Visualizzazione post con etichetta obama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta obama. Mostra tutti i post

mercoledì 10 marzo 2010

Passi indietro sulla porta dell'inferno


La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.
Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.
Seguite le notizie de Il Comunista Quotidiano via feedfeed rss comunista quoridianoSubscribe in a reader

mercoledì 9 dicembre 2009

Obama: fondi per rilancio economia e energia pulita

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, pensa a un pacchetto di nuove misure per ridurre, nel corso di una generazione, l'alto tasso di disoccupazione raggiunto negli Usa.
Parlando alla Brookings Institution, un think-tank di Washington, Obama ha affermato che le risorse risparmiate dai fondi destinati alle banche in difficolta' saranno impiegate per rilanciare l'economia.
La Casa Bianca aveva detto che il piano di salvataggio approvato nell'ottobre del 2008 sarebbe costato circa 200 miliardi di dollari in meno del previsto. Molti istituti di credito hanno gia' iniziato a restituire i prestiti ricevuti per la crisi di Wall Street. Obama non ha pero' precisato quanti di quei 200 miliardi di dollari intende utilizzare per il pacchetto di stimolo per il mercato del lavoro. Secondo fonti dell'amministrazione, solo gli investimenti nelle infrastrutture ammonteranno a 50 miliardi di dollari.
 L'amministrazione Obama punta su tre aree per rilanciare e sostenere il mercato del lavoro, con iniziative che - spiegano dall'amministrazione statunitense - "sono il cuore dei nostri sforzi per aiutare gli americani a tornare al lavoro e per spingere le aziende a tornare ad assumere". Le tre aree di intervento sono: infrastrutture,piccole imprese ed energia. Quest'ultima include nuovi incentivi per i consumatori che introdurranno tecnologie verdi nelle proprie case. "Le misure rientrano nella politica portata avanti non solo per creare lavoro nel breve termine ma anche per rafforzare la competitivita' delle attivita' americane, incoraggiare gli investimenti e promuovere le esportazioni".

Investire nelle piccole imprese
Per le pmi l'amministrazione propone interventi soprattutto di tipo fiscale. Si tratta della capital gain a zero per le piccole imprese per un anno, sgravi per le assunzioni e l'eliminazione delle commissioni per quelle imprese di piccole dimensioni che ottengono prestiti attraverso ilprogramma Small Business Adiministration.
Investire nelle infrastrutture
Ulteriori investimenti nel settore del lavori pubblici (autostrade, ponti, acqua e ferrovie) per sostenere gli sforzi portati avanti per rilanciare l'occupazione e migliorare la produttivita' americana.
Investimenti nell'energia pulita
Se la nazione sarà la prima nell investire nell'energia pulita, sarà alla guida del mondo.
L'amministrazione prevede nuovi incentivi per i consumatori che investono in tecnologie 'verdi' per le proprie abitazioni.
"Investimenti mirati nell'efficienza energetica possono aiutare a creare occupazione, consentendo allo stesso tempo ai consumatori di risparmiare. Il presidente - precisano dall'amministrazione - chiede al Congresso di considerare un nuovo programma di incentivi per i consumatori che introducono tecnologie pulite nelle loro abitazioni, con l'obiettivo di ricreare quanto accaduto con il programma di incentivi alla rottamazione di auto", che ha avuto un grande successo.

mercoledì 2 dicembre 2009

Video (in inglese) del Discorso di Obama sull'Afghanistan


First half of Obama's Presidential address to the nation in which he talks about adding more troops to Afghanistan and having them back home around Summer of 2011.    
Prima metà del discorso presidenziale di Obama alla nazione in cui parla l'aggiunta di altre truppe in Afghanistan e di farle tornare a casa intorno estate del 2011.






Discorso di Obama: "Altri soldati in Afganistan"


tratto da il Manifesto.it di Michelangelo Cocco | Stasera, quando in Italia sarà ormai notte, Barack Obama annuncerà dall'Accademia militare di West Point l'entità dell'escalation di guerra in Afghanistan. Ma il presidente degli Stati Uniti ha già illustrato la sua strategia - aumento (tra le 30.000 e le 35.000) delle truppe compreso - ai generali e ai principali alleati di Washington.
A rivelarlo sono stati ieri i media statunitensi, secondo i quali domenica sera il «comandante in capo» ha avuto un incontro non annunciato con il segretario di stato Hillary Clinton. Subito dopo ha visto il ministro della difesa Robert Gates e il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, prima di parlare in videoconferenza con il capo delle operazioni militari in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, e Karl Eikenberry, ambasciatore Usa a Kabul.
Ieri Obama ha esposto ai leader di Gran Bretagna, Francia e Russia quella che oggi, al popolo statunitense, cercherà di vendere come una «strategia d'uscita» da un conflitto iniziato nel 2001 come primo capitolo della «guerra al terrorismo» e che in tempi di crisi sta alimentando il deficit Usa.
Non solo, Obama ha annunciato di voler coinvolgere anche la Cina. È improbabile però che Pechino - con una penetrazione economico-commerciale crescente in Asia centrale - sia interessata a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento militare nel pantano afghano.
Chi invece ha scoperto le carte è Gordon Brown: il premier britannico ieri ha annunciato che Londra (che sta nella provincia meridionale di Helmand ha perso 99 uomini dall'inizio dell'anno e 236 dall'invasione del del paese asiatico nel 2001) invierà al fronte altri 500 soldati, portando il suo contingente a oltre 10.000 truppe.
A Londra il governo ha spiegato le sue decisioni alla Camera dei comuni. Il ministro della difesa Bob Ainsworth ha lasciato intendere che gli unici membri della Nato disposti a fornire altri soldati sarebbero la Turchia, il Portogallo, la Georgia e la Slovacchia.
E ha spiegato gli obiettivi da raggiungere: uno sforzo supplementare per l'addestramento degli inaffidabili soldati e poliziotti afghani (è proprio questo il punto su cui - secondo le anticipazioni dei media Usa - oggi Obama punterà una parte importante del suo discorso; la messa a punto di un'amministrazione più efficiente e meno corrotta a Kabul; un attacco più deciso alla «sorgente» di al Qaeda, cioè la frontiera afghano-pachistana, per impedire che, riorganizzandosi, taleban e combattenti islamisti vari possano colpire Europa e Stati Uniti.


Aggiornamento:

(Da:  Unionesarda)


Non è un nuovo Vietnam

Ha detto Obama, in un discorso davanti ai cadetti di West Point: "C'è chi suggerisce che l'Afghanistan è un nuovo Vietnam, sostenendo che non può essere stabilizzato, e che è meglio limitare le perdite ritirandosi rapidamente". Poi il presidente, parlando di lettura sbagliata della storia, ha aggiunto: "Contrariamente al Vietnam, siamo stati raggiunti da una ampia coalizione di 43 nazioni che riconosce la legittimità della nostra azione. Contrariamente al Vietnam, non siamo di fronte ad un sollevamento popolare ampio. E, fatto ancora più significativo, contrariamente al Vietnam, il popolo americano è stato vigliaccamente attaccato dall'Afghanistan, e rimane un obiettivo di quegli estremisti che stanno complottando lungo le sue frontiere".



domenica 8 novembre 2009

Esteri - USA: Passa alla Camera la riforma sanitaria di Obama



di John Whitesides e Donna Smith
WASHINGTON (Reuters) - La Camera dei deputati Usa ha approvato ieri sera il disegno di legge della maxi riforma sanitaria, appoggiando i maggiori cambiamenti nelle politiche sanitarie statunitensi da 40 anni a questa parte e consegnando nelle mani del presidente Barack Obama una vittoria cruciale.
Con 220 voti a favore e 215 contro, con anche il sostegno del voto di un repubblicano, la Camera ha approvato il disegno di legge che estenderà la copertura sanitaria a quasi tutti gli americani e impedirà l'applicazione di pratiche assicurative come il rifiuto di dare copertura a persone già ammalate.
La maggior parte dei repubblicani ha espresso dure critiche per la cifra di 1.000 miliardi di dollari che si stima costerà la riforma, per le nuove tasse sui più ricchi e per quella che loro definiscono una interferenza eccessiva del governo nel settore sanitario privato.
I democratici hanno applaudito e si sono abbracciati quando si è raggiunto il 218esimo voto a favore, e di nuovo quando la presidente della Camera Nancy Pelosi ha battuto il martelletto e ha annunciato i risultati.
La battaglia sulla principale priorità interna di Obama passa ora al Senato, dove i lavori sulla versione allo studio lì sono in stallo da settimane con il leader dei senatori democratici Harry Reid alla ricerca di un approccio che garantisca i 60 voti che servono.
Le differenze fra i disegni di legge del Senato e della Camera dovranno essere alla fine ricomposte, e il disegno di legge finale dovrà di nuovo essere approvato da entrambe le camere prima di arrivare alla firma di Obama.
"Grazie al duro lavoro della Camera, ora siamo ad appena due passi dall'avere una riforma delle assicurazioni sanitarie in America. Ora il Senato deve dar seguito alla procedura e approvare la sua versione della legge", ha detto Obama in un comunicato dopo il voto.
"Sono assolutamente fiducioso, e mi aspetto di firmare e promulgare la versione finale della riforma sanitaria entro la fine dell'anno", ha dichiarato.
La riforma comporterà i maggiori cambiamenti nel sistema sanitario Usa da 2.500 miliardi di dollari, che rappresenta un sesto dell'economia Usa, dai temp9i della creazione del programma sanitario governativo "Medicare" per gli anziani, nel 1965.

Ultime Notizie

Ultime News

Notizie di Politica

Roba Comunista