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lunedì 24 maggio 2010
sabato 22 maggio 2010
martedì 27 aprile 2010
Chiude PdCITV, la web tv comunista. Come reagire?
Con un comunicato video del Compagno tesoriere del PdCI Roberto soffritti viene comunicata la chiusura di PdCITV.
Scopro questo attraverso un messaggio su Facebook inviatomi da Jacopo Venier che ripropongo:
Spero che su questo parta una riflessione seria. Già i mezzi di comunicazione da parte dei partiti della FdS sono esigui. Se cominciano pure a chiudere si va verso il baratro. Servono idee per reagire.
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Car* tutt*,
oggi è giunta questa comunicazione.
http://www.pdcitv.it/video/3340/PdCITV--Fine-delle-trasmissioni (il video è qui sotto)
Ovviamente da questo momento il sito è fermo ma non è fermo nè il gruppo nè la rete che abbiamo costruito in questi anni.
Teniamoci in contatto perchè insieme dobbiamo trovare il modo di superare le difficoltà ed andare avanti.
Di fronte a questa situazione è necessario cambiare tutto per salvare l'essenziale.
Un caro saluto
Iacopo Venier
Spero che su questo parta una riflessione seria. Già i mezzi di comunicazione da parte dei partiti della FdS sono esigui. Se cominciano pure a chiudere si va verso il baratro. Servono idee per reagire.
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Idee per un Partito Comunista
Stanno uscendo su Liberazione interventi di nostri dirigenti che si misurano con la sconfitta elettorale, con la fase e i nostri compiti. Ci sono proposte non condivisibili (Valentini, Bonadonna) volte, nell’essenza, ad affidare la prospettiva ad una nuova forza riformista di sinistra e con ciò sotterrare l’autonomia comunista.
Vorrei partire da due questioni, poste l’una dal compagno Salvatore Bonadonna e l’altra dal compagno Bruno Steri. Bonadonna afferma, tra l’altro, che il Prc, nella sua storia, non ha mai avuto radicamento vero tra la classe operaia. Steri pone la giusta questione di elaborare idee-forza capaci di organizzare consenso tra i lavoratori e a livello di massa.
Per ciò che riguarda Bonadonna: la sua osservazione è giusta. Il Prc non è mai riuscito a radicarsi seriamente, non solo tra la classe operaia, ma all’interno del mondo del lavoro complessivo. Per anni ha goduto del lascito elettorale del PCI; ha poi – attraverso una giusta intuizione – positivamente incrociato i movimenti spostandosi quindi, per organizzare il consenso, sul terreno mediatico. A lungo Bertinotti ha sfondato in tv e da lì ha coltivato, prevalentemente, il consenso, disinteressandosi del partito vero, che si avviava alla fatiscenza: completamente assente nei luoghi di lavoro e volatile nelle sue strutture territoriali. E’ del tutto evidente che ora, consumatasi l’eredità del PCI, spentasi l’onda dei movimenti (verso i quali Bertinotti ebbe un rapporto farisaico, giungendo, per conquistarne il consenso, a pagare alti tributi in termini di autonomia culturale comunista, per poi sacrificare Genova sull’altare del governismo) e chiusosi il terreno mediatico, per il Prc la fase si fa oscura. Rimarco ciò perché siamo di fronte ad un paradosso: mentre enfatizziamo il radicamento leninista della Lega, rimuoviamo la questione della distruzione organizzativa del nostro partito e il fatto che attraverso mille suggestioni pseudo teoriche abbiamo trasformato il Prc in un partito leggero, di opinione, non più adatto a costruire stabili legami di massa e consenso sociale ed elettorale. Rimossa, nella varie analisi della sconfitta, tale questione, si fa poi presto a cambiare strada, a far credere – Bonadonna e Valentini – che il problema sarebbe quello di sostituire il partito comunista con una più vaga forza di sinistra. Vi è poi la questione posta dal compagno Steri: le idee-forza. E’ vero: occorre metterne a fuoco alcune, fondamentali; avere il coraggio di sostenerle in controtendenza e la tenacia, negli anni, per renderle popolari, puntando a far identificare quelle proposte con il partito comunista. La prima non può che essere quella di una lotta spietata all’evasione fiscale (200 miliardi di euro l’anno); senza tale lotta nessun governo può essere di sinistra, poiché ogni politica sociale è impedita. Assieme a ciò indispensabili sono la fine delle missioni e delle spese militari. Che farci con tutta questa ricchezza rientrata? Il 50% per la ricostruzione dello stato sociale e l’altra metà per la riduzione della pressione Irpef sui lavoratori e per una detassazione sulle partite Iva: unità tra lavoro salariato e lavoro autonomo, il blocco sociale per l’alternativa. Una parola d’ordine forte, di grande impatto popolare, un’azione decisiva per il cambiamento sarebbe questa: da domani le imprese non beneficiano più dell’aiuto statale. La subordinazione porta a pensare che questo sarebbe un sacrilegio: in verità sarebbe solo il ritorno ad una normalità redistributiva (oggi, è la Marcegaglia a dirlo, sono oltre 1.300 le forme di aiuto e agevolazione per le imprese). Lotta alle delocalizzazioni: che fare? Immettere una norma per cui le aziende che delocalizzano perdono tutte le agevolazioni avute negli ultimi dieci anni e i soldi li restituiscono allo Stato. La nazionalizzazione delle banche è un’idea forza verosimile, che può incontrare sia il consenso di massa che quello delle imprese, che con un credito dello Stato possono guadagnarci. Se si partisse dal disagio sociale e dalla consapevolezza del grande indebitamento delle famiglie italiane, una proposta, sentita come cosa buona e giusta dalle masse, sarebbe quella di un piccolo credito pubblico popolare senza interessi per le famiglie in difficoltà (10 mila euro?) con il salario come unica garanzia di rientro. Una questione decisiva è questa: un progetto volto alla concentrazione delle imprese, un obiettivo così importante da favorire anche attraverso la defiscalizzazione per quelle favorevoli ad unirsi, concentrarsi. L’Italia è il Paese del piccolo è bello; in verità negli angusti distretti economici italiani è accaduto il peggio del peggio: schiavizzazione del lavoro e costruzione dell’esercito industriale di riserva, tutto volto a battere la concorrenza internazionale attraverso l’abbattimento del costo del lavoro: un’impresa immorale e, insieme (rispetto al costo del lavoro in altri mondi) velleitaria. Solo il superamento dei piccoli e malsani distretti e la concentrazione delle imprese – volte a conquistare mercati attraverso la qualità delle merci e non la schiavizzazione della forza-lavoro – può modernizzare e rilanciare l’economia italiana, riconsegnando salario e diritti ai lavoratori.
Per costruire e rendere popolari tali idee-forza, tuttavia – lo diciamo al compagno Steri – occorre (e torniamo alla questione posta da Bonadonna: l’assenza storica del nostro radicamento) un soggetto politico dalla natura anticapitalista e rivoluzionaria, un partito comunista. Lo rimarchiamo solo perché Steri, nel suo articolo, non lo ricordava.
di Fosco Giannini
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venerdì 23 aprile 2010
Una risposta al compagno Diliberto
da contropiano -
Di Cesare Allara
Sarebbe sempre opportuno evitare di proporre analisi e riflessioni basate su dati di fatto addomesticati alle proprie esigenze politiche, altrimenti più prima che poi si rischia inevitabilmente un duro impatto con la realtà. E’ il consiglio spassionato che mi sento di rivolgere ad Oliviero Diliberto dopo la lettura delle sue riflessioni sulle recenti vicende elettorali.
L’ultimo esempio in ordine di tempo di quanto sia controproducente un tale atteggiamento politico è quello di Mercedes Bresso e di un noto rappresentante piemontese del suo partito. Costui, in campagna elettorale dichiarava agli organi di informazione che coloro che manifestavano contro il TAV erano quattro gatti, tutti professionisti della protesta, anarco-insurrezionalisti, estremisti dei centri sociali. I risultati elettorali hanno fatto giustizia di simili menzogne: in molti comuni della bassa valle di Susa la lista Grillo, l’unica coerentemente No-TAV, ha ricevuto intorno al 30% dei suffragi. Come recita un antico detto, Dio acceca chi vuol perdere.
Sarebbe sempre opportuno evitare di proporre analisi e riflessioni basate su dati di fatto addomesticati alle proprie esigenze politiche, altrimenti più prima che poi si rischia inevitabilmente un duro impatto con la realtà. E’ il consiglio spassionato che mi sento di rivolgere ad Oliviero Diliberto dopo la lettura delle sue riflessioni sulle recenti vicende elettorali.
E’ conveniente quindi guardare sempre in faccia la realtà anche se talvolta fa a pugni con i nostri sogni. Ad esempio, non si può far finta di non vedere che viviamo ormai in un sistema bipartitico di tipo statunitense, in cui il PDL e il PD sono in aspra concorrenza fra loro per rappresentare solo ed esclusivamente gli interessi dei poteri forti. Ciò spiega in buona parte questa nuova ondata di astensionismo che non è assolutamente “drammatico”, anzi. Dopo le performances di questa classe politica, sarebbe stata drammatica una massiccia partecipazione al rito elettorale. Certo, l’astensionismo è una realtà intricata, difficile da interpretare, ma se unito al neanche tanto sorprendente successo del Movimento 5 stelle di Grillo segnala (mi baso su alcuni casi di mia conoscenza) una disperata richiesta di cambiamento fuori dalla finta contrapposizione centrodestra/centrosinistr a. Altro che antipolitica!
Scrivere che oggi “Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra proponga riforme costituzionali … fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali” e sottacere che nella banda di aspiranti scassinatori costituzionali gioca un ruolo molto attivo anche il PD, significa precludersi la capacità di capire fino in fondo l’operazione che, con la complicità di Napolitano, viene portata avanti. Che è quella di mettere in regime di massima sicurezza il sistema capitalistico in questo nostro paese, al riparo da eventuali sommovimenti sociali e politici che la dirompente crisi economica potrebbe ingenerare. E quindi, per non fare gli utili idioti, prima di ricercare alleati per difendere la libertà e la democrazia in questo nostro paese, bisognerebbe capire di quale libertà e di quale democrazia si va parlando. Senza addentrarmi in un discorso argomentato che richiederebbe più pagine, dico solo che la mia idea di libertà e di democrazia differisce totalmente da quella di Berlusconi, del PD e di Napolitano, per citare tre nomi a caso. Pensare di allearsi con il centrosinistra per difendere questa Costituzione è come mettersi con una faina alla difesa di un pollaio.
Per buona parte della sua riflessione elettorale, Diliberto recita la solita litania dell’unità della sinistra, vista come l’unico antidoto al “populismo”, allo strapotere, alla pericolosità di “una destra sempre più preoccupante”. Afferma Diliberto che in Europa “con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione … L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma di informazione o di intrattenimento”. Insomma, nonostante le magnifiche proposte alternative di una sinistra più o meno unita, il popolo non vede rappresentata la crisi e si lascia abbindolare dalle sirene consumiste di televisioni tutte berlusconiane. Diliberto è come quei tifosi che cercano sempre cause esterne alla sconfitta della propria squadra, e non vogliono vedere gli errori commessi. Per quanto detto sino a qui, è evidente che in Italia l’opposizione non è stata premiata per il semplice motivo che una opposizione non esiste, o se c’è non appare come tale.
Il movimento 5 stelle di Grillo non è praticamente mai apparso in televisione, eppure in parecchie trasmissioni è stato il convitato di pietra, tutti accennavano alle sue proposte, per criticarle totalmente, ma ne parlavano. Per il semplice motivo che Grillo, piaccia o no, ha fatto proposte completamente diverse da tutti gli altri ed è quindi apparso come l’unica seria alternativa a PD e PDL.
Per una “sinistra radicale” incapace di fare politica fuori dalle istituzioni, l’unità con il centrosinistra e con tutti i rottami istituzionali per salvare qualche strapuntino diventa l’ unico obbiettivo a cui puntare. E in questa ottica vengono letti e distorti i risultati elettorali. Dice Diliberto che la Federazione della Sinistra va meglio dove si mette in coalizione col centrosinistra: “stare fuori dalla coalizione non paga”. Si dimentica volutamente che proprio l’alleanza col centrosinistra è stata una delle principali cause della scomparsa della “sinistra” dalla scena politica, e che il miglior risultato elettorale ottenuto dal 2007 ad oggi è stato quello europeo dove, per il sistema elettorale vigente, un’alleanza col centrosinistra era impossibile.
Le riflessioni di Diliberto sono un’utile lettura per comprendere le ragioni della scomparsa della “sinistra”, della sua attuale inutilità, e della impossibilità di una sua imminente rinascita. Colgo l’occasione per augurare al compagno Diliberto un pronta riabilitazione dall’incidente domestico occorsogli durante la campagna elettorale.
Torino, 21 aprile 2010
Sarebbe sempre opportuno evitare di proporre analisi e riflessioni basate su dati di fatto addomesticati alle proprie esigenze politiche, altrimenti più prima che poi si rischia inevitabilmente un duro impatto con la realtà. E’ il consiglio spassionato che mi sento di rivolgere ad Oliviero Diliberto dopo la lettura delle sue riflessioni sulle recenti vicende elettorali.
L’ultimo esempio in ordine di tempo di quanto sia controproducente un tale atteggiamento politico è quello di Mercedes Bresso e di un noto rappresentante piemontese del suo partito. Costui, in campagna elettorale dichiarava agli organi di informazione che coloro che manifestavano contro il TAV erano quattro gatti, tutti professionisti della protesta, anarco-insurrezionalisti, estremisti dei centri sociali. I risultati elettorali hanno fatto giustizia di simili menzogne: in molti comuni della bassa valle di Susa la lista Grillo, l’unica coerentemente No-TAV, ha ricevuto intorno al 30% dei suffragi. Come recita un antico detto, Dio acceca chi vuol perdere.
Sarebbe sempre opportuno evitare di proporre analisi e riflessioni basate su dati di fatto addomesticati alle proprie esigenze politiche, altrimenti più prima che poi si rischia inevitabilmente un duro impatto con la realtà. E’ il consiglio spassionato che mi sento di rivolgere ad Oliviero Diliberto dopo la lettura delle sue riflessioni sulle recenti vicende elettorali.
E’ conveniente quindi guardare sempre in faccia la realtà anche se talvolta fa a pugni con i nostri sogni. Ad esempio, non si può far finta di non vedere che viviamo ormai in un sistema bipartitico di tipo statunitense, in cui il PDL e il PD sono in aspra concorrenza fra loro per rappresentare solo ed esclusivamente gli interessi dei poteri forti. Ciò spiega in buona parte questa nuova ondata di astensionismo che non è assolutamente “drammatico”, anzi. Dopo le performances di questa classe politica, sarebbe stata drammatica una massiccia partecipazione al rito elettorale. Certo, l’astensionismo è una realtà intricata, difficile da interpretare, ma se unito al neanche tanto sorprendente successo del Movimento 5 stelle di Grillo segnala (mi baso su alcuni casi di mia conoscenza) una disperata richiesta di cambiamento fuori dalla finta contrapposizione centrodestra/centrosinistr
Scrivere che oggi “Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra proponga riforme costituzionali … fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali” e sottacere che nella banda di aspiranti scassinatori costituzionali gioca un ruolo molto attivo anche il PD, significa precludersi la capacità di capire fino in fondo l’operazione che, con la complicità di Napolitano, viene portata avanti. Che è quella di mettere in regime di massima sicurezza il sistema capitalistico in questo nostro paese, al riparo da eventuali sommovimenti sociali e politici che la dirompente crisi economica potrebbe ingenerare. E quindi, per non fare gli utili idioti, prima di ricercare alleati per difendere la libertà e la democrazia in questo nostro paese, bisognerebbe capire di quale libertà e di quale democrazia si va parlando. Senza addentrarmi in un discorso argomentato che richiederebbe più pagine, dico solo che la mia idea di libertà e di democrazia differisce totalmente da quella di Berlusconi, del PD e di Napolitano, per citare tre nomi a caso. Pensare di allearsi con il centrosinistra per difendere questa Costituzione è come mettersi con una faina alla difesa di un pollaio.
Per buona parte della sua riflessione elettorale, Diliberto recita la solita litania dell’unità della sinistra, vista come l’unico antidoto al “populismo”, allo strapotere, alla pericolosità di “una destra sempre più preoccupante”. Afferma Diliberto che in Europa “con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione … L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma di informazione o di intrattenimento”. Insomma, nonostante le magnifiche proposte alternative di una sinistra più o meno unita, il popolo non vede rappresentata la crisi e si lascia abbindolare dalle sirene consumiste di televisioni tutte berlusconiane. Diliberto è come quei tifosi che cercano sempre cause esterne alla sconfitta della propria squadra, e non vogliono vedere gli errori commessi. Per quanto detto sino a qui, è evidente che in Italia l’opposizione non è stata premiata per il semplice motivo che una opposizione non esiste, o se c’è non appare come tale.
Il movimento 5 stelle di Grillo non è praticamente mai apparso in televisione, eppure in parecchie trasmissioni è stato il convitato di pietra, tutti accennavano alle sue proposte, per criticarle totalmente, ma ne parlavano. Per il semplice motivo che Grillo, piaccia o no, ha fatto proposte completamente diverse da tutti gli altri ed è quindi apparso come l’unica seria alternativa a PD e PDL.
Per una “sinistra radicale” incapace di fare politica fuori dalle istituzioni, l’unità con il centrosinistra e con tutti i rottami istituzionali per salvare qualche strapuntino diventa l’ unico obbiettivo a cui puntare. E in questa ottica vengono letti e distorti i risultati elettorali. Dice Diliberto che la Federazione della Sinistra va meglio dove si mette in coalizione col centrosinistra: “stare fuori dalla coalizione non paga”. Si dimentica volutamente che proprio l’alleanza col centrosinistra è stata una delle principali cause della scomparsa della “sinistra” dalla scena politica, e che il miglior risultato elettorale ottenuto dal 2007 ad oggi è stato quello europeo dove, per il sistema elettorale vigente, un’alleanza col centrosinistra era impossibile.
Le riflessioni di Diliberto sono un’utile lettura per comprendere le ragioni della scomparsa della “sinistra”, della sua attuale inutilità, e della impossibilità di una sua imminente rinascita. Colgo l’occasione per augurare al compagno Diliberto un pronta riabilitazione dall’incidente domestico occorsogli durante la campagna elettorale.
Torino, 21 aprile 2010
FdS Castelfranco Veneto: Uniamo la sinistra a partire dalla Federazione della Sinistra: basta ritardi!
Alla cortese attenzione di:
organismi dirigenti provinciali e regionali di
Partito della Rifondazione Comunista
Partito dei Comunisti Italiani
organismi dirigenti provinciali e regionali di
Partito della Rifondazione Comunista
Partito dei Comunisti Italiani
Alle segreterie nazionali di
Socialismo 2000
Lavoro-solidarietà
Socialismo 2000
Lavoro-solidarietà
Al comitato nazionale della Federazione della Sinistra
Uniamo la sinistra a partire dalla Federazione della Sinistra: basta ritardi!
La Federazione della Sinistra è stata fondata ufficialmente nel dicembre 2009, dando a tutti noi – iscritti a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani e indipendenti di sinistra – nuove energie e speranze per costruire una forza di alternativa e una unità a sinistra basata sui contenuti e le lotte comuni.
La Federazione della Sinistra è stata fondata ufficialmente nel dicembre 2009, dando a tutti noi – iscritti a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani e indipendenti di sinistra – nuove energie e speranze per costruire una forza di alternativa e una unità a sinistra basata sui contenuti e le lotte comuni.
A 5 mesi ancora vediamo che tutto procede troppo a rilento e l’insufficiente risultato elettorale a livello nazionale in parte – ma non solo – crediamo sia dipeso da questo.
Divisioni, lotte intestine e logiche di segreteria non sono più capite da un elettorato oggi più che mai disinformato e distaccato dal nostro dibattito interno.
Comprendiamo tutta la complessità e la delicatezza del processo unitario ma sappiamo anche che i tempi della società non attendono più i nostri, troppo lenti e autoreferenziali.
Crediamo ci sia bisogno di maggiore coraggio, per giungere ad una unità vera, effettiva e sostanziale dei comunisti e di tutti coloro che con altre culture e ideologie intendono lavorare per una alternativa al modello capitalista. È a partire da questo poi che potremo con la sufficiente forza e autonomia, confrontarci con le altre anime della sinistra, per trovare formule di unità nelle battaglie comuni che ormai da troppo tempo ci viene chiesta dai cittadini.
La nostra gente ha a cuore la sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo, alle elezioni si regola di conseguenza. E’ urgente ora più che mai metterci in relazione con movimenti, associazioni, singoli e altri partiti di sinistra per adempiere a questo compito al meglio, portando i nostri contenuti, e per costituire una alternativa di politica anche al Partito Democratico, dal basso.
Divisioni, lotte intestine e logiche di segreteria non sono più capite da un elettorato oggi più che mai disinformato e distaccato dal nostro dibattito interno.
Comprendiamo tutta la complessità e la delicatezza del processo unitario ma sappiamo anche che i tempi della società non attendono più i nostri, troppo lenti e autoreferenziali.
Crediamo ci sia bisogno di maggiore coraggio, per giungere ad una unità vera, effettiva e sostanziale dei comunisti e di tutti coloro che con altre culture e ideologie intendono lavorare per una alternativa al modello capitalista. È a partire da questo poi che potremo con la sufficiente forza e autonomia, confrontarci con le altre anime della sinistra, per trovare formule di unità nelle battaglie comuni che ormai da troppo tempo ci viene chiesta dai cittadini.
La nostra gente ha a cuore la sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo, alle elezioni si regola di conseguenza. E’ urgente ora più che mai metterci in relazione con movimenti, associazioni, singoli e altri partiti di sinistra per adempiere a questo compito al meglio, portando i nostri contenuti, e per costituire una alternativa di politica anche al Partito Democratico, dal basso.
Per questo esortiamo gli organi provinciali, regionali e nazionali di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani, così come Socialismo 2000 e Lavoro-Solidarietà 1) a dare atto senza più gelosie e tendenze all´autoconservazione alla costituzione degli organismi definitivi della Federazione della Sinistra, in modo trasparente, partecipativo, e dal basso cedendo sovranità alle realtà politiche locali 2) ad avviare la fase congressuale, con la modalità: una testa, un voto 3) a distribuire una volta per tutte ai territori le tessere, dando la possibilità ai molti di noi non appartenenti ai partiti di iscriversi, come previsto dallo statuto.
Dopo anni di divisioni riteniamo che le differenze tra i partiti esistenti siano molto più deboli delle convergenze; noi che nella Castellana da ormai un anno lavoriamo a stretto contatto e in perfetta sintonia non intendiamo mai più trovarci a condurre la nostra militanza in competizione tra noi.
L´unione delle nostre forze ci ha permesso di compiere un salto di qualità nel lavoro politico, supportando le lotte di fabbrica del territorio, raccogliendo consensi ed iscritti anche tra persone non tesserate ai partiti costituenti la FdS, presentandoci autonomamente con un nostro candidato sindaco alle elezioni di un comune di dimensioni riguardevoli come Castelfranco Veneto, essere riconosciuti come forza di sinistra seria e concreta. La Federazione della Sinistra costituita a tutti gli effetti è strumento indispensabile per portare avanti questo lavoro. s
Sentiamo il bisogno di uno strumento politico che si distingua per l’alternatività degli obiettivi ma anche delle sue pratiche, dando peso alla consultazione e alla partecipazione della base sulle cose che contano nella vita di un partito. Ad esempio coinvolgendo in modo attivo tutti i comitati territoriali nella definizione della linea politica, dei candidati e dei potenziali eletti per le elezioni provinciali dell’anno prossimo, con un cammino in tal senso che inizi per tempo e non all’ultimo momento, su progetti raccogliticci.
Come primo segnale abbiamo stabilito quindi che, finché non esisterà un organismo preposto della Federazione della Sinistra a cui fare riferimento a livello provinciale o regionale, terremo le quote delle tessere di PdCI e PRC qui sul territorio, come cassa comune del comitato della Castellana della Federazione della Sinistra e invitiamo gli altri comitati a cui l´unità sta a cuore quanto a noi a fare altrettanto.
Approvato all’unanimità il 15/04/2010 dall’assemblea della Federazione della Sinistra, comitato della Castellana
Dopo anni di divisioni riteniamo che le differenze tra i partiti esistenti siano molto più deboli delle convergenze; noi che nella Castellana da ormai un anno lavoriamo a stretto contatto e in perfetta sintonia non intendiamo mai più trovarci a condurre la nostra militanza in competizione tra noi.
L´unione delle nostre forze ci ha permesso di compiere un salto di qualità nel lavoro politico, supportando le lotte di fabbrica del territorio, raccogliendo consensi ed iscritti anche tra persone non tesserate ai partiti costituenti la FdS, presentandoci autonomamente con un nostro candidato sindaco alle elezioni di un comune di dimensioni riguardevoli come Castelfranco Veneto, essere riconosciuti come forza di sinistra seria e concreta. La Federazione della Sinistra costituita a tutti gli effetti è strumento indispensabile per portare avanti questo lavoro. s
Sentiamo il bisogno di uno strumento politico che si distingua per l’alternatività degli obiettivi ma anche delle sue pratiche, dando peso alla consultazione e alla partecipazione della base sulle cose che contano nella vita di un partito. Ad esempio coinvolgendo in modo attivo tutti i comitati territoriali nella definizione della linea politica, dei candidati e dei potenziali eletti per le elezioni provinciali dell’anno prossimo, con un cammino in tal senso che inizi per tempo e non all’ultimo momento, su progetti raccogliticci.
Come primo segnale abbiamo stabilito quindi che, finché non esisterà un organismo preposto della Federazione della Sinistra a cui fare riferimento a livello provinciale o regionale, terremo le quote delle tessere di PdCI e PRC qui sul territorio, come cassa comune del comitato della Castellana della Federazione della Sinistra e invitiamo gli altri comitati a cui l´unità sta a cuore quanto a noi a fare altrettanto.
Approvato all’unanimità il 15/04/2010 dall’assemblea della Federazione della Sinistra, comitato della Castellana
In rappresentanza degli iscritti:
Enrico Baldin, Partito della Rifondazione Comunista
Alessandro Squizzato, Partito dei Comunisti Italiani
Francesco Cortinovis, a rappresentanza degli indipendenti e senza tessera
Enrico Baldin, Partito della Rifondazione Comunista
Alessandro Squizzato, Partito dei Comunisti Italiani
Francesco Cortinovis, a rappresentanza degli indipendenti e senza tessera
Dal Blog di Claudio Grassi (PRC) Piattaforme comuni
Dopo le elezioni regionali si sono sviluppate molte riflessioni e si sono svolti importanti appuntamenti congressuali (Fiom e Arci).
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Anche in questo blog la discussione è stata molto intensa. Ho letto tutti i commenti molto attentamente e sono molto soddisfatto dei contributi che sono arrivati: fanno riflettere. Per quanto mi riguarda la loro lettura non è meno importante e stimolante di una riunione di un organismo di Partito. Chiederei solo, come ho già fatto in passato, due cose. Evitare l’anonimato. Perché si deve aver paura di associare il proprio nome a ciò che si pensa e si scrive? Inoltre, ma su questo vi è stato un netto miglioramento, chiederei di tenere il confronto, anche aspro, senza scadere nell’insulto e nello stravolgimento delle posizioni altrui.
Detto questo, l’intensità della discussione conferma la straordinaria opportunità che ci è data dalla “rete” per dibattere, partecipare, organizzare. Se una critica dobbiamo farci è che usiamo ancora troppo poco questi strumenti, lasciando ad altri – Beppe Grillo, “Popolo Viola”, lo stesso Di Pietro - uno spazio che dovremmo occupare noi per primi.
Alla fine di questo post troverete i seguenti documenti:
- il documento approvato dal cpn di Rifondazione;
- la lettera aperta di Diliberto;
- il resoconto della riunione nazionale di Sel scritto da Elettra Deiana;
- il documento dell’esecutivo nazionale di Sinistra Critica;
- la relazione di Gianni Rinaldini al congresso della Fiom;
- la relazione di Paolo Beni al congresso dell’Arci.
Vi inviterei a leggere attentamente questi testi poiché rappresentano posizioni politiche ed esperienze di lotta e di aggregazione di pezzi importanti della sinistra di classe. Sono convinto che senza una convergenza tra queste forze sia difficile, in questa fase, costruire una piattaforma di lotta credibile e in grado di incidere.
Per fare il punto della situazione partirei dalla discussione che si è svolta nel Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista. E’ stata una riunione importante per due motivi.
Il primo è che, a differenza di quanto avvenne all’indomani delle elezioni europee, il consenso raccolto dal documento proposto dalla segreteria nazionale è stato molto ampio. Il secondo è che, attraverso un emendamento che proponeva di togliere dal documento qualsiasi riferimento al congresso della Federazione della Sinistra, si è manifestata esplicitamente una posizione che vuole rallentare e rivedere il processo di costruzione della Federazione stessa.
Il documento approvato è positivo, fa una analisi onesta del voto e avanza proposte concrete di lavoro sia per quanto riguarda i rapporti a sinistra e con il centro sinistra, sia per quanto riguarda il lavoro nella società. Viceversa se l’emendamento proposto fosse stato approvato avrebbe fatto “saltare” la Federazione, con conseguenze politiche disastrose. Mi chiedo come si faccia a non valutare, con un consenso elettorale come Federazione che si è attestato al 2,8%, le conseguenze che si produrrebbero se ognuno dei soggetti che hanno dato vita a questo processo unitario, in particolare il Prc e il Pdci, tornassero a “casa propria”. Sarebbe la frantumazione dell’atomo e la fine di qualsiasi residuo di credibilità di cui ancora godiamo e di quella che potremmo conquistare.
Per quanto riguarda la lettera di Diliberto. Anch’essa contiene molte cose condivisibili. In particolare è giusto l’allarme che viene lanciato sul pericolo di ulteriori attacchi alla Costituzione, all’indipendenza della magistratura, ad una torsione autoritaria che la vittoria dell’asse Berlusconi Bossi potrebbe mettere in campo. Molte riflessioni su questo argomento e su come costruire alleanze a sinistra sono simili a quelle contenute nel documento di Rifondazione. Vi sono due punti che, invece, meritano un approfondimento. Approfondimento che, per quanto mi riguarda, va fatto senza che per questo si metta in discussione il processo unitario avviato tra di noi ormai da due anni che, anzi, deve procedere con ancora maggiore forza.
Il primo riguarda l’unità tra Prc e Pdci (è importante che Diliberto usi questa declinazione che almeno rende un po’ più chiara la proposta di unità dei comunisti che, in quanto tale, a mio parere non ha alcun senso). Ho già espresso in altre sedi la mia opinione su questo, ma vorrei precisare. Credo sia assurdo che in Italia esista un partito comunista che raccoglie il due per cento e un altro che ne raccoglie l’uno. Quando ci chiediamo come mai non siamo credibili, il problema è anche questo. Un processo di ricomposizione, quindi, non solo è giusto, ma è auspicabile. Il punto non è il se, ma il come fare l’unità. E il come non può essere un accordo di vertice, ma deve maturare nei territori e nelle pratiche di lotta comuni. Deve avvenire processualmente in una condivisione reciproca di entrambi i partiti, poiché la cosa peggiore che si potrebbe fare sarebbe quella di battere la grancassa dell’unità e, contemporaneamente, scassare i partiti coinvolti. Per questo ritengo che il processo di costruzione della Federazione della Sinistra non sia un ripiego, ma il luogo più avanzato, quello oggi concretamente fattibile, dove si sperimentano le forme di unità possibili.
Il secondo punto da approfondire riguarda la valutazione delle forze comuniste e di sinistra di alternativa sullo scacchiere europeo. Intanto vorrei dire a Diliberto che anche Rifondazione, e non solo il Pdci, lotta per il superamento del capitalismo. A parte questo, darei un giudizio più problematico e articolato sulle forze comuniste europee che Diliberto cita poiché, se è vero che in Grecia, in Portogallo e a Cipro i comunisti hanno mantenuto un consenso importante, è altrettanto vero che parliamo di Paesi che per dimensione e livello di sviluppo non sono paragonabili all’Italia. Viceversa le esperienze francese e tedesca del Front de Gauche e della Linke, esperienze che considero positive, afferiscono a Paesi più simili al nostro. Ovviamente non ci sono modelli. Credo però che queste esperienze vadano studiate con grande attenzione e che da esse ci possano giungere spunti interessanti che possono aiutarci nel processo di costruzione della Federazione della Sinistra.
In conclusione, leggendo anche gli altri documenti – quello di Sinistra Ecologia e libertà, Sinistra Critica, ma anche le relazioni di Gianni Rinaldini della Fiom e di Paolo Beni dell’Arci che qui sono allegate, credo che si possano fare alcune semplici considerazioni.
Queste forze, che rappresentano una parte importante della sinistra italiana, pur nella loro diversità, su alcuni punti importanti possono convergere. Parliamo di obiettivi importantissimi:
- difesa dei diritti del lavoro e lotta alla precarietà;
- lotta a qualsiasi forma di razzismo, di discriminazione sessuale, per i diritti civili;
- difesa dei beni comuni a partire dall’acqua;
- difesa della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, contro il presidenzialismo;
- no alla guerra, ritiro delle truppe dall’Afghanistan;
- libertà di informazione.
Occorre quindi trovare la modalità attraverso la quale queste forze si uniscono per sviluppare, su questi obiettivi, lotte comuni. Occorre dare vita ad un Fronte della Sinistra che, lasciando ad ogni soggetto la propria autonomia, costruisca un polo a sinistra del Pd capace di incidere, di spostare rapporti di forza, di fare massa critica. Una prima iniziativa concreta sono i referendum sull’acqua sui quali tutte queste forze possono unirsi.
Contemporaneamente a questo va portato a compimento il processo di costruzione della Federazione della Sinistra che non deve essere dilazionato. La cosa peggiore, infatti, è rimanere troppo a lungo in una situazione di transizione. Da questo punto di vista occorre subito creare nelle Regioni dove abbiamo eletto consiglieri i gruppi della Federazione e in ogni città i coordinamenti politici composti non solo dai “soci fondatori” ma da tutti i soggetti attivi sul territorio interessati a portare il loro contributo.
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giovedì 22 aprile 2010
LAZIO - Documento politico Comitato Federale di Rieti su Regionali 2010
Il Comitato Federale del PdCI di Rieti, riunitosi in data 16 aprile, nel ringraziare i militanti per l’impegno profuso e gli elettori, esprime preoccupazione per la grave sconfitta alle elezioni regionali e per l’arretramento complessivo del centrosinistra, risultato negativo solo parzialmente attenuato dal consenso ottenuto dalla FdS di Rieti, che si conferma come terza forza della coalizione.
Esprime inoltre la solidarietà ai lavoratori della Ritel in lotta per la difesa del posto di lavoro, che in questo caso coincide anche con la difesa di uno degli ultimi presidi industriali della Provincia di Rieti, mettendo a disposizione degli stessi lavoratori le strutture del partito e le proprie rappresentanze istituzionali locali, provinciali e regionali a sostegno della legittima battaglia per il lavoro che stanno conducendo.
I comunisti reatini individuano tra le motivazioni della sconfitta una crisi economica che, nel colpire i lavoratori e le forze più deboli della società, li rende ulteriormente subalterni e li costringe a consegnare le proprie speranze ai poteri corporativi.
Crisi non solo lontana dalla soluzione ma che evidenzia, da un lato il limite oramai insuperabile del modello riformista basato sull’idea della redistribuzione di una ricchezza che invece è sempre più concentrata nelle mani del grande capitale e dall’altra le necessità di modelli sociali e produttivi alternativi, da misurare su un progetto di trasformazione e non più su quello della mera gestione, per quanto corretta.
Insomma una crisi che, secondo i comunisti, parla della necessità di sostituire la logica dei pareggi di bilancio per rimettere al centro i bisogni dei cittadini in una visione di un nuovo sviluppo sociale ed ecologicamente compatibile.
Dentro questo quadro si colloca la disillusione e il disinteresse popolari e, quindi, il forte astensionismo. Qui stanno anche le motivazioni dell’avanzata della Lega che prospetta politiche localistiche e corporative e che, sciaguratamente, rompe di fatto l’unità nazionale. A questo hanno condotto, da una parte l’illusione del PD di poter trasformare l’onnivoro capitalismo moderno in un modello capace di farsi carico anche dei bisogni di tutti e, dall’altra, i ritardi e le divisioni della sinistra comunista e di alternativa.
Per questo i comunisti di Rieti ritengono necessario aprire una nuova fase di riunificazione di tutti i comunisti in un solo partito dentro la più ampia formazione della Federazione della Sinistra, capace di costruire alleanze con tutte le forze democratiche per difendere l’unità d’Italia, la Costituzione e le Istituzioni democratiche e rilanciare l’azione delle amministrazioni locali, a partire da quella provinciale e disarticolare il blocco di potere della destra e avviare, con maggior coraggio, una stagione di rinnovamento sociale che veda i lavoratori come i protagonisti principali.
I comunisti reatini confermano di voler usare, come sempre, il consenso elettorale a garanzia degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, che significa al contempo garanzia della realizzazione del programma provinciale dello scorso anno, che può essere sicuramente migliorato, ma non modificato nei suoi aspetti sostanziali e intoccabili quali ad esempio gestione pubblica del servizio idrico e fondo di solidarietà per i cassintegrati.
Nessuna alleanza, neanche quella con l’UDC vale la cancellazione di simili, qualificanti obiettivi o la loro riduzione a “questioni di principio”.
Del resto sarebbe incomprensibile a tutti, salvo a chi intenda fare il gioco dell’avversario, la modifica peggiorativa di un programma che lo scorso anno ha permesso la vittoria alle provinciali e le cui concezioni avanzate hanno convinto i cittadini di Rieti e della provincia più di quanto, evidentemente, non li abbia convinti il programma posto alla base della proposta del centrosinistra a guida Bonino alle recenti regionali per il Lazio.
E’ del tutto evidente che, proprio per questo, il risultato delle Regionali dice a tutti dell’importanza dei ruoli e funzioni svolti dai comunisti, delle idee avanzate di cui siamo portatori e della necessità di un nostro coinvolgimento in funzioni di primissimo piano nell’ambito dell’amministrazione provinciale.
Rieti 20.04.2010 Comitato Federale PdCI di Rieti
Esprime inoltre la solidarietà ai lavoratori della Ritel in lotta per la difesa del posto di lavoro, che in questo caso coincide anche con la difesa di uno degli ultimi presidi industriali della Provincia di Rieti, mettendo a disposizione degli stessi lavoratori le strutture del partito e le proprie rappresentanze istituzionali locali, provinciali e regionali a sostegno della legittima battaglia per il lavoro che stanno conducendo.
I comunisti reatini individuano tra le motivazioni della sconfitta una crisi economica che, nel colpire i lavoratori e le forze più deboli della società, li rende ulteriormente subalterni e li costringe a consegnare le proprie speranze ai poteri corporativi.
Crisi non solo lontana dalla soluzione ma che evidenzia, da un lato il limite oramai insuperabile del modello riformista basato sull’idea della redistribuzione di una ricchezza che invece è sempre più concentrata nelle mani del grande capitale e dall’altra le necessità di modelli sociali e produttivi alternativi, da misurare su un progetto di trasformazione e non più su quello della mera gestione, per quanto corretta.
Insomma una crisi che, secondo i comunisti, parla della necessità di sostituire la logica dei pareggi di bilancio per rimettere al centro i bisogni dei cittadini in una visione di un nuovo sviluppo sociale ed ecologicamente compatibile.
Dentro questo quadro si colloca la disillusione e il disinteresse popolari e, quindi, il forte astensionismo. Qui stanno anche le motivazioni dell’avanzata della Lega che prospetta politiche localistiche e corporative e che, sciaguratamente, rompe di fatto l’unità nazionale. A questo hanno condotto, da una parte l’illusione del PD di poter trasformare l’onnivoro capitalismo moderno in un modello capace di farsi carico anche dei bisogni di tutti e, dall’altra, i ritardi e le divisioni della sinistra comunista e di alternativa.
Per questo i comunisti di Rieti ritengono necessario aprire una nuova fase di riunificazione di tutti i comunisti in un solo partito dentro la più ampia formazione della Federazione della Sinistra, capace di costruire alleanze con tutte le forze democratiche per difendere l’unità d’Italia, la Costituzione e le Istituzioni democratiche e rilanciare l’azione delle amministrazioni locali, a partire da quella provinciale e disarticolare il blocco di potere della destra e avviare, con maggior coraggio, una stagione di rinnovamento sociale che veda i lavoratori come i protagonisti principali.
I comunisti reatini confermano di voler usare, come sempre, il consenso elettorale a garanzia degli interessi dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, che significa al contempo garanzia della realizzazione del programma provinciale dello scorso anno, che può essere sicuramente migliorato, ma non modificato nei suoi aspetti sostanziali e intoccabili quali ad esempio gestione pubblica del servizio idrico e fondo di solidarietà per i cassintegrati.
Nessuna alleanza, neanche quella con l’UDC vale la cancellazione di simili, qualificanti obiettivi o la loro riduzione a “questioni di principio”.
Del resto sarebbe incomprensibile a tutti, salvo a chi intenda fare il gioco dell’avversario, la modifica peggiorativa di un programma che lo scorso anno ha permesso la vittoria alle provinciali e le cui concezioni avanzate hanno convinto i cittadini di Rieti e della provincia più di quanto, evidentemente, non li abbia convinti il programma posto alla base della proposta del centrosinistra a guida Bonino alle recenti regionali per il Lazio.
E’ del tutto evidente che, proprio per questo, il risultato delle Regionali dice a tutti dell’importanza dei ruoli e funzioni svolti dai comunisti, delle idee avanzate di cui siamo portatori e della necessità di un nostro coinvolgimento in funzioni di primissimo piano nell’ambito dell’amministrazione provinciale.
Rieti 20.04.2010 Comitato Federale PdCI di Rieti
lunedì 19 aprile 2010
In Basilicata: rifondare Rifondazione
Il quadro elettorale regionale emerso è una riconferma non per i meriti della passata amministrazione, ma per l’evidente mancanza di alternative. Intorno alla candidatura di De Filippo, inizialmente avversato all´interno dello stesso PD e salvato solo dal compromesso interno (dopo la manovra di Antonio Luongo di spaccare la componente Dalemiana) il centro-sinistra è riuscito a mettere insieme una vera armata, brancaleone ma numerosissima, dagli ultramoderati alla cosiddetta sinistra radicale. Una cosa mai vista. In Basilicata il PD è riuscito a mettere insieme Agatino Mancusi con Rifondazione ed i Comunisti italiani ( che pur uniti in una posticcia federazione, sono due cose diverse ) arrivando a recuperare anche Mario Lettieri. Se questo puzzle non fosse a dir poco politicamente ripugnante ed allo stesso tempo preoccupante, ci sarebbe da gridare al miracolo e proporre il giovane Speranza (o meglio Folino) al posto di Bersani . Le vicende della Giunta di Matera, il “caso” Martorano, passando per il messia Allam ed il furbo Navazio fino alla riproposizione dell´inconsistente Pagliuca, sono l´evidente dimostrazione di un centrodestra regionale pressoché inesistente.
Per cinque lunghi anni il centrodestra, sotto la guida del capogruppo Pagliuca, è stato totalmente consociativo e d´accordo quasi su tutto, prendendosi un po´ di briciole, contrattandosi qualche finanziamento clientelare per amici e parenti ed assicurando gettoni di presenza in subcommissioni ad un galoppino sottoceto di paese . La storia continuerà poiché lo scenario è indubbiamente peggiore di quello precedente, tenuto anche conto dello spessore dei nuovi neoeletti, ed emerge con estrema nitidezza che nel nuovo Consiglio Regionale non ci sarà di nuovo nessuno che farà l’opposizione.Quando manca l’opposizione viene meno ogni ipotesi di alternanza e la storia ci ha dimostrato che in questi casi la democrazia arretra e le cose vanno sempre peggio. Se si esclude qualche lista ultraminoritaria, inventata e quasi individuale, che ha voluto fare solo la testimonianza e solo sulla scheda elettorale, ci si spiega il plebiscito per il centrosinistra e l´essere annoverati come campioni ed addirittura come “regione rossa”!
“Si da il caso” che nella “regione rossa” i comunisti non sono riusciti a far eleggere un solo consigliere perdendo poco meno del 6 % e circa 23 mila voti, l´astensione è più alta del 2 % rispetto alla media nazionale e le schede bianche e nulle sono più del 4 %, che sommate fanno il 41,38 % di non votanti.
Non è vero che l´astensionismo sia indifferenza e che si spalma su tutti i partiti, è soprattutto non voto di protesta ed il non sentirsi più rappresentati nei propri interessi di classe sociale e riguarda principalmente i partiti di sinistra ed in particolare i comunisti che sono quelli che subiscono maggiormente il non voto.
L´elettore comunista in genere non vota per altri, se non è contento del proprio partito non va a votare.
Gli esponenti di Rifondazione e dei Comunisti Italiani sono smarriti ed ammutoliti, ma era prevedibile ed anche evitabile, ma non hanno voluto, rimanendo strettamente agganciati al carro del P.D. .
Dopo che per un´intera legislatura si è stati in maggioranza senza contare niente, dopo aver votato per i contratti con le compagnie petrolifere e taciuto sul vergognoso 7 % di royalties, dopo aver votato per la privatizzazione dell´acqua con la nascita del carrozzone di Acquedotto Lucano, dopo essersi rifiutati, nei fatti, di fare la battaglia per l´occupazione dei braccianti forestali, le moine su qualche nuova perforazione petrolifera e l´annuncio di promuovere un referendum per l´acqua pubblica, non può convincere nessuno che ci si voglia opporre edaccreditarsi come lottatori ed anticapitalisti, andando insieme al PD .
Quando non ci si è opposti ai finanziamenti privi di contropartite dati alla Fiat ed alle Lasme, quando si sono condivisi i vergognosi bandi sulla Standartela e si è appoggiato la Giunta comunale di Potenza nel far chiudere una fabbrica per far nascere un supermercato come nel far edificare in ogni spazio verde della città, quando si è accettato che anche la Regione utilizzasse il lavoro in affitto e tante altre nefandezze, non serve andare a fare le sceneggiate davanti alle fabbriche che chiudono, stracciarsi le vesti contro il precariato e vendere il pane ad 1 euro.
Bisogna considerare che PRC e PdCI lucani non hanno fatto nulla per fare una lista unitaria e più larga, chiudendosi in una fasulla federazione burocratica imposta dall´alto, non hanno fatto niente per coinvolgere gruppie movimenti antagonisti ma hanno addirittura caldeggiato (con l´aiuto dato nella raccolta di tante firme in un solo paese) la presentazione dell´inesistente Partito Comunista dei Lavoratori, perché non toglieva nulla e permetteva il voto disgiunto, così da poter non votare per De Filippo Presidente, con cui si era però alleati . Che dire di questo gruppo dirigente che ha creduto che il sindacalista della Fiom portasse il voto operaio e valore aggiunto, nonostante avvisato che lo stesso era inviso ai lavoratori della Fiat e non era popolare nel suo paese di origine, che a Matera si fa escludere la lista per motivi di firme ed accetta tranquillamente che i due consiglieri uscenti non facciano la campagna elettorale perché non candidati ?
Ma anche gli altri “attori” messi in campo sono risultati inadeguati alla necessità di ricostruire una presenza culturale e politica dei comunisti in Basilicata.
Tante cose che non potevano portare ad un risultato diverso . Non ci sono stati errori di percorso ma una linea politica sbagliata ed un gruppo dirigente presuntuoso ed incapace, lontano dalle lotte e dalla gente solo intento alla celebrazione di riti politicisti.
Non aver costruito uno schieramento politico e sociale che esprimesse un programma ed una prospettiva, che desse ai lavoratori la possibilità di esprimere un voto alternativo ai due schieramenti liberisti è stato un grave errore. Essersi rifiutati di sedersi con Unità Popolare, che responsabilmente ha evitato la competizione e che questa proposta l´ha sostenuta dalle elezioni Provinciali dell´anno scorso e l´ha ripetuta in tempo dovuto prima delle Regionali ed andare arrogantemente da soli, è risultata una scelta suicida non solo elettoralmente ma anche politicamente.
Il tentativo di alcuni soliti noti di mettere insieme solo la Federazione della Sinistra con la SEL, senza che ci fosse nessuna base seria e comunquesempre sotto l´ascella protettrice del PD, è un´altra cosa tutta elettoralista e federativa, basata sui contenitori e non i contenuti, che andava in direzione diametralmente opposta alla costruzione di un´alternativa di sinistra .
I comunisti non sono di fronte ad una difficoltà di fase, come amano dire i falliti gruppi dirigenti per giustificarsi, ma a qualcosa di ben diverso e ben più ampio che attiene al modo di stare nelle istituzioni, al partito leggero, ai leader carismatici, al partito in mano agli eletti e non agli iscritti, ai gruppi dirigenti cooptati ed al dissenso soffocato.
In meno di vent´anni hanno vissuto di rendita dei voti del vecchio PCI, senza saper costruire niente e senza risultare utili a qualcosa di concreto ed hanno disperso e distrutto tutto quello che gli operai comunisti autodidatti avevano costruito. A ripercorrere la storia vengono in mente solo cose negative dal voto sul Pacchetto Treu che introdusse il precariato (la legge 30 è venuta dopo) al voto alle “missioni di pace” in Medio Oriente, ma non si trova un solo obbiettivo raggiunto dopo il 1990 che abbia migliorato la vita di chi vive solo del proprio lavoro.
Un compagno operaio ha sintetizzato tutto questo con una frase lapidaria, dicendomi : “dovevamo fare tutto quel che abbiamo fatto per far diventare Presidente della Camera Bertinotti ed assicurare un futuro alla famiglia Simonetti?”
Il Partito che doveva rifondare il comunismo si è ucciso di riformismo, senza nemmeno praticarlo.
Ora prendendo atto del fallimento di una Federazione che è stata la riedizione ridotta dell´Arcobaleno, che di comunista teneva solo il simbolo e che è risultata incapace di trasmettere un messaggio sociale e politico chiaro, qualcuno propone di perseverare sulla stessa strada lanciando inviti di unità alla informe creatura di Vendola .
Sinistra Ecologia e Libertà non solo è chiaramente una costola esterna di un Partito ormai chiaramente centrista e liberista, ma ha un progetto che si basa sulla costruzione di un Partito del Sud interclassista e trasversale, che porta il suo mito pugliese a dialogare con l´ex fascista Poli Bortone ed a non escludere collaborazioni con Lombardo dell´MPA, e la scalata alla leadership nazionale del centro sinistra .
Non è dato comprendere cosa questo abbia a che spartire con la necessità di
ricostruire un Partito autenticamente e modernamente Comunista che lotti contro il capitalismo e sia utile ai lavoratori e che come dice il segretario Ferrero sappia “aprirsi, confrontarsi ed unire nel rispetto diognuno e di ogni esperienza, ricostruendo la speranza ed il senso dellalotta”.
Per fare ciò necessario voltare pagina, azzerare i gruppi dirigenti, liberarsi di opportunisti e socialdemocratici, ricostruire una politica militante, democratica e plurale, generare partecipazione ed impegno, ricostruire la presenza organizzata nei luoghi di lavoro e sul territorio, costruendo un vasto movimento di opposizione capace di incidere e sedimentare nuove adesioni e nuove passioni.
Io ed altri comunisti, con le nostre idee e la nostra storia che ci ha dato ragione, siamo disponibili ad impegnarci di nuovo insieme, se si vorrà far questo.
Avigliano, 12 Aprile 2010
Vito Fernando Rosa
Unità Popolare- Comunisti Uniti Basilicata
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La sostanza della nostra democrazia viene dalla Resistenza: difendiamo il vero 25 aprile!
| Nome | Alessandro Squizzato |
|---|
da http://fgciveneto.wordpress.com
In questi giorni è tornato a distrarre il dibattito politico nazionale il mantra delle riforme istituzionali, un po' a coprire i problemi del paese, un po' a condizionare la resa dei conti all'interno di PD e PDL.
Un mantra che annebbia ogni contenuto di sostanza e che cela nel profondo la voglia di presidenzialismo del PDL, con il beneplacito di parte del PD.
Questo, combinato al malinteso federalismo leghista, che più propriamente consisterebbe nella creazione di nuovi centralismi regionali, ha come obiettivo primario marcare con maggiore decisione la frattura tra "casta" politica - in questo caso propriamente detta - e coinvolgimento popolare nella gestione della cosa pubblica. Un percorso già intrapreso dal progressivo svuotamento di funzioni del Parlamento e dall'attacco feroce alla separazione dei poteri.
Quanto di più stridente con il valore della Costituzione e con la sua funzione di programma democratico.
Anni di revisionismo storico, di svuotamento valoriale della "liturgia laica" legata alla Liberazione (le denigrazioni del 25 aprile, l'istituzione del "giorno del ricordo", le medaglie d'oro ai parenti degli squadristi, il fango sui partigiani) hanno portato anche ad un definitivo prosciugamento della coscienza collettiva faticosamente creata in 60 anni di Repubblica che nelle intenzioni dei costituenti doveva fare da vaccino civile a nuove pulsioni autoritarie.
La posta in gioco è alta e la presenza della sinistra e dei comunisti nelle celebrazioni del 25 aprile di quest'anno dovrebbe servire anche a lanciare un chiaro messaggio: la difesa del suo significato e quindi della sua funzione originale, contro il presidenzialismo e per la democrazia.
Perché se la memoria della Resistenza non serve a portarne avanti i valori, allora non serve più a niente.
La sparata di Berlusconi dell'anno scorso, sfacciata oltre i limiti della stoltezza, sulla volontà di trasformare il "Giorno della Liberazione" in "Giorno della libertà" è un esempio molto chiaro: mentre la "libertà" è un contenuto quanto mai vago e manipolato, la Liberazione avviene "da qualcosa", individua due fazioni, che si distinguono in base a dei contenuti; nel caso specifico ci si libera dal fascismo, dall'autoritarismo, dalla dittatura.
Il 25 aprile "pacificato" che piace tanto alle massime cariche dello Stato in questi ultimi anni non è una ricorrenza "di tutti": è una ricorrenza innocua, disarmata.
Il 25 aprile non celebra "tutti" gli italiani, celebra i moltissimi, la maggior parte, che si sono opposti al fascismo, che l'hanno odiato, che aderendo alla Costituzione ne hanno abbracciato i valori oltre a coloro che armi in pungo hanno liberato il paese.
Allo stesso tempo si contrappone a quelli che hanno sostenuto la dittatura o, facendone parte, hanno gettato il paese nella miseria, nella guerra, nel dispotismo per poi venderlo al Reich nazista.
Ogni equiparazione tra queste due parti totalmente inconciliabili, ogni attenuazione della lotta senza quartiere tra giustizia e oppressione, non è altro che un vile e pericoloso tradimento dei valori fondanti la Repubblica e non c'entra nulla con il 25 aprile.
Per questo credo che ancora oggi abbia senso la nostra presenza a commemorazioni o celebrazioni che a qualcuno possono sembrare ingessate e impolverate – e a volte lo sono – come è ancora importante la difesa dei luoghi simbolo, della toponomastica, dell'insegnamento storico di tutto ciò che riguarda la Resistenza. Non si tratta solo di un'opera di conservazione storica (di per sé importante) ma prima di tutto di una azione politica volta al presente e al futuro.
Questo 25 aprile, in ogni piazza, ricordiamo che il senso della democrazia si fonda anche su principi tecnici come la centralità del Parlamento, la separazione dei poteri e il proporzionale, ricordiamo che "autoritarismo" e libertà sono due cose che non possono convivere, ricordiamo che l'uguaglianza è un valore fondante della nostra Costituzione, ricordiamo che Resistenza significa anche antirazzismo e odio verso il segregazionismo perpetrato dalla Lega Nord.
È per questi valori, molti e allo stesso tempo semplici e legati assieme, che hanno combattuto i partigiani, qualsiasi bella canzone o targa commemorativa che non serva a portare avanti tutto ciò, per il nostro futuro e per la loro memoria, non vale più di una messa cantata.
Questo 25 aprile come ogni anno, come ogni giorno nella nostra militanza antifascista, ricordiamo a tutti che siamo ancora partigiani!
Alessandro Squizzato
resp. naz. Antifascismo FGCI
In questi giorni è tornato a distrarre il dibattito politico nazionale il mantra delle riforme istituzionali, un po' a coprire i problemi del paese, un po' a condizionare la resa dei conti all'interno di PD e PDL.
Un mantra che annebbia ogni contenuto di sostanza e che cela nel profondo la voglia di presidenzialismo del PDL, con il beneplacito di parte del PD.
Questo, combinato al malinteso federalismo leghista, che più propriamente consisterebbe nella creazione di nuovi centralismi regionali, ha come obiettivo primario marcare con maggiore decisione la frattura tra "casta" politica - in questo caso propriamente detta - e coinvolgimento popolare nella gestione della cosa pubblica. Un percorso già intrapreso dal progressivo svuotamento di funzioni del Parlamento e dall'attacco feroce alla separazione dei poteri.
Quanto di più stridente con il valore della Costituzione e con la sua funzione di programma democratico.
Anni di revisionismo storico, di svuotamento valoriale della "liturgia laica" legata alla Liberazione (le denigrazioni del 25 aprile, l'istituzione del "giorno del ricordo", le medaglie d'oro ai parenti degli squadristi, il fango sui partigiani) hanno portato anche ad un definitivo prosciugamento della coscienza collettiva faticosamente creata in 60 anni di Repubblica che nelle intenzioni dei costituenti doveva fare da vaccino civile a nuove pulsioni autoritarie.
La posta in gioco è alta e la presenza della sinistra e dei comunisti nelle celebrazioni del 25 aprile di quest'anno dovrebbe servire anche a lanciare un chiaro messaggio: la difesa del suo significato e quindi della sua funzione originale, contro il presidenzialismo e per la democrazia.
Perché se la memoria della Resistenza non serve a portarne avanti i valori, allora non serve più a niente.
La sparata di Berlusconi dell'anno scorso, sfacciata oltre i limiti della stoltezza, sulla volontà di trasformare il "Giorno della Liberazione" in "Giorno della libertà" è un esempio molto chiaro: mentre la "libertà" è un contenuto quanto mai vago e manipolato, la Liberazione avviene "da qualcosa", individua due fazioni, che si distinguono in base a dei contenuti; nel caso specifico ci si libera dal fascismo, dall'autoritarismo, dalla dittatura.
Il 25 aprile "pacificato" che piace tanto alle massime cariche dello Stato in questi ultimi anni non è una ricorrenza "di tutti": è una ricorrenza innocua, disarmata.
Il 25 aprile non celebra "tutti" gli italiani, celebra i moltissimi, la maggior parte, che si sono opposti al fascismo, che l'hanno odiato, che aderendo alla Costituzione ne hanno abbracciato i valori oltre a coloro che armi in pungo hanno liberato il paese.
Allo stesso tempo si contrappone a quelli che hanno sostenuto la dittatura o, facendone parte, hanno gettato il paese nella miseria, nella guerra, nel dispotismo per poi venderlo al Reich nazista.
Ogni equiparazione tra queste due parti totalmente inconciliabili, ogni attenuazione della lotta senza quartiere tra giustizia e oppressione, non è altro che un vile e pericoloso tradimento dei valori fondanti la Repubblica e non c'entra nulla con il 25 aprile.
Per questo credo che ancora oggi abbia senso la nostra presenza a commemorazioni o celebrazioni che a qualcuno possono sembrare ingessate e impolverate – e a volte lo sono – come è ancora importante la difesa dei luoghi simbolo, della toponomastica, dell'insegnamento storico di tutto ciò che riguarda la Resistenza. Non si tratta solo di un'opera di conservazione storica (di per sé importante) ma prima di tutto di una azione politica volta al presente e al futuro.
Questo 25 aprile, in ogni piazza, ricordiamo che il senso della democrazia si fonda anche su principi tecnici come la centralità del Parlamento, la separazione dei poteri e il proporzionale, ricordiamo che "autoritarismo" e libertà sono due cose che non possono convivere, ricordiamo che l'uguaglianza è un valore fondante della nostra Costituzione, ricordiamo che Resistenza significa anche antirazzismo e odio verso il segregazionismo perpetrato dalla Lega Nord.
È per questi valori, molti e allo stesso tempo semplici e legati assieme, che hanno combattuto i partigiani, qualsiasi bella canzone o targa commemorativa che non serva a portare avanti tutto ciò, per il nostro futuro e per la loro memoria, non vale più di una messa cantata.
Questo 25 aprile come ogni anno, come ogni giorno nella nostra militanza antifascista, ricordiamo a tutti che siamo ancora partigiani!
Alessandro Squizzato
resp. naz. Antifascismo FGCI
venerdì 16 aprile 2010
Diliberto (PdCI): Cari compagni, care compagne...
Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista –la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista –la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.
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martedì 13 aprile 2010
RIFORME - DILIBERTO: "FINI? REGOLE O SONO CONDIVISE O SONO ARBITRII"
Le regole o sono condivise oppure sono arbitrii. Fini dovrebbe saperlo bene. Procedere a riforme costituzionali e istiuzionali significa, innanzitutto, che le forze politiche, parlamentari e non, concordino collegialmente sulle effettiva necessità di farle.E' condizione, questa, di opportunità ed indispensabilità. Quando, invece, questo comune sentire politico viene a mancare vuol dire che non si possono fare. Se poi la maggioranza, come sostiene Fini, pensa di poterle fare, infischiandosene dell'opposizione, significa solo violentare la politica". E' quanto afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI - Federazione della sinistra.
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domenica 11 aprile 2010
Pdci e rc situazione critica....
Da partiti che ambivano a rappresentare i cassintegrati, a partiti che finiscono per essere costituiti “da” cassintegrati. Non c’è, ovviamente, solo la differenza di un articolo, fra queste due condizioni, ma la storia di un passaggio di epoca, la radiografia di un drammatico terremoto politico. Stiamo parlando di Pdci e Rifondazione (ma anche dei Verdi), ovvero dei partiti che dopo le ultime elezioni sono diventati zombie, costretti a demolire il loro apparato, a dismettere i (pochi) gioielli di famiglia rimasti, a chiudere i giornali, ad alienare le sedi, e – soprattutto – a licenziare e prepensionare tutti i loro dipendenti, proprio come nei processi di deindustrializzazione che in questi anni hanno tenacemente combattuto. Colpa degli sbarramenti elettorali, prima di tutto: che colpiscono non solo la rappresentanza, ma – solo in Italia – anche il diritto a ottenere rimborsi. E colpa anche, come vedremo fra breve, della strategia di Silvio Berlusconi (ma pure del Pd), che ha mirato a fare terra bruciata di tutte le organizzazioni politiche che avevano popolato la Seconda Repubblica. Un fenomeno, quindi, che non può indurre al sorriso, o a facili battute, ma che deve essere anche letto – qualunque cosa si pensi di questi partiti – come una ulteriore restrizione degli spazi democratici.
NON PIU’ VIRTUOSI. Il nostro viaggio non può che partire dal Pdci di Oliviero Diliberto, che fino alla catastrofe elettorale della lista arcobaleno del 2008 era additato come modello di gestione economica persino da un analista non certo tenero come Gianmaria De Francesco, cronista economico de Il Giornale: apparato ridotto, conti in regola, rapporto virtuoso tra eletti, voti e militanti, che garantiva solidi attivi di bilancio. Ebbene, la notizia che in queste ore, per motivi comprensibili, si prova a mantenere segreta, è che il partito è ormai alla bancarotta. Sul conto corrente ci sono solo 160 mila euro, quelli che bastano a malapena a gestire l’amministrazione ordinaria. Dei 21 dipendenti 17 sono stati posti in cassa integrazione. Ne rimangono solo quattro, di cui uno per motivi legali è l’amministratore, l’altro è un centralinista, l’altro è il segretario del segretario, e l’ultimo un organizzatore, ovvero il presidio minimo per cui il cuore dell’organizzazione non cessi di battere all’istante.
Ancora più drammatica la situazione di Rinascita, il settimanale che ai tempi di Armando Cossutta fu oggetto di una contesa per il valore della testata, prestigiosa e direttamente riconducibile alla memoria di Palmiro Togliatti. Ecco, adesso il settimanale del Pdci è tecnicamente fallito, ha cessato le pubblicazioni, e tutti i giornalisti sono stati anche loro cassintegrati. Rinascita, che non aveva mai perso il suo ridotto ma il solido presidio di lettori costava da solo 900 mila euro l’anno, un lusso per un partito che deve tagliare gli stipendi a tutti. Già la storia di questo tracollo economico spiega come ci sia lo zampino del governo. Il settimanale, infatti, era uno dei pochi organi di partito, tra quelli che hanno diritto al sovvenzionamento pubblico, che non copriva in modo surrettizio altri scopi o altri fini. Ma la norma con cui Tremonti ha tolto il cosiddetto “diritto soggettivo” al finanziamento ha di fatto reso discrezionale l’accesso ai fondi dell’editoria: mentre prima le banche anticipavano le cifre a cui il giornale avrebbe avuto in ogni caso diritto in base alla sua tiratura, adesso – non essendoci più nessuna certezza, visto che si combatte ad ogni Finanziaria sulla copertura delle quote – non fanno più nessun credito.
Infine il doloroso capitolo del bilancio del partito. Ancora nel 2008 aveva quattro gettiti importanti: il tesseramento, il finanziamento pubblico, i rimborsi elettorali e le rimesse degli eletti locali e nazionali, che devolvevano il 50% del proprio stipendio netto al partito. Nelle ultime politiche e alle europee, il Pdci non ha superato il quorum del 4%. E in questo caso, per via di un liberticida emendamento alla legge voluto in Parlamento dai veltroniani (Berlusconi era incerto), né Rifondazione, né i Verdi, né il Pdci hanno ottenuto un solo centesimo. Un piccolo assurdo democratico: infatti, la quota dei voti che questi partiti ottengono contribuisce a finanziare i loro avversari politici di centrodestra, o i loro concorrenti di sinistra rappresentati. Ma nel caso del Pdci le europee sono state come un tavolo da poker. Oliviero Diliberto ha deciso di puntare le sue residue risorse (quasi tre milioni di euro) per promuovere i propri candidati nell’alleanza con Rifondazione. Risultato paradossale: tutti e quattro i candidati del partito erano arrivati primi nella battaglia delle preferenze, centrando l’obiettivo. Ma, ancora una volta, il risultato elettorale, inferiore di 0.6 decimi di punto al quorum, ha sottratto all’alleanza elettorale quasi sei milioni di euro di finanziamento.
NAPOLI ADDIO. A via del Policlinico la situazione è altrettanto drammatica. “Io, che ho passato una vita a difendere i lavoratori dai licenziamenti – ammette con sofferenza Paolo Ferrero, segretario del partito – mi sono trovato a dover sottoscrivere la drammatica necessità di quaranta licenziamenti”. A cui, per giunta,si aggiungono, anche in questo caso, altri 40 dipendenti messi in cassa integrazione. E a cui si aggiunge la situazione precarissima di Liberazione, che ha già tagliato la foliazione, e ha dovuto mettere in solidarietà tutti i suoi dipendenti. Le vendite sono passate dalle 16 mila copie dell’era Curzi alle 4800 attuali. Ad aprile è prevista una verifica dei conti a cui il giornale potrebbe non sopravvivere.
Le ultime elezioni vedevano partire il cartello della federazione da 48 consiglieri regionali, che dal punto di vista finanziario portavano 5 mila euro a testa ogni mese. In queste elezioni i due partiti sono passati a 18. 14 di Rifondazione, solo 4 del Pdci. Ma il quorum è stato mancato in Lombardia, che portava uno dei rimborsi elettorali più cospicui. A via del Policlinico resta (per ora) un apparato di 40 funzionari. Come pagarli? Per ora nell’unico modo possibile: mettendo in vendita un pezzo forte del patrimonio, la sede di Napoli. Ma per resistere fino alle prossime politiche, nella speranza di passare il quorum, ci vorrà altro. Unica storia controtendenza? Quella di Sinistra e libertà, che ha ottenuto quasi lo stesso numero di eletti della federazione. Il caso virtuoso? Proprio in Puglia, dove Vendola ha trainato la lista al 9%, producendo un rimborso adeguato. Retroscena incredibile: Vendola ha speso solo 400 mila euro (contro sei milioni circa del suo avversario, Rocco Palese) perché il Pd, per via delle note ruggini, aveva trattenuto i 300 mila euro raccolti con le primarie. Vendola otterrà di rimborso molto di più. Li userà per finanziare le primarie nazionali in vista del 2012?
di Luca Telese su “Il Fatto Quotidiano”
Postare o non postare? La situazione riguarda tutti, più o meno la conosciamo, ma qualche riflessione da fare c'è. Ognuno la sua, come sempre. Il titolo è cambiato appositamente.
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sabato 10 aprile 2010
RIFORME: DILIBERTO, BERLUSCONI NON SA CONCEPIRE LA DEMOCRAZIA
"Modello francese senza doppio turno? Berlusconi battitore d'asta senza incanto dei sistemi istituzionali, in barba al Parlamento e a tutte le forze politiche".
Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, in una nota, polemizza con il Presidente del Consiglio sulle riforme.
"E' più forte di lui: il premier non sa concepire la democrazia senza guardare al proprio 'particulare'" afferma il leader dei Comunisti italiani.
"Continuiamo ad appellarci al Presidente Napolitano affinché nessuna riforma stravolga la Carta Costituzionale. Dopo la legge elettorale di Calderoli, nessun'altra 'porcata' può trovare ospitalità politica" conclude Diliberto.
Da Iris pressSeguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedIl segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, in una nota, polemizza con il Presidente del Consiglio sulle riforme.
"E' più forte di lui: il premier non sa concepire la democrazia senza guardare al proprio 'particulare'" afferma il leader dei Comunisti italiani.
"Continuiamo ad appellarci al Presidente Napolitano affinché nessuna riforma stravolga la Carta Costituzionale. Dopo la legge elettorale di Calderoli, nessun'altra 'porcata' può trovare ospitalità politica" conclude Diliberto.
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