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venerdì 23 aprile 2010

La libertà nasce dalla Resistenza

Di: Marica Guazzora



Siamo le Falci Rosse – Comuniste unite del PdCI-Fds di Torino, per chi non ci conosce ancora, siamo quelle che sfilano nei cortei sui diritti delle donne con lo striscione "Comuniste/i contro le violenza sulle donne" e abbiamo anche creato un gruppo su facebook.
Abbiamo pensato di sottolineare i valori della Resistenza preparando un copione e, improvvisandoci lettrici, diamo voce ai condannati a morte della Resistenza, ma non solo.
Ci presentiamo nel quartiere di San Salvario in Piazza Madama Cristina il 25 aprile alle ore 16 con "Ancora fischia il vento! Letture e musica della Resistenza."
Abbiamo scelto questo quartiere non a caso: questo non è considerato uno dei "salotti buoni" di Torino perché è un quartiere dove il macro-fenomeno delle migrazioni è più evidente, e noi che stiamo dalla parte degli ultimi, il giorno della Festa della Liberazione vogliamo stare con loro.
Ricordare e resistere sarà parlare di coloro che ogni giorno resistono con i propri corpi alla violenza, alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze, al razzismo e ad ogni intolleranza.
Per tutte le donne Resistenti .
Marica Guazzora

sabato 20 marzo 2010

GC Torino 2.0 - E' tornato Garibaldi

Di:

Andrea Salutari

http://rifondazionenichelino.blogspot.com/2010/03/gc-torino-20-e-tornato-garibaldi.html

E' tornato Garibaldi e dietro con sé si è portato il nuovo corso della nostra organizzazione giovanile denominata GC Torino 2.0.
Posso annunciarvi che un nuovo CLN ha liberato l'organizzazione giovanile del partito e che si ritorna a lavorare a testa alta, ma soprattutto a pugni chiusi , usiamoli bene.
Chi si aspettava una totale rottura con la fallimentare gestione precedente non rimarrà deluso. Non saremo un'anonima setta universitaria a-comunista, ma una vera organizzazione radicata nelle lotte e nei territori, fieri delle nostre idee e delle nostre progettualità
Le macerie sono sotto i nostri piedi, sono evidenti e le ereditiamo dagli illuminati che ci hanno preceduto.
Ma queste caratteristiche rendono la sfida più stimolante, più motivante.
Partiamo da zero, proprio per questo mi piace sottolineare il nuovo corso GC Torino 2.0.
Con ambizione posso affermare che il nostro sarà un laboratorio politico che guarderà al socialismo del XXI secolo, una realtà che sposa il motto del partito sociale "prima fare, poi parlare".

Il CLN in realtà è stato un attivo provinciale per nulla chiassoso, dove le poche divergenze si sono risolte con una discussione rivoluzionaria nei contenuti, ma pacata nel metodo.
Sia il coordinamento, sia il portavoce sono stati eletti senza la necessità di una votazione e già questo di per sé mostra una chiara volontà di unità d'azione, lasciando le indolori critiche a quegli illuminati che tutt'ora sono iscritti alla nostra giovanile senza dare un minimo contributo.
Insomma, alle loro sterili chiacchiere, rispondiamo con i nostri fatti, concreti e ben visibili.
Ufficialmente l'organizzazione è nata per la seconda volta dopo il primo semi-aborto.
Lavoreremo a contatto sia col mondo del precariato, sia col mondo della scuola; saremo immersi nella mai doma lotta No Tav e con gli altri movimenti. La lotta più dura sarà però quella culturale, dentro e fuori il nostro partito. Scardinare i luoghi comuni di una sinistra e dei comunisti che hanno prodotto questi risultati e che non sanno più cosa vogliono essere e dove vogliono andare. Usare la Biblioteca Popolare Karl Marx di Nichelino per studiare e creare seminari, serate e idee che guardino al socialismo del XXI secolo fuori dai soliti preconcetti nostrani. Ebbene sì, anch'io come tanti altri amo sollevare problemi esistenti, ma a differenza di altri adoro anche risolverli, non sono uno che nasconde tutto sotto il tappeto chiamato "partito!

La rottura col passato è stato il comune denominatore della nostra rinascita, per evidenziare ulteriormente questa lacerazione ho preferito uscire pubblicamente con un nuovo logo della nostra organizzazione provinciale
La scelta di Garibaldi è culturale, storica e lungimirante, dalla sua figura prendiamo la forza della nostra lotta.
Onoriamo la sua lotta per l'Unità d'Italia, come onoriamo le brigate garibaldine per la loro lotta per la liberazione d'Italia.
Ora noi dobbiamo renderci eredi delle loro lotte per liberare la nostra nazione dal cancro della nostra società: il capitalismo.
Per questo dico: "E' tornato Garibaldi e la nuova impresa tocca a noi".
Non augurateci buon lavoro, rimboccatevi le maniche e venite a lavorare con noi.

Membri del nuovo coordinamento provinciale:
Salutari Andrea (Coordinatore, Partito Sociale, Lavoro, Web Designer)
Cossavella Andrea (Università)
Cavallaro Matteo (Rapporti con PdCI ed esterno)
Moffa Davide (Seminari, Formazione, Comunicazioni)
Jallà Leonardo (Studenti medi, Internazionale)
Granata Michelangelo (Tesoriere)
Sommario Andrea (Movimenti)


Salutari Andrea
Coordinatore provinciale Giovani Comunisti Torino



 

venerdì 19 marzo 2010

A Torino ricercatori giù dalla cattedra


Per la prima volta nella storia dell’università di Torino, i ricercatori della facoltà di Scienze hanno annunciato un’astensione dalle attività didattiche a partire dal prossimo anno accademico. Il documento che ha reso nota questa decisione senza precedenti è stato sottoscritto da 140 sui 180 ricercatori presenti nella facoltà. A questa schiacciante maggioranza si sono aggiunti i 30 ricercatori della facoltà di matematica, che hanno controfirmato un altro documento insieme ai loro docenti, i 30 (su 37) di Psicologia e i due terzi dei ricercatori di Agraria. Nella stessa direzione stanno andando i ricercatori di Fisica, ai quali potrebbero aggiungersi quelli di Medicina e del Politecnico dove nei prossimi giorni saranno convocate alcune assemblee per decidere le forme di protesta contro il disegno di legge Gelmini che prevede la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato.
Una protesta che segue quella già adottata dai ricercatori della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II di Napoli dove dall’8 marzo scorso 110 ricercatori si astengono dagli insegnamenti previsti nel secondo semestre, limitandosi a fare didattica di sostegno e non quella «frontale» come prevede la legge del 1980 che ha istituito questa figura centrale, ma disconosciuta, nell’università italiana. Forme analoghe di protesta si stanno registrando a Cagliari, mentre i ricercatori dell’Alma Mater di Bologna hanno sottoscritto nel febbraio scorso un documento consegnato al Rettore in cui si chiede di adottare soluzioni per scongiurare una simile ipotesi.
I documenti che stanno circolando nell’università del capoluogo torinese denunciano i tagli operati dal governo al Fondo di finanziamento ordinario per l’università e del nuovo sistema di reclutamento prospettato nel Ddl che «portano gli atenei sull’orlo della bancarotta e strozzano ulteriormente le già scarse prospettive di carriera dei ricercatori estromettendoli dalle commissioni di concorso». Ma le polemiche più aspre si registrano sulla nuova figura del ricercatore a tempo determinato previsto nella riforma Gelmini.
Un contratto di massimo sei anni che si aggiunge all’attuale moltitudine di assegni, borse e contratti, estende la durata del precariato fino a 10 anni senza alcuna certezza di assunzione e rischia di aprire con i ricercatori confermati una «guerra tra poveri» sui concorsi da associato. I ricercatori torinesi sono convinti che l’introduzione di questa figura non risolverà il problema dell’enorme precariato esistente ma lo aggraverà.
La loro decisione minaccia di bloccare un terzo degli insegnamenti delle facoltà scientifiche. I presidi saranno costretti a chiedere l’affidamento delle cattedre mancanti all’esterno ricorrendo a docenti a contratto a titolo gratuito, visto che i tagli hanno ridotto il budget della sola facoltà di Scienze da circa 900 mila euro a poco più di 300 mila. Facile immaginare che non ci sarà la fila per coprire questi ruoli. C’è però anche una soluzione alternativa. Che i corsi vengano affidati ai docenti di ruolo. I ricercatori chiedono ai docenti di limitare la loro didattica sostitutiva ad un numero minimo di ore, da 90 a 120. Una richiesta che, secondo Lorenza Operti, vicepreside di Scienze, sarà valutata con attenzione, visto che già nel documento dei ricercatori di matematica discusso a febbraio «c’era una frase sulla solidarietà dei docenti che sottintendeva la richiesta ai docenti di non farsi carico della didattica lasciata dai ricercatori rendendo in questo caso inutile la loro astensione».
Una decisione verrà comunque presa il prossimo 25 marzo quando, in un consiglio di facoltà, i ricercatori proporranno che lo «sciopero bianco» venga esteso all’intera facoltà. Negli incontri che si sono succeduti negli ultimi giorni nelle commissioni didattiche è emersa la possibilità che anche i professori – gli associati e gli ordinari - solidarizzino con la protesta. «Sono molto d’accordo con le motivazioni dei ricercatori – afferma Lorenza Operti – meno sulle modalità.
Ritengo che l’astensione dalla didattica sia qualcosa che va troppo in là nel tempo. Dovrebbe essere un’azione un po' più immediata. Penso alle lezioni in piazza, al volantinaggio, azioni forse un po' più soft, ma di effetto immediato».
Azioni che non vengono del resto escluse dagli stessi ricercatori che stanno riflettendo sulle conseguenze di una situazione inedita nella storia dell’università italiana. Per valutarne l’impatto, il loro orientamento è di convocare dopo il 25 una commissione paritetica composta da ordinari, associati, ricercatori e studenti che esaminino tutte le questioni legali che nasceranno. L’obiettivo è di presentare un documento al consiglio di facoltà del prossimo mese ed assumere una linea comune.
Il Ddl Gelmini è la goccia che ha scosso le ultime, residue, certezze dei ricercatori che vivono la condizione paradossale in cui la didattica è un obbligo e la ricerca è volontariato, quando invece dovrebbe essere il contrario. «I tagli bloccano la ricerca. Le macchine diventano nel frattempo obsolete, non ci sono soldi per comprare le riviste, assistiamo alla demoralizzazione di un’intera categoria – afferma Davide Levy, ricercatore in Scienze mineralogiche - La nostra è una protesta per fare capire che il mondo universitario si è stancato di questa situazione, i governi di destra e di sinistra devono capire che l’università è un valore culturale e morale di questo paese».
A differenza di un’immagine consolidata che attribuisce agli umanisti il primato della politica nell’università, da molti anni ormai il testimone è passato agli scienziati. Alessandro Ferretti, ricercatore in Fisica, spiega questo protagonismo con il fatto che «nelle nostre facoltà i ricercatori sono pressoché indispensabili per il funzionamento della didattica, oltre che della ricerca. Sono persone che hanno indipendenza di giudizio, abituate a confrontarsi a livello internazionale». Un’immagine confermata da Davide Levy per il quale «siamo meno legati ad una situazione baronale. Il rapporto con il professore ordinario è quasi paritetico. Nelle nostre facoltà riceviamo un grosso sostegno da parte dei professori e questo ci stimola a portare avanti la protesta».
La protesta dei ricercatori torinesi ha assunto il profilo di un’assunzione collettiva di responsabilità verso le generazioni future che non si rassegnano a fuggire all’estero a causa della guerra contro l’intelligenza che da più di vent’anni si sta conducendo in Italia. Ma è anche la ricerca di una soluzione per i 3 mila precari – età media 35 anni - che quest’anno, solo a Torino, non vedranno rinnovati i loro contratti a causa dei tagli incombenti. Ferretti conferma l’intenzione di formare un coordinamento congiunto tra ricercatori di ruolo e i precari per affrontare un’emergenza sociale di grandi dimensioni. Per Valentina Barrera, rappresentante dei precari della Flc-Cgil, «è urgente affrontare questo problema legato al transitorio. Dopo la chiusura del tavolo di ateneo con i soggetti colpiti dai tagli, chiederemo di riconvocare un tavolo a livello regionale. La nostra prospettiva resta la difesa del contratto da ricercatore a tempo indeterminato».

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martedì 23 febbraio 2010

TORINO 23 FEBBRAIO 2010. OPERAZIONE DI POLIZIA CONTRO L’ANTIRAZZISMO E LA SOLIDARIETÀ


Questa mattina, 23 febbraio 2010, la Digos di Torino, su ordine del PM Padalino, ha effettuato decine di perquisizioni in città e in altre località del Nord Italia. Sei compagni sono stati tratti agli arresti (tre in carcere e tre ai domiciliari) e altre decine hanno visto irrompere all’alba agenti in divisa che hanno portato via computer, telefoni, volantini, e scatoloni di materiale cartaceo. L’accusa alla base di questa mega-operazione di polizia è, come al solito, un reato associativo, che consente così arresti e obblighi cautelari per compagni accusati di nient’altro che del loro … IMPEGNO ANTIRAZZISTA!

Già, proprio così, perché a leggere gli stessi atti dell’indagine i reati contestati non sono nient’altro che iniziative pubbliche, presidi, azioni di strada e di piazza, volantinaggi, che negli ultimi mesi hanno cercato di rompere il silenzio attorno al dilagante razzismo e delirio sicuritario che sta trasfigurando il volto alle nostre città.

Per chi ancora non se ne fosse accorto, infatti, nelle nostre città incombono campi di concentramento, in cui si rinchiudono uomini e donne il cui unico reato è esser riusciti a fuggire dalle loro terre senza affogare nel Mediterraneo come centinaia di loro fratelli. Ogni giorno rastrellamenti e deportazioni costringono gli abitanti dei quartieri poveri alla clandestinità e, soprattutto, alla rassegnazione, ad accettare condizioni di vita e di lavoro sempre più miserabili. Gli “italiani”, dal canto loro, sembrano non far altro che aggrapparsi ai miseri privilegi che un capitalismo in agonia non ha ancora strappato loro, rincoglioniti dalla propaganda razzista che giorno dopo giorno soffia sul fuoco della guerra tra poveri e della paura.

Questa operazione di polizia non è che l’ennesimo tentativo, questa volta in grande stile, di mettere a tacere chi non si è rassegnato alla paura, chi ha ancora il coraggio di praticare la solidarietà tra sfruttati e di urlarlo, a testa alta, nel silenzio… I capi d’accusa, infatti, non parlano d’altro che di solidarietà, quella che gli indagati sono incolpati di aver dato agli immigrati in lotta, una lotta accanita nei CIE di tutt’Italia e, nello specifico, nel lager di corso Brunelleschi.

Non è un caso, quindi, che nell’ambito di questa indagine, stamattina, la polizia ha fatto irruzione anche nella sede di Radio Black out (105.250 fm), l’unica radio libera dell’etere torinese, dai cui microfoni erano soliti parlare diversi degli antirazzisti arrestati e che, negli ultimi mesi in particolare, si è fatta voce per le tante battaglie che nonostante tutto insidiano la passività torinese, dagli immigrati agli studenti, dai lavoratori ai notav, ecc. Non stupisce dunque il fastidio e la paura dei potenti torinesi e dei loro sgherri, che di fronte ai rumori di battaglia cercano di colpire chi non ha mai fatto segreto di voler soffiare sul fuoco, per alimentare i pochi, sparuti ma orgogliosi, segnali di vita in una città morente … 

… NON SARÀ CERTO UN MISERABILE PUBBLICO MINISTERO E LA SUA CRICCA A FERMARE LA SOLIDARIETÀ, L’ANTIRAZZISMO E LA VOGLIA DI DARE BATTAGLIA …

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venerdì 29 gennaio 2010

Torino: cronaca di un pomeriggio presso la lega nord


Nel pomeriggio un gruppone di giovani si materializza in mezzo al popoloso quartiere torinese di San Salvario, proprio di fronte alla solita sede della Lega Nord di largo Saluzzo. Qualcuno entra, con in mano una tenda da campeggio ed una missiva da inviare al ministero degli Interni: la tenda è presto montata, nella stanza un po’ angusta e gremita di vecchi. Inviare lo scritto, invece, è più complicato: alla scrivania dove è appoggiato il fax c’è il responsabile che sbraita e protesta e telefona nervosamente alla polizia, mentre toglie i fogli dalla macchinetta. Da bravo difensore dell’Europa cristiana, dopo pochi secondi e con un gran «Porco Dio!» il leghista tira un furioso cazzotto sul tavolo facendo perdere qualche pezzo al fax rendendolo inutilizzabile. Niente da fare, allora: la missiva al Ministro sarà consegnata a mano, magari dagli agenti della Digos che arriveranno anche questa volta troppo tardi. Sopra c’è scritto che Maroni è uno «schiavista di merda» e si ricordano i fatti di Rosarno, gli stranieri rastrellati con l’inganno e trattenuti dentro a tende da profughi nel Cie di Bari in attesa dell’espulsione. Ancora qualche minuto a riempire di insulti i leghisti, e i nostri sono di nuovo fuori dalla sede insieme agli altri che intanto hanno tirato fuori striscione megafono. Si parte in corteo per il quartiere, riempiendo l’aria di slogan e i muri di manifesti.

Si parla di Rosarno, certo, ma anche della morte di Mohammed a San Vittore e del processo per il rogo di Vincennes in corso a Parigi. Arriva anche una pattuglia con i lampeggianti, che i manifestanti dribblano senza difficoltà. Come sempre a San Salvario, i passanti si fermano, commentano, approvano, si mettono a parlare: fino a quando, in piazza Madama Cristina, il piccolo corteo scompare nel nulla.


(Ah, dimenticavamo un piccolo particolare. Preso dal panico per non essere stato in grado di difendere il buon nome di un Ministro indifendibile, Luigi Sinatora, il responsabile della Lega Nord di Largo Saluzzo, ha puntato per un breve attimo un paio di forbici contro uno dei contestatori entrati nel suo ufficio. Noi non abbiamo niente da ridire, per carità: al Ministro i manganelli e i blindati, all’attempato scagnozzo le armi bianche. Ma lui forse qualche perplessità se l’è fatta venire, visto successivamente  ha rilasciato lunghe e poco convinte dichiarazioni sulla saldezza dei propri nervi)
macerie @ Gennaio 25, 2010


mercoledì 6 gennaio 2010

Torino Befana Metalmeccanica. Arance a favore dell presidio Agile



Ca. 50 lavoratori del Presidio AGILE di Torino picchettano la sede RAI di Torino di Via Verdi. Indetta conferenza stampa per illustrare la condizione dei lavoratori da 5 mesi senza stipendio e con le aziende clienti che disdettano i contratti con la Agile del gruppo Omega. Tra questa aziende, la Rai. Viene anche annunciata l'operazione ARANCIA MetalMECCANICA di mercoledi 6 gennaio: 1 tonnellata di arance solidali verranno distribuite ai cittadini, l'incasso sarà a beneficio della Cassa di solidarietà dei lavoratori Agile.
L'azione dimostrativa è supportata dalla Federazione della Sinistra torinese, presenti i dirigenti e i militanti della neonata Federazione.
L'esito della conferenza stampa è notevole: tutte le maggiori testate cittadine, Rai compresa, devono dare risalto all'azione e annunciare la Befana metalmeccanica di mercoledi prossimo.

MARTEDI 5 GENNAIO:
I lavoratori Agile entrano nel salone delle Poste centrali di Torino. Lo striscione del Presidio dipendenti Agile viene esposto ai cittadini in coda ai 50 sportelli del salone. 30 maschere bianche, a simboleggiare l'invisibilità della crisi e del silenzio mediatico sui licenziamenti, dialogano con il pubblico e distribuiscono volantini chespiegano i dettagli della crisi aziendale e che pubblicizzano l'ARANCIA MetalMECCANICA di mercoledi 6 gennaio.
Le maschere bianche aprono una trattativa con i dirigenti delle poste torinesi, scesi a precipizio nel salone, per ottenere il loro interessamento ad ottenere una motivazione alla rescissione di contratto delle Poste Italiane Spa con Agile.
Giornalisti e operatori media sono presenti all'azione. La Federazione della Sinistra torinese supporta il tutto.

DOMANI, 6 GENNAIO:
Una tonnellata di arance saranno distribuite ai torinesi nella centralissima Piazza Castello. Obiettivo economico dell'azione: raccogliere 2500 euro a beneficio della Cassa di solidarietà dei dipendenti Agile, ex-Eutelia. Obiettivo politico: dimostrare a tutto il mondo dle lavoro che la solidarietà e la lotta possono combattere la crisi e il padronato, e vincere.
La giornata inizierà alle 10 e terminerà dopo le ore 18. Nel durante, sul palco si alterneranno i solisti dell'Orchestra del Regio di Torino, un coro semiprofessionista di musica gospel, i menestrelli con uno spettacolo di musica e cabaret, oltre a professionisti dello spettacolo diversi. Vin brulè e panini ci aiuteranno combattere il freddo inverno torinese.
La Federazione della Sinistra dimostra nei fatti e nella realtà di mettere il lavoro al centro, con i lavoratori. Domani, 120 militanti si alterneranno nei 4 turni ai banchetti e nell'assistenza di una giornata particolare, molto particolare. Perchè o un partito comunista è sociale o non è.

giovedì 26 novembre 2009

La lezione del '69



Un convegno sul ‘69 per riprendere il filo della memoria, quello organizzato ieri a Torino: “Autunno ‘69: si ribellano gli operai, nascono i consigli”. Una memoria che non va confusa con una forma di sterile nostalgia, ma è legame con le idee e i corpi delle donne e degli uomini che hanno fatto le lotte. Il ricordo quindi, la costruzione di una tradizione come pratica di vita. Nei primi interventi il riferimento è spesso alla quotidianità. Parla di rivolta Marchetto, contro un sistema di fabbrica inaccettabile ma anche contro i capi che usavano frasi volgari e offensive nei confronti delle operaie. L’elemento della tradizione in Ferraris riguarda invece le forme di organizzazione della politica. I delegati, i consigli di fabbrica come espressione diretta del ‘69. Nell’autogoverno di chi lavora, oggi come ieri, sta l’unico modo per riprendersi la politica, dice. Non crede nello spontaneismo. Parla di bilancino, di organizzazione, a proposito di efficacia delle lotte. Ferraris racconta come lo Psiup torinese proponesse i Consigli come struttura per costruire un movimento politico di massa, non solo come strumenti di un rinnovamento sindacale. Questa tendenza fu sconfitta sia dentro lo Psiup che nel sindacato.
E a proposito delle forme di organizzazione della vita politica, è esplicito Gianotti. Il fallimento di questi anni sta nel fatto che la forza lavoro ha perso molta della sua soggettività politica. Ha perso in capacità di rappresentarsi. Le affermazioni di Scavino sull’”assemblea operai-studenti” come forma organizzativa inedita, che ha caratterizzato il ‘69, fanno riflettere. E’ necessario trovare nuove forme, relazioni inedite per stare assieme nella politica. L’intervento di Tridente sull’apporto dell’immigrazione dal Sud alla lotta di quegli anni - l’idea di giustizia con cui gli immigrati hanno arricchito il ‘69 - fa pensare al bisogno che tutti abbiamo di trovare nuove complicità, modi diversi di convivere con la recente immigrazione. Così come Tridente ha sottolineato l’importanza per la costruzione del movimento dell’esempio e della presenza dei quadri operai e sindacali più anziani, quelli degli anni duri.
Nel dibattito pubblico che segue, gli interventi sono spesso centrati sull’individuo, sul collettivo, sulla comunità. Staglianò, operaio tornato in Italia alla fine del ‘60, dalla Svizzera, dove guadagnava molto bene, racconta che non contava allora, quanto si guadagnasse. Era più importante appartenere alla comunità operaia, e saperlo. Una presa di responsabilità per ciò che riguarda Rifondazione la richiede la storica Meriggi, a proposito degli archivi operai. Ci sono diari, documenti, testimonianze che vanno conservati. Il partito potrebbe essere un luogo che li conserva. Alla tavola rotonda, Provera cita i temi della rappresentanza, della comunità, oggi. Parla del soggetto che si allontana da chi lo rappresenta, quando i suoi bisogni non vengono ascoltati. Bisogna ridare forme di decisione ai lavoratori, dice. Si deve trovare l’elemento identificante fra loro. Il lavoro è un bene comune, e l’immissione ad esso deve valere per tutti. Come l’immissione al reddito. Solo in questi termini, conclude, si può pensare di ridare valore alla rappresentanza.
Per Airaudo bisogna ristabilire un principio di responsabilità, che deve valere sia per i lavoratori che per chi sta nella politica. Le lotte ci sono, anche se non sono raccontate, dice. Il radicamento e la rappresentanza del sindacato si gioca sui luoghi di lavoro, e il tema della redistribuzione è fondamentale. L’obiettivo devono essere i salari, conclude. Sui rapporti del sindacato con la politica e il territorio interviene Ferigo. Perini parla della crisi, della ristrutturazione del sistema produttivo e dello stato sociale in questi anni. Lo scontro sarà sull’occupazione, dice. Bisogna impedire i licenziamenti. Questo ultimo punto potrebbe essere un punto di ricomposizione della lotta.
Conclude Ferrero. Sul ‘69, fenomeno politico che tiene assieme la libertà e l’eguaglianza - che ha dimostrato la capacità di contrattazione dei lavoratori, che è stato capacità di agire come classe dirigente - manca l’informazione. Manca nel senso che è stata cancellata, dai media e dal capitale. Il ‘69 ha perso, ed è ora ignorato, perché quel tipo di forza politica - basata sulla partecipazione dal basso - è proprio quella politica di classe che si vuole espellere dalla politica massmediatica. Per uscire dall’attuale fase di sconfitta è quindi necessario ricostruire una narrazione, un’idea del mondo che sappia anche ricostruire il rapporto con la storia del movimento operaio come la nostra storia. Senza storia ognuno di noi non sa più chi è. Anche per questo la proposta della federazione si pone programmaticamente l’obiettivo di costruire un luogo politico plurale che si metta in continuità con questa storia del movimento operaio.
Un’occasione, questo convegno, anche per presentare il libro pubblicato da Punto Rosso sull’esperienza dei CUB, cui hanno collaborato molti dei protagonisti delle lotte di quegli anni e che è stato presentato da Franco Calamida e Bruno Canu.

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