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venerdì 16 aprile 2010

Una vita di lotta e sofferenza nel mondo del lavoro

Riportiamo l'intervista al nostro grande compagno Massimo Bottaro, pubblicata sul numero di aprile del giornale Nichelino Città.
Una vita di lotta e sofferenza nel mondo del lavoro.

Massimo Bottaro, operaio Fiat
La "cassa" è anche un problema pscologico.
In aggiunta ai guai economici

Dietro i problemi legati alla cassa integrazione, spesso si nascondono anche complesse situazioni sociali e personali. Ne parla Massimo Bottaro, 54 anni, in Fiat dal 2000, reparto presse e costruzione stampi.
"Sono in cassa integrazione a "zero ore" dal 2009 e, inoltre, conosco bene la situazione dal punto di vista sindacale." Bottaro è Rsu (rappresentante sindacale) della Fiom e, se da un lato vive le angosce e i problemi di chi lavora una settimana su tre, dall'altro sperimenta, ogni giorno, le lotte, la fatica e la coerenza di chi non molla.
"La posizione del sindacato, in tempi di crisi come questa, è molto delicata. Occorre stare vicino ai lavoratori senza creare inutili illusioni guardando la realtà." Carenza di lavoro o cassa integrazione portano anche problemi ben più profondi e pesanti della semplice mancanza di soldi.
"La cassa colpisce sul piano familiare e morale, a casa crescono i litigi, ci si sente demotivati e quasi si prova vergogna davanti a figli e moglie. I divorzi sono tanti e la cassa può arrivare anche a uccidere: un mio collega di 48 anni, a inizio 2010 si è impiccato. Purtroppo non è il solo: si è calcolato che tra il 1980 e il 1985, gli anni della precedente crisi, i casi di suicidio furono quasi 300."
Quando non si arriva a casa estremi, pericoli come la depressione sono comunque in agguato: "si diventa apatici senza voglia di mettersi in gioco, si perde ogni entusiasmo, è incredibile come la carenza di lavoro logori."
Bottaro racconta quel che vede, la sua vita è diversa: "lo devo ammettere: la mia via di fuga è stato l'impegno sindacale. Mi manca poco alla pensione e ho una moglie geniale che mi aiuta a far quadrare i conti. I problemi ci sono, ma fare sindacato mi permette di restare attivo e di mantenere alta la passione."

Fonte: Nichelino città -aprile 2010-


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mercoledì 14 aprile 2010

Marisa Rodano, la memoria di "una che c'era" - Ilmio '68


Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo.

Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?
«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?
«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?
«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?
«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?
Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale... C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

Il mio '68 di Marisa Rodano

"Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”..."


Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”. Ero però stata coinvolta nei prodromi del movimento fin dal ’67, nell’occupazione della Università di Roma, la Sapienza. Era la prima occupazione di un’Università ed era stata provocata dall’aggressione dei fascisti a uno studente, Paolo Rossi, picchiato e ferito gravemente sulle scale della Facoltà di Lettere, durante una campagna elettorale per l’elezione degli organismi rappresentativi universitari: Paolo, coetaneo dei miei ragazzi, figlio di un amico carissimo, il pittore Enzo Rossi, morì a seguito delle percosse ricevute senza riprendere conoscenza. Quella occupazione fu un avvenimento assolutamente inedito e straordinario: lezioni sospese, ragazzi e ragazze che – tra lo scandalo e le polemiche dei benpensanti – mangiavano e dormivano nelle aule, assemblee permanenti. Fu così che mi trovai gettata a capofitto in quella occupazione: incontri di parlamentari, docenti, studenti, assemblee, manifestazioni, persino la partecipazione, talora con l’incarico di presiederle (io, che pur essendo vicepresidente della Camera, non ero neppure laureata) a riunioni, “allargate” ad assistenti e incaricati nonché ad esterni, del Consiglio di Facoltà di Lettere, prassi inaudita in un tempo in cui i Consigli di facoltà erano rigidamente riservati ai pochissimi docenti ordinari, cioè titolari di cattedra. Fu per me un’esperienza sconvolgente. Di occupazioni ne avevo viste molte: fabbriche, presidiate dagli operai in lotta contro i licenziamenti o nel corso di vertenze sindacali, case invase dai senza tetto, terre rivendicate dai contadini senza terra. Ora era un nuovo soggetto che entrava in campo, non un soggetto sociale, ma politico, le cui motivazioni non erano rivendicazioni economiche: era una nuova generazione che si affacciava sulla scena. L’occupazione a Roma era cominciata per protesta: il problema della connivenza delle autorità accademiche con i gruppi neofascisti e la richiesta delle dimissioni del rettore Papi (un gruppo di studenti rocciatori, calandosi a corda doppia dal tetto del rettorato, vi aveva dipinto in caratteri giganti “via Papi”), si intrecciavano all’attacco contro la mancata vigilanza delle forze dell’ordine e di conseguenza contro il ministro dell’Interno, Amintore Fanfani. Ma ben presto divenne l’occasione per una battaglia di massa contro la proposta di legge di “riforma” dell’università presentata dal ministro Luigi Gui, ritenuta da studenti, incaricati, assistenti gattopardesca e insufficiente. Via via si sarebbe trasformata in una battaglia contro l’autoritarismo, le rigide gerarchie, per il potere studentesco... Insomma quegli occupanti, già allora, come sarebbe avvenuto l’anno successivo, volevano cambiare tutto. Negli anni seguenti le occupazioni sarebbero dilagate non solo nelle Università, ma nelle scuole, negli ospedali, alla mostra del cinema, persino nelle chiese. Tutta la società sarebbe entrata in ebollizione.

Il ’68 vero e proprio, l’ho vissuto da due diversi punti di vista. In primo luogo, come madre di figli che vi parteciparono: solidale e preoccupata al tempo stesso quando mia figlia Giulia ancora liceale si trovò coinvolta negli scontri sul piazzale della Sapienza, dove venne ferito Scalzone, o al momento dei fatti di Valle Giulia e, in seguito nelle mille manifestazioni di studenti e operai “uniti nella lotta”, in quelle per il Vietnam o contro i colonnelli greci. In secondo luogo, come dirigente nazionale dell’UDI, perché quel movimento contestava l’associazione delle donne, ritenuta, al pari delle strutture pubbliche, dei partiti, dei sindacati un’ “istituzione”, una realtà vecchia, repressiva, un simbolo dello status quo da abbattere.

Le ragazze del movimento studentesco, dal canto loro, rifiutavano l’idea di avere un problema di emancipazione: si sentivano protagoniste di quel movimento e perciò “uguali” ai loro compagni maschi. Proprio tra quelle giovani era più forte e radicale la contestazione del ruolo dell’UDI, che, invece voleva conquistarle, perché vedeva in esse la nuova leva di militanti che avrebbe potuto rilanciare la battaglia di emancipazione femminile. Il peso di questa preoccupazione è evidente nella relazione introduttiva all’VIII Congresso Nazionale dell’UDI, che si concludeva con un appello alle ragazze del movimento studentesco ad assumere organicamente il loro posto nel movimento di emancipazione: “E’ del tutto logico e giusto che le studentesse si trovino a fianco nella lotta con i loro compagni di scuola o coi loro colleghi di università, così come sarebbe assurdo in una fabbrica che le lavoratrici non compissero con gli altri lavoratori una comune esperienza sindacale.[….]. Ciò che noi chiediamo loro (alle studentesse) è di fare quel che ha fatto Carlos, l’atleta nero vincitore della medaglia di bronzo dei 200 metri alle olimpiadi che, dopo aver espresso la sua protesta sul podio della premiazione, è andato a sedersi tra il pubblico indossando l’abito delle genti africane. Amiche studentesse, indossate anche voi l’abito del vostro sesso; assumete su di voi, con la lucidità che vi viene dalla coscienza rivoluzionaria, la condizione femminile…”

Solo in seguito quelle ragazze si sarebbero accorte di essere state gli “angeli del ciclostile” o “le donne del capo”. Come ha scritto Luisa Passerini, “tutte le donne attribuiscono alla loro partecipazione al movimento studentesco un valore dirompente”, ma - cito da Ombre Rosse - “se il ’68 ha significato l’emergere di nuove esigenze, di nuovi contenuti, di nuovi valori e di nuovi comportamenti, la scoperta di una nuova libertà sessuale, il rifiuto della famiglia, lo stare assieme in modo diverso, la costruzione di una cultura alternativa, tutto questo è stato vissuto in modo contraddittorio non come liberazione, come elaborazione autonoma di nuovi modelli, come risposta ai propri bisogni. I compagni cambiavano e le donne subivano. Per le donne è stata una nuova forma di oppressione; un modello imposto da una concezione maschile di cui erano oggetto”. Rammento, in proposito, quanto mi disse una studentessa della facoltà di architettura di Venezia durante un dibattito: “noi dobbiamo essere sempre disponibili ai rapporti sessuali: se non ci stiamo, dicono che siamo inibite. Ma, poi, tocca a noi riempirci di pillole o abortire…”. Proprio la partecipazione a quel movimento, e non i nostri appelli, proprio la ribellione al maschilismo che lo connotava, avrebbe finito per aprire loro gli occhi e farle cambiare. Ma non le avremmo conquistate, sarebbero state loro a conquistare noi: sarebbero diventate le pioniere di un nuovo, inedito movimento, il femminismo e delle grandi battaglie degli anni successivi per il divorzio, l’aborto, contro la violenza sessuale. Ma, in nome della nuova libertà femminile, avrebbero continuato a criticare la politica di emancipazione dell’UDI, considerata a torto come omologazione delle donne agli uomini. L’esperienza delle grandi lotte operaie e della saldatura tra studenti e operai avrebbe introdotto il femminismo nel sindacato, tra le lavoratrici. Anche l’UDI avrebbe dovuto fare i conti col femminismo, aprirsi a nuove tematiche, modificare le sue modalità di lavoro. E’ stato insomma, il sessantotto, anche per le donne, uno spartiacque: nulla sarebbe stato più come prima
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