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lunedì 23 novembre 2009

Le conseguenze dell'89



Intervista della Rinascita al Presidente del PdCI  Antonino Cuffaro

Vent’anni fa la “svolta” della Bolognina. Da allora il Pci, il partito che veniva da lontano,è andato così lontano da rendersi irriconoscibile. Ma con Antonino Cuffaro, presidente dei Comunisti italiani, non abbiamo parlato solo di quel 12 novembre1989 e della «levata d’ingegno» di Occhetto. «I nostri obiettivi - ribadisce l’esponente del Pdci guardando al presente e al futuro - sono assolutamente coerenti con le nostre radici».




Come si arrivò a quell’89? Si dice che quella svolta fosse inevitabile dopo la caduta del muro di Berlino, è così?
In realtà, il progetto di trasfigurazione del Pci promosso da Occhetto era maturato nella sua testa prima degli eventi dell’89. Accarezzava allora l’idea di una manovra di accostamento e di fusione con il Psidi Craxi che avrebbe dovuto affrettare,secondo lui, il nostro accesso a posizioni di governo. Una manovra,quindi, non «il rinnovamento nella continuità» di Berlinguer. Gli eventi dell’89 - che indubbiamente modificarono gli scenari europei e i rapporti fra le grandi potenze, ma nascevano, bisogna rammentarlo,anche da una forte spinta innovativa democratica, sia pure con origini confuse - fornirono ad Occhetto il pretesto per la sua imperdonabile“levata d’ingegno” della Bolognina.Una mossa che ha avuto conseguenze devastanti per la sinistra e per il paese, come dimostra lo stesso assurdo panorama politico italiano lavoro, una casa, un futuro. E vogliamo lavorare per costruire subito l’unità di un ampio arco di forze, di uno schieramento che vada oltre la stessa sinistra e che si assuma il compito, in modo consapevole, della difesa della Costituzione nei suoi principi per affermare in concreto i diritti di libertà, i diritti sociali e di eguaglianza.
Oggi c’è una generazione di comunisti che non fu partecipe di quella stagione politica ma che si pone in netta discontinuità con quelle scelte. Cosa dire a questi giovani?
Vedo tra i giovani tanti disagi ma anche tanta voglia di fare e di cambiare. Dobbiamo essere con loro, imparare anche da loro, trasmettergli il nostro motivato orgoglio di comunisti italiani e dare risposte alle loro esigenze. Sento tanta vivacità di idee e voglia di fare tra i ragazzi e le ragazze della nostra Fgci. Parlano di lavoro, scuola, università, ricerca, intravedono per questo il vero orizzonte di sviluppo del nostro paese. Con queste idee hanno uno spazio enorme per agire, ma hanno anche bisogno di attenzione costante, appassionata e non formale, del sostegno di tutto il nostro partito. La nostra esperienza, la nostra storia, la nostra stessa vita non saranno disperse se i giovani porteranno avanti le nostre idee e le nostre bandiere. di oggi. Non bisogna dimenticare che quell’uscita fu fatta alla completa insaputa del gruppo dirigente del partito, da Natta, che ne era il presidente, ad Ingrao; e che costituì un forte elemento di disorientamento e di sconcerto nella base del partito.
Con quella mossa si è verificata una rimozione delle tracce del passato comunista nel Pds-Ds, oggi Pd. Come se il Pci avesse qualcosa da farsi perdonare.
 Il Pci non aveva conti da pagare con la storia, tutt’altro. Ma Occhetto, sin dai tempi dei suoi incarichi in Fgci, aveva già dato prova di giocare a scacchi con la politica. Certo, ci fu chi giocò nell’equivoco. E molti compagni ancora oggi nel Pd pensano di servire la vecchia causa e di mantenere intatti i loro ideali, si commuovono nelle Case del popolo a vedere proiettate le immagini di Enrico Berlinguer, molti vanno a votare convinti di continuare a fare il loro dovere di comunisti. Ma si sbagliano. Come sbagliarono a dire di sì ad Occhetto per il rispetto che tradizionalmente si doveva alle posizioni del segretario del partito che in ogni caso si dovevano assecondare. Io non abbandono la speranza - ma dipende anche dal nostro comportamento – che molti di loro finalmente intendano quanto lontano dai loro ideali li abbia portati il processo degenerativo e i vari successivi passaggi politici avviati dalla Bolognina.
Dopo l’89 si è rinvigorita nel nostro Paese la massiccia propaganda anticomunista. Berlusconi usa il termine “comunista” contrapponendolo al suo concetto di “libertà”. D’altra parte, nello stesso Pd il termine è divenuto impronunciabile. In questo contesto, che spazio c’è per i comunisti in Italia?
In Italia la campagna anticomunista non ha mai avuto tregua. Le forze che l’hanno inscenata e finanziata sono sempre state potenti e mosse da interessi fortissimi. Berlusconi la ripropone in forma ossessiva e cialtronesca, ma questo non esclude che sia pericolosa. Per lui è “comunista” chiunque stia dalla parte della “giustizia” e questo, a lungo andare, convincerà molti a venire con noi. La sua libertà è la libertà di violare le leggi e sfuggire ai processi, di governare in pieno conflitto di interesse, di degradare con i suoi comportamenti pubblici e privati l’immagine dell’Italia che, ripeto, è a rischio. Berlusconi considera “comunista” la Costituzione ed è pronto a sovvertirla. E questo è il pericolo più grande per il paese e la democrazia. Bisogna opporgli un fronte ampio di forze democratiche e i Comunisti italiani sono e devono essere sempre di più in prima linea in questa battaglia. Quanto all’anticomunismo: nessuno può darci lezioni di libertà e democrazia. La nostra storia, da Gramsci a Togliatti a Berlinguer e oltre, è lì a dare conto del nostro impegno per la libertà, per la democrazia e dei sacrifici grandi che tutte le generazioni di comunisti in Italia hanno affrontato. Sì, è vero che nel Pd si levano poche voci per contrastare questa crociata. Se pensano in questo modo di sfuggire alle campagne di Berlusconi, si disilludano: fino a quando non si chineranno alle sue volontà, l’accusa di “comunismo” gli verrà fatta regolarmente.
Veniamo al Pdci che quella storia l’ha tuttora impressa nei simboli e nella sua azione politica. Cosa significa oggi rimettere in piedi un progetto di riunificazione a partire dai comunisti?
Il Pdci è una necessità storica di questo paese. La sua azione, le sue idee, rendono viva e vitale la tradizione e l’eredità del più grande partito comunista dell’Occidente che sia mai esistito. Una storia e un’esperienza che non possono sparire. Vogliamo fermare la diaspora dei comunisti, la frammentazione a sinistra che fa comodo agli avversari politici e di classe, vogliamo ricostruire una forza che sia in grado di combattere efficacemente a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, di chiunque voglia affermare un diritto democratico e sociale, italiano o straniero che sia; voglia un lavoro, una casa, un futuro. E vogliamo lavorare per costruire subito l’unità di un ampio arco di forze, di uno schieramento che vada oltre la stessa sinistra e che si assuma il compito, in modo consapevole, della difesa della Costituzione nei suoi principi per affermare in concreto i diritti di libertà, i diritti sociali e di eguaglianza.
Oggi c’è una generazione di comunisti che non fu partecipe di quella stagione politica ma che si pone in netta discontinuità con quelle scelte. Cosa dire a questi giovani?
Vedo tra i giovani tanti disagi ma anche tanta voglia di fare e di cambiare. Dobbiamo essere con loro, imparare anche da loro, trasmettergli il nostro motivato orgoglio di comunisti italiani e dare risposte alle loro esigenze. Sento tanta vivacità di idee e voglia di fare tra i ragazzi e le ragazze della nostra Fgci. Parlano di lavoro, scuola, università, ricerca, intravedono per questo il vero orizzonte di sviluppo del nostro paese. Con queste idee hanno uno spazio enorme per agire, ma hanno anche bisogno di attenzione costante, appassionata e non formale, del sostegno di tutto il nostro partito. La nostra esperienza, la nostra storia, la nostra stessa vita non saranno disperse se i giovani porteranno avanti le nostre idee e le nostre bandiere.

Di Raffaella Angelino

domenica 8 novembre 2009

La storia che ha portato al muro..dalla voce di un protagonista





Parte del discorso-Autodifesa pronunciato davanti al Tribunale di Berlino da  Erich Honecker* tratto dal testo completo presente in resistenze.org -

 [...] mi vedo costretto, pur non essendo uno storico, a riassumere la storia che ha portato al muro. Le sue origini si spingono lontano.
Ci riportano alla formazione del capitalismo e del proletariato. Ma l’inizio immediato della tragedia dell’ultima fase della storia tedesca si situa nell’anno 1933. In quell’anno, com’è noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l’eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: «chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra». Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano già stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinità. Già allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.

Non appena Hitler fu messo a capo del governo, la Germania conobbe il suo primo miracolo economico. La disoccupazione era vinta; i titoli Volkswagen andavano bene e l’animo ardente del popolo portava a scacciare e assassinare gli ebrei. Il popolo tedesco in maggioranza era felice e contento.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale e le fanfare annunciavano le guerre lampo contro Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, l’entusiasmo non conobbe più confini. I cuori di quasi tutti i tedeschi battevano all’unisono con il loro cancelliere, il più grande duce di tutti i tempi. Nessuno immaginava che l’impero millenario sarebbe durato solo 12 anni.

Quando nel 1945 tutto fu ridotto in macerie, la Germania non si trovò padrona del mondo, come prediceva una ben nota canzone nazista, ma totalmente dominata dagli alleati. La Germania fu divisa in quattro zone. Non c’era assolutamente libertà di trasferirsi da una zona all’altra. Nemmeno per gli emigrati tedeschi che, come Gerhart Eisler, volevano ritornare in Germania dagli USA.

Negli USA c’erano piani (per esempio il piano Morgenthau) che prevedevano la divisione perpetua della Germania in vari stati. Proprio in risposta a questi piani Stalin pronunciò le famose parole: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono». Ma l’unità della Germania, che a quel tempo l’URSS voleva fosse mantenuta, non si realizzò. Per effetto della guerra fredda proclamata dagli USA nel 1947, la Germania; con l’accorpamento di due e poi di tre zone, con la riforma monetaria, infine con la costituzione nel maggio 1949 della RFT; fu divisa per un lungo periodo in due parti. Come si vede dalla successione temporale, questa divisione non fu opera dei comunisti, ma degli alleati occidentali e di Konrad Adenauer. La costituzione della RDT seguì in un secondo tempo e fu la conseguenza logica della costituzione della RFT. Ormai si erano formati due diversi Stati tedeschi. Ma la RFT non aveva nessuna intenzione di riconoscere la RDT e stabilire con essa rapporti pacifici. La RFT pretendeva anzi di essere l’unica rappresentante di tutta la Germania e di tutti i tedeschi. Con l’aiuto degli alleati proclamò un embargo economico e cercò per quella via di isolare la RDT economicamente e politicamente. Una politica di aggressione senza guerra: così si può definire la linea seguita dalla RFT nei confronti della RDT. Questa fu la forma che la guerra fredda assunse sul suolo tedesco.

Fu questa politica che portò al muro.

Dopo l’ingresso della RFT nella NATO, la RDT aderì al Patto di Varsavia. I due Stati tedeschi si fronteggiarono così come Stati membri di alleanze militari ostili.

La RFT era più forte della RDT sotto diversi aspetti: per numero di abitanti, potenza economica, legami politici ed economici. Grazie al piano Marshall e al pagamento di minori riparazioni dovette inoltre sopportare le conseguenze della guerra in misura ridotta. La RFT disponeva di maggiori ricchezze naturali e di un territorio più ampio. Essa sfruttò questa molteplice superiorità in tutti i modi, ma soprattutto promettendo ai cittadini della RDT vantaggi materiali se abbandonavano il loro paese. Molti cittadini della RDT non resistettero a questa tentazione e fecero quello che i politici della RFT si aspettavano che facessero: “votarono con i piedi”. Il successo economico esercitò un’attrazione fatale sui tedeschi dopo il 1945 non meno di quanto era accaduto dopo il 1933.

La RDT e gli Stati alleati del Patto di Varsavia vennero a trovarsi in una situazione difficile. La politica del roll back sembrava coronata da successo in Germania. La NATO si accingeva ad estendere la sua area di influenza fino all’Oder.

Questa politica produsse nel 1961 una situazione di tensione in Germania che metteva in pericolo la pace mondiale. L’umanità si trovò sull’orlo di una guerra atomica. Questa era la situazione quando gli Stati del Patto di Varsavia decisero la costruzione del muro. Nessuno prese quella decisione a cuor leggero. Perché divideva le famiglie, ma anche perché era il segno di una debolezza politica ed economica del Patto di Varsavia rispetto alla NATO che poteva essere compensata solo con mezzi militari.

Politici eminenti fuori della Germania, ma anche nella RFT, riconobbero dopo il 1961 che la costruzione del muro aveva diminuito la tensione nel mondo.

Franz Josef Strauss scrisse nelle sue memorie: «Con la costruzione del muro la crisi, in modo certo non positivo per i tedeschi, poteva però dirsi non solo sotto controllo ma effettivamente chiusa» (pag. 390). In precedenza Strauss aveva parlato dei piani di bombardamento atomico del territorio della RDT (pag. 388).

Io credo che non ci sarebbero stati nè il Trattato Fondamentale [trattato che regolava i rapporti tra le due Germanie concluso nel dicembre 1972, N.d.T.], nè Helsinki, ne l’unità della Germania se in quel momento non fosse stato costruito il muro o se esso fosse stato abbattuto prima della fine della guerra fredda. Penso perciò che approvando la costruzione del muro e mantenendo poi quella posizione nè io nè i miei compagni ci siamo macchiati di alcuna colpa, non solo dal punto di vista del diritto, ma neanche da un punto di vista morale e politico.

Rispetto alla storia della Germania è certo solo una nota marginale, ma è il caso di notare che adesso molti tedeschi sia dell’ovest che dell’est vedrebbero volentieri una riedizione del muro.

Ma ci si deve anche chiedere che cosa sarebbe successo se avessimo agito come l’accusa dà per scontato che avremmo dovuto fare. Cioè se non avessimo eretto il muro, se avessimo consentito a chiunque di lasciare la RDT, segnando così spontaneamente la resa della RDT già nel 1961. Non c’è bisogno di particolare fantasia per capire quali effetti avrebbe prodotto una politica siffatta. Basta considerare quel che è successo nel 1956 in Ungheria e nel 1968 nella Repubblica Socialista Cecoslovacca. Le truppe sovietiche, che tra l’altro erano già presenti, sarebbero intervenute anche nella RDT nel 1961, esattamente come avevano fatto negli altri paesi. Anche in Polonia Jaruzelski proclamò lo stato di emergenza nel 1981 per impedire un intervento di quel tipo.

L’acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l’accusa ritiene essere l’unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi è un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza. Ma questo importerebbe poco. Quel che più importa è che la vostra sentenza costituirà un segnale per riproporre le vecchie contrapposizioni anziché ricucirle. In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni ‘30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro.




(si consiglia, visto l'interesse storico, la lettura di tutta la dichiarazione che per motivi di lunghezza non riportiamo)



* Herich Honecker- Attivista comunista in gioventù durante il nazismo fu arrestato, tornando libero soltanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tra i fondatori del SED, nel 1971 fu eletto segretario generale della SED sostituendo Walter Ulbricht. Contrario al processo di riforme portato avanti da Mihail Gorbacëv in URSS, si pose in autonomia da Mosca. Nell’ottobre 1989 Honecker si dimise da tutte le sue cariche. Dopo l’unificazione tra Repubblica Federale Tedesca e DDR si trasferì a Mosca, sottoposto a processo in Germania per abuso di potere venne estradato dalla Federazione Russa nel 1991. Prosciolto dalle accuse per motivi di salute si traferì in Cile, dove morì nel 1994.

Un altro mito della guerra fredda - La caduta del Muro di Berlino


 
da resistenze.org - (da Counter Punch Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare)
 
di William Blum

C’è da aspettarsi che entro poche settimane molti dei media occidentali mettano in moto le loro macchine propagandistiche per commemorare il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Tutti i luoghi comuni della guerra fredda sul Mondo Libero contro la tirannia comunista verranno rispolverati e sentiremo per l’ennesima volta la favola del muro e di come è caduto: nel 1961, i comunisti di Berlino Est avevano costruito un muro per impedire ai propri cittadini oppressi di fuggire a Berlino Ovest e verso la libertà. Perché? Perché ai commies (gli sporchi comunisti) non piace che la gente sia libera, ai commies non piace che il popolo apprenda la "verità". Quale altra ragione poteva esserci?

Innanzitutto, prima che il muro fosse costruito, migliaia di tedeschi dell'est facevano i pendolari, andando ogni giorno a lavorare nella Germania occidentale e poi tornando all’est ogni sera. Chiaramente non erano imprigionati nella Germania orientale contro la loro volontà. Il muro è stato costruito principalmente per due motivi:

I poteri occidentali assillavano la Germania dell’Est con una vigorosa campagna di reclutamento diretta ai loro professionisti e ai loro lavoratori qualificati, cioè le persone che avevano ricevuto una formazione a spese del governo comunista. A lungo andare ciò ha determinato una grave crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania orientale. Il New York Times nel 1963 corrobora questa analisi, scrivendo: "Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60.000 operai qualificati, che arrivavano tutti i giorni dalle loro case in Berlino Est verso i loro posti di lavoro a Berlino Ovest". (New York Times, 27 giugno 1963, p.12)

Nel corso degli anni Cinquanta, i fautori statunitensi della guerra fredda nella Germania Ovest hanno istituito una rozza campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania dell’Est, ideata per ostacolare i processi economici e amministrativi del Paese. La CIA e altri servizi segreti e gruppi militari degli Stati Uniti hanno reclutato, attrezzato, addestrato e finanziato individui e gruppi di attivisti tedeschi, dell’ovest e dell’est, in modo che essi potessero compiere azioni che andavano dagli atti di terrorismo alla delinquenza minorile; qualunque cosa per rendere la vita difficile alla popolazione della Germania dell’Est e indebolire il loro sostegno al governo – qualunque cosa che metteva i commies in cattiva luce.

È stata un impresa notevole. Gli Stati Uniti e i suoi agenti hanno adoperato l'esplosivo, l’incendio doloso, i cortocircuiti e altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, le zone portuali, gli edifici pubblici, le stazioni di benzina, i trasporti pubblici, i ponti, ecc; hanno deragliato treni merci, ferendo gravemente dei lavoratori; hanno bruciato 12 vagoni di un treno e hanno distrutto i manicotti di aria compressa di altri; hanno usato degli acidi per danneggiare le macchine di vitale importanza nelle fabbriche; hanno messo della sabbia nella turbina di una fabbrica in modo che non potesse funzionare; hanno incendiato uno stabilimento dove venivano prodotte tegole; hanno istigato degli scioperi bianchi nelle fabbriche; hanno ucciso 7.000 mucche di un caseificio cooperativo con l'avvelenamento; hanno messo sapone nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania dell’Est; alcuni sono, al momento dell'arresto, erano in possesso di una grande quantità di veleno Cantharidin, che avrebbero usato nella produzione di sigarette per avvelenare personaggi di spicco della Germania dell'Est; hanno fatto esplodere bombette puzzolenti per interrompere riunioni politiche; hanno tentato di bloccare il Festival Mondiale della Gioventù a Berlino Est, con l'invio di inviti falsi, false promesse di vitto e alloggio gratis, false comunicazioni di cancellazione, ecc; hanno aggredito i partecipanti al Festival con esplosivi, bombe incendiarie, hanno forato le gomme delle loro auto; hanno contraffatto e distribuito grandi quantità di tessere per il razionamento del cibo per creare confusione, indurre all'accaparramento di genere alimentari, e provocare risentimento; hanno contraffatto e inviato cartelle d’imposta, hanno falsificato e inviato direttive governative e altri documenti per produrre disorganizzazione e inefficienza all'interno dell'industria e nei sindacati ... tutto questo e molto altro ancora. (Cfr. Killing Hope, p.400, nota a piè pagina n. 8, per un elenco delle fonti relativi agli atti di sabotaggio e di sovversione.)

Durante tutti gli anni Cinquanta, i tedeschi dell'Est e l'Unione Sovietica hanno più volte presentato denunce ai paesi occidentali, che pochi anni prima erano stati alleati dei sovietici, e alle Nazioni Unite contro degli specifici atti di sabotaggio e specifiche attività di spionaggio e hanno chiesto la chiusura degli uffici nella Germania occidentale che ritenevano responsabili, con nomi e indirizzi. Le loro denunce sono rimaste inascoltate. Inevitabilmente, i tedeschi dell'Est hanno istituito più controlli sulle persone provenienti dall’Ovest.

Non dimentichiamo che l'Europa dell’Est è diventata comunista perché Hitler, con l'approvazione dei paesi occidentali, l’aveva utilizzata come strada per raggiungere l'Unione Sovietica e distruggere per sempre il bolscevismo. Alla fine della guerra i sovietici erano determinati a chiudere quella strada.

Nel 1999, il giornale USA Today ha riferito: "Quando il Muro di Berlino è caduto, i tedeschi dell'Est immaginavano una vita di libertà in cui i beni di consumo sarebbero stati abbondanti e i disagi sarebbero svaniti. Dieci anni più tardi, oltre il 51% degli abitanti sostengono che erano più felici con il comunismo." (USA Today, 11 ottobre 1999, p.1.)

All'incirca nello stesso periodo è nato un nuovo proverbio russo: "Se quello che dicevano i comunisti sul comunismo non era vero, tutto quello che hanno detto del capitalismo si è rivelato fondato".

William Blum è l’autore di Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II (Uccidere la Speranza: gli Interventi Statunitensi Militari e Spionistici Dalla Fine della Seconda Guerra Mondiale); di Rogue State: a Guide to the World's Only Super Power (Stato Canaglia: una Guida all’Unica Superpotenza del Mondo); e di West-Bloc Dissident: a Cold War Political Memoir (Un Dissidente del Blocco Ovest: una Biografia Politica della Guerra Fredda).

Si può contattarlo all'indirizzo: BBlum6@aol.com

 

Lettera di Ciccio Cirigliano (PRC Lucania) sul Muro di Berlino -(26-12-2008)






Lettera di Ciccio Cirigliano (PRC Lucania) sul Muro di Berlino
Cara Liberazione, Caro Gaetano,

ancora una volta si tenta la strada della travisazione, della mistificazione e delle allusioni per inquinare un dibattito su una vicenda che potrebbe, al contrario, vederci tutti impegnati nel rilancio di un orizzonte strategico comune: quello che attraverso la parola ‘rivoluzione’ chiamavamo orizzonte anticapitalista. Ovviamente mi riferisco al dibattito aperto da Simone Oggionni su Liberazione di qualche giorno fa e proseguito con la lettera – pubblicata oggi sempre da Liberazione – di Gaetano Cataldo.
Quando parliamo di muro di Berlino parliamo degli albori della mia militanza politica: mi ero appena avvicinato alla sezione del Pci del mio paese (un piccolo paese della ultra periferia lucana) e di lì a poco si sarebbe aperta quella che passò alla storia come ‘la cosa’ di Occhetto.
Albori della mia militanza (avevo 16 anni) ma non della mia scelta: quella l’avevo compiuta già da qualche anno, quando vedevo mia madre bracciante agricola svegliarsi alle due del mattino per arrivare a Policoro alle sei e tornare la sera alle cinque dopo una giornata intera piegata a raccogliere fragole, arance e quant’altro; l’avevo fatta quando vedevo mio padre svegliarsi alle cinque per essere sul cantiere alle sette… ma soprattutto quando vedevo mia sorella a 11 anni (5 anni più grande di me) svegliarsi alle sei del mattino, pulire casa (11 anni) e preparare il latte per entrambi e poi via a scuola (io per 1 anno e mia sorella per 5 anni a scuola ci arrivavamo a piedi, perché l’allora democrazia cristiana che amministrava il mio paese non riteneva la nostra contrada degna di attenzione). Tutto questo accadeva non nell’immediato Secondo dopoguerra, ma all’inizio degli anni ’80, in quella parte di mondo che si chiama Mezzogiorno e che Gaetano (più di Simone) conosce bene.
Ma forse vedere e vivere queste cose non sarebbe stato sufficiente a dare contezza di quella scelta… e ogni volta che ricordo quel periodo, penso alla vergogna che provavamo io e mia sorella a dire in classe ai nostri compagni di scuola che non avevamo il bagno in casa, omettendo di dire che questo accadeva perché i nostri genitori votavano Pci e che il sindaco (democristiano, manco a dirlo) non aveva autorizzato mio padre e i suoi fratelli a costruire la fossa biologica (di fognature manco a parlarne)… ricordo il pudore e la vergogna… e ricordo un maestro, anche lui comunista come nostro padre e nostra madre, che portava sulla giacca una piccola spilletta sulla quale era ritratto il profilo di un signore un po’ accigliato, quasi calvo, con pizzetto incorniciato da una stella rossa.
Un profilo che infondeva in me quasi paura, e molto poco consono alla gentilezza e alle premure di quel maestro, che dal secondo anno delle mie scuole elementari e fino alla quinta, vedevo arrivare agli inizi di settembre a casa con una cartella nuova: quella sarebbe diventata la MIA cartella. Un giorno presi coraggio e, in una delle visite che lui faceva a mio padre e mia madre, gli chiesi perché si ostinasse a portare quella spilletta raffigurante un profilo così severo. Lui cominciò a parlarmi di Lenin, della rivoluzione di ottobre, dell’ingresso nella Storia (quella con la ‘S’ grande, quella degli storici) della classe operaia; mi parlò della idea di giustizia e dell’idea di una democrazia reale; mi parlò dei soviet, dei bolscevichi (come mi suonava strana la fonetica di quel nome)… e con il tempo mi parlò di tante altre cose, comprese le cose che erano accadute in quel paese (che con gli zar si era chiamato Russia ma che ora si chiamava Unione Sovietica) quando, alla morte del Lenin raffigurato sulla spilletta, al suo posto era arrivato Stalin. Ed ogni volta che il maestro comunista - come mamma e papà - nominava Stalin, si fermava per qualche secondo… non lo stimava di certo, al contrario di nostro padre: riteneva che il suo arrivo avesse segnato l’inizio della fine di un tentativo storico. Io, all’epoca, molte di queste cose non le capivo: ma mi piaceva il suo modo gentile di farci conoscere i perché del suo essere comunista. Modi gentili molto diversi da quelli di mamma e papà, che invece rappresentavano un comunismo esprimente rabbia: a loro quello Stalin che il maestro definiva ‘l’inizio della fine’ piaceva molto.
Fu questo lo scenario in cui compii la scelta partigiana di dove collocarmi quando, a mò di tifo calcistico, nelle scuole medie mi ‘schieravo’ col Pci. In questa sorta di tifo gli schieramenti erano piuttosto netti: i figli dei lavoratori prevalentemente rurali tifavano Pci o Psi (tranne Antonio, il cui papà era della Dc perché lavorava alla forestale); i figli degli impiegati del Comune e degli insegnanti tifavano Dc (tranne Rosa, la figlia del medico, che tifava Pli, che non capivamo cosa fosse). Poi arrivarono le scuole superiori e proprio quel maestro mi chiese di cominciare a frequentare la sezione del Pci il cui segretario era Nicola Berlinguer.
Nella sezione – è inutile dirlo – il mio riferimento naturale era quel vecchio maestro, antistalinista convinto, ed è a lui che chiesi il mio primo commento su cosa stesse accadendo quando apprendemmo della notizia del muro.
Ovviamente davo per scontato che lui, da vecchio comunista antistalinista qual’era sempre stato, avrebbe accolto quella notizia con grande felicità. Fu quindi per me un vero shock scoprire che ben altri erano i sentimenti che in quel momento attraversavano i suoi pensieri. Lui capì e mi invitò a pranzo a casa sua.
Parlammo molto quel pomeriggio… parlammo della Bolognina, delle dichiarazioni di Occhetto sulla necessità di una uscita da sinistra… e parlammo di quello che significava ciò che stava accadendo.
Ricordo le mie accezioni alle sue parole; il mio insistere sul concetto di libertà. Lui mi fermò con un gesto della mano, poi mi chiese quale libertà stessero conquistando, in quel momento, tutte quelle persone che, sotto i riflettori delle televisioni di tutto il mondo, passavano da una parte all’altra di Berlino.
Dopo quel pranzo cominciai a osservare quello che tutte le televisioni trasmettevano quotidianamente con altri occhi… lì non si stava uscendo da sinistra dalle enormi criticità che pure avevano caratterizzato pesantemente il sistema dei socialismi reali… no, lì si stava determinando una sconfitta storica nei confronti di un sistema che, con tutti i suoi limiti e le sue criticità, aveva provato a dare vita ad un’alternativa al modello capitalistico che proprio nell’abbattimento materiale di quel muro manifestava la propria vittoria. Basta guardare oggi alle condizioni in cui, sempre più spesso, sono andati incontro quegli eserciti di disperati che in quel momento avevano conquistato la libertà di superare il muro.
Quella libertà in questi anni si è trasformata nella libertà della disperazione che ha accolto molti di loro all’interno del modello capitalistico trionfante e pago. Si è trasformato nell’esercito di badanti che lavorano, ventiquattro ore su ventiquattro per 500 euro al mese (quando va bene) e con il passaporto ‘sequestrato’ da bande di criminali senza rimorso alcuno; si è trasformato nelle vite di persone trasformate in non-persone (come ricordava qualche anno fa il filosofo Dal Lago) da quel permesso di soggiorno che, sempre in questa nostra famosa ‘società civile’ è diventata la discriminante della designazione di umano… si è trasformata nella libertà di morire nelle fabbriche e nei cantieri occidentali e, spesso, di liquidare l’intera questione con fascicoli intestati a ‘persona non identificata’.
Caro Gaetano, alla fine del tuo intervento e in modo secondo me provocatorio – chiedi a Simone se lui fosse scappato con te oppure si sarebbe opposto alla tua fuga. Non so cosa risponderebbe Simone, ma so quello che rispondo io: probabilmente ti avrei dato la mano e sarei scappato con te. Ma oggi non starei celebrando quell’evento come il trionfo della libertà, perché a Berlino, con la caduta di un muro che pure ho odiato come tutti i muri, a trionfare è stata la libertà di ristrutturazione e riorganizzazione del sistema capitalistico. Oggi non celebrerei quell’evento e, soprattutto, non lo farei rievocandolo sulla tessera di una organizzazione che lavora alla costruzione di un’alternativa al modello che quell’evento designa come ‘modello trionfante’.

* Comitato Regionale della Basilicata del Prc


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