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domenica 14 marzo 2010

Immigrazione clandestina. L'Onu ammonisce l'Italia.

ROMA - Nel suo discorso alla Commissione diritti umani, del Senato della Repubblica, Navanethem Pillay, alto commissario ONU, ha chiaramente manifestato la sua preoccupazione “per le norme del pacchetto di sicurezza italiano che rendono l'immigrazione irregolare un'aggravante di reato”. È dallo scorso febbraio che il Consiglio delle Nazioni Unite ha preso in esame il comportamento dell’Italia in materia di immigrazione, arrivando addirittura ad ammonirla con ben 92 raccomandazioni.


Le note riguardano non solo il fenomeno immigratorio ma anche la discriminazione attuata nei confronti della comunità dei Rom e in ultimo la necessità di creare un’istituzione nazionale per i diritti umani.

“È mia convinzione che la tutela degli immigrati sia oggi una delle sfide più urgenti in materia di diritti umani. Perciò è di estrema importanza che, nel creare e applicare una legge, i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario mantengano un approccio all’immigrazione sensibile ai diritti umani, come elemento centrale della loro azione. Ciò è possibile assicurando che i diritti degli immigrati siano sostenuti in tutti gli stadi del processo migratorio, proteggendoli dalle violazioni e costringendo i responsabili di abusi a rendere conto delle loro azioni”, ha detto la Pillay, che ha richiamato le istituzioni italiane a una maggiore responsabilità nei confronti degli immigrati affinché non siano “attaccati e vilipesi”.

Secondo l'Alto commissario c'è una forte preoccupazione in seno all'Onu per la situazione dei migranti in mare: “Ho osservato che esseri umani abbandonati alle correnti non costituiscono un carico tossico e non dovrebbero pertanto essere trattati come tali (…) Voglio rammentare alle autorità competenti che il diritto d’asilo è tutelato dal diritto internazionale”.

La Pillay ha esortato in ultimo l'Italia ad aderire alla ratifica della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori emigranti e dei membri delle loro famiglie. Ma proprio oggi è la notizia che la prima sezione civile della Cassazione, smentendo una precedente sentenza che aveva evitato l'espulsione di un papà clandestino per tutelare “la salvaguardia del minore”, ha respinto un ricorso simile presentato da un irregolare albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori a carico. Per la Cassazione l'autorizzazione all'extracomunitario di restare in Italia nonostante l'espulsione può essere data solo per “gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore”, tra cui non rientra il fatto di avere dei figli che frequentano la scuola. Questa non è considerata circostanza eccezionale “poiché la scolarizzazione dei minori fino al compimento dell'istruzione obbligatoria rappresenta un'esigenza ordinaria collegata al loro normale processo educativo-formativo”. Diversamente, si legge nella sentenza n. 5856, si “finirebbe col legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia”.

Secondo la Suprema Corte la necessità di garantire al minore il suo ordinario processo educativo, formativo o scolastico non può prevalere “al più generale interesse della tutela delle frontiere, che si esprime nelle esigenze di ordine pubblico che convalidano il decreto di espulsione”. 
tratto da Dazebao 

di Anna Ferrigno



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giovedì 11 marzo 2010

2001, rapporto ONU sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati. Quando l' Onu era una toga rossa


Rapporto del relatore speciale sull' indipendenza dei giudici e degli avvocati
Dato's Param Cumaraswamy
presentato conformemente alla risoluzione della Commissione sui Diritti Umani 2001/39

1. Rapporto preliminare sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati

1. Questo rapporto preliminare riguarda una missione svoltasi in Italia tra l'11 e il 14 marzo del 2002 dal relatore speciale sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati conformemente al suo mandato nell'ambito della Commissione dei Diritti Umani - risoluzione 1944/41, ribadito dalle risoluzioni 1997/23 e 2000/42. Conformemente al mandato, il relatore speciale è tenuto ad indagare su tutte le asserzioni che gli vengono trasmesse e a comunicare le sue conclusioni e raccomandazioni in proposito.

2. Nel gennaio 2002, il relatore speciale è stato informato delle proteste dei magistrati, sorte a livello nazionale in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario al fine di esprimere preoccupazione riguardo ai tentativi da parte del governo di minacciare la loro indipendenza. Queste proteste sono state lanciate dall'associazione nazionale magistrati alla quale appartengono il 95% dei magistrati e pubblici ministeri italiani. Il relatore speciale ha ricevuto informazioni riguardanti un incremento della tensione tra i magistrati e il governo che sembrano essere state all'origine della protesta di cui sopra.

3. Il 23 gennaio 2002, il relatore speciale ha scritto al Governo, esprimendo la sua preoccupazione e chiedendo di poter svolgere urgentemente una missione in Italia al fine di verificare le cause della protesta e della tensione e di contribuire a trovare una soluzione. Il Governo ha risposto prontamente e ha invitato il relatore speciale a recarsi in Italia.

4. Nel corso della sua missione in Italia, il relatore speciale si è recato a Roma e Milano. A Roma, ha incontrato giudici, rappresentanti del governo e membri del parlamento, compresi il Presidente della Corte di Cassazione, il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, il ministro della Giustizia, i presidenti delle Commissioni giustizia di Camera e Senato, il vicepresidente del CSM, l'associazione nazionale magistrati e l'associazione nazionale avvocati. A Milano, il relatore speciale ha incontrato i rappresentanti milanesi dell'ANM, il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli e i PM D'Ambrosio e Boccassini.

5. Il relatore speciale ringrazia il governo italiano, compresa la sua missione permanente a Ginevra, per aver reso pi� facile la sua azione e per l'aiuto, la collaborazione e la cordiale ospitalità accordatagli.

6. Dato il poco tempo trascorso tra la missione e la 58a sessione della Commissione, il relatore speciale può soltanto esprimere osservazioni e raccomandazioni preliminari.

I. Osservazioni preliminari

7. L'indipendenza del potere giudiziario è sancita dalla Costituzione del 1948. I pubblici ministeri godono della stessa indipendenza, sancita anch'essa dalla costituzione. Le nomine dei giudici e dei pubblici ministeri, i trasferimenti, le promozione e i provvedimenti disciplinari sono disposti dal CSM, che è un istituzione costituzionale.

8. Nessuna delle persone alle quali ci siamo rivolte ha negato il fatto che vi fossero delle tensioni tra giudici e PM da un lato, e il governo dall'altro. L'aumento della tensione riguarda anche i rapporti di questa istituzione con la maggioranza in parlamento.

9. Nel corso degli anni, sono stati sferzati svariati attacchi contro alcuni giudici per via delle loro decisioni e del loro comportamento. Ciò traspare chiaramente dalle risoluzioni del CSM del 15 dicembre 1999 e del 2 ottobre 2001. Alcuni giudici e pubblici ministeri sono stati definiti di sinistra, segnatamente coloro che hanno svolto una decina di anni fa a Milano le inchieste di corruzione riguardanti la classe politica e che continuano oggi ad indagare in tal senso.

10. Un punto dolente del sistema giudiziario riguarda la macchinosità dei processi penali e civili. Si dice che la durata media per giudicare un caso penale sia di 9 anni e di 10 anni per una causa civile. Nel suo discorso presso la sessione straordinaria del CSM il 2 ottobre 2001, il vicepresidente del consiglio descrisse l'iter processuale civile come un "perverso gioco dell'oca". La Corte Europea per i Diritti Umani ha pi� volte duramente criticato queste lentezze, in contrasto con l'articolo 6 della Convenzione Europea per i diritti umani. La macchinosità dell'iter giudiziario viene spesso usati dagli imputati per ritardare il processo, col risultato che molti casi vengono bloccati dalla prescrizione dei termini.

11. I ritardi che caratterizzano l'operato del sistema giudiziario provocano giustamente un disincanto da parte dell'opinione pubblica. I giudici e i PM hanno la sensazione che, riguardo a questa questione, il governo tenda spesso ad attribuire loro tutti i mali del sistema. Perciò, l'opinione pubblica è diretta contro i magistrati.

12. Su questo punto, il relatore speciale ritiene che sia tutto il sistema di amministrazione della giustizia e delle procedure, sia in primo grado che in appello, che necessiti urgente attenzione. Un'attenzione che deve riguardare tutto il sistema e non solo i giudici e i PM. Il problema affonda le sue radici nelle procedure e negli abusi di dette procedure da tutte le parti in causa. Il ricorso a riforme frammentarie e puntuali viene percepito come un attacco ai giudici e ai PM nonché Ð giustamente Ð come una minaccia alla loro indipendenza e imparzialità.

13. Vi è inoltre un altro fattore aggravante, rappresentato dai tre processi in corso presso le procure milanesi e che riguardano accuse di corruzione e falsi in bilancio di esponenti politici fra cui il presidente del Consiglio e Cesare Previti, membro del parlamento. Il relatore speciale non vuole entrare nel merito di questi casi, dal momento che sono attualmente in corso di dibattimento e che per uno di questi processi è stata inoltre avanzata, presso la Corte di Cassazione, una richiesta di trasferimento dal tribunale di Milano. Si dice che se questi processi dovessero essere trasferiti da Milano, occorrerebbe riprendere tutto da capo. è possibile che subentri la decorrenza dei termini prima della conclusione dei processi. Il modo in cui vengono usati cavilli procedurali al fine di ritardare lo svolgimento dei processi desta preoccupazioni, cos“ come la sensazione che si ricorra agli strumenti legislativi al fine di approvare delle leggi che vengono poi usate durante lo svolgimento dei processi. Una di queste è la legge sulle rogatorie che istituisce un accordo bilaterale con la Svizzera con effetto retroattivo. La questione di sapere se questa legge possa incidere sulle prove già ammesse nell'ambito dei processi costituisce uno dei nodi attualmente in discussione davanti al tribunale di Milano, nell'ambito di un processo che vede coinvolti imputati eccellenti.

14. Diversi avvocati degli esponenti politici coinvolti nei processi sono inoltre membri del parlamento e questo provoca la sensazione che possano avere un'influenza in parlamento per difendere la causa dei loro clienti in quella sede. Ciò provoca un problema di conflitto di interessi.

15. Il motivo che ha fatto scattare la protesta nazionale nell'ambito dell'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata la risoluzione del Senato del 4 dicembre 2001 in cui si accusavano i magistrati di non aver rispettato la sentenza della corte costituzionale secondo cui il processo giudiziario non può avere la precedenza rispetto ai lavori parlamentari, ma che entrambe le circostanze debbano avere uguale importanza. Benché questa decisione riguardasse i giudici di Milano impegnati in una delle cause importanti in corso, ciò è stato percepito come una seria provocazione e un'ingerenza nei confronti dell'indipendenza della magistratura in generale.

16. La situazione era la seguente: il signor Previti aveva chiesto ripetutamente il rinvio delle udienze invocando impegni parlamentari. Il giudice aveva concesso questi rinvii. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, il giudice ritenne che i rinvii continui avevano portato ad un ritardo eccessivo e decise che la necessità di andare avanti con il processo doveva avere la priorità sugli obblighi parlamentari. Il Parlamento ritenne a sua volta che detta decisione fosse sbagliata e decise di rinviare il caso davanti alla Corte Costituzionale. Successivamente, una richiesta del signor Previti di annullare tutto il processo e di ricominciare da capo è stata respinta dal giudice. Gli avvocati della difesa hanno allora affermato che il giudice aveva disatteso una sentenza della Corte Costituzionale. Il giudice ritiene invece che spetti alla corte interpretare le decisioni della corte costituzionale.

17. La risoluzione del Senato parlava anche di magistrati che si sarebbero incontrati con lo scopo di trovare dei modi per disapplicare la legge dello Stato. Quest'ipotesi è stata respinta dai membri dell'ANM nell'ambito del loro incontro con il relatore speciale. Secondo loro, è successo che, durante un seminario che faceva parte di un programma di tirocinio per magistrati, si sia giunti a parlare dell'interpretazione della legge sulle rogatorie.

18. Un gruppo di docenti di diritto ha pubblicato una dichiarazione nella quale si esprimeva preoccupazione nei confronti della risoluzione del Senato. Il relatore speciale ha analizzato sia la risoluzione che gli avvenimenti che hanno portato alla sua approvazione e condivide le preoccupazioni dei giudici, dei pubblici ministeri e dei docenti. Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è il fatto che, prima che questa risoluzione venisse adottata, il sottosegretario al ministero dell'Interno abbia invocato l'arresto dei magistrati in questione. Successivamente, il sottosegretario ha rassegnato le sue dimissioni.

19. A questo punto, è necessario parlare del caso di Francesco Saverio Borrelli, procuratore generale di Milano, che è stata oggetto di attacchi dopo un discorso da lui pronunciato a Milano durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nel suo discorso, il Procuratore Generale ha evidenziato i problemi che riguardano l'amministrazione della giustizia e ha espresso commenti sui ritardi riscontrati in alcuni processi e sulle proposte di riforma del Governo. In conclusione, ha chiamato la gente a "resistere, resistere, resistere" contro i tentativi di indebolire il sistema. Queste osservazioni sono state ampiamente diffuse dai media e criticate dal governo che le ha ritenute provocatorie e politicizzate. Borreli è uno di coloro che vengono definiti di sinistra.

20. Il Procuratore generale ha spiegato al relatore speciale che le sue osservazioni conclusive erano state estrapolate dal contesto e che non aveva mai invitato la popolazione a resistere contro il governo, ma che aveva bens“ chiamato a resistere contro "il degrado del senso della legalità, dell'amministrazione della giustizia e contro le campagne volte a discreditare i magistrati". Nel clima di tensione nel quale sono state pronunciate, queste osservazioni prese isolatamente possono essere ritenute intemperanti per un esponente della magistratura. Ciò detto, non si può certo affermare che il discorso preso nel suo insieme fosse un appello alla rivolta o alla resistenza contro il governo.

21. In questo clima di tensione, il ministro degli Interni ha ordinato la riduzione delle scorte assegnate a giudici e PM. Fra le persone colpite a Milano, vi era Ilda Boccassini, che ha svolto le inchieste per uno dei casi che coinvolgono imputati eccellenti. Questa decisione è stata percepita come un'ulteriore minaccia all'indipendenza della magistratura. Il Procuratore generale di Milano ha fatto allusione a questa vicenda nel suo discorso. Il ministro degli Interni ha minacciato di sporgere denuncia contro il procuratore generale. (Dopo la sua missione, il relatore speciale è stato informato del ripristino della scorta alla signora Boccassini. Il relatore speciale esprime la sua soddisfazione in proposito dal momento che la signora Boccassini gli aveva comunicato la sua preoccupazione).

22. Durante la missione, il consiglio dei ministri ha approvato una legge che porterebbe a una separazione tra le funzioni giudicanti e indaganti dei magistrati. Questa decisione viene percepita da parte dei magistrati come un'ulteriore ingerenza e minaccia alla loro indipendenza. Dopo aver sentito le spiegazioni date dal ministro della Giustizia, il relatore speciale ritiene che la legge sulla separazione delle funzioni sia motivata.

23. Il fatto che i giudici e i PM, che vengono nominati a vita, possano chiedere dei congedi per entrare in politica, per poi riprendere Ð se lo desiderano Ð a esercitare in qualità di giudici o di PM desta preoccupazione. Questa consuetudine potrebbe compromettere l'indipendenza della magistratura.

24. Alla luce degli avvenimenti illustrati, il relatore speciale è convinto che vi siano motivi ragionevoli perché giudici e pubblici ministeri sentano minacciata la loro indipendenza. Benché gli attacchi del governo siano stati diretti contro alcuni giudici e pubblici ministeri, occorre ricordare che gli attacchi contro i singoli verranno percepiti come attacchi contro tutta la magistratura, e anche come un attacco all'amministrazione della giustizia.

25. D'altra parte, i giudici e i PM non devono assumere nessun comportamento che possa compromettere la loro indipendenza e imparzialità.

26. La macchinosità del sistema giudiziario e delle procedure e l'importanza degli imputati coinvolti nelle cause penali attualmente in corso a Milano e il modo in cui queste procedure vengono sfruttate per ritardare lo svolgimento dei processi hanno contribuito a creare questa situazione. A ciò occorre aggiungere la sensazione che si ricorra all'iter legislativo per approvare delle leggi che possono poi essere usate nell'ambito dei processi attualmente in corso.

27. Tutto ciò ha contribuito a creare un clima di sospetto e di diffidenza reciproca tra governo e magistrati. Ogni riforma che riguarda l'amministrazione della giustizia viene percepita con sospetto e col timore che possa minacciare l'indipendenza dei magistrati. Le decisioni giudiziarie, essenzialmente quelle prese nell'ambito dei processi milanesi che coinvolgono personalità eminenti, vengono viceversa ritenute faziose e di sinistra.

28. Per quanto riguarda la priorità dell'azione giudiziaria riguardo all'azione parlamentare, una questione che si trovava al centro della risoluzione del Senato del 4 dicembre 2001, possiamo dire che l'assenza di un solo deputato durante le sessioni parlamentari non inficia né ritarda i lavori del parlamento. Invece, quando l'imputato non si presenta in aula per rispondere alle accuse rivolte contro di lui, il processo non può andare avanti e ciò crea difatti un intralcio e un ritardo dell'azione giudiziaria. Questa è la differenza. In base a questo dato di fatto, l'azione giudiziaria deve necessariamente essere prioritaria in determinate circostanze. Per di pi�, l'articolo 14 (3) (c) dell'Accordo Internazionale per i diritti civili e politici e l'articolo 6 della Convenzione Europea per i diritti umani affermano che le cause penali devono essere giudicate senza il benché minimo ritardo. E' perciò un dovere dei tribunali fare in modo che queste cause vengano portate in aula e risolte quanto prima.

29. L'indipendenza dei giudici e dei magistrati non è solo sancita dalla costituzione, essa fa anche parte della cultura e della tradizione dell'Italia. Nessun governo, per quanto forte, potrebbe cancellare questa regola di base della società italiana. Milano è la città dove nacquero i Principi fondamentali delle Nazioni Unite sull'indipendenza della magistratura. A Roma è nata invece la Corte Penale Internazionale che verrà presto insediata. Ciononostante, negli avvenimenti recenti vi sono stati dei segnali di minaccia a questa indipendenza, ma una volta rimosse le cause alla radice e una volta ritrovata la fiducia reciproca, le tensioni si allevieranno e l'indipendenza della giustizia trionferà e sarà rispettata da tutti.

Raccomandazioni preliminari

30. Gli esponenti politici imputati nei processi milanesi devono rispettare i principi dell'azione giudiziaria e non devono provocare ritardi nello svolgimento di detti processi. Benché essi possano, come qualsiasi altro cittadino, avvalersi di tutti i diritti di cui dispone la difesa, dal momento in cui si trovano in una posizione di potere, ogni ritardo del processo verrà percepito con sospetto e potrebbe nuocere all'integrità del sistema giudiziario.

31. Le decisione delle corti devono essere rispettate da tutti. Benché queste decisioni possano essere commentate e anche criticate, i giudici che emettono le sentenze non devono essere attaccati o sottoposti ad alcuna forma di calunnia da nessuna persona o istituzione. Qualora le decisioni dovessero essere ritenute scorrette, si possono invocare i procedimenti di appello appropriati.

32. Nel corso della sua missione, nell'ambito delle conversazioni con il ministro della Giustizia e con i presidenti delle Commissioni giustizia di Camera e Senato, il relatore speciale si è raccomandato affinché venisse creata una commissione composta da rappresentanti di tutti i segmenti dell'amministrazione della giustizia, compreso il Consiglio Superiore della Magistratura, l'Associazione Nazionale Magistrati, le associazioni di avvocati e il corpo docente al fine di affrontare il problema in modo esauriente e olistico. L'approccio puntuale attualmente adottato dal Ministro della Giustizia non è soddisfacente e provoca un clima di sospetto e di sfiducia. (Da quando è rientrato dalla missione, il relatore speciale è venuto a sapere che il governo ha accolto la sua raccomandazione. Il Ministro della Giustizia costituirà detto comitato in tempo utile. Questo è uno sviluppo molto positivo e auspicabile della situazione. Il successo del comitato dipenderà in larga parte dalla totale collaborazione tra i vari protagonisti, che dovranno mettere da parte gli interessi individuali e considerare l'interesse della giustizia per il popolo come un loro interesse collettivo).

33. Il relatore speciale continuerà a seguire gli sviluppi della situazione e si terrà a disposizione del governo e della magistratura per qualsiasi tipo di aiuto o di consiglio. Un ulteriore rapporto verrà presentato davanti alla cinquantanovesima sessione della commissione.

Il relatore speciale Onu
sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati
Dato's Param Cumaraswamy


2. Secondo rapporto

INDEPENDENCE OF JUDGES AND LAWYERS
STATEMENT OF SPECIAL RAPPORTEUR ON INDEPENDENCE OF JUDGES AND LAWYERS FOLLOWING VISIT TO ITALY

rapporto preliminare del relatore speciale sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati, a seguito della visita in Italia
15 novembre 2002

Il seguente rapporto è stato reso in data odierna da Dato P. C., relatore speciale della Commissione per i diritti umani sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati, sulla prosecuzione della missione in Italia del 6/8 novembre 2002

Ho intrapreso una missione in Italia dal 6 all'8 novembre 2002 per completare la mia precedente missione dell'11/14 marzo 2002 e il rapporto preliminare allora redatto e sottoposto alla 58ma sessione della Commissione per i Diritti Umani.

La prima missione scaturiva dalle notizie provenienti dall'Italia circa un'estesa protesta dei magistrati all'inaugurazione dell'anno giudiziario, e riguardava le preoccupazioni sul tentativo del Governo di minare la loro indipendenza

Nel mio rapporto preliminare, fra l'altro, sottolineavo quanto segue:
i) che mi ero persuaso dell'esistenza di validi motivi, da parte dei magistrati, per avvertire minacce alla loro indipendenza
ii) che i magistrati non dovevano osservare condotte tali da compromettere indipendenza e imparzialità
iii) un sistema legale irto di ostacoli e le relative procedure, e i processi di alto profilo criminale che si celebravano a Milano, nonché il modo in cui si sfruttavano le procedure per ritardarne lo svolgimento (erano tutti elementi che) contribuivano alla situazione. Si mescolava a tutto questo la percezione che si intervenisse sul processo di formazione delle leggi per attivare una legislazione e successivamente utilizzarla nei casi già pendenti.
iv) questi sviluppi conducevano a un clima di reciproco sospetto fra governo e magistratura.

Nel mio rapporto preliminare raccomandavo quanto segue:
i) gli importanti esponenti politici sotto giudizio a Milano dovrebbero rispettare i principi del confronto processuale e non apparire come tesi a ritardare il giudizio
ii) occorrerebbe istituire una commissione di coordinamento rappresentativa di tutti i segmenti dell'amministrazione giudiziaria, e ci˜ per indirizzare la riforma del sistema in modo generalizzato e onnicomprensivo.

Nel corso di questa ultima missione ho incontrato i Presidenti di Cassazione, Corte Cost., ANM e CSM. Ho incontrato anche il guardasigilli. Ho ricevuto documenti. Ho cercato di incontrare il Premier Berlusconi, che ricopriva anche la carica di ministro per gli Esteri, ma per ragioni tuttora ignote l'appuntamento non è stato fissato.

Il rapporto finale con conclusioni e raccomandazioni sarà preparato e sottoposto alla 59ma sessione della Commissione per i diritti umani nel marzo 2003. Nel frattempo, ecco le mie osservazioni preliminari:

i) I processi contro eminenti personalità politiche pendono tuttora a Milano. Nel capitolo 13 della mia precedente relazione preliminare io mi astenni da qualunque elaborazione su questi casi, visto che in uno di essi pendeva ricorso innanzi alla Corte di Cassazione per il trasferimento del processo da Milano a Brescia, ricorso del Presidente del Consiglio. La decisione della Cassazione è nel frattempo intervenuta. La Corte ha sollevato questione di legittimità costituzionale innanzi alla Corte Costituzionale sul tema del legittimo sospetto per mancanza di imparzialità. Tuttavia, prima ancora della decisione della Corte Costituzionale, il Parlamento ha fatto una falsa partenza, modificando le importanti regole del Codice di rito provvendo su questo punto in tema di trasferimento dei processi. Si è manifestata preoccupazione per la retroattività delle modifiche, suscettibili di applicazione ai casi in corso e di provocare la sospensione del procedimento in caso di ricorso alla Cassazione. Organo, questo, competente a decidere su ogni domanda di trasferimento.

ii) La celerità con la quale si è invocata la modifica legislativa del Codice di rito persino prima della decisione della Corte Costituzionale è senza precedenti e il Premier è percepito come l'immediato beneficiario della modifica, anche se si sostiene pure che c'era bisogno di questa modifica al Codice.

iii) Ho appreso anche che di recente il Premier si è rifiutato di comparire in due processi - Palermo e Milano - come testimone. A mia richiesta mi è stato spiegato che il Codice consente alle alte cariche come il Premier di scegliere fra la comparizione personale e la convocazione del Tribunale presso una sede di sua scelta. Trovo questa disposizione, specialmente di questi tempi, insostenibile. Offende il principio di uguaglianza di fronte alla legge che è fissato fra i principi fondamentali della Costituzione italiana all'articolo 3. Ed è in contrasto con gli articoli 14 (1) e 26 della convenzione internazionale sui diritti civili e politici. L'art. 14 (1) stabilisce infatti che tutte le persone sono uguali di fronte al Tribunale. Il principio di uguaglianza è un corollario del principio di legalità.
Il Premier è capo del ramo esecutivo del governo e non dovrebbe essere percepito come colui che è al di sopra della legge e che viola il corollario del principio di legalità. In ogni caso, non è nemmeno chiaro se il Premier abbia o meno scelto di convocare in altra sede la corte per rendere testimonianza. Una simile previsione di legge si presta all'abuso da parte di personalità importanti al fine di causare il ritardo del "giusto processo". Mi riferisco, al proposito, al cap. 28 del mio rapporto preliminare. In casi del genere non c'è nessuna procedura effettiva che garantisca la comparizione delle personalità davanti al Tribunale.

iv) Altra fonte di preoccupazione è che uno dei principali avvocati del Premier è membro della Camera dei Deputati ed è anche Presidente della Commissione giustizia della Camera. Il conflitto d'interessi e i problemi etici che una simile posizione crea non sembrano essere recepiti dal Parlamento o dalle autorità di controllo disciplinare della professione legale.

v) Le riforme del sistema giudiziario non hanno fatto progressi. Il Ministro della Giustizia segnala che ci sono circa 42 proposte di legge in Parlamento con modifiche di svariate leggi una delle quali riguarda l'assetto dell'ordinamento giudiziario e fu, per un suo aspetto, alla base dello sciopero dei magistrati di giugno. Il Ministro ha garantito che sarà presto formata una commissione per la revisione del codice di rito. Vi è anche la proposta di una commissione di modifica del codice di procedura civile.

vi) Nell'occasione ho anche potuto constatare che il Consiglio dei Ministri del Consiglio d'Europa sta monitorando l'efficienza della giustizia penale italiana. Nel suo comunicato stampa del 10 luglio 2002, il Consiglio ha espresso il suo rammarico perché le statistiche del periodo 2000-01 non consentono di concludere che vi sia stato un significativo progresso nell'efficienza della giustizia penale in Italia. Il Consiglio è preoccupato per l'eccessiva durata dei processi in Italia, come emerge dall'incessante flusso di giudizi innanzi alla Corte Europea dei diritti umani contro l'Italia per violazione dell'art. 6 della Convenzione.

vii) La sfiducia reciproca e il sospetto dovuti alla tensione fra Governo e magistratura persistono. Le cause di fondo sembrano essere un sistema legale irto di ostacoli e le sue procedure, che conducono ad abusi, e i processi di alto profilo contro eminenti personalità politiche che sono percepite come trarre vantaggio dalla debolezza del sistema, usando, ove necessario, la funzione legislativa.


Il testo originale

The following statement was issued today by Dato' Param Cumaraswamy, Special Rapporteur of the Commission on Human Rights on the independence of judges and lawyers, on a follow-up mission to Italy from 6-8 November 2002:
"I undertook a mission to Italy from Nov. 6-8 2002 to follow up on my previous mission undertaken on March 11-14 2002 and my preliminary report thereon submitted to the 58th session of the Commission on Human Rights (E/CN.4/2002/Add3).

The earlier mission was prompted by reports I received of nationwide protests by magistrates at the start of the legal year to express their concerns about the Government's attempt to undermine their independence.

In my preliminary report I expressed the following, inter alia:
i) that I was satisfied that there was reasonable cause for the magistrates to feel that their independence was threatened.
ii) that magistrates should not conduct themselves in a manner which could compromise their independence and impartiality.
iii) The cumbersome legal system and its procedures and the high profile criminal cases before the Milan courts and the manner in which the procedures were taken advantage of to delay the trials had contributed to the situation. This was compounded by the perception that legislative process was used to enact legislation which was then used in cases already before the courts.
iv) These developments led to a mutual suspicion and mistrust between the Government and the magistrates.

In my preliminary report I recommended that:
i) the prominent politicians facing charges before the Milan courts should respect the principles of due process and should not be seen delaying the process;
ii) that there be set up a coordinating committee of representatives of all segments of the administration of justice to address reform of the justice system in a holistic and comprehensive way.
During the latest follow up mission I met the Presidents of the Court of Cassation, the Constitutional Court, the National Association of Magistrates and the Higher Council of the Judiciary. I also met the Minister of Justice. I received some documents. I sought a meeting with the Prime Minister, Mr. Silvio Berlusconi, who was then also the Foreign Minister. For reasons still not known such a meeting was not scheduled.

I thank the office of the Permanent Representative of the Government of Italy in Geneva for assisting and facilitating this follow-up mission. A final report containing my conclusions and recommendations will be prepared and submitted at the 59th session of the Commission on Human Rights in March 2003. However, my preliminary observations of the follow up mission are as follows:

i) The trials of the prominent politicians before the Milan courts are still pending. In paragraph 13 of my preliminary report I refrained from elaborating on these cases as one of the case, that of the Prime Minister was pending before the Court of Cassation on an application for transfer from the Milan court to Brescia. Since then the Court of Cassation delivered its decision. In its decision the Court referred the issue of application for transfer of cases from one court to another on grounds of legitimate suspicion for want of impartiality to the Constitutional Court. However, before the Constitutional Court could decide on the reference Parliament jumped the gun and amended the relevant provisions in the Criminal Procedure Code to provide for transfer on such ground. Concerns were expressed that the amendments are retrospective and would apply to current cases before the courts and further when application for transfers are made to the Court of Cassation the trials in question would be suspended. However, application for every transfer is to be decided by the Court of Cassation.

ii) the speed in which Parliamentary process was invoked to amend the Criminal Procedure Code before even the Constitutional Court could decide on the reference is unprecedented and the immediate beneficiary of this amendment is seen as the Prime Minister though it is felt that there is a need for such an amendment to the Criminal Procedure Code.

iii) I also learnrf that recently the Prime Minister failed to appear in two trials - one in Palermo and another in Milan - to give testimony as a witness. When inquired why I was told that there is a provision in the Criminal Procedure Code providing high ranking personalities like the Prime Minister the option to appear and give evidence in court or call upon the court to receive their testimonies at a venue of their choice. I find such a law, particularly in this day and time, untenable. It offends the principle of equality before the law which is provided as one of the fundamental principles in Article 3 of the Italian Constitution. Further, it offends Articles 14(1) and 26 of the International Covenant on Civil and Political Rights.Article 14(1) provides that all persons shall be equal before the courts. The principle of equality before the law is a core value of the rule of law.
The Prime Minister being the head of the executive arm of the government should not be seen as being above the law and violating the very core value of the rule of law. In any event it is not clear whether the Prime Minister expressed a choice and called for the court to hear his testimony at another venue. Such a provision in the law can be open for abuse and delay the due process of law by prominent personalities. In this regard I refer to paragraph 28 of my earlier preliminary report. In such circumstances there is no effective procedure to compel attendance of such personalities in court.

iv) Another source of concern is that one of the lead lawyers for the Prime Minister is a member of the House of Deputies and is also the President of the Justice Commission in the same House. Conflict of interest and ethical issues arising over such representation do not seem to be addressed by Parliament or the competent disciplinary authorities of the legal profession.

v) There has not been much progress made in the reform of the justice system. The Minister of Justice indicated that there are some 42 Bills in Parliament on amendments to various laws one of which is a legislation on judicial order an aspect of which resulted in the magistrates going on strike in July this year. The Minister also indicated that a committee to review the Criminal Procedure Code will soon be formed. There is also a proposal to form a committee to review the Civil Procedure Code.

vi) In this regard I also noted that the Committee of Ministers of the Council of Europe is monitoring the efficiency of criminal justice in Italy. In its press release of July 10, 2002 the Committee expressed its regrets that statistics provided for year 2000-2001 did not allow to conclude that there had been any significant progress in the efficiency of the criminal justice in Italy. The Committee has been concerned over the excessive length of judicial proceedings in Italy resulting in the incessant flow of judgments of the European Court of Human Rights finding Italy in violation of Article 6 of the Convention.

vii) Mutual suspicion and mistrust resulting in tension between the magistrates and Government continues. The root causes appear to be the cumbersome legal system and its procedures leading to abuses and the high profile trials of prominent politicians who are seen taking advantage of the weaknesses in the system and where necessary using the Parliamentary process.
Da societàcivile

Grazie a Manuela Consogno per la segnalazione
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mercoledì 11 novembre 2009

Yasser Arafat: "L'ulivo e il fucile" a 5 anni dalla morte.

Yasser Arafat è morto a Parigi l' 11 novembre 2004, a trent'anni giusti dal discorso pronunciato alle Nazioni unite (13 novembre 1974), che consacrò lui come unico leader riconosciuto della lotta di liberazione, indipendenza e autodeterminazione nazionale del popolo palestinese, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) come organizzazione pienamente legittimata a rappresentare nelle sedi internazionali le aspirazioni nazionali dei palestinesi, e la `questione palestinese' come nodo cruciale di interesse mondiale, con una sua specifica autonomia nel mosaico delle nazioni arabe disegnato dall'equilibrio delle grandi potenze nell'era post-coloniale.


Oggi noi de il Comunista Quotidiano vogliamo ricordarlo pubblicando stralci del suo memorabile discorso all'Onu del '74 e dedicandogli la testata del nostro blog.



[...]


Le radici della questione palestinese risalgono agli ultimi anni del XIX secolo, in altre parole a quella che oggi chiamiamo `l'epoca del colonialismo e degli insediamenti'. Proprio in quel periodo nacque il sionismo come programma, con l'obiettivo di portare a termine la conquista della Palestina da parte degli immigrati europei, esattamente come i colonizzatori occuparono, e invasero a mano armata gran parte dell'Africa. È lo stesso periodo in cui, irrompendo fuori dall'Occidente, il colonialismo si diffuse nelle regioni più remote di Africa, Asia e America Latina, costruendo colonie, sfruttando, opprimendo e saccheggiando crudelmente i popoli di questi tre continenti. Quel periodo continua ancora oggi. Si possono individuare le prove lampanti di questa riprovevole presenza nel razzismo praticato in Sud Africa come in Palestina. 


Così come il colonialismo e i suoi demagoghi hanno esaltato le conquiste, i saccheggi e gli innumerevoli attacchi contro i nativi dell'Africa, in nome di una missione `civilizzatrice e modernizzante', così, ondate di migranti sionisti hanno mascherato i loro propositi nella conquista della Palestina. Allo stesso modo in cui il colonialismo come sistema, e i colonizzatori come suo strumento, hanno usato la religione, il colore, la razza e la lingua per giustificare lo sfruttamento dell'Africa e la sua crudele sottomissione mediante il terrore e la discriminazione, sono stati usati gli stessi metodi per usurpare la Palestina e cacciare il suo popolo dalla patria nazionale.


Allo stesso modo in cui il colonialismo ha usato senza scrupoli i miseri, i poveri, gli sfruttati come semplice materia inerte con cui costruire e portare a termine l'occupazione da parte dei coloni, allo stesso modo gli ebrei europei oppressi e in difficoltà sono stati usati per gli interessi dell'imperialismo mondiale e della leadership sionista. Gli ebrei europei sono stati trasformati negli strumenti dell'aggressione; sono diventati gli elementi di un'occupazione colonizzatrice profondamente affine alla discriminazione razziale.


La teologia sionista è stata usata contro il nostro popolo palestinese: lo scopo era non solo insediarsi mediante un'occupazione di coloni in stile occidentale, ma anche separare gli ebrei dalle loro diverse terre natie e perciò estraniarli dai loro paesi. Il sionismo è un'ideologia imperialista, colonialista, razzista; è profondamente reazionario e discriminatorio; ha codici retrogradi, affini all'antisemitismo ed è, a conti fatti, un'altra faccia della stessa medaglia. Poiché, quando si propone che coloro che aderiscono alla fede ebraica, a prescindere dal paese di residenza, non debbano giurare fedeltà alla nazione in cui risiedono né vivere in una relazione equa con gli altri cittadini non ebrei, quando ciò viene proposto, sentiamo che viene proposto l'antisemitismo. Quando si propone che l'unica soluzione al problema ebraico è che gli ebrei devono alienarsi dalle comunità o nazioni di cui hanno fatto storicamente parte, quando si propone che gli ebrei risolvano la questione ebraica emigrando e insediandosi con la forza nella terra di un altro popolo, quando ciò accade, questo corrisponde esattamente alla stessa posizione che gli antisemiti sostengono contro gli ebrei.
Così, ad esempio, possiamo capire lo stretto legame tra Rhodes a che ha promosso l'occupazione dei coloni nell'Africa sudorientale, e Herzl b con i suoi progetti di insediamento di coloni in Palestina. Dopo aver ottenuto da Rhodes una certificazione di buona condotta per l'occupazione dei coloni, Herzl si rivolse al governo britannico presentando questo certificato, e sperando così di ottenere una decisione formale a sostegno della politica sionista. In cambio, i sionisti promisero alla Gran Bretagna una base imperialista sul suolo palestinese, per tutelare gli interessi imperiali in uno dei suoi punti strategici.
Così il movimento sionista si alleò direttamente con il colonialismo mondiale per un'incursione comune sulla nostra terra. Permettetemi ora di esporre una serie di verità storiche su questa alleanza.
L'invasione ebraica della Palestina cominciò nel 1881. Prima che arrivasse la prima vasta ondata di immigranti, la Palestina aveva una popolazione di mezzo milione di abitanti, la maggior parte musulmani o cristiani, e gli ebrei erano solo 20.000. Ogni settore della popolazione godeva della tolleranza religiosa caratteristica della nostra civiltà.
Allora la Palestina era una terra verdeggiante, principalmente abitata da un popolo arabo intento a costruire la propria vita e ad arricchire in modo dinamico la propria autonoma cultura. Tra il 1882 e il 1917, il movimento sionista installò circa 50.000 ebrei europei nella nostra terra. A questo scopo, fece ricorso all'astuzia e all'inganno per insediarsi fra noi. Facendo firmare alla Gran Bretagna la Dichiarazione Balfour c, rivelò ancora una volta l'alleanza tra il sionismo e l'imperialismo. Inoltre, promettendo al movimento sionista ciò che non era suo, la Gran Bretagna dimostrò quanto fosse arrogante la legge imperialista. Quando fu costituita, la Lega delle Nazioni d abbandonò il nostro popolo arabo, e gli impegni e le promesse di Wilson e si risolsero nel nulla. Sotto la maschera del Mandato, l'imperialismo britannico ci fu imposto direttamente e crudelmente. Il mandato emesso dalla Lega delle Nazioni permetteva agli invasori sionisti di consolidare le loro conquiste nella nostra terra natia. Sulla scia della Dichiarazione Balfour e per un periodo di trent' anni, il movimento sionista riuscì, in collaborazione con il suo alleato imperialista, a insediare altri ebrei europei nella nostra terra, usurpando i possedimenti degli arabi palestinesi. Nel 1947 gli ebrei erano ormai 600.000, e possedevano circa il 6% della terra palestinese coltivabile. Questo dato è da confrontare con quello della popolazione palestinese, che all'epoca contava 1.250.000 abitanti.
Come risultato della collusione tra il potere del Mandato e il movimento sionista e con il sostegno di alcuni paesi, questa Assemblea generale approvò, all'inizio della sua storia, una Raccomandazione per la spartizione della nostra terra palestinese. Questo avvenne in un'atmosfera inquinata da azioni torbide e forti pressioni. Con la spartizione, questa Assemblea generale fece ciò che non aveva il diritto di fare, dividendo una terra indivisibile. Quando respingemmo quella decisione, eravamo nella stessa posizione della madre naturale che rifiutò di lasciare che il Re Salomone tagliasse il figlio a metà, mentre la falsa madre lo reclamava per sé acconsentendo allo smembramento f. Per di più, benché la Risoluzione sulla spartizione avesse concesso agli insediamenti dei coloni il 54% della terra palestinese, la loro insoddisfazione li portò a scatenare una guerra del terrore contro la popolazione araba civile. Occuparono l'81% dell'area totale della Palestina, sradicando un milione di arabi. Occuparono 524 città e villaggi arabi, distruggendone 385, in un processo che portò alla loro totale cancellazione. Subito dopo costruirono i loro insediamenti e le colonie sulle rovine delle nostre fattorie e dei nostri boschi.
Sono queste le radici della questione palestinese. La sua origine non risiede in nessun conflitto tra due religioni o due nazionalismi. E non è neppure un conflitto di frontiera tra Stati vicini. È la causa di un popolo privato della sua patria, disperso e sradicato, che vive principalmente in esilio e nei campi profughi.
Col sostegno dei poteri imperialisti e colonialisti, questa entità è riuscita a farsi accettare come un membro delle Nazioni Unite. È poi riuscito a far cancellare dall'agenda delle Nazioni Unite la Questione Palestinese e a ingannare l'opinione pubblica presentando la nostra causa come un problema di profughi bisognosi della carità di benefattori ingenui e inefficienti, o di insediarsi in una terra che non era loro. Non ancora soddisfatta, questa entità razzista, fondata sul pensiero imperialista-colonialista, è diventata essa stessa una base dell'imperialismo e un arsenale d'armi. Ciò le ha permesso di arrogarsi il diritto di sottomettere il popolo arabo e di perpetrare un'aggressione contro di esso, per soddisfare le proprie ambizioni di ulteriore espansione sulla terra palestinese e gli altri territori arabi. Oltre ai molteplici casi di aggressioni commesse da questa entità contro gli Stati arabi, ha lanciato due guerre su vasta scala, nel 1956 e nel 1967, mettendo in pericolo la pace e la sicurezza mondiali.
Dopo un attacco sionista nel giugno 1967, il nemico occupò il Sinai egiziano fino al Canale di Suez. E occupò le alture del Golan in Siria, oltre all'intero territorio palestinese a ovest del Giordano. Questi sviluppi hanno portato alla formazione nella nostra regione di ciò che ora è noto come `il problema mediorientale'. La situazione si è aggravata per la fermezza del nemico nel mantenere l'occupazione illegale e consolidarla, istituendo così l'avamposto per un attacco dell'imperialismo mondiale contro il nostro paese arabo. Tutte le decisioni del Consiglio di Sicurezza e gli appelli all'opinione pubblica mondiale per il ritiro dai territori occupati nel giugno 1967 sono stati ignorati. Nonostante tutti gli sforzi pacifici sul piano internazionale, il nemico non è stato distolto dalla sua politica espansionistica. L'unica alternativa possibile per i nostri paesi arabi, in particolare Egitto e Siria, era compiere sforzi estremi per prepararsi energicamente a resistere a questa barbara invasione armata, per liberare i territori arabi e ripristinare i diritti del popolo palestinese, dopo il fallimento di ogni altro possibile mezzo pacifico.
In queste circostanze, nell'ottobre del 1973 scoppiò la Quarta guerra, che persuase il nemico sionista del fallimento della sua politica di occupazione e di espansione e della sua fiducia nella potenza militare. Nonostante ciò, i leader dell'entità sionista non hanno tratto assolutamente nessuna lezione dalla loro esperienza. Si stanno preparando a una quinta guerra, ricorrendo ancora una volta al linguaggio della superiorità militare, dell'aggressione, del terrorismo, della sottomissione e, alla fine, sempre alla guerra nei loro rapporti con gli arabi.
È molto doloroso per il nostro popolo assistere alla diffusione del mito secondo cui la sua terra era un deserto finché non fu resa florida dalla mano del colono straniero; che era una terra senza un popolo, e che l'entità colonialista non avrebbe causato nessun danno a nessun essere umano. Non è così: queste menzogne devono essere smascherate da questa tribuna, poiché il mondo deve sapere che la Palestina era la culla delle più antiche culture e civiltà. Per migliaia di anni, il suo popolo arabo era dedito all'agricoltura e alla edilizia, a diffondere la cultura in tutto il territorio, costituendo un esempio nella pratica religiosa, assolvendo la funzione di fedele guardiano dei luoghi sacri di tutte le religioni. In quanto figlio di Gerusalemme, faccio tesoro per me e per il mio popolo di splendide memorie e vivide immagini della fratellanza religiosa che era il segno distintivo della nostra Città Santa prima che soccombesse alla catastrofe.
Il nostro popolo ha continuato a perseguire questa politica illuminata fino all'istituzione dello Stato d'Israele e alla propria dispersione. Ciò non lo ha distolto dal perseguire il suo ruolo umanitario sul suolo palestinese. E neppure permetterà che la sua terra diventi una rampa di lancio per l'aggressione, né un campo razzista fondato sulla distruzione della civiltà, delle culture, del progresso e della pace. Il nostro popolo non può che preservare l'eredità dei suoi antenati nel resistere agli invasori, nel perseguire il compito privilegiato di difendere la sua terra natia, la sua nazionalità araba, la sua cultura e civiltà, e nel salvaguardare la culla delle religione monoteiste.
[...]
Vanno ricordate, sia pur brevemente, alcune posizioni israeliane: il loro appoggio all'Organizzazione dell'Armata segreta (Oas) in Algeria g,il sostegno ai colonialisti insediatisi in Africa - in Angola, Congo, Mozambico, Zimbabwe, Tanzania e Sudafrica - e il sostegno al Vietnam del Sud contro la rivoluzione vietnamita. Si può inoltre citare l'assiduo supporto di Israele agli imperialisti e ai razzisti in tutto il mondo, la sua posizione ostruzionista nel Comitato dei Ventiquattro h, il suo rifiuto di votare a favore dell'indipendenza degli Stati africani, e la sua opposizione alle richieste di molti paesi asiatici, africani e latinoamericani, e di molti altri Stati, alla conferenza su materie prime, popolazione, Legge del Mare, e alimentazione. Tutti questi fatti offrono ulteriori prove della natura del nemico che ha usurpato la nostra terra, e giustificano la battaglia onorevole che stiamo muovendo contro di lui. Mentre noi difendiamo una visione del futuro, il nostro nemico alimenta i miti del passato.
Il nemico che abbiamo davanti è riuscito persino a suscitare ampie ostilità anche nei confronti degli stessi ebrei, dato che nell'entità sionista esiste un razzismo connaturato contro gli ebrei orientali. Mentre noi condanniamo a gran voce i massacri degli ebrei per mano dei nazisti, la leadership sionista è sembrata allora più interessata a poterli sfruttare al meglio per realizzare i propri obiettivi di immigrazione in Palestina. Se l'immigrazione degli ebrei in Palestina avesse avuto l'obiettivo di farli vivere al nostro fianco, godendo degli stessi diritti e garantendo gli stessi doveri, avremmo aperto loro le nostre porte, per quanto la capacità di accoglienza della nostra terra lo permetteva. Questo è accaduto, ad esempio, con le migliaia di armeni e circassi che ancora vivono tra noi nell'uguaglianza come fratelli e concittadini. Ma l'obiettivo di questa immigrazione è quello di usurpare la nostra patria, disperdere il nostro popolo, e farci diventare cittadini di seconda categoria. Questa è una richiesta assolutamente inconcepibile, cui non possiamo acconsentire né piegarci. Perciò, sin dall'inizio, la nostra rivoluzione non è stata mossa da fattori razziali né religiosi. Il suo obiettivo non è mai stato l'ebreo, come persona, ma il sionismo razzista e l'aggressione manifesta. In questo senso, la nostra è anche una rivoluzione per l'ebreo, anche come essere umano. Stiamo combattendo perché ebrei, cristiani e musulmani possano vivere nell'uguaglianza, godendo degli stessi diritti e assumendosi gli stessi doveri, lontano dalla discriminazione razziale o religiosa.
Noi distinguiamo tra giudaismo e sionismo. Pur mantenendo ferma la nostra opposizione al movimento sionista colonialista, rispettiamo la fede ebraica. Oggi, quasi un secolo dopo l'ascesa del movimento sionista, vorremmo mettere in guardia dal crescente pericolo che esso rappresenta per gli ebrei di tutto il mondo, per il nostro popolo arabo e per la pace e la sicurezza mondiali. Perché il sionismo incoraggia gli ebrei a emigrare dai loro paesi natii e concede loro una nazionalità creata artificialmente. I sionisti continuano a perpetrare attività terroristiche nonostante si siano dimostrate inefficaci. Il fenomeno della continua emigrazione da Israele, destinato a crescere come roccaforte del colonialismo e del razzismo nel declino del mondo, è un esempio dell'inevitabile fallimento di queste attività.
Sollecitiamo i popoli e i governi mondiali a mantenere fermezza contro il programma sionista di incoraggiare gli ebrei del mondo a emigrare dai loro paesi e a usurpare la nostra terra. Li sollecitiamo ad opporsi altrettanto fermamente a ogni discriminazione per religione, razza, o colore della pelle.

Perché il popolo palestinese dovrebbe pagare il prezzo di una tale discriminazione nel mondo? Perché il nostro popolo deve essere responsabile dei problemi dell'immigrazione ebraica, che esistono solo nei pensieri di alcune persone? Perché coloro che sostengono questi problemi non aprono i loro paesi, che possono assorbire e aiutare questi immigrati? Chi ci chiama terroristi vuole impedire che l'opinione pubblica conosca la verità su di noi e veda la giustizia sui nostri volti. Cerca di mascherare il terrorismo e la tirannia dei suoi atti, e la nostra posizione di autodifesa.
La differenza tra il rivoluzionario e il terrorista risiede nella ragione per cui combatte. Poiché chiunque sostenga una giusta causa e si batta per la libertà e la liberazione della propria terra dagli invasori, dagli occupanti e dai colonialisti, non può essere chiamato terrorista, altrimenti il popolo americano nella sua lotta di liberazione dai colonialisti britannici sarebbe stato terrorista; la resistenza europea contro il nazismo sarebbe stata terrorista, la lotta dei popoli asiatici, africani e latinoamericani sarebbe stata terrorismo, e molte delle persone presenti oggi in questa Assemblea sarebbero considerate terroristi. La nostra è una lotta giusta e opportuna consacrata dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Perché coloro che combattono contro le giuste cause, che muovono guerra per occupare, colonizzare e opprimere un altro popolo, questi sono i terroristi. Queste sono le persone le cui azioni vanno condannate, che devono essere chiamati criminali: poiché la legittimità della causa determina il diritto alla lotta.
Il terrorismo sionista che è stato scatenato contro il popolo palestinese per espellerlo dal suo paese e usurpare la sua terra è registrato nei nostri documenti ufficiali. Migliaia di persone del nostro popolo sono state uccise nei loro villaggi e città; decine di migliaia di altre sono state costrette col fucile puntato a lasciare le loro case e le terre dei loro padri. Più volte i nostri bimbi, donne e anziani sono stati cacciati e hanno dovuto vagabondare nel deserto e scalare montagne senza cibo né acqua. Chiunque abbia assistito alla catastrofe abbattutasi nel 1948 sugli abitanti di migliaia di villaggi e città, a Gerusalemme, Jaffa, Lydda, Ramle e in Galilea; chiunque sia stato testimone di quella catastrofe non potrà mai dimenticare quell'esperienza, anche se la congiura del silenzio è riuscita a occultare quegli orrori e a nascondere le tracce di 385 villaggi e città palestinesi che allora furono distrutti e cancellati dalla mappa. La distruzione di 19.000 case negli ultimi sette anni, che equivale alla totale distruzione di altri 200 villaggi palestinesi, e il gran numero di persone mutilate per il trattamento subito nelle prigioni israeliane, non possono essere occultati.
Questo terrorismo è nutrito dall'odio e quest'odio è stato rivolto persino contro l'albero d'ulivo del mio paese, che è stato un simbolo superbo e ricorda loro gli abitanti originari della terra, un simbolo vivente del fatto che la terra è palestinese. Perciò hanno cercato di distruggerlo. Come si può commentare l'affermazione di Golda Meir, che ha espresso la propria inquietudine sul fatto che «ogni giorno nascano bambini palestinesi». Essi vedono nel bambino palestinese, nell'albero palestinese, un nemico da sterminare. Per decine di anni i sionisti hanno perseguitato i leader culturali, politici, sociali e artistici del nostro popolo, terrorizzandoli e assassinandoli. Hanno derubato la nostra eredità culturale, le tradizioni del nostro popolo e hanno preteso di espropriarcene. Il loro terrorismo ha raggiunto persino i nostri luoghi sacri, la nostra amata e pacifica Gerusalemme. Hanno tentato di de-arabizzarla e di farle perdere il suo carattere musulmano e cristiano scacciando i suoi abitanti e annettendola.
Devo menzionare la distruzione della Moschea di al-Aqsa i e il deturpamento di molti monumenti di carattere storico e religioso. Gerusalemme, con la sua storia religiosa e i suoi valori spirituali, è una testimonianza per il futuro. È la prova della nostra presenza eterna, della nostra civiltà, dei nostri valori umani. Non è un caso che sotto i suoi cieli siano nate le tre religioni monoteiste e che sotto quel cielo queste tre religioni risplendano per illuminare il genere umano, per esprimere le pene e le speranze dell'umanità, e per tracciare il cammino del futuro con le sue speranze.
Quei pochi arabi palestinesi che non furono sradicati dai sionisti nel 1948 sono attualmente profughi nella loro stessa terra. La legge israeliana li tratta come cittadini di seconda categoria - e anche di terza categoria, visto che i cittadini di seconda categoria sono gli ebrei orientali - e li ha sottoposti a ogni forma di discriminazione razziale e di terrorismo dopo la confisca delle loro terre e proprietà. Sono state vittime di sanguinosi massacri come quello di Kfar Kassim l, sono stati espulsi dai loro villaggi ed è stato negato loro il diritto al rientro, come nel caso degli abitanti di Rait e Kfar-Birim. Per ventisei anni, il nostro popolo ha vissuto sotto la legge marziale e gli è la sua libertà di movimento è stata delegata all'autorizzazione del governatore militare israeliano, e questo proprio negli anni in cui lo Stato di Israele promulgava una legge che concedeva la cittadinanza a ogni ebreo di ogni parte del mondo che avesse voluto emigrare nella nostra terra natia. E ancora, un'altra legge israeliana stabilì che i palestinesi che non fossero presenti nei loro villaggi e città al momento dell'occupazione non avevano il diritto alla cittadinanza israeliana.
Il curriculum dei governanti israeliani è pieno di atti di terrore perpetrati verso chi tra noi è rimasto sotto l'occupazione del Sinai e delle alture del Golan. I bombardamenti criminali della scuola di Bahr-al-Bakar e la fabbrica di Abou Zaabal, sono solo due di questi incancellabili atti di terrorismo. La totale distruzione della città siriana di Kuneitra m è un altro esempio tangibile del terrorismo sistematico. Se si dovessero catalogare gli atti del terrorismo sionista nel Libano meridionale, la loro efferatezza sconvolgerebbe persino i più incalliti: raids, bombardamenti, tattica della terra bruciata, distruzione di migliaia di case, espulsione dei civili e sequestro dei cittadini libanesi. Ciò costituisce chiaramente una violazione della sovranità libanese e serve a preparare la deviazione delle acque del fiume Litani n.
È forse necessario ricordare a questa Assemblea le numerose Risoluzioni adottate, in cui si condannano le aggressioni israeliane commesse contro i paesi arabi, le violazioni da parte degli israeliani dei diritti umani e degli articoli delle Convenzioni di Ginevra, come anche le risoluzioni relative all'annessione della città di Gerusalemme e al ripristino del suo precedente status?
L'unica valutazione per questi atti è che sono atti di barbarie e terrorismo. Eppure, i razzisti e i colonialisti sionisti hanno ancora il coraggio di descrivere la giusta lotta del nostro popolo come terrorista. Può esistere una più lampante distorsione della realtà? Noi chiediamo a chi ha usurpato la nostra terra, a chi sta commettendo azioni criminali di terrorismo contro il nostro popolo e praticando la discriminazione razziale in modo ancora più esteso dei razzisti in Sudafrica, noi gli chiediamo di tenere conto della Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che prevede l'esclusione per un anno dalle Nazioni Unite del governo del Sudafrica. Questo è il destino inevitabile di ogni paese razzista che adotti la legge della giungla, usurpi la terra di altri e persista nell'oppressione.
Negli ultimi trent'anni, il nostro popolo ha dovuto combattere contro l'occupazione britannica e l'invasione sionista, che avevano, entrambe, l'obiettivo dichiarato di usurpare la nostra terra per far fallire questo progetto, perché la nostra terra natia rimanesse nostra sono state animate sei grandi rivolte e decine di ribellioni popolari. In questo processo sono morti più di 30.000 martiri, l'equivalente, in proporzione, di sei milioni di americani.
Quando la maggioranza del popolo palestinese è stata sradicata dalla sua terra nel 1948, la lotta palestinese per l'autodeterminazione è proseguita nelle condizioni più difficili. Abbiamo tentato ogni mezzo possibile per continuare la nostra battaglia politica per i nostri diritti nazionali, ma senza nessun sostegno. Nel frattempo abbiamo dovuto combattere per la pura sopravvivenza. Anche in esilio abbiamo educato i nostri figli. E tutto questo per cercare di sopravvivere.
Il popolo palestinese ha prodotto migliaia di fisici, giuristi, insegnanti e scienziati che hanno partecipato attivamente allo sviluppo dei paesi arabi confinanti con la loro terra usurpata; hanno usato il loro reddito per aiutare i giovani e gli anziani del nostro popolo rimasti nei campi profughi. Hanno educato i loro fratelli e sorelle, aiutato i genitori e avuto cura dei loro figli. Per tutto il tempo, il palestinese ha sognato di rientrare nella sua terra. Non è svanita né la sua fedeltà verso la Palestina né la sua determinazione al rientro; nessuno ha potuto convincerlo a rinunciare all'identità palestinese né ad abbandonare la terra natia. Il passare del tempo non gli ha tolto la memoria, come alcuni avevano sperato. Quando il nostro popolo ha perso la fiducia nella comunità internazionale, che ha continuato ad ignorare i suoi diritti, e quando è stato ormai chiaro che i palestinesi non avrebbero recuperato un solo millimetro della Palestina con i soli mezzi politici, il nostro popolo non ha avuto altra scelta che ricorrere alla lotta armata. In quella lotta ha investito le proprie risorse materiali e umane. Abbiamo affrontato con coraggio le azioni più immorali del terrorismo israeliano, volte a deviare e ad arrestare la nostra lotta.
Negli ultimi dieci anni della nostra battaglia, migliaia di martiri, e ancor più feriti, mutilati e incarcerati, sono stati offerti in sacrificio; e tutto nello sforzo di resistere alla minaccia incombente dell'annientamento, di riacquistare il nostro diritto all'autodeterminazione e il nostro diritto indiscutibile al rientro nella nostra terra natia. Con grande dignità e il più ammirevole spirito rivoluzionario, il nostro popolo palestinese non si è perso d'animo nelle prigioni e nei campi di concentramento israeliani, o quando ha dovuto affrontare ogni sorta di persecuzione e intimidazione. Combatte solo per esistere e continua a lottare per preservare l'impronta araba della sua terra. Così resiste all'oppressione, alla tirannia e al terrorismo nelle loro forme più spregevoli.
È dalla lotta popolare armata che infine sono emerse la nostra leadership politica e le nostre istituzioni nazionali, un movimento di liberazione nazionale - che riunisce tutte le correnti e le organizzazioni palestinesi e le loro risorse - si è materializzato nell'Organizzazione per la liberazione della Palestina.
Grazie al nostro movimento militante di liberazione nazionale per la Palestina, la lotta del nostro popolo è maturata ed è cresciuta tanto da fondere la battaglia politica e sociale insieme alla lotta armata. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina è stato un fattore essenziale per creare una nuova mentalità palestinese, capace di delineare il futuro della nostra Palestina e che non si accontenta di mobilitare i palestinesi per le sfide del presente.
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina può dirsi fiera di portare avanti un gran numero di attività culturali ed educative, anche mentre è impegnata nella lotta armata, e in un momento in cui ha dovuto subire gli attacchi furiosi e vili del terrorismo sionista. Abbiamo creato istituti per la ricerca scientifica, lo sviluppo agricolo e lo Stato sociale, nonché centri per il recupero della nostra eredità culturale e la salvaguardia delle nostre tradizioni popolari. Molti poeti, artisti e scrittori palestinesi hanno arricchito la cultura araba in particolare, e la cultura del mondo in generale. La loro opera profondamente umana ha guadagnato l'ammirazione di chiunque l'abbia conosciuta. Al contrario, il nostro nemico ha distrutto sistematicamente la nostra cultura diffondendo ideologie razziste e imperialiste, e in genere tutto ciò che impedisse il progresso, la giustizia, la democrazia e la pace.
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina ha conquistato la sua legittimità grazie ai sacrifici connessi al suo ruolo d'avanguardia, e per la dedizione della sua leadership nella lotta. Questa legittimità le è stata conferita dal popolo palestinese, che l'ha scelta per condurre la battaglia seguendo le sue direttive. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina ha anche conquistato legittimità riuscendo a rappresentare ogni fazione, unione o gruppo, ogni singolo talento palestinese, sia nel Consiglio nazionale sia nelle istituzioni del popolo. Questa legittimità è stata rafforzata ulteriormente dal sostegno dell'intera nazione araba, ed è stata consacrata nel corso dell'ultima conferenza del Summit arabo, che ha ribadito il diritto dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, nella sua veste di unica rappresentante del popolo palestinese, di istituire uno Stato nazionale indipendente su tutto il territorio palestinese liberato. Inoltre, la legittimazione dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina si è consolidata grazie al sostegno fraterno dei movimenti e dei paesi amici che hanno le stesse idee e si sono schierati al nostro fianco, incoraggiandoci e aiutandoci nella lotta per affermare i nostri diritti nazionali.
[...]
L'Organizzazione per la liberazione della Palestina rappresenta il nostro popolo palestinese, in modo legittimo ed esclusivo. Per questo, l'Olp esprime i desideri e le speranze del suo popolo. E per questo, porta alla vostra presenza questi suoi sinceri desideri e speranze, sollecitandovi a non sottrarvi alla importantissima responsabilità storica verso la nostra giusta causa.
Per molti anni, il nostro popolo è stato sottoposto alle devastazioni della guerra, della distruzione e della dispersione. Ha pagato con il sangue dei suoi figli, e questo non potrà mai essere riparato. Ha portato su di sé, come nessun altro popolo prima d'ora, il fardello dell'occupazione, della diaspora, dell'espulsione e del terrore senza tregua. Eppure ciò non ha spinto il nostro popolo al rancore e allo spirito di vendetta; non ci ha portato a introiettare il razzismo dei nostri nemici. E non abbiamo perso i metodi schietti che distinguono gli amici dai nemici. Poiché deploriamo tutti i crimini commessi contro gli ebrei, deploriamo anche la profonda discriminazione che hanno subito a causa del loro destino.
Sono un ribelle e la mia causa è la libertà. So bene che un tempo molte delle persone oggi qui presenti erano esattamente nella stessa condizione di resistenza in cui mi trovo io adesso e contro la quale devo lottare. Voi avete dovuto in passato trasformare i sogni in realtà mediante la vostra lotta. Perciò adesso dovete condividere il mio sogno. Credo sia proprio questa la ragione che oggi posso richiamare per chiedervi di aiutarci perché insieme possiamo far sbocciare il nostro sogno in una luminosa realtà, il nostro sogno comune per un futuro di pace nella terra sacra della Palestina.
Davanti a un tribunale militare israeliano, l'ebreo rivoluzionario Ahud Adif disse: «Non sono un terrorista; credo che su questa terra debba esistere uno Stato democratico». Adif languisce oggi in una prigione sionista insieme a chi ha le sue stesse idee. A lui e ai suoi colleghi mando i miei auguri più sinceri.
E davanti allo stesso tribunale c'è oggi un coraggioso principe della chiesa, il vescovo Cappucci o. Levando le dita nel segno della vittoria, lo stesso usato dai nostri combattenti per la libertà, ha detto: «Ecco cosa ho fatto, ho fatto sì che tutti gli uomini possano vivere in pace su questa terra di pace». Questo splendido sacerdote seguirà certamente lo stesso triste destino riservato ad Adif. A lui mandiamo i nostri saluti e auguri.
Perché allora non dovrei sognare e sperare? La rivoluzione non è forse trasformare i sogni e le speranze in realtà? E allora lavoriamo insieme perché il mio sogno possa realizzarsi, perché io possa fare ritorno con il mio popolo dall'esilio sulla terra di Palestina, per vivere fianco a fianco con questo combattente ebreo per la libertà e i suoi compagni, con questo prete arabo e i suoi fratelli, in uno Stato democratico in cui cristiani, ebrei e musulmani vivano nella giustizia, l'uguaglianza, la fraternità e il progresso.
Non è forse un nobile sogno, degno della lotta mia come di tutti coloro che amano la libertà in ogni parte del mondo? Poiché il tratto più straordinario di questo sogno è che sia palestinese, un sogno che viene dalla terra della pace, la terra del martirio e dell'eroismo, e anche la terra della storia.
Dobbiamo ricordare che gli ebrei dell'Europa e degli Stati Uniti sono stati riconosciuti come i capi delle battaglie per la secolarizzazione e la separazione tra Chiesa e Stato. Sappiamo anche che essi hanno combattuto contro la discriminazione religiosa. Come possono continuare a sostenere questo paese, che ha una politica più fanatica, discriminatoria e chiusa di ogni altro?
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, affermo davanti a voi che quando parliamo delle nostre comuni speranze per la Palestina di domani, parliamo anche di tutti gli ebrei che vivono oggi in Palestina, che hanno scelto di vivere con noi in pace e senza discriminazioni. Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, faccio appello agli ebrei perché respingano una per una tutte le promesse illusorie fatte loro dall'ideologia sionista e dalla leadership israeliana. Stanno offrendo agli ebrei un perpetuo spargimento di sangue, guerre infinite e una schiavitù permanente. Noi invitiamo gli ebrei a strapparsi dal loro isolamento morale per aprirsi alla più aperta realtà della libera scelta, lontana dagli attuali sforzi della loro leadership per alimentare in loro il complesso di Masada p. Offriamo loro la soluzione più generosa, di poter vivere insieme in una cornice di pace giusta sulla nostra Palestina democratica.
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, annuncio qui che non vogliamo che si sparga una sola goccia del sangue di arabi o ebrei; che non proviamo alcun desiderio di continuare questo stillicidio, che terminerà una volta raggiunta una pace giusta, basata sui diritti, le speranze e le aspirazioni del nostro popolo.
Nella mia veste ufficiale di presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e capo della rivoluzione palestinese, mi appello a voi perché accompagniate il nostro popolo nella sua lotta per ottenere il diritto all'autodeterminazione. Questo diritto è consacrato dalla Carta delle Nazioni Unite ed è stato più volte ribadito nelle Risoluzioni adottate solennemente da questa Organizzazione sin dalla stesura della Carta. Mi appello a voi, inoltre, perché collaboriate al rientro del nostro popolo nella sua terra natia da un esilio forzato impostogli con le armi, con la tirannia e l'oppressione, così che possiamo riconquistare la nostra proprietà, la nostra terra, e vivere così nella nostra patria nazionale, libera e sovrana, godendo di tutti i privilegi della nazionalità. Solo allora potremo riversare tutte le nostre risorse nella grande corrente della civilizzazione umana. Solo allora la nostra creatività palestinese potrà essere convogliata al servizio dell'umanità. Solo allora la nostra Gerusalemme riacquisterà il suo ruolo storico di pacifico santuario di tutte le religioni. Mi appello a voi affinché permettiate che il nostro popolo istituisca la sovranità nazionale indipendente sulla sua terra.
Oggi sono venuto portando un ramoscello d'ulivo e il fucile di un combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello d'ulivo mi cada di mano. Ripeto: non lasciate che il ramoscello d'ulivo mi cada di mano.

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