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mercoledì 10 marzo 2010

Europa e dopo crisi: la voce dei sindacati europei

07/03/2010
La recessione si è abbattuta su un tessuto sociale già fragile. E adesso il rischio è che, accantonati i sogni di Lisbona, si punti a una ricetta a base di bassi salari
Disoccupazione e bassi salari: sono queste le principali cause della povertà percepite dalla popolazione secondo l’Eurobarometer Survey on Poverty and Social Exclusion 2009, recente indagine condotta dalla Commissione Europea in occasione dell’apertura dell’Anno Europeo della Lotta alla Povertà e alla Esclusione Sociale. E sono questi i principali problemi economici che la European Trade Union Confederation (ETUC) – confederazione di sindacati europei con sede a Bruxelles rappresentante 82 gruppi sindacali e 12 federazioni industriali – intende affrontare. Soprattutto dopo la crisi dello scorso anno.
In Europa, la “grande crisi” del 2009 ha infatti colpito un mercato del lavoro già pesantemente vessato da precarietà e debole dinamica salariale. Dal 1997 al 2007 il numero di lavoratori dell’Unione con contratti temporanei è aumentato di 10 milioni di unità senza che a ciò abbia fatto seguito una pianificata e organica costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali, mentre la crescita dei salari è spesso avvenuta a ritmi inferiori all’andamento di produttività e inflazione. Nel 2008 l’impennata nei prezzi del petrolio ha contribuito ad erodere il potere d’acquisto dei lavoratori, parzialmente recuperato nel corso del 2009 in seguito alla frenata della spirale inflazionistica. Ma il crollo dell’occupazione e la ristrutturazione di molti posti di lavoro hanno provocato il collasso della crescita dei salari per lavoratore, dimezzata dal 2008 al 2009 (si vedano a tal proposito le linee guida proposte dall'ETUC lo scorso dicembre “Resolution Guidelines for the coordination of collective bargaining in 2010”). I lavoratori, che non hanno certamente determinato la crisi, oggi rischiano dunque di pagarne gli effetti più di chiunque altro.
Inoltre, i prossimi anni saranno certamente segnati dalle conseguenze della recessione: il tasso di disoccupazione rimarrà ancora a lungo a livelli piuttosto elevati (10.5% secondo le previsioni della BCE per il 2011), mentre le potenzialità di spesa del sistema pubblico resteranno contenute dalle stringenti regole di bilancio imposte dal Patto di Stabilità.
“Per incrementare l’occupazione è necessario tagliare il costo del lavoro” sentiamo spesso ripetere da governi ed economisti e in una fase economica come questa, proporre politiche di sostegno ai salari e, contestualmente, di incentivo all’occupazione sembrerebbe contraddittorio. Invece, è proprio quanto i sindacati europei si stanno impegnando a fare. Ciò che serve per la ripresa – dicono – è l’instaurazione di un nuovo paradigma economico che, abbandonando sfrenate politiche di deregolamentazione e flessibilizzazione, porti ad una nuova comprensione dei meccanismi del mercato del lavoro e alla definizione di nuove proposte, per difendere i salari e, allo stesso tempo, contrastare la disoccupazione. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le proposte avanzate dalla Confederazione dei Sindacati Europei.
“No wage freeze and no wage cuts” è quanto, in primis, le European Trade Unions continuano a ripetere. Sarebbe solo controproducente – denunciano – cedere alla pressione di contenere i salari, proveniente tanto dal settore privato, che potrebbe tentare di ridefinire le negoziazioni a livello di impresa per ridurre i livelli delle retribuzioni nominali, quanto dallo Stato, che, nel tentativo di risollevare le finanze pubbliche e ridurre il deficit, potrebbe essere incentivato a tagliare la spesa per stipendi (ad esempio in settori in cui questa è particolarmente elevata come Salute e Istruzione). Gli stessi lavoratori, avvertono i sindacati europei, non dovrebbero assecondare tali tentativi nel timore di perdere il lavoro.
I salari – sottolinea la Confederazione – dovrebbero essere ancorati alla somma tra andamenti di medio termine dell’inflazione e della produttività, ma un loro irrigidimento non può essere giustificato nemmeno dalla caduta della produttività dello scorso anno: tale contrazione è stato un fenomeno ciclico provocato dal crollo della domanda, che deve invece essere sostenuta attraverso politiche retributive accomodanti. La contrazione dei redditi da lavoro rischierebbe unicamente di peggiorare la già atrofica dinamica della domanda, impedendo la ripresa e prolungando la stagnazione.
Il rilancio dell’occupazione – propone ancora l’ETUC – deve, invece, essere fondato su interventi diversi dal taglio dei salari e mirati tanto al breve che al lungo periodo: soluzioni nell’immediato vengono individuate nella flessibilità degli schemi lavorativi e nella redistribuzione del lavoro, ad esempio attraverso meccanismi di job sharing, che, ripartendo un’unica attività lavorativa tra due lavoratori, che, singolarmente, lavorano meno ore di quanto farebbero se svolgessero l’attività autonomamente, permetterebbero di mantenere il posto; mentre la perdita di reddito derivante dovrebbe essere bilanciata attraverso un’adeguata erogazione di strumenti compensativi da parte delle imprese o dello Stato. Inoltre, nel lungo periodo si sostiene la necessità di definire politiche attive per creare nuove possibilità occupazionali. Queste – suggerisce la Confederazione – potrebbero essere individuate nel settore dei servizi di interesse sociale, in cui un’adeguata offerta di strutture è spesso carente: il potenziamento, ad esempio, dei servizi all’infanzia o per il sostegno nelle attività di cura avrebbe il duplice effetto di creare posti di lavoro e offrire nuovi servizi alla società e ai lavoratori.
Per quanto riguarda gli interventi attivi di supporto all’occupazione e di sostegno ai disoccupati, L’ETUC osserva che, in primo luogo, si dovrebbero evitare mere politiche di workfare che, vincolando l’erogazione dei trattamenti allo svolgimento di un'attività di lavoro, rischiano di confinare i disoccupati in lavori precari e sottopagati, ma si dovrebbe prestare attenzione anche agli aspetti formativi, cercando di equilibrare la domanda di lavoro con le capacità dei lavoratori e promuovendo lo sviluppo di nuove conoscenze e competenze o il loro aggiornamento. In secondo luogo, i sussidi di disoccupazione dovrebbero essere definiti in modo da svolgere un effettivo ruolo di stabilizzatori automatici, limitando gli shock nel mercato del lavoro lungo il ciclo economico.
Inoltre, l’evoluzione dell’occupazione dovrebbe essere valutata non solo in termini quantitativi, ma anche e soprattutto in termini qualitativi, cercando di costruire un mercato del lavoro più equo e giusto, attento alla tutela dei diritti dei lavoratori e alle condizioni di lavoro. Un mercato in cui si attuino efficaci politiche anti-discriminatorie nei confronti dei soggetti deboli (quali immigrati, anziani e persone diversamente abili) e in cui si riescano a colmare gli ampi divari di genere tutt’ora presenti (nelle possibilità di carriera, nel livello delle retribuzioni, nella distribuzione degli impegni familiari). In questo senso, sono centrali per i sindacati il tema della regolamentazione delle ore di lavoro e quello della flexicurity,ossia dell’equilibrio tra aumento della flessibilità delle relazioni contrattuali e sicurezza per i lavoratori. Una maggiore flessibilità negli schemi lavorativi – avvertono – non deve infatti alimentare la segmentazione del mercato del lavoro tra chi lavora secondo i ritmi classici e chi sceglie soluzioni diverse. La garanzia di un adeguato sistema di ammortizzatori sociali deve essere assicurata, la qualità delle tipologie di lavoro flessibili deve essere monitorata e l’accesso ad attività di formazione e di training assicurata per tutti, affinché i lavori flessibili non diventino lavori di serie B.
Il vero problema è che la crisi ha colpito un tessuto sociale già estremamente fragile. Dove sono andati a finire i buoni propositi per la realizzazione di una Social Europe che bisognava costruire con la Strategia di Lisbona? Soprattutto a partire dal 2005 – lamenta la Confederazione – a livello europeo l’interesse per le tematiche sociali è andato via via scemando e ha preso il sopravvento una sempre maggiore attenzione alla liberalizzazione dei mercati e al liberismo economico.Infine, l’ETUC accusa le aziende di aver contribuito al diffondersi della crisi, alimentando atteggiamenti speculativi attraverso l’eccessiva attenzione ad obiettivi di brevissimo periodo (ad esempio attraverso l’agganciamento delle retribuzioni di top managers agli andamenti di breve periodo nel valore delle azioni).
In conclusione, per costruire un nuovo paradigma economico che permetta di uscire dalla depressione la European Trade Union Confederation sostiene che è necessario abbandonare comportamenti puramente speculativi, ritornare a dare priorità ad aspetti quali sicurezza sociale, istruzione e formazione e perseguire obiettivi di lungo periodo come, ad esempio, sviluppo dell’innovazione e degli investimenti in energie rinnovabili. E per fare ciò serve partire dal basso, dalla stessa cultura imprenditoriale.


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Dichiarazione congiunta dei Partiti Comunisti e Operai dei paesi dell’Unione Europea (PDCI compreso)

 
Il Vertice dei Capi di Stato della UE dell’11 febbraio segna un nuovo grave attacco contro la classe lavoratrice e i popoli d'Europa. Le risoluzioni del Vertice, in conformità con la "Strategia UE 2020" che promuove e sviluppa la Strategia di Lisbona, intensifica la politica antipopolare dell'Unione Europea e dei governi borghesi con severe misure contro la classe lavoratrice e i popoli. E’ in atto il tentativo di accrescere il profitto dei monopoli europei, sia all'interno dell'Unione Europea che in campo internazionale.

La strategia di uscita dalla crisi della UE si basa sull’imposizione di cambiamenti radicali nei sistemi di sicurezza sociale, sull'aumento dell'età pensionabile e su drastici tagli degli stipendi, delle pensioni e delle prestazioni sociali nel loro complesso. Questo è un attacco delle forze liberali e socialdemocratiche che hanno sostenuto la strategia del capitale, in collaborazione con l'Unione Europea.

Il disavanzo, il debito pubblico e il controllo sulle economie dei diversi Stati membri, tra cui Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e altri, sono utilizzati per l’intimidazione ideologica dei lavoratori di tutta Europa.

Le società transnazionali e le banche introitano immensi profitti attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e grazie alle agevolazioni statali, sia prima che durante la crisi. Ora si contendono la parte del leone sui nuovi prestiti. Per l’ennesima volta, utilizzando l’allarmismo e l’intimidazione, scaricano il peso sui lavoratori, sulle fasce sociali più deboli, sulle piccole e medie aziende agricole a conduzione familiare, sui lavoratori autonomi.

L’anelito di resistenza si è intensificato tra i lavoratori europei che non sono propensi a sostenere i costi di una crisi di cui non sono responsabili. In Grecia, Portogallo e altri paesi, gli operai, i dipendenti pubblici e i piccoli e medi contadini si stanno mobilitando e scendono in sciopero contro le misure di austerità adottate. I Partiti Comunisti e Operai firmatari di questa dichiarazione congiunta hanno assunto un ruolo di primo piano in questo movimento, essendo all’avanguardia della lotta di classe.

I Partiti Comunisti e Operai chiamano a raccolta la classe lavoratrice e il popolo di ogni paese per organizzare il contrattacco e condannare i partiti che sostengono l'offensiva antipopolare dell’Unione Europea, chiedono di serrare le fila del movimento operaio di classe, di respingere il dialogo sociale che promuove politiche contrarie all’umanità, di dare una risposta forte all’aggressione del capitale, rivendicando: la piena e stabile occupazione, con pieni diritti per tutti, l’aumento sostanziale dei salari, l'abolizione di tutte le leggi antisociali e antisindacali, una riduzione dell’età pensionabile e istruzione, sanità e previdenza sociale pubbliche e gratuite. I lavoratori vivrebbero meglio senza i capitalisti. E’ la classe lavoratrice che produce la ricchezza e che, pertanto, ne dovrebbe godere.

Partiti firmatari:

Workers' Party of Belgium
Communist Party of Britain
New Communist Party of Britain
Communist Party of Bulgaria
Party of the Bulgarian Communists
AKEL, Cyprus
Communist Party in Denmark
Communist Party of Estonia
Communist Party of Finland
Communist Party of Greece
Hungarian Communist Workers' Party
Communist Party of Ireland
Workers' Party of Ireland
Party of the Italian Communists, Italy
Socialist Party of Latvia
Socialist Party of Lithuania
Communist Party of Luxembourg
Communist Party of Malta
New Communist Party of the Netherlands
Communist Party of Poland
Communist Party of Slovakia
Communist Party of Peoples of Spain
Communist Party of Sweden

La dichiarazione resta aperta a ulteriori adesioni

da:
www.resistenze.org - pensiero resistente - movimento comunista internazionale - 26-02-10 - n. 308

da http://inter.kke.gr
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare



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lunedì 1 marzo 2010

L’Italia ringrazierà per sempre i suoi 57 italianuzzi (+ 7 furbi astenuti e/o assenti) che a Strasburgo hanno votato a favore della suppostina nucleare “nascosta” nella risoluzione europea sui cambiamenti climatici

O qualcuno non legge ciò che vota, o lo legge e non lo capisce, o lo legge lo capisce e spera che non lo leggano anche gli altri, oppure non lo legge non lo capisce e crede che nessuno andrà mai a controllare.
Fatto sta che i 736 parlamentari europei ci hanno fatto un gran bel regalo. Una suppostina atomica, sotto forma di poche righe, nascosta tra le pieghe di una ridondante risoluzione europarlamentare: quella sui cambiamenti climatici, votata il 25 novembre 2009 e portata come voce unica della Ue alla conferenza di Copenaghen del dicembre scorso.
Dov’è la suppostina?
Eccola, al punto 36 della risoluzione di cui stiamo parlando: “Il Parlamento europeo – dice il comma 36 – sottolinea che una transizione internazionale verso un’economia a basse emissioni di carbonio porterà a considerare l’energia nucleare come un elemento importante del mix energetico nel medio termine; precisa tuttavia che la questione della sicurezza del ciclo del combustibile nucleare va affrontata in modo adeguato a livello internazionale al fine di garantire il massimo livello possibile di sicurezza”.
Chiaro no? Con l’assicurazione che nel “mix energetico” europeo – nemmeno nel breve periodo, ma addirittura “a medio termine” – ci sarà il nucleare, in via transitoria si capisce, e solo per il nobile fine di abbattere le emissioni di anidride carbonica, la lobby nucleare è potuta sbarcare a Copenaghen soddisfatta.
Vediamo come si è arrivati a questo risultato e cerchiamo di capire chi ha votato cosa e perché. E soprattutto, chi dobbiamo ringraziare, sia per l’esito, sia per ciò che è stato fatto sapere al “popolo”, cioè praticamente nulla.
A Strasburgo, nell’europarlamento, ci sono state due votazioni per raggiungere questo risultato.
Nella prima, si è votato sul punto 36 che avete appena letto. Ci sono stati 358 voti a favore, 297 contrari, 21 astenuti, 29 assenti e 31 deputati che non hanno preso parte al voto.
Nella seconda votazione, quella che conta, perché ci si esprime sull’intero testo della risoluzione, ci sono stati ben 516 voti favorevoli e appena 92 no (oltre a 70 astenuti, 29assenti e 27 deputati che non hanno votato).
Cosa è accaduto? Come mai quasi tutti quelli che avevano votato contro l’emendamento 36 hanno poi votato a favore del testo definitivo, in cui quell’emendamento “vive” a pieno titolo?
Va bene che Amsterdam non è lontana e magari qualcuno se n’è approfittato per “cannarsi” di brutto, ma una gita in massa di eurodeputati in Olanda alla ricerca di roba buona sarebbe stata subito notata.
Una risposta, che è anche la più spontanea, può essere la seguente: gli eurodeputati che hanno votato contro l’emendamento 36 ma a favore del testo definitivo della risoluzione hanno considerato positivamente il complesso della risoluzione medesima. Già. Ma allora perché non lo hanno spiegato al “popolo”, non dico uno per uno, ma gruppo per gruppo, Stato per Stato, come hanno fatto (sebbene costretti dall’interrogazione pubblica rivolta loro dal network “Sortir du Nucleaire”) i Verdi francesi del gruppo parlamentare europeo Europe écologie?
I membri di questo gruppo si sono spaccati sul punto, ma quelli che han votato a favore del testo definitivo si sono pubblicamente assunti la responsabilità della propria scelta. Anche perché, va sottolineato, si sapeva benissimo che la finalità della conferenza di Copenaghen sarebbe stata un accordo globale sul clima, giuridicamente vincolante, in vigore dal primo gennaio 2013.
E tuttavia, nonostante l’importanza della questione, il voto espresso dagli eurodeputati lascia sconcertati, come la chiarezza della scelta di ognuno di loro.
A guardare analiticamente le tabelle di voto non si capisce se abbia prevalso l’interesse nazionale (i francesi che hanno tanto nucleare e votano sì in massa, o i tedeschi all’avanguardia nelle energie alternative che votano no, o si astengono), oppure se ci siano state intese trasversalissime, pro e contro, oppure ancora se di fronte a una scelta impegnativa si sia preferito sorvolare sulla presenza dell’emendamento 36 e votare a occhi chiusi… perché in fondo poi è così che vanno le cose nella Ue… a dettare l’agenda e a fare i giochi sono in pochi, mentre la pratica del voto non è dissimile da quella che si vede nel Parlamento italiano… c’è uno che alza o rovescia il pollice e c’è la truppa che esegue…
In Italia, anche per le polemiche seguite alla scelta del governo di imporre un ritorno forzato al nucleare, nonostante il referendum del 1987 lo abbia bocciato, il tema avrebbe dovuto essere più sentito. Se non altro da parte di coloro che dicono di opporsi al nucleare.
Invece, i 72 europarlamentari italiani sono stati i più “sorprendenti”. Il loro è stato il voto più “vario” e “diversificato”. E quelli che al nucleare dicono (o pensano) di opporsi, adesso non sanno che pesci pigliare nei confronti di un governo che sul nucleare potrà giustificarsi dicendo di essere “in linea con l’Europa”.
Ma vediamo in dettaglio cos’hanno combinato i nostri 72, che sono distribuiti in 4 gruppi parlamentari (quelli del Pdl stanno nel Ppe, quelli del Pd in S&D, quelli dell’IdV nell’Alde, i leghisti in Efd) degli 8 presenti a Strasburgo (gli altri 4 sono: Greens/Efa, Ecr, Gue/Ngl, NI).
La sopresa, in estrema sintesi, è la seguente: hanno votato no al testo definitivo della risoluzione-supposta soltanto otto italiani: sette leghisti (Efd) e l’ottuagenario Ciriaco De Mita (Ppe).
Quattro furbetti si sono astenuti (tre leghisti e uno del Ppe) e tre furbacchioni si sono dati assenti (uno del Ppe, uno di S&D, uno di Alde). Gli altri, todos caballeros, tutti a favore. Per amore o per forza, per distrazione o per quieto vivere, o per come vi pare, ma tutti a favore.
La lista completa, nome per nome, e gruppo per gruppo, potete leggerla qui di seguito. Buon divertimento.
FAVOREVOLI (57)
PPE (32)
Salvatore TATARELLA , Gabriele ALBERTINI, Alfredo PALLONE, Alfredo ANTONIOZZI, Lara COMI, Antonio CANCIAN, Paolo BARTOLOZZI, Sergio BERLATO, Erminia MAZZONI, Cristiana MUSCARDINI, Barbara MATERA, Giovanni LA VIA, Antonello ANTINORO, Licia RONZULLI, Aldo PATRICIELLO, Salvatore IACOLINO, Iva ZANICCHI, Sergio Paolo Francesco SILVESTRIS, Roberta ANGELILLI, Amalia SARTORI, Crescenzio RIVELLINI, Herbert DORFMANN, Clemente MASTELLA, Andrea COZZOLINO, Carlo CASINI, Mario MAURO, Potito SALATTO, Marco SCURRIA, Carlo FIDANZA, Magdi Cristiano ALLAM, Raffaele BALDASSARRE, Tiziano MOTTI
 
S&D (19)
Francesco DE ANGELIS, Guido MILANA, David Maria SASSOLI, Leonardo DOMENICI, Sergio Gaetano COFFERATI, Luigi BERLINGUER, Debora SERRACCHIANI, Salvatore CARONNA, Pier Antonio PANZERI, Gianni PITTELLA, Rita BORSELLINO, Francesca BALZANI, Rosario CROCETTA, Gianluca SUSTA, Patrizia TOIA, Roberto GUALTIERI, Vittorio PRODI, Paolo DE CASTRO, Mario PIRILLO
 
ALDE (6)
Luigi de MAGISTRIS, Gianni VATTIMO, Vincenzo IOVINE, Giommaria UGGIAS, Niccolò RINALDI, Pino ARLACCHI (ha votato sì anche per l’emendamento 36)
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CONTRARI (8)
EDF (7)
Claudio MORGANTI, Giancarlo SCOTTA’, Matteo SALVINI, Mario BORGHEZIO, Lorenzo FONTANA, Oreste ROSSI, Mara BIZZOTTO
PPE (1)
Luigi Ciriaco DE MITA
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ASTENUTI (4)
EDF (2)
Francesco SPERONI, Fiorello PROVERA
PPE (2)
Vito BONSIGNORE, Elisabetta GARDINI
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ASSENTI (3)
PPE (1)
Giovanni COLLINO
S&D (1)
Silvia COSTA
ALDE (1)
Sonia ALFANO

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domenica 21 febbraio 2010

Sul Welfare, Berlino batte tutti


Ho aspettato alcuni giorni per verificare se qualcuno in Italia aveva preso nota della ultima sentenza ( 9 febbraio) della Corte costituzionale tedesca ma, salvo il manifesto - che ne ha dato ampia notizia - non ho trovato niente. Eppure si tratta di una sentenza di grande importanza, perché obbliga i legislatori a prendere sul serio l'entità del salario di cittadinanza, dando valore ai solitamente disconosciuti diritti sociali pur affermati da quasi tutte le costituzioni dei paesi europei a partire dal nostro.
Il giudizio della Corte tedesca interviene a proposito di un dettaglio dell'applicazione della riforma del welfare - la famosa Hertz IV - che già non pochi grattacapi ha dato alla sinistra della Repubblica federale: fortemente voluta dal cancelliere socialdemocratico Schroeder, contro il parere di una buona fetta del proprio stesso elettorato (che se ne è infatti ricordato alle ultime elezioni ) e quindi assunta da Angela Merkel. Si tratta della trasparenza nel modo - come ha già spiegato Guido Ambrosino su il manifesto del 13 febbraio - in cui è stato calcolato l'importo dell'assegno di disoccupazione per quanto riguarda la quota destinata a coprire le spese per l'educazione dei bambini. In discussione non è tanto qualche decina di euro in più o in meno, una piccolezza, ma le implicazioni politiche e giuridiche che sono invece enormi: perché la sentenza dice nientedimeno che è illegale ogni retribuzione o indennità che non garantisca il «diritto fondamentale a percepire un minimo vitale dignitoso», vale a dire che deve essere devoluta una somma in grado di consentire «un minimo di partecipazione alla vita sociale, politica e culturale». Un'affermazione che ha sollevato le ire del vicecancelliere liberale Wasterwelle, che vorrebbe abolire ogni indennità di disoccupazione, e ha invece reso felice l'Unicef che vi ha visto una strada aperta alla lotta contro la povertà infantile. «Perché - ha commentato il direttore dell'agenzia Onu in Germania, Stachelhaus - il problema non sta nel fatto che un bambino abbia o meno un paio di scarpe nuove, quanto nel posto e quali opportunità avrà nella società».
Tutto questo è accaduto in nome dell' applicazione degli articoli 1 e 20 della Costituzione federale, cui entro il 31 dicembre i legislatori tedeschi dovranno piegarsi, riscrivendo le loro regole.
E in Italia, dove l' articolo 3 della Costituzione parla di «pari dignità sociale» ( fu voluto da Lelio Basso, Parlmiro Togliatti e Aldo Moro ) e dove l'anche più esplicito articolo 36 recita (conviene sempre ricordare queste diciture): «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa», un diritto di cui è stato riconosciuto titolare ogni cittadino? Di Vittorio ne fece la sua bandiera e poi analogo concetto è stato inserito anche in altre Costituzioni europee, buon'ultima quella spagnola dopo la caduta di Franco. Cosa avverrebbe se a impugnare le leggi che disattendono l'art. 36 fossero ora tutti i lavoratori costretti a salire sui tetti delle loro aziende, e con loro tutti i precari che un'azienda non l'hanno neanche più, per rivendicare «dignità» e chiedere che l'Italia prenda sul serio la propria Costituzione, così come sta facendo la Germania?
Il fatto è che questa povera Corte costituzionale tedesca viene sempre bistrattata, è anzi il nemico numero uno dei «santi europeisti» (ma Altiero Spinelli sono sicura che oggi sarebbe fra i diavoli) perché ha più volte (quando doveva essere ratificato il Trattato di Maastricht negli anni '90 e di nuovo il 30 giugno scorso per via di quello di Lisbona) denunciato le pecche dei Trattati Europei. Dichiarando che la Germania non può cedere all'Unione l'intera sua sovranità perché nel suo assetto c'è un evidente deficit democratico e sociale, incompatibile con la legge fondamentale della Repubblica federale tedesca.
Il che è più che vero. Nella Carta di Nizza i diritti sociali, per esempio, sono solo «riconosciuti» e non «garantiti». E poi nel Trattato di Lisbona, per contentare tutti, è stato inserito quel meraviglioso ossimoro il quale dice che l'Unione si fonda su «un'economia sociale di mercato fortemente competitiva». Che è come dire che il «sociale» deve essere sacrificato alle ragioni di Marchionne. E, come se non bastasse, a dare un'interpretazione restrittiva del carattere sociale dell'Europa, ci si è messa da sempre la Corte di giustizia europea, di cui si è giustamente detto che ha un comportamento «creativo». E in questo caso ha deciso, pur non avendo in tal senso alcun mandato, che la libertà economica prevale sui diritti sociali garantiti dalle legislazioni nazionali.
Quanto al deficit democratico sappiamo tutti che è plateale, visto che - come scrive uno dei più importanti costituzionalisti italiani, Giuseppe Guarino - «il sistema dei poteri vigente nell'Unione europea, anche dopo le innovazioni introdotte dal trattato di Lisbona, non rispetta il principio di democraticità vincolante per gli stati membri».
Non è solo questione di come è strutturato il potere decisionale: la Corte tedesca nel '94 aveva indicato una causa anche più profonda di non democraticità quando aveva dichiarato che nell'Unione mancava il demos. Un concetto che non alludeva all'assenza di una etnia pura ed omogenea - come pure i «santi europeisti» si sono affrettati a denunciare, evocando il malefico fantasma di Carl Schmitt - ma, più semplicemente, l'assenza, a livello europeo - come ha scritto all'epoca Dieter Grimm, l'estensore della sentenza - di quelle strutture «indispensabili alla democrazia: associazioni, movimenti, media, partiti, sindacati che consentono una costante interazione fra cittadini e stato, affinchè questo possa assolvere al suo compito che è quello di mediare fra interessi diversi». Già carenti a livello nazionale, essi sono inesistenti a livello europeo, sebbene garantiscano partecipazione e la democrazia senza partecipazione sia nulla - aveva concluso.
Argomenti, come si vede, più che condivisibili, che chiamano in causa la responsabilità anche di buona parte della sinistra, impegnatissima a rivendicare i poteri del parlamento europeo, certo importanti, ma distratta rispetto al compito preminente di costruire una vera società civile di livello comunitario, vale a dire una comune opinione pubblica, non più frammentata come oggi, sicché le istituzioni possono permettersi di non rispondere realmente a nessuno.
«Non condivido - ha ironicamente scritto in merito alla sentenza della Corte tedesca del 30 giugno scorso Gianni Ferrara - il turbamento degli euro-patrioti per i suoi effetti. La passione europeista è più che commendevole. Ma non può sopraffare quella per la democrazia». O quella per i diritti sociali riaffermati dalla nuova sentenza del 9 febbraio - c'è da aggiungere - che sono, o dovrebbero essere, la principale specificità del modello europeo. Se dovesse sparire, non resterebbe che un pezzo di mercato, buona idea nel 1957, un po' obsoleta in epoca di globalizzazione. E allora, invece che accusare i giurati tedeschi di rigurgiti nazionalisti, sarebbe bene prendere sul serio le loro preoccupazioni. Che mi sembrano più europeiste di quelle di molti europeisti ufficiali.


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