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venerdì 30 aprile 2010

Acqua bene comune senza se e senza ma e l'intervento di Alex Zanotelli

Il forum italiano dei movimenti per l’acqua della Provincia di Frosinone a coronamento dell’eccellente risultato ottenuto il 25 aprile, primo giorno di raccolta firme per i tre referendum sull’acqua pubblica, (oltre 3000 persone hanno firmato) e per rafforzare maggiormente l’appello a firmare, ha invitato a Frosinone Padre Alex Zanotelli . Il Padre comboniano, che si è speso e si spende per la difesa dei beni comuni dalla mercificazione neoliberista e opera sempre affianco dei più poveri e degli esclusi, è intervenuto in modo impeccabile con argomentazioni forti e chiare senza se e senza ma. I video che di seguito pubblichiamo non hanno bisogno di ulteriori commenti. Ciò che invece abbiamo trovato stridente con l’intervento di Zanotelli e con le finalità generali dei referendum, è stata la cornice legata all’evento. A parte la proiezione di slide con le spiegazioni esaustive del presidente del forum sull’enorme entità dei profitti che le multinazionali realizzano con la mercificazione dell’acqua, e le puntuali informazioni di Severo Lutrario sull’andamento della prima giornata di raccolta firme, gli interventi del consigliere Pdl Dott. CarloGagliardi e del sindaco di Torrice D.ssa Alessia Savo, ci sono parsi fuori luogo. Precisiamo che nel merito quanto affermato dai due amministratori, era assolutamente condivisibile, scontato per certi versi, in linea con i temi del convegno. Ma la loro provenienza e storia politica ci lascia dubitare sul loro reale obbiettivo. Il Dott. Carlo Gagliardi dopo una militanza nell’Udc è inscritto ad un partito dove il “pubblico” non è previsto. Nel Pdl è tutta proprietà privata di un unico PADRONE, tale Berlusconi Silvio. Come è apparso chiaro negli ultimi giorni non è ammesso neanche il dissenso, o meglio tutte le opinioni sono legittime solo se piacciono al PADRONE. E’ dura per un Piddiellino pensare solo minimamente ad un qualcosa che debba appartenere a tutti, manca completamente la predisposizione culturale alla leggittimazione del valore “bene comune”. La d.ssa Savo invece , dopo aver iniziato la sua carriera politica nel Pdl oggi milita nei quadri dell’Udc. Anche in questo percorso è difficile individuare la difesa dei beni comuni come punto forte e imprescindibile di un eventuale programma politico . Nella fattispecie, poi, il leader dell’Udc Pieferdinando Casini è genero di quel Caltagirone azionista Suez che controlla ACEA quindi non propriamente a favore della publicizzazione dell’acqua . Non vorremmo istruire processi alle intenzioni ma proiettiamoci nel futuro. Qualora si dovesse andare a votare, cosa che auspichiamo e riteniamo fortemente probabile, qualora Pdl e Udc dessero indicazioni di voto contrarie all’acqua pubblica, cosa altrettanto probabile, siamo sicuri che Gagliardi e Savo contravverranno alle direttive dei loro dirigenti e si impegneranno a sostenere i referendum? Padre Zanotelli giustamente afferma che l’acqua non ha colore politico, ma neanche le multinazionali che ci vogliono lucrare sopra hanno colore politico, tanto che si sono impegnate a finanziare le campagne elettorali sia del centro sinistra che del, centrodestra. Per farla breve i due amministratori avranno il coraggio di impegnarsi come stanno facendo ora anche nella fase successiva, quella della votazione, sapendo di mettersi contro il proprio partito?
Saranno capaci di rimanere irremovibili anche di fronte ad un’eventuale minaccia di espulsione determinata dal loro comportmento? Probabilmente avranno questo coraggio, ma per essere credibili dovranno esternarlo pubblicamente. Mettere per iscritto che appoggeranno i 3 quesiti referendari per la pubblicizzazione dell’acqua anche se in aperto contrasto con i loro partiti. In mancanza di una tale presa di posizione a nostro giudizio il loro contributo sarà sempre sospetto. Siamo stanchi di essere accusati di essere attaccati all’ideologia. La difesa dei beni comuni è senza ombra di dubbio una delle principali declinazioni dell’ideologia anticapitalista nella vita reale. Difesa dei beni comuni, solidarietà e stato sociale, dignità del lavoro, redistribuzione del reddito sono elementi che si rifanno tutti ad UN’IDEOLOGIA o, per dirla in altri termini, ad un modo di
concepire una società non governata dal mercato . Battersi esclusivamente per un di questi elementi decontestualizzandolo dagli altri è poco credibile. Il forum italiano dei movimenti per l’acqua ha giustamente respinto l’offerta di collaborazione da parte dei fascisti di Forza Nuova e lo ha fatto proprio sulla base di un discorso ideologico affermando che “In merito al comunicato di adesione al Comitato Promotore del referendum per l’acqua pubblica, pervenuto da Forza Nuova, iI suddetto Comitato Promotore intende ribadire che la lotta per l´acqua come bene comune e diritto umano universale è parte di una concezione del mondo e della società che, pur nella diversità delle esperienze che la promuovono, nasce da valori comuni che fanno dell´antifascismo, dell´antirazzismo e della solidarietà fra i popoli e le persone il proprio elemento costituente. Non è pertanto possibile né auspicabile alcuna collaborazione con chi ha una storia politica che si distanzia in modo radicale dai suddetti principi, condivisi da tutte le realtà che compongono”. 
Domande: una cultura che difende l’accumulazione e il profitto è compatibile con i principi propri dei quesiti referendari? Inoltre Forza Nuova alle ultime elezioni non ha forse appoggiato quel Pdl a cui Gagliardi è inscritto?








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da AUT Frosinone

1°-2 Maggio, Festa comunista e 1° forum nazionale di discussione sul Partito Sociale

Di: Yuri Borgianni


L'appuntamento con la Festa Comunista del 1° maggio a Poggibonsi (SI) porrà quest'anno un'attenzione particolare al tema della crisi e della solidarietà. Il PRC, tramite il settore Partito Sociale, ha sviluppato una serie di iniziative politiche e di solidarietà contro il carovita e la crisi, che presto sono diventate patrimonio importante di tutta la Federazione della Sinistra.
Con i protagonisti di queste esperienze da tutta l'Italia verranno tirate le somme di questa impegnativa attività in occasione del primo convegno nazionale "Il Partito Sociale: nella crisi una risposta possibile", ospitato dalla nostra festa ed in programma domenica 2 maggio dalle ore 10,30. L'intervento conclusivo sarà quello di Paolo Ferrero.
Programma completo su www.prcpoggibonsi.org

lunedì 19 aprile 2010

Anpi Roma e Lazio: un luogo per la memoria al'Esquilino


Un luogo per la Memoria all'Esquilino. La Pensione Oltremare
Sit-in per posare un fiore davanti a quella che la prigione dei torturatori fascisti della "Banda Koch"

Roma 25 aprile 2010
Via Principe Amedeo, 2
dalle 13 alle 14.30

Sit-in di ricordo e alla Memoria dei patrioti antifascisti incarcerati e torturati in uno dei luoghi più terribili dl periodo dell’occupazione nazista di Roma 1943-44, in via Principe Amedeo 2 (rione Esquilino), dove fu organizzato un centro di reclusione e di tortura forse ancora più temibile di quello nazista di via Tasso: la pensione Oltremare, sede dell’angusta e fatiscente prigione della cosiddetta “banda Koch”, il Reparto speciale della polizia fascista, così chiamata dal nome del suo capo Pietro Koch.
Incontro organizzato con l’obiettivo comune di non far cadere nell’oblio, nel rifiuto di un riscrittura reviosinista della Storia, uno degli eventi più gravi accaduti nel cuore della nostra città di Roma, medaglia d’oro per la Resistenza.
Recentemente è stata approvata una delibera dal Consiglio del I Municipio, nella quale è stato preso l’impegno a porre una targa ricordo a Memoria.
Nel corso del sit-in verrà deposta una corona di fiori sul marciapiede antistante il civico 2 di via Principe Amedeo.

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mercoledì 14 aprile 2010

Sit in per Cuba 28 aprile 2010


Il 28 aprile 2010 dalle ore 13,30 alle 16,30 sit in di fronte al parlamento europeo a bruxelles al fianco di Cuba e contro la risoluzione dell ’11 marzo

L’ennesimo, violento, attacco a Cuba è un’aggressione contro l’autodeterminazione di un paese democratico e indipendente dal 1959. La guerra che gli Usa gli hanno da sempre dichiarato, e che sostengono con qualsiasi mezzo, compreso il terrorismo, è un’offesa al diritto internazionale e alla pace.

Cuba è ancora sotto attacco anche da parte del Parlamento Europeo. Parlamento che invece di sostenere e proteggere i reali interessi dei popoli europei dalla crisi sistemica del capitalismo in atto, si preoccupa di eseguire scioccamente gli ordini di Washington. Cuba ha insegnato, senza armi ma con la forza del suo esempio, a milioni di esseri umani in America Latina, e non solo, il valore della libertà, della solidarietà, dell’autodeterminazione, della democrazia e della giustizia sociale.

La morte di Zapata Tamayo, un delinquente detenuto per reati comuni e poi arruolato a suon di dollari dalla cosiddetta “dissidenza” di Miami al soldo degli Usa, è una tragedia umana, che rispettiamo, ma che niente ha a che fare con le libertà fondamentali che a Cuba sono pienamente rispettate e garantite.

Noi condanniamo fermamente la risoluzione dell’11 marzo 2010, in relazione a quella morte, che il Parlamento Europeo ha votato contro Cuba, perché infarcita di evidenti falsità per perseguire il fine di abbattere il processo rivoluzionario cubano. Ringraziamo sentitamente gli europarlamentari che vi si sono opposti.

Condanniamo, altresì, la violenta e strumentale campagna mediatica contro lo stato sovrano di Cuba in relazione a presunte e inesistenti violazioni dei diritti umani.

Cuba è sottoposta a un feroce blocco totale degli Usa che è stato condannato 18 volte dalle Nazioni Unite senza nessuna risposta da parte statunitense, se non il loro arrogante disprezzo per la legalità internazionale. Un blocco che viola i diritti umani del popolo cubano.

Cuba è stata attaccata dal terrorismo, ed ha avuto circa 3478 morti, e paga la sua autonomia e indipendenza con la detenzione di Cinque suoi agenti dell’antiterrorismo incarcerati illegalmente da oltre 11 anni negli Stati Uniti, con gravissime violazioni dei loro diritti umani, solo perché difendevano il loro paese dagli attacchi del terrorismo proveniente dagli Stati Uniti.

In questo 2010 si celebra il 65° anniversario della Liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo e noi vorremmo che questo anniversario segnasse anche, finalmente, la fine degli attacchi strumentali e vergognosi che il Parlamento Europeo continua ad effettuare da anni contro il popolo cubano e la sua rivoluzione .

Oggi noi chiediamo, in nome dei popoli europei, che il Parlamento continentale realizzi politiche solidali ed eque con il governo e il popolo cubano rispettando la sua autodeterminazione e la sua sovranità nazionale.

Gli Organizzatori:

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Nuestra America (membro della Rete delle Reti in Difesa dell’Umanità)
Associazione La Villetta per Cuba

Prime adesioni:
Rete dei Comunisti, Pdci, Comitato Fabio di Celmo, Tele Ambiente, Radio Città Aperta, Puntocritico, El Moncada, Laboratorio europeo di Critica Sociale, Contropiano, Centro studi Cestes-Proteo, Amicuba online, Natura Avventura edizioni



Con questa iniziativa parte una mobilitazione a sostegno di Cuba dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Nuestra America e La Villetta per Cuba che proseguirà nel mese di maggio con due manifestazioni di fronte alla sede del Parlamento Europeo di Roma e alla Rai Tv di Milano. Queste due manifestazioni unitarie verranno organizzate, nei modi e nelle forme, nelle prossime settimane.
Facciamo, inoltre, appello a tutte le organizzazioni, comitati e associazioni della solidarietà europea con Cuba di attivare campagne in tutti i paesi europei a sostegno di Cuba.

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Roma: Manifestazione cittadina della scuola pubblica

 
La politica non ci ascolta, sembra che nessuno sappia darci le risposte che da tempo aspettiamo. A quando la restituzione dei soldi alle scuole? A quando i nuovi fondi? A quando una nuova politica sulle strutture scolastiche? Per far vedere ancora una volta a TUTTI che non siamo numeri, non siamo pedine di cui vantarsi in campagna elettorale, ma persone che necessitano e pretendono RISPETTO!
No alla PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA!
Vogliamo essere presi in considerazione, vogliamo i fondi per i problemi più basilari di finanziamento, non vogliamo più mettere un euro di tasca nostra nei bilanci della scuola Pubblica, vogliamo scuole sicure!
La nostra protesta non si ferma, con proposte, idee, tanta voglia di costruire, scendiamo in piazza!





La manifestazione è organizzata dal Coordinamento Permanente Scuole di Roma e aderiranno le seguenti scuole, coordinamenti, associazioni ed organizzazioni sindacali:
49° Circolo Didattico, 92° Circolo Didattico, 1° Circolo Didattico, Dalla Chiesa, Pasteur, Talete, D´Antona Biagi, De Chirico, Russel, Poggiali, Fabrizio de Andrè, Crispi, L. da Vinci Maccarese, VII Montessori, Guareschi, Montezemolo, S. Benedetto, Vittoria Colonna, Quartararo, Gullace, Socrate, Aristotele, Keplero, Cavour, M. Grazia Cutuli, Iqbal Masih, Troisi, Coordinamento Scuole Secondarie, Coordinamento XIII Municipio, Coordinamento IV Municipio, Coordinamento Precari Scuola, Popolo Viola Roma,Rete degli Studenti, Studenti Viola Napoli, Comitato Insegnanti ATA Precari Roma, CGD, Scuola popolare Pietro Bruno, Centro sociale La Strada, Per una Scuola della Repubblica,Unione degli Studenti Roma e Lazio,Libera Cittadinanza, Collettivo Senza Tregua, COBAS, RDB CUB Scuola, USI, FLC CGIL, UNICOBAS
 
Sabato 17 aprile 2010 ore 14,30-17,00 
Colosseo - Campo dei Fiori

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martedì 13 aprile 2010

IO STO CON EMERGENCY - 17 APRILE -ROMA


SABATO 17 - ore 14,30 - Appuntamento in piazza Navona ROMA

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
IO STO CON EMERGENCY
Entra nel sito di Emergency
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domenica 21 marzo 2010

“Impresa semplice”? No grazie! Fermiamo tutte le cessioni! IT: le polpette avvelenate di Telecom Italia - Partecipa e diffondi!


“Impresa semplice”? No grazie! Fermiamo tutte le cessioni!
IT: le polpetta avvelenate di Telecom Italia

Il 4 marzo 2010 Telecom Italia ha avviato le procedure per la cessione di IT Operations alla società del gruppo, la SSC s.r.l. con il bilancio in rosso, che coinvolgerà circa 2150 colleghi e colleghe. In data 11 marzo si è tenuto l’esame congiunto con le RSU e le OO.SS nel corso del quale, i rappresentanti aziendali hanno confermato la definizione della cessione di IT Operations dal 1 aprile (prospettando ulteriori cessioni di ramo d’azienda per altri settori come i customer, la rete,le vendite, …) e affermato che sia in SSC che in Telecom Italia sarà comunque necessario avviare percorsi di riduzione dei costi, i cosiddetti “efficientamenti” che, come sempre si concretizzeranno in mobilità, CIGS, contratti di solidarietà.

In sostanza, si sta delineando la nuova “architettura societaria”, “l’impresa semplice”, che il CdA intende realizzare nel prossimo futuro: una holding leggera, proprietaria però di tutta l’infrastruttura, e tante aziende satelliti attraverso le quali “governare” i singoli processi produttivi. Il “polpettone” Telecom Italia sarà spezzettato in tante polpette condite, al momento, dalla “bufala” che quest’ultime rimarranno nel perimetro del gruppo.

Si tratta, però, di polpette contaminate con il veleno più subdolo, quello che “ammazza” gradualmente e anche dopo diverso tempo dall’evento. Quanto tempo rimarranno le mini-aziende nel perimetro del gruppo?! Tramite il nuovo riassetto, il CdA vuole realizzare risparmi e profitti nel breve e medio termine per poter ridurre il famoso debito ma, lè bene ricordare a tutti e tutte che, le precedenti esperienze di cessioni di ramo hanno avuto, quasi tutte, lo stesso medesimo e tragico epilogo. Si parte con il peggioramento delle condizioni economiche e normative, si passa per la chiusura delle sedi territoriali, si arriva alla fine alla mancata retribuzione, ai licenziamenti, alla chiusura dell’azienda, come nei casi di Telemaco Immobiliare e TILS. Per non parlare del caso da “manuale” EUTELIA-AGILE-OMEGA che ha ben descritto come in poco tempo si possa passare dalle “stelle alle stalle” grazie al passaggio di mano in mano dei pacchetti azionari.

Questo è il futuro che ci attende, per questo crediamo che vada impedita questa cessione e qualsiasi ipotesi di spezzatino di Telecom Italia con la mobilitazione di TUTTA l’azienda.

Ancora una volta dobbiamo ribadire che non si risana il bilancio mettendo mano all’occupazione e ai diritti di chi lavora. Questa azienda ha sperperato e continua a sperperare ricorse economiche verso consulenze, appalti, favolose politiche premiali in favore dei dirigenti. Si dovrebbe operare in questa direzione se si volesse realmente fare gli interessi dell’azienda. L’Information Tecnology è un esempio eclatante. Quanto è stato speso fin d’ora per le consulenze e gli appalti nell’informatica?! Quanti progetti sono stati svolti da personale esterno (e lo sono tutt’ora), mettendo da parte il personale interno in grado di svolgere le stesse attività, con un enorme e ingiustificato aggravio di spesa?! I vertici aziendali continuano a non rispondere a queste banali osservazioni. Si dovrà forse attendere, ancora una volta, “la sirena delle fiamme gialle” per avere qualche spiegazione sul “carosello” di consulenze che ruota attorno all’informatica?!


Nonostante gli enormi profitti realizzati in questi anni, se il debito che grava sul bilancio di T.I. è ancora tutto lì a pesare sul nostro futuro, ciò è dovuto esclusivamente alla gestione scelleratamente “allegra” delle casse e del patrimonio aziendale messo in atto dai vertici aziendali i cui costi diretti ed indiretti, non certo per il costo del lavoro dipendente.

Per “onorare” quel debito, oggi vogliono definitivamente polverizzare l’azienda Telecom Italia e passare all’incasso con l’accaparramento della rete o dei clienti!!

FERMIAMOLI: TELECOM UNICA E PUBBLICA

- NO ALLO SPEZZATINO DI TELECOM ITALIA
- NO A NUOVI TAGLI DI PERSONALE
- TELECOM ITALIA DEVE FERMARE LA CESSIONE IN CORSO, RIUNIRE TUTTO IL SETTORE INFORMATICO ALL’INTERNO DELL’AZIENDA CON L’INCORPORAZIONE DI SSC, TAGLIARE GLI SPRECHI SU CONSULENZE, APPALTI E RETRIBUZIONI D’ORO DI MANAGER E DIRIGENTI.

Contro il piano di riassetto aziendale, la riduzione di personale, i contratti di solidarietà, il piano di dismissioni, l’appalto e la delocalizzazione delle attività i COBAS del Lavoro Privato e la FLMUNITI/CUB hanno indetto per

Martedì 23 marzo 2010
lo sciopero nazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici di Telecom Italia
(esclusione della PROVINCIA DI UDINE – per disposizioni commissione di garanzia)
con le seguenti articolazioni:

• lavoratori e lavoratrici Telecom Italia di Information Technology appartenente a Technology & Operations, sciopero intero turno lavorativo;

• lavoratori e lavoratrici Telecom Italia dei restanti settori, 4 ore di sciopero a fine di ogni turno lavorativo (part-time in proporzione);

Nel corso dello sciopero invitiamo tutti e tutte a partecipare alle iniziative e i presidi che si terranno nei diversi territori.

ABBIAMO APERTO DEI GRUPPI DI DISCUSSIONE SU INTERNET:

BLOG: nospezzatinotelecom.blogspot.com

FACEBOOK: Telecom Italia UNICA e PUBBLICA
http://www.facebook.com/home.php#!/group.php?gid=401079108942&ref=ts

Partecipa e diffondi!!

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Gli impagabili inondano la capitale

E’ terra, è acqua, è democrazia. Sono i beni comuni, quell’insieme di diritti naturali e essenziali, che compongono il nostro quotidiano. Qualcosa che hanno già capito le grandi aziende multiutility: «Gestiamo l’essenziale della vita», recita, non a caso, lo slogan della francese Suez. Sabato i beni comuni avevano duecentomila volti, differenti tra loro, ma con storie e lotte che riproducevano l’intero paese. In prima fila il grande popolo dell’acqua pubblica, raccolto dietro la sigla del Forum nazionale, che da quattro anni ha iniziato una rivoluzione silenziosa ma terribilmente efficace. E poi, a seguire, le tantissime vertenze sull’ambiente, sui territori divenuti terre di conquista per le ecomafie, sui veleni industriali e sociali che stanno intaccando il quotidiano, la stessa aria da respirare e la stessa acqua da bere.
Comitati contro le discariche della Campania, i No Tav scesi dalla Val di Susa, i gruppi nati intorno alla lotta contro la base Dal Molin, i comitati calabresi con ancora negli occhi le manifestazioni contro la costruzione del ponte e per la verità sulle navi dei veleni. Storie che si incrociavano, mentre il corteo scendeva - imponente - lunga via Cavour, entrando nei Fori imperiali, sfiorando il Campidoglio, dove la giunta Alemanno sta preparando l’atto finale della storia centenaria di Acea, affidandola definitivamente ai privati.
E’ festa, è entusiasmo ed è voglia di riprendersi la vita. Gli slogan cercano di riprodurre in qualche modo questo strano mondo del movimento dei beni comuni. «Terra vuol dire democrazia», grida un gruppo che vuole unirsi idealmente alla lotta dei palestinesi, poi non così lontana dal movimento per l’acqua pubblica. O ancora «più società e meno spa», tanto per far capire quale sia l’alternativa alla gestione privata dell’acqua, dei rifiuti, del quotidiano. La
questione, da queste parti, è chiara e semplice: non possono essere i consigli di amministrazione a gestire i nostri territori. Si deve ritornare ai consigli comunali e poi alla gestione partecipata, ricordava ieri Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Ed è questo il percorso di quattro anni che è sfociato nella manifestazione romana. Lo ricorda Patrizia, dell’Abruzzo social
forum: «Il consiglio comunale de L’Aquila ha votato tre mesi fa la dichiarazione dell’acqua come bene senza rilevanza economica». Ovvero un passaggio che sottrae - simbolicamente e politicamente - le risorse idriche dal decreto Ronchi, la legge che consegna la gestione dell’acqua alle multinazionali.
Il corteo era aperto da un unico striscione del Forum, seguito immediatamente dai gonfaloni dei comuni. Perché è dai consigli comunali, da quella parte di istituzioni più vicine al quotidiano e ai beni comuni, che sta ripartendo nel paese la vera resistenza alle privatizzazioni, ai veri interessi della destra al governo. Sono duecento cinquanta i comuni che già hanno cambiato lo statuto, inserendo il principio della non rilevanza economica dell’acqua. Comuni come quello di Napoli, in prima fila nella manifes-t-azione di ieri. O come quello di Bassiano, mille e seicento abitanti e una resistenza strenua contro Acqualatina, che si è presa gli acquedotti usando commissari di governo, per vincere con la
forza la resistenza dei sindaco e dei consiglieri. O ancora, come quello di Lanuvio, paesino della provincia di Roma, dove l’acqua da tre anni è gestita da Acea.
L’altra parte del vasto movimento sono i lavoratori. I dipendenti di Hera - il gestore multiutility emiliano, da poco quotato in borsa - hanno ben chiaro qual è l’impatto della privatizzazione anche per chi lavora nelle spa. «Da quando siamo diventati a tutti gli effetti una società privata - racconta un delegato di Hera - c’è stata una riduzione del personale del 30%, con l’esternalizzazione di molti servizi operativi». Come quello, poco redditizio per i privati, della gestione dei depuratori nella zona appenninica. Gestioni che incidono direttamente sulla qualità della vita delle comunità locali, che ora si trovano davanti bollette stratosferiche per poter garantire il profitto dove prima esisteva il servizio pubblico. «E noi lavoratori sappiamo - continuano i dipendenti di Hera - che ora è peggiorata la qualità del servizio per gli utenti». Qualità che nella gestione
dell’acqua e dei rifiuti ha un impatto diretto sulla vita.
Enti locali, cittadini e lavoratori, tre pezzi di un movimento intenso, che riesce a tenere da parte - senza escluderli però - i partiti della sinistra. Questo era il volto del corteo dei duecentomila militanti per i beni comuni, che ha messo in prima fila il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, lasciando in coda i pezzi dei partiti politici. C’era Sel, c’era Rifondazione, Sinistra critica, i Verdi di
Bonelli, l’Italia dei valori e altre sigle della sinistra. Non da protagonisti per una volta, lasciando il ruolo di primo piano alle centinaia di comitati locali. E anche le sigle storiche e nazionali dell’ambientalismo - come il Wwf e Legambiente - pur facendo parte a pieno titolo del Forum, hanno accompagnato il corteo con una presenza in secondo piano. «Vedi quello che ci unisce al movimento dell’acqua -
spiega Giovanni del comitato contro la discarica di Caiano e Marano, in Campania - sono persone come Alex Zanotelli, che sul territorio ci fanno conoscere, ci mettono in contatto». Una rete diffusa, che si è presentata a Roma, con tutta la sua forza.
E forse anche per questo, anche per questa differenza che spiazza, i media mainstream hanno quasi ignorato il lungo corteo, puntando le telecamere solo su Berlusconi. «A noi non ci paga nessuno», dicevano tantissimi cartelli portati dal popolo dell’acqua. L’unico riferimento, pieno di orgoglio, all’altra manifestazione. Pochi, pochissimi erano gli slogan verso Berlusconi, molto meglio, per chi difende i beni comuni, proporre l’altro mondo possibile. E chissà forse proprio questa piazza ha decretato la fine inesorabile del cavaliere.


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giovedì 11 marzo 2010

C'è Berlusconi a San Giovanni e l'altro corteo cambia percorso (deve)


Cambia il percorso della manifestazione del Forum dei movimento per l'acqua
"Ci avevano detto che in via dei Fori Imperiali non si poteva passare". Poi la retromarcia

ROMA - Questa è una storia di annunci dati e poi smentiti. Di manifestazioni e percorsi che cambiano all'ultimo momento. Una storia che comincia ieri. In piena bagarre sulle firme Silvio Berlusconi chiama all'adunata i suoi: "In piazza il 20 marzo a Roma". Squlli di tromba, fino a che qualcuno si accorge che, quel sabato, il centro di Roma, sarà attraversato dal corteo del Forum dei movimenti contro la privatizzazione dell'acqua. Un vasto arcipelago di sigle che raccoglie sindacati, associazioni del mondo cattolico, ambientalista, partiti e movimenti della sinistra e associazioni dei consumatori.

Qualcuno, nell'entourage del premier, si accorge del problema e ipotizza uno spostamento della data alla domenica. Sembra la quadratura del cerchio e invece no. Il 21 a roma c'è la maratona, appuntamento che richiama migliaia di appassionati.

Di rinunciare non se ne parla, ragionano in casa Pdl. E allora la richiesta alla questura di Roma parte ugualmente, con data 20 marzo. A questo punto la vicenda assume contorni paradossali. "Noi avevamo chiesto l'autorizzazione per un percorso che partiva da piazza della Repubblica e passando per via dei Fori Imperiali e piazza Venezia si chiudeva a piazza Navona - dice Paolo Corsetti, segretario del Forum - la Questura ci chiese di fare un giro più largo, passando a lato di piazza san Giovanni". Motivo? : "Ci spiegarono che via dei Fori Imperiali era occupata dalle gru che dovevano costruire i palchi per la maratona del giorno dopo". Una modifica di cui il Forum prese atto. Poi, la bufera delle liste e l'annuncio della manifestazione del Pdl. A questo punto qualcosa cambia. "La Questura ci ha telefonato ieri per dire che potevamo passare da via dei Fori Imperiali". E le gru? "Mah..a nostra domanda precisa ci hanno risposto che era stata chiesta l'autorizzazione del Pdl per piazza San Giovanni". E i lavori per le strutture della maratona? Mistero.


Una situazione singolare su cui si innesta il famoso protocollo fortemente voluto dalla giunta Alemanno per regolare le manifestazioni nella capitale. "Occorre dare limiti - disse il sindaco - non è possibile che la città sprofondi nel caos". Il protocollo, fortemente voluto dal Comune, venne firmato nel marzo del 2009. Chi era a quel tavolo racconta di un sindaco particolarmente deciso a mettere rigidissimi paletti alla possibilità di scendere in piazza. Una rigidità che trovò argine, tra gli altri, nella risposta delle organizzazioni sindacali. Il testo, però non riguarda le manifestazioni a carattere nazionale. Come quella del centrodestra e quella del Forum. E così oggi Alemanno si spende per l'adunata a piazza San Giovanni che "non è un'occasione di protesta ma un momento in cui il presidente del Consiglio firmerà un patto programmatico con i 13 candidati governatori".

Difficile fare previsioni sui numeri. Raccontano che Berlusconi, temendo il flop, avrebbe preferito la più piccola piazza del Popolo che, però, sarà occupata dal popolo viola. Dalle parti Forum, invece, si respira ottimismo: "Puntiamo a 100mila persone". Che si dovranno districare tra gru e transenne

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venerdì 5 marzo 2010

La rivoluzione non è un pranzo di gala (ma una cena sociale aiuta la causa!)


VENERDI 5 MARZO 2010
presso la Coooperativa "Agricoltura Nuova" in Via Valle di Perna n.315 traversa della complanare alla Via Pontina, Spinaceto - Roma

Ore 19,30: Breve presentazione del "Progetto Comunisti Uniti"

Intervengono:

GUALTIERO ALUNNI
ANDREA FIORETTI
(referenti nazionali Comunisti Uniti)

rappresentanti di movimenti e gruppi locali

Ore 20,30: CENA SOCIALE

Menù:
Pasta e fagioli, grigliata mista di carne, patate e insalata, acqua, vino, caffè e dolce.

Tutti gli ingredienti sono biologici e provengono dalla fattoria della Coop.

Prezzo compreso di autofinanziamento: 20 euro

Per info e prenotazioni:
cell. 3337335919 - 3316037273
comunistiunitilazio@gmail.com

Data:
venerdì 5 marzo 2010
Ora:
19.30 - 22.30
Luogo:
Coooperativa "Agricoltura Nuova"
Indirizzo:
Via Valle di Perna 315
Città/Paese:
Roma, Italy



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domenica 28 febbraio 2010

Stranieri in sciopero

Marco Rovelli

Negli ultimi tempi, nei molti incontri sparsi per l’Italia per parlare di immigrazione, clandestinità e lavoro, mi si chiede spesso – preso atto del cupo contesto – di indicare qualche esempio positivo, qualche speranza, qualche
traccia da seguire. Tra le pratiche sociali che possano prefigurare qualcosa
di diverso, mi accade di citare la lotta delle cooperative della logistica in Lombardia. Di Brembio e di Cerro si è generalmente parlato solo per le cariche della polizia ai presidi dei lavoratori delle coop in sciopero. Non si è però prestata molta attenzione alla valenza politica di questi fatti, da cui invece si può trarre qualche utile insegnamento. In questa vicenda infatti – il cui sviluppo più recente sono state le cariche a Cerro di Lambro il 12 febbraio – compaiono
gli elementi tipici dello sfruttamento del lavoro migrante nel suo nesso con la precarietà del lavoro, la precarietà esistenziale, la frammentazione dei processi produttivi.
A smistare le merci nei magazzini sono le cooperative, le quali (a dispetto del nome nel quale è stratificata tanta parte della storia e degli ideali del movimento operaio) sono oggi uno dei veicoli migliori dello sfruttamento dei lavoratori. Anche nel settore della logistica, diversamente dal resto dell’Europa, si è verificato il classico processo di esternalizzazione della produzione, assegnando la gestione dei magazzini attraverso appalti dati al massimo ribasso, pratica che di fatto scarica il rischio d’impresa sui lavoratori. Così,
ad esempio, la Bennet – la società di distribuzione che gestisce gli stabilimenti
di Origgio e Turate, da dove la lotta si è propagata, magazzini che forniscono gli alimentari alla grande distribuzione in Lombardia – ha delegato alle cooperative la gestione dei magazzini abbattendo drasticamente i dipendenti diretti. La forza lavoro delle cooperative è quasi esclusivamente immigrata, visto che si tratta di un lavoro molto faticoso, con ritmi e tempi di lavoro intensissimi, e in molti casi a dirigere le cooperative ci sono prestanomi che ogni anno cambiano. Il contagio della lotta si è propagato da Origgio, dove 180 lavoratori delle cooperative hanno costretto la Bennet e la cooperativa di cui erano «soci» a accettare le condizioni contrattuali previste dalle legge 142 del 2002, alla quale aveva derogato lo stesso contratto nazionale firmato dai sindacati.
Una lotta difficile, in condizioni di lavoro dure (25, ma anche 40 chili alzati
145 volte all’ora), dove se hai problemi ti si lascia a casa il giorno dopo. Una lotta partita a Origgio da due lavoratori originari dello Sri Lanka, che dopo essersi rivolti negli anni a un paio di sindacati confederali hanno trovato la via dell’autorganizzazione, appoggiandosi allo Slai Cobas.
Al primo sciopero erano in quindici, poi hanno aderito tutti, fino a strappare la sindacalizzazione e l’adeguamento salariale e contributivo. Essendo stata vincente, quella lotta è stata imitata in altri siti: Turate prima, poi Brembio e Cerro di Lambro. Ogni volta con esiti positivi. Ogni volta si trattava di rivendicare dignità in fabbrica, sconfiggendo il senso comune diffuso di rassegnazione a essere trattati come servi, e scoprendo che la lotta paga. Una lotta solidale, alla quale - come mi raccontava Abdullah, delegato marocchino
di Turate, che al suo paese studiava letteratura inglese – hanno preso parte srilankesi, pakistani, filippini, marocchini, tunisini, nigeriani, senegalesi, albanesi. E molti italiani solidali, grazie all’appoggio del sindacato di base. Le diffidenze sono state piano piano superate, si è creata una comunicazione culturale man mano che si diveniva coscienti della comunanza degli interessi.
«Sta nascendo un’identità nuova, c’è una collaborazione fra tutti» dice Abdullah. E anche da parte degli italiani (che nelle coop fanno quasi esclusivamente lavori d’ufficio) le cose sono iniziate a cambiare: «All’inizio
c’era un po' di arroganza da parte loro. Dopo che abbiamo iniziato con la lotta sindacale è cominciata un po' di parità, ci rispettano. Quando cominci ad alzare la testa, a rifiutare lo sfruttamento, allora loro ti guardano in modo diverso, perché anche loro sono operai deboli». Alla base di tutto, dunque, la rivendicazione di una dignità negata. Esistenziale e dei diritti.
Ecco, la rivolta di Rosarno è stata evocata da più parti in occasione dei riots di via Padova a Milano, per quelle però che non sono che analogie superficiali. Trovo invece molto più pertinente l’analogia tra Rosarno e la lotta di queste cooperative, dove un gruppo coeso e vasto di immigrati è insorto per rivendicare condizioni di lavoro giuste e, ancor prima, il proprio stato di dignità umana.
Lunedì prossimo è il primo marzo, sciopero dei migranti. L’opportunità straordinaria che questa giornata offre è quella di creare una rete forte, una rete meticcia dove esperienze e pratiche di lotta e di costruzione di alternative possano venire scambiate, e divenire contagio in tutto il paese.


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giovedì 18 febbraio 2010

RIUNIONE DEI COMUNISTI UNITI di ROMA e del LAZIO

Sabato 20 febbraio 2010 al DLF Pettinelli della Stazione Termini.

Riunione è aperta a tutte le compagne ed i compagni interessati, iscritti a PRC e PdCI e comunisti senza tessera.

RIUNIONE DEI COMUNISTI UNITI di ROMA e del LAZIOaperta a tutti i firmatari e sostenitori degli appelli comunisti uniti.

presso la Sala PETTINELLI del Dopo Lavoro Ferroviario della Stazione Termini di Roma

All'odg:

1) Punto della situazione sulle adesioni nazionali e regionali all'appello Comunisti Uniti 2.0;
2) Percorso politici per l'unità dei comunisti in questa fase politica;
3) Iniziative di finanziamento e di presentazione del progetto dei Comunisti Uniti nel Lazio.

Info: comunistiunitilazio@gmail.com

La Sala Pettinelli del Dopolavoro Ferroviario è raggiungibile dall'interno della Stazione Termini alla fine del binario 24: dalla testa del binario percorrere il marciapiede verso la fine e scendere nel secondo sottopassaggio che si incontra. Alla fine delle scale vi troverete di fronte l'entrata della Sala.

Il recapito telefononico della Sala Pettinelli è 0647306862

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sabato 13 febbraio 2010

Camilleri, Hack, Flores d’Arcais: “No all’illegittima impunità, tutti in piazza il 27 febbraio”

Pubblichiamo l'appello inviato da Andrea Camilleri, Margherita Hack e Paolo Flores d'Arcais a 120 personalità del mondo della scienza, della cultura e dello spettacolo perchè aderiscano alla manifestazione del popolo viola contro il legittimo impedimento.

Per sabato 27 febbraio numerosi siti del “popolo viola” hanno indetto manifestazioni in numerose città italiane (l’appuntamento principale sarà a Roma, piazza del Popolo, dalle ore 14), con lo slogan “la legge è eguale per tutti” e la volontà di opporsi alla “illegittima impunità” che la legge berlusconiana ad personas sul “legittimo impedimento” imporrà al paese, stravolgendo la Costituzione.

I promotori hanno rivolto un accorato appello: “invitiamo tutti gli esponenti della cultura e dell’informazione, della scienza e dello spettacolo, delle forze democratiche e del lavoro, ad aderire e partecipare alla nostra nuova iniziativa”.

Di fronte al drammatico degrado dell’Italia, il “Bel Paese” che un malo governo sta riducendo a macerie morali, istituzionali, culturali, sociali, economiche, calpestando la Costituzione repubblicana anziché realizzarla, crediamo nostro elementare dovere aderire con il massimo dell’impegno.

Speriamo che siano tante, tantissime, una crescente “valanga”, le adesioni nei prossimi giorni di scienziati e scrittori, intellettuali e protagonisti dello spettacolo, che con la loro indignazione e passione democratica sapranno difendere la Costituzione nata dalla Resistenza, a conferma di una “società civile” degna dell’aggettivo, che non si piega né rassegna alla marcia totalitaria di un regime orwelliano.

Andrea Camilleri
Margherita Hack
Paolo Flores d’Arcais

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venerdì 12 febbraio 2010

Mobilitazione contro la protezione civile S.p.A.


IL “SISTEMA BERTOLASO” È UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA
IL 18 FEBBRAIO MOBILITAZIONE DI SINDACATI, PARTITI, VOLONTARI E MOVIMENTI CONTRO LA PROTEZIONE CIVILE S.P.A

Le indagini della magistratura e le annunciate dimissioni del capo della Protezione Civile hanno strappato il velo sul “sistema Bertolaso”: l'abuso dei poteri di emergenza da parte del capo della Protezione civile nasconde in realtà un ricco groviglio di affari e interessi privati. Oltre a rappresentare un rischio per la democrazia: quei poteri straordinari (sono quasi 700 le ordinanze varate dal 2001 al 2009) vengono oggi ampliati dal decreto 195 che istituisce la Protezione civile spa, appena approvato in Senato. Presto coi poteri di deroga si potranno costruire centrali nucleari e grandi opere, militarizzando il territorio e riducendo a silenzio l'opposizione.

Per impedire questa involuzione autoritaria e affaristica della Protezione civile, il 18 febbraio alle 15,30 all'università La Sapienza di Roma, la rete Osservatorio civile indice un'assemblea “contro la Protezione civile Spa”. Parteciperanno rappresentanti dei sindacati (RdB e Cgil), dei partiti politici (hanno aderito all'iniziativa 60 parlamentari del Pd, esponenti di Idv, Verdi, Sinistra Critica, Pdci e Prc), comitati territoriali e movimenti (Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano, le rete aquilana 3e32, i No Ponte e i No tav), intellettuali ed esponenti del mondo del volontariato di Protezione civile. La mattina del 18 i Vigili del Fuoco aderenti all'RdB hanno indetto, alle 10, un presidio in Piazza Montecitorio contro la Protezione civile Spa.


Per informazioni: www.osservatoriocivile.org
Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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mercoledì 27 gennaio 2010

A noi fu dato in sorte questo tempo 1938-1947



Diamo la giusta visibilità ad una segnalazione ricevuta in un commento:

Salve, a proposito di Shoa, vorrei consigliare una mostra inaugurata ieri a Torino, ma che nei prossimi mesi sarà anche a Fossoli (Modena) e a Bard (in Valle d’Aosta).

Si chiama „A noi fu dato in sorte questo tempo 1938-1947” e ripercorre la storia di quegli anni attraverso le esperienze di un gruppo di giovani intellettuali ebrei, tra cui Primo Levi, Luciana Nissim, Emanuele Artom.

Le vicende dei protagonisti vanno dall’esclusione sociale in seguito alle leggi razziali, cui i giovani reagiscono avvicinandosi tra loro e creando nuove forme di comunità e solidarietà, alla lotta nella Resistenza, fino all’arresto e, in alcuni casi, alla deportazione. Il percorso si conclude con la memoria di chi è tornato.

La mostra è nata da studi sull’archivio privato di Luciana Nissim Momigliano e su altri documenti inediti, è prodotta dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e promossa dal Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino.

Anche grazie all’allestimento, multimediale e interattivo, è coinvolgente e toccante.

www.iltempoinsorte.it

La mostra è anche su facebook: http://www.facebook.com/pages/Torino-Italy/A-noi-fu-dato-in-sorte-questo-tempo-1938-1947/260372084326?ref=mf

giovedì 21 gennaio 2010

21 gennaio 1921. Veniamo da lontano.







Riportiamo dal bellissimo "sitocomunista" la storia  in breve del Partito Comunista d'Italia (PCI), lasciando sia i link d'approfondimento che le meravigliose immagini storiche. Visto che per "puro caso" il racconto si ferma alla nascita di rifondazione e alla successiva nascita dei Comunisti Italiani, le considerazioni su dove stiamo andando le lasciamo a domani. Oggi è un giorno di festa.

Auguri compagni.




Nel 1921 si tenne a Livorno il XVII Congresso del Partito Socialista: la frazione comunista guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, che non riteneva più possibile continuare a rimanere nel vecchio partito, abbandonò i lavori e il 21 gennaio si riunì nel congresso fondativo del Partito Comunista d'Italia - sezione dell'Internazionale Comunista.
Su come si realizzò la scissione, gli stessi Gramsci e Togliatti espressero più tardi un giudizio parzialmente autocritico, e in effetti nel breve periodo essa contribuì ad indebolire ulteriormente la capacità di resistenza del proletariato che, pur continuando in gran parte a far riferimento al PSI, rimase disorientato dalla durissima lotta intestina apertasi a sinistra.
Il primo Segretario del partito fu Amadeo Bordiga, ma la sua direzione, settaria ed estremista, fu messa sotto accusa al III congresso del PCd'I (Lione, 1926) ed egli fu estromesso dal gruppo dirigente: prevalse, cioè, la linea elaborata da Gramsci e Palmiro Togliatti nelle Tesi di Lione, dove si ponevano le premesse per la costruzione di un partito di massa e veniva svolta un'acuta analisi del fascismo, cogliendone le tendenze all'imperialismo e alla guerra. Questo ragionamento venne poi ripreso da Togliatti qualche anno più tardi in quella che resta sicuramente la riflessione più lucida sul regime, Le lezioni sul fascismo: qui troviamo una delle più limpide definizioni del fascismo, "regime reazionario di massa".
Con le leggi speciali, "fascistissime", del 1926 tutti i partiti e i sindacati furono dichiarati illegali e anche il PCd'I fu parzialmente decapitato, coi suoi dirigenti imprigionati o inviati al confino: lo stesso Gramsci restò in carcere dieci anni e morì subito dopo essere stato liberato, nel 1937; molti quadri, però, riuscirono ad espatriare, concentrandosi soprattutto a Parigi e a Mosca e il PCd'I si organizzò nella clandestinità: nonostante la repressione fascista riuscì a sopravvivere, e fu anzi l'unica forza politica antifascista che per tutto il ventennio continuò tenacemente ad operare. Questo fu dovuto essenzialmente a due fattori: il grande spirito di sacrificio e la ferrea organizzazione del partito leninista, ovvero la capacità, che il PCd'I conservò anche nei momenti più difficili, di mantenere profondi legami con il popolo.
Di rilievo alcuni momenti di forte tensione all'interno del gruppo dirigente: nel 1938, dopo la firma del patto di non aggressione fra URSS e Germania, alcuni esponenti di primo piano come Umberto Terracini e Camilla Ravera giudicarono inaccettabile questo accordo e furono espulsi dal partito (salvo venir riammessi appena finita la guerra). Prima ancora Gramsci aveva esplicitamente dissentito sul modo in cui veniva gestito il PCUS dopo la morte di Lenin e per questa ragione, pur mantenendo formalmente la carica di Segretario, fu di fatto emarginato: evidentemente la grande acutezza di Gramsci, oltre al fatto che si trovava in carcere, gli aveva consentito di cogliere nel Testamento di Lenin ciò che altri non seppero o non vollero vedere.
Assai numerosi furono i militanti comunisti che accorsero nelle Brigate Internazionali, formatesi in appoggio della Repubblica durante la guerra civile spagnola, e molti dirigenti del PCd'I ebbero un ruolo di primissimo piano (oltre a Togliatti, Luigi Longo, Vittorio Vidali - il leggendario Carlos, comandante il 5° Regimiento - Giuliano Pajetta e tanti altri).
Decisivo fu il contributo dei comunisti durante la Resistenza: le Brigate Garibaldi furono le principali formazioni combattenti (a cui si affiancarono i raggruppamenti organizzati da Giustizia e Libertà, dal PSI e dalla DC, e quelli senza uno specifico orientamento politico) e dei circa 45.000 partigiani morti oltre 30.000 erano comunisti.
I partiti antifascisti
Democrazia cristiana: fu costituita nel 1942 da dirigenti del disciolto Partito Popolare Italiano, la formazione cattolica fondata nel 1919 da don Luigi Sturzo; nel 1994 si è sciolta, e i suoi dirigenti hanno dato vita a varie formazioni, legate alla coalizione di centrosinistra (in particolare il PPI, poi Margherita, e l'UDEUR) o a quella di centrodestra (CCD, CDU, riunitesi nell'UDC).
Partito d’Azione: fu fondato da Mazzini nel 1853 con un programma repubblicano, laico e riformista: ad esso si ispirarono i gruppi dell’area liberale e socialista (soprattutto il movimento Giustizia e libertà) che nel 1942 si costituirono in Partito; nell’immediato dopoguerra questa forza si sciolse: l’ala più moderata, guidata da Ugo La Malfa, confluì nel rinato Partito Repubblicano Italiano, mentre gli esponenti della sinistra entrarono nel PCI o nel PSI.
Partito Democratico del Lavoro: formazione minore di tipo liberal-socialista che ebbe brevissima vita.
Partito Liberale Italiano: fondato nel 1942 ispirandosi al liberalismo post-risorgimentale, nel 1956 vide la scissione della sua ala sinistra che formò il Partito Radicale; guidato per molti anni da Giovanni Malagodi, si è sciolto nel 1994. Va precisato che il PLI fu un partito decisamente conservatore, assai distante dal liberalismo progressista di Gobetti (1901-1926) e della sua Rivoluzione Liberale.
Partito Socialista Italiano: fondato nel 1892 come Partito dei Lavoratori Italiani, l’anno successivo prese il nome di PSI; ne fece parte anche Mussolini (che addirittura fu direttore de l'Avanti!) fino allo scoppio della prima guerra mondiale; i suoi capi storici furono Filippo Turati durante il fascismo e Pietro Nenni nel dopoguerra, e subì la scissione dell’ala destra nel 1947 (da cui nacque il Partito Socialdemocratico di Saragat) e di quella sinistra nel 1964 (PSIUP); guidato dal 1976 al 1993 da Bettino Craxi, dimessosi in seguito a Tangentopoli, si è sciolto, disperdendosi in varie formazioni, nel 1994. Una ricchissima bibliografia sul socialismo in: socialisti.net/.
la bandiera del CLN della Toscana

Con il rientro in Italia nel 1944 di Palmiro Togliatti da Mosca, il PCI (il nuovo nome fu adottato dopo lo scioglimento del Komintern, nel '43) si conquistò subito un ruolo primario nel processo politico: in un famoso discorso tenuto a Salerno (marzo 1944) Togliatti propose, vincendo anche forti riserve interne, di rinviare senz’altro a guerra finita il dibattito sulla questione istituzionale (sì o no alla monarchia), poiché era assolutamente vitale che tutti gli italiani fossero uniti intorno all'obiettivo principale, la cacciata e la sconfitta dei tedeschi (svolta di Salerno). Malgrado la contrarietà di azionisti e socialisti questa linea fu adottata da tutto il CLN e non mancò di dare i suoi frutti.
Togliatti non solo aveva ben presente le priorità assolute di quel momento, ma aveva intuito i possibili scenari del dopoguerra, in cui il PCI avrebbe dovuto certamente mantenere la propria natura di partito rivoluzionario e di classe, ma assumendo altresì il ruolo di grande forza nazionale, con robusti legami con tutto il tessuto sociale e in grado di far fronte anche ai più delicati compiti di governo.
Era il partito nuovo, solido, flessibile, determinato, moderno, fedele alla concezione leninista ma proiettato nel futuro e, soprattutto, concentrato nell'analisi della situazione italiana: un'elaborazione che andrà precisandosi sempre meglio, anche in virtù del contributo teorico fondamentale contenuto nelle pagine, densissime e uniche, scritte da Gramsci: quei Quaderni del carcere che restano una delle grandi opere del pensiero novecentesco.
TogliattiNel 1947, nel clima della Guerra fredda, le fortissime pressioni dell'amministrazione americana portarono De Gasperi a rompere l'unità nazionale e il PCI fu estromesso dal governo e confinato all'opposizione: nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 si ebbe la conferma del nuovo corso politico, con la clamorosa e schiacciante vittoria della DC sul Fronte Popolare formato da comunisti e socialisti. Anni dopo Giorgio Amendola, uno dei principali dirigenti comunisti, riflettendo su questa sconfitta mise in evidenza il grave errore commesso dal PCI: nei comizi del Fronte le piazze erano sempre colme, l'entusiasmo era enorme, e si ebbe una sopravvalutazione del consenso alla sinistra. In realtà il paese non poteva non essere ancora fortemente condizionato da vent'anni in cui cultura e informazione erano totalmente gestite dal regime fascista: Togliatti, giustamente preoccupato di creare nel paese un clima di coesione nazionale nella delicata fase della ricostruzione, da Ministro della Giustizia fu il principale promotore dei provvedimenti di amnistia nei confronti degli ex fascisti, ma rimase irrisolto il problema della cospicua presenza negli apparati dello Stato di uomini legati al vecchio regime e ben decisi a riciclarsi (e saranno tremendi i guasti provocati negli anni '60 e '70 da questo connubio tra fascisti e democristiani).
La nuova Italia, dunque, nasceva dopo un lungo periodo di dittatura e una sanguinosa guerra civile, con una Costituzione avanzatissima, frutto della strordinaria lucidità e lungimiranza dei membri dell'Assemblea Costituente (presieduta dal comunista Umberto Terracini), ma la logica dei blocchi definita a Yalta condizionò per oltre cinquant'anni la vita politica italiana, appunto impedendo che al governo vi fosse il fisiologico avvicendamento tra forze conservatrici e progressiste, come avveniva normalmente in Germania o nel Regno Unito.
Il fattore K (Komintern, Kommunist, ecc.) come asse della politica italiana. In realtà la stragrande maggioranza del PCI aveva accettato completamente le regole del gioco democratico, ritenendo improponibili in una società matura metodi insurrezionali e soluzioni analoghe (dittatura del proletariato, monopartitismo) a quelle volute dai partiti comunisti al potere. Anche sotto questo aspetto è significativo ciò che avvenne, proprio nel '48, in seguito all'attentato in cui Togliatti fu gravemente ferito: le sue prime parole furono "mantenete la calma!", tuttavia in tutto il paese vi fu praticamente un moto insurrezionale, e, ad esempio, a Genova ci vollero tutto il prestigio e l'autorità di Giancarlo Pajetta per convincere i partigiani, che avevano di fatto preso il controllo armato della città, a rimettere il potere alle istituzioni.
Nonostante l'elaborazione togliattiana della via italiana al socialismo - una linea decisamente eccentrica rispetto all'asfittica ortodossia imperante a Mosca - l'isolamento del PCI fu accentuato dalla formazione di governi di centrosinistra (DC, PSI, PSDI, poi allargati al PRI e in seguito anche al PLI). Fu in ogni caso una stagione di grandi trasformazioni e novità, con l'Italia investita dal miracolo economico, ma anche percorsa da importanti cambiamenti nel costume e nella vita civile.
Spesso si è dipinto il PCI come una chiesa, con i suoi adepti che fedelmente seguivano la dottrina imposta dall'alto (celebre l'arguzia di Giovanni Guareschi - uno dei pochi intelligenti umoristi di destra - che ironizzando sui cambiamenti di linea immaginava i disciplinati militanti comunisti sconvolti da un brusco richiamo dall'alto: "Contrordine, compagni!"): che vi siano stati anche elementi di questo tipo è vero, e ne scrisse accuratamente anche Gramsci a proposito dei tre elementi che costituiscono un partito di massa (il gruppo dirigente, una massa disciplinata ma non particolarmente colta, i quadri intermedi: v. Il partito politico nella breve raccolta di scritti gramsciani); ma la forza e la credibilità del PCI non risiedevano solo nella straordinaria capacità di mobilitazione, che vedeva l'apice nelle Feste de l'Unità e nel continuo lavoro per creare consenso intorno alle lotte popolari (talvolta con una modernissima capacità comunicativa, espressa soprattutto nei manifesti), ma soprattutto nell'essere davvero quell'intellettuale collettivo immaginato da Gramsci, cioè un organismo di massa che, pur tra mille contraddizioni, cercava senza sosta di migliorare se stesso e il proprio senso di aderenza alla realtà, utilizzando il marxismo come un metodo critico e non come formulario di ricette.
Non a caso i migliori intellettuali dell'epoca aderirono al PCI o gli furono vicini: scrittori, cineasti, editori, artisti, studiosi; solo alcuni nomi: Calvino, Malaparte, Pavese, Sciascia, Antonioni, De Sica, Pontecorvo, Visconti, Einaudi, Feltrinelli, Guttuso, Sapegno. Non fu sempre un idillio, naturalmente, e in taluni casi ci furono scintille: come nel caso dell'aspra polemica fra Elio Vittorini e Togliatti sul ruolo degli intellettuali o in seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria.

Quanto il PCI fosse partito di lotta e di governo lo si può verificare sotto due profili: nelle regioni rosse, in cui comunisti e socialisti hanno tradizionalmente avuto la maggioranza e hanno amministrato egregiamente; e nell'instancabile attività nelle fabbriche e nelle campagne (quello che allora veniva definito il " lavoro di massa"), dove i comunisti - sia detto senza alcuna retorica - erano sempre in prima fila nella difesa dei diritti e nelle rivendicazioni; spesso pagando di persona con discriminazioni e licenziamenti: esemplare il caso della Fiat, dov'era stata allestito un apposito reparto confino in cui si cercava di isolare gli operai della Fiom, tutti accuratamente schedati. Per non parlare dei nutriti dossier allestiti dai carabinieri e dai servizi e delle decine di morti provocati da un uso irresponsabile delle forze dell'ordine in occasione di lotte sociali, attività in cui si distinse il Ministro democristiano Scelba.

Con la morte di Stalin (1953) in URSS cominciò un ripensamento di fondo su come il partito e lo stato erano stati gestiti, e il nuovo segretario del PCUS, Nikita Krushëv, nel celebre Rapporto segreto letto al XX Congresso (1956) attaccò aspramente il predecessore e il culto della personalità costruito intorno a lui. Togliatti, pur con la consueta prudenza, continuò nel tenace lavoro di presa di distanza da Mosca, e in un'intervista alla rivista Nuovi Argomenti criticò il rapporto di Krushëv, nel quale non veniva svolta un'analisi adeguata, organica, dello stalinismo: questa riflessione trovò una formulazione più strutturata in uno scritto steso da Togliatti proprio prima di morire, il cosiddetto Memoriale di Yalta, che il nuovo Segretario del PCI, Luigi Longo, decise subito di rendere pubblico, facendone il punto di riferimento dell'autonomia del PCI.
Occorre però ricordare che nel '56 vi fu anche la drammatica rivolta degli ungheresi contro il regime filosovietico e che il PCI si schierò decisamente a fianco dell'URSS. L'allora direttore de l'Unità, Pietro Ingrao, molti anni dopo confesserà di non perdonarsi quella posizione, e anzi di considerare l'atteggiamento assunto dal PCI il più grave errore commesso dal partito nella sua lunga, e gloriosa storia: liberarsi dal legame col regime totalitario sovietico - ormai privo da tempo di qualsiasi connotato comunista e rivoluzionario - e imprimere una decisiva svolta all'elaborazione teorica e alla pratica poteva significare far assumere al comunismo italiano una prospettiva ben diversa dalla misera fine decretata nel 1989-91.
All'XI Congresso del PCI (1966) si manifestarono apertamente due linee contrapposte: quella più moderata e che puntava addirittura all'unificazione col PSI, e una di sinistra che rivendicava una maggior severità nel giudizio sul centrosinistra. Gli esponenti di punta di questo dibattito furono rispettivamente Giorgio Amendola e Pietro Ingrao, ma nessuno dei due riuscì a far prevalere le proprie tesi: la linea del PCI fu dunque determinata - secondo un classico meccanismo politico - dal "centro", cioè da chi, nel gruppo dirigente (in particolare Longo, Giancarlo Pajetta ed Enrico Berlinguer), riteneva che le posizioni più sbilanciate e radicali dovessero essere riequilibrate da un orientamento "moderato" e flessibile.

Adorno Marcuse Barthes ChomskiSartreWilhelm Reich

Nel 1968, l'anno degli studenti, e nel 1969, l'anno dell'autunno caldo (cioè la stagione dei rinnovi contrattuali in cui riemerse, prepotente e decisa, la combattività operaia), Longo intuì il nuovo potenziale di lotta e di cambiamento, ma la deriva estremistica del movimento studentesco (e, viceversa, un certo irrigidimento dei dirigenti intermedi del PCI) impedì un vero dialogo, e, anzi, i gruppi della sinistra extraparlamentare svolsero durissime azioni di critica nei confronti del PCI e della CGIL. Non a caso le posizioni estremiste ebbero fortuna soprattutto fra gli studenti: nelle fabbriche, dove pure vi erano state numerose critiche a un certo attendismo delle vecchie Commissioni Interne (gli organismi rappresentativi costituiti dai lavoratori), dirigenti sindacali attenti e coraggiosi come Bruno Trentin capirono quanto fosse vitale cogliere i segnali di novità e dare il massimo spazio alle istanze emergenti dalla "nuova" classe operaia. E infatti la creazione dei nuovi strumenti di rappresentanza dei lavoratori (Consigli di fabbrica eletti unitariamente reparto per reparto) consentì al sindacato di mantenere ben saldi i legami di massa, trovando in ciò l'elemento essenziale della propria forza e credibilità.
Tutti questi elementi critici (che, ripetiamo, portarono anche importanti elementi di vivacità nella cultura politica e civile) nella loro forma più esasperata erano riconducibili da un lato a un'analisi sommaria delle società capitalistiche e dall'altra a una critica liquidatoria di quanto aveva fatto la sinistra storica, accusata di aver abbandonato l'idea della rivoluzione e di aver tradito il marxismo, o perlomeno di averlo sottoposto a un'inaccettabile revisione moderata e tesa al compromesso (revisionismo). La rottura, consumatasi nei primi anni '60, fra URSS e Cina, si era appunto determinata su questioni ideologiche, con i sovietici accusati di revisionismo, anche se, in realtà, il nodo del dissidio era riconducibile alla competizione fra i due paesi rispetto a chi dovesse esercitare la leadership sugli altri partiti comunisti e, soprattutto, sui paesi in via di sviluppo che, in opposizione ai paesi ricchi, avevano ovviamente bisogno di partner forti e affidabili.
Gli esponenti di spicco del marxismo "critico", cioè non legato all'ortodossia imposta da Mosca (ma anche da Pechino: al burocratismo sovietico si opponeva un dogmatismo altrettanto rigido, quasi che le parole d'ordine della Rivoluzione culturale cinese potessero essere esportate in società completamente diverse), in vario modo diedero un impulso formidabile a queste controversie.
Il gruppo di studiosi conosciuto come Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse), ma anche, in Francia, Althusser, Barthes, Lacan, Sartre, e negli Stati Uniti economisti come Paul Sweezy e linguisti come Noam Chomsky, sottoponevano a una critica spietata sia i meccanismi del capitalismo sia la politica, ritenuta debole e inadeguata, dei partiti storici della sinistra. In particolare veniva giudicata del tutto inefficace la tendenza della sinistra a considerare quasi esclusivamente i momenti "strutturali" dello scontro politico, cioè quelli legati ai meccanismi dello sfruttamento e all'organizzazione di classe della società, trascurando, invece, gli aspetti "sovrastrutturali", soprattutto se riferiti ai dispositivi - scuola, mass media - di formazione del consenso; ci fu chi addirittura teorizzò il venir meno del ruolo rivoluzionario della classe operaia, ormai coinvolta in modo subalterno nel sistema capitalistico e comunque destinata ad essere "integrata". Studiosi come Wilhelm Reich ed Eric Fromm introdussero poi nel dibattito politico temi legati alla psicanalisi e, più in generale, al rapporto fra politica e psicologia: il primo, in particolare, col suo celebre La rivoluzione sessuale propose una discutibile ma stimolante sintesi fra marxismo e freudismo, contribuendo fortemente ad una presa di coscienza collettiva anche rispetto a problemi di natura non strettamente politica ma di grande rilevanza dal punto di vista della formazione culturale e ideologica, e dei comportamenti sociali.
Tali fermenti investirono prepotentemente anche il movimento operaio italiano, che comunque già aveva cominciato a interrogarsi su tali questioni, ad esempio nell'ambito di quella sinistra socialista (che nel '64 aveva dato via al PSIUP) o comunista da cui avevano preso le mosse importanti riviste come Quaderni Rossi, Contropiano, Problemi del Socialismo, Quaderni Piacentini, Monthly Review (ed. italiana della rivista di Baran e Sweezy, uscita dal 1968 al 1987). Naturalmente anche il PCI fu scosso da queste aspre discussioni e nel dibattito interno ci fu una durissima contrapposizione fra i gruppi dirigenti e l'agguerrito nucleo di militanti che si rifacevano alle posizioni di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri, promotori della rivista il Manifesto (quotidiano dal 1971): con la loro radiazione dal partito (1969) la frattura divenne insanabile e per vari anni ci fu una variegata e vivacissima costellazione di gruppetti alla "sinistra" del PCI.

Amendola Ingrao Pajetta Longo Rossanda, Pintor, Magri Natta

La grande forza di questo partito - fatta di idealità comuni, organizzazione, energia, disciplina, spirito di sacrificio, concretezza - talvolta gli fu quasi d'impaccio nel cogliere al volo le trasformazioni della società. Come nel caso del divorzio: malgrado le forti sollecitazioni di esponenti del mondo laico, il PCI non volle impegnarsi convintamente in questa battaglia, temendo che il paese fosse ancora troppo condizionato dalla cultura democristiana e dalla Chiesa cattolica, e infatti furono un deputato socialista e uno liberale, Fortuna e Baslini, a presentare una legge in merito, che fu approvata; quando però la DC e il MSI, guidati da Fanfani e Almirante, tentarono di rimediare, lanciando con grande clamore il referendum abrogativo (1974), il PCI mise in campo tutte le proprie risorse, svolgendo un ruolo decisivo nel battere la destra.
Una vicenda analoga si svolse a proposito dell'aborto, delicatissima questione che dal movimento femminista venne posta al centro di una battaglia più generale contro l'oppressione e l'oscurantismo: ma anche in questo caso la forza comunista fu essenziale (assai più delle brucianti invettive di Pannella e dei radicali), e vi fu un clamoroso no al tentativo del clerico-fascismo di cancellare la legge 194 per via referendaria (1978).
                    
il bellissimo NO sulla cupola del Brunelleschi è frutto di un'ingegnosa proiezione
Agli inizi del 1968 un'altra importante vicenda scosse il movimento operaio internazionale: il tentativo di Dubcek e del gruppo dirigente riformista del Partito Comunista di imprimere una svolta antiautoritaria al regime di tipo sovietico che soffocava la Cecoslovacchia. È la Primavera di Praga, conclusasi tragicamente in seguito all'intervento militare dei paesi del Patto di Varsavia nell'agosto. Rispetto a questo ennesimo atto contrario a qualsiasi logica di progresso e di liberazione, il PCI non esitò ad esprimere il proprio "grave dissenso."

Sul piano elettorale il PCI registrò una crescita continua, ma la pregiudiziale anticomunista degli altri partiti e i vincoli internazionali dell'Italia all'interno della NATO (Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord) impedirono che quei voti fossero efficacemente utilizzati nel governo del paese. D'altra parte per moltissimi anni la peculiarità della politica italiana fu proprio il "congelamento" del PCI, cioè la conventio ad excludendum, l'accordo per escludere dal potere la principale forza di opposizione (che era anche il più grande partito comunista dell'occidente): e proprio per impedire ad ogni costo che il PCI andasse al governo, i servizi segreti statunitensi e italiani ispirarono, o addirittura in taluni casi gestirono direttamente, la strategia della tensione: un oscuro e complesso disegno - basato sullo stragismo e le provocazioni - volto a creare un clima di permanente disordine politico e sociale, tale da giustificare una forte svolta autoritaria. Una stagione fitta di misteri, depistaggi, regie occulte, disinformazione, servizi segreti fuori da ogni controllo, sussulti golpisti, con la classe dirigente - democristiani e socialisti in testa - inerte o complice.
Nel 1973, riflettendo sul processo che aveva portato al golpe in Cile, Berlinguer, Segretario del partito dal 1972 al 1984, prospettò una svolta politica epocale che allontanasse questi rischi di degenerazione del sistema democratico, e che doveva necessariamente fondarsi sull'incontro fra le grandi forze politiche di ispirazione comunista, socialista e cattolica: è la nota proposta di "compromesso storico" tra PCI, PSI e DC.
Malgrado l’insuccesso di questa idea, Berlinguer proseguì con determinazione nella messa a fuoco di una strategia in grado di sbloccare una situazione politica pericolosamente stagnante: sul piano internazionale la rottura con Mosca era di fatto consumata, anche se non formalizzata, avendo il PCI da una parte rinunciato alla prosecuzione di qualsiasi finanziamento (criticabile sul piano politico, ma non illegale, dato che non vi era ancora la legge che regolava l'erogazione di denaro ai partiti) e dall’altra denunciato i "tratti illiberali" dei regimi dell’est e proclamato la necessità di perseguire una “terza via” rispetto al socialismo reale dell'est e alle socialdemocrazie.
I partiti comunisti europei erano entità abbastanza modeste, con l’eccezione di Italia, Francia e Spagna, ed è a queste due realtà che si rivolse Berlinguer: i contatti con i segretari del PCF e del PCE, Georges Marchais e Santiago Carrillo, sembrarono in un primo tempo dare ottimi risultati, tanto che per diverso tempo si parlò di eurocomunismo, inteso come movimento dei partiti comunisti riformatori; in seguito, tuttavia, sia nel PCF che nel PCE prevalsero nuovamente le istanze conservatrici. Berlinguer addirittura arrivò a dichiarare che tutto sommato si sentiva più sicuro sotto l’ombrello della NATO.
Per quanto riguardava la realtà italiana il Segretario del PCI fu il primo a denunciare l’esistenza di una “questione morale” che esigeva una radicale trasformazione dei rapporti, troppo spesso all’ombra della corruzione, fra amministrazioni pubbliche, aziende, forze politiche. In verità fu un appello che cadde nel vuoto, come pure non ebbe gran seguito il richiamo a non restare imprigionati dall’esasperata logica dei consumi e a ritrovare, di fronte ai gravi problemi economici, un forte riferimento etico nell’austerità. Questi sensibili elementi di apertura e di rinnovamento crearono intorno ai comunisti un nuovo clima di consensi, e nelle elezioni amministrative del 15 giugno 1975 il PCI aumentò di oltre 6 punti, arrivando, col 33%, a un passo dal 35% della DC: il risultato fece sì che le maggiori città italiane (Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia) avessero delle giunte “rosse”. Il sorpasso elettorale sarebbe però avvenuto solo alle elezioni europee del 1984, subito dopo la morte di Berlinguer, col PCI al 33,4% e la DC al 33%.

Ma furono anche gli anni di piombo: alcune piccole frange della sinistra extraparlamentare ritennero che la lotta politica così com'era stata finora condotta, anche nelle forme più dure, era del tutto inefficace e quindi l'unico modo di combattere il capitalismo era la lotta armata. Un disegno che non poteva che avere come uno dei bersagli principali proprio il PCI, nemmeno più "revisionista" ma solamente "traditore". Le principali vittime del terrorismo furono in verità uomini dello Stato, imprenditori, giornalisti, ma quando in una fabbrica di Genova il sindacalista comunista Guido Rossa denunciò apertamente alcune connivenze col terrorismo, le Brigate Rosse lo uccisero. E per tutto quel periodo - culminato nel momento più difficile della storia repubblicana, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, 1978 - il PCI fu sicuramente la forza politica più impegnata a contrastare il proliferare della violenza e le trame eversive.

Quanto il PCI fosse ben radicato nella società, in particolare fra le masse lavoratrici, lo si vide anche in due sfortunate battaglie: alla fine del ‘79 la Fiat licenziò 61 operai accusandoli di aver commesso atti di violenza dentro la fabbrica e nell’autunno dell’80 annunciò la cassa integrazione per 24.000 lavoratori, metà dei quali dopo un anno sarebbero stati licenziati. Il sindacato rispose con lo sciopero a oltranza e lo stesso Berlinguer andò davanti ai cancelli di Mirafiori a portare la solidarietà del PCI. Che la Fiat puntasse a una resa dei conti divenne esplicito quando la direzione aziendale annunciò la sospensione dei licenziamenti e la riduzione del periodo di cassa integrazione: dopo quasi un mese di sciopero c’era stanchezza fra i lavoratori e soprattutto paura per il futuro, e molti premevano per sospendere la lotta e cercare qualche compromesso; il colpo decisivo arrivò con la marcia dei 40.000: a metà ottobre un imponente corteo di capireparto, impiegati, dirigenti, insieme alle loro famiglie, sfilò per le strade di Torino chiedendo di poter tornare a lavorare e accusando i sindacati di portare alla rovina l’economia. Non si era mai visto niente del genere, era il segnale di una violenta spaccatura fra operai politicizzati e lavoratori intermedi, e, soprattutto, di una generale perdita di consenso da parte del sindacato: che infatti il giorno dopo firmò un accordo che era un inevitabile atto di resa.
Una delle conseguenze fu che quando qualche anno più tardi (1985) si andò al referendum per l’abolizione della scala mobile (in realtà si trattava di una consultazione proposta proprio dal PCI per abrogare il disegno di legge del governo Craxi che aveva di fatto eliminato la scala mobile): la formidabile mobilitazione nelle fabbriche non riuscì a coinvolgere positivamente il resto della società e quasi il 55% degli italiani votò per la soppressione di questo meccanismo.
Berlinguer davanti alla FiatBerlinguer alla grande manifestazione operaia del 1984
In ogni caso tutta la politica italiana di quegli anni era come bloccata tanto era condizionata dal fenomeno terroristico. E forse è anche da questo non poter lavorare davvero per il cambiamento che si è alimentata quella pratica deviata della politica esplosa poi con Tangentopoli.
Un altro effetto collaterale della non alternanza fra chi aveva sempre governato e chi no, coinvolse più direttamente il PCI: il consociativismo, cioè il coinvolgimento diretto delle forze dell'opposizione in decisioni a vari livelli: e non sempre le scelte sono state le migliori.
Un momento drammatico e decisivo fu la morte di Berlinguer, nel giugno del 1984: i suoi funerali furono la più grande manifestazione della storia italiana e videro l'immensa partecipazione non solo del popolo comunista ma anche di cittadini i quali vedevano scomparire uno dei pochi uomini politici che, per serietà e onestà, erano riusciti ad acquisire la fiducia della gente. Qualcosa di simile era accaduto solo vent'anni prima, ai funerali di Togliatti, con un milione di persone che piangevano "l'idea che non muore".
Guttuso, I funerali di Togliatti

Dal punto di vista della sua fisionomia (anche fisica: nome, simbolo) e del suo progetto per il futuro, la svolta decisiva è stata impressa al PCI fra l''89e il '91 da Achille Occhetto (divenuto Segretario dopo che il partito era stato guidato per un certo tempo da Alessandro Natta), il quale decise, anche in relazione al crollo dell'URSS e dei regimi satelliti, di accelerare la trasformazione del PCI: un dibattito senza precedenti, appassionato e drammatico, attraversò il partito (su queste vicende e quelle immediatamente successive molto interessante la ricostruzione che ne fanno Oliviero e Alessio Diliberto in La fenice rossa, Robin ed., 1998) coinvolgendo centinaia di migliaia di militanti, quelli per il sì, cioè favorevoli all'opzione apertamente socialdemocratica proposta da Occhetto, e quelli per il no, convinti della necessità di mantenere viva una forza comunista consapevole della propria storia (a sua volta il fronte del no era diviso fra chi stava già preparando la scissione e chi invece decise di restare).


Al XX Congresso, 1991, il Partito Comunista Italiano si è sciolto e ha promosso una nuova formazione, il Partito Democratico della Sinistra (successivamente trasformatosi ancora, assorbendo schegge socialiste e cattoliche, in Democratici di sinistra), mentre l'ala sinistra, guidata da Garavini, Cossutta e Libertini, ha dato vita al Partito della Rifondazione Comunista.
Ma occorre sottolineare che non tutti gli iscritti al PCI (circa 1.200.000) si ritrovarono poi nel PDS (e men che meno nei DS) o in Rifondazione: il primo risultato della brillante operazione di Occhetto fu che 350-400.000 militanti abbandonarono in brevissimo tempo la vita politica attiva, seguiti più avanti da molti altri.

Quando nel 1998 Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione, decise di far cadere il governo Prodi, migliaia di militanti comunisti si opposero a questa scelta avventuristica e diedero vita al Partito dei Comunisti Italiani  con l'intenzione di salvare un governo di centrosinistra e non lasciare l'Italia ad un governo di centro destra.

- D'altra parte, Rifondazione stanca delle continue promesse non mantenute e degli accordi elettorali disattesi da Prodi, decise di impuntarsi in parlamento. Resta incomprensibile la decisione di una minoranza di compagni che non esitarono a spaccare il partito per salvare un governo che di li a poco, calpestando la Costituzione repubblicana, avrebbe scatenato la sua aereonautica per bombardare, a fianco dell'imperialismo USA, la popolazione e il territorio della Jugoslavia."-

Le posizioni su quelle scelte, ancora oggi vengono discusse, ma da entrambe le parti si cerca di superarle in vista di un obiettivo comune. Nel 2009 viene infatti fondata da rifondazione comunista e dal pdci insieme a socialismo 2000 e lavoro e solidarietà, la Federazione della Sinistra, dove poter ricominciare a ridiscutere e ricominciare a lottare insieme mettendo da parte le poche divergenze e focalizzandosi sui molti punti in comune.  (in rosso note dalla redazione e dei lettori del Comunista quotidiano)



Sul retro delle tessere del PCI venivano riportati alcuni punti fondamentali dello Statuto del partito: qui riproduciamo quanto stampato sulle tessere del 1950 e del 1990, sottolineando che, ovviamente, nel corso degli anni queste formulazioni sono molto cambiate, rispecchiando l'evoluzione teorica e politica del PCI. Si noti, ad esempio, che nel 1950 veniva ancora usata l'espressione marxismo - leninismo, poi abbandonata perché riferita all'irrigidimento ideologico imposto da Stalin.

Il Partito Comunista Italiano è l'organizzazione politica dei lavoratori italiani i quali lottano in modo conseguente per la distruzione di ogni residuo del fascismo, per l'indipendenza e la libertà del Paese, per l'edificazione di un regime democratico e progressivo, per il rinnovamento socialista della società.
Ogni iscritto al Partito Comunista è tenuto:
- a partecipare regolarmente alle riunioni e a svolgere attività di Partito secondo le direttive dell'organizzazione a cui è iscritto;
- a migliorare di continuo la propria conoscenza della linea politica del Partito e la propria capacità di lavorare per la sua applicazione; ad approfondire la conoscenza del marxismo-leninismo;
- ad osservare scrupolosamente la disciplina del partito;
- ad avere rapporti di lealtà e fraternità con gli altri membri del Partito;
- ad avere una vita privata onesta, esemplare;
- ad esercitare la critica e l' autocritica per il miglioramento della sua attività e di quella del Partito;
- a vigilare e difendere il Partito da ogni attacco;
- a fare con la parola e con l'esempio opera continua di proselitismo.


Il Partito Comunista è un partito di donne e di uomini che lottano per la pace e la cooperazione fra i popoli, per l'affermazione dei diritti di tutti gli individui e per il riscatto del lavoro da ogni forma di opppressione e di sfruttamento...


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