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venerdì 21 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010
mercoledì 19 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Asbestosi Fincantieri colpevole
Dopo più cinque anni dalla prima udienza, si è concluso ieri, presso la prima sezione penale del Tribunale di Palermo, il primo storico processo che ha messo sotto accusa gli ex vertici Fincantieri succedutisi nel periodo di tempo che va dal 1979 al 1997. L'accusa era di omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime per non aver rispettato le normative a tutela dei lavoratori e per aver omesso le più elementari misure di prevenzione, finalizzate ad evitare l'inalazione di polveri e fibre di amianto, che la legge imponeva sin dal 1956. Nello specifico, gli ex dirigenti erano accusati di aver provocato la morte di 37 ex operai a causa di asbestosi e mesotelioma pleurico, patologie amianto correlate, e di aver provocato lesioni a 24 lavoratori attualmente affetti dalle stesse patologie.
La richiesta dei pm Carlo Marzella ed Emanuele Ravaglioli era stata la condanna dei tre imputati a complessivi 23 anni di carcere. Il giudice, Gianfranco Criscione, ha condannato per omicidio colposo plurimo Luciano Lemetti, Giuseppe Cortesi e Antonino Cipponeri, rispettivamente a, sette anni e sei mesi, sei anni e tre anni di reclusione, pene condonate per tutti a tre anni per effetto dell'indulto. Condanne che riguardano però solo 29 decessi, per gli altri il fatto non sussiste o il reato è caduto in prescrizione. Nella la lista dei morti anche un nome femminile. Si tratta di Calogera Gulino, la moglie di un operaio, morto anche lui dopo essere andato in pensione, deceduta a 49 anni dopo una diagnosi di mesotelioma pleurico. La donna si sarebbe ammalata lavando la tuta del marito intrisa di sottilissime polveri di amianto.
Gli imputati, come sempre assenti in aula, sono stati inoltre condannati a risarcimenti milionari nei confronti dell'Inail, di Legambiente, dell'Associazione esposti amianto, di Medicina democratica, della Fiom-Cgil, della Camera del lavoro metropolitana, parti civili nel processo. La sentenza ha, inoltre, stabilito il diritto al risarcimento del danno alle parti civili costituite, in tutto una cinquantina tra dipendenti ammalati ed eredi degli operai deceduti, rinviando la quantificazione del danno al giudice civile ma condannando, comunque, gli imputati a dare provvisionali immediatamente esecutive per centinaia di migliaia di euro alle parti danneggiate. Niente da fare invece per gli ex lavoratori ammalati, per molti l'accusa di lesioni contestata agli imputati si è estinta per prescrizione.
Il giudice, infine, ha dichiarato non doversi procedere per Giuseppe Scrima e Salvatore Grignano, ex legali rappresentanti di due ditte dell'indotto, la Blascoat e la Cooperativa Rinascita Picchettini, per intervenuta prescrizione delle accuse di lesioni gravissime.
Mentre si conclude il primo storico processo per le morti da amianto numerose denunce continuano ad arrivare in Procura. Altri due processi sono già in fase dibattimentale e stanno per concludersi le indagini che daranno il via ad almeno altri due nuovi processi. Processi importanti che continueranno a mettere sotto accusa il colosso delle costruzioni navali, la più grande realtà industriale di Palermo e che faranno luce sulla strage silenziosa provocata da quella che ormai è conosciuta come la «fibra killer», dal minerale utilizzato in passato in maniera massiccia nella cantieristica navale sia per le sue ottime capacità isolanti che per il suo basso costo, e che Fincantieri ha utilizzato almeno fino alla metà degli anni ottanta
Intanto, mentre ieri mattina il giudice in aula leggeva il dispositivo di sentenza, gli operai palermitani bloccavano l'ingresso dei Cantieri per protestare contro l'improvvisa messa in cassa integrazione di una cinquantina di loro colleghi. Pare che agli operai la notizia sia stata comunicata ieri mattina all'arrivo sul posto di lavoro senza nessun preavviso.
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venerdì 30 aprile 2010
Lodo costituzionale e intercettazioni: il senato frena tutto
In piazza Navona la protesta dei giornalisti contro il disegno di legge sulle intercettazioni, di là dalla strada, nella commissione giustizia e nei corridoi del senato della Repubblica, un doppio stop ai provvedimenti sulla giustizia in cima alla lista dei desideri di Silvio Berlusconi. La legge sulle intercettazioni slitta di una settimana perché anche nella maggioranza ci si rende conto che qualche correzione è indispensabile. E la versione costituzionale del Lodo Alfano, prevista dalla legge sul legittimo impedimento, annunciata dal ministro della giustizia e già firmata dal capogruppo Gasparri e dal suo vice Quagliariello, resta nei cassetti per una verifica supplementare con gli alleati della Lega.
Una giornata con la marcia indietro a palazzo Madama. L’emendamento «D’Addario», quello che aveva introdotto nella legge sulle intercettazioni il
carcere fino a quattro anni per chi registra senza autorizzazione una conversazione, era già stato accantonato dal relatore. Ma il senatore Centaro ieri ha spiegato di non aver cambiato completamente idea: «Il principio non si tocca». Eppure era stata la stessa commissione affari costituzionali, con il voto della maggioranza di centrodestra, a giudicare eccessiva la pena prevista. I senatori della prima commissione avevano evidenziato anche un altro problema, più difficile da risolvere per il Pdl: nella legge sulle intercettazioni la competenza a decidere sulle intercettazioni è del tribunale in composizione collegiale e non più del gip. Una previsione che stravolge l’ordinamento generale: nel codice di procedura penale, infatti, all’articolo 328 (lo hanno fatto notare i senatori di opposizione Casson e Li Gotti, ma anche il senatore di maggioranza Valentini) c’è scritto che tutti gli atti del pm sono di competenza esclusiva del gip. Un impiccio, giustificato secondo Centaro dall’esigenza di «mettere una certa distanza, anche psicologica, fra il pubblico ministero richiedente e il giudice che autorizza». L’impasse ha costretto il presidente
della commissione giustizia Berselli a rinviare l’esame del disegno di legge a martedì: la motivazione ufficiale è che manca il parere della commissione bilancio (la legge prevede un tetto di spesa per le intercettazioni), il testo sarà modificato, la maggioranza spera di passare all’aula entro metà maggio.
Il lodo «costituzionale», invece, dovrebbe essere composto di tre articoli che tengono finalmente conto delle osservazioni della Consulta, che ha già bocciato due «lodi», quello Schifani nel 2004 e quello Alfano l’anno scorso. Si tratta di una legge studiata per sostituire in corsa il legittimo impedimento, di cui è probabile una dichiarazione di incostituzionalità, e infatti il nuovo lodo si riferisce solo al capo dello stato e al governo, non ai presidenti di camera e senato (che, aveva notato la Consulta, non possono godere di uno status diverso da quello dei parlamentari).
La legge non introdurrebbe uno stop automatico dei processi, piuttosto la possibilità per il parlamento, entro 90 giorni dalla comunicazione di avvio del processo, di disporre la sospensione fino al termine del mandato. Qualcosa di simile a un’autorizzazione a procedere che l’opposizione non ha bocciato subito nel merito (eccezion fatta per Di Pietro). La capogruppo Pd al senato Finocchiaro ha solo messo in evidenza come «questa è la prima riforma che interessa al presidente del consiglio». Qualche problema più serio per il Pdl c’è stato nel rapporto con gli alleati della Lega che non erano stati informati e probabilmente con gli stessi avvocati del premier. E anche il lodo è stato rimandato.
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giovedì 22 aprile 2010
La Cassazione: «Mills reticente Favorì Silvio Berlusconi»
Le reticenze di David Mills, l'avvocato inglese condannato in appello a 4 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari, «favorirono la persona di Silvio Berlusconi». È la Cassazione a sottolinearlo nelle motivazioni contenute nella sentenza 15208 delle sezioni unite penali in cui spiega il perché lo scorso 25 febbraio aveva dichiarato prescritta la corruzione per Mills. In particolare, il relatore Aldo Fiale facendo proprie le motivazioni della Corte d'Appello di Milano del 27 ottobre 2009, scrive chiaramente che «il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra, in definitiva, nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti, posto che si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi».
Per la Cassazione la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Milano, lo scorso 27 ottobre, aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ricevuto 600 mila dollari in cambio di testimonianze reticenti in due procedimenti sul gruppo Fininvest, ha una «struttura razionale» sorretta da un «apparato argomentativo logico e coerente, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo». Invece, i legali di Mills si sono limitati a «sollecitare la rilettura del quadro probatorio» senza dimostrare le «asserite carenze argomentative» e suggerendo una «diversa ricostruzione del fatto, non »proponibile« in sede di giudizio di legittimità.
Inoltre, le sezioni unite penali della Cassazione - nella sentenza 15208 - spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi "Arces" e "All Iberian", aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».
Per la Cassazione la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Milano, lo scorso 27 ottobre, aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ricevuto 600 mila dollari in cambio di testimonianze reticenti in due procedimenti sul gruppo Fininvest, ha una «struttura razionale» sorretta da un «apparato argomentativo logico e coerente, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo». Invece, i legali di Mills si sono limitati a «sollecitare la rilettura del quadro probatorio» senza dimostrare le «asserite carenze argomentative» e suggerendo una «diversa ricostruzione del fatto, non »proponibile« in sede di giudizio di legittimità.
Inoltre, le sezioni unite penali della Cassazione - nella sentenza 15208 - spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi "Arces" e "All Iberian", aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».
Manicomo Italia, seminudi e legati al letto
Lo chiamano “ergastolo bianco”. Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessandro Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali”sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa. In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa in provincia di Caserta, Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati». Che cosa è un internato? Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che può arrivare all’internamento. Provvedimento che «si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco».
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).
Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono ancora 484 internati rinchiusi nelle cosiddette case lavoro o case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria». Che cosa è una pena accessoria? Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella. L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica delle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra. L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni. Sotto accusa in particolare la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano mantenuti nell’Opg anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico». Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi, inoltre, la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, verifica il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constata la necessità di un’azione più incisiva in questo campo, per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, rileva il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il ”41-bis”).
da Liberazione
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mercoledì 21 aprile 2010
Vizio di forma... riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano!
| Di: | Barbara Maffione |
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Era la sera del 23 maggio 2008, il Presidio Permanente di Chiaiano, composto da giovani, tante donne, ma soprattutto intere famiglie, con bambini e anziani al seguito, che da lungo tempo si opponeva all'apertura di una discarica in un luogo non idoneo, venne duramente caricato dalla polizia. Durante le cariche, nel tentativo di resistere, a un manifestante venne in mente di utilizzare la sua vecchia auto per fare una barricata e si fece aiutare da tre ragazzi del presidio...Questa la sorte, sin qui, di quei tre ragazzi. Solidarietà a Pietro, Davide ed Egidio e alla loro lotta!!
Posto, di seguito, il Comunicato Stampa del Presidio Permanente contro la discarica di Marano e Chiaiano.
per Pietro un giorno e mezzo di libertà...
Comunicato Stampa : Vizio di forma... riapplicate le misure cautelari agli attivisti di Chiaiano!
Sembra una vicenda assurda, magari raccontata in qualche libro noir ed invece è quello che sta avvenendo agli attivisti del Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano. Lunedi' 19 aprile presso il Tribunale del riesame si teneva l'udienza per decidere sulla scarcerazione dagli arresti domiciliari per Pietro Spaccaforno e per la cessazione dell'obbligo di firma quotidiano per gli altri attivisti tra cui Davide Brignola ed Egidio Giordano. Nella serata di lunedi' 19 aprile il commissariato di polizia di Secondigliano scarcerava Spaccaforno dopo l'arrivo della decisione del riesame. Stessa sorte toccava anche a Davide Brignola presso un altro commissariato di polizia presso il quale quotidianamente lo stesso andava ad ottemperare agli obblighi di firma. La sentenza del riesame ridimensiona pesantemente tutto l'impianto accusatorio. Vengono di fatto cancellate le contestazioni dei reati di "furto" (per il quale un attivista era già stato processato e assolto!) ed i "incendio" (smentito dagli stessi verbali dei carabinieri, oltre che dalle immagini) in merito agli episodi del 23 maggio 2008 in cui migliaia di cittadini furono attaccati dalle forze dell'ordine presso il Presidio in rotonda Titanic. Due capi d'accusa cancellati ! Resta in piedi solo l'interruzione di pubblico servizio e la violenza privata per la contestazione di aver bloccato il pullman nella rotonda del Presidio. Accuse che a due anni di distanza dai fatti non giustificherebbero in alcun modo delle misure di restrizione della libertà. Neanche è stato affrontata ovviamente la questione dei riferimenti alla camorra, poichè nelle carte giudiziarie non c'è davvero niente, nessun indizio, nessuna contestazione, che vada in quella direzione. Ed invece due giorni dopo la sentenza il Tribunale del Riesame torna indietro, parlando di cattiva interpretazione dell'ordinanza emessa. Oggi Pietro Spaccaforno è stato rimesso nuovamente agli arresti domiciliari e gli altri attivisti sono tornati all'obbligo di firma ! Due giorni dopo una sentenza che di fatto smantella le principali accuse. Non c'e' stato nessun furto e nessun incendio di autobus secondo il riesame, ciononostante il tribunale ha deciso di confermare lo stesso le misure cautelari per i capi d'imputazione minori ovvero l'interruzione di pubblico servizio, questo a due anni di distanza dai fatti e senza alcun oggettivo pericolo di reiterazione del presunto reato ! Ancora una volta poniamo la domanda oggettivamente più legittima : Se non è persecuzione allora cos'e' ? Nei fatti si conferma una linea punitiva verso le lotte sociali anche oltre il merito delle questioni giuridiche (quante persone a distanza di due anni vengoo messe ai domiciliari a Napoli per reati del genere!?) e vengono deluse le aspettative dei cittadini di Chiaiano e Marano. Decine di cittadini avevano atteso lunedi' mattina sotto il Tribunale la decisione del riesame esponendo una bilancia della giustizia in cui su un piatto c'erano le foto del 23 maggio del 2008 e su un altro le immagini di Guido Bertolaso e della Protezione Civile a testimoniare come la giustizia continui ad essere forte coi deboli e debole coi forti. Una persecuzione che mette in pericolo la tenuta del diritto al dissenso nella nostra città. Una persecuzione che si applica attraverso mezzi incredibili mettendo in libertà delle persone e riarrestandole due giorni dopo ! Centinaia di personaggi della cultura, della politica, delle scienze avevano firmato l'a ppello in solidarietà e sostegno agli attivisti colpiti dalle misure di restrizione della libertà, ed è a tutti loro, oltre che alle migliaia di persone che si mobiliteranno il 1°Maggio prossimo a Chiaiano che qualcuno dovrà spiegare come viene garantito il diritto al dissenso in questa città ! Il prossimo 1° Maggio i movimenti napoletani scenderanno in piazza a Chiaiano a difesa di tutte le lotte sociali per ribadire che nessuna intimidazione e nessuna repressione potrà impedire che in questa città si sviluppino forme di nuova democrazia come la lotta di Chiaiano ha dimostrato di essere. Decine di artisti suoneranno al concerto che si terrà dopo la manifestazione dai 99 Posse ai Zezi per una manifestazione popolare che reclamerà a gran voce il diritto al dissenso a Napoli e nel paese. Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano
venerdì 16 aprile 2010
la bugia del cardinale
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La messa del 29 gennaio 2006 nella chiesa di S. Francesco di Sales con padre Marco (con la barba, a sinistra) e il vescovo Luigi Moretti. |
Il lungo e strettissimo viale Alessandrino a Roma taglia in due una delle periferie più abbandonate della capitale. Venendo dalla via Prenestina per chilometri non appare un solo angolo che possa richiamare i giovanissimi, che si trovano a scegliere tra i bar o le chiese. Sarà anche per questo che nella periferia estrema di Roma - tra la Casilina e la Prenestina - si concentrano due parrocchie, un seminario, una casa per religiosi venezuelani e un bel po' di altri edifici religiosi.
La parrocchia di San Francesco di Sales è un edificio moderno e gigantesco. Il suo parroco appartiene alla congregazione degli Oblati e qui è arrivato i primi giorni del gennaio 2006. C'è una data ufficiale, il giorno della celebrazione solenne, il 29 gennaio del 2006. Era una domenica importante per questa diocesi di periferia, la chiesa era piena, c'era il coro dei giovanissimi, le famiglie con l'abito buono in prima fila. C'era anche un pezzo importante, il vescovo gerente, monsignor Luigi Moretti. C'era il festeggiato, padre Giovanni Cannone, provinciale degli Oblati di San Francesco di Sales, destinato a dirigere questa parrocchia. «E c'era anche lui - racconta un giovane ragazzo, che in questa storia rimarrà anonimo - padre Marco Agostini, che distribuiva l'eucarestia e concelebrava». Un prete che in quella festa non doveva esserci.
E' questa la scena che smentirebbe un comunicato ufficiale del Vaticano, arrivato alle agenzie la scorsa settimana, firmato direttamente dal cardinale vicario di Roma. Marco Agostini - arrestato qualche mese dopo la celebrazione - era stato indicato quattro anni prima da un gruppo di una ventina di ragazzi come un pedofilo, l'uomo violento che li aveva molestati pesantemente per almeno sette anni, fin da quando erano poco più che bambini. Non doveva essere lì padre Marco, perché, secondo quanto ha riferito il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, era stato sospeso a divinis e allontanato. «Immediatamente» ha specificato il comunicato venuto dalla Santa sede.
Padre Marco Agostini è morto suicida nel 2006 pochi mesi dopo l'arresto, lasciando un biglietto mai divulgato. Nessuno ha mai messo in dubbio le accuse dei giovani, che frequentavano la sua parrocchia a Pomezia, vicino Roma, tanto che ancora oggi è in corso un processo penale contro un altro sacerdote per favoreggiamento. Il vero nodo, oggi, risiede nelle eventuali coperture, omissioni, insabbiamenti che, secondo le vittime, avrebbero garantito una impunità ecclesiastica al sacerdote accusato di molestie. «Il primo settembre del 2002 - racconta una delle vittime, il principale accusatore, che venne molestato per la prima volta quando era tredicenne - accompagnato da degli amici rilascia una testimonianza al vescovo di Albano, Agostino Vallini». Fu infatti l'attuale Cardinale vicario - all'epoca alla guida della diocesi di Albano - ad ascoltare il racconto crudele del ragazzo. «Rilasciai anche una dichiarazione - prosegue il racconto fatto nel 2004 davanti agli agenti della Questura di Roma - al responsabile del Tribunale Ecclesiastico don Felicetto Gabrielli». Dunque una denuncia interna alla chiesa, formalizzata davanti agli organi giurisdizionali previsti dal diritto canonico. «Don Felicetto mi chiese di tenere nascosta questa storia - spiega il ragazzo - dicendo di avere già altre deposizioni». Il problema è che dopo quasi nulla accadde. Padre Marco venne spostato ad Assisi, assegnato ad un ostello della sua congregazione, gli Oblati di San Francesco di Sales. Ma, secondo il racconto delle vittime, continuò a vedere molti ragazzi e a celebrare la messa. Cadrebbe, così, la versione ufficiale del Vaticano, arrivata la settimana scorsa, come smentita delle parole delle giovanissime vittime.
A supporto del racconto fatto dai ragazzi molestati in passato da padre Marco Agostini c'è anche un cd rom con le fotografie realizzate il 29 giugno 2006, durante la messa solenne di insediamento del parroco di San Francesco di Sales a Roma. Fotografie consegnate alla Questura durante le indagini, ma che i difensori non hanno ancora consultato, dove appare padre Marco concelebrando la messa. Ed è un punto fondamentale, visto che la causa civile contro la diocesi di Albano potrebbe essere la prossima mossa della parte civile, che si dovrà basare su l'eventuale comportamento omissivo della gerarchia ecclesiastica.
Non è un'accusa da poco per il cardinale Vallini. L'inchiesta della Polizia di Roma - poi sfociata in un'ordine di custodia cautelare emesso dal Gip del Tribunale di Velletri - non è nata da una denuncia dell'allora vescovo di Albano, che oggi siede su una delle poltrone cardinalizie più importanti. Anzi, ai ragazzi venne chiesto il silenzio. E la risposta che diede il cardinale Agostino Vallini agli investigatori che lo ascoltarono informalmente è sconcertante: «L'alto prelato - si legge in una informativa dell'agosto del 2004 - (...) non ha ritenuto opportuno notiziare l'autorità giudiziaria in quanto, ha precisato, i ragazzi che testimoniarono, nell'estate 2002 erano tutti maggiorenni». Vero, come è vero che gli episodi di abusi duravano da almeno sette anni, da quando «i ragazzi» avevano poco più di tredici anni.
C'è infine la questione - ancora poco chiara - dell'iter che ha seguito il processo ecclesiastico avviato dal cardinale Vallini. L'unico atto concreto venne demandato alla congregazione di appartenenza di padre Marco Agostini, gli Oblati, che lo inviarono in un ostello ad Assisi. Un passo assolutamente inutile, visto che - secondo quanto ricostruito anche dalla Polizia - continuò a vedere i ragazzi della sua parrocchia. Il vero atto, la riduzione allo stato laicale e l'espulsione dalla chiesa, non sarebbe mai avvenuto, almeno fino al gennaio del 2006. Che accadde, dunque, al fascicolo che arrivò in Vaticano. Seguì la strada che Ratzinger aveva indicato nel 2001, quella cioè della centralizzazione nel suo ufficio di tutti i processi ecclesiastici per pedofilia? Il silenzio venuto dopo il suicidio di padre Marco Agostini aveva chiuso il caso. E nel processo penale delle carte del Vaticano non c'è traccia
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giovedì 15 aprile 2010
L'omofobia del cardinale
Ma allora dovremmo non chiamare pedofilo un qualunque maschio dedito a stuprare ragazzine minorenni, dato che la pedofilia è legata a quell'altra "perversione" che è l'omosessualità? Il card. Bertone, che afferma questa ennesima castroneria, lo fa evidentemente in nome di quella "antropologia biblica" a cui spesso alludono i gerarchi cattolici, non sospettando nemmeno lontanamente che essa ha più o meno l'attendibilità della cosmologia contenuta nello stesso testo sacro e abbandonata anche dai più reazionari astronomi pontifici.
Del resto l'antropologia biblica non fornisce molti lumi su che cosa si debba definire in assoluto pedofilia: al catechismo ci hanno insegnato che la vergine Maria andò sposa a Giuseppe intorno ai tredici anni, era quello l'uso della società e dell'epoca, e le sue coetanee che si sposavano a quell'età non erano tutte benedette dallo Spirito Santo, concepivano e partorivano in modi meno soprannaturali. Forse non solo come "padre putativo", ma soprattutto perché non era omosessuale, anche oggi San Giuseppe sfuggirebbe all'accusa di essere pedofilo, vescovi e papi non lo denuncerebbero alle autorità civili, come del resto hanno continuato a fare per tanti anni conformemente ad autorevoli indicazioni del Santo Uffizio, anche ratzingeriano. Che anche l'età in cui si è ritenuti capaci di liberi rapporti sessuali sia un affare di cultura più che di natura non scandalizza nessuno, tranne coloro che continuano a credere che ci sia una "legge naturale" di cui sarebbero detentori il papa e i vescovi e che li autorizzerebbe a decidere in nome di Dio sull'aborto, la fecondazione assistita, l'eutanasia, il divorzio e magari su tutto ciò che le costituzioni moderne affidano alle leggi democraticamente scelte dai cittadini. Noi possiamo condannare la pedofilia perché viola una legge dello stato, se uno non riesce a resistere a pulsioni pedofile deve cercare di controllarsi, anche con l'aiuto della medicina, più o meno come chi sia compulsivamente esibizionista, o sadico, cleptomane ecc. Non sappiamo se in queste tendenze ci sia qualcosa di "naturalmente" deprecabile, salvo quando, come nel caso della pedofilia, implichino violenza sugli altri; e i bambini, come non fanno contratti e non votano, così non sono considerati capaci di scegliere liberamente se, come e con chi fare sesso. Chi li costringe a farlo fa loro violenza, anche se possiamo capire che non si senta un mostro il vecchio curato o il vecchio maestro che accarezza una giovane parrocchiana o un giovinetto suo discepolo. Se l'una o l'altro non hanno ancora l'età può anche non essere peccato, ma è un reato, e come tale va perseguito (con tutte le eventuali attenuanti del caso: professor Socrate, quanti anni ha il suo Alcibiade?).
Dunque, a parte le ubbie omofobe del card. Bertone e di tanti suoi confratelli (evidentemente l'omosessualità resta il vero nemico, perché è una cosa seria, ormai nessuno la considera una "malattia"; e anche perché se la trovano continuamente per casa), potremmo persino dar ragione a vescovi e papi quando cercano di risolvere la cosa "in famiglia", proprio come accade quando un genitore scopre che il figlio, o la figlia, è stato molestato dallo zio, spesso senza riportarne quei terribili traumi denunciati dagli avvocati americani per ottenere i risarcimenti che hanno mandato in rovina tante diocesi. E, diciamolo a rischio di essere fraintesi o anche maledetti, quanta della violenza connessa alla pedofilia dipende dallo stigma sociale che l'ha da ultimo sempre più duramente colpita? Il pedofilo che abusa del bambino nel bosco forse non lo ucciderebbe se non temesse di essere denunciato alla nonna e poi proposto da Calderoli per la castrazione chimica. Creare mostri non è mai servito a nulla. Sto chiedendo di premiarlo, invece? Certo che no. Solo, enunciando pensieri che vengono in mente anche a chi, senza essere pedofilo (con tutto il rispetto per il loro problema) è sanamente omosessuale; pensieri su cui tanti, preti, vescovi e no, forse farebbero bene a riflettere.
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Una storia di legalità punita
Riceviamo sottoscriviamo e pubblichiamo, con invito a firmare e far girare l'appello
Questa è una storia di legalità punita. La storia di datori di lavoro italiani e lavoratori immigrati presi in giro per aver avuto fiducia in una legge dello Stato, stabilizzato un lavoro sommerso, dichiarato la loro situazione a prefetture e questure, e per aver pensato infine che la legge fosse uguale per tutti.
Parliamo della “sanatoria” dei cittadini stranieri, anche se questo nome è improprio perché richiama alla mente condoni offerti ex post a chi, in un modo o nell’altro, ha fatto il furbo. Nel nostro caso, invece, non è di furbi che si tratta, ma di lavoratori onesti a cui è stata offerta la possibilità di vivere alla luce del sole. Non dimentichiamo nemmeno la natura discriminatoria del provvedimento, che ha sanato la posizione solo di chi lavorava nelle nostre case o assisteva i nostri anziani, lasciando costretti allo sfruttamento e alla clandestinità i dipendenti dell’industria e dell’agricoltura: l’ennesima bizzarria tutta italiana alla quale, purtroppo, ci siamo da tempo assuefatti.
La regolarizzazione riguardava, come è ovvio, persone che erano prive del permesso di soggiorno prevedendo che non potessero regolarizzarsi solo gli stranieri che erano stati espulsi per gravi ragioni di ordine pubblico e sicurezza e che avevano commesso reati penali di una certa rilevanza. Così, di fronte all'apertura di un percorso di legalità, lavoratori e datori di lavoro sono “emersi”, hanno riempito moduli e dichiarazioni, pagato quanto dovuto (nelle casse dello Stato sono entrati 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche da bollo), convinti di ristabilire così almeno una piccola fetta di legalità.
Alla fine della procedura, ovvero al momento di consentire allo straniero che aveva fatto la regolarizzazione di ottenere l'agognato permesso di soggiorno, ecco che, dopo diverse settimane di grave confusione, con applicazioni della legge totalmente diverse tra le varie città, interviene la novità, contenuta in una “circolare interpretativa” della polizia: è vero, vi si sostiene, che la sanatoria regolarizza i clandestini, purché però gli interessati non siano “troppo” clandestini; via libera alla regolarizzazione di coloro che hanno ricevuto un solo decreto di espulsione; niente da fare invece per coloro che di decreti di espulsione ne hanno ricevuto più di uno; anche se sono emersi, anche se quanto dovuto è stato pagato, anche se hanno un lavoro, una casa, una identità. Secondo la citata interpretazione, la disobbedienza all'ordine di espulsione ripetuta più volte (considerata reato penale dalla legge sull’immigrazione) equivarrebbe, come gravità, a reati che la legge prevede come ostativi alla regolarizzazione quali ad esempio truffa, fabbricazione di esplosivi, furto aggravato, lesione personale etc.
L'interpretazione sopra proposta ci colpisce profondamente, perché riteniamo operi uno stravolgimento della legge determinando una situazione non rispettosa dei principi di uguaglianza, ragionevolezza e non discriminazione che sono alla base del nostro vivere civile e del nostro ordinamento costituzionale. Come persone che credono in uno stato di diritto siamo infatti allarmati se chi è rimasto a vivere nel nostro Paese senza un documento di soggiorno viene messo sullo stesso piano di consumati criminali.
Riteniamo che si debba evitare di generare un autentico circolo vizioso, visto che lo scopo della norma era proprio quella di regolarizzare chi era rimasto senza documenti di soggiorno, e che non ha alcun senso distinguere tra coloro che erano stato espulsi (sulla carta) una sola volta da coloro che lo sono stati (sempre sulla carta) più volte. Come possiamo non vedere che questa differenza tra situazioni identiche è del tutto casuale ed è legata alla maggiore visibilità di alcuni rispetto ad altri a causa del colore della pelle o alla povertà?
Come possiamo non notare che tutta questa vicenda ha il sapore di una beffa nei confronti di chi- lavoratori e datori di lavoro- ha creduto nella legalità, aderendo alla regolarizzazione? Come possiamo tacere, se il messaggio che emerge è che fidarsi delle autorità è sciocco, che conviene sempre rimanere invisibili, far lavorare in nero, non pagare le tasse, in nome della convinzione tutta italiana che sia l’illegalità a premiare?
Riteniamo che in questa storia sia possibile vedere uno dei tanti segni del degrado etico che sta investendo il nostro paese, sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti. Constatiamo allarmati la diffusione di norme e prassi che, facendo leva sulla paura, riservano solo agli stranieri dei trattamenti di estrema durezza, mentre molte illegalità gravi e diffuse che scuotono il Paese vengono apertamente tollerate.
Auspichiamo quindi che anche in questa piccola ma illuminante vicenda - che riguarda le persone che accudiscono i nostri anziani e puliscono le nostre case - alla fine prevalgano ragionevolezza e giustizia, ed è con questo spirito che ci rivolgiamo alle autorità e a tutti i cittadini e attendiamo fiduciosi le decisioni della Magistratura.
Affinché non sia una storia di legalità punita.
Le prime Firme:
-Sergia Adamo – ricercatrice Università di Trieste
-Daniela Antoni - Cobas Scuola Trieste
-Simona Baldanzi – scrittrice
-don Albino Bizzotto - Beati I Costruttori Di Pace
-Silva Bon – storica
-Maria Bonafede - moderatora della Chiesa Valdese – Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste in Italia.
-Giovanna Botteri - corrispondente Rai per il NordAmerica
-Antonella Bukovac – poetessa
-Alberto Burgio – docente Università di Bologna
-Paolo Cacciari – giornalista
-Fulvio Camerini – medico
-Gianfranco Carbone – avvocato
-Massimo Carlotto – scrittore
-Pierluigi Celli - direttore LUISS (libera università degli studi Guido Carli)
-Michel Charbonnier – pastore della Chiesa Valdese di Trieste
-don Luigi Ciotti - Gruppo Abele e Libera
-Massimo Cirri - autore teatrale, psicologo, conduttore della trasmissione radiofonica "Caterpillar" Radio 2
-Walter Citti – responsabile sezione FVG ASGI-Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
-Roberta Colacino – attrice
-Daria Colombo – scrittrice
-Comunità Valdese di Trieste
-Coordinamento donne contro il razzismo della Casa internazionale delle donne di Roma
-Mauro Covacich – scrittore
-Alessandro Dal Lago – docente Università di Genova
-don Pierluigi Di Piazza - presidente Centro Balducci
-Valerio Evangelisti – scrittore
-Liliana Ferrari – docente Università di Trieste
-Dario Fo – attore, Premio Nobel per la letteratura
-Gianluca Gabrielli - storico del razzismo
-Fabrizio Gatti – giornalista
-Franco Giraldi - regista
-Vincenzo Guerrizio - giornalista televisivo RAI ("Presa diretta" – RAI3)
-Irma Guzman- mediatrice culturale
-Margherita Hack - astrofisica
-Veit Heinichen – scrittore
-Riccardo Iacona - giornalista televisivo RAI ("Presa diretta" – RAI3)
-Anna Illy – imprenditrice
-Roberto Lamacchia - presidente Associazione Giuristi democratici
-Domenico Lucano - Sindaco di Riace
-Claudio Magris – scrittore
-Maria Luisa Matero – avvocato
-Moreno Miorelli - organizzatore della Stazione di Topolò.
-Sabrina Morena - regista
-Grazia Naletto – ricercatrice, vicepresidente Associazione Lunaria
-Moni Ovadia - attore, cantante, compositore
-Boris Pahor – scrittore
-Bojana Pavicevic – mediatrice culturale
-Giorgio Pellis – medico
-Vincenza Perilli – ricercatrice
-Maurizio Pessato - amministratore delegato SWG spa
-Carmela Pignato - docente Università di Trieste
-Ugo Pierri – pittore
-Donatella Pini – docente Università di Padova
-Rosella Pisciotta – Teatro Miela/Bonawentura
-Giorgio Pressburger - scrittore e regista
-Franca Rame – attrice
-Melita Richter – mediatrice culturale, docente Università di Trieste
-Annamaria Rivera – antropologa, saggista, docente dell'Università di Bari
-PierAldo Rovatti – docente Università di Trieste
-Pino Roveredo – scrittore
-Paolo Rumiz – scrittore, giornalista
-padre Antonio Santini – Beati i Costruttori di Pace
-Chiara Sasso - coordinatrice Rete comuni solidali
-Gianfranco Schiavone – presidente ICS-Consorzio Italiano di Solidarietà
-Filippo Solibello - autore, conduttore della trasmissione radiofonica "Caterpillar" Radio 2
-Marco Sofianopulo - compositore, direttore della Cappella Civica del comune di Trieste
-Marina Spaccini – medico
-Pierluigi Sullo – direttore della rivista CARTA
-Gino Strada – chirurgo, fondatore di Emergency
-Susanna Tamaro – scrittrice
-Giorgio Tambulini – medico
-Ciro Tarantino - ricercatore Università della Calabria
-Giuseppe Trebbi - docente Università di Trieste
-Lorenzo Trucco – presidente nazionale ASGI-Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
-Edvino Ugolini – poeta
-Viviana Valente - giornalista
-Gabriella Valera – docente Università di Trieste
-don Mario Vatta – Comunità di S. Martino al Campo
-Claudio Venza – docente Università di Trieste
-Roberto Vecchioni – cantante
-Roberto Weber - presidente SWG spa
-Claudio Zaccaria – docente e direttore del CISEM Università di Trieste
-Maurizio Zacchigna – attore
-Alex Zanotelli – missionario comboniano
-Anna Zoppellari – docente Università di Trieste
-Nazarena Zorzella - vice presidente ASG
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lunedì 12 aprile 2010
Da Prandini a Bertolaso, vent'anni di opere
La deroga diventa la regola, gli appalti finiscono in tangenti, le grandi opere affondano nella corruzione. Cos'è successo dalla prima alla seconda Repubblica? Come e perché siamo tornati al punto di partenza? Diagnosi di un male che può curare con buone regole, ma anche buone opere
Le dilaganti inchieste sulle opere ed eventi della Protezione civile e sulla corruzione ripropongono il tema delle attuali regole che governano il settore degli appalti e l’applicazione poi concreta che ne deriva. Dal nord al sud, opere grandi e piccole, varianti urbanistiche e concessioni, piscine e forniture nella sanità, servizi di catering, consulenze, progetti, collaudi ed arbitrati: ogni intervento, secondo quanto è emerso, si presta a manipolazioni e pressioni indebite. Sono almeno quattro i fattori essenziali da affrontare per contrastare il fenomeno: un sistema di regole attualmente non capace di controllare a monte in modo efficace le procedure; la totale perdita di etica e senso dello Stato da parte di numerosi funzionari pubblici; la disattenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione in nome del “fare presto”; il rapporto deformato e sovrapposto tra imprenditori e politica, con il reciproco sostegno economico ed elettorale.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
C’è un sistema politico ed imprenditoriale deformato, che cerca di evitare ad ogni passo l’affidamento mediante gara ma, anche quando si procede con gara di evidenza pubblica, il sistema di regole non è sufficientemente efficace. Semplificare il numero delle stazioni appaltanti (per consentire controlli efficaci), rafforzare l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici anche sul piano delle risorse e dei poteri, eliminare gli eventi e l’estensione dei poteri legati alle ordinanze della Protezione civile, sono misure essenziali per superare questa debolezza strutturale del sistema di regole.
Ma per accorciare i tempi servirebbe anche selezionare pochi e finanziati cantieri utili (e non la solita e sterminata lista delle grandi opere) ed elaborare progetti di qualità, per ridurre varianti, contenziosi ed impatti ambientali. Questi sono gli strumenti necessari per "fare presto" le opere e non le scorciatoie che deformano il sistema, premiando i meno innovativi ed i più permeabili alla corruzione e che, inoltre, non riducono affatto i tempi come si vuol far credere.
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione
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domenica 11 aprile 2010
«Non rimosse pedofilo», c’è la firma di Ratzinger
I documenti arrivano direttamente dagli Stati uniti e parlano sin troppo chiaro. Nel 1985, Joseph Ratzinger - allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - si rifiutò di rimuovere dal suo ruolo «pastorale» Stephen Kiesle, un sacerdote californiano accusato di pedofilia. A dare la notizia è il Washington
Post che - riprendendo una notizia dell'Associated Press - cita una lettera del 1985, firmata da Ratzinger, in cui l’attuale papa esprimeva preoccupazione per gli eventuali effetti che la rimozione di un prete avrebbe avuto «per il bene
della chiesa universale».
La lettera fa parte di una lunga corrispondenza tra la Diocesi di Oakland e il Vaticano sull'opportunità di ridurre allo stato laicale padre Stephen Kiesle. Era il 1981 quando la diocesi californiana raccomandò la rimozione di Kiesle dal sacerdozio ma per quattro anni il caso non venne mai preso in considerazione dal Vaticano sino a quando - nel 1985, appunto - Ratzinger non decise di rispondere al vescovo di Oakland John Cummins: una lettera in latino «solo» per dire che gli argomenti per la rimozione di Kiesle sarebbero stati certo di «grande significato» ma che una tale azione - leggi la rimozione di un prete accusato di abusi sessuali nei confronti di minori - avrebbe dovuto richiedere
«attenta revisione e più tempo».
E’ per questo che l’allora cardinale Ratzinger avrebbe chiesto al povero Cummins di assistere Kiesle «con la maggior cura paterna possibile» in attesa della decisione avendo ben chiaro - comunque - che l’eventuale decisione di spretare Kiesle avrebbe dovuto tener conto «del bene della chiesa universale» e del «danno che questa dispensa avrebbe provocato all'interno della comunità dei fedeli, particolarmente in considerazione della sua giovane età».
Kiesle all'epoca aveva 38 anni. Il sacerdote aveva già avuto problemi con la giustizia: nel 1978 era stato condannato a tre anni di libertà vigilata per atti osceni su tre ragazzi nella canonica di una chiesa di San Francisco. Alla fine del periodo di libertà vigilata, il prete aveva chiesto di lasciare il sacerdozio e la diocesi californiana aveva inviato a Roma i documenti necessari per avviare la pratica. Kiesle è stato definitivamente spretato nel 1987.
«Il cardinale Ratzinger - ha dichiarato all'Ap Irwin Zalkin, uno degli avvocati che rappresenta le vittime di Kiesle - era più preoccupato di evitare lo scandalo che di proteggere i minori. Questo è un tema centrale».
Il Vaticano ha confermato all'Ap la firma di Ratzinger sulla lettera ma non ha voluto fare commenti sul contenuto. «L’ufficio stampa della Santa Sede - ha commentato il solito Padre Lombardi - non ritiene necessario rispondere a
ogni singolo documento preso fuori contesto che riguarda particolari situazioni legali. Non è strano che ci siano singoli documenti con la firma di Ratzinger».
Una difesa di basso tono che poco regge di fronte agli attacchi che ormai da tutto il mondo arrivano contro il pontefice. Fa di tutto padre Lombardi per creare una cintura di sicurezza intorno al suo pontefice - che ormai peraltro
chiama solo Ratzinger e non più «Sua Santità» - ma le argomentazioni reggono poco: certo il papa è pronto a incontrare le vittime degli abusi, vittime che non cercano compensi economici ma aiuto interiore, «un giudizio nella loro dolorosa
vicenda personale». Un Giudizio? Le vittime o il clero?
E’ in questo contesto - spiega ancora Federico Lombardi - che il pontefice ha scritto nella lettera agli irlandesi «di essere disponibile a nuovi incontri». La Chiesa deve «anzitutto continuare a cercare la verità e la pace per gli offesi.
Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro - a volte di diversi decenni - ma evidentemente ancora aperte. C'è qualcosa che va ancora capito veramente». I colpevoli di questi reati devono andare incontro a un doppio giudizio: penale e canonico. «Bisogna continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi Paesi». Anche quelli che, come Malta,
hanno stretto col Vaticano un patto di ferro. E dove le vittime degli abusi si sono date appuntamento per il prossimo fine settimana.
da IlManifesto
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sabato 10 aprile 2010
Lavoro d'inchiesta sulla strage di Ustica
Lavoro d'inchiesta sulla strage di Ustica di Laura Picchi: Prima parte
Io non sono un magistrato e nemmeno un'esperta in materia, questo lavoro avrebbe dovuto o dovrebbe farlo la magistratura o la Commissione Difesa.
Questo è soltanto il lavoro d'inchiesta di una semplice cittadina italiana, Laura Picchi, che si è stancata di sentir ripetere assurdità del tipo "Ustica è un mistero che dura da 30 anni" o di sentir parlare di generici "complotti di stato" la sera di Ustica.
Questo è soltanto il lavoro d'inchiesta di una semplice cittadina italiana, Laura Picchi, che si è stancata di sentir ripetere assurdità del tipo "Ustica è un mistero che dura da 30 anni" o di sentir parlare di generici "complotti di stato" la sera di Ustica.
Il mio lavoro d'inchiesta sulla Strage di Ustica inizia da quegli indizi dati in due telefonate dal maresciallo Dettori a Mario Ciancarella, fatte una il giorno dopo o due giorni dopo Ustica, l'altra dopo il ritrovamento ufficiale del Mig libico sulla Sila il 18 luglio 1980.
Il maresciallo Dettori disse a Mario Ciancarella nella seconda telefonata: "Si guardi gli orari degli atterraggi e i missili a testata inerte e a guida radar"
Ho rintracciato due tabelle degli orari di decollo e atterraggio a Grosseto registrati dal radar di Poggio Ballone, luogo dove era in servizio la sera di Ustica il maresciallo Dettori. Il maresciallo Ami Mario Alberto Dettori era in servizio certamente la sera di Ustica com'è scritto (in Procura dove sta archiviato il fascicolo di Ustica)in un rapporto di polizia giudiziaria consegnato al giudice Rosario Priore. Il rapporto di polizia giudiziaria si trova alla Procura di Roma nel fascicolo relativo alla Strage di Ustica
Ho controllato che in entrambe le tabelle si potessero rintracciare gli stessi orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica, perchè una delle due di tabella è tagliata.
Ad esempio in entrambe le tabelle c'è questo primo rilevamento del radar di Poggio Ballone la sera di Ustica della traccia di questo volo militare:
180007 | AA417 | 17 | -4 | 129 | 501 | 309 | - | F | L | 00 | 7777 | 0000 | 7 | P.BALLONE |
In entrambe le tabelle dunque ci sono gli stessi orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica.
Io credevo che nella seconda tabella, quella non tagliata, si fosse omesso di proposito di dire che quegli orari delle tracce dei voli registrati la sera di Ustica sono orari zulu(orario di Greenwich è l'orario zulu per chi non lo sapesse). Nella sentenza ordinanza il giudice Priore scrive però a proposito del volo civile del Dc9 che partì da Bologna alle ore 18.08 zulu, 20.08 locali(per l'italia in estate all'orario di Greenwich vanno sommate due ore perchè c'è l'ora legale ndr) e che se non c'è la "Z" di zulu accanto agli orari di un volo, bisogna intenderli come orari zulu o di Greenwich comunque e non come l'ora locale. Se ciò valesse anche per i voli militari (nella tabella non tagliata non c'è scritta la "Z" di zulu accanto agli orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio ballone la sera di Ustica, è stata omessa) ci potrebbe essere anche la buona fede di chi l'ha fatta la tabella e non l'intenzione di falsificarla, perchè comunque quegli orari delle tracce dei voli registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di ustica indicati nella tabella non tagliata, sono orari zulu, con o senza la "Z" di zulu accanto.
Come già scritto dalla tabella non tagliata l'ultima traccia di un volo registrata da Poggio Ballone la sera di Ustica era delle 19.30.00. Certa ormai che le 19.30.00 fosse orario zulu, aggiungendo due ore (visto che Ustica è accaduta in un periodo in cui il fuso orario italiano non è +1 da Greenwich ma +2 ndr) ho ricavato l'orario locale italiano dell'ultima traccia di un volo registrata dal radar di Poggio Ballone la sera della Strage di Ustica. L'ultima traccia di un un volo fu registrata dal radar di Poggio Ballone la sera della Strage di Ustica alle 21.30, ovvero 32 minuti dopo la strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu la sera di Ustica il radar di Poggio Ballone registrò l'ultima traccia del volo militare siglato LG475. L'ultima parte del mio lavoro che non avevo ancora avuto il tempo di fare è cercare l'orario zulu della prima rilevazione radar di Poggio Ballone di questo volo militare.
Non c'è stato da cercare molto. La prima rilevazione radar di Poggio Ballone di questo volo militare la sera di Ustica è delle 18.17.08 , nove minuti dopo che il Dc9 Itavia decollò da Bologna la sera di Ustica. Eppure ai giornalisti, ai giudici e ai politici non è interessato indagare o far domande in 30 anni sul volo militare LG475 la cui ultima traccia fu registrata dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica 32 minuti dopo la strage.
A pg.95 del famoso libro "Punto Condor, Ustica: il processo di Daniele Biacchessi,Fabrizio Colarieti" c'è scritto poi che non era di turno in caso di allarme nei cieli italiani nessuno dei gruppi di volo di caccia intercettori f104 a Grosseto la sera di Ustica. Se ci fosse stato allarme nei cieli italiani sarebbero partiti in scamble intercettori delle basi di Cameri, Gioia del colle e Rimini.
A pagina 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" si fa ampio riferimento al numero dell'Europeo del 5 luglio 1993. In esso era scritto: (...)per l'addestramento i caccia vengono armati con missili a testata inerte. Nella testata hanno esplosivo(tritolo e tnt)ma in quantità limitatissima e sono zavorrati da sferule d'acciaio.
A pag 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" già citato si trova anche scritto: "(..)Le stesse sferule(scrive l'europeo)che i periti di parte hanno ritrovato in un flap del Dc9 itavia.(..)Sono elementi molto interessanti queste sferule trovate nei flap(ma il flap è uno solo ndr)e in alcuni corpi delle vittime del dc9(..)
A pagina 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" si fa ampio riferimento al numero dell'Europeo del 5 luglio 1993. In esso era scritto: (...)per l'addestramento i caccia vengono armati con missili a testata inerte. Nella testata hanno esplosivo(tritolo e tnt)ma in quantità limitatissima e sono zavorrati da sferule d'acciaio.
A pag 50 del libro " Ustica, la tragedia e l'imbroglio" già citato si trova anche scritto: "(..)Le stesse sferule(scrive l'europeo)che i periti di parte hanno ritrovato in un flap del Dc9 itavia.(..)Sono elementi molto interessanti queste sferule trovate nei flap(ma il flap è uno solo ndr)e in alcuni corpi delle vittime del dc9(..)
Seconda parte
Volo LG475 le cui tracce sono state registrate da Poggio Ballone la sera di Ustica: perchè questo volo è certamente militare
Sulla tabella non tagliata degli orari delle tracce di voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica avevo segnalato a tutti che c'era il volo LG475, avevo detto che la prima traccia di questo volo LG475 registrata dal radar di Poggio Ballone era delle 18.17 zulu, ovvero 9 minuti dopo che era decollato a Bologna il dc9 la sera di Ustica e l'ultima delle 19.30 zulu, 32 minuti dopo la strage.
Avevo scritto che sono certa che quello è un volo militare.
Spiego nel dettaglio il motivo.
Sia gli aerei civili, sia quelli militari rispondono alla richiesta di identificazione radar ma in modo diverso.
Intanto per quanto riguarda il volo LG475 non rispose in nessun modo la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar intorno alle 18.17 -18.18 zulu e questo dovrebbe essere indagato dalla Procura di Roma competente per Ustica o dalla Commissione difesa.
Alle 19.30 zulu il volo LG475 rispose la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar in modo 3.
Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo 1, in modo 2 o in modo 3(IFF o SIF 1-2-3), oggi anche in modo 4 e 5 è un aereo militare come appunto quello del volo LG475 che la sera di Ustica alle 19.30 zulu rispose in modo 3.
Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo A, in modo C, in modo S è un aereo civile.
Siccome il modo A con cui risponde l'aereo civile è uguale al modo 3 con cui risponde l'aereo militare, oltre che modo A, si può anche definire modo 3/a. Il modo 3 è comunque uno dei modi con cui risponde l'aereo militare alla richiesta di identificazione radar. Potete verificare quanto scrivo al link: http://en.wikipedia.org/wiki/Identification_friend_or_foe(è in inglese il file, ma potete certamente se volete trovare qualche traduttore on line per tradurlo in italiano ndr)
Sulla tabella non tagliata degli orari delle tracce di voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone la sera di Ustica avevo segnalato a tutti che c'era il volo LG475, avevo detto che la prima traccia di questo volo LG475 registrata dal radar di Poggio Ballone era delle 18.17 zulu, ovvero 9 minuti dopo che era decollato a Bologna il dc9 la sera di Ustica e l'ultima delle 19.30 zulu, 32 minuti dopo la strage.
Avevo scritto che sono certa che quello è un volo militare.
Spiego nel dettaglio il motivo.
Sia gli aerei civili, sia quelli militari rispondono alla richiesta di identificazione radar ma in modo diverso.
Intanto per quanto riguarda il volo LG475 non rispose in nessun modo la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar intorno alle 18.17 -18.18 zulu e questo dovrebbe essere indagato dalla Procura di Roma competente per Ustica o dalla Commissione difesa.
Alle 19.30 zulu il volo LG475 rispose la sera di Ustica alla richiesta di identificazione radar in modo 3.
Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo 1, in modo 2 o in modo 3(IFF o SIF 1-2-3), oggi anche in modo 4 e 5 è un aereo militare come appunto quello del volo LG475 che la sera di Ustica alle 19.30 zulu rispose in modo 3.
Se un aereo risponde alla richiesta di identificazione radar in modo A, in modo C, in modo S è un aereo civile.
Siccome il modo A con cui risponde l'aereo civile è uguale al modo 3 con cui risponde l'aereo militare, oltre che modo A, si può anche definire modo 3/a. Il modo 3 è comunque uno dei modi con cui risponde l'aereo militare alla richiesta di identificazione radar. Potete verificare quanto scrivo al link: http://en.wikipedia.org/wiki/Identification_friend_or_foe(è in inglese il file, ma potete certamente se volete trovare qualche traduttore on line per tradurlo in italiano ndr)
Terza parte
3.1 La questione del codice di emergenza generale e la Strage di Ustica
Il codice di emergenza generale la sera di Ustica Priore scrive che è stato squoccato più volte da Naldini e Nutarelli in Iff(sif) modo 1(uno dei modi con cui l'aereo militare risponde alla richiesta di identificazione dell'operatore radar ndr) con il codice 73.
Il codice di emergenza generale è però 7700 o 4x che squoccano gli aerei militari, non 73. Allora c'è da tornare a vedersi la tabella della sera di Ustica non tagliata dei voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone di Grosseto a questo link:
Pballone tabella non tagliata.ods http://www.mediafire.com/file/nmrwzmzm3tl/Pballone%20tabella%20non%20tagliata.ods
La prima rilevazione radar di Poggio Ballone del volo militare LG475 la sera di Ustica è delle 18.17.08, nove minuti dopo che il Dc9 Itavia decollò da Bologna la sera di Ustica.
La sera di Ustica fu squoccato il codice di emergenza generale 7700 in realtà forse una sola volta o proprio per niente, due minuti dopo che il radar ha registrato la prima traccia del volo militare LG475. Di solito è squoccato il codice di emergenza generale 7700 in modo 3 dagli aerei militari e non in modo 2 come in questo caso( vedi http://books.google.it/books?id=m5V04SXE4zQC&pg=PT257&lpg=PT257&dq=military+squawk+emergency&source=bl&ots=iYYl0m-Brg&sig=6AQbvAPNmW4eVJ_RWyaKKNN6Tck&hl=it&ei=23tpS_WtK8ndsgbfp-zADA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=8&ved=0CDUQ6AEwBw#v=onepage&q=military%20squawk%20emergency&f=false)
Ecco la registrazione di Poggio Ballone della traccia del volo militare che potrebbe aver squoccato il codice di emergenza generale la sera di Ustica:
3.1 La questione del codice di emergenza generale e la Strage di Ustica
Il codice di emergenza generale la sera di Ustica Priore scrive che è stato squoccato più volte da Naldini e Nutarelli in Iff(sif) modo 1(uno dei modi con cui l'aereo militare risponde alla richiesta di identificazione dell'operatore radar ndr) con il codice 73.
Il codice di emergenza generale è però 7700 o 4x che squoccano gli aerei militari, non 73. Allora c'è da tornare a vedersi la tabella della sera di Ustica non tagliata dei voli militari registrati dal radar di Poggio Ballone di Grosseto a questo link:
Pballone tabella non tagliata.ods http://www.mediafire.com/file/nmrwzmzm3tl/Pballone%20tabella%20non%20tagliata.ods
La prima rilevazione radar di Poggio Ballone del volo militare LG475 la sera di Ustica è delle 18.17.08, nove minuti dopo che il Dc9 Itavia decollò da Bologna la sera di Ustica.
La sera di Ustica fu squoccato il codice di emergenza generale 7700 in realtà forse una sola volta o proprio per niente, due minuti dopo che il radar ha registrato la prima traccia del volo militare LG475. Di solito è squoccato il codice di emergenza generale 7700 in modo 3 dagli aerei militari e non in modo 2 come in questo caso( vedi http://books.google.it/books?id=m5V04SXE4zQC&pg=PT257&lpg=PT257&dq=military+squawk+emergency&source=bl&ots=iYYl0m-Brg&sig=6AQbvAPNmW4eVJ_RWyaKKNN6Tck&hl=it&ei=23tpS_WtK8ndsgbfp-zADA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=8&ved=0CDUQ6AEwBw#v=onepage&q=military%20squawk%20emergency&f=false)
Ecco la registrazione di Poggio Ballone della traccia del volo militare che potrebbe aver squoccato il codice di emergenza generale la sera di Ustica:
181913 | LL013 | 13 | -6 | 5 | 706 | 222 | - | F | L | 00 | 7700 | 0000 | 7 | P.BALLONE |
L'ultima traccia registrata da Poggio Ballone del volo militare LL013 è questa:
191952 | LL013 | 13 | -158 | 51 | 320 | 3 | 21000 | F | L | 03 | - | 0164 | 7 | P. BAL LONE |
Le 19.19.52 zulu in cui è registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 sono le 21 e 19 orario locale, 21 minuti dopo la Strage di Ustica e che abbia o non abbia squoccato emergenza generale questo aereo militare era ancora in volo al momento della Strage di Ustica.
Se come dicono a questo link: http://www.strageustica.it/leggende/tf%20naldini%20nutarelli.htm la traccia del volo militare LL013 potrebbe appartenere alla missione la sera di Ustica di Naldini e Nutarelli, indipendentemente che abbiano o non abbiano squoccato il codice di emergenza generale, non sarebbero atterrati come sostiene il giudice Priore Naldini e Nutarelli alle 20 e 45 ora locali(18 e 45 zulu), perchè erano le 19.19.52 zulu della sera di Ustica in cui fu registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 dal radar di Poggio Ballone di Grosseto, ovvero le 21 e 19 orario locale, ovvero 21 minuti dopo la Strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu, 21.30 orario locale il radar di Poggio Ballone infine come sappiamo registrò la sera di Ustica l'ultima traccia del volo militare LG475, erano passati 32 minuti dalla Strage di Ustica. Se Naldini e Nutarelli fossero stati sul volo militare LL013, chi c'era sul volo militare LG475?
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?
Se come dicono a questo link: http://www.strageustica.it/leggende/tf%20naldini%20nutarelli.htm la traccia del volo militare LL013 potrebbe appartenere alla missione la sera di Ustica di Naldini e Nutarelli, indipendentemente che abbiano o non abbiano squoccato il codice di emergenza generale, non sarebbero atterrati come sostiene il giudice Priore Naldini e Nutarelli alle 20 e 45 ora locali(18 e 45 zulu), perchè erano le 19.19.52 zulu della sera di Ustica in cui fu registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 dal radar di Poggio Ballone di Grosseto, ovvero le 21 e 19 orario locale, ovvero 21 minuti dopo la Strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu, 21.30 orario locale il radar di Poggio Ballone infine come sappiamo registrò la sera di Ustica l'ultima traccia del volo militare LG475, erano passati 32 minuti dalla Strage di Ustica. Se Naldini e Nutarelli fossero stati sul volo militare LL013, chi c'era sul volo militare LG475?
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?
3.2 Strage di Ustica: Questione track number
Il track number viene assegnato ad un volo civile o militare dal radar che per primo ne individua la traccia nei cieli italiani.
Sono di nostro interesse due track number: LG475 e LL013.
Dei track number ci interessano le coppie di lettere LG e LL. I numeri sono assegnati in progressione ai vari voli militari e civili sempre dal radar
che per primo ne individua la traccia nei cieli italiani.
che per primo ne individua la traccia nei cieli italiani.
LG ci permette di capire che il radar che individua per primo questo volo militare nei cieli è quello di Mortara, provincia di Pavia.
Dove la individua la prima traccia del volo militare LG475 il radar di Mortara? Nella zona di Novara. Nella zona di Novara c'è la base aerea militare italiana di Cameri, dove ci sono gli f-104 come a Grosseto. La base aerea militare di Cameri era di servizio la sera di Ustica per partire in missione scramble in caso di emergenza nei cieli italiani, a Grosseto la sera di Ustica non erano di servizio la sera di Ustica per partire in missione scramble in caso di emergenza nei cieli italiani.
LL ci permette di capire che il radar che individua per primo questo volo militare nei cieli italiani è quello di Poggio Ballone.
Entrambi gli aerei militari siglati LG475 e LL013 sono ancora in volo al momento della strage di Ustica.
Erano le 19.19.52 zulu della sera di Ustica in cui fu registrata l'ultima traccia del volo militare LL013 dal radar di Poggio Ballone di Grosseto, ovvero le 21 e 19 orario locale, ovvero 21 minuti dopo la Strage di Ustica.
Alle 19.30.00 zulu, 21.30 orario locale il radar di Poggio Ballone infine come sappiamo registrò la sera di Ustica l'ultima traccia del volo militare LG475, erano passati 32 minuti dalla Strage di Ustica.
Nella perizia radaristica Dalle Mese ed altri del 16 giugno 1997 si trova scritto:
“LG475 Friend - Traccia vista da Mortara, viene trasmessa a Poggio Ballone tra le 18.17 per un minuto e 30 secondi in zona Novara (probabilmente Cameri). Presenta codici SIF identificativi di velivolo militare. Vedasi Fig.A.7. Da notare che non è vista da Poggio Ballone ma solo ricevuta come remota.
- LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”
Dalle Mese ed altri si soffermano solo sulle prime tracce dei voli militari LG475 e LL013 registrate da Poggio Ballone, non sull'ultima traccia registrata da Poggio ballone degli stessi voli militari LG475 e LL013 rispettivamente delle 19.30.00 zulu e delle 19.19.52 zulu.
Ci dicono Dalle Mese ed altri che quei due voli militari erano friendly(amici).
Gli interrogativi sono due da porsi, ma come al solito deve dare una risposta la Commissione Difesa o la magistratura.
Partì forse un F 104 italiano da Cameri con il compito di intercettare il Mig partito in realtà da Pratica di Mare( visto che era la base di cameri di servizio per partire in missione scramble la sera di Ustica e non Grosseto) e il cui pilota(del Mig) avrebbe nel piano originario dovuto confessare la Strage di Ustica (fatta in realtà da un F 104 di Grosseto)?
Il volo militare LL013 è di quel F-104 di Grosseto che ha abbattuto il Dc9 Itavia la sera di Ustica?
Come ho poi scritto nella terza parte/1 del mio lavoro d'inchiesta di Ustica(è importante ribadirlo):
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?
- LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”
Dalle Mese ed altri si soffermano solo sulle prime tracce dei voli militari LG475 e LL013 registrate da Poggio Ballone, non sull'ultima traccia registrata da Poggio ballone degli stessi voli militari LG475 e LL013 rispettivamente delle 19.30.00 zulu e delle 19.19.52 zulu.
Ci dicono Dalle Mese ed altri che quei due voli militari erano friendly(amici).
Gli interrogativi sono due da porsi, ma come al solito deve dare una risposta la Commissione Difesa o la magistratura.
Partì forse un F 104 italiano da Cameri con il compito di intercettare il Mig partito in realtà da Pratica di Mare( visto che era la base di cameri di servizio per partire in missione scramble la sera di Ustica e non Grosseto) e il cui pilota(del Mig) avrebbe nel piano originario dovuto confessare la Strage di Ustica (fatta in realtà da un F 104 di Grosseto)?
Il volo militare LL013 è di quel F-104 di Grosseto che ha abbattuto il Dc9 Itavia la sera di Ustica?
Come ho poi scritto nella terza parte/1 del mio lavoro d'inchiesta di Ustica(è importante ribadirlo):
I volumi dei voli strips dei mesi giugno e luglio 1980, da dove è possibile ricavare i nomi dell'equipaggio di ciascun volo militare la sera di Ustica, non è stato possibile sequestrarli a Grosseto. Distrutti quei volumi dei voli strips o imboscati da qualcuno?
3.3 le deposizioni di Giannelli e Bergamini sul tipo di orario usato a Grosseto la sera di Ustica
Il pilota Giannelli(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice a Priore che a Grosseto non si usava l'orario zulu, ma locale la sera di Ustica. Non risultano indagini a suo carico per falsa testimonianza.
Il pilota capitano Bergamini(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice la verità sugli orari usati a Grosseto a priore il 16 gennaio 1992. Dice Bergamini a Priore: "(..) gli orari … erano in Zulu(...).
Il pilota Giannelli(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice a Priore che a Grosseto non si usava l'orario zulu, ma locale la sera di Ustica. Non risultano indagini a suo carico per falsa testimonianza.
Il pilota capitano Bergamini(che la verità ufficiale dava in volo con Naldini e Nutarelli la sera di ustica) dice la verità sugli orari usati a Grosseto a priore il 16 gennaio 1992. Dice Bergamini a Priore: "(..) gli orari … erano in Zulu(...).
Sia Giannelli che Bergamini lasciarono l'aeronautica militare nel 1987( vedi link: http://www.strageustica.it/leggende/altre%20missioni%20grosseto.htm)
laura picchi
QUARTA PARTE
La sera del 27 giugno 1980 al momento della Strage di Ustica c'erano in volo nei cieli italiani un Awacs e un Pd 808(vedi http://www.stragi80.it/rassegna/settimanali/Eu_120793.pdf per il Pd 808 pilotato da Licio Giorgieri di solito usato per accecare i radar, l'intervista di Pino Maniaci a Ciancarella per l'Awacs in volo la sera di Ustica: http://www.youtube.com/watch?v=iF4sO_LN_d4 e per la spiegazione di cos'è l'Awacs:http://www.ciao.it/Aereonautica_Militare_Italiana__Opinione_756725)
Il Pd 808 in volo la sera di Ustica era pilotato dal generale Licio Giorgieri, lo stesso generale che noi temiamo essere uno dei due testimoni di Sandro Marcucci che poteva dire al giudice che il Mig ritrovato sulla Sila era decollato la sera di Ustica da pratica di mare e che fu ucciso il 20 marzo 1987 dalle Unità dei comunisti combattenti(per la verità ufficiale ndr).
Il pd 808 di solito è usato per la guerra elettronica e per accecare i radar a terra.
La perizia radaristica di Dalle Mese ed altri nel considerare solo le prime tracce e i relativi orari zulu registrati la sera di Ustica dal radar di Poggio ballone dei voli militari LG 475 e LL 013 non considera minimamente la presenza del Pd 808 pilotato da Giorgieri nei cieli italiani capace e di solito usato per oscurare i radar insieme alla presenza di un Awacs Nato il quale da un lato comunica con gli aerei amici dando indicazioni sulle zone oscurate ai radar a terra, dall'altra rende ancora più invisibili ai radar a terra quegli stessi aerei amici.
La perizia radaristica Dalle Mese ed altri ci dice "LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”
Dalle Mese ed altri non considerano che il volo militare LL013 si potrebbe essere immesso nel cono d'ombra fatto dal Pd 808 e/o dall'Awacs, così come potrebbe aver fatto il volo militare LG 475.
Dalle Mese ed altri non spiegano nemmeno perchè se la traccia registrata da poggio Ballone del volo militare LL013 fosse di un aereo militare che sta atterrando a Grosseto risulta dal track number LL013 che il primo radar che registra la prima traccia di quel volo militare è Poggio Ballone stesso.
Se il volo militare LL013 fosse in atterraggio a Grosseto, come ci dice la perizia radaristica Dalle mese ed altri potrebbero essere solo due le possibilità: o gli è stato dato il track number LL013 perchè è decollato da Grosseto e dunque il primo radar che lo vede nei cieli italiani è quello di Poggio Ballone, ma allora quella non avrebbe dovuto essere la prima traccia registrata da Poggio Ballone del volo militare LL013 ma essercene altre precedenti ad orari precedenti e invece dalla tabella non tagliata risulta proprio essere la prima traccia quella registrata la sera di Ustica del volo militare LL013, oppure un altro radar prima di Poggio Ballone avrebbe identificato nei cieli italiani quel volo militare e di conseguenza il track number di quel volo militare non sarebbe certo stato LL013, visto che come abbiamo visto solo se ad individuare per primo nei cieli italiani un volo militare è Poggio ballone il track number inizia con le lettere LL e poi il numero progressivo assegnato al volo militare stesso.
Lo ribadisco non sta ad una cittadina ordinaria e per giunta non esperta in materia dare risposte, nè giudicare il lavoro di periti radaristici, ma alla magistratura e alla Commissione Difesa, come sta a chi di dovere indagare su che fine abbiano fatto i volumi giugno e luglio 1980 dei voli strips di Grosseto che non è stato possibile sequestrare.
Laura Picchi
Il Pd 808 in volo la sera di Ustica era pilotato dal generale Licio Giorgieri, lo stesso generale che noi temiamo essere uno dei due testimoni di Sandro Marcucci che poteva dire al giudice che il Mig ritrovato sulla Sila era decollato la sera di Ustica da pratica di mare e che fu ucciso il 20 marzo 1987 dalle Unità dei comunisti combattenti(per la verità ufficiale ndr).
Il pd 808 di solito è usato per la guerra elettronica e per accecare i radar a terra.
La perizia radaristica di Dalle Mese ed altri nel considerare solo le prime tracce e i relativi orari zulu registrati la sera di Ustica dal radar di Poggio ballone dei voli militari LG 475 e LL 013 non considera minimamente la presenza del Pd 808 pilotato da Giorgieri nei cieli italiani capace e di solito usato per oscurare i radar insieme alla presenza di un Awacs Nato il quale da un lato comunica con gli aerei amici dando indicazioni sulle zone oscurate ai radar a terra, dall'altra rende ancora più invisibili ai radar a terra quegli stessi aerei amici.
La perizia radaristica Dalle Mese ed altri ci dice "LL013 Friend - Traccia vista tra l'Elba e l'Argentario per poche battute dalle 18.18.46. Un minuto dopo scende di qualità per cui i successivi dati non sono realistici. Per codici identificativi è aereo militare in probabile discesa a Grosseto.”
Dalle Mese ed altri non considerano che il volo militare LL013 si potrebbe essere immesso nel cono d'ombra fatto dal Pd 808 e/o dall'Awacs, così come potrebbe aver fatto il volo militare LG 475.
Dalle Mese ed altri non spiegano nemmeno perchè se la traccia registrata da poggio Ballone del volo militare LL013 fosse di un aereo militare che sta atterrando a Grosseto risulta dal track number LL013 che il primo radar che registra la prima traccia di quel volo militare è Poggio Ballone stesso.
Se il volo militare LL013 fosse in atterraggio a Grosseto, come ci dice la perizia radaristica Dalle mese ed altri potrebbero essere solo due le possibilità: o gli è stato dato il track number LL013 perchè è decollato da Grosseto e dunque il primo radar che lo vede nei cieli italiani è quello di Poggio Ballone, ma allora quella non avrebbe dovuto essere la prima traccia registrata da Poggio Ballone del volo militare LL013 ma essercene altre precedenti ad orari precedenti e invece dalla tabella non tagliata risulta proprio essere la prima traccia quella registrata la sera di Ustica del volo militare LL013, oppure un altro radar prima di Poggio Ballone avrebbe identificato nei cieli italiani quel volo militare e di conseguenza il track number di quel volo militare non sarebbe certo stato LL013, visto che come abbiamo visto solo se ad individuare per primo nei cieli italiani un volo militare è Poggio ballone il track number inizia con le lettere LL e poi il numero progressivo assegnato al volo militare stesso.
Lo ribadisco non sta ad una cittadina ordinaria e per giunta non esperta in materia dare risposte, nè giudicare il lavoro di periti radaristici, ma alla magistratura e alla Commissione Difesa, come sta a chi di dovere indagare su che fine abbiano fatto i volumi giugno e luglio 1980 dei voli strips di Grosseto che non è stato possibile sequestrare.
Laura Picchi
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