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martedì 23 febbraio 2010

Solidarietà operaia a Porto Torres

Di: Mauro Piredda

La Torre Aragonese di Porto Torres è ormai diventata il simbolo della lotta dei lavoratori Vinyls del petrolchimico che la occupano dal 7 gennaio, tra intemperie e notizie non certo rassicuranti circa il loro futuro. Le produzioni dovevano riprendere il 15 dicembre, ma la palese volontà di Eni di abbandonare la chimica ha buttato nello sconforto i lavoratori, privi di una direzione sindacale e politica all'altezza dello scontro in atto. Non è infatti passato molto tempo da quando i chimici nazionali della Cgil hanno firmato con Eni un accordo che segna la fine delle speranze per un intero territorio. Un accordo giustamente stigmatizzato dalla Camera del lavoro di Sassari e dal suo segretario, Antonio Rudas, che, in polemica con la Filcem nazionale, non ha esitato a definirlo "una porcheria". D'altra parte non passa giorno che appaiono le diverse forze politiche (a breve impegnate nelle imminenti elezioni amministrative che avranno luogo anche nella cittadina turritana): dai parlamentari in "visita pastorale" (testuali parole dei lavoratori) che chiedono "ci sono novità?" (!!!), agli sventolii delle bandiere del Pd ai piedi della torre con un mega cartellone pubblicitario sullo sfondo che invita a votare il loro sindaco uscente Luciano Mura. Di fronte a tutto questo andirivieni quello che è successo domenica pomeriggio rappresenta quanto di meglio la solidarietà tra operai possa esprimere. Una delegazione dei lavoratori del caseificio Pinna di Thiesi (a 70 km da Porto Torres) guidata da Enzo Mele, delegato Cgil e militante del circolo del Mejlogu di Rifondazione comunista, ha consegnato ai lavoratori del petrolchimico 12 quintali di generi alimentari di prima necessità e in particolare: 1000 pacchi di pasta, 360 confezioni di pomodori pelati, 240 litri di latte, 240 confezioni di zucchero, 30 Kg di caffè, 120 confezioni di pecorino grattugiato, una confezione di formaggio "brigante" e tante bibite. Il tutto è nato circa un mese fa, quando gli operai thiesini del caseificio si sono recati alla torre. Già prendeva piede l'idea di fare qualcosa, ma il tutto si è concretizzato al ritorno, in assemblea. Così, in un crescendo di coinvolgimento si è aperta la gara di solidarietà, sobria ma concreta che è culminata nella splendida serata di domenica pomeriggio. "Rivendichiamo la nostra appartenenza alla classe lavoratrice", ha detto Enzo Mele, prima di aprire il furgone messo gentilmente a disposizione da un fornitore di bibite, "perciò quello che stiamo facendo non è nulla di eccezionale, ma è una forma di solidarietà spontanea tra lavoratori che capiscono i problemi dei compagni in difficoltà". I lavoratori della Vinyls hanno accolto la delegazione thiesina tra gli abbracci e qualche lacrima ed è subito partito il passamano che dal furgone ha portato fin sulla torre i generi di prima necessità. Ma la solidarietà si è immediatamente trasferita tra gli stessi lavoratori della filiera del cloro in quanto, sostiene Tino Tellini, uno dei principali animatori della lotta, "noi della Vinyls siamo privilegiati rispetto ai nostri colleghi della cooperativa Eurocoop. Noi siamo in cassa integrazione mentre loro sono sette mesi che non vedono un becco di quattrino!". Perciò, come già accaduto per la cassa di resistenza organizzata dalla locale Parrocchia di San Gavino, la maggior parte del raccolto verrà girato ai lavoratori della cooperativa. Si prevedono altre forme di lotta, ma la torre sta diventando un luogo esperienza e maturazione politica anche per tanti giovani lavoratori. Nella bacheca tra i ritagli degli articoli di giornale, primeggia l'unico volantino politico, quello del partito sardo della Rifondazione comunista, con le sue rivendicazioni: coordinamento dal basso delle lotte, dalla Vinyls all'Alcoa, rispetto delle volontà della base da parte del sindacato, completa nazionalizzazione di Eni. Tra nuove forme di lotta previste e cene sociali che il circolo del Mejlogu metterà a breve in piedi per finanziarle...la lotta continua.


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mercoledì 10 febbraio 2010

L’INCHIESTA SUGLI APPALTI DELLA MADDALENA SCOPERCHIA IL PENTOLONE DEGLI AFFARI.

CHE ACCADRA’ CON LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A.?
Solo due giorni fa il Senato ha approvato in prima lettura il decreto legge che trasforma la Protezione Civile in societa' per azioni, a capitale interamente pubblico, e in capo alla presidenza del Consiglio. Oggi, dopo mesi di indagini, è stato arrestato l’ex vice capo di Bertolaso, Angelo Balducci per gli sprechi e lo stato di abbandono delle strutture che avrebbero dovuto ospitare i capi di stato e di governo al G8 della Maddalena che poi si è svolto a L’Aquila.



Dopo otto mesi dalla fine dei lavori, neanche un posto di lavoro è stato prodotto, né è stata rilanciata l'economia della Sardegna. La Corte dei conti stava già indagando sulle enormi spese sostenute: 327 milioni – come dichiarato dalla stessa Protezione civile – utilizzati dal Governo attraverso la struttura di missione del G8.

Come sempre, sarà la magistratura ad accertare le responsabilità, ma la bufera che si sta abbattendo sulla “nuova” Protezione Civile e sul suo capo indagato dimostra la fondatezza dell’allarme lanciato da Rifondazione Comunista, comitati cittadini, Libera: la Protezione Civile, così come è stata plasmata da Bertolaso, ha di fatto poteri assoluti che le permettono di gestire enormi risorse finanziarie senza alcun controllo. Che succederà ora che la Protezione Civile è diventata una società per azioni?



Fabio Pelini

segretario provinciale L’Aquila PRC-SE

giovedì 4 febbraio 2010

Quattro mori e un leone


Gli operai di Portovesme hanno messo in conto anche le manganellate ma a tornare indietro non ci pensano proprio. La storia dell'Alcoa di Portovesme è l'ennesimo esempio dell'uso spregiudicato di un territorio usa e getta come la Sardegna. Multinazionali e cordate di ogni risma si gettano sull'isola e sulle sue ricchezze, pronti ad andarsene senza nemmeno salutare quando l'osso è ben spolpato. La situazione è disastrosa e i lavoratori dell'Alcoa hanno capito che non è in ballo solo il posto di lavoro ma il loro futuro perché se perdono trovare un'altra occupazione sarà davvero dura. La lotta dei minatori e la loro cocente sconfitta è ancora una ferita aperta e dolorosa ed è un monito a non arretrare di un solo millimetro. Il Sulcis è stato fatto a pezzi a forza di promesse mancate, ce lo ricordiamo tutti Berlusconi che nella sua personale campagna elettorale per sostenere il silente candidato Cappellacci gridava agli operai: «ora telefono a Putin e salvo la fabbrica». Menzogne. Sempre menzogne. Tanto i sardi alla malaparata si fanno la valigia ed emigrano.
La Sardegna è presa d'assalto d'estate dai turisti e le mafie investono e riciclano ma i paesi dell'interno si svuotano. I militari e le aziende del settore occupano e avvelenano con i loro esperimenti territori che, da tempo, dovevano essere restituiti ai loro legittimi proprietari. Nell'assenza più totale di un ceto imprenditoriale e finanziario capace e illuminato prosperano gli «stranieri» che saccheggiano una delle isole più belle del mondo con le complicità di sempre. Nell'assenza imbarazzante di una sinistra in grado di organizzare opposizione e di immaginare un futuro possibile, i sardi continuano a essere maltrattati, a essere considerati «periferia dell'impero».
Oggi i lavoratori dell'Alcoa rappresentano quella parte del popolo che non ha mai abbassato la testa e non si è piegata alle logiche dello stillicidio delle promesse. Più a est, affacciati a un altro mare, altri operai della stessa azienda difendono il posto di lavoro. Ma il Veneto non è la Sardegna e il territorio trasuda ricchezza mentre gli industriali prendono a calci la vita di tutti coloro che non hanno un ruolo nel rilancio del grande Nordest. Con grande disinvoltura e senza un briciolo di senso etico i padroni delocalizzano, agitano la crisi per ristrutturare senza troppe rotture di scatole, chiudono fabbriche in attivo per aver sputtanato vagonate di soldi. Tanto c'è il nuovo Ptrc (Piano regionale di coordinamento) con le sue infrastrutture faraoniche, e poi c'è da cementificare, costruire piccole Los Angeles ai bordi della laguna, bucare montagne, autodromi e miriadi di centri commerciali da costruire. I soldi girano, eccome se girano. Non solo quelli ritornati a casa con lo scudo fiscale ma quelli che arrivano da non si sa bene dove. Ora c'è il territorio da privatizzare e mercificare. Non sono bastati 25 anni di capannoni che ora espongono il cartello affittasi in italiano e in cinese. La campagna elettorale è già partita alla grande su centrali nucleari, termovalorizzatori, discariche. Il sacco del Nordest. La politica del fare di Galan ha creato un intreccio affaristico pubblico-privato al di fuori di ogni controllo e possiamo stare tranquilli che la Lega, che con tutta probabilità si papperà la regione in un sol boccone, si adeguerà al sistema. Nel frattempo distribuiscono le bandiere col Leone di San Marco ai lavoratori dell'Alcoa per scimmiottare l'orgoglio dei lavoratori sardi nello sventolare i quattro mori. Blaterano di identità, di popolo ma alla fine stanno sempre con i poteri forti. Se l'Alcoa trasferirà la produzione in Arabia Saudita dove stanno già costruendo gli stabilimenti non perderanno certo il sonno. I lavoratori e le loro famiglie tengono duro. Con fermezza. Dignità. Rabbia. E spero che sia contagiosa. Maledettamente contagiosa.


mercoledì 3 febbraio 2010

Ti ricordi, Pierluigi?

Di Rita Pani

E Berlinguer disse: se la fabbrica sarà occupata, vi sarà il totale appoggio alle decisioni degli operai, con la mobilitazione e il sostegno di tutti gli organismi di partito.

Erano altri tempi, lo so. Era il 1980 e la crisi era mondiale. C’era la crisi del petrolio e la lira forte non consentiva l’esportazione delle auto. In più c’erano i giapponesi “il pericolo giallo” che volevano comprare l’Alfa Sud (non l’auto ridicola, ma tutta la fabbrica) e kossiga gliela voleva dare. Erano altri tempi, con la polizia schierata a protezione dei crumiri e i sindacalisti presi a sassate. Erano tempi in cui il morbo, sebbene già vivo, non aveva ancora incancrenito del tutto le coscienze.

Sembra quasi un racconto da caminetto, da farsi reggendo un bicchiere di vino rosso tra le mani, mentre si attende che siano cotte le castagne. Una cosa di quelle che inizia per “c’era una volta un partito …” C’erano uomini diversi, che erano uomini. A loro interessava poco di essere pettinati e avevano quella passione capace di farli resistere fino a farli morire su un palco, durante un comizio. Sì, si chiamava comizio all’epoca, soltanto dopo il morbo si è iniziato a chiamarli “convention”.

Per quanto democristiano, c’era anche un governo capace di far fuori il suo primo ministro con un solo voto contrario. C’era una sorta di pudore capace di mettere un limite persino alla corruzione delle cose e della morale. C’era persino chi ebbe il coraggio di porci sopra una questione: “La questione morale.”

Eppure è da là che vieni Pierluigi. Vieni da quei tempi e da quei modi. Non solo tu, ma molti di quelli che oggi fanno parte del vostro nuovo partito, così nuovo che tu stesso hai sentito il bisogno di chiamare “giovane”. Io comprendo il difetto di memoria, può essere l’età o il contagio del morbo, ma davvero non pensavo che tale malattia potesse anche condurre alla cecità.

Ti ricordi Pierluigi? (devi per forza perché tu c’eri) L’allora presidente di Confindustria, Guido Carli, gettò nel panico il paese con quella sua frase catastrofista: “La crisi non è finita, è solo all’inizio.” Non ti suona familiare? Non hai come la sensazione di un déjà vu? Perché allora, mi chiedo, tu oggi non sei a Carbonia, in piazza Roma, a dire che “se la fabbrica sarà occupata, vi sarà il totale appoggio alle decisioni degli operai, con la mobilitazione e il sostegno di tutti gli organismi di partito.”

Perché la vostra politica oggi vive di rendita sulle spalle di piccola gente come me e come tanti, che vorrebbero pure dire basta, ma che sentono dentro quella storia che voi avete calpestato. Voi state in disparte – siete giovani – e lasciate che “o’sistema” disintegri sé stesso, disintegrando il paese intero; attendete di vedere che accade, ci lasciate soli in piazza a fare solo rumore, per saltar fuori al momento opportuno, quando l’inevitabile sarà compiuto a dire: “Eccoci qua! Siamo cresciuti.”

E la cosa più triste è sapere che a quel punto ci sarà chi sarà pronto a dire grazie a voi, e non a noi che Resistiamo in vita anche solo per farvi un dispetto.

Rita Pani (APOLIDE)

mercoledì 13 gennaio 2010

Ferrero: (Federazione della Sinistra e Prc) solidarietà e vicinanza ai lavoratori della Vinyls di Porto Torres (SS)



La Federazione della Sinistra e il Prc esprimono solidarietà e vicinanza ai lavoratori della Vinyls di Porto Torres (SS),che occupano da una settimana la sommità della torre aragonese della città, per protestare contro la chiusura degli impianti cloroderivati dello stabilimento di Porto Torres. Tale chiusura avrà pesanti ripercussioni sulla chimica in Sardegna e italiana in generale, poiché i cloroderivati rappresentano un elemento fondamentale della filiera produttiva. . Eni pretende il pagamento di un’onerosa fidejussione per fornire le materie prime indispensabili a Vinyls per il riavvio degli impianti ed vergognoso che il Governo Italiano non intervenga efficacemente sulla vicenda e non riesca ad incidere minimamente su Eni e sui suoi propositi di uscire dalla chimica italiana impedendo in più ad altri soggetti di farla. L’ Italia non può rinunciare ad avere una politica industriale. Nel frattempo, a seguito di questa ventilata chiusura, sono a rischio 4500 posti di lavoro in Sardegna che vanno ad aggravare una situazione di per sé già drammatica. Crediamo che i lavoratori i sindacati, le amministrazioni locali debbano essere convocati al più presto presso la sede della presidenza del consiglio e che si debba aprire una vertenza nazionale per la difesa della struttura industriale della Sardegna.
dalla pagina di Paolo Ferrero

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