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lunedì 12 aprile 2010

Da Prandini a Bertolaso, vent'anni di opere


La deroga diventa la regola, gli appalti finiscono in tangenti, le grandi opere affondano nella corruzione. Cos'è successo dalla prima alla seconda Repubblica? Come e perché siamo tornati al punto di partenza? Diagnosi di un male che può curare con buone regole, ma anche buone opere
Le dilaganti inchieste sulle opere ed eventi della Protezione civile e sulla corruzione ripropongono il tema delle attuali regole che governano il settore degli appalti e l’applicazione poi concreta che ne deriva. Dal nord al sud, opere grandi e piccole, varianti urbanistiche e concessioni, piscine e forniture nella sanità, servizi di catering, consulenze, progetti, collaudi ed arbitrati: ogni intervento, secondo quanto è emerso, si presta a manipolazioni e pressioni indebite. Sono almeno quattro i fattori essenziali da affrontare per contrastare il fenomeno: un sistema di regole attualmente non capace di controllare a monte in modo efficace le procedure; la totale perdita di etica e senso dello Stato da parte di numerosi funzionari pubblici; la disattenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione in nome del “fare presto”; il rapporto deformato e sovrapposto tra imprenditori e politica, con il reciproco sostegno economico ed elettorale.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
C’è un sistema politico ed imprenditoriale deformato, che cerca di evitare ad ogni passo l’affidamento mediante gara ma, anche quando si procede con gara di evidenza pubblica, il sistema di regole non è sufficientemente efficace. Semplificare il numero delle stazioni appaltanti (per consentire controlli efficaci), rafforzare l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici anche sul piano delle risorse e dei poteri, eliminare gli eventi e l’estensione dei poteri legati alle ordinanze della Protezione civile, sono misure essenziali per superare questa debolezza strutturale del sistema di regole.
Ma per accorciare i tempi servirebbe anche selezionare pochi e finanziati cantieri utili (e non la solita e sterminata lista delle grandi opere) ed elaborare progetti di qualità, per ridurre varianti, contenziosi ed impatti ambientali. Questi sono gli strumenti necessari per "fare presto" le opere e non le scorciatoie che deformano il sistema, premiando i meno innovativi ed i più permeabili alla corruzione e che, inoltre, non riducono affatto i tempi come si vuol far credere.
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione

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domenica 14 marzo 2010

Tg1? Obbedisco

Direttore a comando. Spatuzza contro il Cavaliere? “Se a Palermo fanno qualche scherzo intervengo io”.

Com’era “tondo” il servizio su Berlusconi del Tg1 del 10 dicembre 2009. A dire il vero era “tondo” anche l’oggetto del discorso del premier: le palle, per l’esattezza, le sue palle. E non sarà un caso allora che quella sera, prima della messa in onda del Tg1, il titolare di cotanti zebedei si metteva d’accordo con il suo direttore Minzolini chiedendogli esplicitamente di dare quella cosa “in tondo”. Il premier si riferiva alle sue dichiarazioni. Quel giorno era andato in Germania e - durante un consesso del Ppe - aveva straparlato più del solito. Rendere commestibile quella macedonia di accuse oltraggiose a tutte le istituzioni di garanzia era davvero una missione impossibile, anche per il direttore del Tg1. Eppure Superminzo riuscì nell’impresa: il Tg1 della sera era davvero un esempio da incorniciare di perfetto funzionamento del regime mediatico. La vetrina era tutta per il premier.

Il primo servizio riportava l’avvio pedagogico e pacato del suo discorso ai colleghi popolari (“desidero spiegarvi la situazione in Italia”) e poi lasciava spazio - senza alcuna increspatura - alle parole devastanti del premier: “La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici”.
Ancora infuriato per l’esito negativo della Consulta sul Lodo Alfano Berlusconi aveva accusato davanti all’Europa, la magistratura, la Corte costituzionale e i tre ultimi presidenti della Repubblica “di sinistra”, di avere ribaltato la volontà popolare con una sorta di golpe del cavillo. Ma il clou era la frase finale: “Comunque gli italiani sono con me, perché si dicono: dove lo troviamo uno con le palle come Berlusconi’”. Frase riportata così, senza commento, come fosse un dato statistico da riferire con freddezza. Più “tonda” di così era davvero difficile farla la rappresentazione di quel pomeriggio di follia.

Persino Berlusconi si era reso conto di averla fatta grossa. Aveva cercato subito Minzolini ma quello, senza nemmeno che il capo chiedesse nulla, aveva sfoderato la lingua approvando tutto con entusiasmo. Al diavolo gli osservatori allibiti per l’uso improprio di un consesso internazionale per mettere in piazza le vergogne nostrane. Era proprio la scelta dello scenario estero il vero colpo di genio del Cavaliere. Perché - spiegava Minzo entusiasta quel giorno - mentre in Italia ormai questi messaggi (anche grazie al suo Tg) sono passati, all’estero - per colpa dell’esistenza di quella brutta razza dei giornalisti stranieri che si ostinano a fare una mediazione mediatica alle bufale del Cavaliere - qualcuno ancora la pensa diversamente da lui. Comunque il direttore del Tg1 coglieva l’occasione per sottolineare la sua disponibilità. Bastava un cenno del premier e lui era lì, pronto. Ovviamente il Cavaliere non se lo faceva ripetere due volte e - da quello che risulta al Fatto - chiedeva al fido “direttorissimo”, che subito accettava entusiasta, di dare la notizia “in tondo”.

Poche ore dopo manteneva la parola. Il titolo di apertura era: “Berlusconi: i magistrati si sono sostitui al Parlamento”. La conduttrice Susanna Petruni spiegava: “Berlusconi da Bonn torna sul rapporto tra politica e giustizia” e l’inviata Sonia Sarno con voce pacata dava spazio alle sparate di Berlusconi. Quel giorno il presidente della Repubblica, Napolitano, e quello della Camera, Fini, erano intervenuti contro il premier. Napolitano era relegato in un servizio freddo di Andrea Montanari mentre Fini scompariva nel mazzo degli oppositori, schiacciato nel panino tra Governo e maggioranza. Dopo un paio di dichiarazioni di Bersani e Di Pietro ecco ritornare i vari Bonaiuti, Cota e Cicchitto vari. Missione compiuta? No. Minzolini non è un uomo che si limita a eseguire gli ordini. Li anticipa. La sera del 10 dicembre promette di essere pronto a intervenire in prima persona se da Palermo arriveranno strani scherzi il giorno dopo dalla deposizione dei boss Giuseppe e Filippo Graviano. E puntualmente mantiene la promessa. Alle 20 dell’11 dicembre eccolo comparire in video con un editoriale che rappresenta la pagine più nere della storia del tg1. Minzo parte dalla (scontata) mancata conferma delle dichiarazioni di Spatuzza da parte di Graviano per sostenere che “è un fatto che la giustizia in Italia non funzioni”. Ergo, ha ragione Berlusconi quando invoca la riforma. Pochi minuti dopo la fine dell’editoriale, arriva l’acclamazione degli scherani del premier. Grande Minzo. Un direttore con le palle per un premier con le palle.

Augusto Minzolini (illustrazione)


da Il Fatto Quotidiano del 13 marzo 2010
 
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lunedì 8 marzo 2010

Mokbel: invento un partito poi facciamo quello che ci pare- Mambro e Fioravanti tra i consiglieri "politici"


Due ex terroristi neri fra i consiglieri «politici» dell'imprenditore

di: Fulvio Milone


ROMA
La politica, che passione. A patto che sia «nera». Dagli atti dell’inchiesta che ha portato all’arresto dell’ex senatore Di Girolamo e di Gennaro Mokbel, il capo dell’organizzazione, emerge uno spaccato inquietante del «Mokbel
pensiero» in materia, appunto, di politica. La sintesi può essere affidata a una frase pronunciata dall’«ideologo» durante una telefonata intercettata dai carabinieri: «Me devo inventa’ un partito... poi ci facciamo quello che c... ci pare». Opinione evidentemente condivisa dal senatore Di Girolamo che in un’altra telefonata si lascia scappare la sua opinione sul Parlamento Europeo: «Una macchina da guerra... con la quale si possono fare operazioni con aziende e quant’altro».
Consiglieri in nero
Non è un mistero che Mokbel sia amico degli ex terroristi neri Valerio
«Giusva» Fioravanti e Francesca Mambro.
Fra le carte dell’inchiesta  emerge che i due rivestono il ruolo di consiglieri di Mokbel alle prese con la nascita di «Alleanza Federalista» e poi del «Partito federalista italiano» in vista delle elezioni del 2008. Il 30 giugno 2007, ad esempio, Giusva chiama Giorgia Ricci, moglie di Mokbel, per avvertirla che il giornalista Oliviero Beha ha annunciato in tv l’intenzione di fondare una «lista civica» a livello nazionale. Attenti, ammonisce Fioravanti, perché «Oliviero Beha ha il vantaggio di scrivere per più giornali e quindi ha più visibilità». La Mambro non è da meno. Se Giusva, il marito, invita Giorgia Ricci a dire «a Gennaro di prendere una rubrica fissa su un giornale vero, tipo l’Opinione, anche se piccolo, perché le cose devono uscire anche per iscritto», lei si dilunga con la moglie di Mokbel su un articolo da scrivere sul nuovo partito. La Ricci le dice di sottolineare il carattere federalista del movimento, ma la Mambro la stoppa: «Io non lo faccio il discorso sul federalismo perché se tu gli cominci a parlare del federalismo subito fanno un discorso... federalismo uguale Bossi».

Lega, amore e odio
In realtà la «Alleanza federalista» è legata a filo doppio proprio alla Lega. Almeno fino all’ottobre 2008, quando Mokbel sbatte la porta e se ne va dal movimento per tentare la carta di un’altra formazione, il «Partito federalista italiano». Ma nel 2007 c’è sintonia con gli uomini di Bossi. Il segretario nazionale dell’«Alleanza», utile alla Lega che vuole essere presente anche nel Centro-Sud, è il deputato Giacomo Chiappori. Il quale, il 17 giugno 2007, parla con Mokbel delle nomine da fare nel partito. A cominciare da quella di presidente: «...professori e la numero tre dell’Inps, quella che ti dicevo... Che tra l’altro il presidente dell’Inps è della Lega, io non lo sapevo...»,dice Mokbel che è alla ricerca di un nome importante. «Sì, l’abbiamo messo noi», risponde Chiappori che è entusiasta del progetto: «Saremo noi l’organo di controllo di quella Casa delle libertà... perché lì (nel Centro-Sud, ndr) la Lega non c’è, ci siamo noi».

Castelli e il gen. Speciale
Il 5 giugno 2007 Mokbel riceve la telefonata di un certo Enrico Pau che gli dice: «Abbiamo una piccola emergenza... Ci ha chiamato Castelli e... sai che domani ci sono le votazioni per il generale della Finanza (Roberto Speciale, destituito dal governo Prodi dalla carica di comandante generale, ndr)? Ecco, vorrebbe fare davanti al Senato un gruppo più possibile numeroso... Se avete maglie della Lega...». La manifestazione si tiene, e Mokbel è contento perché i suoi sono andati in piazza davanti alle telecamere con le bandiere dell’Alleanza. Ci tiene molto a sottolineare la sua «affiliazione» alla Lega, quando spiega che per «Alleanza Federalista» è inopportuno partecipare a una conferenza stampa di «Gianni» («Verosimilmente Alemanno», scrivono i
carabinieri in una loro informativa): «A noi a Roma ci conoscono tutti, e il primo pensiero che si fanno è... questi sono una piccola struttura di An e non della Lega»
Diversi uomini della Finanza, della Dia e dell’Arma in rapporti con l'imprenditore
 Di: GUIDO RUOTOLO
ROMA
E a un certo punto Gennaro Mokbel confessa papale papale ad un amico: «Tu calcola che ne pago 80 su Roma... delle forze dell’ordine». Ottanta divise del disonore sul libro paga del boss del riciclaggio che ha rapporti con la 'ndrangheta e la destra.


Maggiore iscariota
La talpa più pagata è certamente il maggiore della Finanza Luca Berriola «che avrebbe ricevuto, dalla Broker Management S.A. di Augusto Murri, la somma di circa 1,5 milioni di euro». Nell’informativa finale del Ros sono diversi gli uomini della Finanza, della Dia, dell’Arma stessa in rapporto con Mokbel e gli altri della banda di riciclatori. Le carte della inchiesta Telecom Italia Sparkle e Fastweb: colpisce che Mokbel e soci sapevano in tempo reale delle indagini in corso, di essere intercettati, di avere microspie ovunque eppure continuavano a parlare a telefono o tra di loro senza filtri. Ma nonostante gli «accorgimenti», sono poi tutti finiti in carcere.


Di Girolamo muto è
Pensate, nel giorno dell’interrogatorio davanti al gip, l’ex senatore Nicola Di Girolamo (difeso dall’avvocato Carlo Taormina) che in lacrime, strappando applausi dai suoi ex colleghi, promise solennemente a Palazzo Madama di voler chiarire ogni cosa con la magistratura, ebbene nel giorno dell’interrogatorio di garanzia, Di Girolamo si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip, in attesa di chiarire tutto ai pm. Mica fesso, Di Girolamo. Che aveva respirato l’aria di imminenti retate, troppo imminenti evidentemente. Il giorno della grande retata si trovava a Lugano, magari per tentare di prosciugare suoi conti correnti, che però erano già stati sequestrati.

Il vendicativo
Ma è con Gennaro Mokbel che le sorprese sono davvero tante. «Grigi», «neri», «asparagi», «brutti». Sinonimi per dire Guardia di finanza, carabinieri, pubblici ufficiali. Mokbel: «Lasciamo quel foglio per fa’ beve (per far arrestare, ndr) eventualmente tutti i grigi (i finanzieri, ndr)». Obietta l’interlocutore: «Anche grazie a quel foglio so’ arrivati a tutti noi...». E a proposito dei soldi versati alle divise del disonore, Mokbel confessa: «Salvato... quello ha preso mille e due, Zotti mille e quattro, gli asparagi si so’ presi circa tre... tre o quattro milioni... i soldi ‘ndo i ripijamo?».

Lo stralciato
Una «talpa» della Dia, gli investigatori antimafia, incontra Massimo Massoli, «il gioielliere» della banda, in via Cola di Rienzo, a pochi passi dagli uffici della Dia. Dopo l’incontro, Massoli riferisce a Mokbel: «A me m’hanno stralciato, m’ha detto...». Mokbel: «Ti hanno stralciato?». «Si, sì, dall’indagine mi hanno stralciato, ha mandato il fax che dice... gli ho detto “tu sei un bugiardo, mi metti l’ansia, fai la guardia, sei bugiardo” e lui dice “ah, no, io volevo dirti solo questo, perché ieri alla Dia dodici e dieci l’hanno stralciato..”».

Lo chiamano «l’inquilino», Fabrizio Magi, la talpa della Dia: «Vado al Valutario... capito? C’ho un appuntamento con un collega», dice Magi a Massoli. Ipotizzano il Ros: «Al Valutario c’è un maresciallo della Finanza, Rino Di Carlo, coinvolto in una inchiesta per riciclaggio a Catania insieme a Magi...».

Asparagi austriaci
Gennaro Mokbel è inviperito contro il sodale Fabio Arigoni: «Sai, sono dodici giorni esattamente che sono andati in Austria e se so presi tutto... gli asparagi (gli inquirenti, ndr).. ce sei?... le rogatorie sono andate tutte bene, gliel’hanno accettate tutte... per cui in Spagna hanno preso tutto, all’Isola (Inghilterra, ndr) hanno preso tutto,... e stai tranquillo che prima o poi vengono pure la dove stai te (Panama, ndr).. hanno trovato il biglietto, hai capito di chi?».

Da La Stampa



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