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domenica 11 aprile 2010

Pdci e rc situazione critica....



Da partiti che ambivano a rappresentare i cassintegrati, a partiti che finiscono per essere costituiti “da” cassintegrati. Non c’è, ovviamente, solo la differenza di un articolo, fra queste due condizioni, ma la storia di un passaggio di epoca, la radiografia di un drammatico terremoto politico. Stiamo parlando di Pdci e Rifondazione (ma anche dei Verdi), ovvero dei partiti che dopo le ultime elezioni sono diventati zombie, costretti a demolire il loro apparato, a dismettere i (pochi) gioielli di famiglia rimasti, a chiudere i giornali, ad alienare le sedi, e – soprattutto – a licenziare e prepensionare tutti i loro dipendenti, proprio come nei processi di deindustrializzazione che in questi anni hanno tenacemente combattuto. Colpa degli sbarramenti elettorali, prima di tutto: che colpiscono non solo la rappresentanza, ma – solo in Italia – anche il diritto a ottenere rimborsi. E colpa anche, come vedremo fra breve, della strategia di Silvio Berlusconi (ma pure del Pd), che ha mirato a fare terra bruciata di tutte le organizzazioni politiche che avevano popolato la Seconda Repubblica. Un fenomeno, quindi, che non può indurre al sorriso, o a facili battute, ma che deve essere anche letto – qualunque cosa si pensi di questi partiti – come una ulteriore restrizione degli spazi democratici.
NON PIU’ VIRTUOSI. Il nostro viaggio non può che partire dal Pdci di Oliviero Diliberto, che fino alla catastrofe elettorale della lista arcobaleno del 2008 era additato come modello di gestione economica persino da un analista non certo tenero come Gianmaria De Francesco, cronista economico de Il Giornale: apparato ridotto, conti in regola, rapporto virtuoso tra eletti, voti e militanti, che garantiva solidi attivi di bilancio. Ebbene, la notizia che in queste ore, per motivi comprensibili, si prova a mantenere segreta, è che il partito è ormai alla bancarotta. Sul conto corrente ci sono solo 160 mila euro, quelli che bastano a malapena a gestire l’amministrazione ordinaria. Dei 21 dipendenti 17 sono stati posti in cassa integrazione. Ne rimangono solo quattro, di cui uno per motivi legali è l’amministratore, l’altro è un centralinista, l’altro è il segretario del segretario, e l’ultimo un organizzatore, ovvero il presidio minimo per cui il cuore dell’organizzazione non cessi di battere all’istante.
Ancora più drammatica la situazione di Rinascita, il settimanale che ai tempi di Armando Cossutta fu oggetto di una contesa per il valore della testata, prestigiosa e direttamente riconducibile alla memoria di Palmiro Togliatti. Ecco, adesso il settimanale del Pdci è tecnicamente fallito, ha cessato le pubblicazioni, e tutti i giornalisti sono stati anche loro cassintegrati. Rinascita, che non aveva mai perso il suo ridotto ma il solido presidio di lettori costava da solo 900 mila euro l’anno, un lusso per un partito che deve tagliare gli stipendi a tutti. Già la storia di questo tracollo economico spiega come ci sia lo zampino del governo. Il settimanale, infatti, era uno dei pochi organi di partito, tra quelli che hanno diritto al sovvenzionamento pubblico, che non copriva in modo surrettizio altri scopi o altri fini. Ma la norma con cui Tremonti ha tolto il cosiddetto “diritto soggettivo” al finanziamento ha di fatto reso discrezionale l’accesso ai fondi dell’editoria: mentre prima le banche anticipavano le cifre a cui il giornale avrebbe avuto in ogni caso diritto in base alla sua tiratura, adesso – non essendoci più nessuna certezza, visto che si combatte ad ogni Finanziaria sulla copertura delle quote – non fanno più nessun credito.
Infine il doloroso capitolo del bilancio del partito. Ancora nel 2008 aveva quattro gettiti importanti: il tesseramento, il finanziamento pubblico, i rimborsi elettorali e le rimesse degli eletti locali e nazionali, che devolvevano il 50% del proprio stipendio netto al partito. Nelle ultime politiche e alle europee, il Pdci non ha superato il quorum del 4%. E in questo caso, per via di un liberticida emendamento alla legge voluto in Parlamento dai veltroniani (Berlusconi era incerto), né Rifondazione, né i Verdi, né il Pdci hanno ottenuto un solo centesimo. Un piccolo assurdo democratico: infatti, la quota dei voti che questi partiti ottengono contribuisce a finanziare i loro avversari politici di centrodestra, o i loro concorrenti di sinistra rappresentati. Ma nel caso del Pdci le europee sono state come un tavolo da poker. Oliviero Diliberto ha deciso di puntare le sue residue risorse (quasi tre milioni di euro) per promuovere i propri candidati nell’alleanza con Rifondazione. Risultato paradossale: tutti e quattro i candidati del partito erano arrivati primi nella battaglia delle preferenze, centrando l’obiettivo. Ma, ancora una volta, il risultato elettorale, inferiore di 0.6 decimi di punto al quorum, ha sottratto all’alleanza elettorale quasi sei milioni di euro di finanziamento.
NAPOLI ADDIO. A via del Policlinico la situazione è altrettanto drammatica. “Io, che ho passato una vita a difendere i lavoratori dai licenziamenti – ammette con sofferenza Paolo Ferrero, segretario del partito – mi sono trovato a dover sottoscrivere la drammatica necessità di quaranta licenziamenti”. A cui, per giunta,si aggiungono, anche in questo caso, altri 40 dipendenti messi in cassa integrazione. E a cui si aggiunge la situazione precarissima di Liberazione, che ha già tagliato la foliazione, e ha dovuto mettere in solidarietà tutti i suoi dipendenti. Le vendite sono passate dalle 16 mila copie dell’era Curzi alle 4800 attuali. Ad aprile è prevista una verifica dei conti a cui il giornale potrebbe non sopravvivere.
Le ultime elezioni vedevano partire il cartello della federazione da 48 consiglieri regionali, che dal punto di vista finanziario portavano 5 mila euro a testa ogni mese. In queste elezioni i due partiti sono passati a 18. 14 di Rifondazione, solo 4 del Pdci. Ma il quorum è stato mancato in Lombardia, che portava uno dei rimborsi elettorali più cospicui. A via del Policlinico resta (per ora) un apparato di 40 funzionari. Come pagarli? Per ora nell’unico modo possibile: mettendo in vendita un pezzo forte del patrimonio, la sede di Napoli. Ma per resistere fino alle prossime politiche, nella speranza di passare il quorum, ci vorrà altro. Unica storia controtendenza? Quella di Sinistra e libertà, che ha ottenuto quasi lo stesso numero di eletti della federazione. Il caso virtuoso? Proprio in Puglia, dove Vendola ha trainato la lista al 9%, producendo un rimborso adeguato. Retroscena incredibile: Vendola ha speso solo 400 mila euro (contro sei milioni circa del suo avversario, Rocco Palese) perché il Pd, per via delle note ruggini, aveva trattenuto i 300 mila euro raccolti con le primarie. Vendola otterrà di rimborso molto di più. Li userà per finanziare le primarie nazionali in vista del 2012?
di Luca Telese su “Il Fatto Quotidiano”


Postare o non postare? La situazione riguarda tutti, più o meno la conosciamo, ma qualche riflessione da fare c'è.  Ognuno la sua, come sempre. Il titolo è cambiato appositamente.
Ladytux

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sabato 13 marzo 2010

Eccoci - Federazione della sinistra


Come forum non ufficiale della Federazione della sinistra abbiamo creato un decalogo di motivi per iscriversi alla federazione e ai partiti che la compongono. Preghiamo tutti i compagni di rigirarlo ai propri contatti via facebook e ai propri amici via mail. Alla lotta!!!


Eccoci - Federazione della sinistra


1) La FdS è l'unico progetto a sinistra del PD che tenta di invertire la tendenza, che la sinistra italiana ha avuto in questi tempi, alla divisione e alle scissioni. Un' unità creata su un programma politico condiviso che va aldilà delle scadenze elettorali.
Sinistra ecologia e libertà, l'unico altro progetto degno di nota, è la sommatoria di fuoriusciti da altri partiti ( PRC, PdCI, Verdi, PD) che quindi non hanno fatto altro che perseverare nelle divisioni (ricordiamo che dopo le elezioni europee hanno subito la scissione dei socialisti di bobo craxi e dei verdi ).

2) La FdS vuole rimettere in moto la sinistra in Italia. Iscriversi, aderire o semplicemente appoggiare la FdS significa contribuire a rimettere in moto il processo di rinascita della sinistra italiana (oggi esclusa dal parlamento) partendo da istanze e da politiche veramente di sinistra. Rimettere in moto la sinistra italiana a partire dall'azione concreta nei quartieri e nei luoghi di lavoro. Riprendere a fare analisi ed elaborazione politica per mantenere al passo con i tempi la critica marxista del capitalismo, consapevoli che il marxismo non è un dogma ma una guida per l'azione.

3) La FdS non è una forza settaria, che rifiuta qualunque tipo di alleanza con il centrosinistra a prescindere. Le alleanze verranno stabilite caso per caso sulla base dei programmi politici. Qualora non sia possibile una convergenza programmatica si vaglierà l'ipotesi di un accordo elettorale che non impegnarà in alcun modo gli eletti a sottostare alle scelte degli altri partiti della coalizione.

4) La FdS si propone di combattere il pessimismo, il lascismo e l'emergere di individualismi di ogni tipo in seno alla Sinistra italiana. Rilanciare altresì l'appartenenza comune ad un progetto politico in cui, aldilà delle piccole differenze politiche, tutti gli iscritti e i simpatizzanti si possano riconoscere. La FdS non vuole infatti utilizzare il 90% delle energie e del tempo di cui dispone per lotte intestine intra e infrapartitiche ma viceversa, impegnarsi nel lavoro politico territoriale rivolto all'esterno.

5) La FdS non rinnega la storia del movimento operaio italiano e mondiale, ma anzi la valorizza a partire dalla validità dell'analisi marxista. Vogliamo studiare, capire la nostra storia e non negarla, liquidarla, criminalizzarla, come purtroppo avviene ormai da troppo tempo.
Una forza politica che voglia dare quel senso alto e di funzione storica all’attività politica, e non ridurla a lavorìo elettoralistico o ad espressione appiattita degli stati d’animo emotivi del momento, deve avere un proprio punto di vista ed elaborazione storica, e non omologarsi, ormai anche nel linguaggio, nella narrazione storica dei propri nemici.

6) La FdS dice no alla legge 30, all'energia nucleare e alla privatizzazione forzata dell'acqua (su questi temi è pronta a presentare dei referendum popolari e a sostenere la lotta), alle delocalizzazioni (in molti consigli regionali i gruppi di PRC e PDCI hanno proposto leggi che le bloccassero*), al lavoro nero, alle morti bianche e alla chiusura di impianti produttivi (sull'Alcoa e sulla FIAT la FdS propone la nazionalizzazione)

7) La FdS è l'organizzazione che attraverso iniziative concrete di mutualismo tenta da un lato di aiutare i lavoratori e i cittadini in difficoltà ad arrivare a fine mese (I Gruppi di acquisto popolare, le brigate di solidarietà che cucinano per i lavoratori che presidiano le fabbriche, la vendita di arance per sostenere le casse di resistenza dei lavoratori in lotta ecc), dall'altro a ricreare quella coscienza di classe e quella solidarietà sociale di cui tanto si sente la mancanza in un periodo di attacco padronale senza precedenti dal dopoguerra.

8)La FdS ha difeso e continuerà a difendere la scuola e l'università pubblica dagli attacchi di tutti i governi. L'istruzione pubblica è infatti il principale mezzo di ascesa sociale e il luogo in cui si forma il pensiero critico nel nostro paese. Combattere quindi le riforme che vorrebbero una scuola e un università di qualità per i ricchi e una di bassa qualità con l'avviamento professionale per i meno abbienti, è una battaglia prioritaria e di sistema perchè “il padrone è e resta tale perché conosce 100 parole, l’operaio è e resta tale perché ne conosce 10".

9) La FdS è al fianco di tutti i democratici nella difesa della Costituzione, in questo grave momento di attacco alla democrazia nelle sue strutture (scuola, partiti, magistratura), e ne è senza dubbio l'interprete più coerente e conseguente in tutti i suoi aspetti, a cominciare da quello fondativo del lavoro. Per questo lottiamo per la democrazia costituzionale contro la deriva plebiscitaria berlusconiana, senza farne vetrina elettorale e senza acclamare i guru da palcoscenico che fanno a gara a chi spara la frase più scarlatta e radicale; e dall'altra parte senza essere mai caduti nell'errore di considerare un eversore come Berlusconi un interlocutore per le riforme elettorali e costituzionali o persino l'altra faccia di un sistema bipartitico.

10) La FdS appoggia senza ambiguità i movimenti progressisti di liberazione nazionale contro l'imperialismo e guarda con attenzione e critico interesse ai modelli di ispirazione socialista che si sono affermati o che si stanno affermando nel mondo, soprattutto in Sud America e in Asia. In questo senso la FdS si è impegnata a partecipare attivamente ai lavori della V internazionale lanciata da Chavez per riunire tutti i partiti e i movimenti progressisti del mondo.

*In Piemonte tale proposta è stata respinta per il voto contrario di PDL e PD.



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venerdì 5 febbraio 2010

Lettera aperta a tutte/i le/i comuniste/i italiane/i – tra i primi firmatari: Losurdo, Giannini, Hack, Pagliarini, Moro, Hobel e altri


Agli aderenti all’appello del 17 aprile 2008 “Comuniste e comunisti uniamoci!”
A tutte le comuniste e i comunisti
1. Il contesto nel quale matura l’appello
Il contesto nel quale matura nell’aprile 2008 l’appello per l’unità dei comunisti è quello in cui, con il disegno dichiarato di dar vita ad un soggetto politico non comunista, il leader del Prc Bertinotti e il gruppo dirigente a lui legato sta portando a compimento il lungo lavorio di demolizione della cultura e della tradizione comunista. La fine dell’ingloriosa esperienza nel governo Prodi e la debacle elettorale dell’Arcobaleno, che porta, per la prima volta nella storia italiana, all’esclusione dei comunisti dal parlamento, rendono più acuta e drammatica la questione comunista.
Le cause prossime della débacle possono essere individuate nella fallimentare partecipazione al governo Prodi, quelle profonde nella storia italiana post 1989 e nel modo in cui le residue forze comuniste si sono mosse, senza la capacità di elaborare una linea strategica e di tradurla nella pratica, costruendo un partito comunista all’altezza della sfida dei tempi (come avviene invece, rispetto ai loro contesti, in altri paesi europei, quali ad esempio Grecia, Portogallo e Cipro).
L’appello rilancia la prospettiva della ricostruzione comunista e di un possibile processo unitario, a partire dai due partiti Prc e Pdci, col coinvolgimento dei compagni non aderenti a quei partiti o che li avevano attraversati e poi abbandonati per varie ragioni, legate in buona parte all’insoddisfazione per la linea politica e la gestione interna della vita di partito, nonché quei gruppi, circoli o individui che sin dall’inizio non hanno aderito al PRC, proprio per la debolezza ideologica che ha caratterizzato questa formazione: la cosiddetta “diaspora comunista”.
2. Gli sviluppi successivi
Nell’estate 2008 il congresso del Pdci rompe col “governismo” (esponendosi ad una scissione da destra), sviluppa una riflessione autocritica non solo su se stesso ma anche sulla storia del PRC in generale e, raccogliendo l’appello, pone al centro della sua iniziativa politica l’unità dei comunisti, proponendola in primis al Prc.
Il Prc, al congresso di Chianciano, riesce ad evitare, di stretta misura, che prevalga il disegno liquidazionista dell’esperienza comunista promosso da Vendola, ma le componentifavorevoli all’unità dei comunisti sono in minoranza. La situazione è complicata altresì dal fatto che la consistente minoranza vendoliana rimane nel Prc per diversi mesi ancora dopo il congresso, ostacolando e remando contro l’attività del partito. La scissione, dopo un’agonia di mesi, si consumerà solo a primavera 2009, quasi a ridosso delle elezioni europee.
La spinta all’unità comunista del Pdci nel suo complesso e di “aree” interne al Prc, porta – di fronte alla necessità di unire le forze per superare la soglia del 4% appena introdotta per le elezioni europee – alla formazione della lista unitaria.
3. Divergenti concezioni del processo unitario
In alcune città si sono intanto costituiti comitati spontanei di “Comunisti Uniti”, che danno vita ad assemblee di discussione interna e ad alcune iniziative. Vi sono tuttavia alcuni nodi non risolti all’interno di essi.
3.1. La questione del come e con chi fare l’unità dei comunisti
A. Da un lato vi è chi ritiene che, per la costruzione del partito comunista e la realizzazione del processo unitario, sia, nella situazione concreta esistente e dati gli attuali rapporti di forza, fondamentale e imprescindibile il ruolo del Pdci, partito comunista strutturatonazionalmente per quanto notevolmente ridimensionato ed eroso, che al suo congresso dell’estate 2008 (pagando il prezzo della scissione dell’ala destra filovendoliana) ha varato la linea dell’unità dei comunisti, promossa in prima persona dal suo segretario e dal gruppo dirigente. E con esso, di importanti settori del PRC, che sia pure con accentuazioni diverse si oppongono al liquidazionismo dell’autonomia comunista.
B. Altri richiedono invece, pur tra sfumature diverse, l’esclusione, il “farsi da parte” o la “messa in mora” dei dirigenti politici del Pdci, in primis del suo segretario, e del Prc (tra i sostenitori del processo di unificazione), imputati in blocco quali responsabili della debacle del comunismo italiano e ritenuti quindi non parte della soluzione, ma parte fondamentale del problema. I fautori di questa posizione di conseguenza cercano diutilizzare il movimento di CU non per rafforzare il Pdci e quelle aree del Prc che si battono, in una situazione oggettivamente e soggettivamente molto difficile, per l’unità comunista, ma per favorirne l’erosione e la frantumazione, nella convinzione che solo dopo la loro dissoluzione sarebbe possibile una rinascita del comunismo italiano, ad opera principalmente e fondamentalmente dei militanti di “base” contrapposti ai vertici e dei “comunisti senza partito”. Questa posizione porta alcuni a boicottare consapevolmente il voto alla lista unitaria di Prc e Pdci alle europee di giugno 2009, o astenendosi dal votare, o spostando i voti su altre liste quali l’IdV di Di Pietro.
Questa posizione cerca di coagulare tutti gli scontenti e gli “impazienti” – e in una situazione così difficile ce ne sono giustamente tanti - sulla base di un discorso radical-massimalisticofondato essenzialmente su:
a) contrapposizione di “base” a “vertice”, “operai” a “dirigenti politici” (nel febbraio 2009 qualcuno avanzò la proposta di una lista composta di soli operai per le europee);
b) questione delle alleanze: mai più Prc e Pdci dovevano stringere alleanza con il Pd per le elezioni (tanto amministrative che politiche).
3.2 La contrapposizione di “base” e “vertice”
Sul primo punto, ci sembra che contrapporre base a vertice, diretti a dirigenti, presupponendo una “bontà” della base ed una “cattiveria” dei dirigenti, riproponga, in termini molto più rozzi, le vecchie teorie sulla “burocrazia” che avrebbe scippato ai proletari russi la rivoluzione d’ottobre. In realtà, nella storia del movimento comunista, quando è stata agitata la bandiera della “base” contro il “vertice” si è trattato di un’acuta lotta politica nel gruppo dirigente del partito per sostituire un nuovo “vertice” al vecchio. Si chiede di “sparare sul quartier generale”, per impiantare un nuovo quartier generale, posto che un partito comunista si struttura sempre in gruppi dirigenti ai vari livelli, in rapporto con la “base” dei militanti. (Il problema è piuttosto come si costruisce il rapporto dirigenti-diretti, come si realizza, attraverso quali sedi e meccanismi decisionali, la democrazia interna al partito).
3.3. La questione elettorale e delle alleanze
Rispetto ad essa i comunisti – nella storia del comunismo italiano e internazionale – si sono confrontati con le posizioni astensioniste, giudicandole alla stregua di “estremismo” infantile (Lenin). La giusta critica al parlamentarismo borghese, all’“elettoralismo”, alla degenerazione dei partiti socialdemocratici della II Internazionale, che avevano finito col subordinare tutta l’azione politica del partito ai gruppi parlamentari, alla dipendenza del partito comunista e della sua azione fondamentalmente ed esclusivamente dalle elezioni e dal risultato elettorale, non doveva assolutamente sfociare in indifferenza rispetto al momento elettorale o, peggio, in rifiuto di partecipare alle elezioni, pur essendo pienamente consapevoli che in regime di dominio capitalistico non sono certo i comunisti a dettare le regole del gioco, salvo in momenti in cui, come nell’Italia uscita dalla Resistenza, i rapporti di forza tra le classi, consentirono di scrivere una Costituzione democratico-sociale. Quella Costituzione – mutati i rapporti di forza interni e internazionali con la dissoluzione dell’URSS e del PCI – è stata profondamente colpita nel 1993, con l’abolizione del sistema elettorale proporzionale e il passaggio al sistema maggioritario, nelle varie formule che si sono via via succedute fino ad oggi. È con le condizioni oggettive poste dal sistema elettorale che i comunisti devono concretamente confrontarsi e scegliere la tattica migliore che consenta loro di conseguire il risultato della rappresentanza politica nelle istituzioni, senza rinunciare alla propria azione autonoma comunista. Il che è facile a dirsi e molto difficile a praticarsi, soprattutto se si è in una situazione di debolezza organizzativa, di scarso radicamento sociale, come è di fatto per Prc e Pdci.
La questione non può porsi nei termini perentori del radicalismo astratto: col Pd mai alleanze elettorali. La storia del comunismo del 900, del resto, ci racconta anche di patti stretti – in una determinata situazione storico-concreta! – con forze liberali borghesi, quando non reazionarie.
Il problema è prima di tutto la valutazione della situazione, quella analisi concreta della situazione concreta cui invitava Lenin, l’analisi dei rapporti di forze, che Gramsci affronta nei Quaderni del carcere. Il problema è se la scelta di un’alleanza tattica in una data fase storico-politica consente il rafforzamento e l’avanzata delle forze comuniste (in alcuni casi la loro stessa sopravvivenza istituzionale), o se ne favorisce invece l’arretramento e l’indebolimento. Il problema è come si sta in determinate alleanze, come si conduce la propria azione politica, come si prende l’iniziativa, come ci si rapporta alla propria “base” e classe di riferimento. Il problema è se vi è un’efficace direzione politica che sappia difendere e sviluppare l’autonomia comunista, o se essa è oscillante e subalterna. Il problema è se si affrontano le situazioni con l’arma forte della dialettica materialista oppure con quella apparentemente “radicale”, ma in realtà subalterna, del massimalismo astratto.
Dopo la débacle elettorale dell’Arcobaleno nel 2008 si sono diffuse valutazioni sommarie  e semplicistiche della breve partecipazione dei comunisti nel governo Prodi bis (2006-2008), preferendo la facile scorciatoia di spiegazioni superficiali e talora meramente propagandistiche, piuttosto che una discussione “alta” e complessa, di natura sia tattica che strategica, che va tenuta aperta tra i comunisti, se sia possibile o meno, a quali condizioni e in quali contesti, partecipare in coalizione con governi e partiti borghesi, o se questo non sia un errore fatale, che porta i comunisti o ad essere ingabbiati, integrati, fagocitati “socialdemocratizzati”, o a rompere la connessione fiduciaria con il proletariato e con la propria base sociale di riferimento.
È una discussione che riguarda anche la valutazione se l’attuale fase capitalistica di crisi strutturale e di concorrenza intercapitalistica globale sia compatibile con alcune concessioni meno sfavorevoli al proletariato, oppure se – pur di fronte ad una ripresa della lotta diclasse del proletariato – la classe capitalistica non abbia margini per tali concessioni. Un’analisi della fase attuale e delle sue implicazioni e ricadute politiche che i comunisti dovrebbero impegnarsi a condurre seriamente, piuttosto che abbandonarsi a slogan facili e semplificatori. Quando lo slogan non è il risultato di un’analisi ma si sostituisce ad essa, prevale la demagogia. Spesso i proclami massimalistici e “muscolari” sono dei succedanei dell’analisi, come nelle peggiori tradizioni del socialismo italiano, e sono anche il segno di un grande degrado della situazione politica dei comunisti oggi, la cui azione dovrebbe essere consapevole e rivolta al fine.
Assumere un atteggiamento “estremista” significherebbe isolarsi rispetto al movimento comunista internazionale, che non lo comprenderebbe, poiché dai comunisti italiani si attende un contributo alla lotta contro Berlusconi, che rischia di costituire un modello a livello internazionale.
Fare della questione elettorale e delle alleanze – ponendo dei limiti tassativi e invalicabili (mai con il Pd, ecc.), avulsi dall’analisi della fase e dei rapporti di forza – una questione dirimente per il processo di unità e autonomia strategica dei comunisti, significa rovesciare l’ordine delle priorità e confondere, consapevolmente o meno, questioni tattiche con questioni strategiche. Trasformare una questione tattica in una questione dirimente rende impossibile quell’unità dei comunisti che si dice di volere, significa distruggere il senso stesso del partito leninista. Non è assolutamente ciò di cui abbiamo bisogno.
4. La Federazione della sinistra
La lista unitaria alle europee di giugno 2009 non riesce a superare lo sbarramento e adinviare quindi propri rappresentanti al parlamento europeo, pur marcando una controtendenza rispetto a quello del 2008, quando l’Arcobaleno, in cui erano anche verdi e “vendoliani”, era al 3%. Il risultato elettorale di giugno 2009 segna una battuta d’arresto nel processo di possibile unificazione tra Prc e Pdci, dando fiato alle correnti interne al Prc, ancora fortemente influenzate dal “bertinottismo”, nettamente e pregiudizialmente contrarie all’unità dei due partiti.
In questa impasse prende corpo la proposta di Federazione della sinistra, che ha come pilastri portanti il Prc e il Pdci.
La nascita della Federazione lascia l’amaro in bocca a molti compagni che aspirano all’unità dei comunisti e la vedono come l’abbandono definitivo del progetto di unità, l’inglobamento dei comunisti all’interno di una vaga sinistra “radicale” e il ritorno, sotto altre forme, del progetto “arcobalenista”: la Federazione insomma come antidoto all’unità dei comunisti, o come rinvio di essa alle calende greche. La federazione è attaccata anche da “destra”, da chi nel Prc teme che essa -imperniata su PRC e PdCI – possa rappresentare un primo passo verso una più organica unità dei comunisti in un solo partito.
È innegabile che il progetto di una graduale trasformazione della federazione in una sorta diLinke all’italiana sia una possibilità concreta, coltivata in alcuni settori del Prc. Ma ciò puòconcretizzarsi solo se vi fosse un abbandono del progetto da parte delle forze comuniste, in particolare del Pdci, che – diversamente dall’ernesto, che non è che una componente di minoranza nel Prc - è un partito con una struttura e presenza nazionale, seppur in difficoltà politico-organizzative.
La critica “sinistra” alla Federazione manca di dialettica, vede solo il lato negativo di essa – il fatto di rappresentare un passo indietro (dettato purtroppo dalla situazione concreta dei rapporti di forza!) rispetto all’aspirazione dell’unità dei comunisti – ma non vede l’altro lato, il fatto che, comunque, essa è una casa comune in cui si incontrano anche le forze comuniste, e in cui i compagni possono lavorare a fianco a fianco, nella pratica sociale e politica. Il modo in cui si svilupperà la contraddizione della federazione dipende dall’attività che in essa i comunisti sapranno dispiegare e dipende dal mantenimento di un partito comunista orientato al progetto di unità comunista, quale il Pdci. Se questo partito dovesse frantumarsi o sciogliersi, anche la Federazione assumerebbe un altro colore e l’attuale natura della Federazione – quale unità d’azione tra forze comuniste e di sinistra, tra loro unite ma culturalmente e politicamente autonome – potrebbe degenerare in virtù di unaspinta, già ora presente in alcune aree del Prc ed in aree della sinistra movimentista, volta alla trasformazione della Federazione in una nuova organizzazione partitica di sinistra, sulla scorta, essenzialmente, del precedente progetto di Bertinotti e Vendola.
5. L’Associazione Marx XXI
È in questo contesto che matura nell’autunno 2009 la proposta di dar vita all’associazioneMarx XXI, concepita per rispondere ad un tempo a due esigenze fondamentali:
a) contribuire all’elaborazione teorica marxista e comunista, che, in quanto tale, significa anche contribuire allo sviluppo di un programma politico per i comunisti, impegnandosi a tradurre l’elaborazione teorica “alta” in indicazioni e linee di azione adeguate alla fase politica. La carenza o la debolezza di tale elaborazione è stata una delle cause principali del decadimento del comunismo italiano;
b) articolarsi sul territorio nazionale (ad es. a livello provinciale), proponendosi comeassociazione di massa, nella quale i comunisti – del Pdci, Prc, e senza partito – possano lavorare insieme in iniziative locali di carattere politico-culturale.
Questi due “pilastri” dell’associazione sono inscindibili, entrambi volti a quel “lavoro politico teso alla riunificazione in Italia delle forze che si richiamano al marxismo e al comunismo”, come recita l’articolo 3 dello Statuto dell’Associazione. L’associazione può essere un essenziale strumento di “transizione” per rimettere al lavoro i comunisti, per consentire loro una piena autonomia ideologica, teorica, politica; lo strumento, la forma organizzativa adeguata – sulla base dei rapporti di forza oggi esistenti – all’attuale fase, lo strumento che mette in moto consapevolmente un processo unitario su basi politiche e ideologiche non eclettiche.
La partecipazione alla sua assemblea costitutiva del segretario del Pdci è un chiaro segnale dell’importanza che ad essa viene attribuita anche da quel partito che dal congresso del2008 ha fatto proprio l’appello per l’unità comunista. Marx XXI è in un certo senso la prosecuzione reale e concreta, nell’attuale fase, dell’appello del 2008 e delle sue aspirazionidi fondo. Essa concretizza quell’appello, nella situazione data, nei rapporti di forza esistenti. L’Associazione Marx XXI può contribuire a sviluppare concretamente il processo unitario volto allo sviluppo in Italia di un partito comunista: un centro di elaborazione e dibattiti, di formazione teorico-politica per i giovani, di iniziative a tutto campo nella vita sociale che sviluppino conoscenza e consapevolezza comunista.
Chi ha seriamente a cuore il progetto di unità e ricostruzione comunista nelle condizioni storico-concrete dell’oggi – guardando cioè alle forze effettivamente in campo – è invitato a lavorare nell’associazione Marx XXI, quale strumento essenziale per la ricostruzione di una politica comunista.

PRIMI FIRMATARI
Domenico Losurdo, Filosofo
Margherita Hack,    Astrofisica
Manlio Dinucci,       Saggista - collaboratotre  de il Manifesto
Andrea Catone,      Storico del movimento operaio – direttore de l’Ernesto

Mario Geymonat,   Filologo classico
Guido Oldrini,        Docente universitario, Direttore di “ Marxismo Oggi”, Presidente    dell’Associazione Culturale Marxista
Domenico Moro,      Economista
Alexander Höbel,     Storico del movimento operaio
Francesco Polcaro, Ricercatore presso l’Istituto di Astrofisica di Roma
Giorgio Inglese,       Docente di italianistica – Università La Sapienza,Roma
Paola Pellegrini,      Ufficio Politico PdCI
Fosco Giannini,      Direzione nazionale PRC
Fausto Sorini,        Direzione Centro Studi “Correspondances Internationales”
Carla Nespolo,      Già Senatrice -Presidente Istituto Storia della Resistenza, Alessandria
Gianni Pagliarini,   Responsabile Lavoro PdCI
Elena Ferro,          Segretaria Filcams Cgil – Torino
Giusy Montanini,   Direttivo FIOM-Marche
Francesco Francescaglia, Responsabile Esteri PdCI
Flavio Arzarello, Coordinatore Nazionale FGCI (giovani PdCI)
Francesco Maringiò, Responsabile Dipartimento “Solidarietà internazionale” PRC
Bassam Saleh’,    Giornalista palestinese
Franco Vaia,       Direttivo Filtea CGIL
Sergio Ricaldone, Consiglio Mondiale per la Pace
Luigi Marino,         Responsabile Economia PdCI
Lidia Mangani,      Direttivo Nazionale FLC – CGIL
Alvise Ferronato, “ No Dal Molin” – Vicenza
Giuseppe Ibba,     Segreteria regionale PRC Sardegna
Ezio Lovato,         Segretario Federazione PRC  Vicenza
Ruggero Giacomini, Storico
Dario Gemma,          ANPI- Comitato antifascista Alessandria
Libero Traversa,       Direttivo ANPI Milano
Enzo Apicella,          Vignettista-designer
Marino Severini,      Musicista dei Gang
Giorgio Langella,    Segretario PdCI - Vicenza

Da andremusa

venerdì 29 gennaio 2010

Regionali Lombardia, Agnoletto: non sarò capolista. Scelta etica


"Non sarò capolista. La mia è una scelta etica. Mi metto a disposizione per far sì che la sinistra in Lombardia possa ancora esistere nelle istituzioni. Dobbiamo utilizzare le Regionali per costruire un polo non contrapposto al Pd ma autonomo culturalmente". Vittorio Agnoletto, candidato della Federazione della Sinistra al Pirellone, sceglie Affaritaliani.it  per presentare il suo programma: "Basta con la privatizzazione della sanità, impedire le infiltrazioni della mafia nell'Expo, stop ai fondi alle scuole private e massima attenzione alla questione del lavoro". Penati? "Cerca di trovare un accordo con Formigoni sul business dell'Expo".
Perché si candida alla presidenza della Lombardia?
"La Federazione della Sinistra ha insistito molto per la mia candidatura. Il motivo principale è molto semplice: mi metto a disposizione per far sì che la sinistra in Lombardia possa ancora esistere nelle istituzioni. Non è possibile che il variegato e spesso litigioso mondo della sinistra abbia come unica possibilità di scelta Penati che non rappresenta un'opposizione a Formigoni. Anzi Penati cerca di trovare un accordo con Formigoni sul business dell'Expo. E poi a mia è una scelta etica".
Sarebbe a dire?
"La mia candidatura è totalmente disinteressata visto che non sarò capolista. Sarò solo candidato presidente che in base alla legge regionale non ha possibilità di essere eletto in consiglio. Credo che la mia candidatura possa permettere al nostro capolista di arrivare in aula. Penso inoltre che non ci debba essere la politica di professione. Per questo scelgo di non passare dal Parlamento europeo al consiglio regionale. Continuerò a fare il mio lavoro e dal 4 al 13 febbraio sarò in Mozambico per un progetto finanziato dall'Ue per studiare l'impatto disastroso dell'Aids in quel Paese"
Che cosa cambierà con un consigliere della sinistra radicale in aula?
"Se ci sarà un consigliere in più o in meno del Pd non cambierà nulla. Cambierà invece se ci sarà un nostro consigliere: una sorta di vedetta che vigili per esempio sul rischio di infiltrazioni mafiose nell'Expo"
Quale obiettivo si prefigge in termini di voti?
"Da indipendente mi rivolgo non solo alla mia lista ma al popolo della sinistra che fa riferimento a Sinistra e libertà che non capisco come qui accetti la candidatura di Penati imposta da Roma e poi in Puglia sia nostra alleata per sostenere Vendola. Mi rivolgo all'Italia dei Valori: mi chiedo come faccia a votare Penati che vuole rivalutare Craxi. Insomma, dobbiamo utilizzare le Regionali per costruire un polo non contrapposto al Pd ma autonomo culturalmente. Mi rivolgo anche a quei tantissimi cittadini di sinistra schifati dalla politica e che non vanno più a votare"
Con quale programma si presenta?
"Con quattro punti fondamentali. Dico basta alla privatizzazione della sanità: eventi come quelli della Santa Rita non sono casuali, ci sono tantissime cliniche sotto inchiesta perché è mancato un qualunque ruolo di sorveglianza da parte della Regione che anzi ha facilitato il business privato. La sanità Lombardia va modificata"
Secondo punto?
"Non si possono chiudere scuole come il Ghandi e permettere che oltre il 90% dei fondi destinati alla scuola siano dati agli istituiti private indipendentemente dal censo delle famiglie"
Terzo?
"La questione del lavoro: siamo la Regione che ha avuto il calo dell'occupazione più grande degli ultimi 12 mesi. E per fronteggiarla ho sentito solo parole"
Ultimo punto?
"Attenzione all'Expo che porta al saccheggio di Milano: diminuiscono le aree verdi e aumentano quelle edificabili. E poi la politica combinata tra Comune e Regione facilita la penetrazione della mafia, in particolare della 'ndrangheta negli appalti".
Daniele Riosa

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