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mercoledì 19 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Il capitalismo è ormai solo un nauseante cadavere
Per il marxismo la storia è una successione di modi di produzione e dei rapporti fra gli uomini che essi determinano, dal comunismo primitivo, organico e naturale, alle società di classe. L’epoca capitalistica si affermò sulla base della tecnica produttiva moderna, che utilizza le scoperte della scienza e nelle grandi fabbriche concentra i lavoratori. Il proletariato moderno, privo di ogni mezzo di sussistenza, diventa un venditore della propria forza lavoro.
Ma il potenziarsi dei sistemi produttivi, anziché condizione di benessere, nel regime capitalista genera una crescente miseria e insicurezza. Lo spropositato accumulo di merci prodotte, nella quasi totalità inutili o dannose, che il mercato non riesce ad assorbire, genera quel fenomeno esclusivo del capitalismo che è la sovrapproduzione, la povertà nella ricchezza.
Inoltre, per il crescente impiego di macchine e la relativa diminuzione del numero di lavoratori, si determina la caduta tendenziale del saggio del profitto: il Capitale, più smisuratamente cresce e sembra ergersi potente sopra tutta la società, più riduce la sua forza e vitalità. Questo meccanismo della crisi economica la rende in nessun modo sanabile.
È questo stato agonico del capitalismo che costringe gli Stati al ricorso alla guerra imperialista: è solo per rimandare la propria fine che la mondiale classe borghese spinge, da una parte, all’aumento dell’estorsione di plusvalore dalla classe operaia, dall’altra, a precipitare l’umanità in una terza guerra imperialista, ove schierare i lavoratori gli uni contro gli altri.
La crisi del 1929 portò gli imperialismi a scontrarsi nel secondo macello mondiale: solo dopo distrutti uomini, città, macchinari, merci riuscirono a far ripartire l’accumulazione. Questo demente ciclo di crescita si è chiuso a metà degli anni settanta con l’inizio dell’attuale crisi.
La classe internazionale dei lavoratori può e deve liberarsene
Una sola forza esiste all’interno della società capitalistica che può dare il colpo finale a questo regime, la classe operaia, la classe che non solo già produce la totalità della ricchezza ma che anche, una volta liberatasi dalla sottomissione politica ed economica al Capitale, è portatrice della società nuova, il Comunismo, che dal guscio capitalista sempre più preme per venire alla luce.
Ma oggi, nonostante questa maturità oggettiva, la classe operaia in tutti i paesi, a causa del travagliato secolare percorso della sua emancipazione, è costretta a ripartire da zero.
Il travolgente tentativo rivoluzionario nei primi due decenni del secolo scorso aveva prodotto un partito comunista mondiale, la Terza Internazionale Comunista, impostata sulle tesi radicali ed intransigenti del marxismo originario di sinistra, ed era giunto alla vittoria in Russia e alla presa del potere, in nome della rivoluzione comunista mondiale.
Sconfitta in tutti i paesi quella ondata rivoluzionaria, che aveva fatto leva sul disfattismo proletario in pace e in guerra, la classe operaia da allora è stata investita da tradimenti e inganni da ogni lato che, peggiori di quelli che avevano portato alla degenerazione della Seconda Internazionale socialdemocratica e riformista, le facevano perdere ogni coscienza e ricordo di sé.
Stalinismo, maoismo, castrismo, con la teoria del socialismo in un solo paese, venivano a mascherare sotto le insegne del comunismo, ideologie, principi, partiti, Stati ed economie in tutto capitalisti e borghesi.
In parallelo si portava il movimento comunista ad allinearsi e confondersi con le rivendicazione della difesa della democrazia, che non può essere che borghese, e dell’anti-fascismo, facendo dei partiti comunisti degenerati i difensori ad oltranza dei parlamenti, delle Costituzioni e della legalità borghese.
Anche il movimento sindacale era trascinato in questa corrente di sottomissione agli interessi e alle istituzioni del capitalismo e portato a rinunciare alla prospettiva, che prima lo aveva informato, non solo della difesa del lavoro e del salario, ma della emancipazione della classe lavoratrice dal Capitale, indirizzo che solo ne rappresenta il proprio vero e pieno significato.
Necessità ed utilità della crisi
La crisi del Capitale non è la crisi della classe operaia, correttamente intesa, anche se è soprattutto questa a pagarne le conseguenze. È, propriamente, la crisi mortale del suo nemico storico e sociale, ed è la premessa per l’abbattimento rivoluzionario di questo regime, per la dittatura del proletariato.
Compagni, oggi dobbiamo ripartire da zero!
La classe operaia ha un suo bagaglio di teoria, una sua completa visione del mondo, ed un secolo e mezzo di lezioni da numerose sconfitte e da poche ma grandiose vittorie. Tutto quello che le è stato insegnato, dai nemici e dai falsi amici, negli ultimi ottanta anni si è dimostrato falsità e menzogna; il marxismo autentico invece non ha mai tradito né illuso e la giustezza delle sue previsioni sulla catastrofe del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti.
Il compito dell’oggi è quello della riscoperta della originaria dottrina comunista e del partito comunista internazionale, che solo ne può essere il depositario e la può impugnare, al suo interno e nell’azione politica.
Sul piano della lotta difensiva immediata il proletariato internazionale troverà anche la forza di reagire all’attacco che sta subendo e di ridarsi una organizzazione sindacale di classe. Questa tornerà a rifiutare ogni corresponsabilità nei confronti della economia dei borghesi e delle loro nazioni, essendo il suo scopo la difesa incondizionata dei lavoratori. Questo sindacato, organizzato per categorie ma anche territorialmente, renderà possibile l’incontro fra lavoratori di diverse specializzazioni, nazionalità e opinione politica, occupati e disoccupati, oggi mantenuti separati nelle singole aziende. Questo favorirà l’unione e il coordinamento delle lotte sugli obbiettivi comuni.
Il compito che attende le nuove generazioni proletarie è entusiasmante e grandioso, così come la prospettiva dell’emancipazione comunista dell’uomo da questa società in putrefazione.
Ma il potenziarsi dei sistemi produttivi, anziché condizione di benessere, nel regime capitalista genera una crescente miseria e insicurezza. Lo spropositato accumulo di merci prodotte, nella quasi totalità inutili o dannose, che il mercato non riesce ad assorbire, genera quel fenomeno esclusivo del capitalismo che è la sovrapproduzione, la povertà nella ricchezza.
Inoltre, per il crescente impiego di macchine e la relativa diminuzione del numero di lavoratori, si determina la caduta tendenziale del saggio del profitto: il Capitale, più smisuratamente cresce e sembra ergersi potente sopra tutta la società, più riduce la sua forza e vitalità. Questo meccanismo della crisi economica la rende in nessun modo sanabile.
È questo stato agonico del capitalismo che costringe gli Stati al ricorso alla guerra imperialista: è solo per rimandare la propria fine che la mondiale classe borghese spinge, da una parte, all’aumento dell’estorsione di plusvalore dalla classe operaia, dall’altra, a precipitare l’umanità in una terza guerra imperialista, ove schierare i lavoratori gli uni contro gli altri.
La crisi del 1929 portò gli imperialismi a scontrarsi nel secondo macello mondiale: solo dopo distrutti uomini, città, macchinari, merci riuscirono a far ripartire l’accumulazione. Questo demente ciclo di crescita si è chiuso a metà degli anni settanta con l’inizio dell’attuale crisi.
La classe internazionale dei lavoratori può e deve liberarsene
Una sola forza esiste all’interno della società capitalistica che può dare il colpo finale a questo regime, la classe operaia, la classe che non solo già produce la totalità della ricchezza ma che anche, una volta liberatasi dalla sottomissione politica ed economica al Capitale, è portatrice della società nuova, il Comunismo, che dal guscio capitalista sempre più preme per venire alla luce.
Ma oggi, nonostante questa maturità oggettiva, la classe operaia in tutti i paesi, a causa del travagliato secolare percorso della sua emancipazione, è costretta a ripartire da zero.
Il travolgente tentativo rivoluzionario nei primi due decenni del secolo scorso aveva prodotto un partito comunista mondiale, la Terza Internazionale Comunista, impostata sulle tesi radicali ed intransigenti del marxismo originario di sinistra, ed era giunto alla vittoria in Russia e alla presa del potere, in nome della rivoluzione comunista mondiale.
Sconfitta in tutti i paesi quella ondata rivoluzionaria, che aveva fatto leva sul disfattismo proletario in pace e in guerra, la classe operaia da allora è stata investita da tradimenti e inganni da ogni lato che, peggiori di quelli che avevano portato alla degenerazione della Seconda Internazionale socialdemocratica e riformista, le facevano perdere ogni coscienza e ricordo di sé.
Stalinismo, maoismo, castrismo, con la teoria del socialismo in un solo paese, venivano a mascherare sotto le insegne del comunismo, ideologie, principi, partiti, Stati ed economie in tutto capitalisti e borghesi.
In parallelo si portava il movimento comunista ad allinearsi e confondersi con le rivendicazione della difesa della democrazia, che non può essere che borghese, e dell’anti-fascismo, facendo dei partiti comunisti degenerati i difensori ad oltranza dei parlamenti, delle Costituzioni e della legalità borghese.
Anche il movimento sindacale era trascinato in questa corrente di sottomissione agli interessi e alle istituzioni del capitalismo e portato a rinunciare alla prospettiva, che prima lo aveva informato, non solo della difesa del lavoro e del salario, ma della emancipazione della classe lavoratrice dal Capitale, indirizzo che solo ne rappresenta il proprio vero e pieno significato.
Necessità ed utilità della crisi
La crisi del Capitale non è la crisi della classe operaia, correttamente intesa, anche se è soprattutto questa a pagarne le conseguenze. È, propriamente, la crisi mortale del suo nemico storico e sociale, ed è la premessa per l’abbattimento rivoluzionario di questo regime, per la dittatura del proletariato.
Compagni, oggi dobbiamo ripartire da zero!
La classe operaia ha un suo bagaglio di teoria, una sua completa visione del mondo, ed un secolo e mezzo di lezioni da numerose sconfitte e da poche ma grandiose vittorie. Tutto quello che le è stato insegnato, dai nemici e dai falsi amici, negli ultimi ottanta anni si è dimostrato falsità e menzogna; il marxismo autentico invece non ha mai tradito né illuso e la giustezza delle sue previsioni sulla catastrofe del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti.
Il compito dell’oggi è quello della riscoperta della originaria dottrina comunista e del partito comunista internazionale, che solo ne può essere il depositario e la può impugnare, al suo interno e nell’azione politica.
Sul piano della lotta difensiva immediata il proletariato internazionale troverà anche la forza di reagire all’attacco che sta subendo e di ridarsi una organizzazione sindacale di classe. Questa tornerà a rifiutare ogni corresponsabilità nei confronti della economia dei borghesi e delle loro nazioni, essendo il suo scopo la difesa incondizionata dei lavoratori. Questo sindacato, organizzato per categorie ma anche territorialmente, renderà possibile l’incontro fra lavoratori di diverse specializzazioni, nazionalità e opinione politica, occupati e disoccupati, oggi mantenuti separati nelle singole aziende. Questo favorirà l’unione e il coordinamento delle lotte sugli obbiettivi comuni.
Il compito che attende le nuove generazioni proletarie è entusiasmante e grandioso, così come la prospettiva dell’emancipazione comunista dell’uomo da questa società in putrefazione.
Partito Comunista Internazionale
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lunedì 29 marzo 2010
LA MISURA DELL’ ILLEGALITA’. UN LABORATORIO PER IL POTERE DEL XXI SECOLO
La critica al regime berlusconiano non sempre riesce a cogliere il carattere barocco del neoliberismo italiano. Un sistema economico, sociale e culturale che è riuscito a tradurre la deregulation e la legge del più forte a norma dominante
Negli ultimi mesi la protesta contro il regime berlusconiano ha raggiunto toni quasi patetici. Si parla di crisi del berlusconismo come per esorcizzare la realtà di una perfetta corrispondenza tra la corruzione del ceto politico-imprenditoriale e il cinismo diffuso nella società. Ma la crisi dove sarebbe? L'escalation di arroganza non è segno di una crisi, direi, ma del suo contrario: è segno della stabilizzazione di un sistema che non ha più bisogno di legge perché basta la legge del più forte per regolare le relazioni di precarietà, sfruttamento e schiavismo nel campo del lavoro e della vita quotidiana.
Quanto più evidente è il disprezzo del ceto al potere per la legge e le regole, tanto più la protesta si concentra sulla difesa della legalità. Il problema è che la legge e le regole non valgono niente quando non esiste la forza per renderle operanti. E dove sta la forza, cos'è la forza in un sistema centrato sulla produzione mediatica della coscienza? Nel discorso corrente quel che accade in questo paese è visto come una bizzarra forma di corruzione dello spirito pubblico, come una singolare e isolata sospensione della democrazia. Allo stesso modo gli inglesi guardarono agli italiani dopo la prima guerra mondiale, e le democrazie occidentali interpretarono Mussolini: un fenomeno di marginale arretratezza culturale, o piuttosto un'anomalia culturale. Poi l'esempio di Mussolini produsse effetti su larga scala, fino a precipitare il mondo nella più grande carneficina della storia.
Tra riforma e controriforma
Forse occorrerebbe smetterla di considerare il caso italiano come un'anomalia: al contrario è l'esempio estremo degli effetti prodotti dalla deregulation, fenomeno mondiale che distrugge prima di tutto ogni regola nel rapporto tra lavoro e capitale. Vi è certamente una specificità culturale italiana che merita di essere studiata capita, approfondita. Ma grazie a Mussolini e a Berlusconi questa specificità ha finito per esprimersi come forma anticipatrice del destino del mondo.
Nel libro Vuelta de Siglo (Mexico city, Era editorial, 2006) il filosofo messicano Bolivar Echeverria parla di due modernità che configgono e si intrecciano fin dall'inizio del sedicesimo secolo. La prima è la modernità borghese fondata sulla morale protestante e sulla territorializzazione delle cose mondane e del dovere industriale. L'altra è modellata dalla Controriforma e dalla sensibilità del Barocco. Questa seconda modernità è stata rimossa e marginalizzata nello spirito pubblico dell'Occidente capitalista a partire dal momento in cui l'industrializzazione dell'ambiente umano ha richiesto una riduzione del sociale al processo di meccanizzazione. La vita della borghesia industriale è basata sulla severa dedizione al lavoro instancabile e sull'affezione proprietaria ai prodotti del lavoro. La borghesia è una classe territorializzata perché l'accumulazione di valore non può essere dissociata dall'espansione del mondo delle cose fisiche. Non esiste più la borghesia perché la produzione non si svolge più nel borgo, ma nella rete, e la ricchezza non si fonda più sulla proprietà di oggetti fisici, ma sulla deterritorializzazione finanziaria.
Echeverria osserva che fin dal sedicesimo secolo la Chiesa Cattolica ha creato un flusso alternativo di modernità, fondato sulle competenze immateriali dell'immaginazione e sulle potenze della deterritorializzazione linguistica e immaginativa. Il potere spirituale di Roma è sempre stato fondato sul controllo delle menti: questo è il suo capitale, fin quando la sua potenza venne marginalizzata dalla borghesia industriale.
La fonte dell'accumulazione
Ma quando le immagini, non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica, i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione di capitale. Se l'economia borghese territorializzata era fondata sulla severità iconoclasta del ferro e dell'acciaio, la deterritorializzazione post-moderna è fondata invece sulla macchina caleidoscopica della produzione semiotica. Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza, immaginario - sono segni, numeri, immagini, proiezioni, aspettative. Il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione, che continuamente deterritorializza il campo dello scambio.
La dinamica di progresso e crescita, nata dallo spazio fisico territoriale della fabbrica, ha obbligato le due classi fondamentali dell'epoca industriale, classe operaia e borghesia, al rispetto delle regole politiche e contrattuali. La morale protestante delle regole fonda la contrattazione collettiva e la funzione sociale dello stato.
A partire dagli anni '70 la relazione tra capitale e lavoro è stata trasformata, grazie alla tecnologia digitale e alla deregulation del mercato del lavoro. Un effetto enorme di deterritorializzazione ne è seguita, e il modello borghese è stato spazzato via, insieme alla vecchia coscienza di classe operaia. La finanziarizzazione dell'economia globale ha eroso l'identificazione borghese di ricchezza proprietà fisica e lavoro territoriale. Quando il lavoro perde la sua forma meccanica e diviene immateriale, linguistico, affettivo, la relazione deterministica tra tempo e valore si rompe. La genesi del valore entra in una fase di indeterminazione e di incertezza. La via è aperta verso un prevalere di una visione neo barocca, e all'istaurazione di una logica aleatoria nel cuore stesso dell'economia. Quando il linguaggio diviene il campo generale della produzione quando la relazione matematica tra tempo-lavoro e valore è rotta, quando la deregulation distrugge tutte le garanzie, solo un comportamento di sopraffazione criminale può prevalere.
La violenza della deregulation
Questo è accaduto, in tutto il mondo non solo in Italia dal momento in cui le politiche neoliberiste hanno occupato la scena. Il principio della scuola neoliberale, la deregulation che ha distrutto i limiti legali e politici all'espansione capitalista non può intendersi come un mutamento puramente politico. Occorre vederlo nel contesto dell'evoluzione tecnologica e culturale che ha spostato il processo di valorizzazione dalla sfera della meccanica industriale al campo della produzione semiotica.
Il lavoro cognitivo non si può ridurre alla misura del tempo dato che il rapporto tra lavoro tempo e valorizzazione diviene incerto, indeterminabile. Il mercato del lavoro globale diviene il luogo della pura legge della violenza, della sopraffazione. Non si tratta più di semplice sfruttamento, ma di schiavismo, di violenza pura contro la nuda vita, contro il corpo indifeso dei lavoratori di tutto il mondo. La violenza è diventata la forza economica prevalente nell'epoca neoliberista. In Messico come in Italia come in Russia come in molti altri paesi il mercato finanziario, il mediascape e il potere politico sono nelle mani di persone che hanno ottenuto il loro potere con l'illegalità e con la violenza. Per non parlare del ruolo che corporation come Halliburton e Blackwater hanno svolto e svolgono nel provocare guerre e nel distruggere vite e città perché questo è il loro lavoro, perché il loro business ha bisogno della guerra per prosperare. La violenza è la forza regolatrice dell'economia semiocapitalista, perchiò non é contrastabile con i richiami alla legalità e alla moralità.
Come cento anni fa littlie è l'avanguardia del capitalismo non protestante e la seconda modernità di Echeverria, che si presentò per alcuni secoli come pura reazione antimoderna emerge oggi come principio fondativo del capitalismo mondiale. L'esperienza italiana durante gli ultimi cento anni è stato il teatro principale di questo ritorno dello spirito barocco. Le performance di Mussolini e di Berlusconi sono fondate entrambe sulla esibizione teatrale dell'energia maschile, ma anche sulla capacità di penetrare nei recessi del linguaggio nel campo profondo dell'autopercezione collettiva.
Curzio Malaparte, in un libro intitolato L'Europa vivente, ragionava su questo punto: il fascismo raccoglie l'eredità della Controriforma e dello spirito barocco, e la trasforma in un'energia che è al tempo stesso anti-moderna e neo-moderna. «Noi saremo grandi anche senza passare con un ritardo di tre secoli attraverso la Riforma: saremo grandi anzi unicamente contro la Riforma. La nuova potenza dello spirito italiano che già si manifesta per chiari segni non potrà essere se non antieuropea».
Sul corpo delle donne
Malaparte è ben consapevole - come lo erano stati i futuristi - del fatto che la modernità che il fascismo afferma è fondata sulla rimozione della femminilità. Il fascismo è sessualità che aborrisce e teme la sensualità. «Soffrire è necessario per vivere. La gloria e la libertà costano sangue, e soffrire bisogna per vivere con superbia e dignità fra superbi. Chi non riconosce questa verità fondamentale della vita umana si condanna alla bestialità. Chi predica l'odio alla sofferenza, chi predica alegge del paradiso e non quella dell'inferno (i socialisti) nega tutto ciò che di grande ha in sé un uomo, cioè tutto quello che un uomo ha in sé di umano. Un'umanità epicurea, paradisiaca, è anticristiana e antiumana» (Malaparte, L'Europa vivente).
La femminilità dell'autopercezione italiana è in gioco, nel caso di Mussolini come nel caso di Berlusconi. Mussolini e i giovani futuristi del 1909 volevano sottomettere disprezzandolo il corpo della donna (e il corpo sociale in quanto sottomesso e femminile). Berlusconi e la classe di lunpen che lo circonda vuole sporcare il corpo della donna, sottometterlo all'autodisprezzo cinico, sentimento prevalente e vincente della classe dirigente del semiocapitalismo barocco.
Le regole che i legalisti rivendicano sono decaduti nella cultura e nel lavoro. Occorre liberare la società dal legalismo, perché la società cominci a non rispettare le regole del semiocapitale, a essere autonoma nella post-legalità che il Semiocapitale ha istituito. Ciò che occorre alla società è la forza per non rispettare le regole non scritte che il capitalismo ha imposto, e per affermare un altro modo di vita, una nuova solidarietà del lavoro. Allora, nel campo senza regole del semiocapitalismo, la società potrà affermare i suoi bisogni e soprattutto le sue potenzialità. Difendere la legge diviene un lavoro risibile, quando il potere dichiara ogni giorno nei fatti che quelle regole non contano più niente. Solo a partire dall'abbandono di ogni illusione legalista sarà possible creare autonomia sociale, essere all'altezza (o se si preferisce alla bassezza) della sfida che il semiocapitale ha lanciato.
Da IlManifesto
Negli ultimi mesi la protesta contro il regime berlusconiano ha raggiunto toni quasi patetici. Si parla di crisi del berlusconismo come per esorcizzare la realtà di una perfetta corrispondenza tra la corruzione del ceto politico-imprenditoriale e il cinismo diffuso nella società. Ma la crisi dove sarebbe? L'escalation di arroganza non è segno di una crisi, direi, ma del suo contrario: è segno della stabilizzazione di un sistema che non ha più bisogno di legge perché basta la legge del più forte per regolare le relazioni di precarietà, sfruttamento e schiavismo nel campo del lavoro e della vita quotidiana.
Quanto più evidente è il disprezzo del ceto al potere per la legge e le regole, tanto più la protesta si concentra sulla difesa della legalità. Il problema è che la legge e le regole non valgono niente quando non esiste la forza per renderle operanti. E dove sta la forza, cos'è la forza in un sistema centrato sulla produzione mediatica della coscienza? Nel discorso corrente quel che accade in questo paese è visto come una bizzarra forma di corruzione dello spirito pubblico, come una singolare e isolata sospensione della democrazia. Allo stesso modo gli inglesi guardarono agli italiani dopo la prima guerra mondiale, e le democrazie occidentali interpretarono Mussolini: un fenomeno di marginale arretratezza culturale, o piuttosto un'anomalia culturale. Poi l'esempio di Mussolini produsse effetti su larga scala, fino a precipitare il mondo nella più grande carneficina della storia.
Tra riforma e controriforma
Forse occorrerebbe smetterla di considerare il caso italiano come un'anomalia: al contrario è l'esempio estremo degli effetti prodotti dalla deregulation, fenomeno mondiale che distrugge prima di tutto ogni regola nel rapporto tra lavoro e capitale. Vi è certamente una specificità culturale italiana che merita di essere studiata capita, approfondita. Ma grazie a Mussolini e a Berlusconi questa specificità ha finito per esprimersi come forma anticipatrice del destino del mondo.
Nel libro Vuelta de Siglo (Mexico city, Era editorial, 2006) il filosofo messicano Bolivar Echeverria parla di due modernità che configgono e si intrecciano fin dall'inizio del sedicesimo secolo. La prima è la modernità borghese fondata sulla morale protestante e sulla territorializzazione delle cose mondane e del dovere industriale. L'altra è modellata dalla Controriforma e dalla sensibilità del Barocco. Questa seconda modernità è stata rimossa e marginalizzata nello spirito pubblico dell'Occidente capitalista a partire dal momento in cui l'industrializzazione dell'ambiente umano ha richiesto una riduzione del sociale al processo di meccanizzazione. La vita della borghesia industriale è basata sulla severa dedizione al lavoro instancabile e sull'affezione proprietaria ai prodotti del lavoro. La borghesia è una classe territorializzata perché l'accumulazione di valore non può essere dissociata dall'espansione del mondo delle cose fisiche. Non esiste più la borghesia perché la produzione non si svolge più nel borgo, ma nella rete, e la ricchezza non si fonda più sulla proprietà di oggetti fisici, ma sulla deterritorializzazione finanziaria.
Echeverria osserva che fin dal sedicesimo secolo la Chiesa Cattolica ha creato un flusso alternativo di modernità, fondato sulle competenze immateriali dell'immaginazione e sulle potenze della deterritorializzazione linguistica e immaginativa. Il potere spirituale di Roma è sempre stato fondato sul controllo delle menti: questo è il suo capitale, fin quando la sua potenza venne marginalizzata dalla borghesia industriale.
La fonte dell'accumulazione
Ma quando le immagini, non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica, i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione di capitale. Se l'economia borghese territorializzata era fondata sulla severità iconoclasta del ferro e dell'acciaio, la deterritorializzazione post-moderna è fondata invece sulla macchina caleidoscopica della produzione semiotica. Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza, immaginario - sono segni, numeri, immagini, proiezioni, aspettative. Il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione, che continuamente deterritorializza il campo dello scambio.
La dinamica di progresso e crescita, nata dallo spazio fisico territoriale della fabbrica, ha obbligato le due classi fondamentali dell'epoca industriale, classe operaia e borghesia, al rispetto delle regole politiche e contrattuali. La morale protestante delle regole fonda la contrattazione collettiva e la funzione sociale dello stato.
A partire dagli anni '70 la relazione tra capitale e lavoro è stata trasformata, grazie alla tecnologia digitale e alla deregulation del mercato del lavoro. Un effetto enorme di deterritorializzazione ne è seguita, e il modello borghese è stato spazzato via, insieme alla vecchia coscienza di classe operaia. La finanziarizzazione dell'economia globale ha eroso l'identificazione borghese di ricchezza proprietà fisica e lavoro territoriale. Quando il lavoro perde la sua forma meccanica e diviene immateriale, linguistico, affettivo, la relazione deterministica tra tempo e valore si rompe. La genesi del valore entra in una fase di indeterminazione e di incertezza. La via è aperta verso un prevalere di una visione neo barocca, e all'istaurazione di una logica aleatoria nel cuore stesso dell'economia. Quando il linguaggio diviene il campo generale della produzione quando la relazione matematica tra tempo-lavoro e valore è rotta, quando la deregulation distrugge tutte le garanzie, solo un comportamento di sopraffazione criminale può prevalere.
La violenza della deregulation
Questo è accaduto, in tutto il mondo non solo in Italia dal momento in cui le politiche neoliberiste hanno occupato la scena. Il principio della scuola neoliberale, la deregulation che ha distrutto i limiti legali e politici all'espansione capitalista non può intendersi come un mutamento puramente politico. Occorre vederlo nel contesto dell'evoluzione tecnologica e culturale che ha spostato il processo di valorizzazione dalla sfera della meccanica industriale al campo della produzione semiotica.
Il lavoro cognitivo non si può ridurre alla misura del tempo dato che il rapporto tra lavoro tempo e valorizzazione diviene incerto, indeterminabile. Il mercato del lavoro globale diviene il luogo della pura legge della violenza, della sopraffazione. Non si tratta più di semplice sfruttamento, ma di schiavismo, di violenza pura contro la nuda vita, contro il corpo indifeso dei lavoratori di tutto il mondo. La violenza è diventata la forza economica prevalente nell'epoca neoliberista. In Messico come in Italia come in Russia come in molti altri paesi il mercato finanziario, il mediascape e il potere politico sono nelle mani di persone che hanno ottenuto il loro potere con l'illegalità e con la violenza. Per non parlare del ruolo che corporation come Halliburton e Blackwater hanno svolto e svolgono nel provocare guerre e nel distruggere vite e città perché questo è il loro lavoro, perché il loro business ha bisogno della guerra per prosperare. La violenza è la forza regolatrice dell'economia semiocapitalista, perchiò non é contrastabile con i richiami alla legalità e alla moralità.
Come cento anni fa littlie è l'avanguardia del capitalismo non protestante e la seconda modernità di Echeverria, che si presentò per alcuni secoli come pura reazione antimoderna emerge oggi come principio fondativo del capitalismo mondiale. L'esperienza italiana durante gli ultimi cento anni è stato il teatro principale di questo ritorno dello spirito barocco. Le performance di Mussolini e di Berlusconi sono fondate entrambe sulla esibizione teatrale dell'energia maschile, ma anche sulla capacità di penetrare nei recessi del linguaggio nel campo profondo dell'autopercezione collettiva.
Curzio Malaparte, in un libro intitolato L'Europa vivente, ragionava su questo punto: il fascismo raccoglie l'eredità della Controriforma e dello spirito barocco, e la trasforma in un'energia che è al tempo stesso anti-moderna e neo-moderna. «Noi saremo grandi anche senza passare con un ritardo di tre secoli attraverso la Riforma: saremo grandi anzi unicamente contro la Riforma. La nuova potenza dello spirito italiano che già si manifesta per chiari segni non potrà essere se non antieuropea».
Sul corpo delle donne
Malaparte è ben consapevole - come lo erano stati i futuristi - del fatto che la modernità che il fascismo afferma è fondata sulla rimozione della femminilità. Il fascismo è sessualità che aborrisce e teme la sensualità. «Soffrire è necessario per vivere. La gloria e la libertà costano sangue, e soffrire bisogna per vivere con superbia e dignità fra superbi. Chi non riconosce questa verità fondamentale della vita umana si condanna alla bestialità. Chi predica l'odio alla sofferenza, chi predica alegge del paradiso e non quella dell'inferno (i socialisti) nega tutto ciò che di grande ha in sé un uomo, cioè tutto quello che un uomo ha in sé di umano. Un'umanità epicurea, paradisiaca, è anticristiana e antiumana» (Malaparte, L'Europa vivente).
La femminilità dell'autopercezione italiana è in gioco, nel caso di Mussolini come nel caso di Berlusconi. Mussolini e i giovani futuristi del 1909 volevano sottomettere disprezzandolo il corpo della donna (e il corpo sociale in quanto sottomesso e femminile). Berlusconi e la classe di lunpen che lo circonda vuole sporcare il corpo della donna, sottometterlo all'autodisprezzo cinico, sentimento prevalente e vincente della classe dirigente del semiocapitalismo barocco.
Le regole che i legalisti rivendicano sono decaduti nella cultura e nel lavoro. Occorre liberare la società dal legalismo, perché la società cominci a non rispettare le regole del semiocapitale, a essere autonoma nella post-legalità che il Semiocapitale ha istituito. Ciò che occorre alla società è la forza per non rispettare le regole non scritte che il capitalismo ha imposto, e per affermare un altro modo di vita, una nuova solidarietà del lavoro. Allora, nel campo senza regole del semiocapitalismo, la società potrà affermare i suoi bisogni e soprattutto le sue potenzialità. Difendere la legge diviene un lavoro risibile, quando il potere dichiara ogni giorno nei fatti che quelle regole non contano più niente. Solo a partire dall'abbandono di ogni illusione legalista sarà possible creare autonomia sociale, essere all'altezza (o se si preferisce alla bassezza) della sfida che il semiocapitale ha lanciato.
Da IlManifesto
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