso vada allo Stato; ai municipi andrà dal 20 al 30 per cento; il resto ai militari. Difesa Servizi però intanto può “valorizzare” i beni. Come? Non viene precisato. In attesa della cessione, potrà forse affittarli o darli in concessione come alberghi, uffici o parcheggi. Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell’Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. “Cosi le logiche diventano altre: non c’é più tutela del bene pubblico ma l’esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche” dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l’assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova Spa.Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza “adeguato contraccambio”. Oggi, come spiega l’onorevole Calipari, “non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite“. Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato “Credere, obbedire, combattere”; adesso il motto della Difesa privatizzata è “economicità, efficienza, produttività”. La regola dell’obbedienza é rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti – in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno- anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l’efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell’Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d’età e di orientamento politico. Anche l’Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, marina2con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d’élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l’uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D’ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l’unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. “La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole“, taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all’asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l’anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.
Gianluca Di Feo per L’Espresso
21 dicembre 2009

mercoledì 2 dicembre 2009

Discorso di Obama: "Altri soldati in Afganistan"


tratto da il Manifesto.it di Michelangelo Cocco | Stasera, quando in Italia sarà ormai notte, Barack Obama annuncerà dall'Accademia militare di West Point l'entità dell'escalation di guerra in Afghanistan. Ma il presidente degli Stati Uniti ha già illustrato la sua strategia - aumento (tra le 30.000 e le 35.000) delle truppe compreso - ai generali e ai principali alleati di Washington.
A rivelarlo sono stati ieri i media statunitensi, secondo i quali domenica sera il «comandante in capo» ha avuto un incontro non annunciato con il segretario di stato Hillary Clinton. Subito dopo ha visto il ministro della difesa Robert Gates e il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, prima di parlare in videoconferenza con il capo delle operazioni militari in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, e Karl Eikenberry, ambasciatore Usa a Kabul.
Ieri Obama ha esposto ai leader di Gran Bretagna, Francia e Russia quella che oggi, al popolo statunitense, cercherà di vendere come una «strategia d'uscita» da un conflitto iniziato nel 2001 come primo capitolo della «guerra al terrorismo» e che in tempi di crisi sta alimentando il deficit Usa.
Non solo, Obama ha annunciato di voler coinvolgere anche la Cina. È improbabile però che Pechino - con una penetrazione economico-commerciale crescente in Asia centrale - sia interessata a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento militare nel pantano afghano.
Chi invece ha scoperto le carte è Gordon Brown: il premier britannico ieri ha annunciato che Londra (che sta nella provincia meridionale di Helmand ha perso 99 uomini dall'inizio dell'anno e 236 dall'invasione del del paese asiatico nel 2001) invierà al fronte altri 500 soldati, portando il suo contingente a oltre 10.000 truppe.
A Londra il governo ha spiegato le sue decisioni alla Camera dei comuni. Il ministro della difesa Bob Ainsworth ha lasciato intendere che gli unici membri della Nato disposti a fornire altri soldati sarebbero la Turchia, il Portogallo, la Georgia e la Slovacchia.
E ha spiegato gli obiettivi da raggiungere: uno sforzo supplementare per l'addestramento degli inaffidabili soldati e poliziotti afghani (è proprio questo il punto su cui - secondo le anticipazioni dei media Usa - oggi Obama punterà una parte importante del suo discorso; la messa a punto di un'amministrazione più efficiente e meno corrotta a Kabul; un attacco più deciso alla «sorgente» di al Qaeda, cioè la frontiera afghano-pachistana, per impedire che, riorganizzandosi, taleban e combattenti islamisti vari possano colpire Europa e Stati Uniti.


Aggiornamento:

(Da:  Unionesarda)


Non è un nuovo Vietnam

Ha detto Obama, in un discorso davanti ai cadetti di West Point: "C'è chi suggerisce che l'Afghanistan è un nuovo Vietnam, sostenendo che non può essere stabilizzato, e che è meglio limitare le perdite ritirandosi rapidamente". Poi il presidente, parlando di lettura sbagliata della storia, ha aggiunto: "Contrariamente al Vietnam, siamo stati raggiunti da una ampia coalizione di 43 nazioni che riconosce la legittimità della nostra azione. Contrariamente al Vietnam, non siamo di fronte ad un sollevamento popolare ampio. E, fatto ancora più significativo, contrariamente al Vietnam, il popolo americano è stato vigliaccamente attaccato dall'Afghanistan, e rimane un obiettivo di quegli estremisti che stanno complottando lungo le sue frontiere".



martedì 24 novembre 2009

Pentagono immobiliare S.p.A.



*nell'immagine la situazione nel 2007 - 
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania.
In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partite le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. 
 Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).

Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili,
che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.

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